di Alessandro Volpi
Ai primi di giugno Banco Bpm ha proposto a Monte dei Paschi di Siena una “fusione tra pari”. L’obiettivo sarebbe quello di “valorizzare” Anima Sgr, da poco acquisita da Bpm, per farne il veicolo della raccolta del risparmio dei due istituti e per orientarlo all’acquisto dei prodotti di BlackRock, naturalmente azionista di entrambe le banche.
Questa “proposta” ha subito mosso Intesa Sanpaolo che ha avanzato un’offerta pubblica di scambio rivolta agli azionisti di Mps, valutata circa 30 miliardi di euro. Anche qui l’obiettivo è chiaro: evitare la creazione di un concorrente forte ma anche potenziare il monopolio perché l’ipotesi di Intesa prevede l’acquisizione di Mps, che verrebbe poi, in parte, ceduta a Unipol, con cui Intesa ha stabilito un patto. L’operazione avrebbe incluso anche Bper, legatissima a Unipol, che ne è principale azionista con quasi il 20% del capitale. In sintesi: un super colosso con il fine di raccogliere il risparmio, svuotando Anima e affidando la gestione, ancora più direttamente a BlackRock.
Da questa vicenda emergono almeno cinque considerazioni.
La prima. Il cosiddetto “risiko bancario” è possibile perché le banche hanno macinato utili incredibili negli ultimi anni. Solo nel biennio 2024-2025, Intesa, Bpm, Banco Bper, Mps, Unicredit hanno registrato utili per oltre 30 miliardi di euro, distribuiti per il 70% in dividendi agli azionisti che hanno quindi una montagna di liquidità.
La seconda. La concentrazione monopolistica è possibile perché esiste una forte sovrapposizione tra gli azionariati delle banche italiane, soprattutto del grande azionariato. BlackRock è presente in tutte e cinque queste realtà, così come un peso importante hanno un nucleo limitatissimo di grandi famiglie, a cominciare da Del Vecchio e Caltagirone.
La terza. Nella vicenda incide moltissimo la volontà di questi soggetti di arrivare al controllo di Generali, soprattutto dopo l’acquisizione da parte di Mps di Mediobanca. Controllare Generali significa controllare un altro pezzo dell’ormai pressoché unica linfa vitale del capitalismo finanziario, ovvero il risparmio diffuso.
La quarta. L’azione del Governo Meloni è decisamente favorevole al processo di concentrazione perché spera di avere un appoggio rilevante da parte della grande finanza italiana e di quella internazionale di BlackRock. A forza di immaginare “polini” nazionali si procede a grandi passi verso la natura assolutamente monopolistica del sistema bancario italiano, del resto ampiamente auspicata dalla Commissione europea, da Mario Draghi, da Enrico Letta e dal governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta.
La quinta. In tutta questa vicenda ha un ruolo centrale il sistema fiscale: le banche pagano un tax rate decisamente basso in relazione ai mega profitti e godono di una deducibilità degli interessi passivi, che ha generato incredibili crediti verso lo Stato, in grado di costituire uno degli elementi di attrazione dei fenomeni di fusione. Le banche si fondono, si dividono i crediti fiscali e pagano meno tasse.
La linea della maggioranza di centrodestra è chiara: sta con i grandi azionisti delle banche – e questo certo giova ai Vannacci di turno – ma l’opposizione dove sta? Forse troppo vicino a quelle stesse banche e alla narrazione favolistica del mercato. E anche questo favorisce la destra più radicale. Ma a sinistra –sottolineo a sinistra – si può elaborare un modello del tutto diverso.
Provo quindi a definire una proposta generale articolata in tre punti a mio modo di vedere complementari e non alternativi tra loro, dove il tema bancario è ben presente.
1) Occorre riportare sotto il regime Irpef le imposte sostitutive per consentire l’effetto cumulo dei redditi e quindi ripristinare il principio di progressività. Con l’attuale sistema, i guadagni delle plusvalenze finanziarie non si sommano al reddito e dunque favoriscono i redditi più alti, così come le cedolari secche sugli affitti. In merito al regime Irpef, sarebbe opportuno aumentare gli scaglioni più alti concependo altre due aliquote del 50% per i redditi superiori ai 75mila euro e del 55% sopra i 100mila euro.
Occorre alzare le aliquote Ires per le banche, le società energetiche e quelle della difesa, in modo da avere un tax rate effettivo del 35%.
Occorre poi un’imposta patrimoniale con aliquota dell’1% sui patrimoni che superano i 4 milioni di euro e del 2% sopra gli 8 milioni, al netto della prima casa. Si tratta, in pratica, dell’unico modo per tassare gli aumenti di patrimonio finanziario. Con le maggiori entrate garantite da queste misure, sarebbe possibile azzerare l’Iva sui prodotti di prima necessità e di ridurre l’aliquota ordinaria al 20%, avendo a disposizione poco meno di 30 miliardi in più da destinare alla spesa sociale.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
09/06/2026
Predicare il mercato coltivando il monopolio. A proposito delle fusioni delle banche italiane
17/05/2026
Le banche italiane continuano a macinare profitti di natura finanziaria. Chi ne beneficia?
I numeri relativi ai profitti delle banche italiane sono sempre più strabilianti. Si tratta di un fenomeno che si ripete ormai da tempo ma che sta acquisendo proporzioni enormi. Nel primo trimestre del 2026 questi profitti hanno superato i 7,5 miliardi di euro, distribuiti per l’80% circa agli azionisti, dunque in dividendi. Una situazione del genere suggerisce una considerazione e una duplice proposta.
La considerazione consiste nel fatto che, a fronte di risultati così eclatanti, è evidente la pressoché assoluta assenza di legami con l’economia reale del nostro Paese. Le banche guadagnano 7,5 miliardi in tre mesi e l’economia non cresce affatto, anzi arretra a un misero 0,4%: il credito non è l’elemento portante dei profitti bancari perché non dipendono dall’erogazione di prestiti al sistema produttivo e alle famiglie ma da attività di commissione e di acquisto di titoli finanziari. Peraltro, quando il credito viene erogato i tassi sono decisamente alti e i destinatari attentamente selezionati lasciando fuori la stragrande maggioranza dei soggetti che hanno bisogno di finanziamenti.
I profitti bancari sono quindi di natura finanziaria e, bisogna aggiungere, pagano un carico fiscale che non è realmente proporzionato a risultati così eclatanti. Il tax rate, l’aliquota reale, è infatti per le banche, anche dopo i timidi interventi del Governo Meloni, ferma a poco meno del 34% beneficiando tuttora della deducibilità degli interessi passivi. Ora pagare il 33%, che scende al 31% in condizioni ordinarie, nell’ambito di un settore beneficiario, di fatto, di un monopolio per effetto della straordinaria concentrazione consentita dalla normativa e quindi dalla politica, pare davvero poco soprattutto se l’attività bancaria non apporta un reale beneficio all’economia del Paese.
È chiaro invece chi sono i beneficiari. BlackRock che è il principale azionista di Unicredit e il terzo di Intesa Sanpaolo, nel 2025 ha guadagnato dal settore bancario italiano un miliardo di euro in dividendi, 1,5 miliardi nella rivalutazione delle proprie partecipazioni e quasi due miliardi dalla vendita alle banche italiane, di cui è azionista, dei propri prodotti finanziari per un totale, tondo, di oltre 4,5 miliardi in un anno solo. Ma su questo la politica ha ben poco da dire.
La proposta è duplice. In primo luogo, è evidente in queste condizioni che l’Italia ha bisogno di una banca pubblica. Per questo sarebbe necessario riportare Cassa depositi e prestiti (Cdp), di cui lo Stato detiene già oltre l’80%, alla originaria funzione di banca pubblica che fa credito ai Comuni e alle piccole e medie imprese praticando tassi in grado di abbattere il costo del denaro e abbandonando le attuali tendenze immobiliari e finanziarie. Per farlo Cdp dispone di circa 350 miliardi di euro di risparmi e può usufruire delle garanzie pubbliche.
Nella stessa logica dovrebbe integrarsi con Poste italiane, nella sua parte bancaria, per costituire davvero un colosso pubblico che, oltre a incidere veramente sull’economia reale, potrebbe assolvere anche alle funzioni di vero regolatore del mercato facendo concorrenza alle grandi banche private. In tal senso occorrerebbe incentivare anche l’emissione da parte della nuova banca pubblica, nata dall’integrazione tra Cdp e Poste, di obbligazioni da destinare ai fondi in cui i risparmiatori italiani mettono le loro risorse legandole a progetti di investimento produttivo e ambientale nel nostro Paese. Naturalmente è obbligatorio scongiurare la privatizzazione di Poste italiane.
Il secondo aspetto della proposta riguarda la necessità di alcune regole e, soprattutto di controlli veri – come forse non è avvenuto nel caso Mps-Mediobanca di cui Altreconomia ha largamente parlato – per evitare le concentrazioni delle proprietà bancarie in pochissime mani, presenti peraltro nell’azionariato di istituti che dovrebbero farsi concorrenza, riservando una maggiore attenzione normativa sull’utilizzo dei risparmi italiani. In questo modo uno dei temi centrali delle difficoltà italiane potrebbe trovare una soluzione.
Fonte
01/05/2026
«Palantir» e l’alleanza tra capitale monopolistico ed estrema destra
Si tratta di una delle diverse grandi aziende tecnologiche che vendono le proprie tecnologie a sistemi di repressione e di violazione dei diritti umani, ed è stata condannata dalle organizzazioni internazionali per i diritti umani, tra cui Amnesty International e Human Rights Watch, per il suo ruolo nell’abilitare deportazioni forzate, sorveglianza di massa e persecuzione dei dissidenti.
La cosa più grave di tutte è che rapporti documentati hanno rivelato una partnership diretta tra questa azienda, unitamente ad altre aziende tecnologiche occidentali come Google, Amazon e Microsoft, e l’esercito israeliano, fornendo sistemi di dati e di targeting che sono stati impiegati in operazioni militari su Gaza, rendendola un partner effettivo in crimini di guerra documentati contro i civili palestinesi. Sotto questo profilo, essa non si differenzia nella sostanza da altre grandi aziende del capitalismo digitale che praticano la stessa cosa in forme diverse e con gradi variabili di trasparenza.
È una dichiarazione di classe di un progetto per un’alleanza fascista digitale che non si fonda sulla sola violenza tradizionale, ma sulla sorveglianza digitale e la repressione, sull’analisi dei dati, sull’intelligenza artificiale, sulla manipolazione dell’opinione pubblica e sulla soppressione del dissenso attraverso metodi impercettibili eppure profondamente incisivi. Un’alleanza i cui crimini non rimangono entro i circoli élitari e gli uffici aziendali, ma si estendono ai campi di battaglia e ai corpi dei civili, incarnandosi oggi nella sua forma più chiara nel trumpismo, nelle sue alleanze, nei suoi crimini e nelle sue guerre aggressive.
Dalla Silicon valley alla Casa Bianca: l’alleanza organica
Per comprendere il manifesto di Palantir al di fuori del suo contesto isolato, dobbiamo evocare l’immagine dell’alleanza che si è formata negli ultimi anni tra un segmento dell’élite tecnologica e il progetto della destra nazionalista estrema. Peter Thiel, co-fondatore di Palantir e il più significativo finanziatore della carriera politica di Trump, non è semplicemente un uomo d’affari che sostiene un candidato politico.
È la mente ideologica che fornisce a questo progetto la sua logica politica, qualcuno che vede la democrazia liberale rappresentativa esistente come un ostacolo al progetto dell’élite tecnocratica, e che ha dichiarato apertamente che capitalismo e democrazia liberale tradizionale sono incompatibili. Questa alleanza non è un caso fortuito, né una congiunzione passeggera. È una convergenza oggettiva tra due progetti che condividono un unico obiettivo: concentrare il potere nelle mani di un’oligarchia finanziaria e politica che crede di possedere un «diritto naturale» a governare le proprie società e quelle altrui.
Questa alleanza trova la sua espressione istituzionale oggi in quello che è noto come il movimento dell’accelerazionismo tecnologico, che include Elon Musk, Jeff Bezos, Mark Zuckerberg e altri, i quali hanno iniziato a muoversi in modo coordinato con la seconda amministrazione Trump. Ciò che li unisce non è un’allineamento ideologico completo. Ciò che li unisce è la posizione di classe e l’interesse condiviso: l’eliminazione di qualsiasi vincolo regolatorio o democratico che limiti la loro capacità di accumulazione, dominio ed espansione del controllo.
