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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

28/06/2026

Dalla sindemia al grande caldo. Le differenze di classe pesano ancora, maledettamente

Il grande caldo che rende invivibili le città è ormai oggetto quotidiano delle conversazioni di strada o da bar. Spesso preambolo inevitabile per poi passare ad altri argomenti. Per il resto sono i bollettini allarmanti – e talvolta allarmistici – dei telegiornali o di articoli acchiappa like. Ma l’aumento termico al suolo c’è ed è ormai evidente.

Sono stupidi i negazionisti che ricordano le loro estati calde da bambini. È vero, in estate ha sempre fatto caldo ma non lo faceva con questa continuità temporale, e il ciclo delle ore calde e delle ore fresche era più regolare... e vivibile, soprattutto nelle città dove asfalto, cemento, restituzione del calore e aria calda emessa dai condizionatori, non solo aumentano le temperature ma non consentono né agevolano l’alternarsi di quelle determinate dal solo calore solare.

Ed è proprio nelle città che il calore sta provocando problemi di salute più seri ma, anche in questo caso, con una maledettamente precisa differenziazione di classe. Non solo per chi è ancora costretto a lavorare nelle ore più calde nonostante prescrizioni e talvolta regolamentazioni che lo dovrebbero vietare.

Durante il Covid-19 abbiamo parlato spesso di sindemia invece che di pandemia e questa sottolineatura era più che corretta. Anche di fronte ad un fenomeno oggettivo come una pandemia, il fatto che si morisse o ci si ammalasse di più o di meno non era affatto indipendente dalle condizioni sociali, economiche, abitative, al contrario.

Sulle ondate di calore che attanagliano il nostro ed altri paesi, e in particolare nelle città, ci troviamo nuovamente di fronte ad un processo del tutto simile. Nelle aree urbane le temperature sono indubbiamente più alte. Gli esperti definiscono questa condizione come isole di calore.

L’Espresso segnale come nel 2024, secondo l’Osservatorio Italiano sulla povertà energetica (Oipe), oltre 2,4 milioni di famiglie – il 9,1% del totale, record storico – vivevano in condizioni di povertà energetica. Questo significa non riuscire ad accedere ai servizi energetici essenziali senza sacrificare una quota sproporzionata del proprio reddito. Del resto è prova empirica che le bollette di luce e gas siano praticamente raddoppiate negli ultimi quattro anni.

Ma il dato medio nazionale del 9,1% indicato dall’Osservatorio nasconde concentrazioni molto più alte del problema nelle periferie urbane e nel Mezzogiorno.

E il problema ormai non riguarda solo il riscaldamento invernale ma anche il refrigeramento estivo.

Nel 2013, meno del 29% delle famiglie italiane disponeva di un sistema di condizionamento. Oggi siamo saliti al 56%: un balzo notevole in poco più di un decennio, che rivela come le misure per proteggersi dal calore siano aumentate e il caldo sia diventato insostenibile.

Ma rovesciando il dato, questo significa anche che il 44% delle famiglie è ancora senza sistemi di condizionamento, e che molte di quelle che il condizionatore lo hanno installato, spesso lo usano poco, perché il costo della bolletta non è compatibile con il loro reddito. La riprova sono le bollette estive dell’elettricità che ormai eguagliano quelle invernali del gas, con una rincorsa dei prezzi che sta falcidiando i redditi delle famiglie.

Le vittime del caldo in Italia sono in prevalenza anziani, persone con patologie croniche, residenti in aree urbane dense, spesso in condizioni di solitudine o con scarse relazioni sociali. Sono, in larga misura, persone che non hanno avuto le risorse economiche per adeguare la propria casa a un clima che è cambiato in pochi anni.

Legambiente sta introducendo il concetto di “cooling poverty” – la povertà del raffrescamento – per descrivere l’impossibilità di mantenere temperature confortevoli in casa durante le ondate di calore. È un fenomeno che si concentra nelle periferie metropolitane dove vivono famiglie a basso reddito, dove mancano spazi verdi, ombreggiature, materiali edilizi adeguati, e dove gli edifici sono spesso tra i più scadenti dal punto di vista energetico.

Il famoso bonus del 110%, senza gli adeguati controlli, ha fatto si che il 49% dei fondi siano andati a coloro che – vivendo in ville o villette invece che in condomini – avevano meno necessità di proteggere dal freddo o dal caldo le proprie abitazioni, e che comunque avevano le risorse per poterlo fare in proprio. I palazzi di case popolari e comunali poi non ne hanno neanche “visto l’ombra”, ed è il proprio il caso di dirla così.

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