Nel modello neoclassico standard, il mercato del lavoro raggiunge spontaneamente un punto di equilibrio attraverso l’interazione tra domanda e offerta, senza necessità di interventi esterni. I lavoratori decidono quanto lavoro offrire in base al livello del salario reale: se il salario aumenta, cresce anche l’offerta di lavoro; se diminuisce, l’offerta si riduce. Dal lato delle imprese, all’aumentare del costo del lavoro si riduce la domanda di lavoro, e viceversa. L’intersezione tra queste due curve determina un equilibrio in cui non esiste disoccupazione involontaria: ogni lavoratore disposto a lavorare al salario di equilibrio trova occupazione.
Se, tuttavia, intervengono rigidità istituzionali – in particolare salariali – che impediscono l’aggiustamento dei prezzi dei fattori, l’equilibrio viene disturbato. In presenza di salari minimi imposti, contrattazione sindacale rigida o altre barriere alla flessibilità salariale, il salario reale può mantenersi sopra il livello di equilibrio. In questo caso, una parte della forza lavoro rimane disoccupata non per scelta, ma per effetto di un prezzo del lavoro non compatibile con la domanda delle imprese.
Questo modello, posto che abbia mai funzionate perfettamente (automaticamente), riflette una società ottocentesca, nella quale le imprese assumono (domandano lavoro) entro i limiti della produttività marginale del lavoro. Assumono finché la produttività del lavoro è maggiore o eguale al salario. Se la produttività aumenta, aumenta anche la domanda di lavoro. Un calo della produttività riduce l’incentivo ad assumere.
All’inizio del Novecento, con il Fordismo, si osserva un marcato aumento della produttività marginale del lavoro. Le imprese riescono a produrre una quantità maggiore di output con lo stesso numero di lavoratori, oppure a mantenere lo stesso livello di produzione con un numero inferiore di occupati. Questa efficienza dovrebbe tradursi in una discesa dei prezzi e in un aumento del potere d’acquisto dei salari, ristabilendo un equilibrio dinamico. Eppure, Henry Ford compie una scelta che appare controintuitiva nel quadro neoclassico: aumenta i salari e riduce l’orario di lavoro. Perché? Perché il modello T passa da un prezzo equivalente a 28.000 dollari odierni nel 1908 a meno di 5.000 nel 1925. Le strade americane si riempiono di automobili, e nel giro di pochi anni il mercato interno appare saturo. Un’ulteriore riduzione dei prezzi – e quindi un aumento del salario reale relativo – non basta più a stimolare la domanda.
Il fordismo ha raggiunto il suo limite. Si arriva al collasso del 1929.
Il salario non è solo un costo, è anche un reddito. Il lavoratore non è solo un fattore produttivo, è anche un consumatore. In questa osservazione si misura buona parte della rivoluzione keynesiana.
Nel modello neoclassico, il lavoratore accetta un impiego solo se il salario offerto è almeno pari al suo salario di riserva, ovvero la soglia al di sotto della quale preferisce non lavorare. Tale salario rappresenta il punto di indifferenza tra lavoro e tempo libero, secondo una logica di massimizzazione dell’utilità individuale. Se il salario si colloca al di sotto di questa soglia, il lavoratore, razionalmente, sceglie l’ozio.
È evidente che si tratta di una bufala. In un’economia capitalistica avanzata, fondata su una forte divisione del lavoro e sulla mercificazione di ogni bene e servizio – dall’acqua corrente alla gestione dei rifiuti – nessuno può permettersi di oziare senza reddito. Il soggetto sovrano e razionale, libero di scegliere l’ozio in assenza di un salario soddisfacente, è una finzione matematica. L’ozio presuppone l’esistenza di un reddito preesistente: derivante da risparmi, rendite, o sussidi pubblici. Senza alcuna fonte di reddito, il lavoratore non è libero di scegliere, ma è costretto ad accettare condizioni di lavoro anche molto sfavorevoli, abbassando di fatto il proprio salario di riserva. Dunque, la rigidità dei salari verso il basso è una finzione matematica, usata per giustificare la disoccupazione.
Se si vuole salvare la baracca, dice Keynes, bisogna far girare la macchina più lentamente. Se l’efficienza marginale del capitale scende (ovvero, se il rendimento atteso degli investimenti è troppo basso), gli imprenditori non investono più. Bisogna produrre una macchina meno efficiente, più dispendiosa, una macchina che consumi più energia. Se il pieno impiego comportasse un’efficienza marginale del capitale negativa, dice Keynes, il processo diverrebbe vantaggioso unicamente perché è allungato. Se si vogliono impiegare tutti i fattori disponibili bisogna far fare alla macchina un giro più lungo, allungando artificialmente il tragitto. Oppure, dice Keynes, si dovranno impiegare processi di produzione fisicamente inefficienti, tali da produrre la stessa quantità di prodotti, ma con un consumo maggiore di energia. Oppure si dovrà usare la macchina al livello di efficienza raggiunto, ma fargli fare più giri a vuoto, fargli produrre beni superiori a quelli richiesti, dunque inutili. Ci troviamo dunque in una situazione nella quale i processi di produzione brevi dovrebbero essere mantenuti sufficientemente scarsi da garantire che la loro efficienza, dal punto di vista della produzione fisica, bilanci lo svantaggio della grande disponibilità della loro produzione (Teoria generale, 377).
Questa è una riformulazione del concetto secondo cui, in assenza di investimenti buoni (cioè ad alta efficienza e domanda garantita), si può stimolare l’attività economica allungando artificialmente i processi produttivi. È una critica implicita al modello neoclassico secondo cui ogni investimento efficiente è automaticamente anche utile per l’economia. Se il problema è l’insufficienza della domanda effettiva, anche una produzione inutile può essere utile perché crea reddito e occupazione. Qui si chiude il cerchio: in un mondo in cui la tecnica permette di produrre troppo con troppo poco lavoro, si deve mantenere una scarsità artificiale nei processi più efficienti per non distruggere l’occupazione. È una critica radicale al modello neoclassico, che presume che la crescita tecnica sia sempre benefica.
La soluzione proposta da Keynes è la distruzione consapevole di una parte delle forze produttive impiegandole in attività delle quali viene artificialmente allungata la durata.
Cosa sono, in fondo, tutti questi faux frais de production – ricerche di mercato, pubblicità, design, stile, gadget, obsolescenza programmata – se non strumenti scientificamente elaborati per allungare artificialmente il ciclo produttivo? Sono meccanismi destinati non ad accrescere l’utilità dei beni, ma a consumare produttività, a rallentare l’avanzamento delle forze produttive, riportandole entro i limiti imposti dai rapporti di produzione. In altri termini, sono tecniche per contenere il valore d’uso entro la cornice del valore di scambio.
Cosa sono tutte quelle tangenti che pendono sul prodotto e che vengono elargite, attraverso la réclame, ai cantanti, agli influencer, ai giornali, ai siti web e, oggi sempre di più, alla scuola, alle università, facendo apparire queste attività inutili come attività utili?
È impiego di lavoro improduttivo fatto apparire come lavoro produttivo.
Dunque, se l’obiettivo è il pieno impiego, il lavoro inutile deve diventare la base del lavoro socialmente necessario.
Qui bisogna fare una precisazione. Nel modello neoclassico la differenza tra lavoro utile e lavoro inutile non ha senso. In esso l’offerta e la domando sono in equilibrio – sono equivalenti. Non ci sono lavori utili e lavori inutili. Questa distinzione non è contemplata. Ciò che per un agente è inutile, per altro agente è utile. Ciò che per uno è scarto e rifiuto per un altro è utile come carburante. Non c’è bisogno di inventarsi lavori inutili. Non ci sono distinzioni di genere – si tratta di un modello trans-genere. Non ci sono limiti, se si esclude l’unico vero limite: l’efficienza marginale del capitale.
Quando l’efficienza si approssima al tasso di interesse o si approssima allo zero, non è più possibile investire, se non ci si vuole rimettere il capitale.
I lavoratori si adeguano, se sono in esubero chiedono meno, fino al limite del salario di riserva. E tutti sono felici e contenti. La crisi, se una crisi si innesca, è solo passeggera, dura il tempo che i fattori e gli agenti trovino un nuovo equilibrio.
Quello che nei fatti accade quando il mercato è saturo – e il mercato americano, negli anni Venti, era saturo di prodotti, c’era una macchina ogni 5 abitanti – è che i prezzi calano, ma nonostante ciò, visto che il mercato è saturo, non si compra lo stesso, allora le aziende licenziano, la domanda di lavoro si abbassa, le paghe si abbassano e si compra ancora di meno. Si innesca un moltiplicatore negativo, e succede che il PIL nominale cala del 45% e la disoccupazione arriva al 25% – come accadde negli USA durante la Grande depressione.
Un sostenitore del modello neoclassico direbbe che la crisi del 1929 fu dovuta a shock esogeni – fu generata da agenti esteri, stranieri.
Per rimetter al lavoro le forze rimaste disoccupate (volontariamente, s’intende!) è necessario un volume di investimenti così grande da comportare un’efficienza marginale del capitale negativa. Come portare questo dato in terreno positivo?
Qui interviene Keynes e dice: bisogna allungare il tempo del ciclo produttivo, renderlo più inefficiente. È l’efficienza che ci ha portati sino a qui, nel disastro: pil dimezzato e un quarto della forza lavoro ferma. Gli investimenti improduttivi – inutili – allungano artificialmente il processo di produzione riportando il sistema nelle condizione di garantire un’efficienza marginale del capitale positiva.
