Con il solito senso del “servizio”, o del servitore, la stampa italiana ha dato conto delle lamentazioni e delle richieste del presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, al Festival dell’economia di Trento.
Pura trascrizione del ragionamento, senza alcuna domanda sulle scelte degli imprenditori italiani, come se lo sguardo indagatore della stampa fosse programmato per fermarsi ai cancelli delle fabbriche o ai portoni degli uffici. Come se ci si potesse occupare degli effetti di una crisi senza nulla voler sapere delle cause.
Vediamo un attimo qualche dettaglio. Interrogato sull’evidente crisi della produzione Orsini ha dato in primo luogo la colpa a cause esterne. «L’industria italiana è penalizzata dagli alti costi dell’energia, abbiamo un gap che ci vede al 27° posto nella Ue. Questo è un problema, speriamo che si riesca a trovare una soluzione per Hormuz e che il conflitto possa finire. Non vogliamo delocalizzare le nostre industrie e deindustrializzare il nostro Continente».
Sicuramente è un fattore rilevante, che dovrebbe far alzare la voce contro un governo incapace e un sistema europeo dei prezzi dell’energia – collegato automaticamente al prezzo più alto del gas, secondo un meccanismo delirante – chiedendo dunque una revisione veloce e drastica di una serie di decisioni che favoriscono solo la speculazione e i profitti delle società energetiche.
Nemmeno per sogno... «In un momento come questo l’Europa deve unirsi per poter varare politiche economiche vere a sostegno delle imprese. Imprese e lavoratori sono la stessa cosa, è in gioco la tenuta sociale dell’Italia e della UE. Ad oggi però le politiche europee sono deficitarie».
Le “politiche a sostegno delle imprese”, specie in Italia, sono state quasi sempre unilaterali e deflazionistiche. Ossia: orientate alla moderazione salariale (il costo del lavoro, come quello dell’energia, entra nella formazione del prezzo di tutte le merci, ma è quello considerato più semplice da ridurre per via politica) e alla riduzione del “salario sociale” (welfare, sanità, istruzione, servizi sociali).
Problema immediatamente derivante: salari deboli significano basso potere d’acquisto, quindi “domanda debole” per merci prodotte qui che devono cercarsi compratori altrove, sul mercato internazionale. Dove però incontrano – come anche sul piano nazionale – competitori molto ben attrezzati (cinesi o di altri paesi) oppure ferocemente “protetti” da dazi politicamente decisi (Stati Uniti, che però non riescono lo stesso ad essere “competitivi” ma si limitano a rendere più costose le importazioni, con effetti inflazionistici per i propri cittadini).
Tanto meno Confindustria mette in discussione la tendenza dei propri iscritti – le imprese industriali, appunto – a vendere l’attività e dedicarsi alla finanza oppure a business sussidiati (come la sanità “privata” garantita dai soldi pubblici).
Il resto è la solita solfa. Nell’automotive «non vogliamo fabbriche cacciavite, assemblando componenti dall’estero, dobbiamo salvaguardare tutta la filiera». “Purtroppo”, dice Orsini, bisogna fare i conti con la concorrenza cinese: «chi produce in Cina è sostenuto per il 30% dallo Stato per conquistare nuovi mercati. Senza la neutralità tecnologica abbiamo regalato un pezzo di automotive ai cinesi. Sono diventati i primi sull’automotive, sui televisori e sul bianco, e la UE è spettatore, facendo l’arbitro con il fischietto tra Usa e Cina».
Anche un osservatore superficiale nota che le auto cinesi si stanno conquistando un grande spazio ai danni di quelle europee, ora, non tanto per ragioni di prezzo quanto di qualità tecnologica e consumi. Le auto elettriche, infatti, nonostante il costo abnorme dell’energia, “consumano meno” di quelle ad idrocarburi (in euro per chilometro). Fin qui erano comunque svantaggiate dalla limitata autonomia (nell’ordine 3-400 km) e soprattutto dai lunghi tempi di ricarica. Il che ne confinava l’uso all’ambiente cittadino.
Ma con le nuove batterie – cinesi, of course – questi due limiti stanno venendo ampiamente superati, rendendo l’auto elettrica “competitiva” anche sui percorsi extraurbani più lunghi.
Chi, come i produttori europei e statunitensi, ad un certo punto ha preferito evitare gli investimenti indispensabili per il passaggio dalla motorizzazione ad idrocarburi verso l’elettrico – con le relative infrastrutture di rifornimento, ancora basate sull’assoluta prevalenza di gasolio e benzina – e farsi “difendere” dagli Stati o dalla UE con i dazi, o ulteriore deflazione salariale, si è invece scavato la fossa.
E non basta certo sposare le bufale del “negazionismo climatico” per creare un “ambiente favorevole” all’industria, qualunque essa sia.
Se, insomma, c’è un aspetto “inquietante” nelle giaculatorie confindustriali è proprio questa incapacità di individuare sia le cause della propria crisi che le possibili vie d’uscita. La “ricetta” è sempre la stessa: tariffe di favore (per l’energia, soprattutto), defiscalizzazione di molti oneri (quelli previdenziali, in primo luogo), blocco salariale, allungamento della giornata lavorativa e flessibilità totale sulle turnazioni, protezione dalla concorrenza estera.
Davanti c’è l’abisso della deindustrializzazione, verso cui ha spinto proprio quella “ricetta”. Ma si chiede di fare “un altro passo avanti” nella stessa direzione. Gli esisti sono certi...
Il tutto senza neanche considerare – l’impresa privata non se ne cura, ma pretende di trovarsi le soluzioni già fatte a spese di altri, ossia del “pubblico” – l’effetto desertificante che quelle scelte hanno avuto sull’istruzione, i saperi, i talenti delle generazioni. Un processo diventato inarrestabile dai primi anni Novanta (con la caduta del “socialismo reale”), ma iniziato un decennio prima, con la revanche neoliberista avviata da Reagan e Thatcher.