Il Manifesto in 22 punti: una lettura del suo contenuto di classe
Palantir ha pubblicato quello che ha descritto come un riassunto del libro del suo CEO Alexander Karp, «The Technological Republic», in mezzo a un ampio coinvolgimento globale e a una crescente indignazione politica che ha superato i milioni di visualizzazioni in pochi giorni. L’indignazione non deve però limitarsi alla sola reazione emotiva, perché il manifesto è nella sua essenza una mappa di classe che merita una lettura di sinistra precisa, che vada più in profondità dell’indignazione.
Il manifesto contiene 22 punti, costruiti con una precisione architettonica deliberata, non in modo casuale. Alcuni punti appaiono moderati o umani in superficie, come gli appelli alla tolleranza nei confronti dei politici nella loro vita privata, o contro il gioire della sconfitta di un avversario.
Questi punti non sono né innocenti né accidentali. Sono la facciata calcolata utilizzata per conquistare il lettore esitante e conferire al manifesto un’immagine «equilibrata» prima che esso riveli il suo vero volto. Questo è ciò che gli studi ideologici chiamano la struttura del consenso fabbricato: ti viene somministrata una dose di linguaggio che suona ragionevole per aiutarti a inghiottire la dose tossica insieme a essa. Ciò che appare logico nel manifesto non è quindi prova del suo equilibrio, ma ulteriore prova della sua astuzia.
Tutti questi punti vengono impiegati come copertura per portare avanti un’agenda ideologica complessiva che lega tutte queste preoccupazioni a un progetto di militarizzazione, dominio e gerarchia civilizzazionale. Mi concentrerò pertanto sui punti più rivelatori del vero contenuto di classe e ideologico di questo progetto, affrontando gli altri concetti nel corpo del testo.
Il Punto Uno afferma che «l’élite ingegneristica della Silicon Valley ha l’obbligo morale di partecipare alla difesa della nazione». Questa struttura morale non è innocente. Quando la contrattazione militare e di sicurezza viene presentata come un «dovere morale», la pressione sociale diventa un meccanismo per costringere ingegneri e programmatori a servire la macchina della guerra e della repressione, e ogni voce dissenziente all’interno delle aziende tecnologiche viene messa a tacere in nome del «patriottismo». Questa è la conversione della coscienza individuale in merce al servizio dello Stato militare e di sicurezza e delle sue istituzioni repressive e di sorveglianza.
Il Punto Due chiede la «ribellione contro la tirannia delle app», intendendo il rifiuto della tecnologia di consumo a favore di sistemi di sicurezza e militari più profondi. Non si tratta di una critica al capitalismo dei consumi come potrebbe apparire. È un appello a reindirizzare le capacità tecnologiche verso la macchina della guerra e della sorveglianza anziché verso il mercato dell’intrattenimento.
Il Punto Cinque dichiara che «la domanda non è se verranno costruite armi di intelligenza artificiale; la domanda è chi le costruirà». Questa logica deterministica chiusa mira a eliminare qualsiasi dibattito sul rifiuto della militarizzazione tecnologica alle sue radici. Quando la scelta viene formulata come «noi o il nemico», la possibilità di dire «no alle armi in toto» viene cancellata. È la stessa logica usata dalle amministrazioni della Guerra Fredda per mettere a tacere i movimenti per la pace e restringere le organizzazioni di sinistra, e qui ritorna in veste digitale.
Il Punto Sei richiede che «il servizio nazionale sia un dovere universale», chiedendo una riconsiderazione dell’esercito tutto-volontario a favore della coscrizione obbligatoria. Questa richiesta rivela il volto classicamente fascista del manifesto: quando lo Stato non riesce a produrre la disponibilità volontaria a partecipare alle sue guerre, ricorre alla coercizione istituzionale e la chiama «responsabilità condivisa». Significativamente, l’azienda che chiede ai giovani di offrire le proprie vite in difesa dell’«Occidente» guadagna simultaneamente miliardi di dollari dai contratti di guerra in cui quei giovani muoiono. Il dovere per tutti, i profitti per pochi.
Il Punto Diciassette afferma che «la Silicon Valley deve svolgere un ruolo nell’affrontare la criminalità violenta». Questa proposta appare pragmatica in superficie, ma nella sua essenza è un’espansione dei poteri delle aziende di sicurezza private per aggirare il ruolo dello Stato e trasformarsi in una forza autonoma di controllo sociale, operante secondo la logica del profitto piuttosto che secondo la logica della legge, del potere giudiziario indipendente e della responsabilità democratica.
Il Punto Venti richiede la «resistenza alla pervadente intolleranza verso la credenza religiosa». Questo punto non nasce da una genuina difesa della libertà di credo. È un impiego opportunistico del discorso religioso per costruire un’alleanza ideologica con le correnti conservatrici e religiose che sono le più suscettibili di essere mobilitate dietro i progetti di guerra. La storia ci insegna che ogni progetto fascista ha avuto bisogno di un’alleanza con le istituzioni religiose per conferire alla violenza un carattere sacro, ed è questo ciò che questo punto cerca di fare sotto la copertura della «libertà di fede».
Il Punto Ventunesimo è il più rivelatorio della profonda dimensione ideologica, quando dichiara che «alcune culture hanno prodotto avanzamenti vitali mentre altre rimangono disfunzionali e regressive». Questa frase non è un’opinione culturale di passaggio. È il fondamento teorico del razzismo coloniale civilizzazionale che giustifica il dominio, l’occupazione e l’uccisione dei popoli sotto la copertura della «gestione razionale della civiltà».
Questa logica non differisce fondamentalmente dal «fardello dell’uomo bianco» che giustificò il colonialismo nei secoli precedenti, e viene riprodotta oggi nel linguaggio degli algoritmi e dei big data. Ciò che la rende più pericolosa del suo predecessore è che non richiede forze coloniali visibili. Bastano un database e un algoritmo di targeting.
Il Trumpismo come sistema, non come persona
L’errore comune è ridurre il trumpismo alla persona di Donald Trump. Il trumpismo è un progetto di classe complessivo che combina il capitale finanziario nazionale con il nazionalismo sciovinista e l’ostilità verso gli immigrati e le minoranze. Nella sua essenza, è un’espressione della crisi del capitalismo quando esso non può più riprodurre l’illusione liberale per il suo pubblico, così ricorre al discorso nazionalista aggressivo per distogliere l’attenzione dalle reali contraddizioni di classe. Ciò che fa il manifesto di Palantir è collegare il capitale monopolistico digitale a questo progetto e fornirgli gli strumenti tecnologici necessari per trasformarlo dal discorso politico elettorale a un sistema di controllo effettivo.
La cooperazione documentata tra Palantir e le autorità dell’immigrazione e le agenzie di sicurezza nel tracciamento e nella deportazione dei migranti è un modello pratico di questa alleanza. La tecnologia qui non è utilizzata per servire la «sicurezza» in alcun senso neutrale. È utilizzata per attuare politiche repressive e razziste con alta efficienza operativa. Lo strumento digitale rende la repressione più rapida, più precisa e meno bisognosa di giustificazione pubblica.
Il feudalesimo digitale e la sua fase fascista
Come ho sostenuto in precedenza nelle mie analisi del capitalismo digitale, stiamo vivendo la fase avanzata del feudalesimo digitale, in cui le grandi aziende monopolizzano l’infrastruttura digitale e impongono le proprie condizioni agli utenti, proprio come un tempo i signori feudali monopolizzavano la terra e controllavano i contadini. Ciò che il manifesto di Palantir rivela è che questo feudalesimo digitale sta ora entrando nella sua fase fascista, la fase in cui il capitale non si accontenta più del silenzioso sfruttamento economico ma si muove verso la mobilitazione politica e ideologica esplicita e il controllo per proteggere il proprio sistema da qualsiasi minaccia.
Sotto il capitalismo digitale, non sono più solo i lavoratori manuali e intellettuali tradizionali ad essere vittime dello sfruttamento. Ogni utente produce quotidianamente dati che vengono convertiti in materia prima per la produzione di plusvalore senza compensazione.
I servi digitali lavorano all’interno di sistemi che non possiedono e sono soggetti a regole sulle quali non hanno alcuna reale influenza. Ciò che il manifesto aggiunge a questo quadro è la militarizzazione: questi stessi sistemi di sfruttamento vengono ora diretti verso l’inquadramento della mente umana, il condurre guerre, la soppressione del dissenso, le deportazioni forzate e la gestione dei sistemi di controllo della sicurezza.
Algoritmi di morte
Il manifesto non può essere letto in isolamento da ciò che accade nelle guerre contemporanee. Rapporti documentati hanno rivelato che Palantir ha stabilito partnership strategiche con eserciti e istituzioni di sicurezza per costruire database di targeting che vengono effettivamente utilizzati in operazioni militari. Non si tratta di una possibilità teorica. È una pratica quotidiana documentata: algoritmi che convertono vite umane in punti dati, e punti dati in obiettivi militari.
In Palestina, rapporti giornalistici e investigativi hanno documentato l’uso di sistemi di intelligenza artificiale per costruire liste di obiettivi che hanno portato a massacri contro i civili a Gaza. In Venezuela, Iran e altri paesi che Washington classifica come «minacce», i sistemi di sorveglianza e dati vengono utilizzati per sostenere il militarismo, l’aggressione e le guerre che violano il diritto internazionale.
Quello che l’azienda chiama «sistema di targeting intelligente» è in pratica una macchina per gestire l’uccisione con efficienza industriale. L’uccisione non richiede più una decisione umana responsabile. Richiede un algoritmo, dati sufficienti e il via libera da un apparato che non è soggetto ad alcuna responsabilità democratica. Questa è l’applicazione sul campo di quello che il manifesto chiama «capacità decisionale in tempo reale», dove le decisioni di uccidere vengono prese istantaneamente all’interno di sistemi tecnici chiusi.
La cosa più importante in questo contesto è che l’uso di questi sistemi non può essere separato dal discorso che giustifica la classificazione di intere comunità come arretrate o minacciose. Il crimine non inizia con la bomba. Inizia con la classificazione. Quando intere comunità vengono definite come una minaccia, l’uccisione e il targeting dei civili diventano «gestione della sicurezza» piuttosto che un crimine i cui autori devono essere chiamati a rispondere.
L’illusione della neutralità tecnologica, l’autosorveglianza e la repressione digitale
Il pericolo del modello che Palantir sta costruendo non risiede unicamente nelle sue applicazioni militari dirette. Più pericoloso ancora è quello che può essere descritto come la «società della sorveglianza», quando il controllo diventa interno piuttosto che esterno. Quando un individuo sa di essere sorvegliato in ogni momento e sente che ogni interazione digitale viene registrata e analizzata, inizia ad imporsi la sorveglianza da solo.
Modifica il proprio discorso, evita gli argomenti sensibili, si allontana dalle idee radicali di dissenso. Questa auto sorveglianza volontaria limita e indebolisce i movimenti di sinistra e progressisti e le organizzazioni dei lavoratori dall’interno, senza la necessità di arresti o restrizioni dirette.
L’appello del manifesto alla «comprensione profonda del comportamento umano» come condizione per la sicurezza è in realtà un appello a costruire un sistema complessivo per smantellare l’azione politica collettiva prima che emerga. Prevedere il comportamento delle proteste e smantellarlo prima che diventi un movimento organizzato è il sogno che i servizi di sicurezza hanno a lungo inseguito, e la tecnologia di Palantir si sta avvicinando alla sua realizzazione.
Tra i meccanismi ideologici più prominenti del manifesto vi è il ricorso alla logica deterministica chiusa. «Non ci sarà neutralità tecnologica», «la domanda non è se le armi di intelligenza artificiale verranno costruite», «le democrazie non possono fare affidamento sul solo discorso morale». Questo approccio mira a convertire le scelte politiche in fatti naturali ineluttabili e a eliminare qualsiasi messa in discussione della natura del sistema esistente dalla sfera del dibattito legittimo. È lo stesso approccio usato dai neoliberali quando negli anni ’90 dichiararono che «il capitalismo è la fine della storia». Ora la stessa logica ritorna in una formulazione securitaria: non c’è scelta al di fuori della militarizzazione digitale.
