Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
28/06/2026
Dalla sindemia al grande caldo. Le differenze di classe pesano ancora, maledettamente
Sono stupidi i negazionisti che ricordano le loro estati calde da bambini. È vero, in estate ha sempre fatto caldo ma non lo faceva con questa continuità temporale, e il ciclo delle ore calde e delle ore fresche era più regolare... e vivibile, soprattutto nelle città dove asfalto, cemento, restituzione del calore e aria calda emessa dai condizionatori, non solo aumentano le temperature ma non consentono né agevolano l’alternarsi di quelle determinate dal solo calore solare.
Ed è proprio nelle città che il calore sta provocando problemi di salute più seri ma, anche in questo caso, con una maledettamente precisa differenziazione di classe. Non solo per chi è ancora costretto a lavorare nelle ore più calde nonostante prescrizioni e talvolta regolamentazioni che lo dovrebbero vietare.
Durante il Covid-19 abbiamo parlato spesso di sindemia invece che di pandemia e questa sottolineatura era più che corretta. Anche di fronte ad un fenomeno oggettivo come una pandemia, il fatto che si morisse o ci si ammalasse di più o di meno non era affatto indipendente dalle condizioni sociali, economiche, abitative, al contrario.
Sulle ondate di calore che attanagliano il nostro ed altri paesi, e in particolare nelle città, ci troviamo nuovamente di fronte ad un processo del tutto simile. Nelle aree urbane le temperature sono indubbiamente più alte. Gli esperti definiscono questa condizione come isole di calore.
L’Espresso segnale come nel 2024, secondo l’Osservatorio Italiano sulla povertà energetica (Oipe), oltre 2,4 milioni di famiglie – il 9,1% del totale, record storico – vivevano in condizioni di povertà energetica. Questo significa non riuscire ad accedere ai servizi energetici essenziali senza sacrificare una quota sproporzionata del proprio reddito. Del resto è prova empirica che le bollette di luce e gas siano praticamente raddoppiate negli ultimi quattro anni.
Ma il dato medio nazionale del 9,1% indicato dall’Osservatorio nasconde concentrazioni molto più alte del problema nelle periferie urbane e nel Mezzogiorno.
E il problema ormai non riguarda solo il riscaldamento invernale ma anche il refrigeramento estivo.
Nel 2013, meno del 29% delle famiglie italiane disponeva di un sistema di condizionamento. Oggi siamo saliti al 56%: un balzo notevole in poco più di un decennio, che rivela come le misure per proteggersi dal calore siano aumentate e il caldo sia diventato insostenibile.
Ma rovesciando il dato, questo significa anche che il 44% delle famiglie è ancora senza sistemi di condizionamento, e che molte di quelle che il condizionatore lo hanno installato, spesso lo usano poco, perché il costo della bolletta non è compatibile con il loro reddito. La riprova sono le bollette estive dell’elettricità che ormai eguagliano quelle invernali del gas, con una rincorsa dei prezzi che sta falcidiando i redditi delle famiglie.
Le vittime del caldo in Italia sono in prevalenza anziani, persone con patologie croniche, residenti in aree urbane dense, spesso in condizioni di solitudine o con scarse relazioni sociali. Sono, in larga misura, persone che non hanno avuto le risorse economiche per adeguare la propria casa a un clima che è cambiato in pochi anni.
Legambiente sta introducendo il concetto di “cooling poverty” – la povertà del raffrescamento – per descrivere l’impossibilità di mantenere temperature confortevoli in casa durante le ondate di calore. È un fenomeno che si concentra nelle periferie metropolitane dove vivono famiglie a basso reddito, dove mancano spazi verdi, ombreggiature, materiali edilizi adeguati, e dove gli edifici sono spesso tra i più scadenti dal punto di vista energetico.
Il famoso bonus del 110%, senza gli adeguati controlli, ha fatto si che il 49% dei fondi siano andati a coloro che – vivendo in ville o villette invece che in condomini – avevano meno necessità di proteggere dal freddo o dal caldo le proprie abitazioni, e che comunque avevano le risorse per poterlo fare in proprio. I palazzi di case popolari e comunali poi non ne hanno neanche “visto l’ombra”, ed è il proprio il caso di dirla così.
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05/06/2026
Italia costretta a rimanere al palo. Ocse, Fmi e Bruxelles si mettono di traverso
L’Ocse, ha alzato la stima di un misero 0,1% rispetto a marzo (quando era dello 0,4) , mentre per il 2027, l’eventuale calo dei prezzi dell’energia e la riduzione dell’incertezza, permetterebbe alla crescita di posizionarsi a +0,6%, ma anche in questo caso si tratta di una correzione al ribasso rispetto alla precedente stima del +0,7%.
Inoltre, secondo l’ultimo Economic Outlook pubblicato dall’Ocse, l’inflazione in Italia è destinata a salire al 3% entro il 2026. Questo aumento è attribuito principalmente allo shock energetico derivante dalla guerra all'Iran, che sta esercitando una pressione crescente sui prezzi al consumo.
Nel 2025, l’inflazione in Italia era prevista all’1,6%, ma le nuove stime indicano un cambiamento di rotta, con un incremento che porterà l’inflazione al 3% l’anno successivo.
Dopo il calo registrato ad aprile, per il mese di maggio le quotazioni all’ingrosso del gas sono rimaste pressoché invariate e la spesa totale di una famiglie tipo è aumentata dello 0,9% rispetto al mese precedente. A comunicarlo in questo caso è l’Arera (organismo di tutela sui prezzi energetici) nel suo consueto aggiornamento.
Pertanto, per i 2,3 milioni circa di utenti ancora “salvaguardati” nel Servizio di tutela della vulnerabilità, il prezzo della sola materia prima gas è pari a 46,89 euro al Megawattora. Per il mese di maggio 2026, il prezzo di riferimento del gas per il nuovo cliente tipo (ovvero la famiglia tipo ha consumi medi di gas di 1.100 metri cubi annui) è stata pari a 122,15 centesimi di euro per metro cubo.
Di fronte a questa nuova mazzata per il potere d’acquisto di salari e pensioni, l’Ocse si premura di sottolineare che “assicurare che le misure di contenimento dei prezzi dell’energia siano temporanee e limitate a famiglie e imprese vulnerabili limiterà l’impatto dello shock contenendo i costi fiscali”.
Ma su questo è arrivata la decisione della Commissione europea che, di fatto, non accoglie la richiesta di Meloni di allargare ai prezzi energetici la clausola di salvaguardia nazionale, una misura straordinaria introdotta lo scorso anno per escludere le spese per la difesa dal quadro dei vincoli di bilancio dell’UE. La deroga consente solo di finanziare investimenti “green” nel settore degli impianti energetici ma non di congelare le accise sui prezzi dei carburanti, ragione per cui da domenica 7 giugno i prezzi alla pompa non saranno più “calmierati”.
Le raccomandazioni della Commissione indicherebbero che una certa flessibilità sarebbe possibile, ma solo per sostenere le famiglie vulnerabili e i settori più esposti, e non attraverso sussidi generalizzati per il resto delle famiglie né per le imprese.
Questa posizione della Commissione europea del resto è allineata con quella del FMI, il quale la scorsa settimana aveva affermato che “la recente riduzione generalizzata delle accise su diesel e benzina per attenuare l’impatto dello shock dovrebbe essere sostituita da trasferimenti monetari mirati alle famiglie più vulnerabili”.
Il costo stimato di queste misure è di circa lo 0,1% del PIL nel 2026, ma potrebbe salire allo 0,3% se rimanessero in vigore fino a fine anno. Ma per i tecnocrati di Ocse, Fmi e Commissione europea, tali preoccupazioni non devono manifestarsi se si portano le spese militari al 5% del Pil, con un incremento nel tempo di ben il 3% rispetto alla spesa pubblica attuale.
L’Italia del resto continua a registrare anche i costi energetici più alti d’Europa, soprattutto per i costi fissi (tasse, le imposte e i servizi) che vengono caricati su ogni bolletta, indipendentemente dai consumi reali. Risultato: le bollette sono raddoppiate rispetto a quattro anni fa ma salari e pensioni restano al palo e ben sotto sia l’inflazione programmata che quella reale.
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30/03/2026
L’aggressione all’Iran ci costerà 15 miliardi, secondo la CGIA
Una stangata tragica per famiglie e sistema industriale, già in crisi e con prospettive di crescita da zero-virgola. Gli importi sarebbero suddivisi in 10,2 miliardi per l’energia elettrica e 5 miliardi per il gas. Il prezzo di quest’ultimo è schizzato verso l’alto di 26 euro per MWh (+81%), mentre l’elettricità ha fatto segnare un aumento di 41 euro per MWh (+38%).
Inoltre, a fare le spese di questi rincari sarà soprattutto il mondo delle imprese, che il governo dice sempre di voler difendere. Per le famiglie ci sarà un aggravio di 5,4 miliardi di euro, mentre il sistema produttivo dovrà pagare 9,8 miliardi aggiuntivi. Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna saranno le regioni più colpite, seguendo la geografia industriale del paese e la densità abitativa.
Ad essere esposte sono, ovviamente, soprattutto le piccole imprese, che non possono contare su fatturati capaci di attutire la caduta e far passare il momento di crisi. Secondo la CNA, la Confederazione nazionale dell’artigianato e della piccola e media impresa, ci sono a rischio 300 mila piccole imprese, sulle quali il costo dell’energia impatta tra il 12% e il 40% delle spese.
