Lo scenario in cui si ambienta il nuovo film di Steven Spielberg, Disclosure Day (2026) è un’America attraversata da una sottile distopia simile a quella presente in Una battaglia dopo l’altra (One Battle After Another, 2025) di Paul Thomas Anderson. Una distopia segnata da un eccesso di controllo e di sicurezza: se lì c’erano le squadre d’assalto del capitano Lockjaw e i centri di detenzione per immigrati, nel film di Spielberg incontriamo una squadra speciale e super organizzata al soldo della Wardex Corporation, un’agenzia segreta che opera per il governo statunitense guidata dal mefistofelico Noah Scanlon (Colin Firth). La Wardex appare come una ricchissima corporation supertecnologica, i cui dirigenti potrebbero alludere ai più alti esponenti della tech right statunitense contemporanea, ai leader di Palantir, di Alphabet e Google, di Meta e Amazon.
Il compito della Wardex, composta da prosastici e più realistici men in black, è quello di tenere nascosti alla popolazione mondiale gli incontri ravvicinati con gli extraterrestri avvenuti negli ultimi 79 anni. Se gli esponenti della Wardex sono a conoscenza di una verità preclusa alla popolazione, i tecnocrati miliardari di estrema destra che, nella realtà, guidano le corporation digitali, tengono in pugno la stessa popolazione mondiale. Google, Amazon, Meta sono giganti che strutturano la vita quotidiana degli individui. La Wardex, grazie ai suoi sistemi sofisticatissimi, riesce immediatamente a localizzare il ribelle Daniel Kellner (Josh O’Connor), esperto informatico che ha sottratto le prove dell’esistenza aliena, durante la sua fuga. I tecnocrati, la cui ideologia (che si può definire “libertarian” di destra e riassumere col classico “io so’ io e voi non siete un cazzo”) è improntata unicamente a uno spiccato benessere individuale, nella realtà profilano e controllano i gusti e le stesse vite di milioni di persone che utilizzano gli strumenti digitali. Inutile dire, poi, che sono tutti appassionati dei ‘segreti’ dell’universo, inclini a finanziare ipotetiche corse allo spazio e affascinati dalla stessa presunta esistenza degli extraterrestri.
Il film di Spielberg ci mostra quindi una distopia mica poi tanto distopica: un mondo preda della menzogna, una caverna di Platone in cui il benessere e la verità sono riservati a pochi e, dulcis in fundo, il tutto avviene in uno scenario sull’orlo della terza guerra mondiale con – lo intuiamo da alcune notizie passate sui media – la Russia e la Corea del Nord che si stanno armando contro il resto del mondo. Certo, i cattivi in un film del genere devono essere per forza essere russi o orientali ma lo scenario non è poi troppo lontano dalla realtà che viviamo: guerre in svariati angoli del mondo e una popolazione, come quella palestinese, sottoposta a un efferato genocidio attuato anche per mezzo di sofisticatissimi strumenti creati e manipolati da quei tecnocrati miliardari di estrema destra di cui sopra. Insomma, saremmo anche in difficoltà nel decidere se la distopia maggiore sia fuori o dentro lo schermo. Daniel Kellner, dotato dagli alieni di particolari poteri, come una sorta di moderno Prometeo, ruba il segreto a un consesso di semidei (la Wardex) sotto la guida di un Prometeo ancora più grande, Hugo Wakefield (Colman Domingo), il capo dei ribelli (che non poteva essere che un afroamericano) il quale ci fa pensare un po’ al Morpheus di Matrix (The Matrix, 1999) delle sorelle Wachowski.