La caduta dell’efficienza marginale del capitale, che è il primo sintomo del verificarsi delle crisi, dice Mazzetti (Come l’acqua sul dorso dell’anatra, quaderni, 6, III, 2020), registra pertanto proprio il fenomeno di allungamento del periodo di circolazione, dovuto al fatto che una buona parte delle merci rimane invenduta. E cioè registra che il valore immesso nel processo di produzione non riesce a realizzarsi nel tempo normalmente necessario, per cause che esulano dalle condizioni tecniche della produzione. Si tratta in altre parole di distruggere consapevolmente una parte delle forze produttive del lavoro impegnandole in attività delle quali viene artificialmente allungata la durata. È la teorizzazione della necessità di impiegare lavoro non necessario facendolo apparire come lavoro necessario. Si socializza il processo di distruzione del capitale piuttosto che socializzare il processo di produzione. O meglio, il fine del processo di socializzazione deve essere unicamente quello di ridurre il tempo di circolazione delle merci, ricorrendo a uno svuotamento della funzione di fondo del valore del denaro o ricorrendo a una vera e propria politica di investimenti pubblici, o quello di controllare i fenomeni di allungamento del ciclo al fine di renderli meno conflittuali; non deve mai consistere invece in un vero e proprio processo di pianificazione.
Fino al 1970, dice Mazzetti, questa strategia ha pagato. Distruggere la base produttiva, rendere il sistema inefficiente, ha pagato. È quello che è successo in Occidente, è quello che è successo negli Stati Uniti. La disoccupazione è diminuita e l’accumulazione è avvenuta senza le solite oscillazioni del passato. La distruzione della base industriale ha pagato.
La produzione efficiente di valori d’uso è un problema. Se ne producono troppi. Sono in eccesso. Sono di ottima qualità. Non si guastano, durano a lungo. Per salvare il valore di scambio bisogna sacrificare il valore d’uso, fornendo un mercato a quelle merci (e tra esse la forza-lavoro) che un mercato non ce l’hanno.
In Keynes, dice Mazzetti, è proprio il fatto che i valori sono beni, e cioè prodotti di lavori specifici con un particolare valore d’uso ad essere la fonte degli ostacoli all’accumulazione. Egli pertanto propone che, ogni qualvolta i rapporti sociali impediscano una soluzione più razionale, vada rimosso proprio il carattere concreto, utile del prodotto del lavoro, e gli uomini vengano impiegati (umiliati) a scavar buche e a riempirle. Per salvare il lavoro astratto deve essere sacrificato il lavoro concreto.
Perché i lavoratori non possono essere impiegati in lavoro utili?
Perché l’utilità, volendo salvare il valore di scambio, riporterebbe al periodo di Ford, e forse a un periodo precedente. L’utilità e l’efficienza accorcerebbero il ciclo, svalutando ciò che è stato già prodotto. Keynes riconosce implicitamente che il capitalismo è diventato un sistema irrazionale. Il lavoro concreto, utile, quello che soddisfa i bisogni e dà senso all’attività di chi lo eroga, costituisce un aspetto integrativo accidentale, che può essere rimosso e deve essere rimosso se si vuole realizzare il valore di scambio.
Se c’è un eccesso di laureati in biologia, lo Stato li impiega nelle scuole a insegnare scienza o li impiega nelle Regioni a compilare le tabelline dei rimborsi carburanti, anche se tutto potrebbe essere fatto automaticamente. Si tratta pur sempre di un lavoro, e si porta il pane a casa, non bisogna biasimare chi accetta un tale ripiegamento. Non c’è scelta, non c’è salario di riserva e rigidità verso il basso o altre frizioni istituzionali, si ha bisogno di un reddito e si deve lavorare, anche se ciò che si produce è inutile e non ha un senso, e le ore spese nel lavoro sembrano quelle di un carcerato: la sorveglianza, il comportamento, la forma, il cartellino, la puntualità, il rispetto.
La negazione di questa trasformazione dell’oggetto, la negazione del rapporto con l’oggetto, e nei servizi, la negazione del rapporto con il paziente, con l’utente, con lo studente, si realizza, dice Mazzetti, nonostante l’attività. Ed è anche la negazione della adeguatezza a bisogni umani. Ma se la rimozione del prodotto è concepibile e realizzabile a vantaggio del valore di scambio, questa rimozione lascia sul campo le sue macerie, i sui relitti. Se lo svuotamento del prodotto e del rapporto sono sempre possibili, ciò non significa che non si fa niente, che si sta con le mani in mano, che si aspetta. Nell’attesa ci si consuma e ci si ammala. Perché si producono lampadine che durano un battito di ciglia, quando si potrebbero produrre lampadine che durano una vita, si producono lavatrici che si devono rompere, auto che si devono rottamare, alunni che si istruiscono per lavori che non ci sono, studenti universitari che si formano per impieghi che non esistono. Come si può, in queste condizioni, credere in ciò che si fa?
La frustrazione e il rifiuto del lavoro vengono anche da qui. Il rifiuto di studiare, di andare a scuola, l’insofferenza degli studenti, la frustrazione dei genitori, genitori con vite vuote – fallite – che investono su figli destinati al fallimento, vengono da qui.
L’attività, anche quando gira a vuoto e forma studenti per lavori che non esistono, non è mai neutra. L’attività, dice Mazzetti, non è mai neutra. Anche quando si distribuiscono direttamente soldi, senza la foglia di fico di un lavoro inutile, questi soldi messi in circolazione, alterano il rapporto tra ciò che è utile e ciò che è inutile.
Non fare niente, pazientare, stare a riposo, spegnersi. Solo i borghesi potevano pensare al non-lavoro – all’ozio – come situazione ottimale. Da Adam Smith in poi, fino alla funzione dell’offerta di lavoro, dice Mazzetti, il riposo figura come lo stato adeguato che si identifica con la libertà e la felicità.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
14/05/2025
La deindustrializzazione
26/06/2024
Indisciplinabili dal fordismo - Hobos, wobblies e i limiti di Gramsci
Fabrizio Denunzio riflette su come leggere Gramsci oggi, interrogando le positività e le criticità di Americanismo e fordismo e provando a illuminare i processi di formazione di soggettività che, dentro e fuori il fordismo, non si sono lasciate disciplinare dalla logica della produzione tayloristica e che, nella sostanza, lasciano intravedere forme di vita, di lotta e di sindacalismo non riconducibili a quelle che si sono affermate nel movimento operaio europeo tra la fine del XIX e i primi decenni del XX secolo.
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Come leggere Gramsci oggi
In almeno due importanti lavori usciti di recente, a poca distanza l’uno dall’altro, Pasquale Serra ci invita a leggere Gramsci in modo molto diverso da quanto si sia fatto negli ultimi decenni, ossia da quando il furore filologico degli esperti – credo databile dagli inizi degli anni Novanta del Novecento e identificabile sempre presuntivamente, visto che l’autore non cita mai esplicitamente gli artefici di questa svolta, con Gianni Francioni e il suo progetto di una nuova edizione nazionale dei Quaderni del carcere – ha preso il sopravvento sul modo abituale con il quale in Italia, tra gli anni Cinquanta e i Settanta del XX secolo, si era solito leggere il pensatore sardo, cioè non allontanandolo mai dall’attualità politico-sociale del paese e da tutti i più scottanti problemi che lo assillavano: dal lavoro in fabbrica all’emigrazione, dal fascismo alla questione meridionale, e così via.
Con la conquista dell’egemonia interpretativa da parte delle ermeneutiche filologiche, il gramscismo italiano si è ridotto a una sapiente quanto ferrea macchina di citazioni avendo oramai abbandonato ogni pretesa analitica della realtà contemporanea. Questo passaggio ha determinato una forma di produzione intellettuale altamente «spoliticizzata» quanto sterilmente «speculativa» (Serra 2019, p. 67), meglio, allora, molto meglio, riprendere la lezione degli argentini per i quali il «loro Gramsci» non ha mai smesso di reagire con le questioni fondamentali del loro tempo, il peronismo prima fra tutte: da qui la decisione di Serra di curare l’edizione italiana del saggio di Horacio Gonzáles Il nostro Gramsci, dalla quale sono ricavabili le precedenti argomentazioni polemiche[1]. Che non sono destinate a finire.
Nel secondo dei due lavori a cui ho appena fatto riferimento, Serra rilancia la polemica, purtroppo lasciando anche questa volta nell’anonimato i suoi bersagli, ma non avrei difficoltà a riconoscervi, come esempi illustrativi, i lavori di un Giuseppe Cospito (2004, pp. 74-92) o di un Fabio Frosini (2004, pp- 93-11). Introducendo nel 2024 un paio di scritti giovanili di Mario Tronti su Gramsci, Serra torna a ribadire con forza non solo il vuoto carattere speculativo della nostrana recezione gramsciana degli ultimi tempi, ma anche la separazione programmatica tra filologia e rivoluzione, «presupponendo una sorta di antecedenza del discorso filologico sull’analisi politica del presente» (Serra 2024, p. 6).
Ora, le due introduzioni, a distanza di pochi anni, accanto alla conferma dello stato regressivo in cui versa il filologico gramscismo italiano, presentano anche degli indirizzi di lettura di Gramsci: nel primo caso, segnalando la strada autoritaria che ha imboccato il nostro paese soprattutto con la vittoria della destra meloniana, ci invita implicitamente ad analizzare l’autoritarismo contemporaneo[2] (cosa diversa ma non estranea al fascismo); nel secondo, a non attenersi fedelmente alla lettera del dettato gramsciano, ma a farne un uso creativo, «selettivo, tendenzioso, e deformante» (ivi, p. 7), così da attrezzarci per «affrontare la necessità del momento» [3] (ibidem) con un autore completamente ricreato dai bisogni analitici del ricercatore.
Uscita dal filologismo e vicinanza estrema col presente: c’è una terza cosa, infine, forse la più decisiva che Serra dice di Gramsci nella sua ultima introduzione, ossia che nei Quaderni non è depositata nessuna verità, che da essi non emana alcuna verità ultimativa sul mondo e che l’averlo creduto e il crederlo ancora ha causato e causa un vero e proprio blocco di «ogni sviluppo creativo e critico, della sua eredità» (ibidem).
