Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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20/01/2025

We are not robots – Tecnoluddismo 1/2

di Gioacchino Toni

Gavin Mueller, Tecnoluddismo. Perché odi il tuo lavoro, traduzione di Valerio Cianci, Nero, Roma, 2021, pp. 170, € 20,00

In Breaking Thing at Work: The Luddites Are Right About Why You Hate Your Job (Verso, 2021), tradotto da Valerio Cianci per le edizioni Nero, l’ottimismo tecnologico, sostiene Mueller, lungi dall’essere prerogativa di cinici miliardari come Jeff Bezos ed Elon Musk, lo si ritrova anche in ambienti di sinistra, ove «i cosiddetti accelerazionisti prevedono un comunismo di lusso pienamente automatizzato sulla scia delle più selvagge fantasie degli imprenditori della Silicon Valley» in continuità con una tradizione marxista poco propensa a criticare la tecnologia anche quando questa viene applicata in ambito lavorativo in maniera alienante.

Convinti della neutralità della tecnologia, molti marxisti hanno guardato quasi esclusivamente a chi disponesse del controllo su di essa (i lavoratori o il capitale), in alcuni casi giungendo persino a guardarla di buon occhio anche quando sottoposta al controllo del capitale in quanto «mezzo in grado di creare le condizioni per una trasformazione radicale proprio sotto al naso del datore di lavoro»; insomma, in vista del fine ultimo socialista, occorrerebbe saper accettare l’avanzamento tecnologico anche quando nel “breve” periodo – e poco importa se coincide con la vita lavorativa di intere generazioni – dovesse comportare conseguenze negative per gli stessi lavoratori (e l’ambiente in cui vivono).

Per quanto marxista, Mueller si pone nei confronti della tecnologia in maniera decisamente diversa rispetto ai tecnoentusiasti marxisti, mettendo in risalto le ricadute negative della massiccia applicazione delle tecnologie in ambito produttivo sui lavoratori, la propensione all’accentramento di ricchezza, dunque di potere, a vantaggio degli sfruttatori e la riduzione dell’autonomia dei lavoratori e della loro capacità di organizzarsi per tutelare i propri interessi. Se si è interessati al destino di queste persone e se si è mossi da principi egualitari, afferma Mueller, occorrerebbe essere «critici nei confronti della tecnologia e quindi prendere in considerazione tutti i frangenti in cui le persone, soprattutto i lavoratori, vi si sono opposte».

L’autore inizia il volume indagando la prospettiva politica propria dei tessitori inglesi ottocenteschi che hanno combattuto la riorganizzazione tecnologica del lavoro imposta dai capitalisti dell’epoca. Per quanto, anche a sinistra, siano stati a lungo dipinti come anacronistici ed irrazionali antimodernisti, i luddisti, scrive Mueller, «credevano che le nuove macchine fossero una minaccia al loro stile di vita, che sarebbero state in grado di distruggere le loro comunità e che, di conseguenza, la distruzione di quelle stesse macchine fosse una valida strategia per opporvi resistenza».

Guardare sotto una diversa prospettiva quelle lotte può contribuire a vedere quanto di buono c’è nel riemergere di pratiche luddiste anche ai nostri giorni. Scopo dichiarato dell’autore è mostrare come «il luddismo sia intellettualmente compatibile con il marxismo», non tanto come esercizio astrattamente filosofico, ma per testare la teoria marxista mettendola a confronto con le effettive pratiche dei lavoratori. Per fare ciò, continua lo studioso, è importante recuperare «gli esempi fondamentali di lotte in cui i lavoratori non si sono focalizzati esclusivamente sui loro nemici di classe (rappresentati da padroni o manager) ma anche sulle macchine utilizzate in quelle lotte».

«Che lo si ammetta o meno, buona parte della critica tecnologica contemporanea deriva da una prospettiva umanistica e romantica, dall’idea che la tecnologia ci abbia allontanato da qualche nostra componente essenziale, e che ci separi da ciò che ci rende umani». Il recupero della dimensione umana alienata dalle tecnologie di cui parlano diversi studiosi spesso si limita a riprendere la critica heideggeriana nei confronti della tecnologia (tecnica) al fine di riconquistare l’Essere “autentico”. Il limite evidente di tali prospettive, sostiene Mueller, è che il problema fondamentale della tecnologia riguarda piuttosto «il suo ruolo nella perpetrazione delle gerarchie e delle ingiustizie imposteci da proprietari d’industria, capi e governi. In poche parole, il problema della tecnologia è il suo ruolo nel capitalismo», il fatto che attraverso questa si sia di fatto ampliato a dismisura il tempo di lavoro, limitando l’autonomia dei lavoratori ed agendo in maniera predittiva nei loro confronti dividendoli.

«In tutta risposta, un’efficace strategia di lotta di classe dovrà necessariamente prendere di mira le macchine con cui si trova costretta a convivere», come è accaduto in diversi momenti storici. L’obiettivo dell’autore, evidentemente, non è quello di invitare a “sfasciare le macchine”, bensì quello di «dimostrare come i lavoratori stessi si siano più volte dimostrati luddisti nel corso delle loro lotte. Questo è vero tanto per gli autoproclamati seguaci di re Ludd all’alba del XIX secolo, quanto per tutti gli altri lavoratori che ne hanno seguito le orme nel corso degli anni. E vale anche per i lavoratori tecnologici più qualificati nell’epoca del computer». Anziché perdere tempo nel giudicare o biasimare tali lotte, scrive l’autore, occorrerebbe articolare una teoria a partire da esse.

Lo storytelling, fatto proprio anche dalla sinistra, che auspicava uno sviluppo tecnologico esponenziale in grado di correggere le storture presenti ha mostrato la sua inconsistenza; basti guardare a come le recenti innovazioni delle reti digitali, dell’automazione e dell’intelligenza artificiale siano accompagnate da esiti negativi per i lavoratori e per il Pianeta. Nel frattempo si sono manifestati in maniera crescente sentimenti ed episodi luddisti e anticapitalisti: è a partire da questi che, secondo Mueller si deve guardare per costruire un futuro migliore per tutti e tutte.

L’analisi attenta della stagione luddista ottocentesca contraddice la narrazione egemone che etichetta la resistenza alle macchine come tecnofoba, mossa da un’ingenua contrarietà al progresso. In realtà, scrive lo studioso, «le macchine industriali hanno sempre ispirato una particolare avversione non solo perché demolivano i modelli di vita tradizionali, ma anche perché logoravano e sfiancavano coloro che erano destinati a utilizzarle». Lungi dall’essere stata semplice tecnofobia, l’opposizione luddista alla tecnologia «non era contro le macchine in sé, ma contro la società industriale che minacciava il loro stile di vita, e che aveva trovato nelle macchine la propria arma principale».

La distruzione dei macchinari rappresenta soltanto una fra le tante tecniche utilizzate dai luddisti, riservata ai più intransigenti proprietari delle fabbriche, essa fa parte di una più ampia strategia volta ad implementare il potere dei lavoratori. Come ha mostrato lo storico Eric Hobsbawm1, le distruzioni delle macchine dei luddisti erano finalizzate all’ottenimento di un maggior potere contrattuale collettivo e deve essere considerata come espressione di una determinata composizione di classe: è attraverso «la distruzione dei macchinari che i luddisti si sono costituiti come classe, creando cosi legami di solidarietà», le varie forme di rivolta contro le macchine rappresentano dunque pratiche di organizzazione politica.

Nel caso dei luddisti si trattava perlopiù di lavoratori indipendenti la cui opposizione al loro assorbimento nelle fabbriche si coniugava ad altre forme di resistenza che avevano come obiettivo la salvaguardia di elementi specifici del loro stile di vita e delle loro comunità. Ovviamente non potevano organizzarsi allo stesso modo dei lavoratori di massa, e non limitavano le loro lotte al posto di lavoro. Questa classe invece si organizzo attorno a una figura mitologica e collettiva – re Ludd – e creo forme e pratiche di segretezza e di solidarietà comunitaria in modo da alimentare le lotte e al contempo proteggere chi vi prendeva parte. […] Gli attacchi organizzati ai macchinari delle fabbriche e la loro distruzione non erano parte di una strategia isolata – erano invece la trama stessa della resistenza, la fibra che univa i tessitori come classe. Era una pratica di solidarietà.2.

Mueller si sofferma anche sulla resistenza operaia all’introduzione del taylorismo a partire dal celebre  sciopero spontaneo dell’11 agosto del 1911 degli operai dell’arsenale di Watertown in risposta al licenziamento di uno di loro che si era rifiutato di farsi cronometrare dai solerti responsabili della “verifica scientifica” della tempistica produttiva. La mobilitazione comportò la sospensione del taylorismo e la riassunzione dell’operaio. Il cronometro rappresentò la macchina per eccellenza del nuovo sistema di organizzazione del lavoro e con esso delle attività operaie.

Se fino ad allora i lavoratori detenevano il monopolio delle conoscenze necessarie all’organizzazione ed al funzionamento dei meccanismi produttivi, tanto da poter contrarre o dilatare i tempi a piacimento, il nuovo sistema produttivo fondato sull’organizzazione scientifica del lavoro, di fatto, più che a determinare metodi di lavoro ideali, mirava ad esautorare il controllo operaio sulla produzione, dunque a toglier loro potere. «La terminologia moderna della “scienza” e dell’“efficienza” mascherava il desiderio di disciplinare e controllare i lavoratori». L’organizzazione scientifica, scrive lo studioso, più che una «scienza dell’efficienza» si è rivelata «un programma politico per rendere i lavoratori soggetti docili e obbedienti». Non a caso «le priorità produttive» durante la seconda guerra mondiale «erano la costanza e il controllo, non la riduzione delle tempistiche o il risparmio di denaro, benché il controllo della domanda e dei salari durante il periodo bellico riuscissero in ogni caso a mantenere in attivo i fondi delle industrie».

Che negli Stati Uniti l’obiettivo principale nelle fabbriche durante il periodo bellico fosse il controllo ben più che l’efficienza è chiaramente comprensibile se si pensa che nel corso degli anni Quaranta il numero di scioperi, spesso attuati senza preavviso, superò quello della Grande Depressione, tanto che per qualche tempo negli stabilimenti Ford si arrivò in media a scioperare a giorni alterni. Per arginare un tale livello di conflittualità, che rischiava di aumentare con il reinserimento dei militari di ritorno dalla guerra, oltre alla repressione diretta si fece ricorso anche a qualche apparente concessione sotto forma di accordo con le principali organizzazioni sindacali affinché i salari fossero sempre più strettamente legati alla produttività, dunque all’accettazione dei macchinari e dei sistemi di automazione sui luoghi di lavoro nonostante ciò portasse ad una sottrazione del sapere operaio nella gestione dei processi produttivi e con esso del potere contrattuale.

Alla Bethlehem Steel, in Pennsylvania, ove intraprese i suoi primi esperimenti di riorganizzazione del lavoro, Taylor si trovò a fare i conti con una lunga serie di guasti alle macchine provocati dai lavoratori. Dopo la scomparsa di Taylor nel 1915, scrive Mueller, a portare avanti la sua rivoluzione furono paradossalmente i sindacati operai.

