Indagine conoscitiva sulla competitività del sistema Italia, sulle dinamiche del PIL nel periodo 1992-2025 in rapporto alla media UE e sulle leve di intervento sui settori produttivi per sostenere la crescita economica: Emiliano Brancaccio, professore di economia politica presso l’Università degli studi di Napoli Federico II.
Il video dell'audizione.
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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19/04/2026
30/03/2026
L’aggressione all’Iran ci costerà 15 miliardi, secondo la CGIA
L’aggressione all’Iran condotta da Stati Uniti e Israele, anche se vede una partecipazione sottotraccia dell’Italia (ad esempio mettendo a disposizione la base di Sigonella per i droni statunitensi) impatterà sull’economia nazionale in maniera pesantissima. Stando alle analisi dell’Ufficio studi della CGIA di Mestre, se i consumi del 2026 dovessero mantenersi in linea con quelli dell’anno precedente, il paese dovrà affrontare rincari sulle bollette per 15,2 miliardi di euro.
Una stangata tragica per famiglie e sistema industriale, già in crisi e con prospettive di crescita da zero-virgola. Gli importi sarebbero suddivisi in 10,2 miliardi per l’energia elettrica e 5 miliardi per il gas. Il prezzo di quest’ultimo è schizzato verso l’alto di 26 euro per MWh (+81%), mentre l’elettricità ha fatto segnare un aumento di 41 euro per MWh (+38%).
Inoltre, a fare le spese di questi rincari sarà soprattutto il mondo delle imprese, che il governo dice sempre di voler difendere. Per le famiglie ci sarà un aggravio di 5,4 miliardi di euro, mentre il sistema produttivo dovrà pagare 9,8 miliardi aggiuntivi. Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna saranno le regioni più colpite, seguendo la geografia industriale del paese e la densità abitativa.
Ad essere esposte sono, ovviamente, soprattutto le piccole imprese, che non possono contare su fatturati capaci di attutire la caduta e far passare il momento di crisi. Secondo la CNA, la Confederazione nazionale dell’artigianato e della piccola e media impresa, ci sono a rischio 300 mila piccole imprese, sulle quali il costo dell’energia impatta tra il 12% e il 40% delle spese.
Sono aziende che impiegano 1 milione e mezzo di dipendenti. I risvolti sul lato della disoccupazione potrebbero portare a una spirale di crisi critica, a cui si devono aggiungere già i rincari che, ad ogni modo, le famiglie stanno per sperimentare. Sebbene si sia ancora lontani dai picchi del 2022, le quotazioni attuali di gas ed energia elettrica – rispettivamente 58 e 148 euro per MWh – andranno a erodere il potere d’acquisto.
Secondo Davide Tabarelli di Nomisma Energia, la “famiglia tipo” potrebbe trovarsi a pagare circa 600 euro in più all’anno. Solo per il gas, l’adeguamento delle tariffe riflette già un rialzo del 19%, traducendosi in una spesa extra di 285 euro su base annua per chi consuma mediamente 1.400 metri cubi.
Infine, è interessante sottolineare che la CGIA chiede la sospensione temporanea delle regole fiscali del Patto di Stabilità, oltre che il definitivo disaccoppiamento tra il prezzo del gas e quello dell’elettricità. L’architettura UE, ancora una volta, si presenta come un limite allo sviluppo di politiche che vadano incontro alle esigenze delle classi popolari, mentre sono state facilmente piegate quando si è trattato di finanziare il riarmo europeo.
Questa è una consapevolezza che deve apparire ormai chiara ai cittadini: la tendenza alla guerra dell’imperialismo e l’arroccarsi della UE nel proprio avvitamento guerrafondaio sta rendendo la vita impossibile alla maggioranza della popolazione, oltre a spingerci pericolosamente sul baratro della terza guerra mondiale.
Il fronte interno del governo Meloni si trova dunque ancor più sotto pressione: i soldi del “decreto bollette” potrebbero rivelarsi ancor più chiaramente come un’operazione scenografica e nulla più. C’è, inoltre, un ulteriore allarme, lanciato dalla presidente della BCE Christine Lagarde in un’intervista al The Economist.
Secondo Lagarde, le interruzioni delle forniture energetiche potrebbero protrarsi per anni e le aspettative di un rapido ritorno alla normalità potrebbero essere eccessivamente ottimistiche, dato che molte infrastrutture energetiche del Golfo sono state danneggiate. Il risultato è che lo shock per l’economia mondiale potrebbe essere maggiore di quanto immaginano gli esperti al momento. Allora, forse, è il momento che tutto il modello di sviluppo (anche energetico) venga messo in discussione, e si presenti un’alternativa.