Solo che quella “vittoria sul lavoro”, che indubbiamente gonfiava i profitti insieme al dispotismo sui dipendenti, ha eliminato ogni necessità – e competenza – relativa alla strategia di politica economica, industriale, sociale e dell’istruzione all’altezza dei tempi.
In altri termini, ha eliminato ogni capacità di affrontare “il mercato” secondo una logica di sistema, come se l’individualismo proprietario arraffone fosse sufficiente per navigare – a vista corta – per sempre.
A noi non sembra invece una cosa strana il fatto che in questo momento prevalgano in modo netto quei sistemi industriali che si sono sviluppati dentro una logica unitaria, “programmata” e “pianificata” sull’arco dei decenni invece che sui tempi sincopati della “trimestrale di cassa” su cui giocare la quotazione del titolo azionario.
Uscire da questo imbuto non sarà possibile finché continuerà a prevale quella logica miserabile dell’imprenditore “assistito”, che chiede “libertà d’azione” quando c’è da spremere o incassare, ma pretende “protezione pubblica” quando si tratta di fare i conti con il proprio fallimento.
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25/05/2026
05/05/2026
La truffa del salario giusto
di Mario Sommella
Esiste un modo molto efficace per mascherare un attacco al lavoro: chiamarlo difesa del lavoro. Esiste un modo ancora più sofisticato per cancellare un diritto costituzionale: dichiarare che lo si sta finalmente attuando. Il decreto-legge approvato dal Consiglio dei ministri il 28 aprile 2026, varato a tempo di marcia in vista del Primo Maggio e rilanciato dalla propaganda di Palazzo Chigi sotto l’etichetta beffarda di «salario giusto», è esattamente questa operazione: una contro-riforma travestita da intervento solidale, una cessione di sovranità retributiva camuffata da garanzia, un trasferimento di un miliardo di euro dalle casse pubbliche alle imprese spacciato come tutela dei più deboli.
Conviene osservarlo con calma, perché è in questi passaggi – quando le parole vengono usate per nascondere il loro contrario – che si misura la qualità democratica di un governo.
Il decreto stanzia poco meno di un miliardo distribuito su tre annualità: secondo i dati pubblicati dal Sole 24 Ore sulla bozza approvata, parliamo di 109,7 milioni nel 2026, 252,4 milioni nel 2027 e 135,4 milioni nel 2028 per il bonus assunzioni, più ulteriori 26, 60 e 34 milioni nelle stesse annualità per le aree ZES. Bene.
Si guardi adesso, in questa lunga colonna di numeri, dove finiscono i soldi. Non in busta paga. Non nelle tasche dei lavoratori. Non nei contratti collettivi scaduti. Vanno integralmente alle imprese, sotto forma di esonero contributivo fino al 100% per le assunzioni a tempo indeterminato di donne, giovani sotto i 35 anni e disoccupati di lungo periodo, con un tetto di 500 euro mensili che sale a 650 nelle Zone Economiche Speciali del Mezzogiorno e a 800 per le donne residenti nella ZES.
È la reiterazione, ormai trentennale, della stessa illusione: la decontribuzione presentata come un regalo, mentre in realtà è un buco scavato sotto i piedi dell’INPS, ovvero nei diritti previdenziali futuri di chi quei contributi non li versa più.
I soldi non sono regalati: sono solo spostati dal pilastro della pensione pubblica a quello del profitto privato.
La presidente del Consiglio ha detto in conferenza stampa che il provvedimento serve a «ringraziare gli italiani». Era difficile trovare una formula più rivelatrice: gli italiani vengono ringraziati con i loro stessi soldi, prelevati dalla loro stessa contribuzione, dirottati sui margini delle aziende che li assumono.
E qui finisce la parte che si potrebbe chiamare, con un eufemismo, «occupazionale». Comincia adesso quella che merita il nome più crudo di lesione costituzionale. Perché il decreto non si limita a finanziare le imprese: ridefinisce in modo autoritativo, e a beneficio del datore di lavoro, il significato stesso di retribuzione equa.
Il punto non è secondario. Da settantotto anni l’articolo 36 della Costituzione stabilisce che «il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa». Sufficiente. In ogni caso.
Sono parole pesate al milligrammo dai costituenti del 1947, e da settant’anni la Corte di Cassazione le tratta come precetto direttamente vincolante: la retribuzione deve garantire dignità, e questa dignità non è una variabile di trattativa fra le parti sociali – è un parametro giuridico sovraordinato, un minimo costituzionale che nessun contratto può legittimamente comprimere.
La sentenza che il governo vuole cancellare
Per capire la portata dell’operazione meloniana bisogna risalire al 2 ottobre 2023, alle sentenze gemelle della sezione lavoro della Cassazione numeri 27711, 27713 e 27769. In quel pronunciamento – che ha rappresentato uno spartiacque della giurisprudenza italiana sul lavoro povero – la Suprema Corte ha stabilito un principio limpido: il giudice del lavoro, nell’attuare l’articolo 36, deve partire dalla retribuzione fissata dai contratti collettivi nazionali firmati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative, ma può e deve discostarsene anche d’ufficio quando quella retribuzione si riveli incompatibile con i criteri costituzionali di proporzionalità e sufficienza.
Tradotto: nemmeno la firma di CGIL, CISL e UIL su un contratto nazionale lo mette automaticamente al riparo da una verifica di costituzionalità. Esiste un salario minimo costituzionale, e i magistrati italiani ne sono i custodi in via giudiziaria, in attesa che il legislatore si decida ad attuare l’articolo 39 sulla rappresentanza sindacale e a fissare un minimo legale degno di questo nome.
Quel principio non era astratto. Aveva nomi e cognomi. Aveva, soprattutto, paghe orarie miserabili scritte nero su bianco in contratti regolarmente sottoscritti. Il Tribunale di Milano, nelle sue sentenze più note, ha dichiarato incostituzionali retribuzioni di 4,40 e 3,96 euro lordi all’ora previste dal CCNL Vigilanza privata e servizi fiduciari – un contratto firmato proprio da CGIL e CISL, non da sigle pirata.
