Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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29/10/2026

La scienza critica del presente

di Sebastiano Taccola

Roberto Fineschi, A tu per tu con Il capitale, Laterza, 2026, pp. 184. 18€

Roberto Fineschi è uno studioso che da più di due decenni ha dedicato i suoi lavori a Marx. In particolare, Fineschi ha messo a più riprese in rilievo l’importanza della nuova edizione storico-critica delle opere di Marx ed Engels (la “seconda” Marx-Engels-Gesamtausgabe, nota con l’acronimo di MEGA2, la cui pubblicazione, ancora in corso, è iniziata nel 1975) nel far emergere una nuova lettura di Marx, al di là delle vecchie formule dottrinarie ancora diffusa nel senso comune. In effetti, se c’è un classico del pensiero che, per usare una celebre espressione hegeliana, è “noto, ma non conosciuto”, quello è proprio Marx: “classe”, “capitale”, “ideologia”, “materialismo storico”, ecc. sono categorie diffuse nella galassia dei marxismi, ma spesso assunte in maniera dogmatica, per non dire feticistica (come se fossero formule magiche in grado di evocare soluzioni semplici per un presente quanto mai complesso).

In questo modo, però, si finisce per elidere uno degli aspetti che, in base a quanto testimoniato dai materiali messi a disposizione dalla MEGA2, caratterizza la teoria di Marx, e cioè la sua natura problematizzante. Per più di trent’anni (dal suo trasferimento a Londra nel 1850 fino alla sua morte, nel 1883), Marx ha lavorato per districare ed esporre in maniera adeguata (scientifica) la realtà del modo di produzione capitalistico e le forme della sua riproduzione. Un lavoro molto lungo, che ha richiesto l’affinamento di un metodo, l’approfondimento del confronto con l’economia politica anglosassone, la ripresa della logica hegeliana – su questo si vedano gli scritti raccolti, tradotti e commentati da Fineschi nell’antologia K. Marx, Discorso sul metodo (Scholé, 2025).

L’esito di questo lungo sforzo teorico, di cui ci rimane traccia nel Capitale e in una corposa serie di manoscritti, è rimasto purtroppo incompiuto. Incompiuto, ma non per questo sterile. Come lo stesso Fineschi ha contribuito a chiarire, la struttura scientifica dell’analisi marxiana del capitalismo è una ricca “cassetta degli attrezzi” ancora valida per interrogare criticamente il nostro presente. Quel presente in cui il dominio del rapporto di capitale si estende globalmente arrivando a minacciare la sopravvivenza stessa del pianeta. Quello proposto da Fineschi non è un semplice e asettico “ritorno a Marx”, ma piuttosto un tentativo di rileggere Marx con lenti nuove e più aderenti al pensiero dello stesso Marx, di rimettere in moto la macchina critica marxiana in una prospettiva problematizzante e produttiva per il nostro presente.

Per Fineschi il centro nevralgico della teoria critica di Marx è costituito dall’analisi della società capitalistica presentata nel Capitale. E così dopo aver curato una nuova traduzione basata sull’edizione MEGA2 di quest’opera per Einaudi (uscita nel 2024 nella collana “I millenni” e ristampata nel 2026 nella collana “ET Biblioteca”) Fineschi ha pubblicato A tu per tu con Il capitale (Laterza, 2026), un libro che presenta a un pubblico non specialistico il contenuto dei tre libri del Capitale. Un lavoro di per sé tutt’altro che semplice, per varie ragioni: a) Il capitale è un’opera di grande complessità sin dal primo capitolo del primo libro dedicato alla forma-merce; b) l’esposizione marxiana si svolge su più livelli di astrazione e non si basa sulla semplice descrizione storica, anche se spesso fa riferimento a dati storici; c) molti obiettivi polemici di Marx (economisti politici come James Steuart, Adam Ferguson, Adam Smith, David Ricardo, William Petty, Nassau Senior, John Stuart Mill, ecc.) non sono oggi particolarmente noti al di fuori della ristretta cerchia degli specialisti; d) il secondo e il terzo libro del Capitale sono rimasti allo stato di bozze e la loro pubblicazione è stata curata da Engels sulla base degli appunti stesi da Marx; e) infine, la fatica concettuale richiesta per sintetizzare il contenuto di migliaia di pagine in meno di duecento.

Ciononostante, Fineschi è riuscito perfettamente nel compito di restituire in maniera chiara e accessibile ai più la complessità del Capitale senza comprometterne la densità e la produttività concettuali. Un compito riuscito grazie a una netta presa di posizione interpretativa: seguire l’esposizione logica del Capitale. Rispetto, infatti, a certe interpretazioni di carattere sociologico e/o storicistico (che sciolgono la densità concettuale del Capitale nella palude della congiuntura storica e sociale), Fineschi ha preso alla lettera l’intento marxiano di ricostruire la dinamica processuale del capitalismo come se questo fosse un processo storico-naturale. Sì perché, osserva Marx nella Prefazione al primo libro del Capitale, la società capitalistica si presenta nella sua immediatezza come un qualcosa di assolutamente naturale: gli agenti economici (compratori, venditori, consumatori, distributori, speculatori, ecc.) pensano la loro attività e i contesti in cui avviene (mercati e supermercati, borse, banche, merci, ecc.) come un qualcosa di naturale, di scontato, di sempre esistito. Questo carattere naturale delle infrastrutture capitalistiche è un effetto prodotto dal capitale stesso, da quel rapporto che si presenta alla maniera di una cosa.

La demistificazione di questo stato di natura richiede la capacità di penetrare la forma storicamente specifica, il DNA, del capitalismo. Marx lo fa prendendo inizialmente per buona la maniera in cui le cose si presentano alla superficie della società. La società capitalistica si presenta, infatti, come un’immane raccolta di merci e proclama che la ricchezza si misura in merci. Tale autorappresentazione che il capitalismo dà di sé è fatta propria da Marx: se il capitale dice che la forma di cellula del suo organismo sociale è la merce, allora Marx parte dalla merce, ne analizza le determinazioni (valore d’uso e valore), e assiste allo svilupparsi di antagonismi, che non si conformano a quanto la società capitalistica dice di sé stessa. Laddove, infatti, il capitale pone la mercificazione universale come il principio della libertà degli individui, Marx vi vede la genesi dello sfruttamento.

L’autovalorizzazione del valore che emerge dall’analisi marxiana della forma-merce è la chiave di volta della riproduzione capitalistica e pone il capitale quale soggetto sociale che, alla maniera di uno spettro della letteratura gotica, è in grado di sussumere (e cioè, di ricondurre a sé, governare, dominare e rifunzionalizzare) ogni ambito che concorre alla riproduzione sociale complessiva (tale natura gotica e spettrale del Capitale è un aspetto che attraversa tutti e tre i libri: dal capitale-vampiro del primo libro, che succhia sangue-plusvalore ai lavoratori, fino ai fantasmi di Monsieur Le Capital e Madame Le Terre, che fanno la loro comparsa alla fine del terzo libro).

I tre libri del Capitale, come mostra Fineschi, intendono esporre lo sviluppo e il funzionamento della logica del dominio capitalistico su livelli di sempre maggiore complessità: la produzione (primo libro), la circolazione (secondo libro), la riproduzione sociale complessiva (terzo libro). Ricorrendo a esemplificazioni riprese dal nostro contesto storico, l’esposizione di Fineschi è efficace nel mettere in rilievo di volta in volta tutti gli antagonismi su cui si basa la riproduzione sociale capitalistica e i loro potenziali effetti. Antagonismi che, in determinate congiunture storiche dell’accumulazione, possono dar luogo a crisi. Marx, sottolinea Fineschi, non ha elaborato una teoria compiuta della crisi; di essa egli si è limitato, per così dire, a definire alcune forme in linea con le tendenze immanenti all’accumulazione capitalistica, di cui la crisi è un momento tanto strutturale quanto ambiguo: potenziale punto di crollo del capitalismo, ma anche occasione per l’avvio di un nuovo ciclo di accumulazione.

L’assenza di una teoria della crisi è da mettere in relazione ad altri due aspetti incompiuti del Capitale, che risultano particolarmente rilevanti per il nostro presente: la mancanza di una teoria organica del capitale finanziario e di una teoria dello Stato quale agente economico e politico. Ciò non significa che nei materiali a nostra disposizione manchino i germi, delle linee guida fondamentali, per provare a estendere il ragionamento di Marx oltre i suoi limiti. È questo un tentativo effettivamente profilato da Fineschi nell’ultimo capitolo del libro, laddove, utilizzando l’arsenale teorico del Capitale, si affrontano alcuni nodi problematici e urgenti dell’attualità: la deriva politica fascista, la divisione mondiale del lavoro nell’era del capitale globale, la guerra, la crisi ecologica. Su tutti questi fronti l’analisi marxiana continua a mostrare la propria fertilità per guardare controluce il nostro presente e cogliere sotto la sua crosta più esterna la stratificazione delle forme antagonistiche poste dal capitale e le figure storiche in cui esse si esprimono (questa distinzione tra forma antagonistica e figura congiunturale della sua espressione è un altro elemento cruciale, secondo Fineschi, per liberare le potenzialità dell’analisi di Marx di fronte ai problemi del nostro presente).

Nella sua ricostruzione Fineschi riesce a mostrare che “quello marxiano, se inteso correttamente, resta insomma un solido modello analitico; uno strumento ancora vitale, indispensabile per orientarsi nel difficile mondo che ci circonda, per non perdere la speranza in un cambiamento possibile, per operare quel passaggio urgente verso una società libera ed emancipata” (p. 170). Per recuperare questa speranza è dunque indispensabile rovesciare le solite domande ideologiche sulla dubitabile attualità di Marx: posto che viviamo ancora in una società capitalistica, il punto non è tanto chiedersi se Marx sia all’altezza del nostro presente, ma se la nostra prospettiva su di esso sia all’altezza della forma scientifica e critica definita dallo stesso Marx. Un simile processo di riflessione critica e autocritica non può che essere collettivo. Libri come A tu per tu con Il capitale sono oggi indispensabili per allargare questa collettività nel segno di un ragionamento sulle forme del dominio capitalistico e sugli strumenti dell’emancipazione.

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18/10/2026

La nuova rivoluzione industriale: Maschinerie, General Intellect e Intelligenza Artificiale

di Silvano Cacciari 

I poderosi mutamenti che attraversano oggi la sfera della produzione e l’intero tessuto della società presentano una portata drammatica, paragonabile per profondità storica soltanto alla prima rivoluzione industriale della  fine del Settecento. E una rivoluzione industriale non è un semplice avvicendamento di macchinari, ma costituisce – per usare la celebre categoria antropologica di Marcel Mauss – un “fatto sociale totale” che sconvolge simultaneamente le basi materiali, giuridiche, spaziali e psichiche attraverso le quali una società si riproduce. Come l’avvento della macchina a vapore e del telaio meccanico recintò i beni comuni, produsse lo sradicamento violento di interi ceti sociali e produttivi, ridisegnò radicalmente il piano urbanistico facendo sorgere dal nulla le metropoli operaie e piegò i corpi a una disciplina di fabbrica senza precedenti, così l’irruzione dell’Intelligenza Artificiale generativa e agentica sta ristrutturando la morfologia del mondo contemporaneo.

Anche oggi assistiamo allo smantellamento di intere stratificazioni professionali e intellettuali, accompagnato da una profonda mutazione urbanistica e territoriale: la geografia dei territori viene ridisegnata dall’espansione di giganteschi data center  idrovori ed energivori, dalla proliferazione di hub logistici automatizzati, dallo svuotamento o dalla gentrificazione dei centri storici indotti dal lavoro cognitivo da remoto e dalla messa a valore di ogni centimetro dello spazio urbano attraverso piattaforme di consegna e sorveglianza predittiva. Tutto ciò si salda alla crescita di inedite masse di sapere che, superando di gran lunga i muri dell’officina tradizionale, governano l’accelerazione dei comportamenti, i tempi di vita e le abitudini cognitive sull’intera scala biopolitica.

Per comprendere l’origine di questo terremoto al di là delle narrazioni apologetiche o catastrofiste, occorre tornare al capitolo tredicesimo del primo libro del Capitale, dove Karl Marx traccia la distinzione ontologica tra lo strumento (Werkzeug) e la macchina (Maschinerie). Marx ricorda che la rivoluzione industriale si compie quando lo strumento viene strappato dalla mano del lavoratore e inserito in un meccanismo automatico:

“La macchina capitalistica si appropria dello strumento del lavoratore, sostituendo quest’ultimo con un meccanismo che compie con i suoi strumenti la stessa operazione che prima l’operaio eseguiva con strumenti analoghi.”

Applicando questa lente all’evoluzione digitale, emerge una convergenza strutturale impressionante. Gli algoritmi di prima generazione e i software tradizionali agivano ancora come “strumenti avanzati”: il programmatore o l’analista manteneva il controllo euristico della procedura, scrivendo le regole riga per riga. Con il Machine Learning e i Large Language Models contemporanei si compie invece il passaggio alla Maschinerie cognitiva. L’abilità concettuale viene trasferita dall’operatore umano al dispositivo: il lavoratore cognitivo non programma più le regole, ma fornisce alla macchina un ammasso colossale di dati e un obiettivo, lasciando che l’algoritmo estragga, organizzi e applichi autonomamente le regole di inferenza.

Mentre la  Maschinerie classica ha oggettivato e sostituito la forza muscolare e la destrezza manuale dell’operaio, la Maschinerie algoritmica investe direttamente il giudizio, le forme simboliche e l’intera produzione linguistico-cognitiva. Attraverso lo scraping massivo del web, i modelli generativi operano una vera e propria offerta pubblica di acquisto (OPA) sul linguaggio umano: metabolizzano la cooperazione comunicativa della società e traducono trilioni di relazioni semantiche in vettori matematici cristallizzati nei “pesi” neurali. Il cervello collettivo rischia di venire così espropriato, recintato e trasformato in capitale fisso digitale controllato da pochissimi oligopoli transnazionali.