Sono aziende che impiegano 1 milione e mezzo di dipendenti. I risvolti sul lato della disoccupazione potrebbero portare a una spirale di crisi critica, a cui si devono aggiungere già i rincari che, ad ogni modo, le famiglie stanno per sperimentare. Sebbene si sia ancora lontani dai picchi del 2022, le quotazioni attuali di gas ed energia elettrica – rispettivamente 58 e 148 euro per MWh – andranno a erodere il potere d’acquisto.
Secondo Davide Tabarelli di Nomisma Energia, la “famiglia tipo” potrebbe trovarsi a pagare circa 600 euro in più all’anno. Solo per il gas, l’adeguamento delle tariffe riflette già un rialzo del 19%, traducendosi in una spesa extra di 285 euro su base annua per chi consuma mediamente 1.400 metri cubi.
Infine, è interessante sottolineare che la CGIA chiede la sospensione temporanea delle regole fiscali del Patto di Stabilità, oltre che il definitivo disaccoppiamento tra il prezzo del gas e quello dell’elettricità. L’architettura UE, ancora una volta, si presenta come un limite allo sviluppo di politiche che vadano incontro alle esigenze delle classi popolari, mentre sono state facilmente piegate quando si è trattato di finanziare il riarmo europeo.
Questa è una consapevolezza che deve apparire ormai chiara ai cittadini: la tendenza alla guerra dell’imperialismo e l’arroccarsi della UE nel proprio avvitamento guerrafondaio sta rendendo la vita impossibile alla maggioranza della popolazione, oltre a spingerci pericolosamente sul baratro della terza guerra mondiale.
Il fronte interno del governo Meloni si trova dunque ancor più sotto pressione: i soldi del “decreto bollette” potrebbero rivelarsi ancor più chiaramente come un’operazione scenografica e nulla più. C’è, inoltre, un ulteriore allarme, lanciato dalla presidente della BCE Christine Lagarde in un’intervista al The Economist.
Secondo Lagarde, le interruzioni delle forniture energetiche potrebbero protrarsi per anni e le aspettative di un rapido ritorno alla normalità potrebbero essere eccessivamente ottimistiche, dato che molte infrastrutture energetiche del Golfo sono state danneggiate. Il risultato è che lo shock per l’economia mondiale potrebbe essere maggiore di quanto immaginano gli esperti al momento. Allora, forse, è il momento che tutto il modello di sviluppo (anche energetico) venga messo in discussione, e si presenti un’alternativa.
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06/03/2026
Il governo della speculazione sulle bollette
Narrazioni difficilmente sopportabili. La presidente Giorgia Meloni ha dichiarato di voler combattere la speculazione sui prezzi del gas, dell’elettricità e della benzina. Il suo ministro Pichetto Fratin si è spinto a distinguere fra “speculazione buona” e “speculazione cattiva”.
In realtà Meloni dovrebbe specificare meglio cosa intende per “colpire la speculazione” al di là dell’ipotesi di una ennesima minaccia, mai attuata, di tassazione sugli extra profitti.
Il prezzo del gas, che costituisce circa il 40-45%, del peso della bolletta si determina in un indice che ha sede immateriale ad Amsterdam, di proprietà di una società americana – ICE – i cui principali azionisti sono i grandi gestori del risparmio, BlackRock, Vanguard e State Street, che sono anche i principali operatori di quell’indice perché rappresentano, con le loro derivazioni, circa i 2/3 dei 500 operatori presenti.
In tale indice il prezzo del gas viene determinato non in base all’offerta e alla domanda reale di gas, ma in base alle scommesse speculative (buone, cattive? Questo lo sa solo l’ineffabile Pichetto Fratin) mosse dalle “aspettative” senza reale legame con la produzione di gas.
Se le aspettative, come in questo momento, prevedono un rialzo, le scommesse puntano sul rialzo e il prezzo sale velocemente (oggi siamo già vicini ai 60 euro megawattora contro i 29 di pochi giorni fa). Per essere ancora più chiari questi aumenti dipendono per il 50% dall’effetto delle scommesse dei grandi fondi e della finanza delle Big Three, e arrivano direttamente sulle bollette o alla pompa.
Ma la speculazione – buona, cattiva? – non si ferma qui perché possono giocare un ruolo nelle tariffe gli effetti delle azioni di società a partecipazione pubblica, come Eni, Enel, Italgas e Snam, che magari hanno comprato prima dell’impennata speculativa e rivendono con il prezzo speculato: lo Stato in realtà ha una percentuale vicina al 30%, ma buona parte del 70% restante è in mano agli stessi grandi fondi, a cominciare dalle Big Three, che certamente non sono disponibili a riduzioni di prezzo e alla rinuncia agli extraprofitti.
In più, occorre ricordare che una parte delle tariffe è definita dalle multi-utility dove sono presenti i Comuni ma dove hanno un ruolo decisivo, in particolare in quelle quotate in Borsa, gli stessi grandi gestori del risparmio Usa, onnipresenti.
Infine, non bisogna trascurare che il 30% del costo delle tariffe proviene da oneri fiscali, Iva e accise. Dunque, il governo per battere la speculazione dovrebbe trovare un altro strumento di definizione dei prezzi che non sia l’indice olandese, che oggi resta decisivo anche per il “Punto di Scambio virtuale”, creato per cercare un’autonomia dall’indice olandese.
Dovrebbe insomma provare a ri-nazionalizzare la filiera dell’energia, dove realmente si decide la possibilità di calmierare le tariffe rinunciando ai profitti stellari e dovrebbe ridurre Iva e accise, che peraltro sono imposte indirette e colpiscono duramente i redditi più bassi.
Se non si fa questo si devono mettere soldi nei “decreti bollette” che rischiano di essere sempre insufficienti e sono un modo per pagare tramite risorse pubbliche i profitti di speculatori e distributori.
A proposito di speculazioni, io penso che quelle buone non esistano mai e in particolare quelle su beni fondamentali come l’energia.
P.S. Certo la totale subordinazione agli Stati Uniti, che hanno scatenato la guerra dell’energia per la propria sopravvivenza imperiale e che impoverisce di nuovo la popolazione italiana, non mi pare molto ragionevole. Non posso, in questo, non citare il fantastico Matteo Renzi che, di fronte all’alternativa Khamenei/Trump, sostiene di “non avere dubbi e di stare con Trump”.
Ecco la storia è un po’ più complessa e questo modo di “interpretarla” non è molto dissimile da quello di Giorgia Meloni.
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12/03/2025
Italia - Tra ottobre 2024 e gennaio 2025, 777 euro di bollette luce e gas
In pratica, gli speculatori si arricchiscono due volte, estorcendo soldi alle finanze pubbliche che coprono le esigenze dei poverissimi, e su tutti gli altri, estorcendo questa volta direttamente cifre da capogiro ai consumatori. Le comparazioni fatte con l’anno scorso dalla piattaforma facile.it ci aiutano a capire di che cifre parliamo.
Sulla base di un largo campione di 770 mila richieste di consulenza arrivate al sito, l’operatore ha potuto fare il paragone tra la spesa per gas e luce affrontata dalle famiglie italiane tra l’ottobre 2024 e il gennaio 2025, e quella effettuata per lo stesso periodo, dodici mesi prima. I dati parlano di un aumento del 5,9%.
Lo studio è stato fatto considerando i consumi medi per il 2024, e ha dato come risultato un esborso pari a 777 euro. 280 euro se ne sono andati per l’elettricità, mentre ben 497 per il gas: il primo valore è aumentato dell’1,7% rispetto al periodo ottobre 2023/gennaio 2024, mentre il secondo addirittura dell’8,3%.
Tali valori variano da regione a regione (dai dati di facile.it sono state escluse Sardegna e Valle d’Aosta, che hanno condizioni non comparabili). L’Emilia-Romagna è dove si è speso di più – 876 euro, di cui 593 per il gas – mentre la Toscana è dove si è speso di meno... ma anche dove il prezzo del gas è aumentato di più: +11,1%.
Per concludere la carrellata di dati, bisogna sottolineare che tra gennaio 2023 e gennaio 2025 è vero che la bolletta della luce è diminuita in media di 2 euro, ma quella del gas è aumentata di 15 (da 112 a 127,53 euro). E per il resto dell’anno in corso le previsioni non sono affatto rosee.
Nomisma Energia ha infatti stimato una crescita della spesa in bolletta del 10%: 216 euro in più rispetto al 2024, per un totale di 2.297 euro a utenza. Per una famiglia tipo, prevede un aumento del 25% per l’energia elettrica e del 4% per il gas. Pericoli per le tasche dei meno abbienti a cui il decreto del governo non prevede alcuna risposta.
Da Cittadinanzattiva all’Unione dei Consumatori, tutti hanno sottolineato le criticità di un provvedimento tampone, che arriva in ritardo e che si concretizza in un contributo una tantum. Ma come abbiamo già detto, è più un regalo agli speculatori che una misura di lotta al caro-bollette.
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05/03/2025
Caro-bollette: il decreto sbaglia obiettivo
Bisogna dire che comunque negli ultimi anni c’è stato chi ha raccolto questa esigenze, ribadendolo tra l’altro pochi giorni fa. L’Unione Sindacale di Base, insieme ad Asia-USB e all’associazione dei consumatori ABACO, ha depositato una denuncia contro chi specula sui rincari dei costi di luce e gas.
Già due anni e mezzo fa i portavoce di Potere al Popolo avevano sollevato la questione a varie procure della Repubblica, perché era evidente che le compagnie del settore stessero approfittando della complessa situazione geopolitica seguita all’escalation ucraina. Dopo un fase di normalizzazione degli esborsi, sembra di tornare indietro al 2022.