Il Tribunale di Torino ha annullato analoghe tariffe per gli operatori di vigilanza. La Corte d’appello di Milano ha confermato. La Cassazione, nel 2023 e ancora nel marzo 2026 con una pronuncia che ha ribadito la coerenza dell’indirizzo, ha cristallizzato l’orientamento.
Migliaia di lavoratori – secondo le stime delle associazioni che li hanno assistiti, almeno centomila in tutta Italia, fra cooperative di servizi, addetti alle pulizie, portierato, vigilanza non armata, multiservizi – hanno cominciato a vedere riconosciuto, nei tribunali, il diritto a una paga umana. Non una rivoluzione, ma una breccia. La giurisprudenza stava svolgendo, in supplenza di un legislatore inadempiente, la funzione che un parlamento serio avrebbe dovuto assolvere con una legge sul salario minimo.
È esattamente questa breccia che il decreto Primo Maggio chiude. Il governo, con un colpo di spugna travestito da chiarimento, stabilisce che l’accesso agli incentivi contributivi è subordinato al rispetto del cosiddetto Trattamento Economico Complessivo (TEC) previsto dai contratti collettivi nazionali firmati dalle organizzazioni «comparativamente più rappresentative».
Detto così sembra ragionevole: si pretende che chi prende soldi pubblici applichi i contratti di settore, escludendo dai benefici i contratti pirata. Ma sotto questa formula apparentemente innocua si nasconde un capovolgimento giuridico gravissimo: il «salario giusto» diventa, per definizione legislativa, quello deciso dalla concertazione fra sindacati confederali e organizzazioni datoriali.
Si trasforma cioè un parametro contrattuale – meramente presuntivo, e da sempre soggetto a verifica giudiziale ai sensi dell’articolo 36 – in un parametro normativo. Si dà alle parti sociali il potere di definire “il giusto”, sottraendolo al sindacato del giudice e al precetto costituzionale. Si vende come anti-salario-pirata una norma che, in realtà, immunizza i CCNL ufficiali dalle contestazioni di incostituzionalità.
Non è un caso che la segretaria generale della CISL Daniela Fumarola abbia commentato la mossa governativa in tono entusiastico, con la solita formula del «mosaico di misure da comporre uniti».
Il decreto consegna alla concertazione un assegno in bianco. Riconosce alle confederazioni storiche un monopolio normativo che la stessa Cassazione, con le sentenze del 2023, aveva incrinato. È, per farla breve, un patto: voi sindacati firmate quello che vi diciamo di firmare, anche al ribasso, e in cambio noi mettiamo la firma collettiva al riparo dalle pretese di un giudice che potrebbe ancora rifarsi all’idea ingombrante che la dignità venga prima della trattativa.
Il segretario della CGIL Maurizio Landini ha colto subito il punto: «il governo fa propaganda, spaccia per aumento dei salari un decreto in cui i soldi vanno alle imprese, non ai cittadini». Ha ragione, ma il problema è che la sua stessa CGIL, in sede di rinnovi più recenti – dal CCNL Sanità Pubblica 2022-2024 firmato il 27 ottobre 2025 da CISL FP, FIALS, Nursind e Nursing Up con la sola dissociazione di FP CGIL e UIL FPL, fino al CCNL Funzioni Locali siglato il 23 febbraio 2026 – si trova dentro un sistema di contrattazione in cui la dissociazione è, troppo spesso, un atto simbolico privo di conseguenze reali sui salari di chi lavora.
Il premio a chi non firma
Concessa l’immunità costituzionale al contratto firmato, il decreto si premura di concedere alle imprese anche la convenienza a non firmarlo. Sembra paradossale, ma è la struttura concreta del provvedimento.
Per i contratti collettivi non rinnovati da più di dodici mesi, il governo introduce un meccanismo di adeguamento automatico: i datori di lavoro dovrebbero corrispondere ai dipendenti un’indennità pari al 30 per cento della rivalutazione salariale calcolata sull’indice IPCA – l’indice dei prezzi al consumo armonizzato dell’Eurozona, già largamente penalizzante perché depurato dei costi energetici, vera pietra di scandalo nell’ondata inflattiva 2022-2023.
Una simulazione pubblicata nei giorni scorsi mostra l’ordine di grandezza: con un IPCA all’1,9 per cento, il 30 per cento equivale a uno 0,57 per cento; su uno stipendio lordo mensile di 1.500 euro l’aumento automatico è di 8 euro e 55 centesimi; nel comparto della sanità privata, su 1.953 euro lordi, l’incremento mensile sfiora gli 11 euro. Sono cifre che non coprono nemmeno l’aumento del costo del pane di una settimana.
Ma è qui che il dispositivo diventa interessante per chi paga gli stipendi: più a lungo l’azienda riesce a tirare la trattativa, meno deve sborsare per recuperare l’inflazione.
Il governo aveva annunciato, mesi fa, una norma di segno opposto: alla firma di un contratto nuovo le imprese avrebbero dovuto versare gli arretrati a partire dalla scadenza di quello vecchio, qualunque fosse il ritardo accumulato. Era una proposta ragionevole, persino virtuosa, capace di mettere pressione sul tavolo della trattativa: firmi dopo due anni? In ogni caso paghi tutto dal primo giorno di vacanza contrattuale.
Quella norma è stata abbandonata. Al suo posto è arrivato il dispositivo dell’indennità ridotta al 30% dell’IPCA decurtato, che produce esattamente l’effetto contrario: più tardi le imprese si siedono al tavolo, meno costa loro la rivalutazione. È il manuale del moral hazard contrattuale, scritto direttamente dal governo.
E i numeri della contrattazione italiana fotografano una situazione drammatica: secondo l’ISTAT, alla fine di settembre 2025 il 45,4 per cento dei contratti collettivi monitorati era in attesa di rinnovo, e con l’inizio del 2026 la quota ha superato il cinquanta per cento. Si tratta di oltre cinque milioni e seicentomila lavoratori in Italia, fra pubblico e privato, che attendono un aggiornamento delle paghe in un contesto in cui ogni mese di ritardo è un trasferimento netto di reddito dal lavoro al capitale.