Volendo immaginare che leggere creativamente Gramsci oggi, secondo quanto appena detto, significhi passare anche e soprattutto attraverso la critica della sua opera, i risultati a cui lo stesso Serra arriva non sembrano potersi collocare in questa linea interpretativa visto che, nel primo caso, in accordo col peronismo di sinistra di Gonzáles, incentra la sua proposta su di un’unità nazionale di popolo che porti alla conquista dello Stato da parti delle classi subalterne, e questo significa lasciar passare acriticamente il nazionalismo di Gramsci che tanto stava a cuore a Togliatti[4]; nel secondo, attualizza una discussione, quella sul marxismo gramsciano, nata già liquidata, senza neanche troppa originalità, dagli stessi scritti del giovane Tronti quando sostiene, facendo integralmente sua l’interpretazione di Galvano della Volpe, che non di filosofia si tratti col marxismo ma di scienza, e questo a dispetto di quanto creduto con forza da tutta la tradizione italiana da Gentile a Gramsci, aprendo così la strada a quello che a suo modo resta uno dei più importanti contributi dati alla sociologia industriale italiana, Operai e capitale.
Al di là di queste osservazioni critiche, la proposta di Serra nell’attuale panorama del gramscismo italiano rimane l’unica valida e fertile: la creatività delle letture a venire di Gramsci si deve legare anche al rilevamento delle sue criticità.
Le brevi riflessioni che seguono, allora, iniziano da qua: prendono le mosse da uno dei principali assi teorici dei Quaderni, Americanismo e fordismo; ne selezionano una manciata di paragrafi per individuarne gli imprescindibili contributi dati all’analisi scientifica di tutte quelle società la cui organizzazione economica del lavoro dipende dal fordismo (principalmente, quindi, quella americana ma in seconda battuta anche quella italiana); ne rilevano criticamente i limiti; provano a illuminare in modo creativo, a mo’ di contrasto chiaroscurale, i processi di formazione di soggettività che, dentro e fuori il fordismo, non si sono lasciate disciplinare dalla logica della produzione tayloristica e che, nella sostanza, lasciano intravedere forme di vita, di lotta e di sindacalismo non riconducibili a quelle che si sono affermate nel movimento operaio europeo tra la fine del XIX e i primi decenni del XX secolo, quindi, non integralmente pensabili dalle categorie marxiste-leniniste, di conseguenza, dallo stesso Gramsci.
Americanismo e fordismo secondo Gramsci: le positività
Sarebbe davvero difficile riassumere tutti i risultati raggiunti da Gramsci nel quaderno speciale n. 22[5], redatto, come gran parte di quelli speciali, nel 1934, ma nel quale confluiscono tanto l’esperienza ordinovista dei primissimi anni Venti del Novecento quanto tutte le note scritte sull’argomento tra il 1929-1930 e durante il 1932.
Letto con la consapevolezza di non essere una riflessione limitata ai soli aspetti economicistici del fordismo, cosa che ancora oggi la rende di grandissima attualità anche per capire il passaggio al postfordismo[6], Americanismo e fordismo presenta un gruppo di paragrafi particolarmente importanti.
Già gettando un rapido colpo d’occhio all’elenco dei nove problemi stilato alla fine del primo paragrafo si capisce da subito l’ampiezza del quadro culturale entro cui Gramsci vuole studiare il fenomeno, sinteticamente:
1) come nuovo meccanismo di accumulazione capitalistica;
2) rispetto alla questione sessuale;
3) come forma di rivoluzione passiva;
4) rispetto alla demografia;
5) rispetto a una genesi da collocarsi all’interno dell’apparato produttivo industriale o all’esterno di esso in un apparato giuridico di tipo statuale;
6) in funzione della politica degli alti salari;
7) della caduta tendenziale del saggio di profitto;
8) della psicanalisi;
9) della associazioni classiste tipo Rotary Club o Massoneria (Gramsci 1978, p. 4).
Anche se con molta umiltà Gramsci si riferisce a questo piano di lavoro come a un insieme di problemi che «a prima vista paiono non di primo piano», si capisce che in realtà essi sono di primissimo rilievo, a dimostrazione di quanto l’organizzazione del lavoro non nasca e non finisca mai nella sua sola dimensione economica.
Spostandoci da questa panoramica generale all’inquadratura particolare dei singoli aspetti, la riflessione si affina diventando sempre più interessante come ad esempio, nel paragrafo 2, quando Gramsci utilizza le categorie di forza e persuasione, capisaldi della sua analisi del fascismo, per spiegare l’affermazione del fordismo come abile combinazione di una forza, per l’appunto, diretta contro le organizzazioni sindacali e di una persuasione della classe operaia agli obiettivi padronali agita tramite lo strumento degli alti salari. In questo modo Gramsci vede l’affermazione della fabbrica su tutta la società, vede il momento produttivo farsi egemonico su tutta la vita sociale. Un’affermazione che può realizzarsi e un’egemonia che può imporsi solo perché la nuova forma di produzione mette capo alla creazione di «un nuovo tipo umano, conforme al nuovo tipo di lavoro e di processo produttivo» (ivi, p. 19).
A questa nuova forma di uomo nato dall’interno della fabbrica e disseminatasi su tutto il corpo sociale Gramsci dedica altre fondamentali osservazioni, sia di tipo antropologico come avviene nel paragrafo 3 quando afferma che tale umanità si può determinare solo a patto di una rigida repressione dell’apparato sessuale; sia di natura storica quando, nel paragrafo 10, vede tutto l’industrialismo porsi al servizio di questo violento addomesticamento dell’istintualità, come mezzo di assoggettamento dell’animalità dell’uomo, non a caso i valori e le istituzioni più funzionali, da ultimo, al mantenimento del taylorismo si dimostrano essere la fedeltà coniugale e la famiglia, ossia il più rigido conformismo.
Un conformismo sul quale le fabbriche Ford vigilavano attentamente, e sì perché l’egemonia della fabbrica sulla società viene assicurata attraverso un capillare sistema di controllo: magistrale l’esempio riportato da Gramsci nel paragrafo 11 dei servizi di ispezione incaricati di verificare se gli operai percettori di alti salari non li dissipassero in bagordi alcolici e sessuali nel fine settimana. Naturalmente gli ideali che animavano il corpo degli ispettori di fabbrica tutt’altro erano che puritani, poiché sotto la loro apparente facciata morale si annidava il più cinico interesse padronale, ossia quello di salvaguardare l’equilibrio psico-fisico del ‘suo’ lavoratore, di quello strumento sul quale aveva investito e che manuteneva pagandogli alti salari, e dal quale si attendeva che il lunedì mattina fosse sempre abile alla catena di montaggio. Per Gramsci questo cinismo è la marca distintiva del taylorismo, nel quale riconosce un carattere più generale della società americana, ossia quello di tendere alla più completa disumanizzazione del lavoratore, alla distruzione di ogni forma di fantasia nella sua attività lavorativa, così da fargli sopravvivere solo automatismi e atteggiamenti meccanici.
Infine, nel paragrafo 12, accertato questo svuotamento del contenuto umano del lavoro, Gramsci non si rassegna a vedere il lavoratore fordista tramutato nel gorilla ammaestrato sognato da F. W. Taylor. Arriva a pensare l’operaio alla catena riferendosi al copista medievale: anche questo, prima dell’altro, svolgeva un lavoro altamente meccanico, ma copia dopo copia, arrivava a rifare il testo, a emendarlo e a miglioralo, così avviene anche per il lavoratore fordista il quale, dopo aver introiettato l’automatismo del gesto parcellizzato e cronometrato impostogli dalla produzione, libera la sua mente, spingendola a pensare alle condizioni che lo hanno ridotto in quella condizione.
Da questa breve sintesi, parziale e non esaustiva di tutta la complessità di Americanismo e fordismo, emerge chiaramente quanto Gramsci legasse l’analisi del fenomeno ad eventi epocali: dalla fine delle plutocrazie europee ai nuovi modi di accumulazione del capitalismo; dalla repressione degli istinti sessuali alla nascita di un nuovo tipo umano compatibile con una nuova organizzazione economica e tecnologica del lavoro che estendeva il suo controllo su tutta la società; dalla rivoluzione passiva a quella cognitiva subita dai lavoratori nel loro processo di adattamento psico-fisico alla catena di montaggio; dalla legge sulla caduta tendenziale del saggio di profitto alla standardizzazione dei consumi di massa e così via. E questo a dimostrazione del fatto che non si può ‘toccare’ un quaderno del carcere senza che ‘venga giù’ al contempo l’intera impalcatura teorica dei Quaderni del carcere.
Ora, dato tutto ciò, il compito di questo articolo non è tanto quello di rifare l’elogio, sempre dovuto, dei risultati positivi raggiunti da Gramsci in queste fulminanti note, ma di individuarne quei punti critici che ne hanno permesso il conseguimento e che, qualora siano puntualmente ritematizzati, ci permetterebbero di vedere movimenti e soggettività che pullulano lungo i bordi di Americanismo e fordismo e ai quali Americanismo e fordismo fa da muro.
Americanismo e fordismo oltre Gramsci: le criticità
Volendo riassumere in un unico giudizio complessivo gli innumerevoli risultati positivi raggiunti in Americanismo e fordismo potremmo dire che, nonostante tutte le osservazioni critiche in esso sollevate, alla fin fine Gramsci provi ‘simpatia’ per il nuovo sistema industriale, il che farebbe passare in secondo piano le suddette critiche soprattutto quando si dovesse immaginare come universalizzabile quel tipo di organizzazione del lavoro in fabbrica.
