di Alessandro Volpi
Ai primi di giugno Banco Bpm ha proposto a Monte dei Paschi di Siena una “fusione tra pari”. L’obiettivo sarebbe quello di “valorizzare” Anima Sgr, da poco acquisita da Bpm, per farne il veicolo della raccolta del risparmio dei due istituti e per orientarlo all’acquisto dei prodotti di BlackRock, naturalmente azionista di entrambe le banche.
Questa “proposta” ha subito mosso Intesa Sanpaolo che ha avanzato un’offerta pubblica di scambio rivolta agli azionisti di Mps, valutata circa 30 miliardi di euro. Anche qui l’obiettivo è chiaro: evitare la creazione di un concorrente forte ma anche potenziare il monopolio perché l’ipotesi di Intesa prevede l’acquisizione di Mps, che verrebbe poi, in parte, ceduta a Unipol, con cui Intesa ha stabilito un patto. L’operazione avrebbe incluso anche Bper, legatissima a Unipol, che ne è principale azionista con quasi il 20% del capitale. In sintesi: un super colosso con il fine di raccogliere il risparmio, svuotando Anima e affidando la gestione, ancora più direttamente a BlackRock.
Da questa vicenda emergono almeno cinque considerazioni.
La prima. Il cosiddetto “risiko bancario” è possibile perché le banche hanno macinato utili incredibili negli ultimi anni. Solo nel biennio 2024-2025, Intesa, Bpm, Banco Bper, Mps, Unicredit hanno registrato utili per oltre 30 miliardi di euro, distribuiti per il 70% in dividendi agli azionisti che hanno quindi una montagna di liquidità.
La seconda. La concentrazione monopolistica è possibile perché esiste una forte sovrapposizione tra gli azionariati delle banche italiane, soprattutto del grande azionariato. BlackRock è presente in tutte e cinque queste realtà, così come un peso importante hanno un nucleo limitatissimo di grandi famiglie, a cominciare da Del Vecchio e Caltagirone.
La terza. Nella vicenda incide moltissimo la volontà di questi soggetti di arrivare al controllo di Generali, soprattutto dopo l’acquisizione da parte di Mps di Mediobanca. Controllare Generali significa controllare un altro pezzo dell’ormai pressoché unica linfa vitale del capitalismo finanziario, ovvero il risparmio diffuso.
La quarta. L’azione del Governo Meloni è decisamente favorevole al processo di concentrazione perché spera di avere un appoggio rilevante da parte della grande finanza italiana e di quella internazionale di BlackRock. A forza di immaginare “polini” nazionali si procede a grandi passi verso la natura assolutamente monopolistica del sistema bancario italiano, del resto ampiamente auspicata dalla Commissione europea, da Mario Draghi, da Enrico Letta e dal governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta.
La quinta. In tutta questa vicenda ha un ruolo centrale il sistema fiscale: le banche pagano un tax rate decisamente basso in relazione ai mega profitti e godono di una deducibilità degli interessi passivi, che ha generato incredibili crediti verso lo Stato, in grado di costituire uno degli elementi di attrazione dei fenomeni di fusione. Le banche si fondono, si dividono i crediti fiscali e pagano meno tasse.
La linea della maggioranza di centrodestra è chiara: sta con i grandi azionisti delle banche – e questo certo giova ai Vannacci di turno – ma l’opposizione dove sta? Forse troppo vicino a quelle stesse banche e alla narrazione favolistica del mercato. E anche questo favorisce la destra più radicale. Ma a sinistra –sottolineo a sinistra – si può elaborare un modello del tutto diverso.
Provo quindi a definire una proposta generale articolata in tre punti a mio modo di vedere complementari e non alternativi tra loro, dove il tema bancario è ben presente.
1) Occorre riportare sotto il regime Irpef le imposte sostitutive per consentire l’effetto cumulo dei redditi e quindi ripristinare il principio di progressività. Con l’attuale sistema, i guadagni delle plusvalenze finanziarie non si sommano al reddito e dunque favoriscono i redditi più alti, così come le cedolari secche sugli affitti. In merito al regime Irpef, sarebbe opportuno aumentare gli scaglioni più alti concependo altre due aliquote del 50% per i redditi superiori ai 75mila euro e del 55% sopra i 100mila euro.
Occorre alzare le aliquote Ires per le banche, le società energetiche e quelle della difesa, in modo da avere un tax rate effettivo del 35%.
Occorre poi un’imposta patrimoniale con aliquota dell’1% sui patrimoni che superano i 4 milioni di euro e del 2% sopra gli 8 milioni, al netto della prima casa. Si tratta, in pratica, dell’unico modo per tassare gli aumenti di patrimonio finanziario. Con le maggiori entrate garantite da queste misure, sarebbe possibile azzerare l’Iva sui prodotti di prima necessità e di ridurre l’aliquota ordinaria al 20%, avendo a disposizione poco meno di 30 miliardi in più da destinare alla spesa sociale.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
09/06/2026
Predicare il mercato coltivando il monopolio. A proposito delle fusioni delle banche italiane
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)
Nessun commento:
Posta un commento