Questo determinismo non è una descrizione neutrale della realtà. È una tattica per svuotare la politica del suo contenuto. Quando sei convinto che non esista alternativa, smetti di cercarne una. Ed è questo il principale obiettivo dietro questo linguaggio.
L’alternativa di sinistra: la questione della proprietà e del controllo collettivo
Il manifesto di Palantir non è semplicemente un documento di un’azienda tecnologica che annuncia le proprie posizioni. È un campanello d’allarme assordante che le forze progressiste devono ascoltare con chiarezza: la battaglia per il futuro della tecnologia non si nasconde più dietro le quinte. È scesa in campo, annunciandosi senza vergogna. Chi ritarda nel cogliere questo cambiamento ritarda il proprio ingresso nell’arena di lotta più decisiva di questo secolo.
La domanda fondamentale non riguarda come viene usata la tecnologia. Riguarda chi la possiede e chi ne determina gli obiettivi. La tecnologia non diventerà uno strumento di liberazione finché rimarrà nelle mani dei monopoli digitali alleati ai progetti della destra, della guerra e della repressione. Qualsiasi discussione seria deve partire dalla necessità di una proprietà collettiva e societaria dell’infrastruttura digitale, e dal sottoporre gli algoritmi e l’intelligenza artificiale a una genuina supervisione democratica che rappresenti gli interessi delle masse lavoratrici piuttosto che delle élite monopolistiche.
Ciò richiede che le forze di sinistra, progressiste e dei diritti umani si impegnino con l’arena della tecnologia con piena serietà come importante campo della lotta di classe. Produrre critica intellettuale, per quanto importante, non è sufficiente senza costruire alternative tecnologiche effettive attraverso il coordinamento e il lavoro congiunto tramite internazionali digitali: piattaforme sociali libere da monopolio, restrizioni e repressione; strumenti di ricerca che rispettino la privacy di tutti gli utenti; sistemi di intelligenza artificiale gestiti in modo democratico e trasparente; e altre applicazioni digitali. Questi non sono progetti ricreativi per il futuro. Sono una necessità strategica urgente per qualsiasi progetto liberatorio serio.
Aggiunta necessaria: il disarmo tecnologico come prerequisito
Costruire alternative da sole non è sufficiente a meno che non sia abbinato a una campagna organizzata per privare questi monopoli delle loro armi tecnologiche. Va notato qui che Palantir non è un caso eccezionale né un’anomalia nel panorama tecnologico. È l’espressione più esplicita e audace di ciò che molte altre aziende praticano con maggiore silenzio e un discorso più morbido. Ciò che la rende un punto focale di questa analisi è che ha rivelato ciò che gli altri sono soliti nascondere, non che differisca da loro nella sostanza. Il sistema è uno; l’unica eccezione è il grado di franchezza.
Proprio come i movimenti operai storici lottarono per disarmare il capitale nelle fabbriche e nelle fattorie, oggi è necessaria una lotta equivalente per strappare dalle mani di queste aziende collettivamente gli algoritmi letali, i sistemi di targeting e la sorveglianza di massa.
Questa lotta assume molteplici forme: il boicottaggio dei loro servizi, l’esposizione dei loro contratti segreti con i governi, il perseguimento dei loro dirigenti davanti ai tribunali internazionali con l’accusa di complicità in crimini di guerra, e la pressione sulle istituzioni pubbliche affinché recidano i loro rapporti con queste aziende. Ogni contratto governativo con questo sistema è un finanziamento diretto della macchina di uccisione e deportazione. Fermare questo flusso finanziario è la prima linea di confronto.
Questo percorso non può essere completato senza lavorare simultaneamente a livello legislativo interno e internazionale. A livello interno, occorre fare pressione per promulgare leggi severe che richiedano alle aziende tecnologiche di sicurezza di mantenere piena trasparenza nei loro contratti con i governi, criminalizzare l’uso di sistemi di intelligenza artificiale nel targeting militare al di fuori di qualsiasi supervisione giudiziaria indipendente, e obbligare queste aziende a sottoporsi agli stessi standard di responsabilità ai quali sono soggette le istituzioni pubbliche.
A livello internazionale, occorre lavorare per sottoporre queste aziende alle convenzioni internazionali sui diritti umani, in particolare alle Convenzioni di Ginevra che proibiscono il targeting indiscriminato dei civili, alla carta delle Nazioni Unite sulla protezione dei dati personali, e ai Principi Guida delle Nazioni Unite su Imprese e Diritti Umani.
A un’azienda che costruisce database di targeting nelle zone di guerra non può essere consentito di operare al di fuori di questo quadro giuridico, e se lo fa, i governi che contraggono con essa portano una responsabilità criminale condivisa. Questa non è una richiesta riformista di lusso. È il minimo richiesto dall’umanità del diritto nel confronto con la disumanità dell’algoritmo.
Seconda aggiunta: smascherare il silenzio del lavoro al cuore del Manifesto
Ciò che è sorprendente nel manifesto di Palantir, anzi ciò che è profondamente sospetto, è che non menziona una sola parola sui lavoratori, sui sindacati, sul diritto all’organizzazione, sullo sciopero. In un documento che parla dell’«élite ingegneristica», del «dovere morale» e delle «culture arretrate», non c’è posto per i lavoratori manuali e intellettuali che costruiscono questi algoritmi, li fanno funzionare e vivono sotto il peso della stessa sorveglianza.
Questo silenzio non è accidentale. È un’ammissione implicita che il progetto tecnologico fascista non può affrontare la questione dei lavoratori, perché i lavoratori da soli, se si organizzano, sono capaci di fermare interamente le linee di produzione della morte. Uno sciopero generale nella Silicon Valley, o anche solo negli uffici di Palantir stessa, è l’incubo di questo progetto. Sostenere i sindacati dei lavoratori tecnologici e collegare la loro lotta a una lotta globale è pertanto un atto di resistenza di prim’ordine.
Questa lotta tecnologica non può essere separata dalla lotta popolare sul campo. La tecnologia è uno strumento di supporto alla lotta, non un suo sostituto. Il potere reale rimane nell’organizzazione politica, sindacale e popolare, nei movimenti sociali, nella solidarietà internazionale tra le masse laboriose di questo sistema, che si trovino nelle guerre, alle frontiere, o nei quartieri operai sorvegliati da algoritmi che non chiedono il permesso a nessuno.
Conclusione: il fascismo digitale col suo vero nome
Il manifesto di Palantir rivela chiaramente che ci troviamo di fronte a una nuova forma di fascismo, non solo nel senso storico ristretto, ma nel suo significato essenziale: l’alleanza del capitale monopolistico con il potere politico nazionale aggressivo e il dispiegamento della violenza, della repressione e della gerarchia civilizzazionale per proteggere questa alleanza da qualsiasi minaccia popolare. L’unica differenza è che gli strumenti di questo fascismo oggi sono gli algoritmi, i big data e l’intelligenza artificiale, ed è questo ciò che lo rende più ermetico e più difficile da resistere rispetto a quanto lo ha preceduto.
Quando Alexander Karp finisce di scrivere il suo manifesto filosofico nel suo elegante ufficio, gli algoritmi costruiti dalla sua azienda continuano il loro lavoro di identificazione degli obiettivi, tracciamento dei migranti alle frontiere, costruzione di database di dissidenti in tutto il mondo, e sostegno alla macchina del militarismo e della repressione su tutto il globo. La filosofia e il crimine sono due facce della stessa moneta.
La lotta per la giustizia sociale e la liberazione oggi passa inevitabilmente e sostanzialmente attraverso la lotta per liberare la tecnologia da questa alleanza aggressiva di classe. Non è una questione tecnica né una questione etica astratta. È una questione politica da cima a fondo, e parte di una lotta storica su chi detiene il controllo sul futuro e sulla coscienza umana: la minoranza monopolistica alleata ai progetti di morte e repressione, o le masse lavoratrici che devono imporre la propria autorità sugli strumenti che plasmano le loro vite e il loro destino.
Fonti e riferimenti
Il Manifesto Palantir
1. Palantir Technologies — The Technological Republic, in breve (Post ufficiale su X, aprile 2026)
2. Karp, Alexander C. e Zamiska, Nicholas W. — The Technological Republic: Hard Power, Soft Belief, and the Future of the West. Crown Currency, New York, 2025.
Reportage giornalistici e analisi sul Manifesto
3. Al Jazeera English — «Technofascism? Why Palantir’s pro-West ‘manifesto’ has critics alarmed,» aprile 21, 2026.
4. TechCrunch — «Palantir posts mini-manifesto denouncing inclusivity and ‘regressive’ cultures,» aprile 19, 2026.
5. Engadget — «Palantir posted a manifesto that reads like the ramblings of a comic book villain,» aprile 2026.
6. TRT World — «Internet explodes in outrage over Palantir’s dystopian tech manifesto,» aprile 2026.
7. Reason — «Palantir’s new manifesto wants the military draft reinstated,» aprile 20, 2026.
Rapporti sui diritti umani su Palantir e la complicità delle grandi aziende tecnologiche a Gaza
8. Amnesty International — Rapporto sull’economia politica globale che abilita il genocidio israeliano, che nomina Palantir tra i principali contributori, settembre 2025.
9. Truthout — «Amnesty Calls for States to Pull the Plug on Economy Backing Israel’s Genocide,» settembre 2025.
10. Business and Human Rights Resource Centre — «Palantir allegedly enables Israel’s AI targeting in Gaza, raising concerns over war crimes.»
11. Business and Human Rights Resource Centre — «Amazon, Google and Microsoft fuel Israeli military aggression in Gaza, investigation reveals,» febbraio 2025.
12. Business and Human Rights Resource Centre — «Google, Amazon and Microsoft allegedly complicit in war crimes amid Israel’s war in Gaza.»
13. Business and Human Rights Resource Centre — «Google did not respond to allegations over its complicity in war crimes amid Israel’s war in Gaza,» aprile 2025.
14. Business and Human Rights Resource Centre — «Amazon did not respond to allegations over its complicity in war crimes amid Israel’s war in Gaza,» aprile 2025.
15. Business and Human Rights Resource Centre — «Microsoft did not respond to allegations over its complicity in war crimes amid Israel’s war in Gaza,» aprile 2025.
Fonte
30/12/2025
Lenin, lezione ai geopoliticanti
L’antico capitalismo – quello della libera concorrenza – risponde, va a carte quarantotto. La libera concorrenza, nel suo periodo d’oro (1850–1873), sfocia inevitabilmente nel monopolio. Quest’ultimo, osserva Lenin, introduce tre – anzi quattro – elementi di rottura fondamentali.
1) Socializzazione. La concorrenza si trasforma in monopolio. Ne deriva un immenso processo di socializzazione della produzione.
2) Calcolo. La concorrenza, che operava su mercati ignoti, ha compiuto progressi tali che ormai è possibile calcolare quasi tutte le fonti di materie prime di un dato paese, anzi di una serie di paesi e perfino del mondo intero. Si calcola la capacità del mercato, che viene ripartito; si calcolano la manodopera e i tecnici; ci si impadronisce dei mezzi di comunicazione e di trasporto per poter calcolare. Il calcolo diventa così un momento essenziale del processo di socializzazione.
3) Produttività. Nella misura in cui vengono introdotti i prezzi di monopolio, risultano paralizzati – fino a un certo punto – gli stimoli al progresso tecnico e, con essi, a ogni altro progresso, e di ogni altro movimento in avanti, e sorge immediatamente la possibilità economica di fermare artificiosamente il progresso tecnico (p. 139).
4) Prezzi. Essi perdono il riferimento ai costi di produzione.
In merito alla produttività, un paio di decenni dopo, nella Teoria Generale (p. 377), lo stesso Keynes dovrà ammettere che data un’efficienza marginale del capitale negativa, un procedimento diverrebbe vantaggioso soltanto purché fosse lungo; nel qual caso dovremmo impiegare procedimenti fisicamente inefficienti, purché essi fossero sufficientemente lunghi affinché il vantaggio derivante dal differimento comportasse la loro inefficienza.