Franco De Felice ha speso molto energie per dimostrare che questa ‘simpatia’ – è lui ad aver impiegato molto suggestivamente questo sostantivo emotivo – fondata su quale riscontro testuale lo vedremo tra poco e che mette in causa il rapporto tra la classe operaia e il significato dello sviluppo industriale, non nasconda nessuna subalternità nei confronti di un’iniziativa tecnologico-produttiva interamente eterodiretta dall’alto da parte del padronato e alla quale gli operai dovrebbero limitarsi a dare solo il loro passivo assenso (da qui l’impiego della categoria della rivoluzione passiva usata per connotare i rivolgimenti politici italiani come il Risorgimento e il fascismo), ma sia da ascriversi piuttosto all’entusiasmo dello scienziato per aver trovato il terreno di scontro reale sul quale si andava a collocare la lotta di classe (Gramsci 1978, p. 97).
Molta critica gramsciana italiana ha seguito De Felice lungo questo crinale, chi con argomentazioni semplicistiche adottandone automaticamente la tesi: «Gramsci era convinto del carattere “progressivo” dell’americanismo […] Il progresso che interessava Marx, come Gramsci è l’avanzare delle condizioni rivoluzionarie della lotta di classe» (Baratta 2004, p. 33); chi in modo molto più articolato facendo delle debite precisazioni in funzione delle quali da un lato è spinto ad accettare come «inevitabile» il «disciplinamento» indotto dal taylorismo – credo in virtù dell’effetto di lunga durata che questo produrrebbe sulla classe operaia autodisciplinandola rispetto alla sua unità e ai compiti rivoluzionari che l’attendono – dall’altro è portato a rifiutarlo, non in sé evidentemente, ma per «il surplus di violenza socialmente (politicamente) motivato» che lo distingue (Burgio 2014, p. 306). In entrambi i casi, la «simpatia» finale per il fordismo mi sembra essere confermata.
Se De Felice, e come lui tanti gramsciani, si sono così tanto impegnati per giustificare questa «simpatia», lo devono aver fatto perché l’evidenza testuale del paragrafo 13, se non lascia dubbi, sicuramente delinea delle profonde ambiguità, vediamola:
[…] si presenta il problema: se il tipo di industria e di organizzazione del lavoro e della produzione proprio del Ford sia «razionale», possa e debba cioè generalizzarsi o se invece si tratti di un fenomeno morboso da combattere con la forza sindacale e con la legislazione. Se cioè sia possibile, con la pressione materiale e morale della società e dello Stato, condurre gli operai come massa a subire tutto il processo di trasformazione psicofisica per ottenere che il tipo medio dell’operaio Ford diventi il tipo medio dell’operaio moderno o se ciò sia impossibile perché porterebbe alla degenerazione fisica e al deterioramento della razza, distruggendo ogni forza di lavoro. Pare di poter rispondere che il metodo Ford è «razionale», cioè deve generalizzarsi, ma che perciò sia necessario un processo lungo (Gramsci 1978, p. 90).
Ora, non si tratta tanto di vedere nell’assenso finale dato da Gramsci al fordismo una suo assoggettamento di fronte all’iniziativa padronale – in fondo, gli operai della FIAT scelsero liberamente di adottare il taylorismo durante le occupazioni delle fabbriche nel biennio rosso (1919-1920) – né tanto meno un suo calcolo strategico da scienziato politico che cinicamente farebbe pagare costi inauditi alla classe operaia per poi fargliene cogliere i frutti in un indeterminato futuro rivoluzionario – la vicinanza emotiva alle condizioni di tutte le classi subalterne nel pensatore sardo non ha mai vacillato, pensiamo ad esempio a quella per gli emigranti italiani (Denunzio, Gjergji 2021, pp. 110-118) – quanto, e questo è il primo punto critico da rilevare in Americanismo e fordismo, una sua pressoché completa fiducia nella disponibilità delle classi lavoratrici a lasciarsi ‘persuadere’ da Stato e società alle ragioni del fordismo. Pensare, come fa Gramsci, che la generalizzazione del disciplinamento di fabbrica a tutto il corpo sociale non crei resistenze, diserzioni e insubordinazioni all’interno dello stesso mondo del lavoro, significa non immaginare la possibilità che segmenti della classe operaia possano dare risposte autonome al problema.
Ora, si potrà dire che quella dello hobo fosse una figura che già nel 1923 era stata consegnata alla storia della frontiera americana, come ebbe a sottolineare Nels Anderson nella prefazione del 1961 alla sua grande ricerca sociologica sul vagabondo (Anderson 2011, p. 10). Si potrà dire che fosse una recrudescenza romantica, immortalata poeticamente dallo Charlot chapliniano, da ultimo in Tempi moderni, in antitesi con la modernità marcata USA e con le sue forme di vita industriali. Si potrà anche dire che fosse una figura creata dalle strutture specifiche del mercato del lavoro americano a cavallo tra il XIX e XX secolo, bisognoso di mano d’opera stagionale nelle più svariate zone del paese e per i più svariati tipi d’impiego. Di sicuro si dovrà dire che quella del vagabondo lavoratore, dell’operaio nomade, che inseguiva posti di lavoro solo per ricavare il sostentamento necessario per sopravvivere ai lunghi periodi di inattività, fosse soprattutto una soggettività sviluppatasi anche in risposta alla crescente taylorizzazione delle condizioni di lavoro in America[7], quindi, alla generalizzazione del fordismo come forma universale di produzione e di società.
Tra le ragioni della «simpatia» di Gramsci per il fordismo di sicuro bisogna annoverare anche la valutazione positiva del rapporto che gli industriali americani avevano col sindacato, e con questo vengo alla seconda criticità di Americanismo e fordismo. Sulla scorta di Le problème ouvrier aux États Units di Andrè Philip del 1927, nel paragrafo 2 Gramsci arriva sostenere che:
il sindacato americano è più l’espressione corporativa della proprietà dei mestieri qualificati che altro e perciò lo stroncamento che ne domandano gli industriali ha un aspetto «progessivo». L’assenza della fase storica europea che anche nel campo economico è segnata dalla Rivoluzione francese ha lascito le masse popolari americane allo stato grezzo: a ciò si aggiunga l’assenza di omogeneità nazionale, il miscuglio delle culture-razze, la quistione dei negri (Gramsci 1978, p. 19).
Lasciando da parte l’eurocentrismo del giudizio, come se la storia del mondo e quella della classe operaia dovesse necessariamente seguire quella d’Europa; volendo sorvolare sul fatto che gli industriali americani non si limitavano a domandare lo stroncamento delle organizzazioni dei lavoratori ma lo aveva da sempre perseguito con tutta la violenza dei mezzi a loro disposizione (da quella militare e paramilitare a quella giudiziaria e politica, roba da fare invidia al fascismo); rimane il fatto che, come documentato dalle storie del movimento operaio americano, l’interesse padronale era proprio quello di sostenere la divisione per professioni, e in questa direzione si muoveva l’American Federation of Labor (AFL), non così, invece, l’Industrial Workers of World (IWW).
I wobblies, gli aderenti all’IWW, sin dal loro nascere, a Chicago il 27 giugno del 1905 e fino al 1919, avevano combattuto contro la logica corporativistica e razziale dell’AFL, per un sindacato che organizzasse tutti i lavoratori dell’industria a prescindere da mestieri, razze e sessi (Boyer, Morais 2012, pp. 218-219) e questo grazie all’assenza di qualsiasi esperienza europea di questo tipo.
Se alla prima criticità – la completa fiducia di Gramsci nell’indifferenziata disponibilità della classe operaia a lasciarsi disciplinare dalla generalizzazione del fordismo – la storia del movimento operaio americano permette di rispondere con la soggettività autonoma dello hobo, il proletario nomade – alla seconda – che vede come positivo l’accanimento degli industriali americani contro i sindacati di mestiere – sempre il movimento operaio americano permette di rispondere con la soggettività autonoma dello wobbly, il sindacalista conflittuale che agisce in nome degli obiettivi rivoluzionari della classe internazionale dei lavoratori, di tutti, senza distinzioni per mestieri.
A queste soggettività nate sul terreno del lavoro e dalle lotte dentro e fuori la fabbrica fordista, Gramsci non ci permette di guardare, l’esempio di Americanismo e fordismo dimostra che ne inibisce la percezione e, di conseguenza, non fa procedere la ricerca verso insegnamenti politici che si dimostrerebbero utili per agire nella nostra attualità.
Torno all’inizio. La fertilità della proposta interpretativa di Serra non si sostanzia naturalmente in un passaggio alla critica di Gramsci dopo l’ubriacatura filologica, di certo, il rilevamento delle criticità nella sua opera ci permette di aprire delle brecce dalle quali intravedere altri mondi, altre soggettività, altre forme di lotta e di insubordinazione con le quali semmai ritornare anche a leggere lo stesso Gramsci, senza badare ai punti e alle virgole della sua opera.
In un panorama socialmente frantumato come il nostro, nel quale si riflette la profonda frantumazione del mondo del lavoro post-fordista in una moltitudine pressoché infinita di tipologie contrattuali[8] e di sotto-mansionamenti che non fanno altro se non squalificare sempre più il senso del lavoro e la possibilità per ogni lavoratore di riconoscersi in esso e di riconoscere nella propria attività lavorativa uno strumento per la sua formazione, se una politica c’è da immaginare, la si deve immaginare a partire da qui: dalla diserzione nomadica da ogni forma di disciplinamento (stile hobos) e dalla conflittualità sindacale (stile wobblies).
Ai fantasmi inquietanti di un’unità nazionale di popolo, allora, bisogna rispondere abitando la frantumazione del mondo e le mille forme di soggettività che in esso prendono forma il cui unico orizzonte confederativo è la solidarietà, intesa come «quel corpo di sentimenti, di istinti, di pensieri, di costumi, di abitudini, di affetti» che alberga nel proletariato, ossia la «solidarietà di classe». Almeno così scriveva Gramsci da qualche parte, non ricordo più dove.
Note
[1] Di questa involuzione negli studi gramsciani ne ho dato conto nella mia Introduzione a Gramsci 2017, pp. 7-26.
