Si potrebbe infierire sul sistema mediatico occidentale e sui cosiddetti “politici” atlantisti che ora devono fare i conti con una sconfitta pesante dopo una guerra all’Iran condotta per motivi tutt’altro che nobili, ma rivestita con i soliti panni d’occasione (la “democrazia”, le “donne”, la “libertà”, ecc.), elencando le cazzate che hanno detto e scritto in questi quattro mesi.
Lo fa col suo stile Marco Travaglio, sul giornale che dirige, ma non ci sembra che abbia colto il punto vero che accomuna trasversalmente i “critici liberali” e quelli di estrema destra. I primi oggi strillano, mentre i secondi minimizzano la portata della “botta” subita prima sul campo e poi nelle trattative.
Cosa c’è in comune?
Lo si capisce dal tono rabbioso con cui, oggi, tutti i media “liberali” – statunitensi, europei e anche italiani – attaccano Trump per aver firmato un accordo che in modo quasi imbarazzante sancisce la vittoria di Teheran. È la versione giornalistica, diciamo, del conato coloniale che agita i “volenterosi” che medita(va)no di mandare le loro navi da guerra a “sbloccare lo Stretto di Hormuz”.
Ogni singolo punto di quell’accordo viene agitato come una “concessione” agli ayatollah che mai e poi mai dei “liberali veri” – tipo Biden, supponiamo – avrebbero permesso, se fossero stati al posto del tycoon.
La loro critica, insomma, è una critica “da destra”, intendendo con questo termine “geometrico” il suo significato politico reale: è una critica guerrafondaia, ossia una pretesa di continuare l’attacco invece di cercare un (difficile) equilibrio che eviti la guerra almeno per qualche tempo.
A ben guardare si tratta di un comportamento perfettamente identico a quello della cosiddetta “opposizione” parlamentare israeliana, persino di sedicente “sinistra” come i laburisti. Attaccano Netanyahu perché “si è fatto comandare dall’America” e non ha ottenuto il genocidio completo che aveva promesso (a Gaza, in Libano, nello Yemen, in Siria, in Iran, ecc.).
Di fatto i “liberali” occidentali condividono con la destra fascista e reazionaria una visione complessiva del mondo e del ruolo della “civiltà occidentale” che porta implacabilmente alla stessa conclusione: guerra e sterminio. E la “Democrazia”? Non pervenuta...
È la visione – autorappresentata in forme retoriche diverse – che poggia sul suprematismo occidentale bianco, esattamente come agli albori del colonialismo. “Noi” siamo civili e sviluppati, “noi” abbiamo “cultura e storia” (vero Galli Della Loggia?), “noi” siamo la democrazia e la libertà, “noi” abbiamo il diritto di imporre a chiunque altro la nostra organizzazione della vita e le istituzioni che abbiamo creato.
Gli altri sono incivili, selvaggi, bestie da domare se riottose ai nostri comandi. Così come fecero Pizarro e Cortez in America Latina, i cento generali Custer agli albori degli States, inglesi e boeri nell’Africa centromeridionale e i francesi in quella del nord, e tutti insieme in varie parti dell’Asia.
Anche i “sinistri moderati” condividono questa subcultura di fondo, così incistata nel dna occidentale da risultare inconsapevole, ma che traspare quando si ragiona di “diritti” senza neanche curarsi di collocarli in una evoluzione storica che – notoriamente – non è stata uguale e tantomeno sincrona per tutte le aree del mondo; in strutture sociali millenarie che sono certamente in trasformazione – con l’affermarsi ovunque dei moderni modi di produzione – ma che fisiologicamente evolvono ognuna a proprio modo.
Che però non è il “nostro” e soprattutto non tollerano l’imposizione improvvisata di modelli socio-culturali e valoriali percepiti come “estranei” anche quando condivisi da una parte di quelle società.
L’ansia di “omologare il diverso” è parte integrante della spinta capitalistica a superare tutte le “concezioni venerate e di veneranda età” e tutte le gerarchie feudali, sostituendole con il “nudo interesse” e il “freddo pagamento in contanti”. Il tutto in poco tempo, quasi per decreto di un’autorità esterna, che pretende di sintetizzare in pochi passi il percorso – lungo e doloroso – fatto per arrivare alla modernità capitalistica.
Ma tutto questo castellare “culturalmente”, questo cianciare di “valori” eterni fuori da Storia e Geografia, copre il buon vecchio appetito coloniale per le risorse. E Trump, nella sua incommentabile rozzezza, ha rotto il velo di “sacri princìpi” che nascondeva – malamente, certo – la fame di ricchezza e risorse possedute da altri.
Quindi criticare Trump è facilissimo, persino doveroso. Ma per proporre cosa?
Se non si accetta neanche questo fragilissimo “memorandum di intesa”, cosa si fa? Si prosegue con la guerra, ovvio.
Per quali obbiettivi? Il “regime change” a Teheran – come a Mosca, a Pechino e altrove – è sempre meno facile, se si prendono di mira paesi di certe dimensioni, industrialmente sviluppati (e l’Iran lo è, contrariamente alle “narrazioni” di comodo), sufficientemente coesi all’interno (l’unanimità non esiste da nessuna parte), disposti a battersi per mantenere la propria indipendenza e capacità di scelta.
La verifica delle assurdità raccontate in stizzose articolesse e interminabili talk show si può fare in una attimo. Prendiamo i “volenterosi” del G7 che si offrono ora – ad accordo firmato – di inviare navi militari a “sbloccare lo Stretto di Hormuz”.
Quello Stretto è già sbloccato proprio in base all’accordo contestato. Il fatto che in fondo a quel braccio di mare siano state piazzate mine non impedisce – come si è visto già in queste prime ore – la navigazione e il ritorno alla normalità (con i tempi non brevi che ci vogliono quando si rimette in moto una fisiologia bloccata per quattro mesi).
Quelle mine sono infatti “attivabili” per scelta politico-militare, non galleggiano liberamente in superficie.
Possono essere rimosse – e sarebbe bene che lo fossero, per evitare incidenti – solo da chi esercita la “sovranità” territoriale su quel braccio di mare, secondo il diritto internazionale e le convenzioni Onu.
Mandare navi militari da parte di paesi fin qui complici con il “nemico” – e non c’è dubbio alcuno che i paesi europei o il Giappone abbiamo quantomeno sostenuto in silenzio sia Israele che gli Usa – è di per sé una provocazione che può produrre soltanto un risultato opposto a quello dichiarato.
Hormuz è riaperto. Se lo “invadi” si richiude.
Ma il suprematismo occidentale bianco non appare più in grado di accettare o metabolizzare una sconfitta che, a ben pensarci, lascia comunque campo aperto a una ripresa del business globale, con potenziali benefici per tutti.
E qui sorge il legittimo sospetto che proprio quella “normalità”, quella “competizione pacifica tra sistemi diversi”, sia ormai una condizione temuta nelle capitali dell’Occidente imperialista.
Ma se temi la pace, significa che sei già finito, però non te ne sei accorto o non sai come “correggerti” per restare in vita.
È come per la “transizione energetica”, in fondo. Costa troppo, o mette in discussione i profitti di qualcuno, riconvertire l’industria dall’energia basata sugli idrocarburi in un mix di altre fonti, magari rinnovabili? Si va avanti facendo finta di niente, anzi negando che il Pianeta stia preparando la tua espulsione dalle specie viventi.
I sedicenti “liberali”, anche in questo, sono indistinguibili dai “fascisti veri”. Anzi, preparano al meglio il loro avvento. Ossia la fine.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
18/06/2026
I “liberali” son più matti di Trump
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