Negli Stati Uniti, racconta Lenin, un certo Owens inventò una macchina destinata a rivoluzionare l’industria delle bottiglie. Il cartello tedesco dei fabbricanti di bottiglie acquistò il brevetto e lo chiuse in un cassetto, impedendone l’applicazione. Inizia così l’epoca del rallentamento artificiale del progresso, dell’obsolescenza pianificata, della fabbricazione di prodotti-spazzatura. I gadget oggi in commercio – l’iPhone, Ozempic, per esempio – venduti a prezzi irrazionali e giustificati da royalties stellari attribuite al Genio che li avrebbe prodotti, ne sono un’espressione compiuta.
L’evoluzione del capitalismo, scrive Lenin nel 1916, è giunta a tal punto che, sebbene la produzione di merci continui come prima a «dominare» – le virgolette di Lenin servono a indicare che, in realtà, essa non domina più nulla ed è ormai passata in secondo piano – e a essere considerata la base di tutta l’economia, in realtà essa è già minata, e i maggiori profitti spettano ai «geni». Anche qui le virgolette sono decisive: Genio è il processo di reificazione e di santificazione dell’obsolescenza pianificata, dell’inefficienza e della spazzatura.
«Su questa base» – altre virgolette di Lenin, che segnala il momento della sofisticazione e della speculazione, in cui la base economica diventa mero supporto della rendita – la critica borghese e reazionaria sogna un ritorno alla libera, pacificata e onesta concorrenza. Se le cose non funzionano, dicono i perbenisti borghesi, è perché il libero scambio è ostacolato dai monopoli, dalle big company, dai dazi, dal protezionismo, dai trust e dai cartelli. Se si lasciasse procedere il mercato secondo le sue regole, se tutto scorresse liberamente, avremmo prodotti migliori, più valore aggiunto e più ricchezza per tutti, invece di rendita e fuffa.
Eppure, osserva Lenin, trarre da questi fatti una conclusione a favore del libero commercio e della pacifica democrazia è una banalità, e significa dimenticare che sono stati proprio il libero commercio e la pacifica democrazia a portarci fin qui. Il capitale finanziario, che muove l’intera baracca, se ne infischia della morale piccolo-borghese e scarnifica due volte la povera creatura: una prima volta attraverso i profitti realizzati sui prestiti concessi agli Stati satelliti o alle colonie; una seconda volta attraverso gli stessi prestiti, quando questi vengono impiegati – come nel caso contemporaneo della Grecia – per acquistare i prodotti della Krupp.
Sulla Produttività, in quanto base dell’inefficienza e dei prezzi amministrati e dei Geni percettori di Royalties, Lenin nota un altro aspetto interessante, legato proprio al punto più alto (e non più basso) dell’efficienza fisica (Keynes parla proprio di efficienza fisica, non di valore aggiunto, ma di Produttività legata alla filiera fisica), la trasformazione dell’Europa occidentale (qui cita Hobson) in una Federazione europea delle grandi potenze che potrebbe presentare il gravissimo pericolo di un parassitismo occidentale, quello di permettere l’esistenza di un gruppo di nazioni industriali più progredite, le cui classi elevate riceverebbero, dall’Asia e dal l’Africa, enormi tributi e, mediante questi, si procurerebbero grandi masse di impiegati e di servitori addomesticati che non sarebbero occupati nella produzione in grande di derrate agricole o di articoli industriali, ma nel servizio personale o in lavori industriali di secondo ordine sotto il controllo della nuova aristocrazia finanziaria. La più grande parte dell’Europa occidentale potrebbe allora assumere l’aspetto e il carattere ora posseduti soltanto da alcuni luoghi, cioè l’Inghilterra meridionale, la Riviera e le località dell’Italia e della Svizzera visitate dai turisti e abitate da gente ricca. Si avrebbe un piccolo gruppo di ricchi aristocratici, traenti le loro rendite e i loro dividendi dal lontano Oriente; accanto, un gruppo alquanto più numeroso di impiegati e di commercianti e un gruppo ancora maggiore di domestici, lavoratori dei trasporti e operai occupati nel processo finale della lavorazione dei prodotti più avariabili. Allora scomparirebbero i più importanti rami di industria, e gli alimenti e i prodotti base affluirebbero come tributo dall’Asia o dall’Africa.
La deindustrializzazione, afferma Lenin, costituisce un momento dell’avanzamento del capitalismo e non del suo arretramento, come invece ritiene il piccolo borghese impoverito che sogna un ritorno allo status quo ante.
Per quanto riguarda la socializzazione forzata, eccessiva, Lenin scrive queste poche esaustive parole. Il capitalismo, nel suo stadio imperialistico, conduce decisamente alla più universale socializzazione della produzione; trascina, per così dire, i capitalisti, a dispetto della loro coscienza, in un nuovo ordinamento sociale, che segna il passaggio dalla libera concorrenza completa alla socializzazione completa.
L’avanzamento delle forze produttive strappa i capitalisti al loro isolamento. Forze che agiscono alle loro spalle e contro la loro volontà li proiettano in una nuova società, quella della socializzazione completa, nella quale il calcolo e le procedure tecniche di controllo – il piano – costituiscono la base stessa della socializzazione. Nel seno della vecchia società, regolata dalla proprietà privata, dalla separazione e dall’individualismo, avanza così, spinta dal calcolo e dal piano, una nuova forma sociale.
Fonte
21/12/2025
Rischio ibrido. Il nemico avanza, sarà uno “scudo” che ci seppellirà
È tutto ibrido, gente! Si porta, va di moda, fa fico.
E a pensarci bene, be’, sì, tutto può essere guerra ibrida. Metti che ti prenotano la visita urgente tra due anni, sarai portato a pensare che è una mossa di guerra ibrida per minare la tua fiducia nello Stato e iscriverti ai russi.
Quindi ok, ci sto, guerra ibrida!
La Commissione europea corre ai ripari e annuncia uno “Scudo Democratico”, che servirebbe a controllare il flusso infinito e costante delle informazioni, e a decidere se si tratta di un attentato alla stabilità europea, alla democrazia, alla sicurezza, e insomma, alla fine, se una cosa si può dire oppure no.
Presentato (già nel 2024) come una sentinella della verità, contro le fake news, la disinformazione e le interferenze straniere, lo scudo rischia di diventare una notevole manganellata alla libertà d’espressione, perché il problema eterno delle cose ibride è stabilire il grado di ibridazione e soprattutto chi lo decide.
Non voglio negare a priori che esista da qualche parte (a San Pietroburgo? A Mosca?) una stanza buia da cui hacker espertissimi ci inondano di false informazioni, per carità. Diciamo che da abituale consumatore di informazione, scritta, orale, visiva, stampata, social, non mi sembra il principale problema del momento.
Mi sento spiato? Osservato? Monitorato? Certo che sì: basta che io dica al mio amico Gino che intendo comprare uno zaino, che in meno di un’ora ho il telefono e il computer pieni di zaini, offerte per zaini, zaini pazzeschi e all’improvviso tutti vogliono vendermi uno zaino.
Avrei bisogno di uno scudo democratico, in effetti.
Naturalmente, lo scudo di Ursula pensa soprattutto ai russi, lo capisco.
Con lo stesso zelo con cui dobbiamo passare risorse dal welfare alle armi, per difenderci, dovremmo cedere un po’ di libertà d’espressione per proteggerci dalla peste ibrida, che sarà mai!
Il piano (Media Resilience) prevede anche finanziamenti ai media “indipendenti e locali”, qualunque cosa significhi, soldi comunque erogati dalla Commissione, quindi indipendenti per modo di dire.
Ma non importa: se l’obiettivo è difendersi dagli agenti di potenze straniere, io ci sto. Per esempio ricordando che l’intera informazione elettronica del pianeta è in mano a quattro, forse cinque persone, multimiliardarie, che erano quasi tutte all’incoronazione dell’Imperatore d’America, alla cui elezione hanno contribuito con fior di milioni.
Sono una manciata di aziende, molto più potenti degli Stati nazionali, a proposito di risorgente nazionalismo, che decidono cosa venderci, come, quando, quali sono le notizie che ci possono interessare, quali quelle che possiamo scrivere o condividere, che posseggono i nostri dati e che sanno di noi più di quanto ne sappiano mogli, mariti, colleghi e amici stretti.
Insomma, sì, c’è una guerra ibrida, con pochi e potentissimi attori che la guidano – un monopolio planetario protetto dalla prima potenza mondiale, quella dell’Imperatore di prima – che sfuggono a qualsiasi regolamentazione, e la stiamo perdendo alla grande.
Non è da questo che ci difenderà uno “scudo democratico”, temo. Temo che servirà di più a controllare quel che si legge e si scrive, se sia o meno allineato, se “il nemico ti ascolta”, o addirittura ti parla per bocca di Farfallina71 o attraverso un convegno universitario sgradito, o un media non conforme che non si riesce a controllare in altro modo.
Intanto, per la mia personale guerra ibrida, un post-scriptum: l’ho comprato, lo zaino, potete smetterla di importunarmi.
Fonte
01/12/2025
I sette miliardari più ricchi sono tutti magnati dei media
L’acquisto della CNN da parte di Larry Ellison, fedelissimo di Trump e collaboratore della CIA, sembra imminente e segna l’ultima avventura nel mondo dei media per il secondo individuo più ricco del mondo. Ma Ellison non è il solo. Infatti, i sette individui più ricchi del mondo sono ora tutti potenti magnati dei media, che controllano ciò che il mondo vede, legge e sente, segnando un nuovo capitolo nel controllo oligarchico sulla società e sferrando un altro colpo alla stampa libera e indipendente e alla diversità di opinione.
Monopolio dei media
Paramount Skydance, un’azienda di proprietà di Ellison, è in prima fila per l’acquisto di Warner Brothers Discovery, un conglomerato che controlla giganteschi studi cinematografici e televisivi, servizi di intrattenimento su piattaforma come HBO Max e Discovery+, franchise come DC Comics e reti televisive come HBO, TNT, Discovery Channel, TLC, Food Network e CNN. Questo vantaggio è dovuto in gran parte alla vicinanza di Ellison al presidente Trump, che alla fine dovrà firmare un accordo del genere.
Ellison ha già parlato con alti funzionari della Casa Bianca della possibilità di eliminare i conduttori della CNN e i contenuti che Trump, a quanto pare, non gradisce, tra cui le conduttrici Erin Burnett e Brianna Keilar. È questa volontà di riorientare completamente la direzione politica della rete che lo ha reso l’acquirente preferito della Casa Bianca per Warner Brothers Discovery. A quanto pare, è così ricco da potersi permettere di pagare in contanti.
Ellison, il cui patrimonio netto ammonta a ben 278 miliardi di dollari (240 miliardi di euro), ultimamente si è dato alla pazza gioia per gli investimenti nei media. All’inizio di quest’anno, ha fornito i fondi a Skydance per l’acquisto di Paramount Global, un altro gigantesco conglomerato che controlla prodotti come CBS, BET, MTV, Comedy Central, Nickelodeon, Paramount Streaming e Showtime.
Subito dopo essere stato nominato amministratore delegato di CBS News, il figlio di Larry, David, ha iniziato a riorientare drasticamente la prospettiva politica della rete, licenziando personale, spingendola a diventare pro-Trump e nominando Bari Weiss, autodefinitasi “fanatica Sionista”, come caporedattrice.
La famiglia Ellison, tuttavia, è tutt’altro che finita. A settembre, il presidente Trump ha firmato un ordine esecutivo che approva una proposta per forzare la vendita della piattaforma di social media TikTok a un consorzio americano guidato da Oracle, azienda tecnologica di proprietà di Ellison.
In base all’accordo pianificato, Oracle supervisionerà la sicurezza e le operazioni della piattaforma, dando al secondo uomo più ricco del mondo il controllo effettivo sulla piattaforma, che oltre il 60% degli americani sotto i trent’anni utilizza per notizie e intrattenimento. Lo stesso Trump ha dichiarato di essere estremamente soddisfatto che Oracle avrebbe preso il controllo della piattaforma. “È di proprietà di americani, e di americani molto sofisticati”, ha affermato.
L’improvvisa avventura della famiglia Ellison nel mondo dei media e delle comunicazioni ha scioccato molti, con personalità di spicco del mondo dei media che hanno lanciato l’allarme. Dan Rather, conduttore di lunga data della CBS News, ha avvertito che “dobbiamo tutti preoccuparci dell’accorpamento di enormi miliardari che stanno prendendo il controllo di quasi tutte le principali testate giornalistiche”.
