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28/06/2026

Trump minaccia nuovi dazi per la Digital Tax della UE

È passato un giorno dall’approvazione definitiva da parte del Consiglio dell’Unione Europea dell’accordo sui dazi tra Bruxelles e Washington dello scorso agosto, e con una sequenza ravvicinata di messaggi sul proprio canale social Truth, il presidente degli Stati Uniti è tornato a minacciare nuovi dazi.

Il 26 giugno, infatti, Donald Trump ha condotto un pesante affondo contro la Digital Tax della UE, l’imposta sui servizi digitali da tempo nel mirino dell’amministrazione statunitense. Il tycoon ha affermato di essere pronto a introdurre dazi del 100% su tutti i beni esportati verso gli USA, nel caso la misura dovesse colpire anche le aziende stelle-e-strisce.

Questa promessa di ulteriore escalation segue una linea già accennata nei primi mesi della seconda amministrazione Trump. Nel febbraio del 2025, il capo della Casa Bianca aveva definito le web tax applicate da Italia, Francia e Spagna come una vera e propria forma di “estorsione” ai danni delle Big Tech d’oltreoceano, a cui erano seguite anche indagini formali.

Nel caso nostrano, l’Italia possiede una normativa consolidata sui servizi digitali, che lo scorso anno ha garantito alle casse dello Stato un gettito significativo pari a 637 milioni di euro. Nell’aprile del 2025, a seguito di un bilaterale alla Casa Bianca tra Giorgia Meloni e Trump, Roma si era formalmente impegnata in quello che vari analisti hanno letto come una progressiva revisione o rimodulazione dell’imposta italiana pur di evitare frizioni con Washington.

A distanza di oltre un anno, modifiche non ce ne sono state, e inoltre l’idillio tra Roma e Washington è entrato in profonda crisi. E così Trump ha alzato il tiro verso tutta la UE. La replica della Commissione Europea si è adattata ai toni della guerra commerciale di The Donald. Un portavoce dell’organismo comunitario ha rivendicato fermamente l’autonomia regolatoria della UE, affermando che le imposte vengono applicate ugualmente a tutte le imprese, e dunque in maniera non discriminatoria verso quelle statunitensi.

A poter essere colpite da un provvedimento che è pensato per richiedere un contributo sui profitti anche quando i servizi vengono erogati senza un presenza fisica effettiva sul territorio sono tutte le Big Tech e le piattaforme (da quelle di streaming a quelle commerciali) che si sono ormai convertite al sostegno a Trump.

Bruxelles promette comunque di reagire in modo rapido e deciso, se la minaccia si trasformasse in realtà. E tuttavia non si può ignorare il fatto che tali dichiarazioni arrivano a ridosso di un altro accordo sui dazi che avrebbe dovuto stabilizzare la relazione transatlantica sul tema degli scambi.

L’accordo della scorsa estate è già di per sé largamente sbilanciato verso gli USA, con la riduzione o l’eliminazione dei dazi su una vasta gamma di merci industriali statunitensi, mentre gli States mantengono misure protezionistiche più ampie su settori considerati strategici come acciaio, automotive e alcune filiere tecnologiche.

Certo, la UE ha previsto alcune clausole di salvaguardia che permettono la sospensione dell’accordo in caso di violazioni o nuovi dazi da parte di Washington. Sarebbe proprio questo il caso, ma tutta la vicenda dimostra almeno due elementi di non poco conto: la UE continua a essere in balia del “padrone” statunitense, e riesce a costruire strumenti solo reattivi, e comunque in perdita. È anche questo il fardello di un’economia costruita sulle esportazioni.

Ma il nodo principale rimane uno e uno solo: le relazioni tra le due sponde dell’Atlantico sono tutt’altro che stabilizzate, anzi continuano a essere la rappresentazione plastica di una faglia della competizione globale che riguarda “l’alleanza” occidentale che ha determinato la storia mondiale negli ultimi 80 anni.

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