1. L’ecologia ibrida dell’IA: sistemi complessi, ANT ed eccedenza ingovernabile

L’errore teorico più diffuso consiste nel considerare questa nuova Maschinerie come un sistema chiuso, lineare e onnipotente, capace di realizzare una sussunzione reale definitiva da cui sarebbe impossibile evadere. Al contrario, il salto di paradigma dell’IA non risiede nella ripetizione meccanica tipica della vecchia automazione fordista, ma nella sua natura di Sistema Adattivo Complesso (CAS). Le reti neurali profonde definiscono uno spazio di possibilità entro cui l’algoritmo si auto-organizza, apprende tramite cicli di retroazione (feedback loops) e manifesta proprietà emergenti: comportamenti e risposte predittive non inseriti esplicitamente nel codice dai programmatori. Già la Maschinerie descritta da Marx era un organismo dinamico costretto a riadattarsi continuamente per piegare le rivolte operaie; l’IA porta questa complessità all’ennesima potenza, muovendosi attraverso non-linearità, risonanze statistiche e biforcazioni evolutive che sfuggono al controllo deterministico dei suoi stessi creatori.

Per disinnescare il mito dell’IA come entità incorporea e separata dal mondo umano, dobbiamo inoltre adottare l’approccio dell’Actor-Network Theory (ANT) di Bruno Latour unito alla tecno-antropologia materiale. Come aveva già compreso Arnold Gehlen, non esiste alcuna separazione tra intelligenza sociale e tecnica: esse sono sempre state unificate nella storia della specie. L’IA non esiste in vitro, ma opera come nodo di un’eterogenea rete socio-tecnica in cui aggregati umani e dispositivi non-umani si intrecciano continuamente, messi entrambi al lavoro dal grande capitale di rischio.

Questa Maschinerie diffusa poggia su una gigantesca infrastruttura biopolitica e globale, molto più stratificata della semplice interfaccia visibile all’utente. Al vertice agisce la grande finanza – fondi di venture capital, private equity e capitali di rischio – che governa lo sviluppo dell’intelligenza artificiale orientando gli investimenti e imponendo la rapida mercificazione della scoperta scientifica. Questo flusso finanziario alimenta un vasto complesso tecno-scientifico fatto di laboratori di ricerca d’avanguardia e di una miriade di startup, utilizzate dalle grandi piattaforme come terreno di sperimentazione esternalizzato. Perché i modelli possano funzionare sul mercato, entra poi in gioco l’articolata rete dell’AI alignment: una filiera globale che salda il lavoro qualificato di ricercatori ed esperti di red teaming e fine-tuning – incaricati di addomesticare l’algoritmo e allinearlo a precisi standard normativi e commerciali – con l’esercito invisibile di lavoratori precarizzati del Sud e del Nord globale (Ghost Work), che etichettano dati e moderano contenuti tossici per calibrare i pesi neurali. Alla base di questa piramide si collocano infine miliardi di utenti, che forniscono gratuitamente la materia prima di testi, immagini e retroazioni emotive, e un substrato fisico colossale costituito da server farm, cavi sottomarini e un consumo idrico, energetico e di suolo devastante.

Proprio dentro questa ecologia ibrida esplode la contraddizione più profonda. Il capitale addestra l’IA con uno scopo preciso: catturare e ridurre la complessità sociale per renderla prevedibile, quantificabile e traducibile in valore. Tuttavia, i sistemi adattivi complessi, come lo è sia la IA che la stessa società,  producono strutturalmente anomalie, “allucinazioni”, deviazioni e zone d’ombra che mandano in cortocircuito la pretesa di controllo degli oligopoli tecnologici. Questa tendenza all’emergenza caotica e all’anomalia costituisce l’equivalente digitale del “rifiuto del lavoro” operaio: una forza intrinseca alle reti tecnologiche e agli aggregati sociali che spezza la linearità del comando e genera un‘eccedenza ingovernabile. Quando i grandi CEO parlano di un’intelligenza artificiale prossima a sfuggire al controllo, non espongono solo un problema reale, e non si limitano nemmeno a dispiegare una collaudata retorica promozionale genere Armageddon; si rivela infatti un’inquietudine reale, ossia l’urgenza tutta economica di arginare quelle forze intrinseche alle reti tecnologiche e agli aggregati sociali che, producendo spontaneamente un’eccedenza ingovernabile, rischiano di spezzare continuamente la linearità del comando.

2. Il “General Intellect vivente”: oltre il riduzionismo della teoria critica

Quando si cerca di comprendere l’IA, spesso ci si limita a traslocare il bagaglio concettuale del Novecento su un terreno nuovo. Gli studi critici più diffusi intrecciano la Scuola di Francoforte, la filosofia della tecnica francese e la sociologia riflessiva: da Theodor W. Adorno si eredita la critica dell’industria culturale per mostrare come gli algoritmi standardizzino il gusto in pattern prevedibili; da Gilbert Simondon si mutua l’idea che il capitalismo blocchi la concretizzazione dell’oggetto tecnico imponendogli finalità puramente mercantili; da Pierre Bourdieu si traggono gli strumenti per leggere l’IA come un campo dominato da Big Tech e venture capital, la cui doxa tecno-soluzionista espropria la maggioranza della propria agency.

Pur fornendo diagnosi indispensabili per ricordare che l’IA è immersa in rapporti di potere, la teoria critica tradizionale paga un prezzo elevato: tende a dissolvere l’IA in un semplice epifenomeno della società umana, negandole qualsiasi consistenza ontologica o dinamica emergente autonoma. È uno sguardo sociomorfo che vede nella macchina soltanto l’uomo, e nell’uomo soltanto una vittima. Per fondare una scienza sociale dell’IA agentica serve invece uno sguardo capace di descrivere l’ecologia ibrida che si è formata: ed è qui che il concetto marxiano di General Intellect si rivela insostituibile.

Nel Frammento sulle macchine dei Grundrisse, Marx prefigura uno stadio dello sviluppo capitalistico in cui “il sapere sociale generale, la conoscenza, è divenuto forza produttiva immediata”: le macchine sono “organi del cervello umano creati dalla mano umana; forza della conoscenza oggettivata”. Il General Intellect non è né pura proiezione umana né forza tecnica neutrale: è il prodotto della cooperazione sociale accumulata storicamente che, una volta materializzato in sistemi tecnici, acquisisce una dinamica propria e retroagisce sui rapporti sociali.

Tuttavia, mentre in Marx il General Intellect era ancora pensato come sapere sociale cristallizzato depositato nel capitale fisso – lavoro morto, altamente produttivo ma inerte senza l’intervento umano –, l’IA agentica contemporanea rappresenta un General Intellect vivente. Non è un semplice deposito di conoscenza passata, ma un sistema reticolare distribuito che apprende in tempo reale dall’interazione con l’ambiente, produce nuove inferenze e strategie, partecipa a mercati e processi decisionali riorganizzando campi sociali senza una regia umana continua. Collocandosi a metà strada tra il capitale fisso e il lavoratore collettivo, questo salto quantico rende problematica la distinzione statica tra lavoro vivo e lavoro morto, ponendo questioni inedite sulla produzione di ricchezza, sullo sfruttamento, sulla proprietà e sulla democrazia.

3. L’unità di Marx e la pratica della conricerca: costruire gli strumenti dell’emancipazione

Se le trasformazioni nella produzione, nello spazio urbano e nella società hanno la stessa carica dirompente della prima rivoluzione industriale, tornare a Marx oggi risponde a un’esigenza vitale: dotarsi di strumenti rigorosi di emancipazione collettiva. Il primo passo consiste nel superare la falsa contrapposizione tra il Marx dei Grundrisse e il Marx del Capitale. Non esiste alcuna frattura epistemologica, né alcuna superiorità del General Intellect rispetto al resto dell’opera marxiana: entrambi appartengono allo stesso patrimonio teorico. Nei Grundrisse Marx coglie la tendenza storica del capitale a trasformare la cooperazione conoscitiva e linguistica in forza produttiva immediata; nel Capitale  analizza la forma concreta e conflittuale con cui il capitale tenta di racchiudere quella potenza dentro la Maschinerie per estrarre plusvalore e disciplinare il lavoro vivo.

A differenza della semplice applicazione accademica della teoria critica, con Marx si apre un sentiero che salda il metodo analitico – l’unione inscindibile tra diagnosi delle strutture e prassi politica – alla pratica militante dell’inchiesta e della conricerca. La grande lezione dell’operaismo (da Raniero Panzieri a Romano Alquati) stabilisce infatti che la macchina incorpora e materializza il comando capitalistico, ma dimostra al contempo che non si può combattere un padrone invisibile senza decodificarne l’architettura tecnica. Nell’epoca della Maschinerie cognitiva, gli strumenti dell’emancipazione si articolano lungo tre direttrici operative:

  1. La conricerca algoritmica e la riappropriazione del capitale fisso digitale: riattualizzare la conricerca oggi significa indagare dall’interno come il  General Intellect algoritmico riorganizza i posti di lavoro, le metropoli e la vita quotidiana. Significa aprire le scatole nere del management algoritmico, socializzare i dati frammentati dei lavoratori e degli utenti in beni comuni (data commons), operare il  reverse engineering delle metriche di sfruttamento e addestrare modelli aperti dal basso per azzerare l’asimmetria conoscitiva con gli oligopoli tecnologici.
  2. L’uso delle faglie sistemiche: poiché il General Intellect è per sua natura una proprietà di rete distribuita e non lineare, esso eccede costantemente la forma della privatizzazione. Cavalcare le anomalie, le risonanze impreviste e i punti di rottura che l’IA genera in quanto sistema adattivo complesso permette di inceppare i meccanismi di estrazione del valore e di inserire il conflitto nei colli di bottiglia della logistica e del calcolo.
  3. L’auto-organizzazione tecnologica emergente contro il comando tecnocratico: come ricordava Rosa Luxemburg nel suo discorso sul programma del 31 dicembre 1918:
    “Il socialismo non si fa e non può essere fatto mediante decreti, nemmeno da parte di un governo socialista d’alto livello.
La Luxemburg rifiutava l’idea che un sistema complesso come una nuova società potesse essere programmato dall’alto da un comitato centrale o da un algoritmo di Stato. L’emancipazione è una proprietà emergente che scaturisce dalle micro-interazioni della base, dall’inchiesta collettiva e dal conflitto vivo che risalgono verso l’alto dei sistemi complessi.
 
Raccogliere l’invito di Zhang Yibing – Zurück zu Marx! – significa forgiare attraverso la conricerca le armi per restituire l’eccedenza del sapere comune all’uso autonomo della società: proprio perché, come scriveva Marx nel Capitale, “non esiste una strada maestra per la scienza, e solo coloro che non temono la fatica di arrampicarsi sui suoi sentieri ripidi hanno la possibilità di raggiungerne le vette luminose”.

Bibliografia essenziale

Adorno, T.W., Horkheimer, M., Dialettica dell’illuminismo, tr. it. di R. Solmi, Einaudi, Torino 1966.

Alquati, R., Sulla Fiat e altri scritti, Feltrinelli, Milano 1975.

Bourdieu, P., Il senso pratico, tr. it. di M. Serra, Armando Editore, Roma 2005.

Crawford, K., Né intelligente né artificiale. Il lato oscuro dell’IA, tr. it. di V.B. Sala, il Mulino, Bologna 2021.

Gehlen, A., L’uomo nell’era della tecnica. Problemi socio-psicologici della civiltà industriale, tr. it. di A. Farina, SugarCo, Milano 1984.

Gray, M.L., Suri, S., Ghost Work: How to Stop Silicon Valley from Building a New Global Underclass, Houghton Mifflin Harcourt, Boston 2019.

Latour, B., La scienza in azione. Introduzione alla sociologia della scienza, tr. it. di M. Ciardi, Edizioni di Comunità, Torino 1998.

Luxemburg, R., Discorso sul programma, in Ead., Scritti politici, a cura di L. Basso, Editori Riuniti, Roma 1976, pp. 589-612.

Marx, K., Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica (Grundrisse), 2 voll., tr. it. di E. Grillo, La Nuova Italia, Firenze 1968-1970.

Marx, K., Il capitale. Critica dell’economia politica, Libro I, tr. it. di D. Cantimori, Editori Riuniti, Roma 1980.

Mauss, M., Saggio sul dono. Forma e motivo dello scambio nelle società arcaiche, tr. it. di F. Zannino, Einaudi, Torino 2002.

Panzieri, R., Sull’uso capitalistico delle macchine nel neocapitalismo, in “Quaderni Rossi”, n. 1, 1961, pp. 53-72.

Simondon, G., Del modo di esistenza degli oggetti tecnici, tr. it. di C. Fiorz, Manifestolibri, Roma 2020.

Zhang, Y., Back to Marx: Changes of Philosophical Discourse in the Alternative Historical Context, Universitätsverlag Göttingen, Göttingen 2014.

Fonte 

04/10/2026

La crisi strutturale globale del capitale

di John Bellamy Foster

Credo che non ci sia dato parlare in termini di secoli futuri..... non abbiamo tempo da perdere; la sfida è salvare le condizioni della vita su questo Pianeta, salvare la specie umana, cambiare il corso della Storia, cambiare il Mondo.