Fonte
Una stangata tragica per famiglie e sistema industriale, già in crisi e con prospettive di crescita da zero-virgola. Gli importi sarebbero suddivisi in 10,2 miliardi per l’energia elettrica e 5 miliardi per il gas. Il prezzo di quest’ultimo è schizzato verso l’alto di 26 euro per MWh (+81%), mentre l’elettricità ha fatto segnare un aumento di 41 euro per MWh (+38%).
Inoltre, a fare le spese di questi rincari sarà soprattutto il mondo delle imprese, che il governo dice sempre di voler difendere. Per le famiglie ci sarà un aggravio di 5,4 miliardi di euro, mentre il sistema produttivo dovrà pagare 9,8 miliardi aggiuntivi. Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna saranno le regioni più colpite, seguendo la geografia industriale del paese e la densità abitativa.
Ad essere esposte sono, ovviamente, soprattutto le piccole imprese, che non possono contare su fatturati capaci di attutire la caduta e far passare il momento di crisi. Secondo la CNA, la Confederazione nazionale dell’artigianato e della piccola e media impresa, ci sono a rischio 300 mila piccole imprese, sulle quali il costo dell’energia impatta tra il 12% e il 40% delle spese.
Sono aziende che impiegano 1 milione e mezzo di dipendenti. I risvolti sul lato della disoccupazione potrebbero portare a una spirale di crisi critica, a cui si devono aggiungere già i rincari che, ad ogni modo, le famiglie stanno per sperimentare. Sebbene si sia ancora lontani dai picchi del 2022, le quotazioni attuali di gas ed energia elettrica – rispettivamente 58 e 148 euro per MWh – andranno a erodere il potere d’acquisto.
Secondo Davide Tabarelli di Nomisma Energia, la “famiglia tipo” potrebbe trovarsi a pagare circa 600 euro in più all’anno. Solo per il gas, l’adeguamento delle tariffe riflette già un rialzo del 19%, traducendosi in una spesa extra di 285 euro su base annua per chi consuma mediamente 1.400 metri cubi.
Infine, è interessante sottolineare che la CGIA chiede la sospensione temporanea delle regole fiscali del Patto di Stabilità, oltre che il definitivo disaccoppiamento tra il prezzo del gas e quello dell’elettricità. L’architettura UE, ancora una volta, si presenta come un limite allo sviluppo di politiche che vadano incontro alle esigenze delle classi popolari, mentre sono state facilmente piegate quando si è trattato di finanziare il riarmo europeo.
Questa è una consapevolezza che deve apparire ormai chiara ai cittadini: la tendenza alla guerra dell’imperialismo e l’arroccarsi della UE nel proprio avvitamento guerrafondaio sta rendendo la vita impossibile alla maggioranza della popolazione, oltre a spingerci pericolosamente sul baratro della terza guerra mondiale.
Il fronte interno del governo Meloni si trova dunque ancor più sotto pressione: i soldi del “decreto bollette” potrebbero rivelarsi ancor più chiaramente come un’operazione scenografica e nulla più. C’è, inoltre, un ulteriore allarme, lanciato dalla presidente della BCE Christine Lagarde in un’intervista al The Economist.
Secondo Lagarde, le interruzioni delle forniture energetiche potrebbero protrarsi per anni e le aspettative di un rapido ritorno alla normalità potrebbero essere eccessivamente ottimistiche, dato che molte infrastrutture energetiche del Golfo sono state danneggiate. Il risultato è che lo shock per l’economia mondiale potrebbe essere maggiore di quanto immaginano gli esperti al momento. Allora, forse, è il momento che tutto il modello di sviluppo (anche energetico) venga messo in discussione, e si presenti un’alternativa.
Fonte
02/06/2025
Francia - Le PMI travolte dalla crisi
Pubblichiamo di seguito una traduzione e sintesi di un articolo comparso la scorsa settimana su Le Monde, che – con il supporto di dati economici e analisi tecniche – testimonia la crisi profonda e trasversale che sta colpendo l’industria europea nel contesto della riconversione bellica.
A essere investiti da questa transizione non sono infatti soltanto i paesi periferici dell’Unione, ma anche quelli del cosiddetto core europeo, come la Francia, dove l’impatto sociale ed economico delle nuove politiche industriali si sta manifestando in modo sempre più evidente.
Uno dei casi più emblematici è quello dello stabilimento ArcelorMittal di Dunkerque, tra i più importanti impianti siderurgici europei. L’azienda ha annunciato un piano di ristrutturazione che prevede il licenziamento di centinaia di lavoratori – una misura che ha immediatamente sollevato proteste da parte dei sindacati, della società civile e di diverse forze politiche. La mobilitazione ha assunto rapidamente dimensioni nazionali, trasformando la vertenza in un caso politico, finito al centro del dibattito anche durante le celebrazioni del Primo Maggio.