Bollette sempre più pesanti a cui il governo risponde con misure tampone, dopo aver cancellato il “mercato tutelato” asserendo che la concorrenza avrebbe abbassato i prezzi. Non è stato ovviamente così, perché il problema risiede nella libera iniziativa privata e nelle sue logiche. L’articolo qui sotto, apparso su lavoce.info, ce lo conferma.
Luisa Loiacono e Leonzio Rizzo – due economisti, come si può leggere in fondo alla pagina web – spiegano nel dettaglio e con chiarezza quali sono le componenti delle nostre bollette, e da cosa sono influenzate. La principale è appunto la spesa per la materia prima energia, che comprende a sua volta varie voci.
Il Pun – il Prezzo unico nazionale “legato al costo della materia prima e determinato dal mercato elettrico” – ha cominciato a calare dal novembre 2022, attestandosi lo scorso mese a 0,12 euro al Kwh: ancora il doppio rispetto al febbraio 2021, ma quasi il 42% in meno del febbraio 2022. Eppure la spesa per la materia prima energia è aumentata del 38% nello stesso periodo di tempo.
Il motivo è presto spiegato: “l’incremento è interamente dovuto all’aumento dei costi di commercializzazione e vendita che di fatto hanno cominciato a crescere quasi simultaneamente alla discesa del Pun”. Quelli, insomma, che sono “costi fissi discrezionali stabiliti dal fornitore”. Un aumento, come dicono gli studiosi, che non può essere giustificato nemmeno dall’inflazione.
In pratica, davanti alla diminuzione dei prezzi effettivi della materia prima, gli operatori del settore hanno pensato bene di “compensare” alzando il costo delle componenti che potevano invece essere decise liberamente. È così che funziona il ‘libero mercato’, e dunque i sussidi andrebbero a premiare gli speculatori, invece che tagliar loro le unghie.
È evidente come siano questi ultimi i veri beneficiari dell’ultimo decreto del governo in fatto di bollette.
Il governo lavora a un decreto con uno sconto temporaneo sulle bollette energetiche di famiglie e imprese. Costerà allo stato circa 3 miliardi. Il prezzo del gas è però nettamente diminuito dal picco di febbraio 2022, altre voci guidano i rincari.
Lo sconto è giustificato?
Il governo discute la proposta di innalzare per pochi mesi la soglia Isee dei consumatori che possano fruire di uno sgravio sul costo della bolletta elettrica. La motivazione del caro-bollette è infatti ricondotta alle quotazioni del gas (con cui l’Italia produce circa il 50 per cento dell’energia elettrica) che sarebbero eccessivamente elevate. Nei mesi successivi ci si aspetta un calo legato all’evoluzione del conflitto in Ucraina e all’arrivo dell’estate. Quindi, questo tipo di intervento potrebbe essere efficace solo se l’aumento del costo delle bollette fosse legato a un aumento del prezzo del gas. Ma è veramente così?
Le quattro voci della bolletta
La bolletta elettrica è composta da quattro principali voci: la spesa per la materia prima energia, la componente principale della bolletta; la spesa per il trasporto e la gestione del contatore regolata da Arera (Autorità di regolazione per energia reti e ambiente); gli oneri di sistema, imposti da Arera e dal governo per finanziare attività di interesse generale; e le imposte, che includono accise e Iva, stabilite dallo stato.
La spesa per la materia prima energia comprende: i costi di commercializzazione e vendita che sono costi fissi discrezionali stabiliti dal fornitore, la cui variazione potrebbe in qualche modo avere a che fare con il tasso di inflazione; gli oneri di sbilanciamento, definiti da Arera e Terna per coprire i costi di bilanciamento del sistema e possono far registrare delle variazioni importanti in caso di inaspettati momenti di scompenso tra domanda e offerta; il Pun (prezzo unico nazionale) legato al costo della materia prima e determinato dal mercato elettrico e lo spread deciso dal venditore che rappresenta il margine sul Pun.
Tra febbraio 2021 e febbraio 2022 il Pun (costo della materia prima) ha subito un balzo superiore al 240 per cento: da 0,06 al Kwh a 0,21 al Kwh. Il brusco movimento è poi di fatto stato giustificato dall’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Si è provato a usare il prezzo del gas, che poi è stato la causa dell’aumento del Pun, come arma di ricatto nei confronti delle nazioni europee dipendenti in gran parte dal gas russo. Il Pun si è mantenuto su questi livelli alti fino a novembre del 2022. A febbraio del 2023 scendeva a 0,16 al Kwh, per scendere ulteriormente nei mesi successivi a 0,11 e stabilizzarsi 0,12 a febbraio 2025. Lo spread negli ultimi anni si è mantenuto più o meno attorno allo 0,04 al Kwh.
Dove aumentano i costi
Da febbraio 2022, momento in cui gli elevatissimi prezzi del gas hanno portato il Pun delle bollette ai massimi, a febbraio 2025, in cui si registra un prezzo del Pun attorno a 0,12 (quindi quasi il 42 per cento in meno del livello di febbraio 2022), si ha contemporaneamente un aumento dei costi per la materia prima energia della bolletta di quasi il 38 per cento. L’incremento è interamente dovuto all’aumento dei costi di commercializzazione e vendita che di fatto hanno cominciato a crescere quasi simultaneamente alla discesa del Pun. Nel periodo considerato vi è stato un aumento di tali costi del 66 per cento.
Perché è avvenuto? Pur volendo tenere conto dell’inflazione al consumo, tali costi sarebbero dovuti aumentare di circa il 20 per cento. Il loro trend crescente annulla completamente l’attesa diminuzione dei prezzi che si sarebbe dovuta avere con il crollo del costo della materia prima e quindi del Pun.
L’effetto delle liberalizzazioni avrebbe dovuto essere visibile in una diminuzione dei costi di vendita e commercializzazione, invece è avvenuto il contrario. Alla luce di questa evidenza che senso ha sussidiare consumatori fragili e imprese vulnerabili con la fiscalità generale?
Il decreto in via di definizione per tamponare l’elevato costo dell’elettricità costerebbe alle casse dello stato 2 miliardi per i consumatori e 1 per le imprese. Sarebbe opportuno interrogarsi su quanto la proposta potrebbe finire col finanziare rendite derivanti da un comportamento collusivo degli operatori del settore. Questa eventualità dovrebbe essere adeguatamente verificata prima di decidere di impiegare risorse pubbliche consistenti, tra l’altro, pare, per soli tre mesi.
D’altronde, neanche l’altra proposta circolata, che prevede di sganciare il prezzo del gas dal prezzo dell’energia, sembra poter risolvere il problema, visto che il Pun, che è legato al prezzo del gas, è diminuito nel periodo (febbraio 2022-febbraio 2025) in cui si è registrato l’incremento del costo delle bollette di quasi il 40 per cento.
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02/03/2025
La spesa è più magra. Consumi ridotti in termini reali rispetto al pre-Covid
Infatti, la spesa delle famiglie italiane rispetto al periodo precedente alla pandemia da Covid-19 si è ridotta mediamente, in termini reali, del 9%. E ovviamente, è stato soprattutto l’aumento dei prezzi a causare questa contrazione dei consumi, che ha di certo colpito in maniera più pesante chi spende la maggior parte del proprio reddito in beni di prima necessità.
La spesa media mensile è passata da circa 2.560 euro nel 2019 a 2.738 euro nel 2023, con una crescita nominale del 7%. Nello stesso arco di tempo, però, l’inflazione è stata pari al 16,1%. Se si analizzano gli ultimi dati Istat delle vendite al dettaglio per il 2024, il trend rimane lo stesso: spesa in valore maggiore dello 0,7%, ma in volume ridotta dello 0,4%.
Insomma, si paga di più e si compra di meno, cosa che su questo giornale è stata ribadita più volte, esponendo i dati più vari e gli studi di diversi enti. E se si osservano le voci scorporate, bisogna essere ancora più preoccupati, perché ad essere fortemente penalizzate sono delle uscite così basilari che significano una cosa sola: la condizione di vita dei settori popolari sta velocemente peggiorando.
La spesa alimentare diminuisce in termini reali dell’8,6%, a cui bisogna aggiungere un -1% nei volumi venduti nel 2024. L‘esborso fatto in termini reali per i trasporti (carburanti, manutenzione, e così via) ha registrato un -15,8%, mentre per calzature e vestiti si è ridotto addirittura del 16,5%.
I segnali più preoccupanti provengono dalla spesa per la salute, in calo del 5%, e da quella per la casa, che segna un -33% e un’inflazione al 44% negli ultimi anni. E bisogna sottolineare che molti costi per interventi e ristrutturazioni sono stati abbattuti da incentivi vari e dal famoso Superbonus.
Da Assoutenti hanno così commentato: “prima il Covid, che ha depauperato i redditi di milioni di famiglie, poi il caro-bollette e l’inflazione alle stelle che hanno imperversato tra il 2022 e il 2023, sono stati elementi che hanno costretto i cittadini a modificare radicalmente le proprie scelte economiche, non solo riducendo le spese non indispensabili, ma mettendo il prezzo e il risparmio come fattori principali che orientano gli acquisti”.
Parlare di “riorientamento delle abitudini di consumo” è un eufemismo per dire che, certo, non siamo ancora un paese povero, ma la spesa viene fatta sempre più stringendo la cinghia, rinunciando a qualcosa, e scegliendo prodotti usati o più scadenti. E la nuova ondata di incrementi dei costi dell’energia finirà col peggiorare ancora la situazione.