[2] Su questo filone di ricerca ricordo il recente Serra 2023.
[3] Questo metodo, nel quale credo fermamente, nella sostanza pare non essere molto diverso da quello che utilizza Gilles Deleuze nelle sue grandi letture dei classici del pensiero filosofico, un Deleuze che però Serra, dico incomprensibilmente per non dire contraddittoriamente, aveva stigmatizzato nell’introduzione del 2019 (Serra 2019, p. 9).
[4] Su questo punto basterà la lettura veloce di soli due scritti: Gramsci, la Sardegna, l’Italia del 1947 (Togliatti 2013, in particolare p. 113) e Attualità del pensiero e dell’azione di Gramsci del 1957 (ivi, in particolare pp. 220, 222-223).
[5] In questo paragrafo riprendo la lettura del quaderno 22 che nel corso degli ultimi anni ho proposto alle frequentanti e ai frequentanti del mio di corso di Sociologia dei processi culturali del lavoro, una lettura selettiva tagliata sul commento di quei paragrafi che meglio degli altri aiutano a vedere quanto gli effetti del fordismo non siano circoscrivibili alla sola fabbrica ma investano tutta la vita sociale delle lavoratrici e dei lavoratori. Il testo di riferimento è Gramsci 1978, introdotto e commentato da Franco De Felice, a oggi ancora il lavoro storicamente e politicamente più completo sulla questione.
[6] In questa direzione mi sembra muoversi Harvey 1997, p. 158.
[7] Su tutti questi punti si veda Rauty 2011, pp. XVIII-XXIX.
[8] Su questi punti, a fronte di una bibliografia infinita, suggerisco la breve e illuminante introduzione di Giovanna Procacci a Thompson 2011 (pp. VII-XIX), vademecum critico di cosa sia diventato il lavoro nell’era della globalizzazione e di come la sua flessibilizzazione non sia stata altro che un ulteriore strumento di disciplina e sfruttamento dei lavoratori ben oltre i tempi e le condotte imposte dalla catena di montaggio.
Bibliografia
N. Anderson (2011), Il vagabondo. Sociologia dell’uomo senza dimora, Donzelli editore, Roma.
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G. Cospito (2004), Egemonia in Frosini, Liguori 2004.
F. Denunzio (2017), Introduzione a Gramsci 2017.
F. Denunzio, I. Gjergji (2021), La condizione dell’emigrante italiano nei Quaderni del carcere di Antonio Gramsci, «Sociologia», vol. 3.
F. Frosini (2004), Filosofia della praxis, in Frosini, Liguori 2004.
F. Frosini, G. Liguori (2004), a cura di, Per un lessico dei quaderni del carcere, Carocci, Roma.
H. Gonzáles (2019), Il nostro Gramsci, Castelvecchi, Roma.
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A. Gramsci (2017), Sul giornalismo. Un percorso attraverso i Quaderni del carcere, Orthotes, Napoli-Salerno.
D. Harvey (1997), La crisi della modernità, EST, Milano.
G. Procacci (2011), Introduzione a Thompson 2011.
R. Rauty (2011), «Vagabondi» nella storia. La Scuola di Chicago e la ricerca di Niels Anderson, in Anderson 2011.
P. Serra (2019), Introduzione a Gonzáles 2019.
P. Serra (2023), Per Gino Germani. Materiali per una teoria dell’autoritarismo contemporaneo, Rogas, Roma.
P. Serra (2024), Introduzione a Tronti, 2024.
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P. Togliatti (2013), Scritti su Gramsci, Editori Riuniti university press, Roma.
M. Tronti (2024), Scritti su Gramsci, DeriveApprodi, Roma.
02/06/2023
Fordismo, postfordismo, digitalizzazione: l'orizzonte strategico del capitalismo
Nella discussione sulla transizione in corso, sono ancora presenti molti dei concetti e delle istituzioni ereditate dal fordismo del secolo scorso. Qual è la ragione della loro persistente forza, anche in presenza di una situazione che sta andando verso sistemi di produzione e di vita sociale diversi?
Il fordismo è stato, nel periodo 1920-1970, un sistema che ha conseguito un successo straordinario, sia in termini di crescita della produttività che di progressiva costruzione di un sistema coerente di relazione economia-società (diciamo un «paradigma»). Un sistema capace di sfruttare al meglio le potenzialità della tecnologia e al tempo stesso di gestire le contraddizioni economiche e sociali innescate dal loro sviluppo fuori controllo.
Anche se Henry Ford inizialmente considerava il fordismo come un sistema focalizzato solo sulla produzione efficiente ottenuta nella fabbrica, col passare del tempo – e per effetto delle successive crisi che sono intervenute lungo la sua traiettoria di crescita – il paradigma fordista ha sviluppato ordinamenti sociali capaci di consolidare e utilizzare al meglio l’efficienza dalla fabbrica, facendo emergere:
- un sistema stabile di organizzazione e controllo, articolato in un certo numero di imprese di larga scala, governate da manager capaci di programmare in modo coordinato migliaia di singole operazioni lavorative, fornendo ad un consumatore «fedele» quanto è stato previsto e prodotto;
- uno Stato sociale finanziato dal prelievo fiscale, che riesce a sviluppare su larga scala servizi di welfare universale (non solo «privato») nella scuola, nella sanità, nei trasporti, nelle utenze energetiche, nell’organizzazione delle città ecc.;
- un insieme di rappresentanze collettive, che, con la loro mediazione sono capaci di redistribuire tra i diversi co-produttori il valore prodotto in fabbrica, mettendo in relazione i sindacati dei lavoratori e rappresentanze degli imprenditori, attraverso la contrattazione e regolazione dei comportamenti economici e sociali.
Queste istituzioni, insieme alla fabbrica fordista, sono state l’altra faccia del salto di produttività ottenuto con le nuove tecniche della produzione di massa. Nel ruolo di complemento necessario, esse hanno portato allo sviluppo di un paradigma coerente, capace di svilupparsi in forme sostenibili. La redistribuzione del reddito per via politica o sindacale crea infatti le condizioni di domanda necessarie per assorbire la crescente produzione derivata dai guadagni di efficienza in fabbrica.
Oggi possiamo considerare questa evoluzione sinergica col senno di poi, considerandola necessaria. In realtà, la sperimentazione e il consolidamento di tale assetto istituzionale non sono stati frutto di una evoluzione spontanea e non contrastata. Al contrario, il sistema ordinamentale sopra richiamato è stato frutto delle iniziative sperimentali portate avanti da soggettività politico-sociali dotate di visione e disposte a lottare per raggiungere i loro obiettivi. Molte di queste soggettività sono tuttora in campo, anche se oggi la loro visione appare volta più alla conservazione di quanto acquisito in passato che alla creazione di un futuro ispirato ad una logica diversa.
Quali sono state le cause fondamentali della crisi del regime fordista e quindi della transizione verso quel «modello» di produzione che all'epoca veniva indicato come post-fordismo?
Per capire le ragioni che – dagli anni Settanta in poi – hanno portato alla crisi del fordismo, bisogna fare riferimento alle contraddizioni che tale modo di produrre e di organizzare la vita sociale ha alimentato sin dal suo avvio, portando avanti le proprie premesse tecnologiche.
La potenza tecnologica del fordismo, in linea con la logica economica scaturita dalla modernità, deriva dalla capacità di usare la conoscenza riproducibile, ossia un tipo di conoscenza che, una volta prodotta, costa poco o nulla replicare in n applicazioni. In ognuno di questi n ri-usi la replicazione della conoscenza posseduta genera un valore utile v (per l’utilizzatore) con un costo c nullo o comunque molto ridotto (rispetto al costo della prima produzione). La differenza tra v e c genera un surplus che si moltiplica in funzione del numero dei ri-usi, dando luogo ad un valore complessivo n(v-c). Un valore che può diventare enorme se n arriva a numeri elevati, come accade nelle grandi e grandissime imprese. Messo a punto il progetto di una macchina efficiente, con la stessa conoscenza si possono infatti produrre cento o mille macchine uguali, capaci di ri-utilizzare a costo zero la conoscenza contenuta nella prima. E ognuna di queste macchine, una volta fissata la procedura per ottenere un prodotto può, con la stessa procedura, fornire cento, mille o un milione di prodotti, a costo marginale zero (dal punto di vista cognitivo).
In questo senso, il fordismo è il paradigma che utilizza al meglio le potenzialità di una modernità basata sulla scienza. Ossia su un tipo di conoscenza che fin dall’inizio viene progettata e prodotta in modo da essere riproducibile, non solo per verificarne la correttezza scientifica, ma anche per poterla propagare e rendere disponibile a tutti i possibili user.
La scienza, tuttavia, ottiene questa performance grazie al fatto che la produzione iniziale di una conoscenza e la sua riproduzione successiva si realizzano in un ambiente «protetto» a bassa complessità: il laboratorio. Un ambiente in cui entrano in gioco solo le cause e gli effetti pertinenti, che devono essere studiati per definire la relazione «verificabile» tra causa ed effetto mentre sono esclusi tutti gli altri.
Nel circuito scientifico, la complessità del mondo reale (che impone livelli non banali di varietà, variabilità, interdipendenza e indeterminazione) viene esclusa dai protocolli di laboratorio che regolano le sperimentazioni ammesse. La varietà, in altri termini, viene ridotta all’unico standard ammesso (escludendo le altre possibili varianti); la variabilità viene ridotta al programma prestabilito (escludendo variazioni nel tempo non previste); l’interdipendenza viene limitata ai soli fattori rilevanti (escludendo dal mondo del laboratorio tutte le relazioni non pertinenti); l’indeterminazione viene ridotta al minimo da fattori che controllano e predeterminando i possibili eventi, che possano intervenire in corso d’opera.
