Trattare con le bombe è un’arte, ma né Trump né, a maggior ragione, il genocida Netanyahu, sono degli artisti.
Neanche il tempo di far incontrare nella stessa stanza la delegazione iraniana – di altissimo livello, come vedremo – e quella statunitense che già il tycoon prendeva a minacciare la controparte in modo quasi ridicolo, nella sua sguaiataggine.
“L’Iran deve immediatamente impedire ai suoi miliziani ben pagati in Libano di causare problemi. Se non lo faranno, colpiremo di nuovo l’Iran molto duramente, proprio come abbiamo fatto la settimana scorsa, solo più duramente!!!”, ha scritto sul suo social Truth.
Non soddisfatto si è poi fatto intervistare dalla rete Fox, molto vicina al mondo Maga, per sparare bordate ancora più stupide. Parlando di Hormuz (richiuso il giorno prima perché Israele continuava a bombardare il Libano dopo la dichiarazione di cessate il fuoco): “Se lo chiudete, non avrete più un Paese. Lo farò saltare in aria. Gli Stati Uniti prenderanno il controllo dello stretto, se necessario”. “Non riuscirete nemmeno a tornare nel vostro fottuto Paese” e gli Stati Uniti potrebbero diventare “l’angelo custode dello Stretto di Hormuz e prendersi il 20% del petrolio”.
L’ideale, per arrivare ad un accordo di pace, no? Eppure avrebbe dovuto sapere che se dopo aver usato “tanta forza” l’avversario è in condizioni di andare avanti – mentre gli Usa devono fermarsi, visto il peso economico globale che ha una guerra nel Golfo Persico – minacciare un altro po’ non cambia nulla.
Inevitabile la pacata risposta diplomatica iraniana, già irritata dalle bombe di Netanyahu sul Libano: si sono alzati e usciti dalla sala, facendo notare che “In base alla clausola 2 dell’accordo, qualsiasi minaccia è considerata una palese violazione del testo”. E anche della logica di qualsiasi trattativa, che dà per scontato il ritorno al conflitto se non si raggiunge un accordo.
Il capo della delegazione Qalibaf, presidente del Parlamento, ha spiegato alla stampa mediorientale che il suo Paese “non dà alcun peso alle minacce degli americani”.
Ha poi aggiunto, chiedendosi: “Non pensano che se le loro minacce avessero avuto un qualche effetto, non si troverebbero in questa situazione di impotenza?”
A ben pensarci non si tratta di una dichiarazione soltanto propagandistica, perché tutti i commentatori al mondo hanno descritto la posizione negoziale degli Stati Uniti – dopo il fallimento della fase “bombardante” – decisamente debole. E riconosciuta peraltro dalla stessa amministrazione Usa, che ha controfirmato un “memorandum” considerato meno forte dell’accordo siglato da Obama nel 2015, senza guerra, ma poi disconosciuto dalla prima amministrazione Trump.
A spingere per la ripresa della guerra è come sempre Israele, preda ormai di un delirio che non ammette “trattative”, ma solo il “completamento del lavoro”, identificando la propria “sicurezza” come realizzabile soltanto con lo sterminio di mezzo mondo.
Nel tentativo di incentivare le sparate trumpiane, Netanyahu ha voluto dire che “Abbiamo istituito una zona di sicurezza a Gaza. Abbiamo istituito una zona di sicurezza in Siria. Abbiamo istituito una zona di sicurezza in Libano e la manterremo finché sarà necessario per proteggere il nostro popolo”. Tradotto: abbiamo occupato e non ce ne andremo.
In ogni caso almeno un soggetto raziocinante c’è, e pare proprio che sia l’Iran che, fatta la sua protesta formale, ha fatto sapere ai media, tramite un diplomatico, che ha chiesto di restare anonimo, che “La delegazione iraniana resta impegnata nelle discussioni e non ha comunicato ai mediatori alcuna intenzione di lasciare la trattativa”.
Ma neanche di regalare nulla.
Tra i primi temi in discussione, prima dello stop, era stato raggiunta un’intesa: la “bozza di esenzione temporanea dalle sanzioni sul petrolio e sui suoi derivati è stata finalizzata e a breve entrerà nella fase di attuazione”, secondo Hossein Ghorbanzadeh, membro della squadra negoziale iraniana citato dall’agenzia Fars.
Secondo il funzionario, “la questione del Libano è stata il punto focale principale dei negoziati odierni e ha ricevuto maggiore attenzione rispetto a qualsiasi altro tema negli incontri bilaterali, multilaterali e principali. Fino a quando non sarà risolta la questione della fine della guerra in Libano, le altre clausole del memorandum d’intesa non entreranno nella fase di attuazione”.
Per l’America si pone quindi la necessità di scegliere tra seguire la follia sionista, scatenando la più grave crisi economica che si sia mai vista, oppure somministrare una mega dose di valium al botolo ringhioso che ha sguinzagliato fin qui.
Per farlo non dovrebbe neanche sbraitare tanto, basterebbe chiudere – o limitare seriamente – il rubinetto delle forniture di armi. Come ricordava il vicepresidente J.D. Vance, “sono il 75% di quelle usate in questa guerra da Israele”. Se vogliono davvero arrivare almeno ad una “mezza pace”, quanto meno utile a rimandare di qualche anno altre avventure militari, non hanno in effetti molte altre soluzioni.
E in effetti, nonostante Trump e Netanyahu, i colloqui sono andati avanti. Un diplomatico statunitense ha spiegato ad Axios che uno dei temi discussi durante le trattative è stato “il meccanismo di de-escalation in Libano e il rispetto del cessate il fuoco”, nel contesto degli scontri tra Hezbollah e le truppe israeliane nel sud del Paese”. Sicuramente a Tel Aviv non avranno fatto salti di gioia nel venire a sapere che si sta decidendo quel che loro dovranno fare.
Meno stressante, pare, la discussione sulla riapertura dello Stretto di Hormuz (che era sempre rimasto aperto, prima dell’attacco congiunto israelo-americano del 28 febbraio), il meccanismo di controllo del programma nucleare, lo sblocco dei fondi sequestrati, il prolungamento delle deroghe sulla vendita di petrolio e quindi sulle sanzioni.
Anche il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha scritto su X che i mediatori pakistani e qatarioti avevano “condotto importanti progressi per porre fine alla guerra in Libano”.
La dichiarazione congiunta delle due delegazioni (qui di seguito), al termine della giornata, riconosce che “sono stati compiuti progressi incoraggianti” durante le 18 ore di negoziati, nonché definita “una tabella di marcia per raggiungere un accordo definitivo entro 60 giorni”.
Con ciò il lavoro passa ora alle squadre di tecnici e il team negoziale “politico” di entrambe le parti rientra per ora in patria. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araqchi ha dichiarato stamattina che la prima vera prova degli accordi raggiunti sarà la modalità di disimpegno dal Libano.
Araghchi ha spiegato che “il divieto di esportazione di petrolio e prodotti petrolchimici è stato revocato, l’embargo è stato revocato e alcuni beni congelati sono stati sbloccati”, aggiungendo che “è stato avviato un importante piano per lo sviluppo e la ricostruzione dell’Iran”.
Il nemico della pace è noto. Spetta agli Usa farlo rientrare in gabbia. Il nodo della trattativa è soprattutto questo.
Sullo sfondo, per ora, ma non troppo, la novità politica principale: quel che dice il presidente degli Stati Uniti non conta molto, serve solo ad abbagliare i media. Vedremo nel corso delle prossime settimane se questo implica la creazione di una “rete di sicurezza” intorno a lui per limitare i danni che combina.
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