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22/06/2026

L’Europa schiava del costoso gas stelle-e-strisce

Un grafico molto significativo sta girando sui social, in particolare su X. Elaborato sulla base del dataset European LNG Tracker del think tank statunitense Institute for Energy Economics and Financial Analysis (IEEFA), mostra in maniera evidente come, al primo trimestre del 2026, si possa tranquillamente dire che l’Europa si è diventata schiava del gas statunitense.

Il 63% del gas complessivo consumato nel Vecchio Continente (per la precisione, UE a 27, Regno Unito e Turchia) proviene dagli Stati Uniti. Già nel 2025 il GNL statunitense rappresentava il 58,4% di tutte le importazioni europee di questo tipo di bene: quasi 74 milioni di tonnellate, quando appena otto anni prima il dato superava appena i 10 milioni.

Si tratta di una metamorfosi radicale della geopolitica delle forniture europee. In particolare, la Germania, che aveva puntato sul famoso NordStream poi distrutto dal terrorismo ucraino, oggi importa il 92,4% del GNL dagli USA. Berlino è seguita da Atene (la Chevron sta portando avanti importanti attività esplorativi nelle acque greche) e da Helsinki, rispettivamente al 90% e all’85,5%. Ci sono poi i Paesi Bassi, il Regno Unito e la Polonia (75,8%, 75,6% e 72,1%); l’Italia è “solo” al 47,2%, più o meno come la Francia e poco sopra la Spagna.

Questo spostamento dell’asse del gas verso l’Atlantico invece che sulle relazioni euroasiatiche è il frutto della proverbiale “zappa sui piedi” che le classi dominanti europee hanno deciso di darsi dichiarando Mosca un nemico, e dovendo così trovare un’alternativa ai 150 miliardi di metri cubi di gas russo importate nel 2021.

Allo shock della chiusura dello Stretto di Hormuz, con la conseguente interruzione delle forniture dal Qatar, molti paesi europei hanno aumentato le importazioni dalla Russia, tanto che sempre la IEEFA, nella prima metà di maggio, ha evidenziato che il primo trimestre del 2026 ha registrato il picco di import dal 2022. Ma la UE rimane salda nell’idea di abbandonare definitivamente il gas russo nel 2027, e perciò cercare un sostituto anche per i restanti miliardi di metri cubi.

Inoltre, secondo i dati elaborati dall’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), la domanda di quest’anno sarebbe persino in aumento, con la richiesta di importazioni nella UE di ben 185 miliardi di metri cubi (altro che Green Deal). Tutto il mercato mondiale è in crescita, e gli USA hanno puntato sull’ampliamento della capacità produttiva.

Il problema non risiede solo nella dipendenza strategica, dato che è evidente come la diversificazione dell’approvvigionamento energetico, propugnata da Bruxelles e promossa anche da Roma come elemento fondamentale del Piano Mattei, ma anche nei prezzi. I contratti basati su gasdotti, in genere, sono più a lungo termine e garantiscono maggiore prevedibilità delle forniture. Il gas stelle-e-strisce arriva invece in Europa come gas liquido sulle navi, che possono essere indirizzate in navigazione dove è più conveniente.

Inoltre, il GNL risente pesantemente delle tensioni geopolitiche o anche delle semplici condizioni climatiche, il che significa un aumento della volatilità per fattori esterni, e anche aumenti di prezzi. Nel caso italiano, dove il gas ha ancora un ruolo determinante nella composizione dei prezzi energetici, ciò rappresenta un problema di non poco conto per le tasche di tanti lavoratori e pensionati.

Qualche tempo fa avevamo pubblicato un’interessante analisi del giornalista Richard Medhurst, che parlava della sostituzione del petrodollaro con un nuovo regime, in cui l’ancoraggio al GNL e alle riserve dell’emisfero occidentale era fondamentale. L’obiettivo di Washington non sarebbe solo quello di vendere più gas, ma di preservare l’egemonia globale della valuta americana.

I dati qui riportati sembrano confermare la spinta statunitense a mantenere alta la domanda di dollari per comprare il gas prodotto dagli States, e di certo lo spostamento dell’asse delle vendite sull’Atlantico è stata una strategia perseguita chiaramente nel caso dei riverberi della guerra in Ucraina (probabilmente un po’ meno in quello dell’aggressione all’Iran).

Tuttavia, bisogna ricordare che il trasporto e la rigassificazione del GNL richiede infrastrutture miliardarie che impiegano anni per essere costruite, e anche il gas via gasdotto rimane dipendente dalla geografia e dalla geopolitica. Questa rigidità del mercato del gas genera importanti scompensi regionali che non rendono il gas uno strumento in un certo senso “valutario” come lo è stato il petrolio.

Detto con i termini dei processi storici, gli Stati Uniti stanno di certo approfittando del mercato del gas anche per ridare fiato al dollaro, in un processo di dedollarizzazione che continua, ma lo strumento usato in questo caso esprime un netto indebolimento della posizione statunitense.

Senza considerare che il rafforzamento sul mercato del gas è stato ottenuto tramite guerre, che, come detto, rendono più instabile il mercato del gas stesso: una strategia imperiale si può basare su di una supremazia militare, ma non sulla guerra continua, tanto meno sulla sommatoria di azioni disordinate e impulsive, come spesso appaiono quelle di Trump.

Se sul medio termine il controllo USA sulle esportazioni globali di GNL è lo specchio dell’ennesimo fallimento delle velleità imperialistiche della UE, dal punto di vista strategico esprime anche il forte indebolimento degli Stati Uniti sullo scenario mondiale. Dinamiche che è bene continuare a studiare, tenendole insieme.

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