Tuttavia, per creare valore economico, la conoscenza riproducibile deve essere impiegata nel mondo reale (e non solo in laboratorio). Dunque, la scienza (astratta) non può essere usata direttamente per ottenere gli effetti utili voluti, ma essa va tradotta in tecnologia e incorporata in qualche mediatore fisico che possa essere collocato e riprodotto nel mondo reale. Nei due secoli e mezzo di modernità si sono succeduti diversi mediatori cognitivi impiegati per ri-usare a fini pratici la conoscenza riproducibile; la macchina (nel capitalismo industriale dell’800), l’organizzazione (nel fordismo 1920-70), il territorio (nel capitalismo flessibile 1970-2000), gli algoritmi e automatismi digitali (nel capitalismo digitale, post-2000)
Il primo mediatore cognitivo che traduce la scienza moderna in risultato utile (valore) è la macchina, che, nel primo capitalismo industriale rende replicabile la conoscenza in essa incorporata, con effetti produttivistici importanti rispetto alle tecniche agricole e artigianali precedenti.
Il secondo mediatore, emerso col fordismo del novecento, è l’organizzazione, ossia una sequenza coordinata e finalizzata di macchine specializzate che nel loro insieme lavorano la materia prima fino ad arrivare al prodotto finito. Perché l’organizzazione delle linee di produzione fordiste possa riprodurre il sapere tecnologico in essa incorporato bisogna tuttavia predisporre una pre-condizione: il mondo in cui essa è chiamata ad operare deve avere livelli bassi o nulli di complessità.
Di conseguenza, il fordismo genera la sua efficienza facendo leva sul controllo del mondo reale in cui le organizzazioni fordiste si trovano ad operare: sia nel lavoro di fabbrica che negli uffici, standard, programmi, controlli gerarchici e esclusione degli imprevisti sono la regola da osservare. Imponendo così una drastica compressione della complessità a tutti: al lavoro, al contesto sociale e territoriale, al «consumatore fedele» ecc.
Il controllo sull’organizzazione interna e quello (minore ma consistente) sull’ambiente esterno consente alle grandi imprese fordiste di sfruttare al meglio le economie di riproducibilità della conoscenza, aumentando i volumi dei prodotti standard portati al mercato, con le economie di scala conseguenti. La logica che ne deriva è quella della massima integrazione verticale possibile, internalizzando in azienda tutta la filiera necessaria ad ottenere il prodotto finito. E, accanto a questa, la logica della crescita dimensionale, ottenuta anche assorbendo o facendo fallire le piccole e medie imprese pre-esistenti nei diversi settori.
Tutto questo funziona, con ottimi risultati, finché il processo moltiplicativo delle macchine e dei prodotti riesce a mantenere bassa la complessità ammessa, all’interno dell’azienda e nell’ambiente esterno.
In forza di questo criterio fondativo, tutto cambia.
Il lavoro prima di tutto. I compiti dei lavoratori vengono, infatti, fortemente standardizzati e dunque spersonalizzati. Di conseguenza, i soggetti individuali (i singoli lavoratori) perdono rilevanza, mentre prendono vita molti e influenti soggetti collettivi, come i sindacati e le classi sociali attive sul terreno della rappresentanza politica. Questi soggetti collettivi mettono insieme lavoratori standard, che si organizzano nelle fabbriche e nella società, riuscendo così ad avere un potere contrattuale rilevante nei confronti delle controparti contrattuali e politiche.
Un tale sistema richiede, per stabilizzarsi, una forte concentrazione del potere decisionale al vertice, assegnando alle grandi imprese e allo Stato un ruolo di controllo nelle filiere produttive e nei luoghi di produzione, stabilendo una gerarchia piramidale capace di guidare i comportamenti economici e sociali e di garantire il reciproco riconoscimento dei soggetti in campo. Allo scopo, la complessità della vita economica e sociale (in termini di varietà, variabilità, interdipendenza e indeterminazione) deve essere compressa, riducendo a standard le individualità e riportando il loro comportamento al programma prestabilito.
La crisi del fordismo, negli anni Settanta, scatta quando diventa chiaro che lo sviluppo economico e sociale genera, per sua natura, una complessità che – con la sua continua crescita – sfugge al controllo delle grandi organizzazioni che pure promuovono lo sviluppo delle utilità e dei consumi.
La complessità eccedente, negli ultimi decenni del secolo scorso, si manifesta sotto diverse forme: una domanda sempre meno condizionabile, che esplora varianti nuove, diverse da quelle dettate dal marketing; una concorrenza trans-nazionale che, con l’arrivo delle imprese giapponesi, sfugge alla logica collusiva tra giganti già affermati; una condizione di instabilità monetaria che altera i programmi di vendita e acquisto nelle relazioni internazionali. Emergono poi, sempre più importanti rivendicazioni dei lavoratori che promuovono esigenze delle persone, imponendo azioni non programmate (si pensi, in Italia, a tutto quello che ha voluto dire l’«autunno caldo»). Infine, dovendo operare in questo contesto in ebollizione, lo Stato – che doveva essere il mediatore in ultima istanza dei conflitti interni al paradigma – perde progressivamente la sua capacità di influenza e di direzione, aprendo ad una liberalizzazione dei mercati e dei rapporti sempre più complessa, capaci di minare la stabilità dei rapporti pre-esistenti.
La crisi, a partire dagli anni Settanta, si manifesta sotto forma di una esplosione di dinamiche non previste e fuori controllo, che fanno saltare i piani delle grandi aziende, incapaci di tenere dietro ai cambiamenti emergenti giorno per giorno. In questo contesto prendono forma le prime esperienze di successo di quello che è stato chiamato capitalismo post-fordista.
Quali sono i tratti peculiari di questo post-fordismo, soprattutto in termini di trasformazione del lavoro?
Il post-fordismo che, un po’ in tutti i paesi, emerge nel periodo di transizione 1970-2000, si caratterizza per la ricerca di un sistema tecnologico-produttivo capace di garantire risposte efficienti ma al tempo stesso flessibili, per fronteggiare la crescente complessità ambientale che le grandi aziende ereditate dal fordismo devono gestire.
Il primo passaggio per guadagnare margini di flessibilità senza alterare troppo le pre-esistenze è stato il downsizing, che contraddice la precedente regola dell’espansione maggiore possibile. Le maggiori imprese hanno infatti cominciato a decentrare a fornitori esterni tutta una serie di attività, eccedenti le loro consolidate routine e i loro programmi. Salvaguardando il nucleo centrale del sistema produttivo pre-programmato, si è cominciato a fare outsourcing di materiali, componenti, soluzioni, servizi e conoscenze esterne, ricorrendo a fornitori flessibili, in grado di adattare i loro processi in tempi ragionevolmente brevi e di accettare anche commesse di piccola scala o di carattere temporaneo.
Questi fornitori flessibili sono emersi, e si sono progressivamente auto-organizzati, in sistemi sociali in cui il mancato o ritardato sviluppo dell’industrializzazione fordista aveva lasciato in vita una base di piccola imprenditorialità e notevoli riserve di manodopera disponibile. Ad esempio, in Italia, condizioni del genere erano presenti nelle regioni che si sono industrializzate, con successo, solo nel periodo 1970-2000, come il Nordest (Veneto, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige) e il Centro italia (Emilia Romagna,Toscana, Umbria, Marche), completando il processo di industrializzazione che in precedenza si era concentrato nel Triangolo Industriale (Lombardia, Piemonte, Liguria).
Il capitalismo flessibile che, in questo modo, prende forma in risposta alla crisi del fordismo utilizza le iniziative imprenditoriali di piccole imprese industriali, di artigiani o commercianti, che rispondono alla nuova domanda di flessibilità espressa dal blocco delle grandi aziende ex fordiste (in crisi di rigidità). Nuove aziende di piccola e media scala crescono rapidamente in alcuni settori (tessile-abbigliamento, arredamento, meccanica, occhialeria ecc.), concentrandosi in alcuni luoghi, lontano dai centri industriali precedenti, e possono farlo nelle periferie utilizzando migliaia di lavoratori espulsi dall’agricoltura, per effetto dei nuovi processi di meccanizzazione del lavoro dei campi e di trasformazioni connesse.
Se nel capitalismo della grande impresa il mediatore cognitivo che rendeva la conoscenza replicabile (con le economie di scala conseguenti) era l’organizzazione gerarchica, che controllava l’intero ciclo dall’alto, nel capitalismo post-fordista che valorizza la flessibilità il motore della crescita ha invece due poli costitutivi:
- l’intraprendenza delle persone, che, dividendosi il lavoro (tra specialisti e clienti focalizzati sullo stesso settore) generano molte filiere locali di impresa diffusa, col risultato di sovrapporsi e competere in risposta alla domanda internazionale di flessibilità e di prodotti di nicchia;
- il territorio, che – per imitazione e condivisione – concentra e diffonde le conoscenze auto-prodotte dalle diverse esperienze in uno specifico settore di specializzazione, mettendo a disposizione degli imprenditori e dei lavoratori coinvolti (spesso indotti a «mettersi in proprio») un «capitale sociale» di sapere pratico e di relazioni interpersonali affidabili. Due condizioni che consentono a ciascun distretto di creare un sistema efficiente, ma al tempo stesso flessibile, di divisione del lavoro, capace di ri-usare la conoscenza informale sedimentata nell’esperienza del luogo.
Persone e territorio – che consentono l’efficiente divisione del lavoro tra le persone dotate di diverse competenze e funzioni nelle filiere distrettuali – danno luogo, col loro apporto ad un terzo paradigma della modernità (il capitalismo flessibile 1970-2000), seguendo una traiettoria non facile, in forza delle nuove contraddizioni emergenti.