Agli inizi del XX secolo, i leader marxisti dei movimenti operai vedevano le tecnologie capitaliste e la gestione scientifica allo stesso modo di Taylor: si trattava di una tecnica obiettiva di incremento della produzione, e quindi di miglioramento della condizione dei lavoratori. Fondandosi su un’interpretazione particolare della teoria marxiana, credevano che il capitalismo, nella sua incessante ricerca di profitto, garantisse l’aumento della produttività grazie a innovazioni tecnologiche competitive e all’elaborazione di metodi lavorativi sempre più efficienti. Queste scoperte non avevano una politica intrinseca: la tecnologia era neutra e sarebbe stato possibile appropriarsene sottraendola al capitale privato e affidandone il controllo allo Stato, che l’avrebbe di conseguenza usata per l’emancipazione operaia dal logorio della vita lavorativa.

Insomma, scrive Mueller, «per la teoria marxista ortodossa, la produzione socialista era già contenuta nei modi di produzione capitalisti, a patto che questi avessero continuato a svilupparsi». La fiducia che i teorici marxisti riponevano nella tecnologia e nella scienza della produzione e più in generale nel progresso, si trovò spesso in contrasto con l’attività pratica dei lavoratori. Mentre il taylorismo si diffondeva nelle fabbriche statunitensi, a differenza delle leadership dei partiti e dei principali sindacati di sinistra, i militanti dell’Industrial Workers of the World (IWW) compresero immediatamente le ricadute nefaste dell’organizzazione scientifica del lavoro sulla classe operaia, tanto da agire di conseguenza con i più diversi atti di sabotaggio.

Dopo aver tratteggiato il dibatto interno alla Seconda internazionale e le scelte prese dall’Unione Sovietica a proposito della tecnologia, del processo lavorativo e delle produttività, Mueller si sofferma sull’azione autonoma dei lavoratori statunitensi ed europei nelle lotte contro l’automazione nell’era postbellica, quando, non badando agli inviti alla cautela e alla pazienza delle maggiori organizzazioni sindacali, i lavoratori abbandonavano le postazioni di lavoro o manomettevano i macchinari. Negli Stati Uniti, tra le fila di questi operai in lotta contro l’automazione, ricorda Mueller, «c’era posto per chi spesso veniva marginalizzato dai movimenti dei lavoratori ufficiali, ossia le donne e gli afroamericani – a cui, per altro, dobbiamo buona parte delle più efficaci analisi critiche sulle nuove tecnologie».

Nel corso degli anni Sessanta, ricorda lo studioso, «nelle loro analisi e nelle loro politiche i maggiori gruppi radicali neri assegnarono un’importanza fondamentale alla critica della tecnologia. Capirono che la ricomposizione della forza lavoro innescata della tecnologia avrebbe segnato il destino delle loro lotte». Non a caso nel 1972 le Black Panther aggiornarono il loro programma inserendo il «controllo delle nuove tecnologie da parte delle comunità». Anche in ambito femminista furono numerose le denunce di come la tecnologia, nella sfera domestica come in fabbrica, rafforzasse la divisione di genere del lavoro3.

Come avvenne per i tessitori, anche i lavoratori portuali americani si resero conto di come l’introduzione massiccia di tecnologia stesse minando il loro controllo sulle attività ed i legami di solidarietà. «L’automazione fu un vero e proprio rovesciamento del sistema portuale: nei porti ormai containerizzati, non solo erano necessari sempre meno scaricatori, ma, per via della drastica riduzione dei tempi di carico e scarico con il conseguente deprezzamento delle spedizioni marittime, divennero necessari sempre meno porti. Molte città, fra cui New York, videro i loro porti e le comunità che li animavano decimarsi nel giro di pochi anni».

Ad avere la meglio nel pensiero di sinistra sarà una visione che, quando non si limita ad accogliere acriticamente l’automazione nei processi produttivi con annesse finalità produttivistiche, giunge persino a farne una vera e propria apologia, tanto da vedere nel mito della “piena automazione” un passaggio obbligato per il superamento dello sfruttamento capitalista, come se i fini ultimi bastassero a redimere una routine di fabbrica fatta di fatica, parcellizzazione, alienazione e corsa contro il tempo.

Ai nostri giorni l’automazione – che agisce sulla forza lavoro «atomizzando e ricombinando i compiti, modificandone le richieste ed eliminando le occupazioni di fascia media» – comporta la sostituzione soprattutto del lavoro fisico ripetitivo e quello proprio delle posizioni manageriali intermedie.

Per esempio, i magazzini di Amazon utilizzano un sistema a gestione software per coordinare i lavoratori umani che selezionano uno specifico bene e i robot che invece si occupano dello spostamento di grandi scaffali. Gli algoritmi sostituiscono le posizioni organizzative intermedie, comportando la polarizzazione della forza lavoro, fatta di dirigenti sempre più ricchi e potenti e lavoratori declassati che non sono sostituibili dalle macchine, ma da altri lavoratori: in sostanza manodopera tranquillamente rimpiazzabile all’occorrenza.

Nel dopoguerra, attorno all’automazione si consumarono accese discussioni in seno alla sinistra. Sebbene i lavoratori si fossero a più riprese rivoltati contro l’introduzione di nuove tecnologie nell’ambito lavorativo, non di rado le organizzazioni sindacali hanno in qualche modo collaborato con i datori di lavoro «per assoggettare l’irrequieta forza lavoro alle macchine. Con l’intensificazione dell’attivismo nel corso degli anni Sessanta, il capitale ha accelerato il processo di cambiamento tecnologico come parte di una ristrutturazione globale radicata nelle varie destabilizzazioni dell’ordine postbellico. Al centro di tali cambiamenti c’era una tecnologia che le controculture accolsero con fascinazione e terrore: il computer».

[continua]

We are not robots – serie completa

Note

  1. Eric Hobsbawm, The Machine Breakers, “Past and Present”, n. 1, 1952. 

  2. A tal proposito si veda Peter Linebaugh, King Ludd and Queen Mab Machine-Breaking, Romanticism, and the Several Commons of 1811-12, PM press, Oakland, CA, 2012. 

  3. Cfr.: Selma James, Mariarosa Dalla Costa, The Power of Women and the Subversion of Community, Falling Wall Press Limited, Bristol, 1975; Ruth Schwartz Cowan, More work for mother: The Ironies of Household Technology from the Open Hearth to the Microwave, Basic Books, New York, 1983.

Fonte

06/01/2025

Braverman, il capitale monopolistico e l'IA: il lavoratore complessivo e la riunificazione del lavoro

Monthly Review di dicembre celebra il cinquantesimo anniversario dell'opera fondamentale di Harry Braverman, Labor and Monopoly Capital (Monthly Review Press, 1974), con questa recensione di John Bellamy Foster che esplora le connessioni tra il “lavoratore complessivo”* (collective worker) di Marx, lo “scienziato collettivo” di Braverman e la lotta contro la degradazione del lavoro nell'era digitale.

* [N.d.T. "Collective worker", qui tradotto con "lavoratore complessivo" - vedi anche la recente traduzione di "Il capitale Libro1", curata da Roberto Fineschi e pubblicata da Einaudi nel 2024 - è da altri tradotto con "lavoratore collettivo" o "operaio complessivo."

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Il tema dell'automazione associata agli algoritmi progettati per i computer, che incrementa la possibilità che macchine intelligenti sostituiscano il lavoro umano, esiste da più di un secolo e mezzo; a partire dal progetto della macchina differenziale di Charles Babbage (1822), e della celebre definizione di "general intellect" nei Grundrisse di Karl Marx, a cui seguì il successivo concetto di “lavoratore complessivo” presente nel Capitale.[1] Tuttavia, è stato solo con l'ascesa del capitalismo monopolistico – alla fine del diciannovesimo e all'inizio del ventesimo secolo – che l'industria su larga scala e l'applicazione della scienza all'industria sono state in grado di introdurre all'interno della produzione, la sussunzione “reale” del lavoro, in contrapposizione a quella “formale”.[2] In questo modo la conoscenza del processo lavorativo è stata sistematicamente sottratta ai lavoratori e concentrata nel management, in modo tale che il processo lavorativo potesse essere progressivamente scomposto e sussunto in una logica dominata dalla tecnologia delle macchine. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, con il consolidamento del capitalismo monopolistico e lo sviluppo della cibernetica, del transistor e della tecnologia digitale, l'automazione della produzione – e in particolare quella che oggi chiamiamo Intelligenza Artificiale (IA) – rappresenta una crescente minaccia per il lavoro.

Kurt Vonnegut nel suo romanzo Piano meccanico (1952) si basa sulla sua esperienza lavorativa alla General Electric. Ambientato in un futuro prossimo, nell'immaginaria città di Ilium, nel nord dello Stato di New York, Piano meccanico descrive una società che è stata interamente automatizzata, con la sostituzione di quasi tutti i lavoratori della produzione. Su una sponda del fiume che divide la città, in un'area nota come Homestead, vive la massa della popolazione, compresi tutti coloro che non hanno ottenuto un punteggio sufficientemente alto in una serie di test nazionali, e che sono in gran parte inattivi o impiegati nell’esercito e in progetti di ricostruzione e bonifica nei pochi lavori commerciali rimasti. Complessivamente, la popolazione sopravvive con un reddito di base universale, fissato a livelli molto inferiori al salario che i lavoratori non qualificati ricevevano in passato, beneficiando di televisori da ventotto pollici. Sull'altra sponda del fiume vivono gli ingegneri, i manager e i funzionari che si occupano dei macchinari di produzione, o che gestiscono gli affari pubblici. Il romanzo è incentrato sulle vicende di Paul Proteus, uno stimato ingegnere che dopo aver attraversato il ponte per raggiungere Homestead, incontra delle persone e rimane coinvolto in una rivolta di massa. All'inizio del romanzo, Proteus spiega che «la Prima Rivoluzione Industriale ha svalutato il lavoro muscolare, poi la Seconda ha svalutato il lavoro intellettuale ordinario», mentre la prevista Terza rivoluzione industriale si baserà su «macchine computerizzate che svalutano il pensiero umano» e decentrano «il vero lavoro intellettuale». L'intelligenza umana sarà sostituita dalle macchine o da quella che pochi anni dopo la pubblicazione del romanzo di Vonnegut sarà chiamata “intelligenza artificiale”.[3]

Piano meccanico era un frutto della diffusa preoccupazione per l'automazione vissuta negli anni Cinquanta. Nel novembre del 1958, The Nation pubblicò un articolo intitolato “The Automation Depression”, che manifestò una risposta fuorviante alla breve crisi economica del 1957-1958.[4] All’epoca, le preoccupazioni manifestate da The Nation e da altre pubblicazioni degli anni Cinquanta, circa la possibilità che l'automazione potesse creare una disoccupazione di massa, erano per lo più esagerate. Tuttavia, era una preoccupazione del tutto razionale, dovuta al riconoscimento che la crescita dell'industria su larga scala – insieme alla rivoluzione tecnico scientifica ad essa associata (e all'emergente Terza rivoluzione industriale [o digitale]) – rappresentava un'alterazione fondamentale del rapporto tra lavoro e capitale. Sollevava questioni che risalgono alla Prima Rivoluzione Industriale del diciannovesimo secolo e che oggi stanno riemergendo in uno stadio di sviluppo ancora più avanzato con la diffusione dell'Intelligenza Artificiale generativa.