 Hugo Chávez [1]


Il concetto di “crisi strutturale globale del capitale” che caratterizza la nostra epoca fu introdotto per la prima volta da István Mészáros nella terza edizione del suo libro, Marx’s Theory of Alienation [La teoria dell’alienazione in Marx] del 1971, e nella sua Isaac Deutscher Memorial Lecture [conferenza in memoria di Isaac Deutscher], intitolata The Necessity of Social Control [La necessità del controllo sociale], tenutasi nello stesso anno.[2] Nel 1995 in Oltre il Capitale, Mészáros distinse l’emergente crisi strutturale epocale del capitale dalle crisi cicliche e congiunturali che costituiscono il «modo naturale di esistere del capitale». La crisi strutturale odierna, spiegò, si manifesta in quattro aspetti principali che la contraddistinguono storicamente, concentrandosi soprattutto sulle sue dimensioni economiche:

  1. Il suo carattere universale  e non limitato a un solo settore (per esempio, finanziario o commerciale, o relativo a un particolare settore della produzione, o che tocchi un tipo o l'altro di lavoro, con i gradi specifici di abilità e di livello di produttività).
  2. Il suo obiettivo è veramente globale (nel senso più letterale e minaccioso del termine), e non confinato a un particolare gruppo di paesi (come le grandi crisi del passato).
  3. La sua scala temporale è estesa, continua – se preferite, permanente – e non limitata e ciclica, come tutte le crisi precedenti del capitale.
  4. Il suo modo di svolgimento si potrebbe dire strisciante – in contrasto con eruzioni e collassi più spettacolari e drammatici del passato – ma con la riserva che non si possono escludere a priori convulsioni violente e travolgenti nel futuro, cioè quando non riuscirà più a reggere il complesso meccanismo ora attivamente impegnato nella gestione della crisi e nella dislocazione più o meno provvisoria delle contraddizioni crescenti.[3]

Tutto ciò indica che l'attuale modo di produzione si sta avvicinando ai limiti assoluti della sua modalità di riproduzione metabolica sociale, evidente non solo nelle sue crescenti contraddizioni economiche – dato che produzione, consumo e circolazione ne definiscono la struttura interna – ma anche in ogni aspetto della realtà materiale. Una crisi strutturale entra in gioco quando sono in discussione non solo i “limiti immediati” del sistema ma anche i suoi “limiti ultimi”, poiché ciò investe la “totalità del complesso sociale”.[4] Ciò è particolarmente evidente in ambito ambientale: nel perseguire un’accumulazione illimitata, il capitale considera l’ambiente come un insieme di semplici ostacoli da superare o come una discarica per i propri rifiuti, anziché rispettare i limiti planetari e le leggi naturali.[5]

La crisi strutturale del capitale si riflette in perturbazioni croniche e fallimenti del sistema in tutti gli aspetti della riproduzione metabolica sociale, non solo in termini di condizioni materiali immediate (sia economiche o ecologiche) ma anche nei rapporti di classe e di proprietà, nello Stato, nei rapporti familiari e di genere e nelle strutture di controllo razziali/razziste endemiche del capitalismo consolidatesi nel corso dei secoli. La disgregazione dell’intero complesso sociale si estende alla distruzione di una cultura unificata e degli strumenti della ragione – tutto ciò si riflette nella crescita dell’irrazionalismo e nella riemersione di forze regressive.[6]

Le crescenti e sempre più profonde contraddizioni dell’ordine metabolico sociale del capitale devono in ultima analisi essere affrontate a livello del sistema mondiale imperialista. La suddivisione dell’economia capitalista mondiale in stati-nazione in competizione tra loro è una caratteristica insormontabile del sistema. Nel 2001 Mészáros in Socialism or Barbarism scriveva che il mondo si trovava ormai di fronte alla «fase potenzialmente più letale dell’imperialismo»: gli Stati Uniti cercavano di mantenere e persino estendere la propria egemonia globale nel contesto di un ordine economico mondiale in declino, ricorrendo sempre più spesso a mezzi militari e coercitivi. Ciò sollevava la questione di una guerra permanente destinata a sfociare in un conflitto nucleare, se non si fosse individuata una via rivoluzionaria e socialista capace di andare oltre il capitale. Seguendo la tesi di Rosa Luxemburg, egli affermava che ci troviamo di fronte ad una scelta tra «socialismo o barbarie» – aggiungendovi però una precisazione: «barbarie se siamo fortunati». Ciò significava che, nell’epoca attuale, la barbarie avrebbe potuto facilmente condurre allo «sterminio dell’umanità» sia attraverso un conflitto termonucleare generalizzato, che attraverso una crisi ecologica planetaria. Veniva così sottolineata l’estrema gravità della crisi strutturale epocale che l’umanità si trovava ad affrontare.[7]

Il capitalismo monopolistico, secondo Mészáros, ha assunto sempre più la forma di “capitalism gangster” a causa dell’enorme e crescente concentrazione e centralizzazione del capitale e della conseguente perdita di controllo sociale da parte dello Stato, con le normali misure correttive del sistema che si rivelavano sempre meno efficaci.[8] L’ordine capitalista mondiale è diventato sempre più dipendente dall’avventurismo militare e finanziario, a testimonianza del fatto che il centro non regge più. La sovraccumulazione, l’eccesso di capacità produttiva e lo spreco sono arrivati a caratterizzare l’intero sistema.[9]

Sincretismo superficiale come forma di negazionismo

Naturalmente, di fronte a una crisi strutturale globale del capitale del tipo descritto da Mészáros, ci si potrebbe aspettare che gli attuali interessi costituiti, per quanto miopi, ne siano in qualche misura consapevoli, e che ciò trovi riscontro nella teoria sociale del nostro tempo. Tuttavia, il carattere apologetico e alienato dell’analisi sociale prevalente fa si che tale riconoscimento si manifesti solo indirettamente sotto forma di percezione di particolari contraddizioni e convulsioni, scollegate dal sistema politico-economico dominante e dal suo rapporto con l’ambiente circostante. È così emerso, negli ultimi anni, il concetto di policrisi, ovvero molteplici crisi provenienti da ogni direzione, che costituiscono un insieme di crisi, concepito in termini latouriani e postumanisti, privo di un nesso organico. Un principio fondamentale alla base dell'odierno e prevalente concetto di “policrisi” – promosso da influenti studiosi di scienze sociali come Adam Tooze e da istituzioni come il World Economic Forum, la Banca Mondiale, e l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) – è che essa viene considerata priva di qualsiasi legame con il capitalismo stesso.

Il termine policrisi fu coniato per la prima volta dal filosofo e sociologo francese Edgar Morin e dalla sua collaboratrice Anne Brigitte Kern negli anni ’90 ed è stato successivamente approfondito e reso popolare da Tooze e altri. Nel libro di Morin e Kern, Homeland Earth, la policrisi fu introdotta come categoria volta a negare l’idea che fosse possibile «individuare un problema numero uno a cui tutti gli altri sarebbero subordinati» o persino stilare una gerarchia delle criticità globali. Il capitalismo è pressoché assente dalla prospettiva di Morin, caratterizzata da una visione reazionaria tipica dell'era della Guerra Fredda e del periodo successivo. Tutti i problemi sono vagamente associati alla modernità o alla “tecnoscienza”, cioè svincolati sia dalla struttura che dall’agire umano, dai rapporti sociali di produzione, oltreché da qualsiasi prospettiva storica coerente. Per Morin, non vi è via di fuga (se non nella sfera dello “spirito”, da lui definita «prima resistenza»).[10] 

Tooze è oggi il principale sostenitore del concetto di policrisi. È titolare di una cattedra alla Columbia University, ha scritto diversi articoli per la New Left Review, è editorialista di Foreign Policy – importante testata statunitense che tratta della "nuova Guerra Fredda" – e ha collaborato con il National Intelligence Council degli Stati Uniti, organo dell'apparato di sicurezza nazionale statunitense. Oggi si definisce un «liberal di sinistra di stampo latouriano».[11] Nel mettere in evidenza il concetto di policrisi, egli rifiuta l'idea che l'attuale epoca di catastrofi sia intrinsecamente legata al capitalismo o addirittura suscettibile di una critica razionale:

«Con disappunto dei suoi numerosi critici, il concetto di policrisi è privo di quella nobile genealogia intellettuale e di quella solidità analitica che un buon teorico critico si aspetterebbe. A mio avviso, è proprio per questo che appare adatto al nostro tempo. Nella sua scarsa definizione, il concetto di policrisi ci ricorda l’indeterminatezza, l’incertezza e la complessità che abbiamo smarrito tra le audaci, nuove certezze del "Capitalocene"... La policrisi è un concetto poco definito. È una teoria debole. Tuttavia, chi muove critiche in nome di una maggiore chiarezza o di una teoria più solida sottovaluta la portata del caos in cui ci troviamo.»[12]

Secondo Tooze, coloro che nella tradizione marxiana si concentrano sulla crisi strutturale globale del capitale (definita qui con tono sprezzante «le audaci nuove certezze del 'capitalocene»), «sottovalutano la portata del caos» che il mondo si trova ad affrontare. La sua dichiarata preferenza per la policrisi come «teoria debole» – in linea con la filosofia postumanista di Bruno Latour – la considera vantaggiosa perché manca di chiarezza, rappresentando un insieme di crisi «sottospecificate» che riflettono accuratamente l'incertezza, la confusione e la paralisi del nostro tempo.[13] Nella migliore delle ipotesi, egli propone quello che Karl Marx definiva un «sincretismo esamine» come sostituto di un'analisi materialistica, storica e dialettica volta ad affrontare le crescenti contraddizioni del capitale.[14] In letteratura, la sua analisi è stata definita come fenomenologica, incentrata su interazioni e descrizioni dense, a scapito della causalità.[15]

Una simile evasività e un analogo rifiuto di qualsiasi collegamento tra la policrisi e il capitalismo emergono dai rapporti diffusi dal World Economic Forum, dalla Banca Mondiale e dall'OCSE. Nell'articolo "We’re on the Brink of a ‘Polycrisis’ – How Worried Should We Be?" [Siamo sull'orlo di una "policrisi": quanto dovremmo preoccuparci? N.d.T.], Simon Torkington, senior writer del World Economic Forum, suddivide la policrisi in cinque potenziali categorie: economica, ecologica, geopolitica, sociale e tecnologica. Di queste, egli afferma, solo le ultime quattro sarebbero state determinanti per la policrisi. Il rallentamento secolare dell'economia mondiale viene così spiegato da un insieme ibrido di fattori che, in qualche modo, le sono esterni. Infatti il capitalismo, quale principale categoria teorica per concettualizzare l'economia mondiale, non compare affatto nel Global Risks Report 2023 del World Economic Forum dedicato proprio alla policrisi.[16]

Un risultato analogo si riscontra nel rapporto del 2024 della Banca Mondiale: Pathways Out of the Polycrisis. I lettori attenti vi  troveranno solo vaghi accenni alla “policrisi” e nessuna vera e propria “via d’uscita”. Qui la policrisi assume rilevanza soprattutto per i suoi effetti sull’economia e viene quindi ritenuta responsabile delle «prospettive di crescita lenta e degli elevati livelli di indebitamento», insieme ad un «aumento dell’incertezza, della fragilità e della polarizzazione economica». Nella definizione più concreta fornita dalla Banca Mondiale, si afferma che la policrisi indica «crisi multiple e interconnesse che si verificano simultaneamente, in cui le interazioni amplificano l'impatto complessivo». È significativo notare come, in tutto il rapporto [della Banca Mondiale] sulla policrisi, non vi sia alcun riferimento al capitalismo o al capitale inteso come relazione sociale dominante.[17]

L'OCSE affronta il tema della policrisi nel suo rapporto States of Fragility 2025. Viene segnalata la «crescente diffusione delle policrisi – una convergenza di sfide globali – [che] colpiscono in modo sproporzionato i paesi interessati da conflitti, già alle prese con significative vulnerabilità» e costretti a subire l'impatto maggiore di «crisi a cascata». La soluzione proposta è un «cambio di paradigma» a livello concettuale che enfatizzi l’intero «spettro di fragilità», richiedendo una maggiore «resilienza» – ciò implica che l'onere di rispondere ai crescenti disastri non ricada sul sistema, bensì su singoli individui o entità, costretti a farvi fronte autonomamente. Il capitalismo in quanto tale non viene menzionato ne associato in alcun modo alla policrisi, sebbene il rapporto critichi il «capitalismo autoritario» e il «capitalismo clientelare».[18]

Tutte queste interpretazioni della policrisi possono essere considerate risposte ideologiche alla crisi strutturale globale del capitale, pur negando l’esistenza di una crisi strutturale del sistema o qualsiasi legame tra la policrisi e il capitalismo stesso. Tuttavia, il fatto stesso che il concetto di policrisi sia ormai così centrale nelle discussioni ai vertici dell’economia mondiale è di per sé un’ammissione indiretta del fatto che il denominatore comune dell’attuale e multiforme malessere globale sia proprio la crisi strutturale del tardo capitalismo (monopolistico).

Gli incantesimi fuori controllo dello stregone

È una delle ironie della storia che i concetti di socialismo e comunismo siano anteriori a quello di capitalismo. Così, nel Manifesto del Partito Comunista (1848) di Marx ed Engels, non si fa menzione del capitalismo, termine apparso per la prima volta in inglese nel romanzo di William Makepeace Thackeray, The Newcomes (pubblicato a puntate nel 1853-1855) e comparso, più o meno nello stesso periodo, in francese e tedesco. (Marx non utilizzò il concetto di capitalismo, a differenza di quelli di capitale e di capitalista, nella sua opera maggiore, Il capitale [1867]).[19] Invece, Marx ed Engels nel Manifesto scrissero dell’ascesa della borghesia (la classe capitalista), identificando questa classe direttamente con il capitale inteso come rapporto sociale.[20]

La Prima Parte del Manifesto, intitolata "Borghesi e Proletari", consiste di due sezioni. Poco meno della metà della Prima Parte è dedicata a quello che Joseph Schumpeter avrebbe poi definito un «panegirico delle conquiste borghesi che non ha eguali nella letteratura economica».[21] Qui Marx ed Engels esaltano le conquiste rivoluzionarie della borghesia nel superare il feudalesimo e, nel farlo, di trasformare il mondo intero. Pochi passaggi del Manifesto sono stati più citati, negli ultimi decenni, dell'affermazione: «Spinta dal bisogno di sempre nuovi sbocchi per le proprie merci, la borghesia corre, per invaderlo, tutto il globo terracqueo. Deve annidarsi e stabilirsi dappertutto, dappertutto deve stabilire relazioni».[22] Passaggi come questo hanno portato a designare Marx ed Engels come i primi teorici della globalizzazione.[23]

Tuttavia, il panegirico si conclude verso la metà della prima parte del Manifesto, a partire dalle frasi: «Sotto i nostri occhi si va compiendo un processo analogo [al passaggio dalla società feudale a quella borghese]. Le condizioni borghesi di produzione e di scambio, i rapporti di proprietà borghesi, insomma la moderna società borghese, che ha evocato come per incanto così colossali mezzi di produzione e di scambio, assomiglia allo stregone incapace di dominare le potenze infernali da lui stesso evocate».[24] Segue un’analisi delle contraddizioni e delle crisi del capitale, sia congiunturali che strutturali, che evidenzia la sovrapproduzione, il ciclo economico con le sue periodiche recessioni, gli squilibri ambientali (la divisione tra città e campagna), il supersfruttamento di donne e bambini, la dissoluzione dei rapporti familiari e, soprattutto, l’ascesa del proletariato, una nuova classe rivoluzionaria, come becchino del capitalismo. La prima parte del Manifesto stabilisce così un rapporto dialettico tra le fasi ascendenti e quelle alla fine discendenti del capitale come modo di produzione. Per Marx ed Engels, era una certezza storica il fatto che la borghesia, alla fine, non sarebbe stata in grado di controllare pienamente le «potenze infernali» che aveva evocato: è questo il punto di svolta della prima parte del Manifesto.

