Dietro la crescita dell’intelligenza artificiale (Ai) si nascondono migliaia di lavoratori che svolgono un ruolo fondamentale nel gestire e “pulire” i dataset utilizzati nell’addestramento delle Ai o nel validare sistemi come chatbot. Questi impiegati non sono però assunti direttamente da colossi digitali come Amazon, Google e Meta ma attraverso aziende intermediarie e sono sottoposti a difficili condizioni lavorative.
Una situazione aggravata dalla mancanza di trasparenza di queste società che si rifiutano di rivelare quali servizi di “annotazione umana” abbiano utilizzato per sviluppare i propri modelli di Ai. Un’analisi pubblicata a inizio aprile da SOMO, il Centro di ricerca olandese sulle multinazionali, ha provato a far luce sui “lavoratori umani” e sulle responsabilità delle Big Tech nei confronti delle loro condizioni. Attingendo a un’ampia gamma di fonti accessibili al pubblico, tra cui articoli di stampa, dichiarazioni sindacali e pubblicazioni aziendali. “Finché le Big Tech continueranno a richiederlo, ci sarà sempre un’azienda intermediaria disposta a fornirlo. La responsabilità del trattamento riservato a questi lavoratori deve ricadere sulle grandi aziende tecnologiche”, ha spiegato a SOMO Karri Lybeck, consulente e organizzatore sindacale nel settore tecnologico.
Il settore dell’intelligenza artificiale è in forte crescita. Secondo le stime di una società di analisi di mercato il settore raggiungerà un fatturato di 10,2 miliardi di dollari entro il 2034, grazie alla crescente diffusione dei prodotti basati sull’Ai. Un fenomeno che non sarebbe possibile senza l’impiego di agenzie intermediarie.
L’analisi mostra come le principali cinque società impiegate nello sviluppo di sistemi basati sull’intelligenza artificiale (Amazon, Google, Meta, Microsoft e Nvidia) abbiano impiegato complessivamente 30 diverse aziende intermediarie per reclutare lavoratori umani per la validazione dei dati. Entrando nel dettaglio è Amazon ad avere il maggior numero di fornitori, ben 18, seguita da Microsoft e Google con 15, da Meta (10) e da Nvidia (8). “Questa analisi si basa interamente su informazioni di dominio pubblico e, pertanto, è probabilmente incompleta – si legge nel report –. Ciononostante, ci permette di iniziare a fare luce sui misteri di questa catena di approvvigionamento, mettendo in luce la rete di aziende coinvolte”.
Le aziende a cui ricorre il settore dell’intelligenza artificiale non sono un insieme omogeneo e spesso adottano modelli di business diversi tra di loro. Alcune sono società di outsourcing dei processi aziendali, come Appen, Telus digital e Sama, che in genere assumono o ingaggiano lavoratori per fornire servizi ai clienti. Altre operano come piattaforme di crowdwork, tra cui Clickworker, Mercor e Scale Ai, dove un ampio bacino di lavoratori online svolge incarichi su base progettuale o per singolo compito.
La mancanza di trasparenza non riguarda solo le Big Tech ma anche il modo in cui operano le aziende intermediarie. Anche se la quasi totalità di queste società ha sede nel “Nord globale”, e 20 su 30 negli Stati Uniti, non è detto che la manodopera con cui si interfacciano venga dalle stesse aree geografiche. Secondo la piattaforma di analisi Data work landscape molti di questi attori reclutano in tutto il mondo specialmente nei Paesi del “Sud globale” dove il costo del lavoro e le tutele sindacali sono inferiori. Ad esempio, Sama (che serve Google, Meta, Microsoft e Nvidia) si rivolge a lavoratori in Stati Uniti e Canada ma anche in Kenya e in Uganda.
Purtroppo, esistono poche analisi dettagliate delle condizioni di questi lavoratori. Una di queste è realizzata da Fairwork piattaforma che analizza l’equità delle condizioni dei lavoratori del settore digitale, compresi quelli impegnati nell’addestramento dell’Ai. SOMO ha incrociato i risultati ottenuti da Fairwork con le collaborazioni tra Big Tech e intermediari per stabilire quanto siano eque le condizioni lavorative dei loro principali partner. I risultati, almeno per quanto riguarda le prime quattro aziende intermediarie, non sono incoraggianti. Il campione esaminato risulta carente in almeno cinque dei dieci parametri utilizzati nella valutazione dell’equità del lavoro. In particolare, solo due aziende, Appen (che fornisce Amazon, Meta, Microsoft e Nvidia) e la già citata Sama, garantiscono uno stipendio minimo ai lavoratori ingaggiati e solo la prima tutela la libertà di associazione. Mentre Scale Ai e Clickworker sono ancora più carenti sotto tutti gli aspetti esaminati.