Proprio in occasione del primo maggio, i riflettori si sono concentrati su Dunkerque, dove gli operai dell’acciaieria sono scesi in sciopero per denunciare i rischi occupazionali e ambientali legati alla riconversione “verde” e alla riallocazione degli investimenti in funzione delle nuove priorità belliche europee.
Ma il caso ArcelorMittal non è un’eccezione isolata, né in Francia, né nel resto d’Europa. Dalla Germania alla Spagna, passando per Belgio, Italia e Paesi Bassi, sono sempre più numerose le imprese industriali, in particolare nel comparto metallurgico, energetico e automobilistico, a vivere una fase di profonda incertezza e riconfigurazione.
Gli obiettivi di decarbonizzazione si intrecciano con politiche di riarmo e riconversione della produzione a scopi militari, imponendo una trasformazione accelerata per la quale le aziende non sono preparate.
Molti osservatori denunciano il rischio di una “transizione punitiva”, che scarica i costi sulle fasce più vulnerabili della forza lavoro, mentre gli incentivi pubblici finiscono per favorire i grandi gruppi transnazionali senza garantire occupazione stabile o sostenibilità sociale.
Vediamo l’inchiesta sul caso francese. Partout en France, les PME balayées par la crise.
A essere investiti da questa transizione non sono infatti soltanto i paesi periferici dell’Unione, ma anche quelli del cosiddetto core europeo, come la Francia, dove l’impatto sociale ed economico delle nuove politiche industriali si sta manifestando in modo sempre più evidente.
Uno dei casi più emblematici è quello dello stabilimento ArcelorMittal di Dunkerque, tra i più importanti impianti siderurgici europei. L’azienda ha annunciato un piano di ristrutturazione che prevede il licenziamento di centinaia di lavoratori – una misura che ha immediatamente sollevato proteste da parte dei sindacati, della società civile e di diverse forze politiche. La mobilitazione ha assunto rapidamente dimensioni nazionali, trasformando la vertenza in un caso politico, finito al centro del dibattito anche durante le celebrazioni del Primo Maggio.
Proprio in occasione del primo maggio, i riflettori si sono concentrati su Dunkerque, dove gli operai dell’acciaieria sono scesi in sciopero per denunciare i rischi occupazionali e ambientali legati alla riconversione “verde” e alla riallocazione degli investimenti in funzione delle nuove priorità belliche europee.
Ma il caso ArcelorMittal non è un’eccezione isolata, né in Francia, né nel resto d’Europa. Dalla Germania alla Spagna, passando per Belgio, Italia e Paesi Bassi, sono sempre più numerose le imprese industriali, in particolare nel comparto metallurgico, energetico e automobilistico, a vivere una fase di profonda incertezza e riconfigurazione.
Gli obiettivi di decarbonizzazione si intrecciano con politiche di riarmo e riconversione della produzione a scopi militari, imponendo una trasformazione accelerata per la quale le aziende non sono preparate.
Molti osservatori denunciano il rischio di una “transizione punitiva”, che scarica i costi sulle fasce più vulnerabili della forza lavoro, mentre gli incentivi pubblici finiscono per favorire i grandi gruppi transnazionali senza garantire occupazione stabile o sostenibilità sociale.
Vediamo l’inchiesta sul caso francese. Partout en France, les PME balayées par la crise.
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ANALISI – Tra inflazione, costi energetici e tensioni commerciali, migliaia di imprese francesi lottano per sopravvivere. Le procedure concorsuali hanno toccato nel 2024 il livello più alto degli ultimi quindici anni e continuano a crescere nel 2025.
Mentre 200 imprenditori celebrano la creatività francese al castello di Versailles durante il summit Choose France, la realtà nei tribunali commerciali è ben diversa. A Bordeaux, la mole di aziende in crisi ha reso necessaria una terza sezione del tribunale. Solo nel primo trimestre 2025, 17.897 imprese sono entrate in procedura giudiziaria, tra cui oltre 12.000 in liquidazione. L’aumento è del 2,3% rispetto all’anno precedente, con circa 50.000 posti di lavoro coinvolti.
Le testimonianze raccolte rivelano difficoltà comuni: aumento dei costi energetici, scarsa visibilità e nuove pressioni come i dazi doganali rilanciati da Donald Trump. A queste si sommano trasformazioni settoriali che colpiscono duramente l’automotive e l’abbigliamento.