La prima contraddizione deriva dalla forma spontanea di nascita del capitalismo territoriale, che inizialmente si sviluppa sotto traccia e lungo i sentieri a basso costo, appoggiati a forme poco visibili di sfruttamento del lavoro. Non a caso, nei primi anni post Settanta, molti degli osservatori che guardavano a quanto stava emergendo nei territori del primo post-fordismo, parlavano di «capitalismo del sottoscala», orientato a sfruttare il basso costo del lavoro a domicilio in aree povere, ad elevata disoccupazione. Non a caso, in certi territori, viene avviato un meccanismo perverso di segregazione di lavoro dipendente a basso costo, come accade nel distretto tessile di Prato, con migliaia di immigrati cinesi che sono confinati in spazi ristretti di vita e di lavoro e separati dal resto della popolazione locale.
Ma questo accade soprattutto nei difficili anni dell’avvio del nuovo paradigma. Con la crescita delle competenze e delle iniziative imprenditoriali del distretto, il capitalismo distrettuale nei molti luoghi della periferia industriale italiana porta, in seguito, alla valorizzazione del lavoro locale. Si realizza in questi luoghi un lento ma progressivo passaggio dall’agricoltura e dal vecchio terziario all’industria moderna. Inoltre, sulla base dell’esperienza fatta sul campo, nei distretti si apre per molti operai la possibilità di diventare imprenditori, mettendosi in proprio a svolgere lavori imparati come lavoratori dipendenti.
L’antagonismo tra lavoro e capitale, tipico del modello fordista, perde consistenza perché nei distretti industriali l’imprenditore, i suoi lavoratori dipendenti, i suoi fornitori specializzati fanno parte dello stesso ambiente culturale e sociale. Spesso il rapporto interpersonale consolida la relazione professionale, le rispettive famiglie si frequentano, tutti conoscono tutto di quello che accade intorno alle singole attività. Non solo: i lavoratori, differenziandosi per pratica professionale e storia individuale, non sono più riducibili al lavoro standard, ossia al tempo-lavoro del fordismo, indifferente alle qualità e alle aspirazioni dei singoli. Se il lavoro si individualizza, diventa meno facile aggregare centinaia o migliaia di lavoratori in rappresentanze sindacali e in contrattazioni di tipo collettivo.
D’altra parte, il potere contrattuale dei lavoratori assunti dalle diverse imprese del distretto aumenta man mano che la riserva di manodopera ex agricola si esaurisce, cosicché le imprese hanno interesse ad assumere e mantenere nel corso del tempo lavoratori fidelizzati, che si sono formati sul campo specifico in cui l’azienda opera.
In questo senso, i distretti non inibiscono il lavoratore, ma, per molti versi, lo promuovono a protagonista del proprio destino. La professionalità del lavoro cresce, infatti, con l’esperienza pratica di ciascuno e alimenta l’intelligenza e la creatività delle persone, impegnate in compiti che mutano in continuazione e che richiedono una forte capacità di adattamento e di relazione. Nei distretti industriali di maggiore successo, inoltre, i nuclei familiari possono uscire dalla povertà iniziale anche grazie al fatto che la crescita distrettuale crea posti di lavoro per tutti i membri adulti della famiglia, consentendo di sommare i redditi di ciascuno con quello dei familiari conviventi.
Nel corso degli anni Settanta e Ottanta, molti degli economisti più attenti alle novità del postfordismo (tra cui Giacomo Becattini, Sebastiano Brusco, Giorgio Fuà), contribuiscono a delineare, anche sul piano teorico, un paradigma di capitalismo di tipo nuovo, ancorato ai territori. Un capitalismo che dimostra di avere buone performance nel mercato competitivo, ma – come diverrà evidente in seguito – ha comunque un difetto fondamentale: si è affermato d’impulso, senza una grande consapevolezza dei fattori che hanno reso possibile il suo sviluppo durante un periodo particolare (il periodo 1970-2000), dopo decenni di emarginazione e sottovalutazione dei territori periferici e della piccola impresa.
Questa mancanza di auto-consapevolezza viene da Becattini paragonata al «volo del calabrone» che, pur avendo una conformazione fisica che sembra inadatta al volo, riesce lo stesso a volare. Infatti, essendo ignaro di questa diagnosi aprioristica, il calabrone contraddice ogni previsione, e prova a volare, riuscendoci. Ma non sa perché ci riesce.
Nei distretti, la scarsa auto-consapevolezza del «calabrone» che vola senza avere una chiara rappresentazione delle ragioni che, dal 1970 al 2000, gli hanno fornito il vantaggio competitivo, diventa un problema chiave quando, negli anni post-2000, la geografia dei vantaggi competitivi muta, per effetto dell’avvento delle tecnologie digitali, che consentono di sfruttare i vantaggi dell’interconnessione trans-territoriale, superando i confini dei micro-sistemi locali su cui erano cresciuti i distretti industriali.
Il digitale inventa altri modi di offrire la flessibilità che serve alle imprese per fronteggiare livelli crescenti di complessità: le filiere possono allargarsi a reti che vanno oltre il locale (con interconnessioni metropolitane, nazionali o globali); le persone possono e devono accedere a conoscenze che eccedono la propria esperienza pratica, a condizione che sappiano padroneggiare i linguaggi formali della comunicazione trans-territoriale; gli imprenditori possono guardare all’estero non solo per vendere, ma anche per sfruttare condizioni favorevoli di produzione trans-territoriale (dal punto di vista del costo del lavoro, del carico fiscale, delle disponibilità di risorse, della vicinanza ai mercati di sbocco ecc.).
Molte imprese leader o comunque impegnate in progetti innovativi reagiscono a questo nuovo scenario re-inventando il proprio business, attraverso un allargamento della propria filiera e dei riferimenti di mercato allo spazio internazionale, pur conservando nel sistema locale un nucleo portante composto delle attività in quei campi in cui è decisiva, e conveniente, l’integrazione col sapere e con le iniziative presenti nel territorio. Altre imprese, più resilienti, ridimensionano i propri investimenti e obiettivi, selezionando funzioni in cui conservano un vantaggio e adeguandosi al ripiegamento dei circuiti locali. Altre ancora cercano soluzioni di risparmio dei costi decentrando attività più o meno rilevanti in paesi a basso costo del lavoro (come l’Est europeo, la Cina e altri paesi asiatici).
Dal 2000 in poi, insomma, il postfordismo si sta re-inventando, anche nelle aree distrettuali. Il problema chiave che dovrebbe essere affrontato in maniera collettiva – e che spesso non riesce ad essere nemmeno messo a fuoco come dovrebbe – è tuttavia la necessaria trasformazione del capitale umano. Per avere persone (imprenditori e lavoratori) capaci di muoversi nelle nuove reti del business digitale servirebbe infatti un investimento massiccio in formazione professionale sia nella scuola che nel posto di lavoro. Le persone, abituate nei distretti ad usare il sapere pratico e le relazioni inter-personali dirette, devono oggi acquisire la capacità di gestire le conoscenze codificate, andando oltre la propria esperienza diretta, e di gestire rapporti interpersonali e trans-territoriali estesi oltre i confini distrettuali e nazionali.
Da questa insufficienza di investimento e di reazione strategica deriva una perdita di velocità dello sviluppo dei distretti rispetto ad altre forme di capitalismo post-fordista, agganciate alla traiettoria della digitalizzazione globale. Se in Italia la produttività e i livelli salariali sono rimasti indietro, negli ultimi venti anni, rispetto a quelli di molte altre nazioni, nostre concorrenti, è anche per questo venir meno dei nostri vantaggi distrettuali tipici, con il conseguente rallentamento della transizione verso le forme emergenti di capitalismo digitale.
Quella transizione è stata caratterizzata dalla crescita del lavoro autonomo che ha connotato l'economia italiana e soprattutto quella del Nordest. Attorno a queste forme di lavoro si è costruito un segmento importante di ceto medio. Che tipo di soggettività ne è emersa (in termini di valori, rapporto con il lavoro, rapporto con le istituzioni e la politica, ecc.) e come si è trasformata oggi?
La crescita distrettuale 1970-2000 genera un arricchimento importante in tutto il sistema italiano, che si industrializza in modo abbastanza omogeneo, salvo il Mezzogiorno. Lo sviluppo si traduce non solo in un consolidamento del reddito e della posizione professionale dei lavoratori dipendenti dell’industria, ma in una redistribuzione della ricchezza prodotta di scala più ampia. Nel corso degli anni, cresce infatti il numero degli imprenditori, e dei loro associati familiari o manageriali; cresce la rosa dei professionisti che seguono dall’esterno le aziende, fornendo servizi di assistenza e indirizzo quasi-manageriali; cresce il numero dei lavoratori dipendenti che in varie forme si autonomizza all’interno delle reti distrettuali, sviluppando ruoli di fornitura fidelizzata e ben pagata. Cresce anche il numero e la varietà degli operatori terziari che vendono servizi di varia natura, e – in genere – di bassa produttività, ad una domanda derivante dal benessere diffuso nel sistema sociale.
Inoltre occorre tenere presente la forma di auto-coscienza che si accompagna ai processi di promozione economica e sociale che le persone sperimentano nel corso del tempo: non solo c’è un forte attaccamento al lavoro che ciascuno compie nella filiera della produzione locale, ma c’è anche la convinzione che il successo ottenuto sia frutto dell’eccellenza imprenditoriale o professionale, nonostante questa convinzione nasca sulla base della propria esperienza soggettiva prima che dal confronto con altri modelli di capitalismo e di vita sociale, esterni al circuito locale e poco conosciuti.
La composizione socio-culturale abbastanza eterogenea, che ne risulta, rende difficile l’integrazione di interessi e di prospettive tra i diversi gruppi sociali, sia sul piano della rappresentanza sindacale che su quello della rappresentanza politica. Sul terreno dei rapporti di lavoro la dialettica di classe appare fuori luogo in un sistema in cui le posizioni individuali sono non solo differenziate e mutevoli, ma intrecciate in molteplici legami familiari, culturali, di co-produzione del valore. Sul terreno politico, la dialettica tra destra e sinistra viene oscurata dalla frammentazione di posizioni che alla fine converge sul centro, in una posizione di sostegno allo sviluppo spontaneo piuttosto che di correzione o indirizzamento strategico dello stesso.