Questi dati evidenziano un paradosso: sebbene i lavoratori del settore siano soggetti a condizioni di lavoro stabilite dai fornitori, dietro la domanda della loro manodopera e la pressione a fornirla su larga scala e a basso costo si celano alcune delle aziende più potenti e redditizie al mondo. Colossi come Google e Meta hanno sempre respinto la propria responsabilità in quanto datori di lavoro, addossandola invece ai propri fornitori intermedi. Eppure, le Big Tech esercitano un potere considerevole sui loro fornitori in quanto rappresentano la quasi totalità dei loro clienti. Molte di queste aziende fanno affidamento su contratti con poche (o addirittura con una sola) aziende tecnologiche, con un singolo cliente che rappresenta dal 14% al 48% del fatturato totale. Ne emerge quindi una forte asimmetria che permette ai “grandi” di esercitare la massima influenza sui propri fornitori.
Le Big Tech non sono solamente i principali (se non gli unici) clienti delle società intermediarie; spesso ne sono anche importanti investitori. Nel giugno 2025 Meta ha annunciato l’acquisto di una quota del 49% di Scale Ai. Questa scelta è stata criticata da SOMO e da altre associazioni in quanto potrebbe configurarsi come una “fusione verticale de facto”, conferendo a Meta il controllo su un fornitore fondamentale nel settore dell’annotazione dei dati. In risposta all’operazione Google ha annullato il suo contratto con Scale Ai per un totale di 150 milioni di euro, il 20% del loro fatturato. Un mese dopo, Scale Ai ha annunciato che avrebbe ridotto il proprio organico del 14%, con un impatto su 200 dipendenti a tempo pieno e 500 collaboratori esterni. A fare le spese di questa acquisizione aggressiva sono stati principalmente i lavoratori della società comprata. Questo tipo di investimenti mette inoltre in dubbio la narrativa delle aziende Ai che si dichiarano non responsabili delle condizioni di lavoro dei propri fornitori. Scale Ai non è un caso isolato, almeno altre nove aziende operanti nel settore dei dati per l’intelligenza artificiale hanno ricevuto investimenti da parte di Amazon, Google, Meta, Microsoft o Nvidia. Ciò evidenzia un coinvolgimento delle Big Tech a un livello più strutturale, che va oltre l’esternalizzazione e comprende la proprietà e il controllo.
Le grandi aziende tecnologiche integrano sempre più spesso l’accesso alla manodopera umana direttamente nei propri marketplace cloud, rendendo il lavoro sui dati una componente on demand dello sviluppo dell’Ai. Ad esempio Amazon nel 2005 ha lanciato il cosiddetto Mechanical Turk, una delle prime piattaforme di crowdwork
su larga scala, ancora oggi disponibile. Mentre nel 2020 ha fatto un
ulteriore passo avanti introducendo Amazon Augmented Ai (A21), che
consente agli utenti del suo cloud (tra cui sviluppatori, altre
aziende e servizi pubblici) di integrare il lavoro umano direttamente
nei flussi di lavoro di machine learning. Nel promuovere i propri
servizi, l’azienda ha affermato che gli utenti possono avvalersi di “una
forza lavoro on demand disponibile 24 ore su 24, 7 giorni su 7,
composta da oltre 500mila collaboratori indipendenti in tutto il mondo,
tramite Amazon Mechanical Turk”. Se ciò non fosse sufficiente, i clienti
“possono avvalersi di un fornitore di manodopera di terze parti tramite
Amazon web services (Aws) marketplace. Questi fornitori sono stati
selezionati da Aws per garantire recensioni di alta qualità e seguire le
procedure di sicurezza”. Strategie simili sono state prese anche da
Microsoft e da Google. Man mano che le Big Tech passano dall’outsourcing agli investimenti in società specializzate nella gestione dei dati fino all’integrazione dei loro servizi nelle piattaforme cloud, il loro ruolo diventa ancora più diretto. Non sono più semplici clienti ma partecipanti attivi nella definizione del mercato.
Fonte
Nessun commento:
Posta un commento