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24/06/2026

la crisi di Hormuz ha già colpito i Paesi ostaggio del debito

Tutti gli occhi sono di nuovo puntati sullo Stretto di Hormuz, formalmente riaperto e poi richiuso nell’arco di pochi giorni. Il memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran, firmato a metà giugno e già in bilico, prevedeva lo sblocco completo del passaggio entro un mese, ma più osservatori hanno già avvertito che tempistiche simili risultano irrealistiche; anche se la tregua tenesse è probabile che i volumi del traffico non tornino ai livelli pre-conflitto almeno fino al 2027 a causa delle oltre 80 mine presenti nel tratto, dei pedaggi che l’Iran potrebbe imporre dopo i primi 60 giorni e dei prezzi delle assicurazioni commerciali ora alle stelle.

Coloro che non possono calcolare a breve termine le conseguenze della crisi innescata dai bombardamenti israelo-statunitensi – oltre, ovviamente, alle decine di migliaia di civili in Iran e in Libano – sono gli Stati già sovraindebitati dell’impropriamente detto Sud globale. A richiamare l’attenzione sul punto è l’organizzazione Debt justice, impegnata da quasi trent’anni in campagne per l’abolizione o il ridimensionamento del debito estero, uno dei lasciti contemporanei del colonialismo.

La Ong inglese ha messo in fila le numerose ripercussioni materiali patite, notando però che si tradurranno sicuramente in effetti finanziari di lungo corso perché i tassi di interesse sono aumentati nel tentativo di contenere l’inflazione futura. Tim Jones, policy director di Debt justice, spiega che la maggior parte dei Paesi ha una certa quota di debito privato a tasso di interesse variabile (floating rate) e dunque l’importo da pagare cresce immediatamente; aggiungendo inoltre che questa forma di debito non obbligazionario è molto poco trasparente, quindi non si dispone di informazioni sufficienti per quantificare l’impatto dell’aumento dei tassi.

Oltre a ciò, ci sono Paesi che sono stati costretti ad accendere nuovo debito – che di default ha tassi di interesse maggiori rispetto a quello contratto prima della guerra in Iran –- per far fronte alle criticità. In questo modo si instaura un circolo vizioso tra mancanza di materie essenziali importate e ristrettezze economiche dovute al pagamento del debito che possono provocare disordini e sofferenze su larga scala.

In questa categoria, spiega Jones ad Altreconomia, rientrano ad esempio la Repubblica democratica del Congo che ha preso in prestito 650 milioni di dollari, con scadenza a 11 anni, a un tasso d’interesse del 9,5%; la Repubblica del Congo che ha preso in prestito 828 milioni di dollari, con scadenza a 10 anni, a un tasso d’interesse del 9,5%; e l’Angola che si è indebitata per altri 1,5 miliardi di dollari, suddivisi tra scadenze a 5 e 11 anni, rispettivamente a tassi d’interesse dell’8,25% e del 9,5%.

Questi tassi estremamente elevati avranno conseguenze gravi che vanno a sommarsi ad altri shock recenti, in primis la pandemia da Covid-19 e la crisi dopo l’invasione russa dell’Ucraina; inoltre, gli effetti non sono compensabili dalla vendita a prezzo maggiorato del petrolio per gli Stati produttori, come Congo e Angola. Quest’ultima, infatti, è già un caso limite della peggior crisi del debito mondiale registrata dal 1994: negli ultimi due anni ha dovuto destinare in media il 63% delle proprie entrate annuali al rimborso dei creditori esteri, riducendo del 55% gli investimenti in sanità, istruzione ed edilizia.

In un’analisi pubblicata a inizio giugno sul New York Times – e prontamente ripresa anche in Italia – l’ex consigliere dell’amministrazione Obama, Christopher Smart, ha elogiato la resilienza dei mercati di fronte a simili crisi energetiche: pur riconoscendo che gli “aggiustamenti raramente sono indolori” ha spronato a considerarli con ottimismo, come transitori. Per dimostrare la flessibilità del sistema ha portato gli esempi più disparati: dallo stop all’importazione di petrolio in Cina per alcune settimane all’allentamento da parte di Trump delle sanzioni alla Russia, dalla scelta dei consumatori di utilizzare meno l’auto fino al limite a quattro giorni di lavoro in ufficio per i dipendenti pubblici filippini (con il conseguente razionamento dell’aria condizionata).

Debt justice prova invece a riportare l’attenzione sugli effetti reali che possono avere queste misure in Paesi dalle situazioni finanziarie già critiche. Per fare un esempio, lo Zambia, solo uno dei tanti duramente colpiti dall’impennata dei costi energetici globali, ha sospeso le accise sulle importazioni di benzina e diesel per tre mesi a partire dal primo aprile con lo scopo di attutire l’impatto della guerra su famiglie e imprese. Ha perso 200 milioni di dollari di entrate, l’equivalente del 15% della spesa in ambito sanitario.

Gli Stati, inoltre, devono tamponare non solo i prezzi dei carburanti ma anche la carenza dei fertilizzanti (come ha già fatto notare Nicoletta Dentico su Altreconomia), il 10% dei quali è prodotto proprio nel Golfo Persico. Anche in questo caso la crisi colpisce in modo diseguale: secondo la conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo (Unctad) nel 2024 il Sudan, dove è in corso la più grave crisi umanitaria del Pianeta, riceveva via nave da Paesi del Golfo ben il 54% di questi prodotti. Altro che “resilienza”.

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