“È un momento particolarmente difficile per chiunque lavori alla CBS News”, ha affermato, citando le pressioni per cambiare la copertura mediatica e renderla più pro-Trump. “Penso che se gli Ellison dovessero acquistare la CNN, cambierebbe la CNN per sempre e potrebbe essere un’altra ferita molto grave per la CBS News”, ha concluso.
L’acquisizione dei miliardari
Rather ha ragione. Nessun altro periodo nella storia ha visto un’acquisizione così rapida e schiacciante dei nostri mezzi di comunicazione da parte della classe dei miliardari, un fatto che solleva interrogativi difficili sulla libertà di parola e sulla diversità di opinione.
Oggi, i sette individui più ricchi del mondo sono tutti importanti magnati dei media, il che conferisce loro uno straordinario controllo sui nostri media e sulla piazza pubblica, consentendo loro di stabilire programmi e reprimere forme di espressione che non approvano. Questo include critiche nei confronti loro e dei loro patrimoni, nel sistema economico in cui viviamo e nelle azioni dei governi degli Stati Uniti e di Israele.
Con una fortuna di oltre 480 miliardi di dollari (414 miliardi di euro), Elon Musk è la persona più ricca della storia mondiale e si prevede che, entro il prossimo decennio, diventerà il primo triliardario del pianeta. Nel 2022, Musk ha acquistato Twitter, con un’operazione del valore di circa 44 miliardi di dollari (38 miliardi di euro). Il magnate della tecnologia di origine sudafricana ha rapidamente trasformato la piattaforma in un veicolo per promuovere le sue politiche di estrema destra.
Nel 2024, ad esempio, è stato una figura chiave nel promuovere un tentativo di rovesciare il presidente venezuelano Nicolás Maduro, diffondendo disinformazione sulle elezioni del Paese e persino minacciando Maduro con un futuro nel famigerato Campo di Prigionia di Guantanamo.
Ha anche riscritto pubblicamente il suo chatbot (programma informatico che simula una conversazione umana) di Intelligenza Artificiale generativa, Grok, in diverse occasioni, in modo che fornisse risposte più conservatrici alle domande degli utenti. Uno dei risultati di ciò è stato che Grok ha iniziato a elogiare Adolf Hitler.
Musk ha superato Jeff Bezos l’anno scorso, diventando l’uomo più ricco del mondo. Come Musk, il fondatore e amministratore delegato di Amazon ha fatto diverse mosse nel mondo dei media. Nel 2013, ha acquistato il Washington Post per 250 milioni di dollari (215,6 milioni di euro) e ha rapidamente iniziato a esercitare la sua influenza sul quotidiano, licenziando scrittori anti-apparato e assumendo editorialisti favorevoli alla guerra. Questo è avvenuto pochi mesi dopo aver acquisito una quota di minoranza di Business Insider (ora rinominato Insider).
Un anno dopo, nel 2014, Amazon ha pagato quasi un miliardo di dollari (862,4 milioni di euro) per acquistare Twitch, una piattaforma di sport e intrattenimento che serve circa 7 milioni di emittenti mensili. Amazon possiede anche una vasta gamma di altre iniziative mediatiche, tra cui lo studio cinematografico MGM, la piattaforma di audiolibri Audible e il sito Web di contenuti cinematografici, televisivi IMDB.
Il miliardario francese Bernard Arnault, nel frattempo, ha acquisito ampie fasce delle testate giornalistiche del suo Paese. Il presidente del conglomerato del lusso Louis Vuitton Moët Hennessy (LVMH) e settimo uomo più ricco del mondo ora siede a capo di un impero mediatico che include quotidiani come Le Parisien e Les Echoes, riviste come Paris Match e Challenges, nonché Radio Classique.
I restanti tre individui che completano la classifica dei primi 7 devono la loro ricchezza principalmente ai loro imperi mediatici. I co-fondatori di Google Sergey Brin e Larry Page hanno un patrimonio complessivo di oltre mezzo trilione di dollari (431,3 miliardi di euro). Google è diventata la forza dominante nell’attuale economia dell’alta tecnologia è anche un attore importante nei social media, avendo acquisito YouTube nel 2006 per 1,65 miliardi di dollari (1,4 miliardi di euro). Il 35% degli americani utilizza la piattaforma video come fonte primaria di notizie.
Mark Zuckerberg, nel frattempo, deve la sua fortuna di 203 miliardi di dollari (175 miliardi di euro) alle sue iniziative nei social media e nella tecnologia, tra cui Facebook, Instagram e WhatsApp. Come YouTube, le aziende di Zuckerberg sono attori importanti nel panorama dell’informazione moderna, con il 38%, il 20% e il 5% degli americani che si affidano a Facebook, Instagram e WhatsApp per le proprie notizie e opinioni.
Portavoci Maga
Molti di questi ricchi individui hanno unito le forze con il Presidente Trump, nel tentativo di sostenere le politiche repubblicane e promuovere una visione del mondo conservatrice. Tra questi, spicca la famiglia Ellison, che ha rapidamente annunciato cambiamenti significativi come in CBS News, promettendo una copertura “imparziale” e “prospettive ideologiche più variegate”, ampiamente interpretate come uno spostamento verso una copertura di destra pro-Trump.
Larry Ellison ha opinioni profondamente conservatrici ed è diventato uno dei principali donatori e raccoglitori di fondi per il Partito Repubblicano, nonché un confidente di Trump. Infatti, una fonte interna a Trump, notando la sua influenza, si è spinta fino a definire Ellison il “Presidente ombra degli Stati Uniti”.
Musk, ovviamente, ha pubblicamente trasformato Twitter in una piattaforma dominata dai conservatori ed è stato un membro non ufficiale del gabinetto di Trump, diventando di fatto il capo del Dipartimento per l’Efficienza Governativa.
Zuckerberg ha adottato una serie di misure per allineare le sue piattaforme al movimento MAGA, tra cui il licenziamento della sua squadra di verificatori dei fatti (ampiamente associato alla politica liberale) e la priorità a quella che lui chiama “libertà di parola”. Il personale di moderazione dei contenuti, ha affermato l’amministratore delegato di Meta, verrebbero trasferiti dalla California al Texas, “dove c’è meno preoccupazione per la parzialità dei nostri moderatori”.
Zuckerberg ha sostituito il presidente degli affari globali di Meta, l’ex vice primo ministro liberaldemocratico del Regno Unito, Nick Clegg, con l’eminente repubblicano Joel Kaplan, che è stato capo del personale di George W. Bush. Ha anche nominato Dana White, amministratore delegato dell’Ultimate Fighting Championship (Campionato di Combattimento Definitivo) e stretto alleato di Trump, nel consiglio di amministrazione di Meta, nonostante la sua totale mancanza di esperienza in materia.
Molte di queste misure sono state probabilmente adottate in risposta alla minaccia di Trump di imprigionare Zuckerberg “per il resto della sua vita” se avesse fatto qualcosa per “imbrogliarlo” impedendogli di vincere le elezioni presidenziali del 2024. Zuckerberg incontrò successivamente Trump a Mar-a-Lago e, insieme a Bezos e altri magnati della tecnologia, donò 1 milione di dollari (864.500 euro) al fondo per l’insediamento di Trump.
Bezos, nel frattempo, adottò misure simili al Washington Post, annunciando che il giornale non avrebbe più pubblicato opinioni scettiche sul capitalismo. “Scriveremo ogni giorno a sostegno della difesa di due pilastri: le libertà personali e il libero mercato”, scrisse Bezos, sottolineando che i lettori che desiderassero conoscere punti di vista alternativi possono trovarli su “internet”.
La decisione fu ampiamente considerata un grande cambiamento e provocò l’opposizione pubblica dei dipendenti del Post. “Oggi Jeff Bezos ha invaso massicciamente la sezione opinioni del Washington Post”, ha dichiarato Jeff Stein, giornalista economico di punta del quotidiano. “Questo chiarisce che opinioni dissenzienti non saranno pubblicate né tollerate lì”.
La mossa ha rappresentato un vero e proprio capovolgimento di fronte da parte di Bezos, che in passato aveva definito Trump una “minaccia alla democrazia”. Eppure, nel gennaio 2025, sedeva accanto a Zuckerberg, Musk e Arnault in posizioni di rilievo alle spalle di Trump durante il suo insediamento.
Considerando la sua nazionalità, Arnault ha un rapporto sorprendentemente stretto con Trump. Nel 2019, il miliardario francese ha aperto una nuova fabbrica Louis Vuitton ad Alvarado, in Texas, una mossa che alcuni hanno ipotizzato fosse un tentativo di compiacere il Presidente. Trump ha partecipato all’inaugurazione della struttura, definendo Arnault un “artista” e un “visionario”.
Grazie al loro rapporto con i Trump, la famiglia Arnault è diventata un intermediario non ufficiale tra il governo francese e quello statunitense. Nel 2023 sono stati ospitati dai Trump a Mar-a-Lago e, durante l’inasprimento della guerra commerciale all’inizio di quest’anno, Bernard ha visitato la Casa Bianca per allentare le tensioni tra Stati Uniti e Francia.
Appaltatori del Pentagono
Un fattore chiave nell’ascesa di molti dei sette individui più ricchi del mondo è la loro vicinanza allo Stato di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti, con molte delle loro aziende che si arricchiscono grazie ai contratti del Pentagono. Le guerre e lo spionaggio odierni si basano su apparecchiature informatiche ad alta tecnologia tanto quanto su carri armati e armi, e nel 2022 il Dipartimento della Difesa ha assegnato ad Amazon, Google, Microsoft e Oracle un contratto di archiviazione dati esterna da 9 miliardi di dollari (7,8 miliardi di euro).
Amazon di Bezos vanta da tempo uno stretto rapporto con la CIA, avendo firmato un contratto da 600 milioni di dollari (519 milioni di euro) con l’agenzia nel 2014. Eppure sia Google che Space X, l’azienda aerospaziale di Musk, sono state legate a Langley fin dalla loro fondazione.
La CIA ha finanziato e supervisionato la ricerca di dottorato di Brin presso l’Università di Stanford, un lavoro che avrebbe poi costituito la base di Google. Come ha osservato un’indagine, “alti rappresentanti dei servizi segreti statunitensi, tra cui un funzionario della CIA, hanno supervisionato l’evoluzione di Google in questa fase pre-lancio, fino a quando l’azienda non è stata pronta per la fondazione ufficiale”.
Ancora nel 2005, In-Q-Tel, la divisione di capitale di rischio (venture capital) della CIA, era un azionista di maggioranza di Google. Queste azioni erano il risultato dell’acquisizione da parte di Google di Keyhole, Inc., un’azienda di sorveglianza sostenuta dalla CIA il cui programma è poi diventato Google Earth.
Nel 2007, il governo utilizzava versioni migliorate di Google Earth per sorvegliare e colpire i nemici in Iraq e altrove, secondo il Washington Post. A quel tempo, osserva anche il Post, Google collaborava con Lockheed Martin per produrre tecnologie futuristiche per l’esercito. Esiste anche una porta girevole di rapporti di lavoro tra Google e vari rami del governo federale.
Non sarebbe esagerato, nel frattempo, affermare che Elon Musk deve la sua generosità in gran parte al suo stretto rapporto con la CIA. Mike Griffin, capo di In-Q-Tel, ha contribuito alla nascita di SpaceX, fornendo supporto e consulenza fin dall’inizio, e ha persino accompagnato Musk in Russia nel 2002, dove i due hanno tentato di acquistare missili balistici intercontinentali a basso costo per avviare l’azienda.
Griffin ha ripetutamente sostenuto Musk alla CIA, descrivendolo come l'“Henry Ford” dell’industria spaziale e degno del pieno sostegno del governo. Tuttavia, nel 2008, Space X era in gravi difficoltà, con Musk incapace di pagare gli stipendi e convinto che sia Space X che Tesla Motors sarebbero state liquidate. Ma è stato salvato da un inaspettato contratto da 1,6 miliardi di dollari (1,4 miliardi di euro) con la NASA, che Griffin aveva contribuito a ottenere.
Oggi, Space X è una potenza. Ma i suoi principali clienti continuano a essere agenzie governative statunitensi, come l’Aeronautica Militare, l’Agenzia per lo Sviluppo Spaziale e l’Ufficio Nazionale di Ricognizione. E recentemente, il Pentagono lo ha reclutato per aiutarlo a vincere una guerra nucleare.