Il governo ha licenziato un nuovo decreto contro i rincari, ma è evidente che c’è un problema di fondo: il libero mercato. In tanti hanno detto che con la fine del mercato tutelato la libera concorrenza avrebbe spinto i prezzi al ribasso. Gli ultimi dati resi pubblici da Arera hanno mostrato come le spese sono aumentate di centinaia di euro per centinaia di migliaia di persone.
Ancora qualcuno si ostina a puntare il dito sul telemarketing selvaggio e sulla complessità delle voci che compongono la bolletta. Che è sicuramente vero, ma non è forse il momento di cominciare a mettere alla sbarra gli speculatori?
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18/01/2025
Lo stop al gas russo non basta. Dieci paesi UE vogliono sanzioni sul GNL
Ma sembra che il tentativo di colpire le entrate che Mosca ottiene dall’esportazione di combustibili fossili stia spingendo alcuni membri della UE a chiedere di fare un passo ulteriore. Stando a un documento visionato da Bloomberg News, c’è una cordata che vuole sanzioni anche sul GNL, il gas liquefatto.
Un gruppo di dieci paesi (Svezia, Danimarca, Finlandia, Repubblica Ceca, Romania, Irlanda, Polonia e le nazioni baltiche) vuole rafforzare il meccanismo per l’applicazione del tetto al prezzo del petrolio, ma vuole anche chiudere una volta per tutte col gas russo. Tema sul quale l’unanimità richiesta dalla UE aveva per ora trovato il veto di Ungheria e Slovacchia.
“Come obiettivo finale, è necessario vietare l’importazione di gas e GNL russi il prima possibile”, scrivono nel documento citato da Bloomberg. “Un’alternativa al divieto totale potrebbe essere quella di ridurre gradualmente l’uso di gas e GNL russi, come è già stato stabilito nella Roadmap RePowerEU”.
E tuttavia, dal febbraio 2022 nella UE sarebbero stati importati dalla Russia petrolio, gas e carbone per un valore di 200 miliardi di euro, scrivono i dieci paesi nel testo condiviso. Se comunque le forniture complessive sono diminuite, il GNL ha raggiunto il record di importazione proprio nella prima metà dello scorso anno, e reputano dunque necessario mettere mano a questo dossier.
Scrivono infatti che “la flotta russa di navi gasiere deve essere soggetta a sanzioni mirate che proibiscano l’attracco e i servizi marittimi sul territorio dell’UE”. Il target sono dunque quelle imbarcazioni che, per mezzo di transazioni effettuate attraverso paesi terzi, hanno permesso fino ad ora di aggirare parte delle limitazioni imposte a Mosca.
Queste proposte sono state stilate in vista del sedicesimo pacchetto di sanzioni di cui in questi giorni si sta discutendo nella UE, e nel documento si chiedono anche ulteriori divieti e sanzioni per vari settori. La Commissione, inoltre, dovrebbe presentare il prossimo mese un piano più dettagliato per ridurre la dipendenza energetica dalla Russia.
Allo stesso tempo, però, non si può ignorare che le previsioni parlano di una domanda di GNL che sarà maggiore dell’offerta fino al 2027: il che rischia di portare al rialzo anche i prezzi di questo tipo di gas. Un altro duro colpo che forse non tutti sono pronti a far pagare ai proprio cittadini – non per “magnanimità”, ma per brutale calcolo elettorale.
Staremo a vedere, ma nel frattempo va sottolineato come nella UE vi siano opinioni nettamente divergenti, che passano lungo la maggiore o minore fedeltà a Washington, e agli affari che questa permette di fare. Sul GNL ha grandi mire la Polonia, e non è dunque un caso che sia tra i firmatari del documento qui ripercorso a grandi linee.
Si preannuncia un anno tutt’altro che equilibrato, sia che si parli di prezzi sia che si parli di contraddizioni del progetto europeo.
Fonte
30/12/2024
Aumenti in arrivo per le bollette di gas e energia
L’aumento è dovuto alle dinamiche dei prezzi del gas sul mercato all’ingrosso sul quale, secondo l’Arera pesano l’instabilità geopolitica e le temperature invernali.
A preoccupare è l’inverno in corso, che si sta rivelando più rigido di quelli degli anni precedenti, ragione per cui i prezzi potrebbero lievitare ancora. Diversamente l’inverno del 2023 aveva registrato temperature sopra la media e, di conseguenza, anche la spesa era stata inferiore a quella del 2022.
Per il 2025 si prevedono invece ulteriori aumenti delle bollette. Secondo alcune previsioni fatte analizzando i prezzi della materia prima e l’andamento degli indici Psv e Pun, nei prossimi 12 mesi il prezzo dell’energia aumenterà di quasi il 30% con un impatto significativo sulle bollette di chi ha un’offerta a prezzo indicizzato.
Le stime affermano che per una famiglia tipo nel mercato libero, l’aumento delle bollette sarà di almeno 272 euro tra luce e gas, con una spesa complessiva che arriverà a 2.841 euro, rispetto agli attuali 2.569 euro (+11%)
Il rincaro più corposo si avrà sulla bolletta del gas per la quale, in una famiglia tipo, la spesa annuale media passerà dagli attuali 1.744 euro l’anno a 1.920 euro (+176 euro). Per quanto riguarda la bolletta dell’energia elettrica, invece, l’incremento viene calcolato intorno ai 96 euro, con una spesa annuale che passerà da 826 euro a 921 euro.
Ad aggravare la situazione intorno al prezzo del gas, ci si è messa anche l’Ucraina che ha disdetto l’accordo commerciale con la Russia per il transito del gas verso l’Europa centrale.
La disdetta dell’accordo è stata confermata anche dal presidente russo Putin, nella conferenza stampa di fine anno: il contratto quinquennale con l’Ucraina scadrà il 31 dicembre e non verrà rinnovato e quindi verrà posta fine all’accordo con la compagnia energetica statale russa Gazprom che consente di esportare gas naturale tramite la rete di gasdotti ucraini verso Slovacchia, Ungheria e altri paesi dell’Europa centrale.
La principale linea di transito rimasta, dopo la chiusura e il sabotaggio del Nord Stream nel 2022, è il gasdotto Urengoy-Pomary-Uzhgorod, che verrà dunque chiuso a fine anno. Questa conduttura trasporta il gas dalla Federazione Russa attraverso l’Ucraina fino alla Slovacchia, dove poi si divide in rami diretti verso la Repubblica Ceca e l’Austria
L’Italia, insieme all’Ungheria, è tra i Paesi che si riforniscono tramite questa rotta. Attualmente l’Ucraina commercializza all’incirca 15 miliardi di metri cubi di gas russo all’anno a un gruppo di paesi europei. Il mancato rinnovo dell’accordo di transito tra Russia e Ucraina, secondo gli analisti, potrebbe contribuire a un aumento dei prezzi europei del gas.
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13/05/2024
Bollette della luce sopra la media europea, in un’Italia senza tutele
Prendendo i consumi di una famiglia-tipo italiana, pari a 2.700 kilowatt/ora, la spesa 2023 in Italia ammonta in media a 964 euro. Si tratta del 23% in più, circa 180 euro, rispetto alla media europea, che si attesta a 781 euro.
Peggio di noi hanno fatto solo la Germania, il Belgio, la Danimarca e, per una decina d’euro, Cipro. Tolto quest’ultimo paese, in cui il reddito medio calcolato al 2022 è di poco inferiore a quello italiano (32 mila euro contro quasi 35 mila), in Germania e Belgio arriva quasi a 50 mila euro, in Danimarca è quasi il doppio.
Non è bastata la riduzione dei prezzi rilevata per il secondo semestre del 2023 rispetto al primo (-12%). E non bisogna dimenticare che le tariffe considerate non sono stabilite ‘tecnicamente’ dalla mano invisibile del mercato, ma rispondono a politiche governative e scelte aziendali.
Lo scorso novembre l’Antitrust aveva già sanzionato per oltre 15 milioni di euro Enel Energia, Eni Plenitude, Acea Energia, Iberdrola Clienti Italia, Dolomiti Energia ed Edison Energia. Le società avevano adottato pratiche commerciali aggressive per spingere i consumatori ad accettare aumenti dei prezzi dell’energia elettrica e del gas.
In pratica, i principali fornitori di tutta la Penisola hanno illecitamente fatto pressione per modifiche contrattuali a loro favorevoli. Nonostante il colpo di novembre, sembra che ci sia ancora altro che deve venire a galla.
Verso la fine di aprile l’Antitrust ha avviato un’istruttoria nei confronti di Enel per accertare ulteriori irregolarità sulle modalità di comunicazione dei rinnovi contrattuali. Da gennaio sono arrivate oltre 600 denunce sulle bollette del periodo ottobre 2023-gennaio 2024 quadruplicate o quintuplicare rispetto a un anno prima.
L’Antitrust afferma che si sta cercando di verificare se la mail di informazione sul rinnovo delle condizioni tariffarie è stata “artatamente confezionata per essere intercettata dal filtro antispam“. Inoltre, “né nell’intestazione, né nella parte testuale di detta email non veniva data evidenza al suo oggetto (ossia, la modifica delle condizioni economiche)“.
In pratica, l’ipotesi è che sia stato fatto di tutto per fregare i lavoratori (e anche tante microimprese) e gonfiare facilmente gli introiti: l’utile netto ordinario di Enel nel primo trimestre del 2024 è stato di 2,2 miliardi di euro. E il governo sembra voler aiutare tutte queste grandi imprese dell’energia.
Come sappiamo, il mercato tutelato del gas è già finito lo scorso gennaio, con la possibilità di mantenere le tariffe solo per i soggetti vulnerabili. La stessa cosa avverrà per l’elettricità a partire dal primo luglio 2024.