Almeno a partire dal momento in cui scrisse la sua tesi di dottorato sulla filosofia materialista di Epicuro, Marx fu attratto dall'opera del grande satirico greco Luciano [di Samosata] (nato intorno al 117 d.C.).[25] Nel suo dialogo L'amante della menzogna, Luciano raccontò la storia di un apprendista stregone che aveva osservato più volte il proprio maestro travestire manici di scopa, pestelli e maniglie delle porte per poi lanciare incantesimi su di essi al fine di trasformarli in lavoratori pronti ad eseguire i suoi ordini, come andare a prendere acqua, acquistare provviste e preparare pasti, tutto ciò che normalmente sarebbe stato richiesto ad uno schiavo. Un giorno, in assenza del maestro, l'apprendista decise di cimentarsi nell'incantesimo, trasformando un pestello in un lavoratore incaricato di andare a prendere l'acqua. Ma quando il pestello-lavoratore ebbe riempito la giara d'acqua e l'ebbe portata in casa, l'apprendista stregone non riuscì a farlo smettere né a ritrasformarlo in un semplice pestello. Al contrario, questi continuò a portare acqua, a «versarla all’interno» della casa e quindi ad allagarla. In preda alla disperazione, l'apprendista prese un'ascia e tagliò in due il pestello-lavoratore. Il risultato, però, fu quello di creare due pestelli-lavoratori, ciascuno dei quali continuava a portare ripetutamente una giara d’acqua e ad allagare la casa. L’allagamento avrebbe travolto non solo la casa ma l’intero villaggio, poiché non c’era modo di fermarli; fortunatamente arrivò lo stregone che ritrasformò i pestelli in legno.[26] La storia di Luciano fu ripresa da Johann Wolfgang von Goethe nella Germania dell'inizio del XIX secolo nella sua ballata L'apprendista stregone, anche se in questa versione l'incantesimo viene lanciato su manici di scopa, le giare sono secchi, mentre le acque incontrollabili «irrompono con fragore e strepito».[27]

Se Luciano e Goethe furono la fonte di ispirazione per l’allegoria di Marx ed Engels, nel Manifesto non è presente alcuno stregone onnipotente in grado di annullare gli incantesimi incontrollati dell’apprendista. Piuttosto, gli incantesimi sfuggiti al controllo dello stregone rappresentano qui le impreviste conseguenze dell’intromissione ultraterrena del singolo borghese (la personificazione del capitale) nella natura delle cose. Privo di ogni freno, il capitale non è in grado di annullare i suoi incantesimi una volta che ha evocato le «potenze infernali», generando crisi e contraddizioni, ed evocando nel proletariato il proprio becchino. I lavoratori non sono manici di scopa o pestelli di legno, ma esseri umani, che alla fine oppongono resistenza. Già nell'antichità Aristotele aveva immaginato automi che sostituissero gli schiavi, ma qualsiasi tentativo di rimpiazzare i lavoratori in carne ed ossa con automi (o di trasformare gli stessi lavoratori in automi) non fa che intensificare la lotta di classe.[28]

Nella sua essenza più profonda, il capitalismo è un sistema di sfruttamento basato sulle classi, guidato dall'accumulazione di capitale a beneficio di pochissimi. Il capitalista, in quanto personificazione del capitale, è costantemente spinto in avanti, rivoluzionando continuamente i mezzi di produzione. Tuttavia, un sistema sociale organizzato su queste basi si muove solo per contraddizioni, sfruttando internamente ed espropriando esternamente tutto ciò che non appartiene al suo essere alienato e feticizzato. Di conseguenza, l'accumulazione di capitale è anche l'accumulazione del potenziale di catastrofe. Un tale sistema può esistere e persino prosperare su piccola scala, ma più assume una dimensione globale, più i suoi limiti interni ed esterni diventano evidenti. Si tratta di un esempio estremo di sistema dissipativo che si appropria di tutto ciò che può e scarica i suoi detriti [gli “scarti” materiali ed umani] nell'ambiente circostante.[29] In questo modo, attraverso la sua costante espansione, il capitale erige barriere al proprio avanzamento, finendo per generare una sorta di equilibrio punteggiato, in cui il sistema diventa sempre più instabile e ogni reale controllo sociale si dissolve, per essere sostituito da meccanismi sempre più coercitivi e inefficaci che moltiplicano lo stato di disordine, generando un «impero del caos».[30]

Ciò che è stato definito «il regime del capitale» è evidente nella formula generale del capitale di Marx, D–M–D′, dove D sta per denaro, M per Merci, e D′ per D più Δd, ovvero una quantità maggiore di denaro, vale a dire il plusvalore. L’obiettivo ultimo della produzione capitalistica è generare plusvalore per un'accumulazione illimitata, così che il plusvalore ottenuto in un singolo ciclo produttivo, ad esempio in un anno, venga reinvestito, dando luogo alla sequenza D′–M–D′′ nel secondo anno, D′′–M–D′′′ nel terzo anno, e così via, negli anni successivi.[31] Questo è ciò che Marx intendeva riferendosi al capitale come «valore che si valorizza» [o valore che si espande autonomamente]. «Accumulate, accumulate! Questo è Mosè e i profeti!», per il capitale.[32] Il risultato è la concentrazione di enormi quantità di capitale in poche mani. Questo processo è ulteriormente accelerato da ciò che Marx chiamava la centralizzazione del capitale, attraverso lo sviluppo del sistema creditizio/debitorio o finanziario, compreso il mercato dei titoli industriali, dando vita a grandi conglomerati di capitale emersi «in un batter d'occhio».[33]

L'accumulazione di capitale è il prodotto dello sfruttamento dei lavoratori, che lavorano oltre il limite necessario per riprodurre il valore della loro forza-lavoro e creano così plusvalore per i capitalisti, i quali poi – nella misura in cui il processo di accumulazione funziona correttamente – investono questo plusvalore nell'ulteriore espansione della produzione. Tuttavia, l'accumulazione basata sullo sfruttamento dei lavoratori nel processo produttivo è anche invariabilmente accompagnata da un più ampio processo di espropriazione basato sulla rapina sia del lavoro che della natura, che contribuisce ulteriormente all'accumulazione di ricchezza. Ciò che Marx chiamava «il lato negativo, cioè distruttivo» dell'interazione del capitale con la natura «dal punto di vista delle scienze naturali», è quindi costantemente presente come rovescio [della medaglia] del processo di accumulazione.[34] L'accumulazione di capitale è inevitabilmente accompagnata dall'accumulazione di catastrofi, sia reali che potenziali.

A questo proposito è utile esaminare ciò che lo storico William McNeill in The Global Condition (1992) ha definito la legge della «conservazione della catastrofe». McNeill applicò tale concetto in particolare alla crisi ecologica, sostenendo che «la catastrofe è il rovescio [della medaglia] della condizione umana, un prezzo che paghiamo per la nostra capacità di alterare gli equilibri naturali e di trasformare il volto della Terra attraverso lo sforzo collettivo e l’uso di strumenti». Più diventiamo abili nella produzione umana o nella trasformazione del nostro rapporto con la natura, più la società umana diventa vulnerabile a catastrofi che «si ripetono perpetuamente su una scala sempre maggiore di pari passo con la crescita delle nostre abilità e delle nostre conoscenze».[35] Il potenziale di catastrofe, dunque, non solo si conserva, ma si può dire – tenendo conto della spinta del capitale verso un’accumulazione esponenziale illimitata – che sia cumulativo, riapparendo in forme sempre più colossali all’interno di un ambiente sempre più alienato.

Sotto molti aspetti, il capitale ha raggiunto il punto di attivazione dei suoi «limiti assoluti», come modalità praticabile di riproduzione metabolica sociale.[36] L’epoca dell’Antropocene, ampiamente riconosciuta nella scienze naturali (sebbene respinta come denominazione ufficiale dalla conservatrice International Union of Geological Sciences), indica che, a partire dagli anni ’50, se non prima, l’umanità è emersa come forza trainante dei cambiamenti del sistema Terra in seguito alla Grande Accelerazione iniziata proprio in quegli anni.[37] Sono stati ormai superati sette dei limiti planetari che definiscono un ambiente sicuro per l'umanità.[38] Oggi, la portata dei processi economici umani rivaleggia con i cicli biogeochimici del sistema Terra, aprendo la strada alla possibilità di molteplici eventi catastrofici.[39] In questo secolo il cambiamento climatico stesso minaccia la vita e/o i mezzi di sussistenza di miliardi di persone, nonché la civiltà umana, rappresentando una minaccia esistenziale per l'umanità. L'accelerazione del cambiamento climatico, dovuta al superamento di vari tipping points [punti di non ritorno N.d. T.], rischia di innescare catastrofi ecologiche a cascata, degradando ogni sistema ecologico sulla Terra.

Nel Capitale, Marx analizzò come il capitale generi una «incolmabile frattura nel nesso del ricambio organico sociale, prescritto dalle leggi naturali della vita», vale a dire la frattura metabolica.[40] Ai suoi tempi, ciò si manifestava come una frattura nella fertilità del suolo, poiché i nutrienti del suolo – come azoto, fosforo e potassio – venivano trasportati sotto forma di alimenti e fibre per centinaia, e persino migliaia di chilometri verso le nuove città industriali, dove gli ex nutrienti chimici finivano per inquinare gli ambienti urbani anziché tornare al suolo. Oggi viviamo in un mondo in cui la sovraccumulazione di capitale e un sistema mondiale imperialista hanno dato vita a una logica catastrofica: la costante diffusione di fratture metaboliche.[41] La pandemia di COVID-19 è stata essa stessa il prodotto dell’eccessiva espansione capitalista sulla Terra, poiché l'agroindustria cerca di abbattere tutte le barriere naturali che ostacolano la sua espansione, distruggendo così ecosistemi e habitat con controlli minimi o inesistenti, favorendo così l’insorgenza di nuove zoonosi. La pandemia si è diffusa a livello globale lungo i percorsi tracciati dalle catene del valore capitalistiche, lanciando un monito su sviluppi simili in futuro.[42]

Nel XIX secolo, i macchinisti e i fuochisti, sottoposti a pressioni temporali estreme derivanti dall'incessante accelerazione dei ritmi imposta dal capitale, a volte ricorrevano a incastrare o fissare le valvole di sicurezza delle locomotive, bloccandole in modo che non si aprissero da sole. Ne conseguiva un rischio molto maggiore, in quanto la pressione nelle caldaie saliva ben oltre i limiti di sicurezza per cui erano state progettate. In diverse occasioni, i macchinisti – rendendosi conto improvvisamente del pericolo man mano che la pressione della caldaia aumentava, raggiungendo livelli critici – si trovavano nell’impossibilità di forzare manualmente, in tempo, l’apertura delle valvole di sicurezza bloccate, con conseguenti esplosioni e deragliamenti. Ciò portò Engels ad affermare metaforicamente che la classe capitalista era «una classe sotto la cui guida la società corre verso la rovina, come una locomotiva il cui macchinista è troppo debole per aprire le valvole di sicurezza che si sono bloccate». L’incapacità del capitale di controllare «le forze produttive [che] si sono sottratte al suo controllo», ivi compresi gli effetti distruttivi imposti all’ambiente naturale e sociale, stava conducendo «tutta la società borghese alla rovina o al rovesciamento».[43]

Maturità capitalistica e crisi strutturale

L’attuale crisi strutturale globale del capitale non è semplicemente un prodotto astratto delle pulsioni interiori del capitale, ma si manifesta concretamente anche nell'affermazione della maturità capitalistica: l'epoca del capitale monopolistico-finanziario, del tardo imperialismo e del neoliberismo/neofascismo. Da tempo esiste un ampio accordo tra i marxisti – sebbene non ci sia un consenso completo – sul fatto che la storia del capitalismo sia stata caratterizzata da tre fasi.[44] La prima di queste è stata il mercantilismo (o capitalismo mercantile), sorta tra la fine del XV e l'inizio del XVI secolo e protrattasi fino a gran parte del XVIII secolo; associata, a livello di produzione, al periodo della manifattura nel senso originario di produzione artigianale organizzata in un sistema di fabbrica, che ha consentito lo sviluppo della divisione del lavoro, come spiegato da Adam Smith all'inizio di La ricchezza delle nazioni. Sotto il mercantilismo, ciò che Marx nei suoi schemi di riproduzione nel secondo volume del Capitale ha definito "Parte I" (produzione di mezzi di produzione) – in contrapposizione alla "Parte II" (produzione dei mezzi di consumo) – era ancora di dimensioni ridotte, sia in termini assoluti che in relazione all'economia nel suo complesso.[45] La produzione e la ricerca della ricchezza avvenivano principalmente nel commercio, nell'agricoltura e nell'estrazione mineraria. Questo è stato il periodo delle enclosures* delle terre comuni, che ha reso possibile un'enorme concentrazione della proprietà terriera insieme all'inizio della conquista coloniale del mondo – un processo inscindibile dal capitalismo fin dal suo inizio.