Forse l'analisi più perspicace dello stato generale dell'automazione e del suo rapporto con il lavoro negli anni Cinquanta, si deve all'economista marxista e redattore della Monthly Review, Paul M. Sweezy, che nel 1957 scrisse una monografia anonima intitolata The Scientific-Industrial Revolution, per la Model, Roland & Stone, una società di investimenti di Wall Street. In questa relazione, Sweezy sosteneva che mentre la macchina a vapore aveva avviato la Prima Rivoluzione Industriale, la rivoluzione scientifico-industriale (o scientifico-tecnica) era stata avviata dalla scienza stessa, con uno sviluppo che è stato reso possibile dall'ascesa del capitale su larga scala. Questo ha dato origine allo “scienziato collettivo”, un concetto che Sweezy ha ripreso da quello di lavoratore complessivo di Marx. Riferendosi all'automazione, Sweezy ha spiegato che “il processo lavorativo”, in cui le macchine erano sempre più incorporate, era caratterizzato da “un ciclo” di informazioni che coinvolgeva sia i lavoratori che le macchine. «Quando l'essere umano viene sostituito da uno o più dispositivi meccanici, il ciclo si chiude. Il sistema è stato automatizzato».[5]

In questo caso, Sweezy faceva riferimento a una conferenza dell'ingegnere, inventore e curatore scientifico statunitense, Vannevar Bush, in cui teorizzava la possibilità che un'auto a guida autonoma avrebbe seguito la linea bianca sulla strada anche dopo che il conducente si fosse addormentato. Secondo Sweezy, le implicazioni economiche e sociali di un livello così elevato di automazione con macchine intelligenti sono dovute principalmente al trasferimento del lavoro. «Lo scopo dell'automazione», scriveva, «è quello di ridurre i costi. In tutti i casi lo fa risparmiando lavoro. In alcuni casi, risparmia anche capitale». Con l'avvento del transistor, le possibilità tecnologiche di espansione sembravano infinite. Sweezy prevedeva che i computer sarebbero diventati non solo più affidabili, ma anche “tascabili”. Erano realizzabili anche dei radiotelefoni mobili che operavano attraverso le reti, e che potevano essere ridotti a dimensioni ancora più piccole del computer tascabile, tanto da poter essere tenuti al polso. La rivoluzione tecnico-scientifica, l'automazione e le macchine intelligenti più versatili comportavano uno «spostamento verso i profitti» e in generale, una riduzione dei salari. Questo determinava anche il possibile spostamento di milioni di lavoratori.[6]

La questione della crescita della produttività associata all'automazione ha portato alla pubblicazione, nel 1964, del documento “The Triple Revolution”, presentato al presidente Lyndon B. Johnson dalla Ad Hoc Committee on The Triple Revolution. In quel documento, la principale risposta a ciò che si manifestava come la rottura della connessione reddito-lavoro, e come il risultato del crescente esubero di lavoratori industriali, era la promozione di un reddito di base universale. A tutto ciò si opposero con forza Leo Huberman e Paul Sweezy, in un articolo, “The ‘Triple’ Revolution”, pubblicato su Monthly Review  del novembre 1964. Essi consideravano il reddito di base universale una politica miope, come quella descritta nel romanzo di Vonnegut, che avrebbe portato a una popolazione dipendente e demoralizzata, ridotta a vivere di un sistema assistenziale enormemente diffuso ma cronicamente carente. Al contrario, essi sostenevano un movimento più rivoluzionario verso il socialismo, attraverso la proprietà pubblica dei mezzi di produzione e l'adozione della pianificazione da parte dei lavoratori, per i lavoratori.[7]

Tuttavia, nessuno di questi temi fu ripreso da Paul A. Baran e Paul Sweezy nel loro Il capitale monopolistico, che fu completato nello stesso anno in cui si svolse il dibattito sulla Triplice rivoluzione (Baran morì nel marzo 1964 e Sweezy evitò di introdurre nuovi elementi nel libro, quando fu pubblicato nel 1966). Il Capitale monopolistico dava per scontati gli alti tassi di sfruttamento e di produttività dell'industria monopolistica-capitalistica, testimoniati da una «tendenza all'aumento del surplus». Baran e Sweezy si fermarono deliberatamente di fronte all'analisi della trasformazione del «processo lavorativo» e delle «conseguenze che hanno avuto i particolari tipi di cambiamento tecnologico, caratteristici del periodo monopolistico-capitalistico».[8] Piuttosto di affrontare questi temi, ammisero che questi aspetti andavano oltre i limiti autoimposti dal loro studio e che avrebbero dovuto essere affrontati in una più completa trattazione del capitalismo monopolistico.

Effettivamente, negli anni Sessanta, la vera natura del processo lavorativo non è mai stata affrontata in modo sistematico né dalla sinistra, né dalla scienza sociale borghese.[9] Si dava semplicemente per scontato che una tecnologia più avanzata, vista come un fatto compiuto, migliorasse le capacità dei lavoratori, pur minacciando una disoccupazione sempre più elevata. Le discussioni sull'alienazione, influenzate da Marx, vedevano l'incessante meccanizzazione e automazione della produzione, come una “catastrofe dell'essenza umana”, secondo le parole di Herbert Marcuse.[10] Tuttavia, mancavano critiche significative e approfondite del processo lavorativo nel capitalismo monopolistico.

Paul Sweezy, nella sua prefazione a Lavoro e capitale monopolistico. La degradazione del lavoro nel XX secolo (1974) di Harry Braverman, metteva in evidenza questa manchevolezza nell'analisi del processo lavorativo descritta ne Il capitale monopolistico, mentre vedeva l'opera di Braverman come un modo per colmare questa enorme lacuna.  «Vorrei risultasse ben chiaro», scrisse,

che il motivo per cui Baran e io non tentammo in alcun modo di colmare tale lacuna non risiede soltanto nell'impostazione da noi adottata. Un'altra ragione, più sostanziale, nasceva dal fatto che mancavamo della competenza necessaria. Un genio come Marx era in grado di analizzare il processo lavorativo in regime capitalistico senza esservisi mai trovato direttamente coinvolto, e di farlo con una penetrazione e una vivacità ineguagliate. Ma per i mortali di minor statura, l'esperienza diretta è una conditio sine qua non,  come i deprimenti risultati degli "esperti" e delle "autorità" accademiche in questo settore attestano con eloquenza. Baran e io non possedevamo tale esperienza diretta, di così fondamentale importanza, e se ci fossimo avventurati nell'argomento saremmo con tutta probabilità divenuti vittime dei tanti miti ed errori cui gli ideologi del capitalismo hanno instancabilmente dato vita. Dopo tutto, non c'è altro argomento per il quale sia altrettanto importante  (per il capitalismo) nascondere la verità. A riprova della nostra ingenuità citerò solo un esempio: il fatto di aver tranquillamente bevuto il mito di un enorme declino della percentuale delle forze di lavoro non qualificate nel corso degli ultimi cinquant'anni.[11]

Al contrario, Braverman aveva una vasta esperienza del processo lavorativo del capitalismo monopolistico, ed era in grado di combinarla con una comprensione straordinariamente profonda della descrizione della giornata lavorativa descritta da Marx nel Capitale, unita a un’indagine dell'intera storia del management moderno e dello sviluppo di macchinari che consentono di risparmiare lavoro.[12] Tuttavia, mentre Lavoro e capitale monopolistico è servito a colmare il vuoto lasciato da Il capitale monopolistico di Baran e Sweezy, Braverman ha contemporaneamente acquisito la descrizione della rivoluzione tecnico-scientifica sviluppata nella relazione di Sweezy, insieme all'analisi generale de Il capitale monopolistico, come base storicamente specifica della propria analisi.[13] Cinquant'anni dopo la pubblicazione, Lavoro e capitale monopolistico resta il punto di partenza essenziale per l'analisi critica del processo lavorativo nel nostro tempo, in particolare rispetto all'attuale automazione basata sull'intelligenza artificiale.

Marx, Braverman e il lavoratore complessivo


L'argomentazione di base di Braverman, in Lavoro e capitale monopolistico, è ormai abbastanza nota. Basandosi sulla teoria del management del diciannovesimo secolo, in particolare sul lavoro di Babbage e di Marx, Braverman è stato in grado di estendere l'analisi del processo lavorativo, facendo luce sul ruolo della gestione scientifica introdotta nel capitalismo monopolistico del ventesimo secolo da Fredrick Winslow Taylor e altri. Charles Babbage, Andrew Ure, il teorico del management del diciannovesimo secolo, Marx e Taylor, avevano tutti considerato come prioritaria la divisione del lavoro pre-meccanizzato, e base per lo sviluppo del capitalismo delle macchine. Così, la logica di una divisione del lavoro sempre più dettagliata, come quella descritta nel celebre esempio dello spillo da parte di Adam Smith, poteva essere vista come antecedente e logicamente precedente all'introduzione delle macchine.[14] Nel caso di Babbage, l'esempio dello spillo di Smith è stato ripreso per rendere conto sia dell'economia manifatturiera (il primo sistema di fabbrica in cooperazione) che dell'industria moderna (o macchinofattura). La logica della divisione capitalistica del lavoro ha posto le basi per la progettazione dei primi computer calcolatori di Babbage, finalizzati allo sviluppo progressivo della divisione dettagliata del lavoro come mezzo per promuovere il plusvalore. Quindi, c'è una connessione diretta tra la divisione dettagliata del lavoro, l'automazione e lo sviluppo del computer, nell’emergente teoria del management della Rivoluzione Industriale del diciannovesimo secolo. [15]

Sulla scia di Marx, Braverman ha riportato il “principio di Babbage” nella discussione contemporanea sul processo lavorativo nel capitalismo monopolistico della fine del ventesimo secolo, definendolo: «la legge generale della divisione capitalistica del lavoro». Secondo questo principio (spesso diviso in due parti), la divisione del lavoro in condizioni capitalistiche consisteva nel determinare (1) la minor quantità di lavoro necessario per ogni singolo compito, scomposto nelle sue componenti più piccole, generando così (2) un risparmio del costo del lavoro, dal momento che a ogni singola attività poteva essere assegnata la quantità più conveniente di lavoro necessario per il suo compimento.[16]

Babbage descriveva i vantaggi della divisione del lavoro nell’assegnazione delle attività meno impegnative (considerate, all'epoca, come quelle richiedenti meno sforzo muscolare e meno abilità) al lavoro femminile o minorile, più economico rispetto al lavoro maschile adulto, il tradizionale lavoro artigianale.[17] «Dividendo il lavoro da eseguire in diversi processi, ciascuno dei quali richiede diversi gradi di abilità o forza», scriveva Ure, il proprietario «può acquistare esattamente la quantità necessaria di entrambi per ciascun processo».[18] «L'intera tendenza dell'industria manifatturiera», secondo Ure, era, se non destinata a sostituire del tutto il lavoro umano, almeno un mezzo con cui «diminuire il suo costo sostituendo l'industria delle donne e dei bambini a quella degli uomini, o quella degli operai ordinari agli artigiani addestrati».[19]