La catastrofe sociale dei salari italiani
Il decreto Primo Maggio non viene approvato nel vuoto. Atterra su una situazione salariale che è, semplicemente, una catastrofe sociale. La pesatura ufficiale dei numeri lo dimostra senza margini di interpretazione.
Secondo il Rapporto annuale ISTAT 2025, i salari reali italiani fra il 2019 e il 2024 hanno perso il 10,5% del loro potere d’acquisto a causa della rincorsa dei prezzi. La perdita aveva toccato un picco del 15% alla fine del 2022, è scesa fino a sfiorare l’8,7% nel febbraio 2025, è risalita al 10% nel marzo successivo.
A settembre 2025 i salari reali risultavano ancora inferiori di 8,8 punti percentuali rispetto a gennaio 2021, secondo i dati pubblicati dall’ISTAT a dicembre. L’indice cumulativo elaborato dall’Indeed Hiring Lab – che misura il potere d’acquisto associato ai salari pubblicati negli annunci di lavoro – fissa la perdita italiana a gennaio 2026 all’11,1% sul livello di partenza del gennaio 2021.
La Fondazione Di Vittorio ha calcolato che fra il 2021 e il 2024 ogni lavoratore del settore privato ha perso in media quasi 6.400 euro di potere d’acquisto, e ogni dipendente pubblico circa 5.700 euro. L’Ufficio parlamentare di bilancio prevede che, anche nel migliore degli scenari, alla fine del 2027 i salari reali saranno ancora oltre due punti percentuali sotto i livelli del 2021.
L’OCSE ha segnalato che la riduzione dei salari reali italiani dopo il 2021 è stata fra le più marcate fra le grandi economie avanzate.
Specularmente, la quota dei profitti sul valore aggiunto nazionale è cresciuta in modo significativo: il celebre studio di Mediobanca su 1.905 grandi società italiane mostra utili in espansione mentre i salari arretravano. Non c’è inflazione che possa spiegare questo scarto. C’è una scelta politica, sistematica e bipartisan, di redistribuire al contrario.
Si dirà: l’economia è ripartita, l’occupazione cresce, l’Italia ha oltre un milione e duecentomila occupati in più. Lo dice la presidente del Consiglio nei suoi tweet, lo ripetono i giornali. È vero solo in parte, e solo a costo di tacere il resto.
Il Censis ha calcolato che oltre l’80% dei nuovi occupati nel biennio 2023-2024 ha più di cinquant’anni – un fenomeno determinato in larga misura dalla stretta sui pensionamenti anticipati e dall’invecchiamento demografico. Significa che il «miracolo» occupazionale è in larga parte la conseguenza del fatto che i sessantenni sono costretti a restare al lavoro perché non possono andare in pensione e perché il loro reddito da solo non basta a mantenere la famiglia.
Significa che le ore lavorate per dipendente sono in calo, sostituite da una proliferazione di contratti più brevi e più precari. Significa, soprattutto, che il mercato del lavoro italiano cresce in quantità e si impoverisce in qualità: più persone occupate, salari più bassi, più ore di sfruttamento per pagare la stessa spesa. La nuova questione sociale italiana – il working poor, il lavoratore povero – non è un’emergenza statistica. È il risultato programmato di una politica salariale durata trent’anni.
Lo Stato datore di lavoro: il caso della sanità pubblica
La rappresentazione meloniana del decreto Primo Maggio si scioglie del tutto se si guarda allo Stato non come legislatore ma come datore di lavoro. Il caso della sanità pubblica è esemplare. Il CCNL del Comparto Sanità per il triennio 2022-2024 è stato sottoscritto il 27 ottobre 2025 – con quasi tre anni di ritardo sulla scadenza naturale – e prevede aumenti medi attorno ai 172 euro lordi mensili per tredici mensilità, con arretrati stimati fra i 900 e i 1.270 euro a seconda del profilo professionale.
Su una retribuzione media del comparto, l’incremento si traduce in un aumento nominale di poco superiore al 6% spalmato su tre anni. Nello stesso periodo, l’inflazione cumulata ha eroso il potere d’acquisto dei lavoratori della sanità di circa il 12%. È un contratto che, in termini reali, riduce le retribuzioni: paga meno la fatica del 2024 di quanto pagasse quella del 2021.
Eppure è stato firmato dalle stesse confederazioni sindacali – CISL FP fra le altre – che il governo si appresta ora a investire del titolo costituzionale di «autorità salariale». La FP CGIL e la UIL FPL non hanno aderito, motivando la dissociazione proprio con l’insufficienza dell’incremento, ma il contratto è in vigore comunque, e a breve si è già aperto presso l’ARAN il tavolo per il rinnovo 2025-2027 sulla base di un atto di indirizzo che mette in campo 968 milioni a regime dal 2027 – risorse, anche queste, lontane anni luce da ciò che servirebbe per riallineare gli stipendi alla dignità.
La sanità non è un’eccezione: è un paradigma. Mostra che cosa significa, nel concreto, lasciare la determinazione del «salario giusto» alle parti sociali, in un contesto in cui la parte datoriale è lo Stato stesso. Significa firmare contratti che ufficializzano l’impoverimento. Significa trasformare il sindacato in mediatore di sconfitte.
Significa, infine, raccontare ai lavoratori che il loro nemico è il «contratto pirata» mentre si fa firmare loro un contratto pubblico che li porta più vicini alla soglia di povertà. Lo Stato che si presenta come arbitro è in realtà uno dei principali incassatori della politica dei bassi salari. La differenza fra il privato che sottopaga e il pubblico che firma riduzioni reali è solo di dignità formale.