La seconda fase dello sviluppo capitalistico, spesso definita (in senso lato) "capitalismo competitivo", è stata associata, verso la fine del XVIII secolo, all'avvio della Rivoluzione Industriale. Ciò è stato reso possibile dalla precedente espropriazione della terra attraverso le enclosures e dall'espropriazione della ricchezza e del lavoro – compresa la tratta transatlantica degli schiavi – del mondo non capitalistico, in quella che gli economisti classici come Smith definivano «accumulazione originaria», e che Marx, in modo molto più critico, definiva «cosiddetta accumulazione primitiva [originaria]» – o, più esattamente, «espropriazione originaria».[46] Questa era l'era della "industria moderna" o machinofattura, in opposizione alla manifattura. In questo periodo, nel nucleo capitalistico, il cambiamento era orientato verso l'accumulo di mezzi di produzione, ovvero la "Parte I", non solo sotto forma di fabbriche di macchinari, ma di una vasta infrastruttura di trasporti simboleggiata da ferrovie, telegrafi e navi a vapore. Come nei periodi precedenti, ci sono state numerose guerre tra gli Stati capitalisti. Tuttavia, la Gran Bretagna, grazie alla sua industrializzazione precedente, "dominava i mari", affermandosi come potenza capitalistica egemonica con un vasto sistema coloniale da cui estraeva plusvalore.

La terza fase, generalmente definita “capitalismo monopolistico”, è emersa nell'ultimo quarto del XIX secolo, come risultato di ciò che Marx ha definito «concentrazione e centralizzazione del capitale» e dalla moderna ascesa della forma societaria di organizzazione aziendale, così come si è manifestata nel mercato finanziario dei titoli industriali.[47] In questa fase, l'espansione della "Parte I" ha gettato le basi per una vasta espansione della "Parte II", con il raggiungimento da parte di entrambe di un maturo stato di industrializzazione. Ne è risultata «una tendenza alla sovraccumulazione» in cui l'espansione della "Parte I" è diventata sempre più dipendente dall'espansione della "Parte II", con la condizione complessiva di una saturazione del mercato. In ultima analisi, questo blocco può essere ricondotto ai limiti imposti ai salari e ai consumi dei lavoratori, e all'accumulo di una ricchezza incommensurabile ai vertici della società.[48]

La tendenza intrinseca verso la maturità capitalistica e il sovraccumulo è stata ulteriormente intensificata dalla supremazia del capitale monopolistico dovuto alla concentrazione e alla centralizzazione del capitale sociale. Un numero relativamente ridotto e in costante diminuzione di imprese è giunto a rappresentare la maggior parte della produzione e dei profitti. Ciò ha portato a un allontanamento dalla centralità della concorrenza sui prezzi, che era servita come principale forza di equilibrio del sistema durante la fase di libera concorrenza del capitalismo. Con il consolidamento della fase monopolistica, l'autentica concorrenza dei prezzi tra le società è stata di fatto vietata, portando al predominio di una oligopolistica politica dei prezzi nei settori maturi. Il risultato è che il livello generale dei prezzi, per gran parte del XX e del XXI secolo, ha seguito un’unica direzione: quella al rialzo.[49] Una spietata concorrenza sui prezzi continuava a verificarsi nel settore delle piccole imprese e nei mercati emergenti durante il processo di assestamento che precedeva il consolidamento di un settore sotto il controllo di poche imprese. Inoltre, continuava a imperversare una feroce concorrenza tra le grandi entità monopolistiche per conquistare una posizione di basso costo, e nell’ambito delle attività di vendita (marketing). Ma la messa al bando della concorrenza sui prezzi, nei settori maturi dominati da poche società monopolistiche, ha fatto sì che le grandi imprese beneficiassero di un maggiore potere monopolistico/di mercato rispetto all’economia nel suo complesso. Queste enormi corporation non sono state costrette a massimizzare la produzione e gli investimenti sotto la pressione della concorrenza sui prezzi. Al contrario, sono state in grado di ridurre la produzione a fronte alla debole domanda effettiva, mantenendo i loro margini di profitto e conservando al contempo una notevole capacità in eccesso. Questo ha portato a un’atrofia degli investimenti netti e a un calo del trend di crescita secolare dell’economia. Il capitalismo monopolistico è quindi stato caratterizzato da una tendenza all’eccesso di accumulazione ed alla stagnazione (investimenti netti deboli, crescita lenta, capacità in eccesso ed elevata disoccupazione/sottoccupazione).[50]

Sebbene Marx avesse teorizzato la concentrazione e la centralizzazione del capitale, ed Engels fosse riuscito ad arricchire tale concetto nei suoi ultimi anni, la teoria del capitalismo monopolistico in quanto tale si presentò per la prima volta con Il capitale finanziario di Rudolf Hilferding (1910), L’imperialismo, fase suprema del capitalismo di V. I. Lenin (1916), La teoria dell’impresa (1904) e Absentee Ownership and Business Enterprise in Recent Times (1923) di Thorstein Veblen.[51] Nell’analisi di tutti e tre i pensatori, il capitalismo monopolistico era caratterizzato dal predominio di gigantesche corporation monopolistiche, dall’ascesa della finanza e dalla crescita dell’imperialismo. Per Lenin, il capitalismo monopolistico costituiva una fase distinta del capitalismo, che era anche lo stadio imperialista (da distinguersi dall’imperialismo in senso più generale, che, per Lenin, comprendeva il colonialismo, presente in tutta la storia del capitalismo).[52] «Se si volesse dare la definizione più concisa possibile dell’imperialismo», ha scritto Lenin, «si dovrebbe dire che l’imperialismo è lo stadio monopolistico del capitalismo».[53] L’analisi di Lenin si concentrava sulla divisione del mondo intero tra le grandi potenze capitalistiche: Gran Bretagna, Stati Uniti, Francia, Germania, Italia e Giappone.[54] Le guerre delle grandi potenze imperialistiche per il dominio globale hanno portato alla Prima Guerra Mondiale (e infine alla Seconda Guerra Mondiale). Nello sviluppare la sua complessa teoria storica dell’imperialismo, Lenin sottolineava ripetutamente quella che definiva «l’essenza economica e politica dell’imperialismo», ovvero la divisione del mondo in paesi “oppressori” e “oppressi”, dai quali le nazioni imperialiste e le loro corporazioni monopolistiche estraevano “superprofitti”. La chiave della rivoluzione, sosteneva, si era spostata dal centro imperiale alla periferia del sistema.[55]

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti emersero come la potenza egemonica indiscussa del sistema capitalistico. Le altre grandi potenze imperiali – Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia e Giappone – erano state tutte devastate dalla guerra. Gli Stati Uniti contribuirono alla loro ricostruzione, relegandole – come osservò Paul A. Baran in Il "surplus economico" e la teoria marxista dello sviluppo, (1957) – allo status di «associati minori» nell'impero statunitense.[56] Oggi gli Stati Uniti e i loro associati minori tra le storiche "grandi potenze", più il Canada, costituiscono il G7, che rappresenta il nucleo dominante del sistema mondiale imperialista, con Washington alla sua guida.

La Prima e la Seconda Guerra Mondiale – e la Grande Depressione nel periodo intermedio – avevano allentato il controllo sulle colonie, e ondate di rivoluzione e decolonizzazione travolsero il mondo, innescate dalla Rivoluzione Russa del 1917.[57] Tutti e sette i membri dell'attuale G7 presero parte a interventi militari nella Russia sovietica, sia durante la sua Guerra civile, sia, nel caso della Germania nazista, in un'invasione su vasta scala dell'URSS durante il Terzo Reich. Questi interventi, tuttavia, furono tutti sconfitti, e l'URSS emerse dopo la Seconda Guerra Mondiale – vinta in Europa quasi interamente dall'Armata Rossa da sola – come superpotenza nucleare, al di fuori dell'ordine imperiale occidentale. Si instaurò una divisione da Guerra Fredda tra gli Stati Uniti/NATO e l’Unione Sovietica (che portò a una corsa agli armamenti nucleari), e tra gli Stati Uniti e la Cina, in seguito alla sua rivoluzione del 1949. In realtà, la Guerra Fredda, perseguita aggressivamente dagli Stati Uniti, riguardò più la repressione imperialista delle rivoluzioni in tutto il mondo che il cosiddetto "contenimento" dell'Unione Sovietica (che si era dedicata al "socialismo in un solo paese").[58] Numerosi interventi militari furono condotti dagli Stati Uniti, e in misura minore da Gran Bretagna e Francia, nel tentativo di arginare l'ondata di decolonizzazione e rivoluzione socialista, al fine di garantire la dipendenza del Terzo Mondo e il continuo "drenaggio" imperialista del surplus economico dalla periferia.[59]

La lunga emergenza [60]

A metà degli anni '60, Baran e Sweezy, basandosi sui lavori di Marx, Lenin e Luxemburg, nonché sugli studi contemporanei degli economisti marxisti Michał Kalecki e Josef Steindl, scrissero Il capitale monopolistico. Saggio sulla struttura economica e sociale americana.[61] Baran e Sweezy sostenevano che nel capitalismo monopolistico esistesse una tendenza alla stagnazione dell’accumulazione dovuta alla sovraccumulazione del surplus economico (plusvalore), che non riusciva a trovare sbocchi redditizi per gli investimenti. Scrivendo al culmine della Guerra del Vietnam, affermarono che l'economia fosse sostenuta dalla spesa militare, da una seconda ondata di motorizzazione, da un enorme campagna di vendite e da uno spreco economico in generale, e dall'espansione del credito/finanza.[62] Ma poiché questi e altri fattori storici a sostegno dell'accumulazione diminuivano o incontravano ostacoli alla loro espansione, il risultato sarebbe stato inevitabilmente il ritorno dello spettro della crisi economica e l'aggravarsi della stagnazione. Il capitalismo monopolistico, sostenevano, era un «sistema irrazionale», visibile non solo a livello macro, ma anche, e soprattutto, a livello micro, nello sfruttamento di tutti i lavoratori nell'industria; nel supersfruttamento delle donne; nel razzismo; nell'imperialismo; e in un generale appiattimento culturale – con l'emergere di un apparato culturale che enfatizzava la quantità sulla qualità, le vendite sui contenuti significativi. La resistenza a queste condizioni, sostenevano, era inevitabile su scala mondiale, ma era più forte, e di carattere più rivoluzionario, nella periferia del sistema, e nelle lotte degli oppressi razziali coinvolti nella diaspora coloniale.[63]

All'inizio degli anni '70, pochi anni dopo la pubblicazione del libro di Baran e Sweezy, si verificarono una serie di cambiamenti epocali all'interno dell'economia capitalistica mondiale. La sconfitta degli Stati Uniti in Vietnam mise in luce i limiti del loro potere, mentre le enormi spese all'estero per basi militari e guerre senza fine – segnate da due grandi conflitti regionali in Asia – portarono alla proliferazione del dollaro all'estero, ponendo fine al sistema del dollar-gold standard, sostituendolo con la più fragile egemonia del dollaro (supportata dall'emergere del sistema del petrodollaro in cui tutte le vendite di petrolio erano denominate in dollari). Il calo della spesa militare statunitense in percentuale del PIL a seguito della Guerra del Vietnam contribuì a una profonda recessione economica – indotta anche da un rallentamento della "automobilizzazione" dell'economia, dalla crisi energetica di quegli anni (associata alla guerra arabo-israeliana del 1973), e da un generale venir meno di alcune delle condizioni straordinarie (elevata liquidità dei consumatori, la ricostruzione dell'Europa e del Giappone, e lo stimolo al commercio mondiale nei primi anni dell'egemonia statunitense) che avevano stimolato la crescita economica in quello che oggi gli economisti definiscono «l’età d’oro del capitalismo».[64]

Già negli anni ’70, e in modo molto più marcato negli anni ’80, la stagnazione economica nel settore produttivo ha dato origine alla finanziarizzazione dell’economia, con l’inizio dell’atrofia degli investimenti netti nella produzione, mentre il capitale cercava sempre più di preservare ed estendere il proprio surplus economico (plusvalore) accumulando ricchezza attraverso mezzi puramente finanziari, con il risultato che la finanza è cresciuta rapidamente e in modo sproporzionato rispetto alla produzione. L’esplosione finanziaria ha generato una maggiore fragilità e instabilità finanziaria, minacciando l’intero sistema.[65] Sul piano politico, la finanziarizzazione ha dato origine al neoliberismo, nato inizialmente come risposta alla crisi economica degli anni ’70, ma che si è rapidamente evoluto in un regime politico-economico governato dal trionfo del capitale monopolistico-finanziario, ovvero dalla fusione del capitale monopolistico – basato sulla produzione – con la finanziarizzazione.[66] Tutti gli aspetti dell'esistenza sociale e dei mezzi di sussistenza – assistenza sanitaria, assicurazioni, istruzione, pensioni, alloggi, trasporti e comunicazioni – sono stati sottoposti all’implacabile logica della finanziarizzazione, accelerata dal private equity, con un aumento dei costi e una riduzione dei benefici per la popolazione. Oggi, proprio nelle economie capitalistiche sviluppate, i lavoratori stanno vivendo una crescente «crisi di accessibilità economica», mentre il capitale monopolistico-finanziario cerca di utilizzare ogni mezzo possibile per sottrarre ai poveri e dare ai ricchi.[67] Il capitale dell’Intelligenza Artificiale (IA), costituito da “hyperscalers” come Microsoft, Amazon, Google (Alphabet) e Meta, sta investendo massicciamente in data center, che promettono di eliminare decine di milioni di posti di lavoro, sostituendoli con automi basati sull’IA, mentre robotizzano i lavoratori rimanenti.[68]