Castelion, una nuova società derivata di Space X, sta lavorando alla costruzione di una rete di satelliti armati che orbitano attorno al Nord America, progettati per abbattere i missili nucleari nemici. Un’operazione di successo fornirebbe agli Stati Uniti uno scudo inattaccabile e consentirebbe loro di agire come desiderano in tutto il mondo, senza minacce di ritorsioni, ponendo di fatto fine all’era della distruzione reciproca assicurata e facendo precipitare il pianeta in una nuova, pericolosa era.
Sei dei sette membri del gruppo dirigenziale di Castelion e due dei suoi quattro maggiori consulenti sono ex dipendenti di Space X. Gli altri due consulenti sono ex alti funzionari della CIA, tra cui lo stesso Griffin. Elon ha chiamato il suo figlio maggiore Griffin Musk. Un altro dei suoi figli, X Æ A-12, prende il nome da un aereo spia della CIA.
Le piattaforme di Zuckerberg, Facebook, Instagram e WhatsApp, hanno mostrato una non meno marcata propensione a favore di Israele. Già nel 2016, Facebook collaborava con il governo israeliano in materia di censura, con il ministro della Giustizia Ayelet Shaked che rivelò che la piattaforma social aveva soddisfatto il 95% delle sue richieste di rimozione di contenuti pro-Palestina.
La collaborazione tra Facebook e Israele si è rafforzata nel 2020, quando l’azienda ha nominato Emi Palmor, ex direttore generale del ministero della Giustizia israeliano ed ex spia del gruppo di spionaggio dell’IDF Unità 8200, nel suo comitato di supervisione, un comitato di 21 persone responsabile della direzione politica del sito.
Le piattaforme di Zuckerberg hanno a lungo oscurato le voci palestinesi per dubbi motivi di “incitamento all’odio”. Tuttavia, la censura è drasticamente aumentata dopo gli attacchi del 7 ottobre. Human Rights Watch ha pubblicato un rapporto che descrive in dettaglio la “censura sistemica dei contenuti palestinesi su Instagram e Facebook”. sottolineando come abbiano esaminato 1050 casi di censura delle voci palestinesi, compresi quelli che documentavano violazioni dei diritti umani contro di loro. 1049 di questi, ha concluso lo studio, erano dichiarazioni del tutto pacifiche di sostegno alla Palestina e non violavano nessuno dei termini di servizio di Meta.
Nel 2023, Instagram ha anche inserito la parola “terrorista” nelle biografie di migliaia di utenti che dichiaravano di essere palestinesi. Quando sono stati contestati, hanno affermato che si trattava di un errore di traduzione automatica.
Internamente, il personale di Meta si è lamentato della sistematica soppressione delle loro voci e della creazione di un “ambiente di lavoro ostile e pericoloso” per i dipendenti palestinesi e musulmani.
WhatsApp, nel frattempo, è un campo di battaglia in più di un senso. L’esercito israeliano sta utilizzando i dati WhatsApp dei palestinesi per tracciare e prendere di mira decine di migliaia di persone a Gaza. Non è chiaro come o se Meta stia collaborando con l’esercito israeliano in questa impresa.
Tuttavia, è stato ipotizzato che alcune delle decine di ex spie israeliane che ora ricoprono posizioni di vertice presso Meta potrebbero produrre accessi nascosti nei programmi o semplicemente passare i dati ai loro ex colleghi. Un’indagine del 2022 ha scoperto centinaia di ex agenti dell’Unità 8200 che lavoravano presso Meta, Google, Amazon e Microsoft.
Lo stesso Zuckerberg è noto per essere un forte sostenitore di Israele e vanta numerosi legami familiari con lo Stato. Dopo gli attacchi dell’ottobre 2023, ha rilasciato una dichiarazione in cui denunciava Hamas e altre forze di Resistenza come “puro male”, un’azione che gli è valsa un ringraziamento ufficiale da parte dello Stato di Israele.
Anche Musk ha messo se stesso e i suoi mezzi al servizio di Israele. Nel novembre 2023, si è recato in Israele per incontrare Netanyahu e il presidente Isaac Herzog e offrire il suo incondizionato sostegno al loro attacco a Gaza. Descrivendo Hamas come “malvagia” e “che si compiace di uccidere civili”, Musk ha tentato di insabbiare pubblicamente la violenza israeliana, affermando inequivocabilmente che le IDF fanno di tutto per “evitare di uccidere civili”. Al momento della sua visita, gli attacchi israeliani avevano ucciso almeno 20.000 persone in quattro settimane di bombardamenti.
Netanyahu ha affermato che X/Twitter è tra le “armi più importanti” di Israele nella guerra e ha difeso Musk dalle accuse di fascismo, dopo aver fatto il saluto nazista alla Conferenza di Azione Politica Conservatrice.
Durante la sua visita, Musk ha anche firmato un accordo con il governo israeliano, conferendo a quest’ultimo il controllo e la supervisione effettivi sui portali di comunicazione Starlink che operano in Israele e a Gaza.
Anche Google e Amazon sono attori chiave che facilitano il Genocidio ad alta tecnologia a Gaza. Nel 2021, i due hanno firmato un contratto da 1,2 miliardi di dollari (1 miliardo di euro) con il governo israeliano per fornire infrastrutture di archiviazione dati esterna e Intelligenza Artificiale alle Forze di Difesa Israeliane, una tecnologia utilizzata per colpire la popolazione civile della Striscia di Gaza, densamente abitata. L’accordo ha scatenato una rivolta tra i dipendenti, che hanno organizzato un presidio e altre proteste contro la loro collaborazione.
Molti altri dipendenti di Google, tuttavia, sono intimamente legati allo Stato di Israele. Ci sono almeno 99 ex spie dell’Unità 8200 che ricoprono posizioni chiave presso il gigante della Silicon Valley. Un esempio illustre è Gavriel Goidel, che è stato a lungo comandante e responsabile della formazione presso l’Unità 8200, prima di essere assunto da Google per diventare responsabile della strategia e delle operazioni dell’azienda.
Google ha anche collaborato alla diffusione di propaganda del governo israeliano a decine di milioni di europei, nonostante i contenuti violassero i suoi stessi termini di servizio.
Parte di ciò potrebbe essere dovuto all’atteggiamento dello stesso Brin. Normalmente evitando i riflettori e astenendosi dal rilasciare dichiarazioni politiche, il magnate di origine russa ha condannato aspramente le Nazioni Unite come “apertamente antisemite” dopo la pubblicazione di un rapporto che descriveva dettagliatamente la partecipazione della sua azienda al Genocidio di Gaza. “Usare il termine Genocidio in relazione a Gaza è profondamente offensivo per molti ebrei che hanno subito veri e propri Genocidi”, ha aggiunto.
Arnault è rimasto in silenzio su Gaza. Ha tuttavia investito molto in Israele. Diamanti e altre pietre preziose sono un pilastro dell’economia israeliana e i marchi di lusso del francese distribuiscono le pietre in tutto il mondo. Gli attivisti hanno chiesto che i diamanti israeliani vengano etichettati come minerali provenienti da zone di conflitto e che vengano boicottati dai consumatori etici.
Arnault ha anche investito nell’azienda israeliana di tecnologia e sicurezza Wiz, recentemente acquisita da Google per 32 miliardi di dollari (27,651 miliardi di euro). All’inizio di questo mese, LVMH (Louis Vuitton Moët Hennessy) ha firmato un accordo da 55 milioni di dollari (47,5 milioni di euro) con l’attrice israeliana ed ex soldato dell’IDF, Gal Gadot, rendendola il volto del marchio.
Viviamo in un’epoca di disuguaglianza globale senza precedenti. Insieme, questi sette individui, Musk, Ellison, Page, Brin, Bezos, Zuckerberg e Arnault, controllano più ricchezza del 50% più povero dell’Umanità (oltre 4 miliardi di persone) messo insieme. Con fortune prima inimmaginabili, hanno iniziato ad acquistare patrimoni, compresi i media, a un ritmo mai visto.
Per i miliardari, l’utilità di controllare la stampa è triplice: primo, protegge loro e la loro classe dal controllo e dalle critiche della stampa. Secondo, fornisce loro un portavoce per spingere il dibattito pubblico verso leggi e regolamenti ancora più favorevoli alle imprese. E terzo, possono usare i loro canali per sostenere qualsiasi causa e promuovere qualsiasi altro programma.
Abbiamo visto tutti e tre questi aspetti manifestarsi qui, poiché, collettivamente, la nostra stampa si sta rapidamente spostando verso posizioni più conservatrici, pro-Trump e pro-Israele, escludendo qualsiasi voce di dissenso dalle sue fila.
L’effetto sulla democrazia, su una società libera e sul diritto del pubblico alla diversità di opinioni è stato estremamente deleterio. Quando si tratta di media, soffrivamo già di un’illusione di scelta. Tuttavia, la sovraccarica concentrazione della proprietà dei media americani e globali nelle mani di una manciata di individui non ha fatto che esacerbare questo problema. C’era un tempo in cui le persone in cerca di punti di vista alternativi si limitavano a cercarli su internet. Ma con la crescente censura delle opinioni dissenzienti, in particolare su Israele/Palestina, questo sta diventando sempre più impraticabile.
In breve, quindi, ciò che la conquista del nostro sistema mediatico da parte dei mega-ricchi del pianeta dimostra è che i miliardari non sono solo una grave perdita di risorse, ma una minaccia esistenziale per una società aperta e per il libero flusso di informazioni.
di Alan MacLeod scrive per MintPress News. Dopo aver completato il suo dottorato di ricerca nel 2017, ha pubblicato due libri: “Bad News From Venezuela: Twenty Years of Fake News and Misreportin” (Cattive Notizie Dal Venezuela: Vent’anni di Notizie False e Mistificazioni) e “Propaganda in the Information Age: Still Manufacturing Consent” (Propaganda nell’Era dell’Informazione: Fabbricare il Consenso), oltre a numerosi articoli accademici. Ha anche collaborato con FAIR.org, The Guardian, Salon, The Grayzone, Jacobin Magazine, Common Dreams, American Herald Tribune e The Canary.
Per una verifica empirica degli effetti pratici e politici della dipendenza dell’informazione dagli interessi degli “editori”, qui in Italia, si può intanto vedere qui.
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20/11/2025
Enshittification: il progressivo degrado delle piattaforme digitali
L’idea che queste grandi piattaforme abbiano sviluppato una sorta di potere sulle persone tramite la sorveglianza commerciale, com’è stata teorizzata da Zuboff, è però un mito che è il momento di sfatare. Così almeno la pensa Cory Doctorow, giornalista e scrittore canadese che negli ultimi anni ha pubblicato due libri particolarmente illuminanti sul tema.
In “Come distruggere il capitalismo della sorveglianza”, uscito nel 2024 ed edito da Mimesis, Doctorow spiega come molti critici abbiano ceduto a quella che il professore del College of Liberal Arts and Human Science Lee Vinsel ha definito “criti-hype”: l’abitudine di criticare le affermazioni degli avversari senza prima verificarne la veridicità, contribuendo così involontariamente a confermare la loro stessa narrazione. In questo caso, in soldoni, il mito da contestare è proprio quello di poter “controllare” le persone per vendergli pubblicità.
“Penso che l’ipotesi del capitalismo della sorveglianza sia profondamente sbagliata, perché rigetta il fatto che le aziende ci controllino attraverso il monopolio, e non attraverso la mente”, spiega Doctorow a Guerre di Rete. Il giornalista fa l’esempio di uno dei più famosi CEO delle Big Tech, Mark Zuckerberg: “A maggio, Zuckerberg ha rivelato agli investitori che intende recuperare le decine di miliardi che sta spendendo nell’IA usandola per creare pubblicità in grado di aggirare le nostre capacità critiche, e quindi convincere chiunque ad acquistare qualsiasi cosa. Una sorta di controllo mentale basato sull’IA e affittato agli inserzionisti”.