La strage rimossa: i morti sul lavoro fuori dal decreto
C’è una parola che il decreto Primo Maggio del governo Meloni non scrive: morti. Non la scrive perché di morti, in questo provvedimento sbandierato come la grande risposta alla questione del lavoro, semplicemente non si parla. Si parla di «salario giusto». Si parla di sgravi contributivi e di Trattamento Economico Complessivo. Si parla di rider e di caporalato digitale. Non si parla di chi, mentre il governo discuteva la bozza in Consiglio dei ministri il 28 aprile, è uscito di casa la mattina e non è più tornato.
Eppure i numeri ci sono, ufficiali, pubblicati dall’INAIL e dal suo Osservatorio statistico-attuariale: nel 2025 in Italia sono morti sul lavoro 1.093 lavoratori e lavoratrici. Sono 792 i decessi avvenuti in occasione di lavoro – in fabbrica, in cantiere, sui mezzi, nei campi – più 293 nel tragitto casa-lavoro e otto studenti coinvolti in percorsi di alternanza. Nel 2024 erano stati 1.090, nel 2023 erano stati 1.041.
È, cifra dopo cifra, una stabilità nella catastrofe: una media di tre morti al giorno, sabati, domeniche e festivi compresi, che si ripete da anni con la regolarità di un metronomo, mentre le denunce complessive di infortunio salgono a quota 597.710 nel 2025 (più 1,4 per cento sull’anno prima) e le malattie professionali toccano un nuovo massimo storico con 98.463 casi denunciati, in aumento dell’11,3 per cento. Chi parla di «difesa del lavoro» e omette questi numeri commette una rimozione politica.
Vale la pena entrare nei dettagli, perché dentro il dato aggregato si nasconde la geografia sociale dello sfruttamento. I settori in cui si muore di più sono, da decenni, gli stessi: costruzioni con 148 morti nel 2025, manifatturiero con 117, trasporto e magazzinaggio con 110, commercio con 68.
Sono i comparti dell’edilizia in subappalto, della logistica frantumata in cooperative spurie, della catena di montaggio cronometrata, del trasporto di merci a cottimo: i luoghi in cui la combinazione fra precarietà contrattuale, ritmi imposti dall’algoritmo e formazione scaricata sul fondo della catena produttiva trasforma l’incidente in evento statisticamente prevedibile.
La dimensione di genere e nazionalità completa il quadro. I lavoratori stranieri muoiono molto più spesso degli italiani: l’incidenza del rischio mortale è di 72,4 decessi per milione di occupati per gli stranieri contro 28,8 per gli italiani, oltre il doppio.
Le donne pagano un prezzo specifico nel tragitto casa-lavoro, dove avviene il 54,3 per cento dei loro decessi sul lavoro – un dato che racconta del peso del doppio carico domestico-professionale e della mobilità su lunghi tragitti per raggiungere posti di lavoro a bassa remunerazione.
Oltre il 37% delle morti in occasione di lavoro riguarda lavoratori fra i 55 e i 64 anni: gli stessi sessantenni che la legge Fornero costringe a restare al lavoro fino allo sfinimento e che le leggi successive non hanno alleviato. Si muore vecchi, si muore stranieri, si muore precari. Si muore, in larghissima parte, dove la sicurezza è stata progettata come un costo da ridurre invece che come un diritto da garantire.
In questo paesaggio di sangue, l’assenza del decreto Primo Maggio è insostenibile. Perché il governo Meloni, pur disponendo dei dati INAIL aggiornati, ha scelto deliberatamente di non aprire neppure un capitolo del decreto sulla salute e sicurezza sui luoghi di lavoro.
Non un euro stanziato per il potenziamento dell’Ispettorato nazionale del lavoro, che dispone oggi di un numero di ispettori effettivamente attivi sul territorio inferiore a quello che la stessa direttiva europea sull’ispezione del lavoro indica come adeguato.
Non una norma sulla responsabilità solidale lungo le filiere del subappalto, dove si concentra la quota maggiore degli infortuni mortali in edilizia. Non una misura di rafforzamento dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza, in particolare nelle imprese sotto i quindici dipendenti che restano fuori dall’obbligo del RLS aziendale. Non una linea di finanziamento dedicata alla bonifica del rischio amianto, che continua a uccidere migliaia di lavoratori l’anno per patologie con tempi di latenza decennali.
Non un ritocco – neppure simbolico – del Testo Unico 81 del 2008, che attende da diciotto anni un aggiornamento serio. La pretesa risposta del governo sarebbe il decreto-legge 159 del 31 ottobre 2025, già convertito in legge, che ha introdotto il «badge di cantiere», la revisione delle aliquote di oscillazione INAIL premianti e l’estensione di alcune sanzioni.
Misure non disprezzabili in linea di principio, ma di portata irrisoria rispetto alla scala del fenomeno e – soprattutto – costruite intorno alla logica del «datore virtuoso» premiato fiscalmente, non intorno alla logica della prevenzione sistemica e della responsabilità penale.
Né il DL 159 né il decreto Primo Maggio toccano il punto vero: la combinazione fra appalti al massimo ribasso, frammentazione della filiera produttiva, formazione esternalizzata a società consulenziali e ispezioni a campione produce, ogni anno, un numero di morti che nessun Paese serio considererebbe una variabile fisiologica del proprio sistema produttivo.
La presidente del Consiglio, nel suo messaggio del 1° maggio, ha rivendicato fra i meriti del proprio governo «gli interventi sulla sicurezza sul lavoro». La frase è doppiamente sbagliata. È sbagliata perché, alla prova dei dati INAIL, dopo tre anni e mezzo di governo Meloni i morti sul lavoro restano sostanzialmente fermi alle stesse cifre del 2023, e ogni eventuale miglioramento dell’incidenza per centomila occupati è dovuto al denominatore – l’aumento dell’occupazione – più che al numeratore.
È sbagliata, soprattutto, perché il decreto Primo Maggio 2026 – l’atto politico che il governo ha scelto di intestare alla Festa del Lavoro – non contiene una sola norma sostanziale di prevenzione, di rafforzamento ispettivo, di investimento nella sicurezza. È un decreto sul lavoro che dimentica di parlare delle vite di chi lavora.