I licenziamenti si moltiplicano. Nel quarto trimestre 2024, il Ministero del Lavoro ha registrato 157 piani di salvaguardia dell’occupazione (PSE), in crescita dell’11,3%, con 11.300 posti tagliati. Su base annua, i PSE sono aumentati del 38,9%.
Il 13 maggio, in diretta su TF1, la leader della CGT, Sophie Binet, ha mostrato a Emmanuel Macron una mappa dei piani sociali: 400 contro i 130 dell’anno precedente, con 200.000 posti di lavoro a rischio. «Questa mappa rappresenta ogni volta drammi umani, sofferenze e incertezze. Non la sottovaluto e siamo mobilitati su ogni sito», ha risposto il capo dello Stato, sottolineando come essa rifletta «realtà molto diverse». Le Monde ha scelto di raccontarne alcune.
Nelle turbolenze della congiuntura internazionale
Dalla Vandea all’Ucraina, le piccole e medie imprese francesi affrontano una lunga serie di scossoni. Benoît Carré, a capo di un’azienda storica di macchine agricole, aveva appena firmato un contratto milionario a Zaporijia poco prima dell’invasione russa del 2022. «Abbiamo restituito il deposito. Da lì è iniziata la nostra discesa», racconta. La guerra, l’impennata dei prezzi dell’energia e l’inflazione delle materie prime hanno colpito duramente. Il suo fatturato è crollato da 21 a 9,5 milioni in due anni; i dipendenti da 140 a 80.
Con vendite crollate e rate residue di un vecchio piano di salvaguardia, Carré ha chiesto l’amministrazione controllata. «Ci salva nel lungo termine, ma ha un costo: oltre 100.000 euro in consulenze». Una situazione aggravata dalla mancanza di visibilità e dal contesto geopolitico instabile.
Storie simili si ripetono in tutta l’industria francese. BeLink Solutions, azienda elettronica di Sarthe, un tempo fiore all’occhiello del settore, ha visto gli organici scendere da 1.000 a 140 persone e i ricavi crollare da 300 a 15 milioni. Anche MMT-B, ex impianto Ford a Blanquefort, oggi del fondo tedesco Mutares, ha annunciato 197 esuberi. In entrambi i casi, anni di acquisizioni e mancati investimenti hanno lasciato le imprese vulnerabili.
«Soffriamo una tripla pressione: regolamentare, tecnologica e concorrenziale», afferma Olivier Boidin, direttore di MMT-B, che dipende ancora quasi esclusivamente da Ford. Progetti di diversificazione, come colonnine elettriche o robot da giardino, restano insufficienti. I lavoratori restano diffidenti verso i fondi azionisti, accusati di non aver investito davvero nei siti.
Anche la ristorazione è in crisi nera. In Charente, Brice Labarde, cuoco de L’Alchimiste, ha richiesto la proroga della protezione giudiziaria. «Da dieci siamo rimasti in cinque», spiega. I ristoratori denunciano costi triplicati, meno clientela d’affari e margini ridotti: «Il burro è passato da meno di 4 a 9,60 euro al chilo», dice Christophe Beuque di Chez Paul, che ha dimezzato lo staff. Dal 2019, le insolvenze nel settore con oltre 10 dipendenti sono cresciute del 218%.
Nel solo primo trimestre 2025, sono stati 2.783 i casi nel comparto alberghiero e ristorativo, +36,3% in un anno. Secondo il Consiglio degli amministratori giudiziari, il 94% delle aziende in procedura ha meno di 10 dipendenti. Una crisi diffusa, silenziosa, che sta svuotando il cuore produttivo della Francia.
Le ristrutturazioni senza fine nel commercio dell’abbigliamento
Il 13 maggio, una trentina di dipendenti del tech-center di Etam hanno manifestato contro la chiusura del sito di Marcq-en-Barœul, unico centro di progettazione in Francia, che comporterà il loro licenziamento. L’azienda motiva la decisione con la bassa attività del sito e con un contesto economico difficile: inflazione, aumento dei costi e cambiamenti nei consumi.
La crisi del settore dell’abbigliamento prosegue: dopo Camaïeu, anche Jennyfer è in pericolo con 999 posti di lavoro a rischio. Il destino degli altri lavoratori non è migliore: André è di nuovo in amministrazione controllata, con vendite in calo e solo 16 negozi rimasti. Intanto, la precarietà nel settore colpisce soprattutto donne e giovani con contratti instabili.
Le ex dipendenti Etam temono di non poter più esercitare il loro mestiere in Francia, ormai svuotata di produzione.
Il fardello della pandemia di Covid-19
Quando Le Moulin, la sua azienda di ristorazione rapida e fatta in casa con filiera corta, è stata messa in amministrazione controllata, Tom Thiellet l’ha subito reso noto sui social. «Questo può preoccupare clienti e fornitori, ma è anche un modo per informare: il grande pubblico non si rende conto di quanto sia difficile e brutale dirigere un’azienda negli anni che stiamo attraversando», spiega.