Effettivamente, viste le perdite che caratterizzano il settore dell’intelligenza artificiale – e nel caso di Meta visto anche il fallimento di quel progetto chiamato metaverso, ormai così lontano da non essere più ricordato da nessuno – è notevole che Zuckerberg sia ancora in grado di ispirare fiducia negli investitori. E di vendergli l’idea di essere un mago che, con cappello in testa e bacchetta magica in mano, è in grado di ipnotizzarci tutti. “Né Rasputin [il mistico russo, cui erano attribuito poteri persuasivi, ndr] né il progetto MK-Ultra [un progetto della CIA per manipolare gli stati mentali negli interrogatori, ndr] hanno mai veramente perfezionato il potere mentale, erano dei bugiardi che mentivano a sé stessi o agli altri. O entrambe le cose”, dice Doctorow. “D’altronde, ogni venditore di tecnologia pubblicitaria che incontri un dirigente pubblicitario sfonda una porta aperta: gli inserzionisti vogliono disperatamente credere che tu possa controllare la mente delle persone”.
Il caro vecchio monopolio
Alla radice delle azioni predatorie delle grandi piattaforme, però, non ci sarebbe il controllo mentale, bensì le pratiche monopolistiche, combinate con la riduzione della qualità dei servizi per i miliardi di utenti che li usano. Quest’ultimo è il concetto di enshittification, coniato dallo stesso Doctorow e che dà il nome al suo saggio appena uscito negli Stati Uniti. Un processo che vede le piattaforme digitali, che inizialmente offrono un servizio di ottimo livello, peggiorare gradualmente per diventare, alla fine, una schifezza (la traduzione di shit è escremento, per usare un eufemismo).
“All’inizio la piattaforma è vantaggiosa per i suoi utenti finali, ma allo stesso tempo trova il modo di vincolarli”, spiega il giornalista facendo l’esempio di Google, anche se il processo di cui parla si riferisce a quasi tutte le grandi piattaforme. Il motore di ricerca ha inizialmente ridotto al minimo la pubblicità e investito in ingegneria per offrire risultati di altissima qualità. Poi ha iniziato a “comprarsi la strada verso il predominio” – sostiene Doctorow – grazie ad accordi che hanno imposto la sua casella di ricerca in ogni servizio o prodotto possibile. “In questo modo, a prescindere dal browser, dal sistema operativo o dall’operatore telefonico utilizzato, le persone finivano per avere sempre Google come impostazione predefinita”.
Una strategia con cui, secondo Doctorow, l’azienda di Mountain View ha acquisito qua e là società di grandi dimensioni per assicurarsi che nessuno avesse un motore di ricerca che non fosse il suo. Per Doctorow è la fase uno: offrire vantaggi agli utenti, ma legandoli in modo quasi invisibile al proprio ecosistema.
Un’idea di quale sia il passaggio successivo l’abbiamo avuta assistendo proprio a ciò che è successo, non troppo tempo fa, al motore di ricerca stesso: “Le cose peggiorano perché la piattaforma comincia a sfruttare gli utenti finali per attrarre e arricchire i clienti aziendali, che per Google sono inserzionisti ed editori web. Una porzione sempre maggiore di una pagina dei risultati del motore di ricerca è dedicata agli annunci, contrassegnati con etichette sempre più sottili, piccole e grigie. Così Google utilizza i suo i dati di sorveglianza commerciale per indirizzare gli annunci”, spiega Doctorow.
Nel momento in cui anche i clienti aziendali rimangono intrappolati nella piattaforma, come prima lo erano stati gli utenti, la loro dipendenza da Google è talmente elevata che abbandonarla diventa un rischio esistenziale. “Si parla molto del potere monopolistico di Google, che deriva dalla sua posizione dominante come venditore. Penso però che sia più correttamente un monopsonio”.
Monopoli e monopsoni
“In senso stretto e tecnico, un monopolio è un mercato con un unico venditore e un monopsonio è un mercato con un unico acquirente”, spiega nel suo libro Doctorow. “Ma nel linguaggio colloquiale dell’economia e dell’antitrust, monopolista e monopsonista si riferiscono ad aziende con potere di mercato, principalmente il potere di fissare i prezzi. Formalmente, i monopolisti di oggi sono in realtà oligopolisti e i nostri monopsonisti sono oligopsonisti (cioè membri di un cartello che condividono il potere di mercato)”.
E ancora scrive: “Le piattaforme aspirano sia al monopolio che al monopsonio. Dopo tutto, le piattaforme sono “mercati bilaterali” che fungono da intermediari tra acquirenti e venditori. Inoltre, la teoria antitrust basata sul benessere dei consumatori è molto più tollerante nei confronti dei comportamenti monopsonistici, in cui i costi vengono ridotti sfruttando lavoratori e fornitori, rispetto ai comportamenti monopolistici, in cui i prezzi vengono aumentati. In linea di massima, quando le aziende utilizzano il loro potere di mercato per abbassare i prezzi, possono farlo senza temere ritorsioni normative. Pertanto, le piattaforme preferiscono spremere i propri clienti commerciali e aumentano i prezzi solo quando sono diventate davvero troppo grandi per essere perseguite”.
Così facendo, l’evoluzione del motore di ricerca si è bloccata e il servizio ha poi iniziato a peggiorare, sostiene l’autore. “A un certo punto, nel 2019, più del 90% delle persone usava Google per cercare tutto. Nessun utente poteva più diventare un nuovo utente dell’azienda e quindi non avevano più un modo facile per crescere. Di conseguenza hanno ridotto la precisione delle risposte, costringendo gli utenti a cercare due o più volte prima di ottenerne una decente, raddoppiando il numero di query e di annunci”.
A rendere nota questa decisione aziendale è stata, lo scorso anno, la pubblicazione di alcuni documenti interni durante un processo in cui Google era imputata. Sui banchi di un tribunale della Virginia una giudice ha stabilito che l’azienda creata da Larry Page e Sergey Brin ha abusato di alcune parti della sua tecnologia pubblicitaria per dominare il mercato degli annunci, una delle sue principali fonti di guadagno (nel 2024, più di 30 miliardi di dollari a livello mondiale).
“E così arriviamo al Google incasinato di oggi, dove ogni query restituisce un cumulo di spazzatura di intelligenza artificiale, cinque risultati a pagamento taggati con la parola ‘ad’ (pubblicità) in un carattere minuscolo e grigio su sfondo bianco. Che a loro volta sono link di spam che rimandano ad altra spazzatura SEO”, aggiunge Doctorow facendo riferimento a quei contenuti creati a misura di motore di ricerca e privi in realtà di qualunque valore informativo. Eppure, nonostante tutte queste criticità, continuiamo a usare un motore di ricerca del genere perché siamo intrappolati nei suoi meccanismi.
Il quadro non è dei migliori. “Una montagna di shit”, le cui radici – afferma lo studioso – vanno cercate nella distruzione di quei meccanismi di disciplina che una volta esistevano nel capitalismo. Ma quali sarebbero questi lacci che tenevano a bada le grandi aziende? La concorrenza di mercato – ormai eliminata dalle politiche che negli ultimi 40 anni hanno favorito i monopoli; una regolamentazione efficace – mentre oggi ci ritroviamo con leggi e norme inadeguate o dannose, come ad esempio la restrizione dei meccanismi di interoperabilità indotta dall’introduzione di leggi sul copyright; e infine il potere dei lavoratori – anche questo in caduta libera a seguito dell’ondata di licenziamenti nel settore tecnologico.
La “enshittification“, secondo Doctorow, è un destino che dovevamo veder arrivare, soprattutto perché giunge a valle di scelte politiche precise: “Non sono le scelte di consumo, ma quelle politiche a creare mostri come i CEO delle Big Tech, in grado di distruggere le nostre vite online perché portatori di pratiche commerciali predatorie, ingannevoli, sleali”.
Non basta insomma odiare i giocatori e il gioco, bisogna anche ricordare che arbitri disonesti hanno truccato la partita, convincendo i governi di tutto il mondo ad abbracciare specifiche politiche.
Quando si parla di tecnologia e delle sue implicazioni a breve, medio e lungo periodo è difficile abbracciare una visione possibilista e positiva. Un po’ come succede per le lotte per la giustizia sociale e per il clima: il muro che ci si ritrova davanti sembra invalicabile. Una grossa difficoltà che, secondo Doctorow, è data dalla presenza di monopoli e monopsoni.
Ma la reazione alle attuali crisi politiche globali mostra che un cambiamento è possibile. “Negli ultimi anni c’è stata un’azione di regolamentazione della tecnologia superiore a quella dei 40 anni precedenti”, spiega Doctorow. Non solo: la seconda elezione di Donald Trump si starebbe rivelando una benedizione sotto mentite spoglie, sia per il clima sia per il digitale. “Ha acceso un fuoco sotto i leader di altri Paesi ex alleati, stimolando grandi e ambiziosi programmi per sfuggire al monopolio statunitense. Pensiamo ai dazi sui pannelli solari cinesi imposti da Trump nella prima amministrazione, per esempio. Una misura che ha spinto i produttori di Pechino a inondare i paesi del Sud del mondo con i loro pannelli economici, a tal punto che intere regioni si sono convertite all’energia solare”, afferma Doctorow, che considera questa strada percorribile anche per ottenere una tecnologia più libera.
Per non vedere tutto nero
Sfuggire alle Big Tech americane non dovrebbe significare semplicemente rifugiarsi in un servizio alternativo (mail, cloud, social media, ecc.), anche perché il processo non è così semplice. “Non si copia e incolla la vita delle persone: le email, i file, i documenti custoditi nei cloud di Microsoft, Apple o Google. Nessun ministero, azienda o individuo lo farà”. Motivo per cui, secondo Doctorow, Eurostack è una possibile alternativa, ma che ha ancora tanta strada da fare.
Eurostack è un’iniziativa europea nata recentemente in risposta all’esigenza di costruire una sovranità digitale del Vecchio continente, indipendente dalle aziende tecnologiche straniere (specialmente USA). Coinvolge attivisti digitali, comunità open source, istituzioni europee e alcuni politici. “L’Ue potrebbe ordinare alle grandi aziende tech statunitensi di creare strumenti di esportazione, così che gli europei possano trasferire facilmente i propri dati in Eurostack, ma possiamo già immaginare come andrà a finire. Quando l’Ue ha approvato il Digital Markets Act, Apple ha minacciato di smettere di vendere iPhone in Europa, e ha presentato 18 ricorsi legali”, ricorda Doctorow.
Se la risposta di un’azienda statunitense all’introduzione di una direttiva europea è questa, la soluzione allora non può essere che radicale. “L’unica via possibile è abrogare l’articolo 6 della direttiva sul diritto d’autore: l’Ue dovrebbe rendere legale il reverse engineering di siti web e app statunitensi in modo che gli europei possano estrarre i propri dati e trasferirli in Eurostack. Un modello aperto, sovrano, rispettoso della privacy, dei diritti dei lavoratori e dei consumatori”.
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26/10/2025
Pillole di bancarotta
La bolla dell’oro
La crisi profonda del capitalismo finanziario sta generando una mostruosa bolla costruita attorno all’oro, destinata a cambiare il quadro dell’economia internazionale.
Ci sono almeno tre ragioni, tra loro decisamente collegate, che favoriscono un prezzo dell’oro superiore ai 4000 dollari l’oncia.
La prima è la grande richiesta di oro da parte delle banche centrali, a cominciare da quella cinese: ormai sono scomparsi i due beni rifugi su cui costruire la tesaurizzazione del valore, rappresentati dal dollaro e soprattutto dai titoli del Debito Usa, e dunque l’oro resta il solo bene rifugio.
Ma non solo bene rifugio, l’oro diventa anche la sola reale garanzia di “conversione” monetaria per l’economia capitalista che non può permettersi una moneta in continuo deprezzamento come nel caso del dollaro. Quindi stiamo tornando rapidamente al gold standard, dove l’unica vera garanzia era costituita dalla piena convertibilità aurea.
La seconda ragione si lega alla prima. La ricerca di oro come bene rifugio non riguarda solo le banche centrali ma l’intero sistema finanziario, a cominciare dai grandi gestori del risparmio, che, in un momento di estrema incertezza come quello attuale, hanno bisogno di “stabilizzare” i loro impieghi avendo una solida riserva aurea.
La terza ragione è riconducibile alla ormai dominante struttura del sistema finanziario globale, dove i prezzi sono definiti attraverso gli strumenti derivati. In pratica, sul prezzo dell’oro si fanno milioni di scommesse, sganciate al possesso dell’oro in quanto tale, che finiscono per generare un’impennata molto più accentuata di quella, già forte, legata al mercato reale dell’oro.