«Nella mitologia del capitalismo», scrive Braverman,

il principio di Babbage viene presentato come uno sforzo per «salvaguardare le specializzazioni meno comuni» assegnando ai lavoratori qualificati dei compiti che «solo loro possono eseguire», in modo da non sprecare «le risorse sociali». Esso è fatto passare per una risposta alla «penuria» di lavoratori qualificati o di persone tecnicamente preparate, il cui tempo va impiegato «efficientemente» a vantaggio della «società». Ma per quanto tale principio possa a volte manifestarsi sotto forma di risposta alla scarsità di manodopera qualificata – per esempio durante le guerre o in altri periodi di rapida espansione della produzione – questa giustificazione suona del tutto falsa. Il modo capitalista di produzione distrugge sistematicamente le qualificazioni complessive, laddove esistono, e crea qualificazioni e occupazioni corrispondenti ai suoi interessi. Perciò le capacità tecniche vengono distribuite sulla base di una rigida «necessità di sapere». La distribuzione generalizzata della conoscenza del processo produttivo fra tutti quanti partecipano ad esso diventa, da questo punto di vista, non semplicemente «superflua», ma un deciso ostacolo al funzionamento del modo capitalistico di produzione.[20]

Con il procedere della divisione dettagliata del lavoro, come la descriveva Marx nella sua critica della produzione capitalistica, le macchine venivano introdotte per sostituire la manodopera, avviando una produzione potenzialmente automatica, relegando contemporaneamente masse di lavoratori nel "surplus relativo  della popolazione" (o esercito salariale di riserva), per diminuire il costo del lavoro in generale. L'operaio, se ancora presente, veniva ridotto ad appendice della macchina. Questa tendenza era evidente, come sottolineato da Marx, nel fatto che la stragrande maggioranza dei lavoratori dell'industria tessile, al centro della Rivoluzione industriale inglese, erano donne e bambini che venivano super sfruttati e ricevevano solo una piccola frazione del salario dei lavoratori artigianali maschi che sostituivano, insufficiente per la loro sussistenza. Tutto questo alimentava lo sviluppo dell'industria meccanica e l'ulteriore sfruttamento dei lavoratori, le cui condizioni – sia che i loro salari fossero alti o bassi – erano sempre più svantaggiate rispetto all'enorme apparato produttivo generato dal lavoro collettivo, che si imponeva loro come un peso morto che aumentava il loro sfruttamento e la loro sostituzione con le macchine.[21]

Tuttavia, per sviluppare ulteriormente la divisione del lavoro era necessario abbattere la resistenza dei lavoratori, con l'ausilio della scienza come controllo diretto della produzione. Ciò ha consentito quella che Marx ha definito la sussunzione reale, e non solo formale, del lavoratore all'interno del processo di produzione capitalistico. Come afferma Matteo Pasquinelli in The Eye of the Master: A Social History of Artificial Intelligence: «Marx era esplicito: la nascita della tecnologia è un processo emergente guidato dalla divisione del lavoro», mentre l'applicazione del principio di Babbage indicava la strada verso l'automazione e il dominio della macchina come mezzo per un maggiore sfruttamento del lavoro.[22]

L'incorporazione della scienza, personificata da quello che Sweezy avrebbe chiamato “lo scienziato collettivo”, come nuovo potere emergente all'interno della produzione capitalistica, era di fatto possibile solo con le economie di scala e l'estensione del mercato, associate alla crescita della mega corporation del capitalismo monopolistico. Il semplice management – da parte del proprietario e di una manciata di sorveglianti, nel capitalismo libero e competitivo delle piccole imprese – non sarebbe stato più sufficiente a mantenere la redditività nelle nuove condizioni della mega corporation multidivisionale, conseguente alle massicce ondate di fusioni societarie avvenute alla fine del diciannovesimo e all’inizio del ventesimo secolo.[23]

Il nuovo management è stato rappresentato al meglio da Taylor, tanto che il management scientifico e il taylorismo sono diventati sinonimi. Il taylorismo è stato riassunto da Braverman in tre principi distinti: (1) “dissociazione del processo lavorativo dalle competenze dei lavoratori”, (2) “separazione tra progettazione ed esecuzione” e (3) “uso del monopolio della conoscenza per controllare ogni fase del processo lavorativo e della sua esecuzione”. Sebbene Taylor sostenesse che gli aumenti salariali fossero parte integrante del sistema – almeno nelle prime fasi dell'applicazione della gestione scientifica in un determinato settore – l'obiettivo generale, per gli imprenditori, era quello di ridurre i costi del lavoro per unità. «Taylor», ha scritto Braverman, «comprese il principio di Babbage meglio di chiunque altro ai suoi tempi, e fu sempre in cima ai suoi calcoli... . Nel suo primo libro, Shop Management [1903], disse francamente che le 'piene possibilità' del suo sistema [di gestione scientifica] non saranno state realizzate fino a quando quasi tutte le macchine dell'officina non saranno gestite da uomini di minor calibro e capacità, e che quindi sono più economici di quelli richiesti dal vecchio sistema». Il contributo distintivo di Taylor fu quello di articolare un imperativo manageriale su larga scala per un maggiore controllo del lavoro, da attuare principalmente attraverso la dequalificazione. Quindi, all'interno del taylorismo, sosteneva Braverman, «si nasconde una teoria che non è altro che l'esplicita verbalizzazione del modo di produzione capitalistico».[24]

Secondo Braverman, la logica pienamente contraddittoria del modo di produzione capitalistico e le possibilità di una risposta socialista rivoluzionaria, emersero solo con la meccanizzazione e l'automazione, oltre all'introduzione dell'Intelligenza Artificiale (una forma più avanzata di automazione) all'interno della produzione monopolistico-capitalistica. L'analisi di Braverman si basa fondamentalmente sul concetto di "lavoratore complessivo", che Marx ha utilizzato come categoria per comprendere la totalità della suddivisione dettagliata del lavoro, la gerarchia del lavoro e l'incorporazione della conoscenza del lavoro nelle macchine. Anche nel contesto di livelli più elevati di meccanizzazione, associati alla dequalificazione e alla sostituzione dei lavoratori, il processo lavorativo, secondo Marx, rimaneva organicamente, e in termini di valore-lavoro come base, essenzialmente lo stesso.[25]

L'analisi del lavoratore complessivo, trattata da Marx nel Capitale, va oltre quella del general intellect, esposta circa un decennio prima nei Grundrisse. Nel celebre “Frammento sulle macchine” dei Grundrisse, il general intellect viene incorporato nelle macchine e porta, con lo sviluppo dell'automazione, all'apparente eliminazione della forza lavoro, e persino del valore-lavoro.[26] Lo stesso Braverman aveva fatto riferimento, in Lavoro e capitale monopolistico, all'affermazione presente nel “Frammento sulle macchine” dove Marx aveva scritto: «Il processo di produzione ha cessato di essere un processo di lavoro inteso come un processo dominato e governato dal lavoro».[27] In discussioni recenti, il "Frammento sulle macchine" è stato talvolta utilizzato erroneamente per sostenere che Marx vedeva la teoria del valore-lavoro come gradualmente sostituita dalla produzione meccanica e dall'automazione.[28] Tuttavia, ciò è stato smentito dalle analisi di come il successivo concetto di "lavoratore complessivo" di Marx abbia demistificato l'intero processo di meccanizzazione e automazione, dimostrando sia la continua centralità del lavoro che la teoria del valore-lavoro.[29]

L'approccio di Braverman all'apparente contraddizione associata alla sussunzione del processo lavorativo alla macchina fu quello di concentrarsi esattamente sul concetto di “lavoratore complessivo” di Marx, non solo per spiegare la permanente centralità del lavoro nella produzione, ma anche per indicare nuove possibilità rivoluzionarie. Nel concetto di lavoratore complessivo, il lavoro era visto da Braverman, come da Marx, come materializzato in un processo organico, che comprendeva sia la gerarchizzazione del lavoro che la meccanizzazione.

In risposta a Ure, a proposito di automazione e lavoratore complessivo, Marx aveva scritto nel Capitale:

Il dottor Ure, il Pindaro della fabbrica automatica, la descrive da un lato, come «cooperazione di classi diverse di operai, adulti e non adulti, i quali con abilità e diligenza sorvegliano un sistema di macchinari produttivi ininterrottamente mosso da una forza centrale (il primo motore)», dall'altro come «un enorme automa composto di innumerevoli organi meccanici e autocoscienti, i quali agiscono in vicendevole accordo e senza interruzione per produrre uno stesso oggetto, cosicché tutti questi organi sono subordinati a un'unica forza motrice semovente». Queste due formulazioni non sono affatto identiche. Nell'una il lavoratore complessivo combinato, ossia il corpo lavorativo sociale, si presenta come soggetto dominante e l'automa meccanico come oggetto [objekt]; nell'altra l'automa stesso è il soggetto e i lavoratori sono soltanto coordinati, come organi coscienti, ai suoi organi incoscienti e, insieme a questi, sono subordinati alla forza motrice centrale. La prima formulazione vale per qualsiasi applicazione di macchinari su larga scala, l'altra caratterizza la sua applicazione capitalistica e quindi il moderno sistema di fabbrica. A Ure piace, quindi, rappresentare la macchina centrale da cui parte il movimento non solo come automa ma come autocrate: «In queste grandi officine la benefica potenza del vapore raccoglie intorno a se le miriadi dei suoi sudditi».[30]

In questa contraddittoria presentazione delle ripercussioni dell'automazione, da parte di Ure, la prima descrizione che corrisponde, come suggerito da Marx, al fenomeno del lavoratore complessivo, è coerente con lo sviluppo della produzione socialista. La seconda corrisponde al mito della macchina stessa, dotata di un general intellect, in cui il lavoro è totalmente assente o ridotto a uno stato abietto e senza cervello. Per Ure, «quando il capitale arruola la scienza al suo servizio, alla mano refrattaria del lavoro verrà sempre insegnata la docilità».[31] Per Marx, al contrario, la risposta rivoluzionaria consisteva nel coinvolgere la scienza a favore del lavoratore complessivo, in modo da potenziare il libero sviluppo sociale.

Il punto d'arrivo dell'analisi di Braverman, sulla base di quella del Capitale di Marx, fu lo sviluppo di un approccio rivoluzionario alla divisione del lavoro, alla meccanizzazione, all'automazione e all'Intelligenza Artificiale, in cui il lavoratore complessivo era, perlomeno potenzialmente, il soggetto attivo del lavoro sociale. Tale concezione si opponeva fortemente alle feticistiche caratterizzazioni  delle macchine – la concezione preferita di Ure e Taylor – come un «enorme automa composto da diversi organi meccanici e intellettuali», e funzionante come un insormontabile autocrate della produzione, con i lavoratori ridotti a semplici appendici.