Le famiglie italiane sono messe sempre più in difficoltà da un sistema che propaganda l’impegno e lo spirito imprenditoriale, e ogni giorno dimostra che si fonda sulla speculazione e la connivenza della classe dirigente.
Il primo giugno, alla manifestazione nazionale contro il governo, la NATO, la deriva bellicista e le politiche antipopolari sul lavoro, a Palazzo Chigi bisognerà chiedere conto anche del costo di questi servizi essenziali.
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01/12/2023
Bollette a tutele graduali: una burla?
Per le bollette elettriche e del gas è stata decisa l'abolizione della tutela di prezzo, che finora era prevista per il "mercato tutelato".
La completa liberalizzazione dei prezzi delle forniture al dettaglio dell'energia elettrica ad "uso domestico" e del gas ad uso "cottura, acqua calda e riscaldamento" rappresenta l'ultimo segmento del processo di abolizione dei monopoli pubblici.
Nella prima fase si era proceduto alla vendita all'asta di una gran parte delle "Genco", le centrali di generazione elettrica dell'Enel, stabilendo altresì la facoltà dei privati di installare centrali proprie.
C'è stata una gradualità nel processo di apertura del mercato al dettaglio, creando due segmenti:
- un "mercato libero" per gli utenti che volevano lasciare il precedente sistema della fornitura in monopolio ed a prezzo sorvegliato;
- ed un "mercato tutelato" in cui il prezzo delle forniture veniva ancora regolato mediante la fissazione di un Prezzo Unico Nazionale (PUN) da parte del Regolatore (ARERA) sulla base delle evidenze fornite quotidianamente dall'incrocio tra domanda ed offerta.
In questo modo, coloro che avessero sottoscritto un contratto a prezzi di "libero mercato" avrebbero potuto contare su un prezzo generalmente predeterminato e stabile della fornitura per tutta la durata pattuita, generalmente per un biennio ovvero per un triennio.
Coloro che invece rimanevano clienti del "servizio unico nazionale" gestito dall'ENEL, poi trasformato in "mercato tutelato", avevano un contratto a tempo illimitato con i prezzi delle forniture stabiliti di volta in volta dal Regolatore.
Nella pratica, è successo questo:
- in un primo periodo, fino alla primavera del 2021, si è verificato un rilevante abbassamento dei prezzi internazionali delle componenti energetiche necessarie a produrre l'energia elettrica, in Italia si usa soprattutto il gas metano, e conseguentemente i prezzi del "mercato tutelato" fissati dal Regolatore si sono adeguati a questo andamento. I clienti, anzi meglio dire gli utenti rimasti con le forniture del "mercato tutelato" hanno visto scendere l'importo delle bollette pagate per la fornitura di luce e gas. Al contrario, coloro che avevano stipulato un contratto di "libero mercato", avendo pattuito un prezzo fisso per le forniture, non hanno beneficiato della riduzione dei prezzi delle componenti energetiche sui mercati internazionali;
- in un secondo periodo, dopo la primavera del 2021, sui mercati internazionali dell'energia si è registrato un fortissimo aumento dei prezzi. Ne è conseguito che sono aumentati in modo rilevante anche il prezzo rilevato quotidianamente dal Regolatore in ordine all'incrocio tra domanda ed offerta e quindi del PUN sulla cui base viene fissato il prezzo in bolletta delle forniture degli utenti del "mercato tutelato". Al contrario, i clienti che avevano sottoscritto un contratto di "libero mercato" a prezzo fisso, non hanno visto aumentare le loro bollette: per questo motivo sono stati protetti dal maggior costo sui mercati internazionali dei prodotti energetici.
Siamo di fronte ad una decisione del Regolatore, che prevede la fine del "mercato tutelato", dimostratosi poco funzionale per via del fatto che il PUN viene fissato sulla base dell'offerta marginale dell'asta giornaliera, e cioè al prezzo più alto registrato sul mercato:
- per il gas, fatta eccezione per i clienti domestici vulnerabili, la fine è prevista per il 31 dicembre prossimo;
- per l'energia elettrica, a partire dal mese di aprile del 2024, è prevista l'erogazione di un Servizio di Tutele Graduali (STG) a coloro che entro quel termine non avranno scelto un operatore stipulando un contratto di "libero mercato".
Si stabilisce che le condizioni economiche, cioè i prezzi in bolletta, delle forniture offerte dagli operatori che saranno selezionati dal Regolatore per operare nell'ambito del Servizio a Tutele Graduali (STG) saranno identiche a quelle che vengono offerte da questi operatori sul "libero mercato": le Tutele Graduali riguardano solo taluni aspetti legali del contratto, ed in particolate le tempistiche di fatturazione, le garanzie richieste al cliente e le modalità di pagamento. Si precisa infatti che: "Le condizioni contrattuali del Servizio a Tutele Graduali corrispondono a quelle delle offerte a Prezzo Libero a Condizioni Equiparate di Tutela".
All'approssimarsi di queste scadenze, i fornitori hanno predisposto offerte con prezzi generalmente molto alti, che scontano la fortissima incertezza che regna sugli andamenti delle forniture sui mercati internazionali. Dovendo offrire un prezzo fisso per due o tre anni, e talora non avendo contratti di approvvigionamenti a lungo sui mercati internazionali, i fornitori si mettono al sicuro proponendo contratti a prezzi molto alti: riducono il proprio rischio e lo scaricano sui clienti.
In pratica, milioni di famiglie dovranno scegliere un fornitore stipulando un contratto di "libero mercato" con offerte spesso molto care.
In conclusione: a coloro che entro il termine di chiusura del "mercato tutelato" non avranno stipulato un contratto di "libero mercato", e che usufruiranno automaticamente del "Servizio a Tutele Graduali", saranno applicate:
- per il gas, le condizioni economiche a Prezzo Libero offertegli dall'Operatore da cui hanno ricevuto in precedenza la fornitura del gas;
- per l'elettricità, le condizioni economiche a Prezzo libero offerte sul mercato dall'Operatore che verrà selezionato dal Regolatore per ciascuna area territoriale.
Le stesse condizioni economiche del "Libero Mercato"...
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29/11/2023
Fine del “mercato tutelato”, le multinazionali ringraziano
5 milioni di famiglie, su un totale di 9,5 milioni, si sono fin qui potute avvalere di tariffe controllate dall’Autorità per l’energia, beneficiando di un “bonus energia” (in pratica uno sconto valido per i redditi Isee fino a 15.000 euro).
Questo sconto scomparirà a fine anno, per quanto riguarda il gas e da aprile relativamente alla corrente elettrica.
Rimarranno “sotto tutela” 4,5 milioni di famiglie classificate come “disagiate” che beneficiano della legge 104, del bonus sociale, o i cui membri risultano essere over 65 (con determinati livelli di reddito, ovviamente).
Si tratta di una delle “condizionalità” poste dalla Commissione Europea per approvare l’erogazione della quarta rata del PNRR (i fondi europei in prestito), e dunque l’accettazione di questo taglio di spesa risale al governo “Conte 2”, che aveva contrattato con la UE 209 miliardi del fondo post-pandemia.
E che era stato poi confermato dal governo Draghi (con dentro anche la Lega e lo stesso ministro dell’economia, il leghista varesino Giorgetti).
In pratica l’intero arco parlamentare aveva chinato la testa alla richiesta delle multinazionali dell’energia, per il tramite della UE, e l’allora piccola pattuglia di Fratelli d’Italia s’era fatta bella votando contro.
Ora che stanno al governo, naturalmente, sono appecoronati a quei poteri esattamente come i governi precedenti, senza alcuna apprezzabile differenza (si sta già parlando di portare l’età pensionabile oltre i 71 anni, altro che “cancellazione della legge Fornero”...).
E quindi consigliamo a tutti i lettori di considerare “teatro” tutte le dichiarazioni di queste ultime ore (PD e M5S che si fingono scandalizzati, leghisti in forte imbarazzo, “meloniani” strafottenti che ricordano a tutti che quel provvedimento era stato deciso da loro).
Basta infatti la più semplice delle constatazioni: la cancellazione del “mercato protetto” poteva benissimo essere evitata “compensando” i relativi costi con la rinuncia a qualche spesa decisamente inutile (che so: quelle per il fantasmatico “ponte sullo Stretto”, o altre).
Specie chi, come la Meloni e i suoi, aveva addirittura “votato contro” quando era all’opposizione, avrebbe potuto dare un esempio di coerenza a buon mercato e senza troppi sforzi di fantasia.
Non l’hanno fatto perché obbediscono esattamente agli stessi interessi che orientano le scelte dell’intero arco parlamentare attuale, nessuno escluso.
Non è un destino, essere servi delle multinazionali e delle innumerevoli aziende che oggi si stano già contendendo “clienti” costretti a subire i prossimi aumenti senza nemmeno poter fiatare.
È una scelta. Da servi.
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30/09/2023
Una Nadef per la propaganda, mentre volano di nuovo le bollette
Per caprci sulla vaghezza: un “collegato” riguarda certamente “la realizzazione delle infrastrutture di preminente interesse nazionale e di altri interventi strategici in materia di lavori pubblici nonché per il potenziamento del trasporto e della logistica”.
Ma da nessuna parte si nomina “il Ponte” per antonomasia, quello sullo stretto di Messina, che Salvini fortemente dice di volere. Anzi, di essere sicuro sull’ormai prossima “apertura dei cantieri”.