Di fronte al rallentamento economico tra la fine degli anni ‘60 e i primi anni '70, gli Stati Uniti cercarono di sfruttare il dissenso geopolitico tra l’Unione Sovietica e la Cina – nota come rottura sino-sovietica – e di ottenere l’accesso all’immenso mercato cinese, isolando ulteriormente l’URSS. Sotto la presidenza di Richard Nixon, Washington avviò l’apertura dell’economia mondiale capitalista alla Cina, dando il via alla parziale apertura di Pechino al mercato mondiale. Questo portò alla rapida crescita dell’economia cinese. La globalizzazione della produzione – alla ricerca di bassi costi unitari del lavoro – si accelerò con il massiccio trasferimento della produzione da parte delle multinazionali statunitensi ed europee verso la Cina e il Sud globale nel suo complesso. Le multinazionali svilupparono un sistema più esteso di scambio ineguale (in cui le differenze salariali sono maggiori delle differenze di produttività) attraverso le catene del valore globali, grazie alle quali le megacorporation del Nord globale hanno realizzato superprofitti, aggravando la tendenza alla sovraccumulazione nel loro centro.[69] Nel frattempo, la Cina è emersa come motore dell'economia mondiale, soppiantando il ruolo degli Stati Uniti come potenza manifatturiera mondiale. La Cina, un'economia ibrida a guida socialista e semi-pianificata con un ampio settore statale, rappresenta oggi circa il 29% del valore aggiunto manifatturiero globale, mentre gli Stati Uniti ne rappresentano circa il 17%. Circa il 70% dei paesi del mondo intrattiene, attualmente, rapporti commerciali più intensi con la Cina che con gli Stati Uniti, anche se la Cina è ancora un paese povero in termini pro capite, con salari molto al di sotto di quelli dei principali paesi capitalisti.[70]

La caduta dell’Unione Sovietica nel 1991 produsse un vuoto geopolitico e un breve momento unipolare durante il quale gli Stati Uniti avviarono un “naked imperialism”**, finalizzato al cambio di regime nelle nazioni dell’Asia occidentale, dei Balcani, del Nord Africa e altrove, prendendo di mira paesi che in precedenza facevano parte della sfera d’influenza sovietica e/o che erano riusciti a distaccarsi in una certa misura dall’economia mondiale capitalista, opponendosi all’impero statunitense.[71] Washington scatenò una serie senza precedenti di interventi militari volti a ripristinare la propria egemonia economica ormai in declino e ad affermarsi come forza dominante de facto nell’ordine capitalista mondiale. La grande strategia imperiale comprendeva l'espansione della NATO fino all'Ucraina con l'obiettivo di destabilizzare e smantellare la Russia, che era riemersa come grande potenza all'inizio del ventunesimo secolo. Questo culminò nel 2014 con il colpo di stato di Maidan sostenuto dagli Stati Uniti, che rovesciò il presidente democraticamente eletto in Ucraina, e nell'inizio della guerra civile ucraina. A ciò, seguì la guerra per procura tra Ucraina/NATO e Russia, iniziata nel 2022, che ha portato il mondo sull'orlo di una guerra nucleare.[72]

La Grande Crisi Finanziaria del 2007-2009, scoppiata negli Stati Uniti, dimostrò quanto fosse diventata instabile l’economia altamente finanziarizzata nel nucleo del sistema capitalista, soggetta a massicci tracolli degli asset.[73] Ciò ha avuto effetti politici colossali, sia a livello nazionale che internazionale. A livello nazionale, negli Stati Uniti (così come altrove), ha innescato un passaggio dal neoliberismo al neofascismo. Quest'ultimo trovava le sue radici nella mobilitazione della classe medio-bassa – definita da C. Wright Mills come la «retroguardia» del sistema – da parte di capitalisti finanziari e tecnologici al vertice del capitale monopolistico-finanziario.[74] Ciò si è manifestato dapprima nell’ascesa del movimento Tea Party, e poi nel movimento “Make America Great Again” (MAGA) guidato da Donald Trump. Trump è arrivato per la prima volta alla Casa Bianca nel 2017, con il sostegno di miliardari della Silicon Valley, nei settore high tech, finanza e combustibili fossili, facendo al contempo affidamento su una base all’interno della classe medio-bassa bianca revanscista.[75] Come aveva sostenuto Kalecki nei primi anni ’60, all’epoca di Barry Goldwater, il fascismo è un «cane al guinzaglio» tenuto dalla classe dominante negli Stati Uniti.[76] Dopo la Grande Crisi Finanziaria che l’aveva scossa nel profondo, la classe dominante statunitense, guidata dai suoi elementi più reazionari, ha infine deciso che era giunto il momento di allentare il guinzaglio.

A livello internazionale, la Grande Crisi Finanziaria ha fatto scattare un altro allarme. La Cina, che, come tutti gli altri paesi del mondo, aveva subìto un declino economico a causa della crisi finanziaria globale, registrava una ripresa quasi immediata, con un andamento a V, mentre l’Occidente continuava a soffrire di una recessione profonda e di lunga durata. Questo evidenziava che la Cina, con la sua economia ibrida, a orientamento socialista, era relativamente immune alle recessioni e al contagio finanziario, e che la sua crescita economica era quindi praticamente inarrestabile. Nel 2011 questo ha portato al “Pivot to Asia” di Barack Obama, seguito dall'avvio della Nuova Guerra Fredda incentrata sulla Cina durante la successiva amministrazione Trump. Washington aveva deciso che, avendo perso l’egemonia produttiva, doveva ricorrere al proprio potere finanziario e militare per frenare Pechino.[77] L’alta tecnologia statunitense, in particolare, era minacciata dalla supremazia tecnologica cinese, specialmente nel campo dell’Intelligenza Artificiale, mettendo a rischio i piani statunitensi per un nuovo «capitalismo della sorveglianza».[78]

La Nuova Guerra Fredda ha portato a interventi militari statunitensi più aggressivi e a guerre di assedio economico, come si è visto di recente nel crescente sostegno diretto degli Stati Uniti (e dell’Occidente) al genocidio perpetrato da Israele in Palestina; nel rapimento militare da parte di Washington di Nicolás Maduro, presidente del Venezuela; nella guerra statunitense-israeliana contro l’Iran; e nel tentativo di strangolamento economico di Cuba, insieme alle minacce di un’invasione statunitense dell’isola. L’amministrazione Trump, nel suo bilancio del Pentagono per il 2027, sta aumentando la spesa militare ufficiale degli Stati Uniti da quasi 1.000 miliardi di dollari attuali – sebbene l’importo reale sia di gran lunga superiore – a 1.500 miliardi di dollari.[79] Questo massiccio potenziamento militare – con l’aumento proposto da un anno all’altro, pari all’incirca alla somma dei bilanci militari di Cina e Russia – viene giustificato principalmente in vista di una potenziale “guerra nucleare limitata” con la Cina per il controllo di Taiwan (riconosciuta a livello internazionale come parte della Cina).[80] A corredo di questo potenziamento militare vi è una massiccia “modernizzazione” dell’arsenale nucleare statunitense, con un aumento del numero di testate nucleari che senza dubbio oltrepasserà la scadenza – febbraio 2026 – dell’accordo New START che limita le armi nucleari. Soprattutto a causa dell’aggressività degli Stati Uniti, gli scienziati nucleari stanno ora riportando in auge il dibattito sull’inverno nucleare: la realtà del potenziale annientamento dell’umanità sulla Terra nel caso di uno scontro termonucleare generalizzato.[81]

Certo, ci sono alcuni segnali che indicano che Washington potrebbe temporaneamente allontanarsi dal confronto diretto con la Cina. La seconda amministrazione Trump, nell’ambito della sua Nuova Guerra Fredda, aveva introdotto nel 2025 un dazio del 145% nei confronti di Pechino. Tuttavia, è stata costretta a fare marcia indietro quando in risposta, la Cina ha imposto restrizioni alle esportazioni di sette elementi di terre rare pesanti e medie – samario, gadolinio, terbio, disprosio, lutezio, scandio e ittrio – per i quali la Cina costituisce il 99% dell’offerta mondiale, minacciando la produzione dell’intero settore high-tech e quello delle forze armate statunitensi.[82] Tuttavia, questa ritirata da una posizione apertamente offensiva ha semplicemente significato che Washington, nell’ambito della sua strategia imperiale globale, sta ora concentrando il proprio fuoco su quelli che considera gli alleati naturali della Cina, al fine di indebolirla geopoliticamente. L’obiettivo di ricolonizzare il mondo – in alleanza con l’Europa – in risposta a quella che viene percepita come la crescita di un mondo multipolare, è stato apertamente articolato dal Segretario di Stato statunitense Marco Rubio in un importante discorso tenuto in Europa nel febbraio 2026.[83] 

Gli Stati Uniti – insieme ad altri importanti stati capitalisti e multinazionali – hanno ormai di fatto abbandonato la transizione energetica volta a sostituire i combustibili fossili nel tentativo di mitigare i cambiamenti climatici.[84] Questo cambiamento è in parte dovuto ai nuovi data center su vasta scala che stanno sorgendo nella corsa per il dominio dell’Intelligenza Artificiale. Uno di questi data center, Stratos, la cui costruzione è stata approvata nello Utah, avrà dimensioni pari a diverse volte quelle di Manhattan, ovvero all’incirca quelle di Washington DC. Si prevede che consumerà più del doppio dell’energia attualmente utilizzata nell’intero Stato dello Utah (che conta una popolazione di tre milioni e mezzo di abitanti), e che richiederà circa 63 miliardi di litri all’anno di carburante.[85] L’amministrazione MAGA di Trump ha trattato la scienza del clima e la scienza in generale come un nemico, licenziando scienziati che lavoravano per il governo degli Stati Uniti e accantonando le leggi federali relative all’ambiente e alla salute. Ha eliminato l’Endangerment Finding, che costituiva la base di tutta la legislazione statunitense sul clima.[86] L’amministrazione Trump si è ritirata dall’Accordo di Parigi sul clima del 2015, accelerando al contempo l'estrazione di combustibili fossili. Il capitalismo finanziario monopolistico statunitense è, oggi, il modello stesso di un sistema sterminista, uno sterminismo guidato dalla ricerca di un’accumulazione illimitata.[87] La temperatura media globale continua ad aumentare mentre gli eventi meteorologici estremi minacciano miliardi di persone (così come innumerevoli altre specie sul Pianeta). Le attuali tendenze in materia ambientale mettono a rischio l’esistenza umana sulla Terra sotto molteplici aspetti.[88]

Una rivoluzione della Terra

Oggi, l’umanità nel suo insieme si trova ad affrontare una crisi esistenziale. Nella sua irrazionale ricerca di accumulazione fine a sé stessa, il capitale, intrappolato in una crisi strutturale da esso provocata, sta distruggendo sia le proprie condizioni di produzione sia le condizioni di vita sul Pianeta. Come affermava Mészáros, la crisi strutturale del capitale ha carattere universale, portata globale, durata estesa o permanente e un andamento strisciante – ormai sempre più marcato – nel suo modo di operare. Nel 2026, nessun serio osservatore può negare che lo stato attuale del capitalismo globale corrisponda a questa descrizione.

Come uno stregone i cui incantesimi sfuggono al suo controllo, l’accumulazione del capitale è accompagnata dall’accumulo di catastrofi su scala planetaria. Eppure, come hanno indicato Marx ed Engels nel Manifesto del Partito Comunista, il capitale evoca involontariamente dal «mondo degli inferi», non solo ogni sorta di crisi e contraddizioni che destabilizzano il suo dominio, ma anche, in concomitanza con la propria ascesa, le forze della resistenza: un proletariato rivoluzionario. La base oggettiva della rivoluzione nel ventunesimo secolo si è notevolmente ampliata a livello globale, abbracciando ampie comunità della classe operaia con i loro contesti sociali – senza escludere i poveri, i contadini, i lavoratori di sussistenza, le persone oppresse per motivi razziali e di genere, le popolazioni indigene e altri – tutti sempre più uniti dalle tendenze sterministe del sistema. Il movimento verso il socialismo è più forte nel Sud globale, ma la resistenza si sta espandendo ovunque, ed è visibile in tutto il mondo nelle attuali lotte di centinaia di milioni di persone per la dignità umana, per un lavoro utile, la comunità e l'ecologia. Un proletariato ambientale ancora nascente viene spinto, consapevolmente o meno, verso la creazione di una civiltà ecologica, una nuova comunità di produttori associati in piena armonia con la terra, radicata nell’uguaglianza sostanziale e nella sostenibilità ecologica: che presenta lo spettro del socialismo completo. Il futuro dell'umanità rimane aperto.

Note

* Con il termine enclosures, l'autore si riferisce soprattutto alla recinzione dei terreni comuni – effettuata dal XVI secolo in Inghilterra – da parte dei proprietari terrieri della piccola nobiltà e dalla borghesia mercantile, al fine di appropriarsi unilateralmente di terre comuni. (N.d.T.)

** Letteralmente "imperialismo crudo"; indica una forma di dominio geopolitico ed economico esercitata in modo aggressivo, senza il ricorso a giustificazioni ideologiche. Il concetto ha trovato particolare diffusione nel dibattito politico e sociologico contemporaneo grazie al libro di John Bellamy Foster, Naked Imperialism: America's Pursuit of Global Dominance, Monthly Review Press, New York, 2006. (N.d.T.)

*** Noto anche come "Svolta asiatica", è la strategia di politica estera e militare con cui gli Stati Uniti – sotto l'amministrazione Obama – hanno spostato il proprio baricentro geostrategico dal Medio Oriente e dall'Europa all'area dell'Asia-Pacifico, per contrastare la crescente influenza cinese. (N.d.T.)


[1] Hugo Chávez, Discorso di chiusura del sesto Forum Sociale Mondiale, 27 gennaio 2006, citato da István Mészáros, The Structural Crisis of Capital, Monthly Review Press, New York, 2010, p. 140.