È, per questo, anche un decreto che mente. Mentire sul numero dei morti, o tacerli mentre si scrivono provvedimenti che si proclamano «per i lavoratori», è una forma specifica di violenza simbolica: la rimozione istituzionale di chi paga per il funzionamento del sistema il prezzo più alto.
Le due dimensioni – bassi salari e morti sul lavoro – non sono, del resto, due capitoli separati dello stesso libro. Sono lo stesso capitolo. Dove il salario è basso, la pressione a chiudere un occhio sulla sicurezza è massima; dove il subappalto frammenta la filiera, l’interesse a investire in formazione e dispositivi di protezione individuale crolla a ogni passaggio della catena; dove la concorrenza fra imprese si gioca al ribasso sui costi del lavoro, il primo costo a essere compresso è quello dei tempi di lavorazione e quindi delle pause, delle verifiche, dei controlli incrociati che salvano vite.
Un Paese che decide di non fissare un salario minimo legale e di non investire seriamente nella sicurezza del lavoro sta facendo, di fatto, due scelte coerenti: in entrambi i casi, sta accettando di scaricare sul corpo dei lavoratori il costo della propria competitività.
L’articolo 36 della Costituzione – quello sulla retribuzione «sufficiente» – non vive isolato. Sta in dialogo con l’articolo 32 sulla salute, con l’articolo 41 che subordina l’iniziativa economica al non recare danno «alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana», con l’articolo 4 che parla del lavoro come fondamento della Repubblica.
Una lettura integrata di questi articoli porta a una conclusione che il decreto Primo Maggio si rifiuta di trarre: la dignità del lavoro non è solo questione di stipendio, è questione di vita. E il governo che dimentica i morti, mentre celebra la Festa del Lavoro, sta semplicemente confermando che, nel suo ordine di priorità, le vite dei lavoratori vengono dopo i bilanci delle imprese.
Le complicità storiche e la regia europea
Sarebbe ingeneroso, e politicamente miope, scaricare l’intera responsabilità sull’attuale governo. La politica italiana dei bassi salari ha radici trentennali e una matrice precisa: l’accordo di concertazione del luglio 1993, sottoscritto dal governo Ciampi con CGIL, CISL e UIL, che abolì la scala mobile e introdusse il modello della contrattazione a due livelli ancorato al cosiddetto «tasso di inflazione programmato».
Da quell’accordo in avanti – sotto governi di ogni colore, con qualche frammentaria eccezione – i salari italiani sono stati progettati per non crescere. La promessa era che, in cambio della rinuncia al meccanismo di adeguamento automatico, sarebbe arrivata produttività, contrattazione di secondo livello, redistribuzione. Non è arrivato nulla di tutto questo.
La produttività è ferma da vent’anni allo 0,3% medio annuo, contro l’1,2% europeo. La contrattazione di secondo livello copre meno di un terzo dei lavoratori. La redistribuzione è andata nel senso opposto, dai salari ai profitti. L’unico effetto reale del modello concertativo è stato l’indebolimento sistemico del mondo del lavoro: senza scala mobile, senza salario minimo legale, senza meccanismi di indicizzazione automatica, ogni shock inflattivo si scarica integralmente sulle retribuzioni reali. La fiammata del 2022-2023 ha fatto il resto.
Su questo sfondo si innesta la regia europea. La Direttiva UE 2022/2041 sui salari minimi adeguati – che la Cassazione, nelle sentenze del 2023, ha richiamato come parametro interpretativo dell’articolo 36 – chiede agli Stati membri di garantire una copertura della contrattazione collettiva di almeno l’ottanta per cento e, dove insufficiente, di introdurre un salario minimo legale.
L’Italia ha la copertura nominalmente più ampia d’Europa ma, per la combinazione fra contratti pirata, contratti scaduti e tariffe minime ben sotto la soglia di povertà ISTAT, è in realtà uno dei Paesi dove la rete della contrattazione collettiva produce, paradossalmente, lavoro povero.
Anziché trasporre la direttiva con coraggio – riconoscendo che il modello del «salario contrattuale come retribuzione costituzionalmente sufficiente» è clinicamente morto – il governo Meloni ha lasciato scadere il 18 aprile la delega parlamentare, e ora con il decreto Primo Maggio fa l’opposto: riafferma che basta il contratto firmato dalle confederazioni più rappresentative per non avere problemi giuridici. È, sul piano della scelta di campo, una posizione lucidissima: meglio salari bassi sotto controllo concertativo, che salari più alti imposti per legge.
Cosa significa rompere davvero
Da questo quadro emerge un punto che la sinistra di governo ha smesso di pronunciare e che la sinistra sociale deve riprendere a dire con chiarezza: non si può uscire dalla catastrofe salariale e dalla strage quotidiana sui luoghi di lavoro senza una rottura.
Una rottura politica, anzitutto, contro un governo che ha eletto a propria bandiera il principio di non disturbare i profitti. Una rottura culturale, contro la trentennale narrazione neoliberale per cui i salari devono adeguarsi alla produttività e mai viceversa, mentre la produttività dovrebbe stranamente sgorgare da lavoratori precari, mal pagati, infelici e – quando la sicurezza viene meno – uccisi.
Una rottura sindacale, contro un modello concertativo che ha smesso di proteggere chi lavora e ha cominciato a gestire ordinatamente la sua sconfitta. Senza questa triplice rottura, ogni discussione sul «salario giusto» è un’operazione cosmetica.
Le piattaforme rivendicative serie esistono e sono note. Un salario minimo legale di almeno dodici euro lordi all’ora, agganciato dinamicamente al costo della vita reale, in linea con i parametri della Direttiva UE 2022/2041 e con le indicazioni della Cassazione del 2023. Il ripristino di un meccanismo di indicizzazione automatica delle retribuzioni – qualcuno dovrà spiegare ai più giovani perché si chiamava «scala mobile» e perché abolirla è stato l’atto fondativo del precariato salariale italiano.
Una retribuzione netta media non inferiore ai duemila euro mensili, soglia sotto la quale, alle condizioni di prezzo del 2026, parlare di «esistenza libera e dignitosa» diventa una crudeltà semantica.