I maligni, nei corridoi, sussurrano che qualche “posta” finalizzata al Ponte potrebbe anche esserci, per farlo contento. Ma, viste le ristrettezze dei margini di manovra (che aumentano ogni giorno con il crescere dello spread e quindi degli interessi da pagare sul debito), al massimo si tratterà degli spiccioli sufficienti a recintare un pezzo di terreno, metterci un cartello con su scritto “lavori per il Ponte” e qualche camion che entra ed esce a favor di telecamere.
Un po’ come i fondali di cartone cui ricorreva il fascismo quando doveva far sembrare”grandiosa” la capitale visitata da capi di stato stranieri.
Per il resto le uniche certezze riguardano i “paletti numerici” per definirne l’ampiezza.
E dunque: la crescita del Pil è stimata allo 0,8% nel 2023, all’1,2% nel 2024 e, rispettivamente, all’1,4% e all’1 per cento nel 2025 e nel 2026. Le previsioni internazionali per il prossimo anno sono in realtà assai peggiori, qualcuno si spinge a dire addirittura “terribili”. Ma sono previsioni da rivedere a scadenza fissa, quindi per ora non troppo obbliganti.
Riguardo agli obiettivi di indebitamento netto in rapporto al Pil, invece, il documento indica un deficit tendenziale del 5,2% nel 2023, del 3,6% nel 2024, del 3,4 nel 2025 e del 3,1% nel 2026. Ben sopra i livelli indicati dall’Unione Europea (3%), e che chiamano in causa la necessità di “contrattare” con la Commissione proprio mentre sulla questione migranti il governo Meloni sta facendo a cornate con l’asse franco-tedesco.
Il rapporto debito pubblico/Pil per il 2024 è previsto al 140,1 per cento (al momento è stimato al 142,9%, da erodere quindi con tagli di spesa o aumento delle entrate fiscale).
Il tasso di disoccupazione è previsto in riduzione al 7,3% nel 2024 (dal 7,6% previsto per il 2023), ma appare difficile immaginare un aumento dell’occupazione se il Pil è praticamente fermo.
Tirando le somme, in conclusione, si tratta di una “manovra” da circa 30 miliardi, di cui 14 in deficit finalizzati all’altro tema propagandistico di questo governo: il “taglio del cuneo fiscale”. Che viene spacciato per un “mettere più soldi in tasca ai lavoratori”, mentendo spudoratamente.
Come abbiamo spiegato infinite volte, il “taglio” si limita a rendere disponibili immediatamente parte dei soldi che sono già dei lavoratori sotto forma di contributi previdenziali, ecc., ma non si vedono come “netto in busta paga”. Ed è ovvio che si tratta di un “uovo oggi” che verrà duramente pagato al momento della pensione (con un assegno più basso) e tutti i giorni con minori servizi (sanità, trasporti locali, asili, scuola, ecc.).
Si tratta insomma di una vera e propria truffa propagandistica finalizzata a far “risparmiare” alle imprese un aumento degli stipendi, visto che sono aumentati sia i profitti che i prezzi.
Ma intanto l’Arera – l’ente pubblico che “sorveglia” le tariffe – annuncia che le bollette della luce del prossimo trimestre saranno più alte del 18,6%.
Ecco, questo è il tipo di “attenzione ai bisogni dei più poveri” che il governo Meloni mette effettivamente in campo.
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07/06/2023
Chi ha spento la luce? Verso il libero mercato dei profitti
Ci sono alcuni incroci di fatti di cronaca che, se non ci si ferma all’aspetto ridicolo, mettono in luce la schizofrenia di un sistema economico guidato esclusivamente dalla ricerca del profitto. Qualche giorno fa il Parlamento ha definitivamente approvato il cosiddetto “Decreto Bollette”. Si tratta di un decreto legge che, nella migliore tradizione italica, è stato riempito in maniera incoerente di molteplici contenuti, ivi compresi condoni fiscali e incentivi vari alle imprese. Fra questi, anche solo per giustificare il nome al decreto stesso, sono inclusi anche alcuni “bonus sociali” per elettricità e gas destinati alle famiglie più vulnerabili: due spiccioli, e per pochi mesi, che dovrebbero evitare che le famiglie più povere siano lasciate da sole di fronte alle turbolenze a cui abbiamo assistito nel corso dell’ultimo anno del mercato energetico, e che alla fine hanno innescato la tremenda fase di inflazione dalla quale ancora non siamo usciti.
Già, il mercato: e qui veniamo alla coincidenza ridicola e schizofrenica. Negli stessi giorni infatti è emerso che il Governo ha confermato per l’inizio del 2024 la fine definitiva del mercato di maggior tutela dell’energia, una vecchia richiesta proveniente dall’Unione Europea rimandata in avanti di anno in anno (finora).
Vediamo di cosa si tratta. Storicamente, almeno a partire dal processo di nazionalizzazione dell’industria elettrica durante gli anni ’60, si è riconosciuto che elettricità e gas costituivano “beni” essenziali per una vita dignitosa, il cui accesso doveva essere garantito a tutti e a prezzi ragionevoli attraverso un meccanismo che necessariamente non poteva essere (esclusivamente) il mercato. I processi di liberalizzazione degli anni ’90 (come si diceva su input europeo, in quanto finalizzati alla creazione di un mercato comune dell’energia) hanno poi visto affacciarsi nuovi operatori (specialmente sul piano della commercializzazione dell’energia elettrica) con la creazione di un duplice canale di fornitura: un utente poteva decidere di comprare l’energia elettrica sul “mercato libero” scegliendo l’offerta commerciale ritenuta più conveniente. Ma cosa succedeva se nessuna offerta era ritenuta conveniente? Beh, in questo caso, proprio in virtù del particolare “status” del bene energia, si diceva che non era ammissibile lasciare l’utente privo di fornitura, per cui è stato garantito l’accesso attraverso il “servizio di maggior tutela”: un servizio fornito da pochi operatori (controllati sostanzialmente da soggetti pubblici) e a prezzi stabiliti da un’autorità anch’essa pubblica, l’ARERA.
Nell’idea dei “liberalizzatori” (che peraltro negli anni ’90 erano, in Italia e in Europa, soprattutto governi di centro-sinistra), questa doveva essere comunque solo una fase di passaggio; in breve tempo infatti il “libero mercato” avrebbe prodigiosamente dispiegato le proprie virtù, garantendo prezzi più bassi a tutti in funzione delle proprie abitudini di consumo, e “naturalmente” tutta la popolazione sarebbe transitata alle nuove modalità di fornitura relegando la gestione pubblica del settore energetico al buffo reliquiario delle “cose del secolo scorso”. A quel punto, anche i pochi ultimi samurai affezionati al mercato tutelato sarebbero stati costretti a passare al mercato libero.
Non è questo il luogo per spiegare le storture ideologiche e organizzative che stavano dietro anche il funzionamento del servizio di maggior tutela, fondato sull’idea che comunque lo Stato non dovrebbe “operare” direttamente sul mercato, ma limitarsi al più a “regolarlo”, meglio se attraverso un’autorità “indipendente”; vediamo più semplicemente come sono andate in realtà le cose.
La risposta degli utenti (pardon, ora “consumatori”) nei confronti delle varie offerte libere è stata assai più tiepida del previsto, costringendo i vari Governi che si sono succeduti a rinviare di volta in volta la fine del servizio di maggior tutela, in quanto il numero degli utenti ancora da gestire sarebbe stato troppo elevato. E tutto questo tacendo dell’indegna competizione che si è scatenata fra gli operatori del mercato per strapparsi i clienti (chiunque ha uno zio o una nonna un po’ anziano potrà raccontare di qualche raggiro tentato da improbabili venditori porta a porta, spesso a loro volta ragazzi tenuti sotto il ricatto di essere pagati solo in funzione dei nuovi contratti attivati).
I “liberalizzatori” utilizzano a sproposito, in questi casi, le categorie di “irrazionalità”, “assenza di informazioni” e via dicendo, ma la risposta è molto più semplice e banale. Molti utenti hanno scelto di restare nel servizio di maggior tutela perché più conveniente, e anche più sicuro. E questo è stato vero soprattutto nell’ultimo anno di forti rialzi dei prezzi dei beni energetici, come ha dovuto di recente ammettere anche una fonte come il Sole 24 Ore, non certo ostile al libero mercato!
E arriviamo così al giorno d’oggi, con circa 9 milioni di utenti che ancora usufruiscono del servizio di maggior tutela per l’energia elettrica (7 milioni per il gas).
Come detto, il Governo ha deciso che quello al 2024 è l’ultimo rinvio, e anche questi a partire da gennaio dovranno obbligatoriamente scegliere il libero mercato (che già detto così è un nonsense). Bontà loro, non tutti subito: i “vulnerabili” (persone estremamente svantaggiate dal punto di vista economico, oppure malati con apparecchiature terapeutiche alimentate con energia elettrica) potranno tentennare ancora un poco, ma tutti gli altri (si stima 5 o 6 milioni) fra gennaio e aprile dovranno decidere un nuovo operatore (o almeno una nuova formula contrattuale) oppure saranno “assegnati” a operatori commerciali. La scelta di garantire un periodo di proroga per i ‘vulnerabili’ appare dunque come un’ammissione di colpa: il passaggio al mercato libero esporrà i lavoratori e le lavoratrici alla schizofrenia del mercato, un rischio così evidente che si decide di evitarlo a categorie di soggetti particolarmente esposti. Ma allora perché non proteggere tutti?