Il lavoratore complessivo, l'intelligenza artificiale e la riunificazione della produzione


In definitiva, nella critica di Braverman, la tecnologia moderna, compresa l'automazione e l'intelligenza artificiale nell'era digitale, rappresentava una forte tendenza a riunificare un processo lavorativo che era stato degradato dalla divisione capitalistica del lavoro. Significativamente, tutte le operazioni della fabbricazione degli spilli, elencate da Smith all'inizio di La ricchezza delle nazioni, erano ora unite in un'unica macchina, consentendo la riunificazione del processo lavorativo stesso. Tuttavia, il capitalismo nella sua fase monopolistica, in cui lo sfruttamento del lavoro e il processo di valorizzazione erano ancora radicati nel principio di Babbage, cercava costantemente di utilizzare livelli più elevati di meccanizzazione e automazione per reintrodurre quella che era ormai una divisione del lavoro sempre più arcaica. Come dichiarava Braverman, «Il processo ri-unificato, in cui l'esecuzione di tutte le fasi è incorporata nel meccanismo di lavoro di un'unica macchina, sembrerebbe ora renderlo adatto a un collettivo di produttori associati, nessuno dei quali deve dedicare tutta la propria vita a una singola funzione e tutti possono partecipare all'ingegneria, alla progettazione, al miglioramento, alla riparazione e al funzionamento di queste macchine sempre più produttive». Tuttavia, queste possibilità tecnicamente aperte al lavoratore complessivo – come risultato degli sviluppi delle forze produttive – sono ostacolate dalle relazioni sociali di produzione del capitalismo monopolistico. «Così, il modo di produzione capitalistico impone ai nuovi processi sviluppati dalla tecnologia, una divisione del lavoro sempre più profonda, indipendentemente dalle possibilità offerte della macchine».[32]

Come Marx stesso riconobbe nella sua concezione del lavoratore complessivo, e come Braverman avrebbe evidenziato nel contesto del capitalismo monopolistico, le nuove possibilità tecnologiche per la libertà umana, in cui gli esseri umani sono potenzialmente i soggetti della produzione, sono rivolte contro di loro. Il lavoratore diventa un mero oggetto mercificato, in un mondo in cui la gestione del capitale utilizza la nuova tecnologia delle macchine per rafforzare la divisione dettagliata del lavoro, trattando la macchina, sempre più "intelligente", come soggetto della produzione. Nei termini di Braverman, il lavoratore complessivo di Marx è stato degradato dal  capitalismo monopolistico. «Nel momento in cui la produzione è diventata collettiva e il singolo lavoratore è stato incorporato nel corpo collettivo dei lavoratori, questo è diventato un corpo il cui cervello è stato lobotomizzato o, peggio, rimosso completamente. Il suo stesso cervello è stato separato dal corpo, essendo divenuto proprietà del  moderno management, per poter controllare e rendere meno costosi la forza lavoro e i processi lavorativi».[33]

Ma se il concetto di Ure, di lavoro collettivo ridotto alla logica delle macchine, era chiaramente presente nel capitalismo monopolistico, il lavoratore complessivo di Marx, combinato con lo scienziato collettivo di Sweezy, rappresentava le nuove possibilità rivoluzionarie che emergevano man mano che le macchine diventavano più automatizzate, incorporando la conoscenza del processo lavorativo sviluppata nel corso della storia umana. Una maggior istruzione dei lavoratori in campo scientifico e ingegneristico attraverso le scuole politecniche – resa possibile dall'aumento della produttività – avrebbe potuto portare alla riunificazione e al potenziamento del lavoro e della creatività umana. Ironia della sorte, più questo diventava realizzabile, più il sistema educativo capitalistico si degradava, mantenendo i lavoratori sotto la dominazione del principio di Babbage, che si basava sulla svalutazione della conoscenza del lavoratore.

Quindi, nella società monopolistico-capitalistica l'istruzione è sempre più soggetta alla stessa logica della divisione dettagliata del lavoro. In questo senso, l'imperativo del sistema era chiaro fin dall'inizio. Come ha scritto Frank Gilbreth, uno dei fondatori del management scientifico: «Addestrare un lavoratore significa semplicemente metterlo in condizioni di seguire le direttive del suo programma di lavoro. Una volta fatto questo, il suo addestramento è finito, qualunque sia la sua età».[34] Questo principio, unito alla degradazione del lavoro, è alla base dell’intensiva degradazione  dell'istruzione nelle scuole pubbliche statunitensi e altrove. Nei livelli scolastici K-12 [N.d.T. corrispondente al percorso nella nostra scuola primaria e secondaria], scienza, cultura, storia e pensiero critico, vengono sistematicamente rimossi o ridimensionati e, in particolare nei primi anni scolastici, sono sempre più destinati a un processo riduttivo imposto dai test standardizzati. È come se il sistema avesse finalmente trovato i mezzi per sfruttare appieno l'adagio del politico e moralista britannico Adam Ferguson: «L'ignoranza è la madre dell'industria», sottolineando che i lavoratori sono tanto più produttivi dal punto di vista del capitale, quanto più sono privi di cervello.[35] La digitalizzazione dell'istruzione, anziché espandere la conoscenza e la creatività, sta portando all'opposto: una implacabile standardizzazione. L'obiettivo sembra essere quello di convertire la maggior parte della popolazione in ciò che C. Wright Mills definiva «robot allegri».[36] Con l'ascesa di modelli linguistici su larga scala e con la crescita dell'intelligenza artificiale generativa – in grado di incorporare masse di dati in ingresso e sintetizzare artificialmente le informazioni in "reti neurali" secondo algoritmi predeterminati – gli studenti universitari sono sempre più incoraggiati ad utilizzare queste tecnologie come sostituto meccanico dell'apprendimento reale.[37] Piuttosto che al lavoratore complessivo o allo scienziato collettivo, l’attenzione è rivolta all'intelligenza artificiale come intelligenza artificiale collettiva.

Dietro a tutto ciò, nella "dimora nascosta" della produzione, si cela la continua degradazione del lavoro umano. Google ha assunto centomila lavoratori temporanei e a contratto per scannerizzare libri ad un ritmo incalzante, regolato da una colonna sonora, come parte del suo piano per digitalizzare tutti i libri del mondo (stimati in 130 milioni di volumi). Sebbene il progetto sia stato in gran parte abbandonato, era visto come un meccanismo per lo sviluppo dell'intelligenza artificiale generativa.[38] La realtà nascosta dell'era digitale/Intelligenza Artificiale è l'aumento del numero di lavoratori temporanei e a contratto, nascosto dalla mistica del cloud computing [ N.d.T. erogazione di servizi offerti attraverso la rete internet]. Le nuove piattaforme di lavoro online impiegano milioni di lavoratori a contratto. Le indagini online sulla forza lavoro nazionale, condotte da gruppi aziendali come il McKinsey Global Institute, «indicano [che] tra il 25 e il 35 percento dei lavoratori» negli Stati Uniti hanno «svolto, nel mese precedente all'indagine, lavori atipici o gig work [N.d.T. Lavoro a chiamata, occasionale e temporaneo], come primo lavoro o lavoro secondario. Ciò significa che negli Stati Uniti, almeno 41 milioni di persone sono state impegnate in una qualche forma di gig work [o di piattaforma], generalmente come lavoratori temporanei. Sebbene innumerevoli posti di lavoro siano minacciati dall'Intelligenza Artificiale – le cui stime variano notevolmente – il lavoro non viene tanto sostituito in generale, quanto reso più temporaneo e precario.[39]

Tuttavia, ci sono tendenze opposte a questa degradazione, apparentemente inesorabile, del lavoro. Come Marx aveva osservato, nuove lotte volte alla «trasformazione rivoluzionaria di tutta la società» emergono inevitabilmente laddove l'espansione del potenziale umano, associato allo sviluppo delle forze produttive, è limitata dai rapporti sociali di produzione.[40] Le odierne lotte di classe nel processo lavorativo non sono dirette contro la nuova tecnologia digitale o l'intelligenza artificiale, ma contro la riduzione degli stessi esseri umani a meri algoritmi. Solo in un socialismo sviluppato, o in un sistema di sviluppo umano egualitario e sostenibile, il lavoratore complessivo, come incarnazione del general intellect, può controllare le condizioni di produzione a beneficio dell’intera società.

Note

[1]
Vedi Matteo Pasquinelli, The Eye of the Master: A Social History of Artificial Intelligence, Verso, Londra, 2023; Pietro Daniel Omodeo, The Social Dialectics of AI, Monthly Review 76, n. 6, novembre 2024, pp. 40–48; Simon Schaffer, Babbage's Intelligence Calculating Engines and the Factory System, Critical Inquiry 21, n. 1, autunno 1994, pp. 205, 209–210, 220–223.

[2] Karl Marx, Il Capitale, pp. 881-887, 896-900.

[3] Kurt Vonnegut Jr., Piano Meccanico, Feltrinelli, Milano, 2004, pp. 25-26. Le particolari caratterizzazioni della Prima e della Seconda rivoluzione industriale utilizzate nel romanzo, furono attribuite da Vonnegut all'informatico e matematico americano Norbert Wiener.

[4] Rick Wartzman, The First Time the Nation Freaked Out Over Automation, Politico, 30.05.2017.

[5] M. Sweezy (pubblicato in forma anonima), The Scientific-Industrial Revolution, Model, Roland & Stone, New York, 1957, pp. 10, 27–36; Marx, Il capitale, Libro 1, 348, 355, 368, 425. Negli anni quaranta e cinquanta, Paul A. Baran aveva svolto degli studi per la società di Wall Street Model, Roland & Stone per ottenere un introito aggiuntivo. Nel 1956–1957, tuttavia, stava completando The Political Economy of Growth e chiese a Sweezy di aiutarlo nella ricerca. Sweezy finì per scrivere The Scientific-Industrial Revolution per aiutare Baran. Dato che la richiesta proveniva da una società di investimenti di Wall Street che desiderava offrire una visione ottimistica delle opportunità di investimento, Sweezy fu costretto a indirizzare la sua monografia in quella direzione, che differiva notevolmente dalle sue opinioni al riguardo. Tuttavia, come disse a Baran all'epoca, la ricerca sulla scienza di base e sulle sue implicazioni sociali ed economiche che un simile progetto comportava era straordinariamente preziosa, ed è qui che risiede l'importanza del suo contributo. Vedi Paul A. Baran e Paul M. Sweezy, The Age of Monopoly Capital , a cura di Nicholas Baran e John Bellamy Foster, Monthly Review Press, New York, 2017, p. 146, 503.

[6] Sweezy, The Scientific-Industrial Revolution, pp. 28–30.

[7] Leo Huberman e Paul M. Sweezy, The 'Triple' Revolution, Monthly Review 16, n. 7, novembre 1964, pp. 417–23. Vedi anche George e Louise Crowley, Beyond Automation, Monthly Review 16, n. 7, novembre 1964, pp. 423–439. Nel loro articolo, Huberman e Sweezy scrissero: «La nostra conclusione è che l'idea di un reddito universale garantito non è il grande principio rivoluzionario che gli autori di 'Triple Revolution' credono che sia. Se applicata nel nostro sistema attuale, sarebbe come la religione, un oppio dei popoli che tende a rafforzare lo status quo. E in un sistema socialista sarebbe del tutto inutile e potrebbe fare più male che bene» (Huberman e Sweezy, “The 'Triple' Revolution,” p. 122). Alternative più radicali a un reddito di base universale (meno del socialismo) sono la piena occupazione garantita e una politica di servizi pubblici universali. Su quest'ultima, vedi Jason Hickel, Universal Public Services, Jason Hickel (blog), 94.08.2023.