La piena attuazione dell’articolo 39 della Costituzione, con una legge sulla rappresentanza sindacale che metta finalmente fine al far west dei contratti pirata e dei contratti firmati al ribasso da sigle minoritarie. La detassazione vera e strutturale degli aumenti contrattuali, non delle briciole previste dalla legge di bilancio 2026 al cinque per cento sulle sole tranche erogate nell’anno e al di sotto dei trentamila euro di reddito. La conversione delle decontribuzioni alle imprese in investimenti pubblici diretti, con vincoli stringenti su occupazione stabile, salario minimo e pari opportunità.
Sul fronte parallelo della sicurezza sul lavoro, la piattaforma è altrettanto chiara. Il raddoppio dell’organico ispettivo dell’INL – oggi del tutto insufficiente alla scala del tessuto produttivo italiano – e il vincolo legale di un’ispezione effettiva annuale per ogni cantiere edile sopra una certa soglia di valore.
La responsabilità solidale e penale lungo l’intera filiera del subappalto, con la fine della finzione giuridica per cui il committente principale può scaricare ogni colpa sull’ultimo anello della catena produttiva.
Un nuovo Testo Unico della sicurezza, costruito intorno al principio per cui la prevenzione è un diritto soggettivo del lavoratore esigibile in giudizio, non una concessione del datore. Il rafforzamento dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza, con la generalizzazione dell’obbligo anche nelle imprese sotto i quindici dipendenti, dove oggi si concentra la zona grigia.
L’introduzione del reato di omicidio sul lavoro come fattispecie autonoma, distinta dall’omicidio colposo generico, con pene proporzionate alla gravità di una catastrofe sociale che fa più morti delle stragi di mafia.
Tutto questo non è in alcun modo presente nel decreto Primo Maggio 2026 del governo Meloni. Anzi, il decreto si colloca all’estremo opposto: cementa il modello concertativo, premia la decontribuzione, riduce l’indennità di vacanza contrattuale, scarica sulla magistratura ogni residua difesa dell’articolo 36, dimentica di scrivere una sola riga sulle vite spezzate dei lavoratori. È, in tutto e per tutto, l’esatto contrario di ciò che servirebbe.
È un Primo Maggio rovesciato: la festa del lavoro celebrata con un atto contro il lavoro e con un silenzio sui morti che è di per sé una posizione politica.
Il coraggio che manca, l’urgenza che resta
Resta una domanda, che non riguarda Giorgia Meloni e nemmeno questo singolo decreto: che cosa intende fare il sindacato confederale di fronte all’evidenza che il modello concertativo, dopo trent’anni, ha consegnato ai lavoratori italiani la più consistente perdita di potere d’acquisto fra le grandi economie avanzate e la stabile, ininterrotta strage quotidiana sui luoghi di lavoro?
Che cosa intende fare il centrosinistra istituzionale di fronte a un governo che usa il Primo Maggio per regalare un miliardo alle imprese, per cancellare per via legislativa una giurisprudenza progressiva costruita in due anni di lavoro nei tribunali e per dimenticare di nominare i mille morti dell’anno precedente?
Che cosa intendono fare le opposizioni sociali, i comitati, le associazioni civiche, i movimenti per la giustizia costituzionale che ancora credono che gli articoli 4, 32, 36 e 41 siano un programma politico e non clausole di stile?
La verità è che questo Primo Maggio segna uno spartiacque. O si ricostruisce un blocco sociale capace di pretendere – non chiedere – un salario minimo costituzionale, una scala mobile aggiornata al ventunesimo secolo, un’intransigenza rivendicativa nuova nei confronti delle imprese e delle istituzioni che le proteggono, e con essa una battaglia pari per la sicurezza del lavoro che metta i corpi dei lavoratori al centro e non al margine; oppure i salari italiani continueranno a sprofondare e i morti continueranno a essere conteggiati con la stessa burocratica precisione con cui li conta l’INAIL, mentre i comunicati governativi parleranno d’altro. La scelta non è fra moderazione e radicalità: è fra accettazione e rottura.
Fra l’idea che il lavoro debba mendicare il proprio prezzo e la propria sopravvivenza e l’idea che la dignità retributiva e l’incolumità fisica siano due soglie non negoziabili, scritte nella Costituzione antifascista e ribadite dalla Cassazione.
Quando la legge ordinaria si mette di traverso a questi principi, il dovere democratico è, citando il motto del nostro lavoro, ribellarsi. Non a parole. Non per slogan. Ma con la costruzione paziente, faticosa e necessaria di un fronte sociale e costituzionale capace di rovesciare il tavolo.
Il decreto del 28 aprile 2026 va impugnato sul piano politico, contestato sul piano costituzionale, smontato pezzo per pezzo nelle aule giudiziarie da sindacati di base e legali del lavoro che continueranno – perché continueranno – a invocare l’articolo 36 come parametro vivo.
E nelle piazze del Primo Maggio va detto, senza i toni unitaristici di facciata, che il «salario giusto» dichiarato dal governo è una truffa, e che il silenzio del governo sui morti del 2025 è un’infamia.
La giustizia salariale e la sicurezza del lavoro, in Italia, cominciano oltre Palazzo Chigi e oltre il tavolo della concertazione. Cominciano ricordando che il lavoro non è una merce e che la sua retribuzione non è una variabile di bilancio, ma un diritto costituzionale che otto decenni di politica neoliberale hanno tentato di smantellare. Cominciano, soprattutto, ricordando i nomi e i cognomi di chi quel decreto non ha voluto vedere: i 1.093 lavoratori e lavoratrici morti nel 2025 perché un Paese che voglia ancora chiamarsi democratico ha il dovere di rimettere le loro vite, e quelle di chi ancora oggi rischia di seguirli, al centro della propria coscienza pubblica.
Fonti
1. Consiglio dei ministri, comunicato del 28 aprile 2026 sull’approvazione del decreto-legge « Disposizioni urgenti in materia di salario giusto, di incentivi all’occupazione e di contrasto del caporalato digitale » (Decreto Primo Maggio 2026).