La scelta del Governo è chiara. Mentre l’inflazione erode i salari e acuisce le disuguaglianze, una seppur minima tutela per i consumatori viene eliminata e milioni di utenti vengono abbandonati, contro la loro volontà, al mercato libero. Ciò, detto in altri termini, significa che mentre i salari si riducono, si sceglie di tutelare i profitti delle grandi multinazionali del settore energetico, le stesse che hanno visto ingrossare esageratamente i propri profitti. Nella stessa settimana, dunque, con una mano (anzi un mignolo) il Governo elargisce qualche spicciolo ai più poveri per affrontare il caro energia, con l’altra assesta il colpo finale a un meccanismo che dovrebbe arginare l’invasività del profitto in un settore fondamentale per la vita di noi tutti. E il tutto con la giustificazione ideologica che “libero mercato è meglio”, ripetendo come scolaretti – anche in questo campo – la lezione che giunge dall’Unione Europea.
04/05/2023
Il “taglio del cuneo”? Già mangiato dall’aumento della bolletta del gas
È così che va avanti un governo neoliberista in economia e fascista nel cervello, che sta assumendo il pieno controllo dei mezzi di comunicazione come ai “bei tempi” dell’Eiar del Ventennio. L’Osservatorio di Pavia ha infatti calcolato che il governo Meloni occupa da solo il 70% degli spazi informativi in Rai (e si lamentano pure se “passa” qualche opinione critica qua e là...).
La questione degli aumenti in bolletta è una prova provata.
Dopo 3 mesi di riduzioni, la bolletta del gas torna a crescere per la famiglia tipo in tutela, per i consumi di aprile, segnando un +22,4% rispetto a marzo. L’incremento – nonostante il prezzo medio del gas all’ingrosso sia sceso ancora una volta nello scorso mese, è dovuto alla riduzione, prevista dal recente ‘decreto bollette’ (DL 34/2023), della componente di “sconto UG2”, utilizzata nell’ultimo anno a beneficio dei consumatori per compensare gli aumenti.
Era una delle decisioni con cui il governo Draghi, chiaramente sulla stessa linea economica di quello attuale, aveva provato ad ammortizzare gli aumenti mostruosi della materia prima a seguito delle sanzioni Nato, che avevano comportato la rinuncia al poco costoso (e abbondante) gas russo. Visto che di aumenti dei salari, mangiati dall’inflazione, non si doveva e non si deve parlare, lo “sconto” veniva dipinto come una “misura a favore dei più deboli”.
Uno sconto ovviamente tutto a carico dei conti dello Stato (e per cui si è tagliato su altre spese sociali fondamentali, a cominciare dalla sanità), mentre risulta oggi un fallimento completo la misura “compensativa” pubblicizzata allora come decisiva: la tassazione degli extraprofitti realizzati dalle società energetiche (che avevano venduto in bolletta a prezzo maggiorato il gas che si erano procurati prima degli aumenti).
Le agenzie di stampa provano comunque a “vendere” questo aumento quasi come una buona notizia, perché non ostante l’aumento complessivo della bolletta per il mese di aprile la spesa gas per la famiglia tipo nell’anno (maggio 2022-aprile 2023) è di 1.532,49 euro, registrando un -3,9% rispetto ai 12 mesi equivalenti dell’anno precedente (maggio 2021- aprile 2022).
È chiaramente una presa in giro perché il “miglioramento percepito” è rispetto a un periodo eccezionale e terribile, in cui il prezzo internazionale del gas era addirittura quintuplicato sull’onda di guerra e sanzioni. In più gli “esperti” confidano sulla buona stagione, che riduce i consumi per il riscaldamento, alleggerendo così l’esborso finale. Ma è palese che si pagherà di più per consumare di meno.
L’aumento complessivo per l’utente tipo, per i consumi del mese di aprile rispetto al mese precedente, è infatti determinato da un leggero calo della spesa per la materia gas naturale (–3,1%) e da un calo della tariffa legata alla spesa per il trasporto e la misura (–4,0%). All’opposto l’aumento deriva tutto dal ritorno a pieno regime degli “oneri generali”: +29,5%.
Ovvero da una decisione politica di questo governo. Che con due mani ti svuota le tasche che aveva finto di riempirti (pochissimo) con una sola. Una sòla, insomma...
Fonte
04/01/2023
La stangata. Aumentano bollette, benzina, biglietti bus
A comunicarlo è l’Arera spiegando che a dicembre il prezzo della materia prima gas per i clienti con contratti in condizioni di tutela, è stato fissato in 116,6 euro/MWh, pari alla media dei prezzi rilevati quotidianamente durante tutto il mese. Nelle prime settimane di dicembre le quotazioni del gas hanno raggiunto anche punte di circa 135 euro/MWh.
Ma a gennaio scatterà anche l’aumento del prezzo dei carburanti, per la decisione del governo di abolire lo sconto sulle accise rimasto in vigore fino al 31 dicembre. Lo sconto sulle accise era stato introdotto dal governo Draghi per venire incontro alle famiglie sempre più alle prese con l’inflazione , il caro energia e gli effetti delle sanzioni contro la Russia. Ma adesso lo sconto non è stato esteso al nuovo anno. Il governo Meloni ha ritenuto di non prorogare ulteriormente lo “scudo”. Non solo. Il provvedimento di fine novembre (“Misure urgenti in materia di accise sui carburanti e di sostegno agli enti territoriali e ai territori delle Marche colpiti da eccezionali eventi meteorologici”), se da una parte ha prorogato fino al 31 dicembre 2022 il taglio delle accise sui carburanti, dall’altra aveva già dimezzato lo sconto.
Sul piano locale, invece, nei prossimi mesi sono previsti gli aumenti dei biglietti dell’autobus in diverse città, con punte fino al 33%.
Infine, aumentano anche i pedaggi autostradali. Con il nuovo anno è infatti scattato l’aumento del 2% per i pedaggi di Autostrade per l’Italia. Per luglio è previsto un altro aumento dell’1,34%.
Benvenuti nel primo anno di governo della Meloni, impegnata a fare le stesse cose che hanno fatto i governi precedenti, anzi peggio (vedi la fine dello sconto sulle accise della benzina). Invocare lo sconto sulle accise dai banchi dell’opposizione ed eliminarlo da quelli del governo è una furbata diventata fin troppo fastidiosa. Ma in fondo è bene sapere che per il governo lavoratori, pensionati, disoccupati non sono una priorità, mica sono albergatori, ristoratori, industriali o faccendieri.
Fonte
17/12/2022
Il coccodrillo piange quando ha la pancia piena
Elettricità Futura (energiafutura.it), che riunisce le imprese elettriche italiane sotto gli stendardi di Confindustria, e Utilitalia (utilitalia.it), la Federazione delle utilities pubbliche italiane, suonano la marcia funebre, perché la decisione dell’Authority ”sta già producendo gravi conseguenze su un settore industriale strategico per la sicurezza e l’indipendenza energetica dell’Italia con ricadute negative per l’occupazione e l’indotto della filiera nazionale”.
La solita minaccia: quando tocchi gli interessi degli azionisti, subito si evocano sfracelli occupazionali. Confingordigia non si smentisce mai.
E fin qui siamo al chiagni. Ed ecco il fotti: ”Gli operatori sarebbero costretti fino ad aprile 2023 a vendere energia a un prezzo significativamente inferiore a quello a cui la comprano, dovendo continuare a venderla a prezzi definiti 12 o 24 mesi prima, prezzi che sono stati possibili solo in presenza di coperture oggi scadute”.
Tradotto? Il governo ci dia i soldi che non possiamo avere dalle bollette, che abbiamo aumentato per fare quegli extraprofitti che rischiamo di non fare più.
E poi l’anatema. Le sanzioni previste dall’Autority si tradurrebbero, oltre che nelle perdite del guadagno non dovuto, ma preteso, anche in quelle “difficoltà già fronteggiate da molti mesi (drammatico incremento della morosità, crisi di liquidità, esponenziale incremento delle garanzie da prestare sui mercati, altre misure sui “presunti extra profitti”). È concreto – dicono in coro Elettricità futura e Utilitalia – il rischio di fallimento per molti operatori di vendita medio-piccoli con conseguenti danni per lo Stato, il sistema e i consumatori”.
Presi in flagrante, si succhiano le dita sporche di marmellata. Ma mentono, sapendo di mentire.
Dal che si evince la mentalità: quando voglio aumentare i prezzi non chiedo il permesso a nessuno, quando devo giustificare gli aumenti, ho bisogno di ciucciare la mammella dello Stato. Come al solito: neoliberisti quando si tratta di fare profitti privati, neokeynesiani quando si tratta di prendere denaro pubblico.
Tuttavia, stavolta, li smentisce la presa di posizione pubblica, come denuncia apertamente una pagina a pagamento sui principali quotidiani italiani, firmata dai più importanti marchi della Grande distribuzione (federdistribuzione.it) in cui tra l’altro, si legge:
”L’inflazione dei beni di consumo ha raggiunto a novembre il 12,8 per cento. […] Gli aumenti dei listini lordi di acquisti che abbiamo ricevuto quest’anno dalle aziende dell’industria del Largo consumo, infatti, sono state mediamene superiori al 20 per cento. […] Oggi non siamo in grado di assorbire ulteriori incrementi di costi, dovendo far fronte anche ai consistenti rincari dell’energia”.
Dunque – a parte la ferale conferma dell’ulteriore aumento generalizzato dei prezzi di tutti i generi alimentari e di largo consumo nei supermercati italiani – è un dato di fatto che i rincari energetici siano consistenti; allo stesso modo è evidente che le modifiche unilaterali del prezzo di fornitura di energia elettrica e di gas naturale siano state illegittime, unilaterali, appunto. E hanno pesato e peseranno sul carovita.