Fondata a Lione nel 2006, l’azienda – riconosciuta come “impresa solidale di utilità sociale” – impiega 90 dipendenti in due punti vendita e un laboratorio di produzione. Il suo modello di pasti da asporto o consegnati per i “cittadini attivi” di Lione e di catering per eventi è stato particolarmente colpito dalle restrizioni sanitarie.
«Abbiamo usufruito della cassa integrazione per i nostri dipendenti, ma non copriva l’intero stipendio, quindi abbiamo deciso di pagare la differenza», ricorda Tom Thiellet. «Bisognava anche continuare a pagare i contributi. Ogni periodo di restrizioni sull’attività degli eventi significava una perdita del 30-35% del nostro fatturato. Non riuscivamo più a far fronte alle spese, il prestito garantito dallo Stato è stata l’unica soluzione che ci è stata proposta».
Introdotti nel 2020, i prestiti garantiti dallo Stato (PGE), che potevano superare i limiti abituali (fino al 25% del fatturato), hanno attratto soprattutto le TPE (microimprese, meno di 10 dipendenti e meno di 2 milioni di fatturato) e le PMI (fino a 250 dipendenti e 50 milioni di fatturato): hanno ricevuto il 98% degli 804.000 PGE concessi (escluse le grandi imprese), secondo BPIFrance. Secondo un bilancio della Federazione bancaria francese del 25 marzo, «il rimborso procede come previsto». Tuttavia, il 4% dei dirigenti di TPE-PMI teme di non riuscire a rimborsare i prestiti.
Le Moulin ha ottenuto 650.000 euro. Ma ha dovuto affrontare l’inflazione dei prezzi alimentari, il quadruplicarsi della bolletta elettrica e l’espansione del lavoro in remoto. «Con le persone che lavorano da casa due o tre giorni alla settimana, abbiamo dovuto trovare il doppio dei clienti per mantenere i volumi di vendita», spiega Tom Thiellet.
Un incontro di conciliazione con la banca, all’inizio del 2023, ha permesso di rinviare il rimborso, ma con un aumento dei tassi d’interesse. Nonostante un incremento del 15% del fatturato tra il 2023 e il 2024, non è bastato. «Abbiamo voluto da soli creare le condizioni per rimborsare il nostro debito, fino a metterci a rischio», ammette Thiellet. «L’amministrazione controllata ci ha dato respiro, forse avremmo dovuto farlo prima».
Grandi gruppi che si ristrutturano per restare competitivi
Diverse imprese in utile hanno deciso di ridurre il personale nelle ultime settimane, annunciando piani di salvaguardia dell’occupazione (PSE) nell’ambito di “piani di riorganizzazione”, come nel caso di ArcelorMittal (636 posti), o di “adeguamenti operativi”, come per il produttore di vetro O-I Glass con il piano Fit to Win – «in forma per vincere» – (556 posti). Misure presentate come necessarie per mantenere la «competitività» in un contesto di crisi.
Il gruppo siderurgico deve affrontare una «diminuzione della domanda e un forte aumento delle importazioni» di acciaio europeo, in un contesto di feroce concorrenza cinese, aumento dei costi energetici in Europa e incremento del 25% dei dazi su acciaio e alluminio imposti da Donald Trump.
O-I Glass, dal canto suo, parla di un «mercato del vetro in Francia messo a dura prova, principalmente per via del rallentamento del mercato vinicolo». Il settore del vino vive un calo continuo delle vendite, passate da 46 milioni di ettolitri negli anni ’70 a 24 milioni nel 2023. Il fatturato del gruppo americano è sceso dell’8% nel 2024, attestandosi a 6,5 miliardi di dollari, a causa del calo dei volumi ma anche dell’aumento dei costi di gestione degli stock.
In entrambi i casi, questi annunci hanno suscitato la collera dei sindacati. Pur non negando le difficoltà, quelli di ArcelorMittal hanno immediatamente contrapposto i buoni risultati del gruppo, che nel 2024 ha registrato un utile netto di 1,34 miliardi di dollari. «Si può giustificare tutto, se si è in malafede», commenta Stéphane Leroy, delegato CGT presso O-I Glass. «Se colpiscono il personale, è prima di tutto per conservare i margini di profitto». O-I Glass ha registrato un utile ante imposte di 38 milioni di dollari, in calo rispetto ai 67 milioni del 2023.