[8] Paul A. Baran e Paul M. Sweezy, Monopoly Capital, Monthly Review Press, New York, 1966, pp. 8–9, 72..

[9] Vedi John Bellamy Foster, introduzione a Braverman, Labor and Monopoly Capital, Monthly Review, New York, 1998, pp. XI-XIV.

[10] Herbert Marcuse citato da Bruce Brown, Marx, Freud, and the Critique of Everyday Life, Monthly Review Press, New York, 1973, p.14.

[11] Paul M. Sweezy, prefazione a Braverman, Lavoro e capitale monopolistico, Einaudi, Torino, 1978, pp. VIII.

[12] Sul ruolo di Braverman come operaio addetto alla produzione, vedi Braverman, Lavoro e capitale monopolistico, p. 5.

[13] Braverman, Lavoro e capitale monopolistico, p. 153. Oltre al resoconto di Sweezy sulla rivoluzione tecnico-scientifica e sullo “scienziato collettivo”, Braverman incorporò l’analisi di Sweezy sull'“era sintetica” basata sullo sviluppo della chimica organica.

[14] Adam Smith, La ricchezza delle nazioni, Newton Compton, Roma, 2006, p. 67.

[15] Pasquinelli, The Eye of the Master, pp. 53–76.

[16] Braverman, Lavoro e capitale monopolistico, pp. 80-84; Pasquinelli,The Eye of the Master, p. 17, 104.

[17] Charles Babbage, On the Economy of Machinery and Manufactures, Cambridge University Press, Cambridge, 2009, facsimile dell'originale pubblicato da Charles Knight nel 1831, pp. 143–145, 186.

[18] Babbage, On the Economy of Machinery and Manufactures, pp. 137–138.

[19] Andrew Ure, The Philosophy of Manufactures, Charles Knight, Londra, 1835, pp. 19–23.

[20] Braverman, Lavoro e capitale monopolistico, p. 83.

[21] Marx, Il capitale, Libro 1, 425-426, 656-657; Karl Marx, Grundrisse, Penguin, Londra 1973, pp. 693–705.

[22] Pasquinelli, The Eye of the Master, p. 109.

[23] Braverman, Lavoro e capitale monopolistico, p. 169; Richard Edwards, Contested Terrain, Basic Books, New York, 1979.

[24] Braverman, Lavoro e capitale monopolistico, pp. 85-91; Frederick Winslow Taylor, Shop Management, in Frederick Winslow Taylor, Scientific Management, Harper and Brothers, New York, 1947, p. 105; Foster, introduzione a Braverman, Labor and Monopoly Capital, p. XVII.

[25] Marx, Il capitale, Libro 1, 350-355, 425; Pasquinelli, The Eye of the Master, pp. 99, 104–105, 108–110, 116–118; Braverman, Lavoro e capitale monopolistico , 308, 320–21; Rob Beamish, Marx, Metodo e divisione del lavoro, University of Illinois Press, Urbana, 1992, pp. 110–113, 126–132.

[26] Marx, Grundrisse, 693–705.

[27] Braverman, Lavoro e capitale monopolistico , pp. 169.

[28] Vedi Paolo Virno, Grammatica della moltitudine, Rubettino, Catanzaro, 2001, pp. 101-105.

[29] Considerata dal punto di vista del valore, come ha spiegato Michael Heinrich, l'analisi di Marx del lavoratore complessivo ha infranto la mitologia della macchina e la nozione di "general intellect". [l'analisi] Era collegata all'ulteriore elaborazione della teoria del valore (posteriore ai Grundrisse) tramite le distinzioni tra valore e valore di scambio, tra lavoro concreto e lavoro astratto, e l'eleborazione del concetto di plusvalore relativo. Secondo Marx, il fine ultimo dell'introduzione di macchinari nella produzione capitalistica era di aumentare il tasso di plusvalore o lo sfruttamento del lavoratore (sia individuale che collettivo). Michael Heinrich, The 'Fragment on Machines': A Marxian Misconception in the Grundrisse and its Overcoming in Capital, in Marx's Laboratory: Critical Interpretations of the Grundrisse, a cura di Riccardo Bellofiore, Guido Starosta e Peter D. Thomas, Haymarket, Chicago, 2013, pp. 197–212. Vedi anche Cheng Enfu, The Creation of Value by Living Labour, Canut International Publishers, Canut, Rurchia, 2005, pp. 109–111.

[30] Marx, Il capitale. Libro I, p. 426; Ure, Philosophy of Manufactures, p. 13, 18.

[31] Ure, Philosophy of Manufactures, p. 368.

[32] Braverman, Labor and Monopoly Capital, p. 320. [N.d.T. Testo presente in Appendix 2 e assente nell'edizione italiana]

[33] Braverman, Labor and Monopoly Capital, p. 321.  [N.d.T. Testo presente in Appendix 2 e assente nell'edizione italiana]

[34] Frank Gilbreth citato da Braverman, Lavoro e capitale monopolistico, p. 450.

[35] Adam Ferguson citato da Marx, Il capitale, Libro 1, p. 368.

[36] John Bellamy Foster, Education and the Structural Crisis of Capital, Monthly Review 63, n. 3, luglio-agosto 2011, pp. 6–37; C. Wright Mills, , The Sociological Imagination, Oxford University Press, Oxford, 1959, p. 175.

[37] Jason Resnikoff, Contesting the Idea of Progress: Labor’s AI Challenge, New Labor Forum , 10.09.2024, newlaborforum.cuny.edu; Katy Hayward, Machine Unlearning: AI, Neoliberalism and Universities in Crisis, Red Pepper, 25.08.2024, redpepper.org.uk.

[38] Moritz Altenried, The Digital Factory, University of Chicago Press, Chicago, 2022, pp. 3–4; Jennifer Howard, What Happened to Google’s Effort to Scan Millions of University Library Books?, EdSurge, 10.08.2017; How Many Gig Workers Are There? Gig Economy Data Hub, consultato il 23 ottobre 2024.

[39] Il FMI stima che l'Intelligenza Artificiale «avrà un impatto" sul 40% dei posti di lavoro nel mondo e il 60% sulle economie avanzate. Non è chiaro cosa questo significhi effettivamente e quali siano le tempistiche, al di là del clamore. H. Daron Acemoglu, economista del MIT, ha stimato che «solo una piccola percentuale di tutti i posti di lavoro, un misero 5%, è matura per essere rilevata, o almeno fortemente aiutata, dall'IA nel prossimo decennio». Kristalina Georgieva, AI Will Transform the Global Economy. Let's Make Sure It Benefits Humanity, IMF Blog, 14.01.2014; Jeran Wittenstein, AI Can Do Only 5% of Jobs, Says MIT Economist Who Fears Crash, Bloomberg , 02.10.2024. Sulla precarietà, vedi R. Jamil Jonna e John Bellamy Foster, Marx's Theory of Working-Class Precariousness, Monthly Review 67, n. 11, aprile 2016, pp. 1–19.

[40] Karl Marx, Per la critica dell'economia politica, in Marx Engels Opere 29, Lotta Comunista, Milano, 2023, p. 300; Karl Marx e Friedrich Engels, Manifesto del Partito Comunista, Einaudi, Torino, 1948, p. 100.

Fonte

26/06/2024

Indisciplinabili dal fordismo - Hobos, wobblies e i limiti di Gramsci

Fabrizio Denunzio riflette su come leggere Gramsci oggi, interrogando le positività e le criticità di Americanismo e fordismo e provando a illuminare i processi di formazione di soggettività che, dentro e fuori il fordismo, non si sono lasciate disciplinare dalla logica della produzione tayloristica e che, nella sostanza, lasciano intravedere forme di vita, di lotta e di sindacalismo non riconducibili a quelle che si sono affermate nel movimento operaio europeo tra la fine del XIX e i primi decenni del XX secolo.

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Come leggere Gramsci oggi

In almeno due importanti lavori usciti di recente, a poca distanza l’uno dall’altro, Pasquale Serra ci invita a leggere Gramsci in modo molto diverso da quanto si sia fatto negli ultimi decenni, ossia da quando il furore filologico degli esperti – credo databile dagli inizi degli anni Novanta del Novecento e identificabile sempre presuntivamente, visto che l’autore non cita mai esplicitamente gli artefici di questa svolta, con Gianni Francioni e il suo progetto di una nuova edizione nazionale dei Quaderni del carcere – ha preso il sopravvento sul modo abituale con il quale in Italia, tra gli anni Cinquanta e i Settanta del XX secolo, si era solito leggere il pensatore sardo, cioè non allontanandolo mai dall’attualità politico-sociale del paese e da tutti i più scottanti problemi che lo assillavano: dal lavoro in fabbrica all’emigrazione, dal fascismo alla questione meridionale, e così via.

Con la conquista dell’egemonia interpretativa da parte delle ermeneutiche filologiche, il gramscismo italiano si è ridotto a una sapiente quanto ferrea macchina di citazioni avendo oramai abbandonato ogni pretesa analitica della realtà contemporanea. Questo passaggio ha determinato una forma di produzione intellettuale altamente «spoliticizzata» quanto sterilmente «speculativa» (Serra 2019, p. 67), meglio, allora, molto meglio, riprendere la lezione degli argentini per i quali il «loro Gramsci» non ha mai smesso di reagire con le questioni fondamentali del loro tempo, il peronismo prima fra tutte: da qui la decisione di Serra di curare l’edizione italiana del saggio di Horacio Gonzáles Il nostro Gramsci, dalla quale sono ricavabili le precedenti argomentazioni polemiche[1]. Che non sono destinate a finire.

Nel secondo dei due lavori a cui ho appena fatto riferimento, Serra rilancia la polemica, purtroppo lasciando anche questa volta nell’anonimato i suoi bersagli, ma non avrei difficoltà a riconoscervi, come esempi illustrativi, i lavori di un Giuseppe Cospito (2004, pp. 74-92) o di un Fabio Frosini (2004, pp- 93-11). Introducendo nel 2024 un paio di scritti giovanili di Mario Tronti su Gramsci, Serra torna a ribadire con forza non solo il vuoto carattere speculativo della nostrana recezione gramsciana degli ultimi tempi, ma anche la separazione programmatica tra filologia e rivoluzione, «presupponendo una sorta di antecedenza del discorso filologico sull’analisi politica del presente» (Serra 2024, p. 6).

Ora, le due introduzioni, a distanza di pochi anni, accanto alla conferma dello stato regressivo in cui versa il filologico gramscismo italiano, presentano anche degli indirizzi di lettura di Gramsci: nel primo caso, segnalando la strada autoritaria che ha imboccato il nostro paese soprattutto con la vittoria della destra meloniana, ci invita implicitamente ad analizzare l’autoritarismo contemporaneo[2] (cosa diversa ma non estranea al fascismo); nel secondo, a non attenersi fedelmente alla lettera del dettato gramsciano, ma a farne un uso creativo, «selettivo, tendenzioso, e deformante» (ivi, p. 7), così da attrezzarci per «affrontare la necessità del momento» [3] (ibidem) con un autore completamente ricreato dai bisogni analitici del ricercatore.