A proposito di pagine pubblicate su tutti i giornali italiani, non può sfuggire l’annuncio pubblicitario di Terna (terna.it) che dà consigli su come risparmiare i costi dell’energia, tra cui spicca il famoso “l’ultimo spenga la luce”.
L’involontarietà del gesto comico diventa un capitombolo grottesco: Terna dovrebbe occuparsi dell’efficienza delle infrastrutture, in modo che non si verifichino inutili sprechi o costose dispersioni. Dovrebbe rivolgersi alle aziende elettriche e alle municipalizzate, non agli utenti delle compagnie elettriche.
E allora perché ci viene a dire che per spendere di meno sull’energia dovremmo consumare di meno, invece che pagare di meno le bollette? Come mai questo impellente bisogno di correre in soccorso degli illeciti profitti energetici?
Non è mai una buona idea risparmiare energie per fare piena luce sugli espedienti per aumentare gli utili a spese di chi guadagna poco e spende troppo per pagare le bollette.
Fonte
14/12/2022
L’ingordigia di Confindustria
Una partita da 7 milioni e mezzo di contratti, con 2,6 milioni di consumatori che già starebbero pagando più del dovuto. In realtà la truffa è molto più grave, se si pensa che hanno realizzato extraprofitti rivendendo al prezzo maggiorato di oltre 10 volte quello che avevano già acquistato a prezzi nettamente inferiori.
Come si legge in un comunicato di USB (1) “la denuncia presentata dall’avv. Vincenzo Perticaro di USB si basava proprio sulla presa d’atto “di un ingiustificato rialzo dei prezzi del gas e dell’energia elettrica con una ingente moltiplicazione dei ricavi da parte delle società che li commercializzano e/o distribuiscono e ingenti danni per gli utenti” e chiamava in causa oltre le società oggi sotto inchiesta anche le autorità deputate al controllo, in particolare ARERA, AGCM e Mister Prezzi (Garante per la sorveglianza dei prezzi istituito presso l’allora Ministero per lo Sviluppo Economico – MISE)”.
Ci sarebbero gli estremi per il reato di truffa e aggiotaggio. Con l’aggravante che si tratta di aziende pubbliche o a partecipazione pubblica, i cui azionisti dovrebbero risponderne in solido, aziende i cui management andrebbero rimossi con effetto immediato. Ma so cuggini e fra parenti / non se fanno comprimenti / torneranno più cordiali / li rapporti personali / poetava Trilussa un secolo fa.
Fatto sta che, non solo hanno fatto ricorso contro la norma decretata dal governo Draghi che li costringeva a una maggiore tassazione su quei profitti illeciti, perdendo poi la causa davanti al Tar del Lazio a novembre, ma già ad agosto sono andati avanti, pretendendo aumenti, con quella formula truffaldina che va sotto il nome di modifica unilaterale delle condizioni contrattuali, che ha come sottotitolo cambio le regole quando mi pare, mi piace e mi conviene.
Contemporaneamente, come fosse un piano preordinato dall’intenzione di reiterare tutti quei comportamenti che servono a sfruttare la situazione senza scrupoli, ecco che Confindustria, alla quale sono iscritte le stesse aziende colpite dal provvedimenti dell’Antitrust, presenta un bel progetto, teso a mettere le mani sui finanziamenti pubblici in materia di transizione energetica.
Si chiama Proposta di riforma del mercato elettrico italiano, ed è stata presentata in occasione di un apposito seminario a cui hanno partecipato, tra gli altri, Gilberto Pichetto Fratin, Ministro dell’Ambiente e della sicurezza Energetica, e Stefano Besseghini, Presidente di ARERA, l’Autorità che dovrebbe vigilare sul corretto comportamento delle aziende energetiche.
Secondo gli organizzatori, la proposta punta a favorire lo sviluppo delle rinnovabili e il loro potenziale sul piano della competitività, costruendo un modello di mercato che separi la loro valorizzazione dal costo del gas.
Dice Aurelio Regina, Presidente del Gruppo tecnico Energia di Confindustria “In una fase in cui, durante l’estate, il prezzo del gas ha raggiunto picchi di aumento di oltre 12 volte il prezzo del gennaio 2021 e di circa 10 per il settore elettrico, invece che solidarietà e approccio comune in Europa abbiamo assistito a una concorrenza spietata per l’acquisto autonomo di rigassificatori e soluzioni autonome per l’approvvigionamento.” (2)
Insomma, gli aumenti sono colpa di “quelli che vengono da fuori”, non dell’insopportabile ingordigia delle aziende che il presidente rappresenta in Confindustria
Senza contare che i costi della “transizione energetica”, cioè la progressiva sostituzione di carbone, petrolio e gas, a favore di rinnovabili, si pretende siano scaricati sugli utenti delle aziende energetiche, in attesa di ricevere finanziamenti pubblici per le necessarie tecnologie. Come al solito, in Confindustria si parla solo e sempre con la bocca piena.
Dopo due anni di pandemia, in cui i profitti di queste aziende hanno sofferto il fermo della produzione e della mobilità, ecco che subito si sono voluti rifare con gli interessi, ben prima che scoppiasse la guerra in Ucraina.
Che è poi diventato uno straordinario, per non dire sensazionale, veicolo di aumenti generalizzati, non solo dell’energia. E riuniti fra de loro / senza l’ombra di un rimorso, / ce faranno un ber discorso/ su la Pace e sul Lavoro / pe quer popolo cojone / risparmiato dar cannone /, così Trilussa concludeva Ninna nanna de la guerra.
Perché la storia non si ripeta, oltre a denunciare con forza i trucchi delle aziende energetiche e le complicità politiche che li assecondano, è tempo di capire quali forme di lotta al caro-energia, causa del carovita e dell’inflazione, sia possibile mettere in campo per difendere le condizioni materiali di vita e di lavoro delle vittime della speculazione sulle bollette.
Va creato politicamente qualcosa di simile a quella che fu l’autoriduzione delle bollette negli anni Settanta, che costrinse il governo e le aziende all’introduzione delle fasce sociali, qualcosa di molto più efficace dei bonus a tempo, denari che non solo vengono bruciati, come il gas nelle caldaie, ma che diventano, neanche tanto paradossalmente, niente altro che una sorta di autorizzazione agli aumenti, come fossero semplici calamità, e non precise regole di accumulazione di capitale.
Note
1) https://www.usb.it/leggi-notizia/la-denuncia-di-usb-alle-procure-di-tutta-italia-ha-fatto-centro-lantitrust-mette-sotto-inchiesta-le-aziende-energetiche-1637.html
2) https://italia-informa.com/confindistria-proposta-riforma-mercato-elettrico.aspx
Fonte
25/10/2022
Energy subprime: profitti virtuali e fallimenti reali?
C'è una gran frenesia in giro, si fa un gran parlare degli aumenti in bolletta, ma il quadro della situazione è ben lungi dall'essere chiaro.
I prezzi di luce e gas praticati agli utenti del "mercato tutelato" sono determinati sulla base di parametri normativi: nelle condizioni attuali le quotazioni del mercato spot del gas sono schizzate verso l'alto, e questo si riverbera sulle bollette. C'è di vero, poi, che anche i contratti a lungo termine di approvvigionamento del gas hanno meccanismi di adeguamento del prezzo "gas-to-gas": non sono più "oil linked", cioè legati al prezzo di mercato del petrolio, il Brent in Europa, ma anche al mercato spot del gas, alle quotazioni del TTF, la piattaforma di trading basata in Olanda.
I prezzi di luce e gas praticati invece agli utenti del "mercato libero" sono contrattualizzati, nel senso che il fornitore si è impegnato a praticare un prezzo fisso per ogni KWh o Mc, per un determinato periodo di tempo, in genere biennale. In questo caso, il cliente non dovrebbe temere sorprese, visto che gli aumenti del costo degli approvvigionamenti sono un rischio di impresa per il fornitore. Per tutelare la clientela, il governo italiano ha fatto divieto di apportare modifiche unilaterali del contratto, ma alcuni fornitori stanno invece recedendo unilateralmente: in pratica, comunicano al cliente che non intendono più proseguire nel contratto di somministrazione. Si accollano il pagamento della penale, se prevista, ma chiudono la partita: su questo comportamento, l'Antitrust sta effettuando un monitoraggio.
Veniamo al punto: ci sono imprese che emettono bollette, cioè fatturano ai clienti del mercato tutelato, importi elevatissimi. In base ai costi sostenuti, si rileva che ci sono imprese che hanno dei profitti eccezionalmente elevati, e sono stati tassati per questo. Il fatto è che si tratta di un dato formale, riferito alla emissione della fattura, che non ha niente a che vedere con il pagamento effettivo della stessa. Se il cliente non paga la bolletta nei tempi previsti, il Conto economico ne risente ma nel Conto del patrimonio si iscriverà un "credito verso clienti", a meno che questa posta non sia corretta in negativo azzerandola per inesigibilità o corretta per il minor valore derivante dalla cessione del credito ai terzi che si occuperanno della riscossione.
Ne derivano due conseguenze: da una parte, per le forniture sul mercato tutelato, c'è una lievitazione dei fatturati, derivante dalla emissione di bollette, da cui deriva una aumento elevatissimo degli utili, che ancora deve tener conto degli effettivi pagamenti; dall'altra, per le forniture sul mercato libero, ci sono le cessazioni dei contratti per recesso unilaterale.
Per un verso ci sono i mancati introiti sulle vendite, per l'altro i maggiori costi che derivano dagli aumenti per il meccanismo "gas-to-gas" o per l'approvvigionamento diretto sul mercato spot.
Se le Bollette non vengono pagate, cade giù il teatrino di cartapesta.
Fonte