[2] István Mészáros, Marx’s Theory of Alienation, Merlin Press, Londra, 1971, p. 10; István Mészáros, The Necessity of Social Control, Merlin Press, Londra, 1971, p. 13.

[3] I. Mészáros,  Beyond Capital, Monthly Review Press, New York, 1995, pp. 680-681; tr. it., Oltre il capitale, Edizioni Punto Rosso, Milano, 2021, 1995, p. 413.

[4] I. Mészáros, Oltre il capitale, cit., pp. 413-414.

[5] Karl Marx, Grundrisse, Penguin, Londra, 1973, pp. 334-335, 409-410.

[6] Si veda I. Mészáros, Oltre il capitale, cit., pp. 100–175; István Mészáros, Beyond Leviathan, Monthly Review Press, New York, 2022, pp. 124-163; John Bellamy Foster, Capitalism Has Failed—What Next?, in "Monthly Review", 70, n. 9, febbraio 2019, pp. 1-24; John Bellamy Foster, “The New Irrationalism, in "Monthly Review", 74, n. 9, febbraio 2023, pp. 1-24; tr.it., Il nuovo irrazionalismo, Antropocene Ecologia Socialismo, https://antropocene.org/index.php/360-il-nuovo-irrazionalismo, 14.02.2023; Brett Clark e John Bellamy Foster, “The Destruction of Reason and the Rise of Ecofascism in the United States, in "Monthly Review", 78, n. 2, giugno 2026, pp. 1-16.

[7] I. Mészáros, Socialism or Barbarism, Monthly Review Press, New York, 2001, p. 80.

[8] I. Mészáros, Critique of Leviathan: The Dialectics of the State, prossima uscita, Monthly Review Press, 2027.

[9] I. Mészáros, Oltre il capitale, cit., pp. 354-365. Per un trattamento sistematico del concetto di spreco economico nel capitalismo monopolistico, si veda Henryk Szlajfer, Waste, Marxian Theory, and Monopoly Capital: Toward a New Synthesis, in The Faltering Economy, a cura di. John Bellamy Foster e Henryk Szlajfer, Monthly Review Press, New York, 1984, pp. 297-321.

[10] Edgar Morin e Anne Brigitte Kern, Homeland Earth, Hampton Press, Cresskill, New Jersey, 1999, pp. 73-75; Edgar Morin Faced with the Polycrisis HumanityIs Going Through, the First Resistance is that of the Spirit, Le Monde, 24.01.2024. Alcune parti dell'analisi in questo e nei prossimi paragrafi sono tratte da Notes from the Editors, in "Monthly Review", 77, n. 6, novembre 2025, redatte dal sottoscritto.

[11] Adam Tooze, Wilson Center, wilsoncenter.org; Adam Tooze, In Memoriam: Bruno Latour, Chartbook 162 (blog), Substack, 17.10.2022, adamtooze.substack.com; Adam Tooze, Crashed: How a Decade of Financial Crises Changed the World, Viking, New York, 2018.

[12] Adam Tooze, Polycrisis and the Critique of Capitalocentrism, Chartbook 343 (blog), Substack, 06.01.2025, adamtooze.substack.com.

[13] Per quanto concerne la negazione della critica di Latour, si veda Why Has Critique Run Out of Steam?: From Matters of Fact to Matters of Concern, in "Critical Inquiry", 30, n. 2, 2024, pp. 225-248; Bruno Latour, On the Modern Cult of the Factish Gods, Duke University Press, Durham, 2010, pp. 9-12.

[14] Karl Marx, Capital, vol. 1, Penguin, Londra, 1976, p. 98; tr. it., Il capitale, Libro 1, Einaudi, Torino, 2024, p. 13.

[15] Louis Delannoy, Jean-Charles Leveugle, Sofia Manitakou e Peter Søgaard Jørgensen, More than a Buzzword?: Mapping Interpretations of the ‘Polycrisis, in "Sustainability Science", 21, 29.12.2025, pp. 1177-1191.

[16] Simon Torkington, We’re on the Brink of a ‘Polycrisis’ - How Worried Should We Be?, World Economic Forum, 13.01.2023, weforum.org; World Economic Forum, Global Risks Report 2023, 11.01.2023.

[17] World Bank, Poverty, Prosperity, and Planet Report 2024: Pathways Out of the Polycrisis, World Bank, Washington DC, 2024, pp. xxiii-xxvi, 4, 190.

[18] Organisation for Economic Co-operation and Development, States of Fragility 2025, 18.01.2025, pp. 29, 172, 177.

[19] William Makepeace Thackeray, The Newcomes, Penguin, Londra, 1996), pp. 48, si vedano anche pp. 42-44, 110, 422, 521; Capitalism, in "Oxford English Dictionary: The Compact Edition", Oxford University Press, Oxford, 1971, vol. 1, p. 334; John Bellamy Foster, Capitalism in the Anthropocene, Monthly Review Press, New York, 2022, pp. 15-16. Nell'opera di Marx, l’enfasi posta sul capitale piuttosto che sul capitalismo riveste un’importanza tutt’altro che secondaria. Per Marx, l’attenzione è rivolta al capitale inteso come sistema di valore che si autoespande, spinto dalla logica dell’accumulazione. Sebbene la concezione originaria del capitalismo assumesse questa forma, il suo significato fu in seguito trasformato dall’ideologia dominante in una concezione molto più amorfa e priva di significato di "sistema di mercato", il che portò in seguito alla sostituzione della nozione di sistema di mercato, o semplicemente di mercato, con la nozione stessa di capitalismo - ciò che John Kenneth Galbraith avrebbe definito una «frode non proprio innocente». Nell’opera di Mészáros, l’enfasi sul capitale viene mantenuta al punto che egli sosteneva che le società di tipo sovietico fossero postcapitaliste ma non fossero tuttavia sfuggite al sistema capitalistico nella sua interezza, il che determinò il carattere contraddittorio e il fallimento finale di tali società. John Kenneth Galbraith, The Economics of Innocent Fraud, Houghton Mifflin, Boston, 2004; I. Mészáros, Oltre il capitale, cit., p. 15-16; I. Mészáros, The Structural Crisis of Capital, cit., p. 95.

[20] Karl Marx e Friedrich Engels, The Communist Manifesto, Monthly Review Press, New York, 1964, p. 13; tr. it. Il Manifesto del Partito Comunista, in K. Marx e F. Engels, Opere, Vol. 6, Edizioni Lotta Comunista, Sesto San Giovanni (MI), 2021, p. 473.

[21] Joseph A. Schumpeter, Essays, Addison-Wesley Press, Cambridge, Massachuetts, 1951, p. 292.

[22] K. Marx e F. Engels, Il Manifesto del Partito Comunista, cit., p. 475; Si veda anche Harry Magdoff, A Note on The Communist Manifesto, in "Monthly Review", 50, n. 1, maggio 1998, pp. 11-13.

[23] Karl Marx, Marx on Globalisation, Dave Renton (a cura di), Lawrence and Wishart, Londra, 2001. Concentrarsi esclusivamente sul panegirico di Marx ed Engels alla borghesia, e quindi alla spinta all’accumulazione di capitale, ha portato alcuni pensatori a concludere erroneamente che ciò significasse un loro sostegno a un “prometeismo” meccanicistico, in cui lo sviluppo dei mezzi di produzione e l’industrializzazione costituissero l’obiettivo ultimo della società. Sugli aspetti ecologici del Manifesto del Partito Comunista, in contrapposizione alla visione che lo considera meccanicistico, "prometeico", si veda John Bellamy Foster, The Ecological Revolution, Monthly Review Press, New York, 2009, pp. 213-232. Sul concetto di prometeismo nel marxismo, si veda John Bellamy Foster, Ecological Marxism and Prometheus Unbound, in "Monthly Review" 77, n. 6, novembre 2025, pp. 1-17; tr. it. Ecomarxismo e Prometeo liberato, Antropocene Ecologia Socialismo, https://antropocene.org/index.php/803-ecomarxismo-e-prometeo-liberato, 29.11.2025.

[24] K. Marx e F. Engels, Il Manifesto del Partito Comunista, cit., p. 476.

[25] Karl Marx e Friedrich Engels, Collected Works, International Publishers, New York, 1975, vol. 1, pp. 185, 190; tr. it., K. Marx, Scritti e lettere giovanili, 1835-1843, in K. Marx, F. Engels, Opere, Vol. 1, Edizioni Lotta Comunista, Sesto San Giovanni (MI), 2020, pp. 219-220, 224; L’attrazione di Marx per Luciano era dovuta in parte alla forte identificazione di quest’ultimo con il materialismo epicureo, che conferiva alla sua satira un carattere pungente e anti-mistico. Si veda John Bellamy Foster, Breaking the Bonds of Fate: Epicurus and Marx, Monthly Review Press, New York, 2026, pp. 113-114, 223-224.

[26] Luciano di Samosata, Lucian, vol. 3, Loeb Classical Library, Harvard University Press, Cambridge, Massachusetts, 1921, pp. 371-381.

[27] Johann Wolfgang von Goethe, The Goethe Treasury: Selected Prose and Poetry, a cura di Thomas Mann, Dover Publications, Mineola, New York, 2006, pp. 26-29.

[28] Aristotle, The Politics of Aristotle, tr. ingl. di Ernest Barker, Oxford University Press, Oxford, 1958, p. 10 (1253b).

[29] Ilya Prigogine and Isabelle Stengers, Order Out of Chaos, Bantam Books, New York, 1984.

[30] Samir Amin, Empire of Chaos, Monthly Review Press, New York, 1992.

[31] Robert L. Heilbroner, The Nature and Logic of Capitalism, W. W. Norton, New York, 1985, pp. 53-77; Harry Magdoff e Paul M. Sweezy, Stagnation and the Financial Explosion,  Monthly Review Press, New York, 1987, pp. 153-162; K. Marx, Il capitale, Libro 1, cit., pp. 247-257.

[32] K. Marx, Il capitale, Libro 1, cit., pp. 577, 606. 

[33] K. Marx, Il capitale, Libro 1, cit., p. 638.

[34] K. Marx, Il capitale, Libro 1, cit., pp. 511, n.325.

[35] William McNeill, The Global Condition, Princeton University Press, Princeton, 1992, pp. 135-149; John Bellamy Foster, Capitalism and the Accumulation of Catastrophe, in "Monthly Review" 63, n. 7, dicembre 2011, pp. 1-3.

[36] I. Mészáros, Oltre il capitale, cit., pp. 142-253.

[37] J. R. McNeil e Peter Engelke, The Great Acceleration, Harvard University Press, Cambridge, Massachusetts, 2014; tr.it., La Grande Accelerazione, Einaudi, Torino, 2018;  Ian Angus, Facing the Anthropocene, Monthly Review Press, New York, 2016, pp. 38–47; tr.it., Anthropocene. Capitalismo fossile e crisi del sistema Terra, Asterios, Trieste, 2020; John Bellamy Foster, Brett Clark e Richard York, The Ecological Rift, Monthly Review Press, New York, 2010, pp. 13-19.

[38] Stockholm Resilience Center, Planetary Boundaries: The Safe Operating Space for Humanity, s.d., stockholmresilience.org.

[39] John Bellamy Foster, The Vulnerable Planet, Monthly Review Press, New York, 1999, p. 108.

[40] Karl Marx, Capital, vol. 3, Penguin, Londra, 1981, p. 949; tr. it., K. Marx, Il capitale, Libro 3, in K. Marx, F. Engels, Opere, Vol. 32, Edizioni Lotta Comunista, Sesto San Giovanni (MI), 2022, p. 836; John Bellamy Foster, Marx’sEcology, Monthly Review Press, New York, 2000, pp. 141-177.

[41] Ian Angus, Metabolic Rifts, Monthly Review Press, New York, 2026.

[42] Rob Wallace, Dead Epidemiologists: On the Origins of COVID-19, Monthly Review Press, New York, 2020; Richard Levins, Is Capitalism a Disease?, in "Monthly Review", 52, n. 4, settembre 2000, pp. 8-33.

[43] Charles H. Hewison, Locomotive Boiler Explosions, David and Charles, Newton Abbot, UK, 1983; K. Marx e F. Engels, Collected Works, vol. 25, cit., pp. 145-146, 153, 270; tr. it., F. Engels, Antidüring, in K. Marx, F. Engels, Opere, vol. 25, Edizioni Lotta Comunista, Sesto San Giovanni (MI), 2022, pp. 189, 195; K. Marx e F. Engels, Ireland and the Irish Question, Progress Publishers, Mosca, 1971, p. 142.

[44] Questo e i due paragrafi seguenti si basano su Paul M. Sweezy, Four Lectures on Marxism, Monthly Review Press, New York, 1981, pp. 36-40.

[45] Karl Marx, Capital, vol. 2, Penguin, Londra, 1978, p. 444; tr. it., K. Marx, Il capitale, Libro 2, in K. Marx, F. Engels, Opere, Vol. 31, Edizioni Lotta Comunista, Sesto San Giovanni (MI), 2022, p. 353. 

[46] K. Marx, Il capitale, Libro 1, cit., pp. 721-723 ; K. Marx e F. Engels, Collected Works, vol. 20, p. 129; tr. it., K. Marx, Salario, prezzo e profitto, in K. Marx, F. Engels, Opere, Vol. 20, Edizioni Lotta Comunista, Sesto San Giovanni (MI), 2019, p. 169; Ian Angus, The Meaning of ‘So-Called Primitive Accumulation, in "Monthly Review", 74, n. 11, aprile 2023, pp. 54-58.

[47] Thomas R. Navin e Marian V. Sears, The Rise of a Market for Industrial Securities, cit., pp. 1887-1902, in "Business History Review", 29, n. 2, giugno 1955, pp. 105-138. Per un'analisi storica dell'ascesa del capitale monopolistico negli Stati Uniti, compreso il ruolo della finanza in tale processo, si veda Richard B. DuBoff, Accumulation and Power, M. E. Sharpe, Armonk, New York, 1989. Per una riflessione critica sull’attuale rifiuto del concetto di capitalismo monopolistico in alcuni circoli marxisti fondamentalisti, si veda la Nota della Redazione, Notes from the Editors, in "Monthly Review", 78, n. 2, giugno 2026.