Non a caso i futures sull’oro corrono di più del già altissimo prezzo dell’oro. La crisi del capitalismo finanziario, la sua scelta di puntare sulla dimensione militare stanno generando una dipendenza dall’oro che, per i suoi altissimi rendimenti, sta mangiandosi pezzi interi di economia reale.
Chi comanda in Europa
In Germania, BlackRock ha partecipazioni, sia direttamente sia attraverso fondi posseduti, comprese fra il 3 e il 10% in Commerzabank, Deutsche Bank, Continental, Adidas, Bayer, Lufthansa, Sofran, Daimler, Ag, Basf, Allianz, Siemens, Thyssen Krupp, Muniche Re, Rheinmetall, Hensholdt.
A questo complesso di partecipazioni si aggiunge una lunga lista di azioni possedute, al di sotto della soglia del 3%, in numerosissime altre società tedesche, a partire dal settore del credito e delle assicurazioni. In Francia, la società guidata da Larry Fink detiene pacchetti azionari, di nuovo fra il 3 e il 9%, in Sanofi, TotalEnergies, Lvhm, Schneider Electric, Société Générale, Orpea. Anche qui, come in Germania e in Italia, BlackRock possiede partecipazioni inferiori alla soglia del 3% in numerosissime società francesi, con una significativa incidenza nel comparto bancario.
In Inghilterra, la società americana gestisce una serie di fondi UCITS domiciliati nell’isola, che contengono importanti partecipazioni di società inglesi, mentre registra una presenza azionaria diretta in Shell, in Netwest group e in Preqin.
Le partecipazioni in Spagna di BlackRock sono concentrate nel sistema bancario, in Bbva, Banco Sabadell, Banco Santander, Caixa Banca, dove il capitale posseduto oscilla fra il 6 e l’8%, e in una serie di altri settori ambiti dove la quota posseduta è superiore al 5%, da Iberdola, a Repsol, Enagas, Redeia, Telefonica, Grifols, Fluidra, Merlin e AM-Deus.
Un peso particolare poi il fondo americano assume in Naturgy, di cui controlla il 10%.
A questi dati generali vanno aggiunte tre considerazioni ulteriori. La prima è rappresentata dal fatto che BlackRock è il principale azionista delle società che gestiscono la Borsa di Londra, quella di Francoforte e quella di Milano.
La seconda, già accennata per il caso italiano, è riconducibile alla massiccia presenza in quasi tutti gli Stati europei di un esteso circuito di vendita degli Etf prodotti da BlackRock volti a intercettare il risparmio diffuso; a tal riguardo è opportuno sottolineare che quello degli Etf è un settore in forte crescita, con un mercato complessivo in Europa di oltre 2800 miliardi di dollari, destinati, appunto, a “catturare” una larga fetta del risparmio gestito, con oltre 11 milioni di piani di risparmio solo in Etf.
La terza considerazione consiste nel mettere in evidenza che BlackRock rappresenta soltanto uno dei tre grandi fondi americani che dominano la scena europea perché considerazioni analoghe sarebbero possibili per Vanguard e State Street, la cui azione, rispetto alla società presieduta da Fink, è costruita soprattutto sulla produzione di Etf e di fondi in cui sono contenuti rilevanti pacchetti azionari di società italiane.
Grandi manovre
Il presidente di Jp Morgan, Jamie Dimon, intervistato dalla BBC inglese, ha dichiarato con nettezza che il rischio di uno scoppio della bolla finanziaria americana è particolarmente alto; non il 10% come sostengono molti analisti – sostiene Dimon – ma oltre il 30%. Dunque, sostiene il banchiere più influente del mondo occidentale, bisognerebbe trovare alternative ai listini Usa e non pensare di gonfiare ancora le big tech con la nuova bolla dell’Intelligenza artificiale.
Per Dimon meglio guardare ad impieghi più sicuri, magari non in dollari, a cominciare dall’oro e dalla finanza di guerra. La strategia di “diversificazione”e di parziale sganciamento dalla bolla americana è cominciato; i proprietari di Jp Morgan, i grandi fondi – BlackRock, Vanguard e State Street – stanno continuando la guerra contro Trump e hanno deciso di puntare sull’amico tedesco, il loro ex dipendente Friederich Merz. Forse qualcosa avevo capito...
Monopolio
Non serve sottolineare quanto l’intelligenza artificiale è e sarà centrale nei processi sociali, politici ed economici. Intanto, il dato più evidente è rappresentato dal fatto che nella finanza statunitense si è costituto un vero e proprio regime monopolistico.
Amd e Nvidia, le due società che dovrebbero farsi concorrenza, hanno come principali azionisti, con una percentuale complessiva non distante dal 30%, BlackRock, Vanguard e State Street. Peraltro Amd ha chiuso un accordo con Open Ai di Sam Altman, che prevede l’ingresso della stessa Open Ai nel capitale di Amd, dopo che la società guidata da Altman aveva già stabilito un’intesa con Oracle di Larry Ellison, nel cui capitale sono ampiamente presenti BlackRock, Vanguard e State Street.
Le Big Three, poi, insieme a Altman, Ellison, Thiel, Nvidia, hanno un ruolo decisivo nel progetto federale relativo all’Intelligenza artificiale Stargate. In estrema sintesi, la bolla del prossimo futuro ha già i suoi padroni.
Crisi politiche e borse che volano
La Francia è praticamente senza governo, l’Inghilterra di Starmer procede tra mille affanni, così come la maggioranza che sorregge Merz in Germania. I dati economici dei tre paesi sono decisamente stagnanti; una situazione questa condivisa anche dall’Italia, tenuta solo molto parzialmente a galla dal PNRR.
Nonostante questo le Borse di Parigi, Londra, Francoforte e Milano corrono. Perché?
La spiegazione è forse semplice; il valore delle società quotate è alimentato dalle iniezioni di liquidità provenienti dai grandi fondi, a cominciare da quelli Usa, dai profitti fatti dalle stesse società che si dedicano all’acquisto di prodotti finanziari forniti dagli stessi fondi, e dalla distribuzione di dividendi agli azionisti, costituiti proprio dai grandi fondi, e dalle numerose operazione di buy back, concepite per alleggerire ancora di più la tassazione dei proventi finanziari.
In altre parole le Borse vanno bene perché sono indifferenti alla politica e rispondono al potere unico dei grandi player finanziari in grado di stravolgere la realtà e di plasmarla a proprio piacimento. È difficile immaginare, in queste condizioni, strategie di programmazione economica legate a politiche creditizie e occupazionali.
Nella finanza occidentale, architrave della costruzione neoliberale, politica, produzione e lavoro sembrano essere sempre più residuali. Gli effetti sono inevitabili: una continua frammentazione della produzione in micro-imprese che faticano a generare reddito, una crescente indifferenza per le scadenze elettorali da parte della popolazione e la progressiva, totale dipendenza dalla “democrazia” finanziaria dei fondi, veri arbitri, attraverso la remunerazione del risparmio, delle sorti collettive.
Non a caso, il “gioiello” di BlackRock, Vanguard e State Street, la società con la maggiore capitalizzazione al mondo, pari a oltre 4000 miliardi di dollari [Nvidia, ndr], ha poco più di 35 mila dipendenti.
Non sono questioni tecniche!
Il governo Meloni sta procedendo a grandi passi verso un potenziamento della finanziarizzazione e della destinazione dei risparmi nazionali verso i grandi fondi Usa.
Due misure vanno chiaramente in tal senso.
Nei giorni scorsi, Meloni, Nordio e Giorgetti hanno varato la proposta di un nuovo Testo unico sulla Finanza, il cui principale obiettivo è rendere la Borsa di Milano più attraente e più fruibile per i grandi capitali esteri e soprattutto in grado di attirare i fondi internazionali che gestiscono il risparmio italiano.
Il progetto è chiaro: gli italiani e le italiane devono diventare soggetti finanziari attraverso la mediazione dei grandi fondi con una semplificazione delle procedure, una deregolamentazione e un abbattimento dei già scarsi controlli. Avranno salari sempre più bassi ma spereranno in un’integrazione del loro misero reddito attraverso una “democratizzazione”, guidata da governo e fondi, della finanza.
La seconda misura, ancora più clamorosa, riguarda la riforma del sistema pensionistico introducendo novità cruciali. Intanto il governo vuole introdurre l’obbligatorietà del trasferimento del Tfr a fondi privati defiscalizzati, a cui si unisce la possibilità per gli stessi fondi di scegliere, autonomamente con il silenzio assenso dei loro risparmiatori, cosa comprare, con una larga prevalenza per le azioni.
Infine, la proposta del governo contempla un processo rapido di smantellamento dei fondi pensione più piccoli per costruire “colossi”, inevitabilmente legati ai grandi gestori Usa.
Il sovranismo “italiano” si è trasformato nella più clamorosa costruzione di un processo che consegna il risparmio italiano alla finanza Usa per alimentare i titoli americani nella speranza che forniscano rendimenti sufficienti per supplire alla povertà salariale e alla fine dei servizi pubblici. Vi assicuro, non sono questioni tecniche.
La legge di bilancio e lo sceriffo di Nottingham
Fantastico. Il governo Meloni sta chiudendo la legge di bilancio che vale 16 miliardi di euro; in pratica è del tutto inconsistente, incapace di incidere sulle difficoltà della stragrande maggioranza della popolazione del paese. Anzi, di quei 16 miliardi, ben 10 provengono da tagli. Dunque, da nuova austerità e nuove privatizzazioni.
Ma c’è un aspetto che mi sembra davvero grottesco. Dei 6 miliardi di “entrate”, ben 3 dovrebbero venire dalle banche; ma in che cosa consiste realmente il “contributo” concordato dalle banche con il superministro Giorgetti? In un anticipo di imposte per 3 miliardi, appunto.
In pratica le banche pagano subito imposte future che, naturalmente, non pagheranno poi. In questo senso Meloni e Giorgetti hanno ottenuto, come massimo risultato nei confronti delle banche, un anticipo di liquidità che dovrà restituire il prossimo governo. Davvero fantastico se si pensa che le banche italiane dal 2022 al 2025 hanno realizzato quasi 165 miliardi di utili con un tax/rate medio (rapporto tra tasse pagate e utili) del 22%!!! È sempre più chiaro chi comanda.
È sempre più evidente che la Legge di bilancio ha come unico obiettivo quello di riportare il deficit al di sotto del 3% e uscire dalla procedura d’infrazione, operando tagli e inserendo misure che dovrebbero garantire benefici ma che in realtà sono di entità risibile e sostanzialmente ridotti a mere promesse, senza alcun provvedimento di carattere strutturale. Ma a cosa serve rientrare nel parametro del 3%?
Ad avere un voto migliore da parte delle agenzie di rating di proprietà dei grandi fondi Usa?
Direi di sì. Ma questo serve a pagare meno interessi sul debito? Non sembrerebbe proprio visto i rendimenti dei titoli di Stato italiani che restano decisamente assai alti? La riduzione del deficit serve ad avere più risorse dall’Unione europea?
Non sembrerebbe proprio visto peraltro che, tra poco, cesserà anche il PNRR il cui unico risultato è stato quello di portare le stime di crescita del Pil a neppure l’1%, e il nostro paese continua a versare al bilancio europeo più di quanto riceve. Ma allora perché questo feticismo del rigore che, di fatto, non consente neppure di adeguare la spesa pubblica all’inflazione?
Giorgia Meloni, quando era all’opposizione, lanciava strali contro il Patto di stabilità e ora ne è diventata la più zelante sacerdotessa di rito draghiano. Forse servirebbe una visione politica che partisse da un dato ormai insostenibile: in Italia le entrate fiscali totali derivano per quasi il 40 % dai salari, mentre provengono dai profitti per meno del 5%: ciò avviene nonostante i profitti siano arrivati ad essere pari al 40% del Pil italiano, con un aumento in vent’anni di quasi 7 punti rispetto ai salari.
Siamo il paese dello sceriffo di Nottingham dove alle banche e alle assicurazioni si chiede se, cortesemente, anticipano le tasse che non pagheranno in futuro, dimenticando i colossali profitti e, nel caso delle assicurazioni, non considerando che l’introduzione universale della polizza sulle calamità naturali è destinata a generare entrate per una cifra oscillante fra i 2 e i 4 miliardi di euro l’anno.
Ma le tasse le paga il lavoro dipendente a cui il Patto di stabilità toglie il Welfare.
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