Fonte
03/10/2022
Cina - Primi effetti positivi della politica fiscale
Oggi in Cina è la festa per la fondazione della Repubblica. Inizia la golden week. Nella pre-pandemia milioni di cinesi erano soliti fare una vacanza all’estero. In Italia arrivavano circa 3 milioni di cinesi, destagionalizzando il settore turistico. Ora non è più così, ci sono restrizioni Covid ed è probabile che si sviluppi il turismo interno come negli ultimi tre anni. Ci sono vari articoli di celebrazione della Repubblica, ma ho deciso di sottoporvi un articolo apparso oggi su Xinhua circa gli effetti degli aiuti a favore di lavoratori autonomi e Pmi. Come scritto nei mesi scorsi, la Cina dà vita alla “Terza Gamba”, dopo aver favorito colossi pubblici e privati. È una misura schumpetariana volta ad innescare innovazioni produttive provenienti dal basso e rivitalizzare il tessuto urbano e campagnolo. Mesi fa sostenni che tali misure furono adottate nella Prima Repubblica proprio per favorire innovazioni dal basso. Da queste politiche, nei decenni successivi, nacquero le “mini multinazionali”. La Cina, ancora una volta, ammirandolo, vede il modello italiano da seguire ed emulare. Peccato che noi non abbiamo più colossi pubblici in grado di intercettare le innovazioni delle Pmi, spesso sono multinazionali estere a farlo e si perdono saperi manifatturieri. Un motivo in più per rivendicare un ruolo pubblico nell’economia del nostro Paese per dare un futuro alle giovani generazioni. La politica fiscale espansiva cinese incomincia, come risulta dall’articolo, a dare i primi frutti, ma essi si vedranno soprattutto nei prossimi anni. Buona lettura.
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“Le entrate fiscali cinesi rimbalzano mentre le politiche a favore della crescita danno i loro frutti (Xinhua) 15:47, 01 ottobre 2022 PECHINO, ott. 1 (Xinhua) — Il gettito fiscale e il gettito fiscale cinesi erano entrambi in via di guarigione dopo un calo durato mesi, un segno che le politiche a favore della crescita stavano prendendo piede. Le entrate fiscali del paese sono cresciute del 5,6% su base annua ad agosto dopo una serie negativa iniziata ad aprile, mentre le entrate fiscali sono aumentate dello 0,6%, il primo aumento da marzo, secondo i dati ufficiali. La ripresa delle entrate fiscali è il risultato della ripresa economica, ha affermato in un’intervista Li Chao, capo economista di Zheshang Securities. Oltre alla crescita sostenuta dalle politiche, gli analisti hanno anche citato il completamento di un rimborso dell’imposta sul valore aggiunto (IVA) su larga scala, riducendo l’onere sulle entrate fiscali. Il paese ha lanciato la campagna di rimborso del credito IVA su larga scala ad aprile per alleviare l’onere finanziario per i contribuenti. Dall’inizio di quest’anno a settembre. Il 20, il paese aveva rimborsato 2,2 trilioni di yuan (circa 309,9 miliardi di dollari USA) di credito IVA e approvato pagamenti differiti su 632,6 miliardi di yuan di tasse e commissioni, secondo l’Amministrazione fiscale statale. Gli enti di mercato sono stati tra i principali beneficiari dello sgravio fiscale. I dati fiscali hanno mostrato che i ricavi delle vendite delle società in tutta la Cina sono aumentati del 5,2% ad agosto rispetto a un anno fa, con un aumento di 2,1 punti percentuali rispetto a luglio. Nei primi otto mesi dell’anno, le entrate fiscali sono state pari a circa 11,32 trilioni di yuan, in calo del 12,6% su base annua, secondo i dati del Ministero delle Finanze. Escludendo l’impatto dei rimborsi del credito IVA, le entrate sono cresciute dell’1,1% rispetto all’anno precedente. L’imposta sui consumi interni è aumentata dell’8,7% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, mentre le entrate dell’imposta sul reddito delle persone fisiche e dell’imposta sulle società sono aumentate rispettivamente dell’8,9% e del 2,5%. La tassa sull’acquisto di automobili è scesa del 30,5% su base annua nei primi otto mesi, poiché il governo ha deciso a fine maggio di dimezzare la tassa sull’acquisto di automobili per alcune autovetture. La mossa ha portato a una riduzione delle tasse per un totale di oltre 23 miliardi di yuan da giugno ad agosto, che secondo gli analisti ha contribuito a stimolare i consumi. Gli sconti sulle tasse all’esportazione sono aumentati di 207,8 miliardi di yuan, o del 18,2%, a 1,35 trilioni di yuan nel periodo gennaio-agosto rispetto allo scorso anno. Ha contribuito a rafforzare la crescita del commercio estero, secondo Xie Wen, un funzionario