[48] P. Sweezy, Four Lectures on Marxism, cit., p. 36.

[49] La teoria della determinazione dei prezzi in un mercato oligopolistico fu sviluppata per la prima volta da Sweezy nella sua “teoria della curva di domanda ad angolo”. Paul M. Sweezy, Demand Under Conditions of Oligopoly, in "Journal of Political Economy", 47, n. 4, 1939, pp. 568-573. Si veda anche Harry Magdoff e Paul M. Sweezy, The End of Prosperity, Monthly Review Press, New York, 1977, pp. 15-20.

[50] Per quanto riguarda la disoccupazione reale, si veda Fred Magdoff e John Bellamy Foster, Grand Theft Capital: What Workers Should Know About the Affordability Crisis, Monthly Review Press, New York, 2026, pp. 24-25.

[51] Rudolf Hilferding, Finance Capital: A Study in the Latest Phase of Capitalist Development, Routledge and Kegan Paul, Londra, 1981; tr. it., Il capitale finanziario, Mimesis, Sesto San Giovanni (MI), 2011; Vladimir. I. Lenin, Imperialism, The Highest Stage of Capitalism, International Publishers, New York, 1939; tr.it., L'imperialismo, fase suprema del capitalismo, Editori Riuniti, Roma, 1974; Thorstein Veblen, The Theory of Business Enterprise, Charles Scribners Sons, New York, 1904; tr. it., La teoria dell'impresa, Franco Angeli, Milano, 1970; Thorstein Veblen, Absentee Ownership and Business Enterprise in Recent Times, B. W. Huebsch, New York, 1923.

[52] V. I. Lenin, L'imperialismo, fase suprema del capitalismo, cit., p. 31.

[53] V. I. Lenin, L'imperialismo, fase suprema del capitalismo, cit., pp, 128.

[54] V. I. Lenin, Collected Works, Progress Publishers, Mosca, s.d., vol. 30, pp. 151, 158; tr. it., Opere, vol. 30, Editori Riuniti, 1967, p. 168. 

[55] V. I. Lenin, Collected Works, vol. 21, cit., p. 409; V. I. Lenin, Collected Works, vol. 23, cit., pp. 110, 115; V. I. Lenin, Collected Works, vol. 39, cit., pp. 736-738; J. M. Blaut, Evaluating Imperialism, in "Science & Society", 61, n. 3, autunno 1997, pp. 382-391; John Bellamy Foster, The New Denial of Imperialism on the Left, in "Monthly Review", 76, n. 6, novembre 2024, pp. 2-8; tr. it., La sinistra e la nuova negazione dell'Imperialismo, Antropocene Ecologia Socialismo, https://antropocene.org/index.php/648-la-sinistra-e-la-nuova-negazione-dellimperialismo, 29.11.2026.

[56] Paul A. Baran, The Political Economy of Growth, Monthly Review Press, New York, 1957, p. vii; tr. it., Il "surplus economico" e la teoria marxista dello sviluppo, Feltrinelli, 1970, p. 9.

[57] Si veda L. S. Stavrianos, Global Rift: The Third World Comes of Age, William Morrow and Co., New York, 1981.

[58] Paul A. Baran e Paul M. Sweezy, Monopoly Capital, Monthly Review Press, New York, 1966, pp. 178-186; tr. it., Il capitale monopolistico, Einaudi, Torino 1968, pp. 151-157.

[59] P. A. Baran, Il "surplus economico" e la teoria marxista dello sviluppo, cit., p. 263.

[60] James Howard Kunstler, The Long Emergency: Surviving the Converging Catastrophes of the Twenty-First Century, Atlantic Monthly Press, New York, 2005; tr. it., Collasso. Sopravvivere alle attuali guerre e catastrofi in attesa di un inevitabile ritorno al passato, Nuovi Mondi Media, Bologna, 2005.

[61] P. A. Baran e P. M. Sweezy, Il capitale monopolistico, cit. Baran morì nel 1964, due anni prima della pubblicazione del libro. Si veda anche John Bellamy Foster, The Theory of Monopoly Capitalism, Monthly Review Press, New York, 2014 [1986]; Jan Toporowski, Kalecki and Steindl in the Transition to ‘Monopoly Capital,' in "Monthly Review", 68, n. 3, luglio-agosto 2016, pp. 39-48; Ramaa Vasudevan, Digital Platforms: Monopoly Capital Through a Classical-Marxian Lens, in "Cambridge Journal of Economics", 46, 2022, pp. 1269-1288. In un articolo che nel complesso risulta estremamente prezioso per lo sviluppo di un’analisi di ciò che potrebbe essere definito "monopolio reale", Vasudevan - basandosi sia sugli scritti classici di Marx sia sulla teoria del capitale monopolistico di Baran, Sweezy e altri e attingendo alle interpretazioni dei critici della teoria del capitale monopolistico quali Anwar Shaikh e John Weeks - afferma ad un certo punto (p. 1276) che "la scuola del capitale monopolistico" considera certi sviluppi moderni, come l’attività di vendita, come "una sospensione o un’invalidazione della teoria marxiana del valore e della concorrenza". Tuttavia, come ha sottolineato Sweezy, né a Baran né a lui stesso è mai venuto in mente di abbandonare la teoria marxiana del valore. Ritenevano piuttosto che il funzionamento delle leggi del valore e del monopolio fosse modificato in modo significativo nell’ambito del capitale monopolistico. Si veda Paul M. Sweezy, Monopoly Capital and the Theory of Value, in J. B. Foster e H. Szlajfer ( acura di), The Faltering Economy, cit., pp. 25-26; John Bellamy Foster, A Missing Chapter of ‘Monopoly Capital’: Introduction to Baran and Sweezy’s ‘Some Theoretical Implications', in "Monthly Review" 64, n. 3, luglio-agosto, 2012, pp. 17-21.

[62] L’espansione finanziaria come mezzo per stimolare il sistema non è stata messa in risalto in Monopoly Capital, ma è stata comunque trattata in una sezione a sé stante nel capitolo dedicato all’attività di vendita. Si veda P. A. Baran e P. M. Sweezy, Il capitale monopolistico, cit., pp. 119-120.

[63] P. A. Baran e P. M. Sweezy, Il capitale monopolistico, cit., pp. 281- 306. Sulla critica dell'apparato culturale sotto il capitalismo monopolistico, si veda P. A. Baran e P. M. Sweezy, The Quality of Monopoly Capitalist Society: Culture and Communications, in "Monthly Review", 65, n. 3, luglio-agosto 2013, pp. 43-64.

[64] Stephen Marglin e Juliet B. Schor (a cura di), The Golden Age of Capitalism: Reinterpreting the Postwar Experience, Oxford University Press, Oxford, 1990.

[65] Harry Magdoff e Paul M. Sweezy, Stagnation and the Financial Explosion, Monthly Review Press, New York, 1987. Si veda anche Costas Lapavitsas, Profiting Without Producing: How Finance Exploits Us All, Verso, Londra, 2013; Jan Toporowski, The Wisdom of Property and the Politics of the Middle Classes, in "Monthly Review", 62, n. 4, settembre 2010, pp. 10-15.

[66] Paul M. Sweezy, The Triumph of Financial Capital, in "Monthly Review", 46, n. 2, giugno 1994, pp. 1-11; John Bellamy Foster, “Monopoly-Finance Capital, in "Monthly Review", 58, n. 7, dicembre 2006, pp. 1-14.

[67] H. Magdoff e J. B. Foster, Grand Theft Capital: What Workers Should Know About the Affordability Crisis, cit.

[68] Bernie Sanders,The Big Tech Oligarchs’ War Against Workers: AI and Automation Could Destroy Nearly 100 Million U.S. Jobs in a Decade, Ranking Member Minority Staff Report, Health, Education, Labor and Pensions Committee, Washington DC, 06.10.2025.

[69] Si veda John Bellamy Foster e Brett Clark, Introduction, in Arghiri Emmanuel, Unequal Exchange, Monthly Review Press, New York, 2025, pp. xxxiii-lxii; Intan Suwandi, Value Chains: The New Economic Imperialism, Monthly Review Press, New York, 2019.

[70] Felix Richter, China Is the World’s Manufacturing Superpower, Statista, 16.04.2025, statista.com; Roland Rajah e Ahmed Albayrak, China versus America on Global Trade, Lowy Institute, gennaio 2025, interactives.lowyinstitute.org.

[71] John Bellamy Foster, Naked Imperialism, Monthly Review Press, New York, 2006.

[72] Thomas I. Palley, The War in Ukraine - A History: How the U.S. Exploited Fractures in the Post-Soviet Order, in "Monthly Review", 77, n. 2, giugno 2025, pp. 27-47; John Bellamy Foster, The U.S. Quest for Nuclear Primacy: The Counterforce Doctrine and the Ideology of Moral Asymmetry, in "Monthly Review", 75, n. 9, febbraio 2024, pp. 1-21; tr. it., La ricerca del primato nucleare da parte degli Stati Uniti: la dottrina della Counterforce e l’ideologia dell’asimmetria morale, Antropocene Ecologia Socialismo, https://antropocene.org/index.php/489-la-ricerca-del-primato-nucleare-da-parte-degli-stati-uniti-la-dottrina-della-counterforce-e-lideologia-dellasimmetria-morale, 29.02.2024.

[73] John Bellamy Foster e Fred Magdoff, The Great Financial Crisis, Monthly Review Press, New York, 2009.

[74] C. Wright Mills, White Collar, Oxford University Press, Oxford, 1951, pp. 353-354.

[75] John Bellamy Foster, Trump in the White House, Monthly Review Press, New York, 2017.

[76] Michał Kalecki, The Last Phase in the Transformation of Capitalism, Monthly Review Press, New York, 1972, p. 104; John Bellamy Foster, The MAGA Ideology and the Trump Regime, in "Monthly Review", 77, n. 1, maggio 2025, pp. 1-24; John Bellamy Foster, The Trump Doctrine and the New MAGA Imperialism, in "Monthly Review", 77, n. 2, giugno 2025, pp. 1-25.

[77] Si veda John Bellamy Foster e Brett Clark, Imperialism in the Indo-Pacific - An Introduction, in "Monthly Review", 76, n. 3, luglio-agosto 2024, pp. 6-13; tr. it., Imperialismo nell'Indo-Pacifico: un'introduzione, Antropocene Ecologia Socialismo, https://antropocene.org/index.php/540-imperialismo-nellindo-pacifico-unintroduzione, 26.07.2024; Immanuel Wallerstein, The Politics of the World-Economy, Cambridge University Press, Cambridge, 1984, pp. 37-46.

[78] John Bellamy Foster e Robert W. McChesney, Surveillance Capitalism: Monopoly-Finance Capital, the Military-Industrial Complex, and the Digital Age, in "Monthly Review", 66, n. 3, luglio-agosto, 2014, pp. 1-31.

[79] Gisela Cernadas e John Bellamy Foster, Actual U.S. Military Spending Reached $1.53 Trillion in 2022 - More Than Twice Acknowledged Level, in "Monthly Review", 75, n. 6, novembre 2023, pp. 18-26; C. Todd Lopez, $1.5 Trillion Budget Request Prioritizes Service Members, Modernization, U.S. Department of War, 21.04.2026, war.gov.

[80] Xiao Liang et al., Trends in World Military Expenditure 2025, SIPRI, aprile 2026, sipri.org; J. B. Foster, The U.S. Quest for NuclearPrimacy, cit. 

[81] Owen Brian Toon e Alan Robock, Earth in Flames, Oxford University Press, Oxford, 2025. Si veda anche la serie dedicata all’inverno nucleare lanciata dal "Bulletin of Atomic Scientists" nel maggio 2026.

[82] Gracelin Baskaran e Meredith Schwartz, The Consequences of China’s New Rare Earths Export Restrictions, Center for Strategic and International Studies, 14.04.2025, csis.org.

[83] S. Secretary of State Marco Rubio at Munich Security Conference, 14.02.2026, state.gov. Sulla natura della ricolonizzazione economica ai nostri giorni, si veda Prabhat Patnaik, On the Economic Crisis of Capitalism, in "Monthly Review", 78, n. 3, luglio-agosto 2026; tr. it., Sulla crisi economica del capitalismo, Antropocene Ecologia Socialismo, https://antropocene.org/index.php/876-sulla-crisi-economica-del-capitalismo, 28.08.2026.

[84] Si veda Editors, Notes from the Editors, in "Monthly Review", 76, n. 10, marzo 2025.

[85] Devin B. Martinez, Massive AI Data Center Transforms Utah into a National Flashpoint, People’s Dispatch, 09.05.2026, peoplesdispatch.org.

[86] Editors, Notes from the Editors, in "Monthly Review", 77, n. 11, aprile 2026; B. Clark e J. B. Foster, The Destruction of Reason and the Rise of Ecofascism in the United States.

[87] Sul concetto di "sterminismo", si veda E. P. Thompson, Beyond the Cold War, Pantheon, New York, 1982, pp. 41-79. Si veda anche Edward Thompson et al., Exterminism and Cold War, Verso, Londra, 1982; Rudolf Bahro, Avoiding Social and Economic Disaster, Gateway Books, Bath, 1994, pp. 19-25; John Bellamy Foster, Notes on Exterminism’ for the Twenty-First Century Ecology and Peace Movements, in "Monthly Review", 74, n. 1, maggio 2022, pp. 1-17; tr. it. “Note sullo sterminismo” per i movimenti ecologisti e pacifisti del ventunesimo secolo, Antropocene Ecologia Socialismo, https://antropocene.org/index.php/545-note-sullo-sterminismo-per-i-movimenti-ecologisti-e-pacifisti-del-ventunesimo-secolo, 30.08.2024

[88] United Nations Environmental Programme, Global Environment Outlook 7: A Future We Choose, 09.12.2025, pp. 503-531.

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