Nel capitalismo distrettuale, lo Stato appare infatti lontano, e abbastanza estraneo alle forze (locali) dello sviluppo spontaneo. La politica ha dunque un forte baricentro locale, ed è abbastanza restia a svolgere ruoli di direzione o di sintesi, anche su base territoriale: basta pensare che le Agenzie per lo sviluppo dei diversi distretti tardano ad affermarsi nel corso del tempo, e prendono corpo solo sul finire del periodo d’oro 1970-2000. Fa eccezione, da questo punto di vista, soprattutto l’Emilia Romagna, che nel suo percorso sperimenta forme interessanti di integrazione tra iniziative politiche regionali e sviluppo spontaneo delle imprese nei settori di piccola e media impresa.
In generale, nel Nordest e nell’Italia distrettuale, si nota una debole presenza di politiche pro-attive, capaci di proporre traiettorie di crescita autonome – e correttive – rispetto a quelle dello sviluppo spontaneo. Questo, tuttavia, non è un grande problema fino a che lo sviluppo del capitalismo flessibile va avanti per via spontanea, senza richiedere forti cambiamenti. Ma, dal 2000 in poi, la carenza di iniziative importanti di tipo sindacale (per il rinnovamento del capitale umano) e di tipo politico (per investimenti consistenti in ricerca, istruzione, infrastrutture, sapere digitale) diventa un handicap, che si fa fatica a superare.
Oggi, delle teorizzazioni che provavano ad afferrare i nodi principali della transizione, cosa si può ritenere che abbia funzionato e cosa invece è risultato inadeguato?
In ogni processo di transizione importante, le iniziative dei soggetti si trovano ad operare nello spazio inerziale che si apre tra il «vecchio» che non funziona più e il «nuovo» che non funziona ancora. Questo è accaduto, in Italia, anche nella transizione digitale avviata nel 2000 e tuttora in via di svolgimento: nel capitalismo flessibile ereditato dal periodo 1970-2000, ci si rende conto dei limiti di quanto è stato ereditato dal passato, ma si fa fatica a trovare le idee e i mezzi per andare oltre con investimenti a rischio consistenti in capitale umano, reti di relazione, macchine e automatismi digitali, significati coerenti con la transizione in corso.
Quello che è ancora vitale tra i lasciti dell’esperienza distrettuale è l’avvenuta ri-personalizzazione delle imprese e dei lavoratori, superando la logica impersonale del lavoro standard e della razionalità oggettiva, propria delle imprese fordiste (radicate altrove).
Una parte del sistema produttivo e di consumo si è rapidamente adeguata a questa esigenza di transizione verso forme nuove di capitalismo in rete, andando avanti sulla strada che consente di sfruttare i vantaggi degli automatismi digitali e della trans-territorialità. La flessibilità creativa offerta in precedenza dalle imprese distrettuali deve infatti evolvere, in sintonia con il nuovo ambiente competitivo, aprendosi alla differenziazione del mondo globale e alle innovazioni tecnologiche più promettenti.
Rimane però un’altra parte del sistema che fatica a seguire le trasformazioni emergenti. Nella forbice tra vecchio e nuovo, si sono così create disuguaglianze importanti, tra impresa e impresa, tra lavoratore e lavoratore, tra luogo e luogo. Ricucire questa rete portando al centro dell’evoluzione creativa anche chi è rimasto ai margini dello sviluppo è un compito importante, sia per le imprese leader locali, che per le organizzazioni sociali di rappresentanza, sindacali e politiche.
A distanza di 30/40 anni dall'inizio di quella transizione è possibile definire in positivo un nuovo regime di regolazione e produzione successivo al fordismo?
Quando in un contesto dato prendono avvio cambiamenti importanti – di tipo tecnologico, innanzitutto, ma anche di tipo ambientale, demografico, sanitario, culturale ecc. – è inevitabile che le attenzioni di tutti si rivolgano ai problemi immediati che emergono in questo o quel settore, promuovendo azioni correttive che hanno un unico fondamentale limite: restano prigioniere di una forma di «presentismo», ossia di rincorsa verso rimedi a breve termine, mirati a confermare il presente in essere, debitamente rattoppato.
È quello che sta accadendo nella maggior parte dei campi e dei paesi, da quando la transizione in corso ha scompaginato i precedenti ruoli ed equilibri. Ma il «presentismo» è un rimedio assai poco efficace quando si tratta di fronteggiare una traiettoria di sviluppo spontaneo, spinto da cambiamenti di lungo termine, rispetto alla quale non basta inseguire i problemi di volta in volta emergenti.
Riprendendo un detto di Seneca, dobbiamo tenere a mente che «non c’è mai vento a favore per il marinaio che non sa qual è il suo porto». Se non si ha in mente una rotta da mantenere nel lungo periodo, si finisce quasi sempre per girare in tondo, seguendo le contingenze e rimanendo alla fine fermi dove si è arrivati. Occorre dunque adattarsi al mutare dei venti, ma facendo in modo di mantenere la direzione verso un porto di arrivo.
In effetti, il nostro problema, anche nella transizione attuale, è proprio quello di definire il porto verso cui pensiamo di potere e dovere andare, usando la forza della transizione digitale, ma, al tempo stesso, curandosi delle contraddizioni che essa introduce nei diversi aspetti che la nostra attenzione soggettiva ritiene rilevanti: contraddizioni ambientali (insostenibilità), sociali (disuguaglianze), culturali (perdita di senso e di condivisione in molti campi sensibili).
Da questo punto di vista, dobbiamo chiederci: dove ci sta portando la transizione digitale? E quali sono i margini di adattamento, che possano permetterci di andare avanti sanando, al tempo stesso, le contraddizioni emergenti?
A prima vista, il nuovo paradigma che ha preso forma con la digitalizzazione post-2000 sembra basarsi sui grandi moltiplicatori (della conoscenza codificata) che sfruttano la rete delle connessioni globali in tempo reale a costo zero o molto limitato. Sulla base di una leva del genere, il valore viene oggi creato soprattutto da grandi imprese che propongono standard innovativi, destinati a moltiplicare per migliaia o milioni di volte il ri-uso dei codici e degli algoritmi digitali impiegati.
In questa prospettiva dovremmo attenderci una seconda stagione per la produzione di massa (tipica del fordismo), questa volta basata sulla replicazione delle risorse immateriali in rete. Pensiamo, ad esempio, ai molti prodotti e servizi standard che hanno già da tempo invaso la rete, creando un sistema potente e ramificato di Big Business dotati di un potere quasi monopolistico nel loro campo di azione.
Ma, a ben vedere, questa prospettiva è limitata e, alla fine, distorcente. Il digitale non è infatti condannato a replicare la produzione di massa del fordismo, perché la sua base tecnologica è in grado di andare oltre la replicazione di standard prefissati. Grazie allo sviluppo di processi di machine learning, l’economia che impiega algoritmi e i dati digitalizzati è in grado di adattare le soluzioni e le trasformazioni fisiche per far fronte ad un certo grado (limitato, ma importante) di complessità. Si riesce ormai, in molti campi, a gestire a basso costo e in tempi rapidi un certo livello di varietà, di variabilità, di interdipendenza e di indeterminazione.
Questo significa che, dopo la fase iniziale (moltiplicazione globale degli standard di successo), la seconda fase della digitalizzazione che ci attende è quella della personalizzazione dei prodotti e dei servizi, in funzione di esigenze differenziate dei singoli user. I quali, in tal modo, tornano ad essere protagonisti dei processi di generazione di valore, anche se gli algoritmi digitali possono provare a profilare e indirizzare i desideri e i giudizi dei clienti.
Andando avanti, man mano che la moltiplicazione degli standard e la personalizzazione dei prodotti/servizi offerti diventeranno servizi banali, realizzabili a basso costo grazie alla mediazione di collaudati algoritmi digitali, il valore economico si sposterà su una fascia di desideri, esperienze, idee innovative che i singoli potranno mettere in cantiere, utilizzando a tal fine anche le tecnologie digitali come fonte di flessibilità facilmente modellabile e a basso costo. Lungo questa traiettoria, potrà emergere tra qualche tempo un capitalismo diverso, basato sull’esplorazione della complessità non ancora governata. Un capitalismo che utilizzerà come risorsa chiave l’intelligenza umana (e dunque il lavoro degli uomini) per interpretare, proporre visioni del possibile, prendere decisioni a rischio in tutti i campi dotati di rilevanza pratica o emotiva per i soggetti in gioco.
Se vogliamo fin da ora preparare quel momento, è importante definire sin da oggi quale deve essere il porto di arrivo alla transizione digitale in atto, sulla base di una visione del possibile che non si limiti a esaltare la potenza tecnologica o a mettere toppe su questo o quel deficit contingente. Ma che sia capace, invece, di prefigurare un nuovo paradigma coerente e condiviso verso cui indirizzare la modernità emergente nel prossimo futuro.
Enzo Rullani è Senior Researcher di Economia della conoscenza presso Ca' Foscari University Fellow della Venice International University. Socio Onorario della Società Italiana di Management. È autore di moltissimi volumi, tra questi ricordiamo: Il postfordismo. Idee per il capitalismo prossimo venturo, a cura di L. Romano e E. Rullani (Etas Libri, 1998); Economia e conoscenza. Creatività e valore nel capitalismo delle reti (Carocci, 2004); Il capitalismo personale. Vite al lavoro, con A. Bonomi (Einaudi, 2005); Modernità sostenibile. Idee, filiere e servizi per uscire dalla crisi (Marsilio Editore, 2010); Ri-personalizzazione e management nella transizione in corso, con R. Sebastiani, D. Corsaro, C. Mele (Angeli, 2020).
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