Uscita dal filologismo e vicinanza estrema col presente: c’è una terza cosa, infine, forse la più decisiva che Serra dice di Gramsci nella sua ultima introduzione, ossia che nei Quaderni non è depositata nessuna verità, che da essi non emana alcuna verità ultimativa sul mondo e che l’averlo creduto e il crederlo ancora ha causato e causa un vero e proprio blocco di «ogni sviluppo creativo e critico, della sua eredità» (ibidem).

Volendo immaginare che leggere creativamente Gramsci oggi, secondo quanto appena detto, significhi passare anche e soprattutto attraverso la critica della sua opera, i risultati a cui lo stesso Serra arriva non sembrano potersi collocare in questa linea interpretativa visto che, nel primo caso, in accordo col peronismo di sinistra di Gonzáles, incentra la sua proposta su di un’unità nazionale di popolo che porti alla conquista dello Stato da parti delle classi subalterne, e questo significa lasciar passare acriticamente il nazionalismo di Gramsci che tanto stava a cuore a Togliatti[4]; nel secondo, attualizza una discussione, quella sul marxismo gramsciano, nata già liquidata, senza neanche troppa originalità, dagli stessi scritti del giovane Tronti quando sostiene, facendo integralmente sua l’interpretazione di Galvano della Volpe, che non di filosofia si tratti col marxismo ma di scienza, e questo a dispetto di quanto creduto con forza da tutta la tradizione italiana da Gentile a Gramsci, aprendo così la strada a quello che a suo modo resta uno dei più importanti contributi dati alla sociologia industriale italiana, Operai e capitale.

Al di là di queste osservazioni critiche, la proposta di Serra nell’attuale panorama del gramscismo italiano rimane l’unica valida e fertile: la creatività delle letture a venire di Gramsci si deve legare anche al rilevamento delle sue criticità.

Le brevi riflessioni che seguono, allora, iniziano da qua: prendono le mosse da uno dei principali assi teorici dei Quaderni, Americanismo e fordismo; ne selezionano una manciata di paragrafi per individuarne gli imprescindibili contributi dati all’analisi scientifica di tutte quelle società la cui organizzazione economica del lavoro dipende dal fordismo (principalmente, quindi, quella americana ma in seconda battuta anche quella italiana); ne rilevano criticamente i limiti; provano a illuminare in modo creativo, a mo’ di contrasto chiaroscurale, i processi di formazione di soggettività che, dentro e fuori il fordismo, non si sono lasciate disciplinare dalla logica della produzione tayloristica e che, nella sostanza, lasciano intravedere forme di vita, di lotta e di sindacalismo non riconducibili a quelle che si sono affermate nel movimento operaio europeo tra la fine del XIX e i primi decenni del XX secolo, quindi, non integralmente pensabili dalle categorie marxiste-leniniste, di conseguenza, dallo stesso Gramsci.

Americanismo e fordismo secondo Gramsci: le positività

Sarebbe davvero difficile riassumere tutti i risultati raggiunti da Gramsci nel quaderno speciale n. 22[5], redatto, come gran parte di quelli speciali, nel 1934, ma nel quale confluiscono tanto l’esperienza ordinovista dei primissimi anni Venti del Novecento quanto tutte le note scritte sull’argomento tra il 1929-1930 e durante il 1932.

Letto con la consapevolezza di non essere una riflessione limitata ai soli aspetti economicistici del fordismo, cosa che ancora oggi la rende di grandissima attualità anche per capire il passaggio al postfordismo[6], Americanismo e fordismo presenta un gruppo di paragrafi particolarmente importanti.

Già gettando un rapido colpo d’occhio all’elenco dei nove problemi stilato alla fine del primo paragrafo si capisce da subito l’ampiezza del quadro culturale entro cui Gramsci vuole studiare il fenomeno, sinteticamente:
1) come nuovo meccanismo di accumulazione capitalistica;
2) rispetto alla questione sessuale;
3) come forma di rivoluzione passiva;
4) rispetto alla demografia;
5) rispetto a una genesi da collocarsi all’interno dell’apparato produttivo industriale o all’esterno di esso in un apparato giuridico di tipo statuale;
6) in funzione della politica degli alti salari;
7) della caduta tendenziale del saggio di profitto;
8) della psicanalisi;
9) della associazioni classiste tipo Rotary Club o Massoneria (Gramsci 1978, p. 4).
Anche se con molta umiltà Gramsci si riferisce a questo piano di lavoro come a un insieme di problemi che «a prima vista paiono non di primo piano», si capisce che in realtà essi sono di primissimo rilievo, a dimostrazione di quanto l’organizzazione del lavoro non nasca e non finisca mai nella sua sola dimensione economica.

Spostandoci da questa panoramica generale all’inquadratura particolare dei singoli aspetti, la riflessione si affina diventando sempre più interessante come ad esempio, nel paragrafo 2, quando Gramsci utilizza le categorie di forza e persuasione, capisaldi della sua analisi del fascismo, per spiegare l’affermazione del fordismo come abile combinazione di una forza, per l’appunto, diretta contro le organizzazioni sindacali e di una persuasione della classe operaia agli obiettivi padronali agita tramite lo strumento degli alti salari. In questo modo Gramsci vede l’affermazione della fabbrica su tutta la società, vede il momento produttivo farsi egemonico su tutta la vita sociale. Un’affermazione che può realizzarsi e un’egemonia che può imporsi solo perché la nuova forma di produzione mette capo alla creazione di «un nuovo tipo umano, conforme al nuovo tipo di lavoro e di processo produttivo» (ivi, p. 19).

A questa nuova forma di uomo nato dall’interno della fabbrica e disseminatasi su tutto il corpo sociale Gramsci dedica altre fondamentali osservazioni, sia di tipo antropologico come avviene nel paragrafo 3 quando afferma che tale umanità si può determinare solo a patto di una rigida repressione dell’apparato sessuale; sia di natura storica quando, nel paragrafo 10, vede tutto l’industrialismo porsi al servizio di questo violento addomesticamento dell’istintualità, come mezzo di assoggettamento dell’animalità dell’uomo, non a caso i valori e le istituzioni più funzionali, da ultimo,  al mantenimento del taylorismo si dimostrano essere la fedeltà coniugale e la famiglia, ossia il più rigido conformismo.

Un conformismo sul quale le fabbriche Ford vigilavano attentamente, e sì perché l’egemonia della fabbrica sulla società viene assicurata attraverso un capillare sistema di controllo: magistrale l’esempio riportato da Gramsci nel paragrafo 11 dei servizi di ispezione incaricati di verificare se gli operai percettori di alti salari non li dissipassero in bagordi alcolici e sessuali nel fine settimana. Naturalmente gli ideali che animavano il corpo degli ispettori di fabbrica tutt’altro erano che puritani, poiché sotto la loro apparente facciata morale si annidava il più cinico interesse padronale, ossia quello di salvaguardare l’equilibrio psico-fisico del ‘suo’ lavoratore, di quello strumento sul quale aveva investito e che manuteneva pagandogli alti salari, e dal quale si attendeva che il lunedì mattina fosse sempre abile alla catena di montaggio. Per Gramsci questo cinismo è la marca distintiva del taylorismo, nel quale riconosce un carattere più generale della società americana, ossia quello di tendere alla più completa disumanizzazione del lavoratore, alla distruzione di ogni forma di fantasia nella sua attività lavorativa, così da fargli sopravvivere solo automatismi e atteggiamenti meccanici.

Infine, nel paragrafo 12, accertato questo svuotamento del contenuto umano del lavoro, Gramsci non si rassegna a vedere il lavoratore fordista tramutato nel gorilla ammaestrato sognato da F. W. Taylor. Arriva a pensare l’operaio alla catena riferendosi al copista medievale: anche questo, prima dell’altro, svolgeva un lavoro altamente meccanico, ma copia dopo copia, arrivava a rifare il testo, a emendarlo e a miglioralo, così avviene anche per il lavoratore fordista il quale, dopo aver introiettato l’automatismo del gesto parcellizzato e cronometrato impostogli dalla produzione, libera la sua mente, spingendola a pensare alle condizioni che lo hanno ridotto in quella condizione.

Da questa breve sintesi, parziale e non esaustiva di tutta la complessità di Americanismo e fordismo, emerge chiaramente quanto Gramsci legasse l’analisi del fenomeno ad eventi epocali: dalla fine delle plutocrazie europee ai nuovi modi di accumulazione del capitalismo; dalla repressione degli istinti sessuali alla nascita di un nuovo tipo umano compatibile con una nuova organizzazione economica e tecnologica del lavoro che estendeva il suo controllo su tutta la società; dalla rivoluzione passiva a quella cognitiva subita dai lavoratori nel loro processo di adattamento psico-fisico alla catena di montaggio; dalla legge sulla caduta tendenziale del saggio di profitto alla standardizzazione dei consumi di massa e così via. E questo a dimostrazione del fatto che non si può ‘toccare’ un quaderno del carcere senza che ‘venga giù’ al contempo l’intera impalcatura teorica dei Quaderni del carcere.

Ora, dato tutto ciò, il compito di questo articolo non è tanto quello di rifare l’elogio, sempre dovuto, dei risultati positivi raggiunti da Gramsci in queste fulminanti note, ma di individuarne quei punti critici che ne hanno permesso il conseguimento e che, qualora siano puntualmente ritematizzati, ci permetterebbero di vedere movimenti e soggettività che pullulano lungo i bordi di Americanismo e fordismo e ai quali Americanismo e fordismo fa da muro.

Americanismo e fordismo oltre Gramsci: le criticità

Volendo riassumere in un unico giudizio complessivo gli innumerevoli risultati positivi raggiunti in Americanismo e fordismo potremmo dire che, nonostante tutte le osservazioni critiche in esso sollevate, alla fin fine Gramsci provi ‘simpatia’ per il nuovo sistema industriale, il che farebbe passare in secondo piano le suddette critiche soprattutto quando si dovesse immaginare come universalizzabile quel tipo di organizzazione del lavoro in fabbrica.

Franco De Felice ha speso molto energie per dimostrare che questa ‘simpatia’ – è lui ad aver impiegato molto suggestivamente questo sostantivo emotivo – fondata su quale riscontro testuale lo vedremo tra poco e che mette in causa il rapporto tra la classe operaia e il significato dello sviluppo industriale, non nasconda nessuna subalternità nei confronti di un’iniziativa tecnologico-produttiva interamente eterodiretta dall’alto da parte del padronato e alla quale gli operai dovrebbero limitarsi a dare solo il loro passivo assenso (da qui l’impiego della categoria della rivoluzione passiva usata per connotare i rivolgimenti politici italiani come il Risorgimento e il fascismo), ma sia da ascriversi piuttosto all’entusiasmo dello scienziato per aver trovato il terreno di scontro reale sul quale si andava a collocare la lotta di classe (Gramsci 1978, p. 97).