dell’amministrazione. Secondo gli analisti, per il resto dell’anno, le politiche estese a sostegno delle entità di mercato, inclusi i differimenti del pagamento delle tasse e i rimborsi del credito IVA, potrebbero pesare sulle entrate fiscali. Il Paese ha consentito alle micro, piccole e medie imprese e ai lavoratori autonomi del settore manifatturiero di posticipare il pagamento di alcune tasse e commissioni per un valore di circa 440 miliardi di yuan fino alla fine dell’anno. Il settore manifatturiero dovrebbe ricevere altri 32 miliardi di yuan di rimborso del credito IVA negli ultimi quattro mesi di quest’anno. Per sostenere i fondamentali economici nel quarto trimestre, la Cina ha promesso maggiori sforzi, compreso il pieno utilizzo degli strumenti finanziari sostenuti dalla politica e orientati allo sviluppo per accelerare la costruzione delle infrastrutture. “Questi strumenti, insieme a circa 500 miliardi di yuan di obbligazioni speciali inutilizzate che saranno emesse entro la fine di questo mese, stimoleranno la crescita nel prossimo futuro senza esercitare un’ulteriore pressione sulla spesa fiscale”, ha affermato Zhao Wei, capo economista di Sinolink Securities. La spesa fiscale cinese nei primi otto mesi è aumentata del 6,3% anno su anno a 16,5 trilioni di yuan, secondo i dati ufficiali.”
Fonte
01/11/2021
Termina oggi il blocco dei licenziamenti per le Pmi
Il governo implementa oggi un altro tassello per il ritorno a quell’odiosa “normalità”, in termini politico-economici, non certo sanitari, registrata prima della pandemia. Infatti, termina oggi il blocco ai licenziamenti anche per le piccole e media imprese (Pmi), aggiungendosi dunque a quello già scaduto per le “grandi”.
In pratica, lo sblocco reintroduce la disciplina del Jobs Act sui licenziamenti anche per quelle imprese che occupano meno di 250 persone, il cui fatturato annuo non supera i 50 milioni di euro oppure il cui totale di bilancio annuo non supera i 43 milioni, ossia i parametri statistici della grande impresa.
Già da questi numeri si può facilmente immaginare come lo sblocco investa la stragrande maggioranza delle attività economiche presenti sul nostro territorio. I numeri confermano questa impressione, visto che le Pmi rappresentano più del 90% del tessuto produttivo italiano e impiegano più dell’80% della forza lavoro del paese – qui indipendentemente dalla qualifica e dall’inquadramento – quota che aumenta di peso man mano che ci si sposta verso il Mezzogiorno.
Un’altra mannaia per il mondo del lavoro in “uscita” dalla pandemia, che si affianca alla tutt’altro che entusiasmante discussione sul ritorno del sistema pensionistico alla legge Fornero (per ora, posticipata di appena un anno), al topolino partorito dalla riforma degli ammortizzatori sociali targato Orlando (doveva rivoluzionare l’istituto a marzo, impiegare 8 miliardi a luglio, siamo a circa 3,5 nelle legge di bilancio inviata a Bruxelles) e lo spettro della riforma fiscale, i cui tagli affidati alla legge delega ancora non indicano quale delle parti – grandi imprese e lavoratori/piccoli proprietari hanno interessi costitutivamente opposti – beneficerà della riforma.
Tornando allo sblocco, questo riguarda quasi 15 milioni di lavoratori e lavoratrici, la metà dei quali in imprese con meno di 10 dipendenti, concentrati soprattutto nei settori dei servizi, dell’edilizia e dell’agricoltura, ossia quelli, nel reflusso generale, con il più basso tasso di sindacalizzazione.
Non che i grandi confederali come CgilCislUil abbiano dimostrato nell’ultimo mezzo secolo di assicurare di per sé la tutela del posto di lavoro, tutt’altro, ma la “solitudine” del lavoratore o della lavoratrice nei confronti del padrone rischia di far passare sottotraccia, più di quanto già non facciano i grandi media d’informazione, una sforbiciata al malandato mercato del lavoro italiano.
Il blocco dei licenziamenti, introdotto il 17 marzo del 2020, pur nei limiti della sua disciplina ha comunque avuto un effetto cuscinetto nei confronti della sofferente occupazione del paese, probabilmente più grazie ai miliardi sganciati dal governo per le varie tipologie di Cassa integrazione messi a disposizione delle imprese, ma rivelatosi inefficace sia verso i licenziamenti disciplinari (non inclusi nell’istituto e non a caso arrivati a numeri da record in questi 18 mesi), sia verso i contratti a tempo determinato, perlopiù giunti a “naturale scadenza” nel corso della pandemia e ripresi, con moderazione, nel periodo di riapertura estiva.
