“Siamo l’unico popolo nella storia costretto ad essere testimone del proprio genocidio e poi a controllare ciò che diciamo per non ferire i sentimenti di chi lo sta compiendo”: la frase di Susan Abulhawa che smaschera il silenzio occidentale su Gaza.
“I palestinesi devono perfino misurare il proprio dolore”. Le parole della scrittrice palestinese Susan Abulhawa condensano la frattura morale di questo tempo: un popolo massacrato sotto gli occhi del mondo e costretto persino a giustificare la propria sofferenza.
Ci sono frasi che non chiedono interpretazioni. Arrivano dritte, nude, impossibili da addomesticare. Susan Abulhawa ne ha pronunciata una che pesa come una condanna morale contro il nostro tempo: “Siamo l’unico popolo nella storia costretto ad essere testimone del proprio genocidio e poi a controllare ciò che diciamo per non ferire i sentimenti di chi lo sta compiendo”.
Dentro queste parole c’è tutta la tragedia palestinese. Non soltanto la morte. Non soltanto le macerie. Non soltanto i bambini sepolti sotto il cemento di Gaza. C’è qualcosa di ancora più profondo: l’obbligo continuo imposto ai palestinesi di rendere il proprio dolore accettabile agli occhi dell’Occidente.
È questo il paradosso feroce che attraversa da mesi il dibattito internazionale. Migliaia di civili palestinesi uccisi, ospedali distrutti, interi quartieri cancellati, giornalisti e operatori umanitari massacrati. Eppure, ogni volta che qualcuno usa parole troppo dure contro il governo Netanyahu, il centro della discussione sembra spostarsi immediatamente dalla tragedia palestinese al fastidio di chi viene accusato.
Come se il problema non fossero i corpi mutilati di Gaza, ma il tono di chi li racconta.
Ed è qui che la frase di Susan Abulhawa colpisce nel punto esatto in cui l’ipocrisia occidentale prova ancora a nascondersi. Perché ai palestinesi viene chiesto continuamente equilibrio mentre vivono sotto le bombe. Moderazione mentre scavano tra le macerie per recuperare i propri figli. Prudenza linguistica mentre il loro territorio viene devastato davanti alle telecamere del mondo intero.
Nessun altro popolo massacrato nella storia contemporanea è stato costretto a giustificare in tempo reale perfino il proprio diritto alla rabbia.
Intanto il governo Netanyahu continua a presentare ogni critica come estremismo, antisemitismo o propaganda anti-israeliana. Una strategia che negli anni ha finito per paralizzare una parte enorme del dibattito pubblico occidentale. Molti governi europei parlano di “preoccupazione”, di “equilibrio”, di “diritto alla difesa”, ma evitano accuratamente parole che potrebbero trasformarsi in conseguenze politiche reali.
E così il risultato è sotto gli occhi di tutti: Gaza continua a morire mentre il mondo discute soprattutto del linguaggio con cui raccontarla.
Susan Abulhawa, invece, rompe quel filtro. Non addolcisce nulla. Non cerca formule diplomatiche. Nomina direttamente la frattura morale di un sistema internazionale che sembra pretendere dalle vittime una compostezza quasi rituale, mentre chi detiene il potere militare continua ad agire nell’impunità.
È anche per questo che le sue parole stanno circolando ovunque. Perché non parlano soltanto della Palestina. Parlano della crisi morale dell’Occidente. Del modo in cui certe vite vengano considerate degne di protezione assoluta e altre continuamente subordinate, relativizzate, spiegate, ridimensionate.
E forse è proprio questo che oggi spaventa di più il governo israeliano e i suoi alleati politici: il fatto che milioni di persone nel mondo abbiano ormai smesso di guardare Gaza attraverso i filtri della propaganda.
Perché quando un popolo arriva a dire di dover perfino “controllare ciò che dice” mentre assiste alla propria distruzione, significa che il problema non è più soltanto militare o geopolitico. Diventa umano. Universale. Insostenibile.
Fonti principali:
– Dichiarazioni pubbliche della scrittrice palestinese Susan Abulhawa
– Rapporti ONU sulla situazione umanitaria a Gaza
– Amnesty International
– Human Rights Watch
– Reuters, Associated Press, Al Jazeera, BBC
Nota editoriale:
Questo articolo rielabora dichiarazioni pubbliche, analisi giornalistiche e rapporti internazionali relativi alla situazione umanitaria nella Striscia di Gaza e al dibattito internazionale sul conflitto israelo-palestinese. Le valutazioni espresse rientrano nel diritto di cronaca, analisi e critica politica tutelato dall’articolo 21 della Costituzione italiana e dall’articolo 10 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU).
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