Molta critica gramsciana italiana ha seguito De Felice lungo questo crinale, chi con argomentazioni semplicistiche adottandone automaticamente la tesi: «Gramsci era convinto del carattere “progressivo” dell’americanismo […] Il progresso che interessava Marx, come Gramsci è l’avanzare delle condizioni rivoluzionarie della lotta di classe» (Baratta 2004, p. 33); chi in modo molto più articolato facendo delle debite precisazioni in funzione delle quali da un lato è spinto ad accettare come «inevitabile» il «disciplinamento» indotto dal taylorismo – credo in virtù dell’effetto di lunga durata che questo produrrebbe sulla classe operaia autodisciplinandola rispetto alla sua unità e ai compiti rivoluzionari che l’attendono – dall’altro è portato a rifiutarlo, non in sé evidentemente, ma per «il surplus di violenza socialmente (politicamente) motivato» che lo distingue (Burgio 2014, p. 306). In entrambi i casi, la «simpatia» finale per il fordismo mi sembra essere confermata.

Se De Felice, e come lui tanti gramsciani, si sono così tanto impegnati per giustificare questa «simpatia», lo devono aver fatto perché l’evidenza testuale del paragrafo 13, se non lascia dubbi, sicuramente delinea delle profonde ambiguità, vediamola:

[…] si presenta il problema: se il tipo di industria e di organizzazione del lavoro e della produzione proprio del Ford sia «razionale», possa e debba cioè generalizzarsi o se invece si tratti di un fenomeno morboso da combattere con la forza sindacale e con la legislazione. Se cioè sia possibile, con la pressione materiale e morale della società e dello Stato, condurre gli operai come massa a subire tutto il processo di trasformazione psicofisica per ottenere che il tipo medio dell’operaio Ford diventi il tipo medio dell’operaio moderno o se ciò sia impossibile perché porterebbe alla degenerazione fisica e al deterioramento della razza, distruggendo ogni forza di lavoro. Pare di poter rispondere che il metodo Ford è «razionale», cioè deve generalizzarsi, ma che perciò sia necessario un processo lungo (Gramsci 1978, p. 90).

Ora, non si tratta tanto di vedere nell’assenso finale dato da Gramsci al fordismo una suo assoggettamento di fronte all’iniziativa padronale – in fondo, gli operai della FIAT scelsero liberamente di adottare il taylorismo durante le occupazioni delle fabbriche nel biennio rosso (1919-1920) – né tanto meno un suo calcolo strategico da scienziato politico che cinicamente farebbe pagare costi inauditi alla classe operaia per poi fargliene cogliere i frutti in un indeterminato futuro rivoluzionario – la vicinanza emotiva alle condizioni di tutte le classi subalterne nel pensatore sardo non ha mai vacillato, pensiamo ad esempio a quella per gli emigranti italiani (Denunzio, Gjergji 2021, pp. 110-118) – quanto, e questo è il primo punto critico da rilevare in Americanismo e fordismo, una sua pressoché completa fiducia nella disponibilità delle classi lavoratrici a lasciarsi ‘persuadere’ da Stato e società alle ragioni del fordismo. Pensare, come fa Gramsci, che la generalizzazione del disciplinamento di fabbrica a tutto il corpo sociale non crei resistenze, diserzioni e insubordinazioni all’interno dello stesso mondo del lavoro, significa non immaginare la possibilità che segmenti della classe operaia possano dare risposte autonome al problema.

Ora, si potrà dire che quella dello hobo fosse una figura che già nel 1923 era stata consegnata alla storia della frontiera americana, come ebbe a sottolineare Nels Anderson nella prefazione del 1961 alla sua grande ricerca sociologica sul vagabondo (Anderson 2011, p. 10). Si potrà dire che fosse una recrudescenza romantica, immortalata poeticamente dallo Charlot chapliniano, da ultimo in Tempi moderni, in antitesi con la modernità marcata USA e con le sue forme di vita industriali. Si potrà anche dire che fosse una figura creata dalle strutture specifiche del mercato del lavoro americano a cavallo tra il XIX e XX secolo, bisognoso di mano d’opera stagionale nelle più svariate zone del paese e per i più svariati tipi d’impiego. Di sicuro si dovrà dire che quella del vagabondo lavoratore, dell’operaio nomade, che inseguiva posti di lavoro solo per ricavare il sostentamento necessario per sopravvivere ai lunghi periodi di inattività, fosse soprattutto una soggettività sviluppatasi anche in risposta alla crescente taylorizzazione delle condizioni di lavoro in America[7], quindi, alla generalizzazione del fordismo come forma universale di produzione e di società.

Tra le ragioni della «simpatia» di Gramsci per il fordismo di sicuro bisogna annoverare anche la valutazione positiva del rapporto che gli industriali americani avevano col sindacato, e con questo vengo alla seconda criticità di Americanismo e fordismo. Sulla scorta di Le problème ouvrier aux États Units di Andrè Philip del 1927, nel paragrafo 2 Gramsci arriva sostenere che:

il sindacato americano è più l’espressione corporativa della proprietà dei mestieri qualificati che altro e perciò lo stroncamento che ne domandano gli industriali ha un aspetto «progessivo». L’assenza della fase storica europea che anche nel campo economico è segnata dalla Rivoluzione francese ha lascito le masse popolari americane allo stato grezzo: a ciò si aggiunga l’assenza di omogeneità nazionale, il miscuglio delle culture-razze, la quistione dei negri (Gramsci 1978, p. 19).

Lasciando da parte l’eurocentrismo del giudizio, come se la storia del mondo e quella della classe operaia dovesse necessariamente seguire quella d’Europa; volendo sorvolare sul fatto che gli industriali americani non si limitavano a domandare lo stroncamento delle organizzazioni dei lavoratori ma lo aveva da sempre perseguito con tutta la violenza dei mezzi a loro disposizione (da quella militare e paramilitare a quella giudiziaria e politica, roba da fare invidia al fascismo); rimane il fatto che, come documentato dalle storie del movimento operaio americano, l’interesse padronale era proprio quello di sostenere la divisione per professioni, e in questa direzione si muoveva l’American Federation of Labor (AFL), non così, invece, l’Industrial Workers of World (IWW).

I wobblies, gli aderenti all’IWW, sin dal loro nascere, a Chicago il 27 giugno del 1905 e fino al 1919, avevano combattuto contro la logica corporativistica e razziale dell’AFL, per un sindacato che organizzasse tutti i lavoratori dell’industria a prescindere da mestieri, razze e sessi (Boyer, Morais 2012, pp. 218-219) e questo grazie all’assenza di qualsiasi esperienza europea di questo tipo.

Se alla prima criticità – la completa fiducia di Gramsci nell’indifferenziata disponibilità della classe operaia a lasciarsi disciplinare dalla generalizzazione del fordismo – la storia del movimento operaio americano permette di rispondere con la soggettività autonoma dello hobo, il proletario nomade – alla seconda – che vede come positivo l’accanimento degli industriali americani contro i sindacati di mestiere – sempre il movimento operaio americano permette di rispondere con la soggettività autonoma dello wobbly, il sindacalista conflittuale che agisce in nome degli obiettivi rivoluzionari della classe internazionale dei lavoratori, di tutti, senza distinzioni per mestieri.

A queste soggettività nate sul terreno del lavoro e dalle lotte dentro e fuori la fabbrica fordista, Gramsci non ci permette di guardare, l’esempio di Americanismo e fordismo dimostra che ne inibisce la percezione e, di conseguenza, non fa procedere la ricerca verso insegnamenti politici che si dimostrerebbero utili per agire nella nostra attualità.

Torno all’inizio. La fertilità della proposta interpretativa di Serra non si sostanzia naturalmente in un passaggio alla critica di Gramsci dopo l’ubriacatura filologica, di certo, il rilevamento delle criticità nella sua opera ci permette di aprire delle brecce dalle quali intravedere altri mondi, altre soggettività, altre forme di lotta e di insubordinazione con le quali semmai ritornare anche a leggere lo stesso Gramsci, senza badare ai punti e alle virgole della sua opera.

In un panorama socialmente frantumato come il nostro, nel quale si riflette la profonda frantumazione del mondo del lavoro post-fordista in una moltitudine pressoché infinita di tipologie contrattuali[8] e di sotto-mansionamenti che non fanno altro se non squalificare sempre più il senso del lavoro e la possibilità per ogni lavoratore di riconoscersi in esso e di riconoscere nella propria attività lavorativa uno strumento per la sua formazione, se una politica c’è da immaginare, la si deve immaginare a partire da qui: dalla diserzione nomadica da ogni forma di disciplinamento (stile hobos) e dalla conflittualità sindacale (stile wobblies).

Ai fantasmi inquietanti di un’unità nazionale di popolo, allora, bisogna rispondere abitando la frantumazione del mondo e le mille forme di soggettività che in esso prendono forma il cui unico orizzonte confederativo è la solidarietà, intesa come «quel corpo di sentimenti, di istinti, di pensieri, di costumi, di abitudini, di affetti» che alberga nel proletariato, ossia la «solidarietà di classe». Almeno così scriveva Gramsci da qualche parte, non ricordo più dove.

Note

[1] Di questa involuzione negli studi gramsciani ne ho dato conto nella mia Introduzione a Gramsci 2017, pp. 7-26.

[2] Su questo filone di ricerca ricordo il recente Serra 2023.

[3] Questo metodo, nel quale credo fermamente, nella sostanza pare non essere molto diverso da quello che utilizza Gilles Deleuze nelle sue grandi letture dei classici del pensiero filosofico, un Deleuze che però Serra, dico incomprensibilmente per non dire contraddittoriamente, aveva stigmatizzato nell’introduzione del 2019 (Serra 2019, p. 9). 

[4] Su questo punto basterà la lettura veloce di soli due scritti: Gramsci, la Sardegna, l’Italia del 1947 (Togliatti 2013, in particolare p. 113) e Attualità del pensiero e dell’azione di Gramsci del 1957 (ivi, in particolare pp. 220, 222-223).

[5] In questo paragrafo riprendo la lettura del quaderno 22 che nel corso degli ultimi anni ho proposto alle frequentanti e ai frequentanti del mio di corso di Sociologia dei processi culturali del lavoro, una lettura selettiva tagliata sul commento di quei paragrafi che meglio degli altri aiutano a vedere quanto gli effetti del fordismo non siano circoscrivibili alla sola fabbrica ma investano tutta la vita sociale delle lavoratrici e dei lavoratori. Il testo di riferimento è Gramsci 1978, introdotto e commentato da Franco De Felice, a oggi ancora il lavoro storicamente e politicamente più completo sulla questione.

[6] In questa direzione mi sembra muoversi Harvey 1997, p. 158.

[7] Su tutti questi punti si veda Rauty 2011, pp. XVIII-XXIX.

[8] Su questi punti, a fronte di una bibliografia infinita, suggerisco la breve e illuminante introduzione di Giovanna Procacci a Thompson 2011 (pp. VII-XIX), vademecum critico di cosa sia diventato il lavoro nell’era della globalizzazione e di come la sua flessibilizzazione non sia stata altro che un ulteriore strumento di disciplina e sfruttamento dei lavoratori ben oltre i tempi e le condotte imposte dalla catena di montaggio.

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Fonte