Il flusso che sarà registrato dalle Comunicazioni obbligatorie dell’Insp su “instaurazione, proroga, trasformazione e cessazione dei rapporti di lavoro” dirà, verosimilmente da qui a fine anno, l’impatto dello sblocco sul mondo del lavoro – al netto delle 9-13 settimane di Cassa Covid rinnovate per alcuni settori interessati dalla Cassa in deroga, in aggiunta a tessile, moda e pelletterie.
Ma a giudicare dal forte segno antioperaio impresso dall’esecutivo Draghi (la vicenda Alitalia è solo l’ultima di una serie di casi esemplari) e dalla totale subalternità dimostrata da CgilCislUil al governo (lo spettro dello sciopero per il ritorno alla Fornero non è durato che per qualche ora), di certo non c’è da “stare sereni”.
Fonte
In pratica, lo sblocco reintroduce la disciplina del Jobs Act sui licenziamenti anche per quelle imprese che occupano meno di 250 persone, il cui fatturato annuo non supera i 50 milioni di euro oppure il cui totale di bilancio annuo non supera i 43 milioni, ossia i parametri statistici della grande impresa.
Già da questi numeri si può facilmente immaginare come lo sblocco investa la stragrande maggioranza delle attività economiche presenti sul nostro territorio. I numeri confermano questa impressione, visto che le Pmi rappresentano più del 90% del tessuto produttivo italiano e impiegano più dell’80% della forza lavoro del paese – qui indipendentemente dalla qualifica e dall’inquadramento – quota che aumenta di peso man mano che ci si sposta verso il Mezzogiorno.
Un’altra mannaia per il mondo del lavoro in “uscita” dalla pandemia, che si affianca alla tutt’altro che entusiasmante discussione sul ritorno del sistema pensionistico alla legge Fornero (per ora, posticipata di appena un anno), al topolino partorito dalla riforma degli ammortizzatori sociali targato Orlando (doveva rivoluzionare l’istituto a marzo, impiegare 8 miliardi a luglio, siamo a circa 3,5 nelle legge di bilancio inviata a Bruxelles) e lo spettro della riforma fiscale, i cui tagli affidati alla legge delega ancora non indicano quale delle parti – grandi imprese e lavoratori/piccoli proprietari hanno interessi costitutivamente opposti – beneficerà della riforma.
Tornando allo sblocco, questo riguarda quasi 15 milioni di lavoratori e lavoratrici, la metà dei quali in imprese con meno di 10 dipendenti, concentrati soprattutto nei settori dei servizi, dell’edilizia e dell’agricoltura, ossia quelli, nel reflusso generale, con il più basso tasso di sindacalizzazione.
Non che i grandi confederali come CgilCislUil abbiano dimostrato nell’ultimo mezzo secolo di assicurare di per sé la tutela del posto di lavoro, tutt’altro, ma la “solitudine” del lavoratore o della lavoratrice nei confronti del padrone rischia di far passare sottotraccia, più di quanto già non facciano i grandi media d’informazione, una sforbiciata al malandato mercato del lavoro italiano.
Il blocco dei licenziamenti, introdotto il 17 marzo del 2020, pur nei limiti della sua disciplina ha comunque avuto un effetto cuscinetto nei confronti della sofferente occupazione del paese, probabilmente più grazie ai miliardi sganciati dal governo per le varie tipologie di Cassa integrazione messi a disposizione delle imprese, ma rivelatosi inefficace sia verso i licenziamenti disciplinari (non inclusi nell’istituto e non a caso arrivati a numeri da record in questi 18 mesi), sia verso i contratti a tempo determinato, perlopiù giunti a “naturale scadenza” nel corso della pandemia e ripresi, con moderazione, nel periodo di riapertura estiva.
Il flusso che sarà registrato dalle Comunicazioni obbligatorie dell’Insp su “instaurazione, proroga, trasformazione e cessazione dei rapporti di lavoro” dirà, verosimilmente da qui a fine anno, l’impatto dello sblocco sul mondo del lavoro – al netto delle 9-13 settimane di Cassa Covid rinnovate per alcuni settori interessati dalla Cassa in deroga, in aggiunta a tessile, moda e pelletterie.
Ma a giudicare dal forte segno antioperaio impresso dall’esecutivo Draghi (la vicenda Alitalia è solo l’ultima di una serie di casi esemplari) e dalla totale subalternità dimostrata da CgilCislUil al governo (lo spettro dello sciopero per il ritorno alla Fornero non è durato che per qualche ora), di certo non c’è da “stare sereni”.
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