Un’altra caratteristica dello scenario dipinto da Spielberg che ci rimanda alla realtà è l’inarrestabile colonizzazione del mondo da parte dell’occidente capitalistico e la sua volontà di estendere il controllo e il divieto a ogni angolo del pianeta collocabile come ‘diverso’. Se la destra trumpiana mira a controllare con la violenza (anche tramite l’ICE, assai simile alle truppe speciali della Wardex) gli immigrati, i ‘diversi’ per credo, cultura o colore della pelle in qualsiasi parte del mondo per annientarli o ricondurli sotto il suo dominio, il governo americano nel film arriva a catturare e sottoporre a crudeli esperimenti e torture i diversi per eccellenza, gli alieni. La tecnologia e il suo avanzamento si configurano continuamente come rapina: una rapina ai danni delle popolazioni aliene i cui ritrovati scientifici vengono razziati per far avanzare le tecnologie di un gruppo ristretto di tecnocrati. Nei filmati d’archivio sottratti da Kellner vediamo piccoli corpi indifesi sottoposti a brutali esperimenti, recrudescenza tecnologica dei campi di sterminio, di Guantanamo e di Gaza; gli alieni sono i diversi, sono una minoranza, sono i deboli immancabilmente oggetto della violenza perpetrata dall’homo capitalisticus e tecnologico. Non è un caso che quando essi si vogliono mostrare ai prescelti lo facciano sotto forma animale: gli animali, infatti, costituiscono un’altra minoranza continuamente violentata e devastata dalla macchina capitalistica della tecnologia distruttrice di ecosistemi.
Eppure, rimangono delle perplessità: perché così numerosi atterraggi di alieni dagli anni Sessanta ad oggi? La scienza non è il pezzo forte del film, sembra non esistere, non lavora a una risposta, è solo la tecnologia di avvistamento e cattura degli alieni a funzionare. Seviziano gli alieni, a che scopo? Possono dimostrare che sono dei mostri? A cosa serve la tortura? È un esperimento scientifico? Di che tipo? Hanno steso una relazione piuttosto sulla natura sensoriale ed eventualmente emotiva, di questi alieni? Per ciò che riguarda gli atterraggi, potrebbero essere casuali, improbabile però per il loro numero, elevato, quando la scienza afferma che uno scalo sulla terra da parte degli alieni è un evento altamente improbabile. Anche la filosofia non è di certo il pezzo forte del film. Cosa vorrebbero gli alieni da noi? Perché, da principio, hanno coinvolto e reso simili a loro due umani? I tecnocrati nascondono alla popolazione questi avvenimenti a scopo filantropico, la popolazione non può sopportare di sapere certe verità, pena rivolgimenti sociali pericolosi. Non vi è una intenzione cattiva, sostanzialmente. Bella lezione, davvero, anche perché a un certo punto lo spettatore pensa che non è poi del tutto falsa questa teoria, è supportata per un certo tempo anche da una persona di grande spiritualità, Jane, una ex monaca, la compagna di Daniel. Succede esattamente questo nella guerra degli Usa con l’Iran: Trump dice che ha vinto, bisogna credergli, nonostante i fatti dicano tutt’altro. Non è poi così male, e quindi falso, quello che il presidente dice, è per il bene della popolazione, giusto? Rimangono poi i soliti cliché di forma, quelle fughe degli eroi, già viste in migliaia di film, in cui si salvano all’ultimo secondo.
Spielberg, infatti, ci mostra una fuga rocambolesca attraverso gli States venata di accenti fiabeschi (numerosi sono i rimandi alle fiabe dell’infanzia) in cui gli alieni cercano di comunicare con i ‘prescelti’: oltre a Daniel Kellner c’è infatti anche un’altra ‘senziente’ dotata di poteri, Margaret Fairchild – il cui cognome rimanda appunto alle fiabe e all’infanzia – interpretata da una brava Emily Blunt che tiene da sola le redini del film. E, alla fine, in questo scenario devastato da guerre, controllo e violenza non può non comparire anche un alieno in carne ed ossa (ma su questo non vogliamo rivelare di più), assai simile all’E.T., creazione del grande Carlo Rambaldi quando ancora non c’era l’IA, di E.T. l’extra terrestre (E.T. the Extraterrestrial, 1982) dello stesso Spielberg. Insomma, in fin dei conti, it’s the capitalism, baby, altro che distopia. E vallo a dire agli alieni.
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