2. Il Sole 24 Ore, « Decreto Lavoro, via libera del Consiglio dei ministri », 28 aprile 2026.
3. Il Post, « Cosa c’è nel nuovo decreto sul lavoro del governo », 28 aprile 2026.
4. Sky TG24, « Lavoro, via libera Cdm a decreto 1° maggio. Meloni: stanziato 1 miliardo per incentivi », 28 aprile 2026.
5. Adnkronos, « 1 Maggio. Meloni: con decreto lavoro difendiamo l’occupazione. Landini: governo fa propaganda », 1 maggio 2026.
6. Contropiano, « Il decreto Primo Maggio è contro i lavoratori », 1 maggio 2026.
7. Lavoro e Diritti, « Cosa prevede il Decreto Primo Maggio 2026: tutte le novità in arrivo su lavoro e buste paga », 28 aprile 2026.
8. Business Online, « CCNL e contratti nazionali: le nuove misure per favorire rinnovi e miglioramenti nel decreto 1 maggio 2026 », 30 aprile 2026.
9. ISTAT, Rapporto annuale 2025, capitolo sulle dinamiche retributive 2019-2024 (perdita del 10,5% dei salari reali).
10. ISTAT, Report « Le prospettive per l’economia italiana 2025-2026 », dicembre 2025 (salari reali a settembre 2025 inferiori di 8,8 punti rispetto a gennaio 2021).
11. ISTAT, Report « Contratti collettivi e retribuzioni contrattuali, III trimestre 2025 ».
12. Indeed Hiring Lab, Indice cumulativo dei salari reali, gennaio 2021 – gennaio 2026 (perdita 11,1%).
13. Ufficio parlamentare di bilancio, Nota di congiuntura, gennaio 2026.
14. Fondazione Giuseppe Di Vittorio, Rapporto sulla perdita salariale 2021-2024 (privato: 6.400 euro; pubblico: 5.700 euro).
15. OCSE, Employment Outlook 2025, capitolo sulle retribuzioni reali nei Paesi OCSE.
16. Mediobanca Area Studi, « Dati Cumulativi di 1.905 società italiane », 2025.
17. Censis, Rapporto sulla situazione sociale del Paese 2025.
18. Banca d’Italia, Bollettino economico, aprile 2026.
19. INAIL, Bollettino trimestrale gennaio-dicembre 2025 sulle denunce di infortunio e malattia professionale, pubblicato a febbraio 2026 (1.093 morti totali, 792 in occasione di lavoro, 597.710 denunce di infortunio, 98.463 malattie professionali).
20. INAIL, Periodico statistico « Dati Inail 1/2026 — Andamento infortunistico 2025 », Consulenza statistico attuariale.
21. Osservatorio Sicurezza sul Lavoro e Ambiente di Vega Engineering, Report nazionale e regionale sui morti sul lavoro 2025.
22. Il Fatto Quotidiano, « Incidenti sul lavoro, 1.093 morti nel 2025: i dati Inail », 3 febbraio 2026.
23. Collettiva.it (CGIL), « 432 in sette mesi i morti sul lavoro denunciati all’Inail », settembre 2025.
24. Eurostat, Indicatori standardizzati di incidenza degli infortuni sul lavoro per 100.000 occupati, dati 2023.
25. Decreto-legge 31 ottobre 2025, n. 159 « Misure urgenti per la tutela della salute e della sicurezza sui luoghi di lavoro e in materia di protezione civile », convertito in legge a inizio 2026.
26. Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, D.M. n. 20/2026 « Piano integrato per la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro per l’anno 2026 ».
27. Decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81 « Testo Unico in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro », e successive modifiche.
28. Corte di cassazione, sezione lavoro, sentenze nn. 27711, 27713 e 27769 del 2 ottobre 2023 (salario minimo costituzionale).
29. Corte di cassazione, sezione lavoro, sentenza marzo 2026 (conferma indirizzo 2023).
30. Tribunale di Milano, sentenze sul CCNL Vigilanza privata e servizi fiduciari (paghe orarie di 4,40 e 3,96 euro lordi dichiarate non conformi all’articolo 36 della Costituzione).
31. Tribunale di Torino, Tribunale di Catania, Tribunale di Bari, sentenze sul salario minimo costituzionale 2022-2024.
32. Corte costituzionale, sentenze nn. 30/1960, 106/1962, 74/1966, 559/1987, 51/2015 (sull’art. 36 come norma immediatamente precettiva).
33. Direttiva UE 2022/2041 del Parlamento europeo e del Consiglio sui salari minimi adeguati nell’Unione europea.
34. Questione Giustizia, « Il salario minimo costituzionale nella giurisprudenza di legittimità », 2024.
35. Welforum.it, « La Corte di cassazione e il salario minimo adeguato costituzionale », novembre 2023.
36. ARAN, Atto di indirizzo per il rinnovo del CCNL Sanità Pubblica 2025-2027, febbraio 2026.
37. CISL FP, « CCNL Sanità Pubblica 2022-2024: firma definitiva del 27 ottobre 2025 » e dichiarazioni di Roberto Chierchia e Daniela Fumarola.
38. FP CGIL, « Tabelle CCNL Sanità 2022-2024 », ottobre 2025.
39. CGIL, comunicato di Maurizio Landini sul decreto Primo Maggio 2026, 1 maggio 2026.
40. Bollettino ADAPT, « Salari, inflazione e produttività: due piani di un problema ancora aperto », novembre 2025.
41. Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, Università Cattolica del Sacro Cuore, « Retribuzioni, inflazione e distribuzione del reddito in Italia », ottobre 2025.
42. Costituzione della Repubblica Italiana, articoli 4, 32, 36, 39 e 41.
Fonte
Esiste un modo molto efficace per mascherare un attacco al lavoro: chiamarlo difesa del lavoro. Esiste un modo ancora più sofisticato per cancellare un diritto costituzionale: dichiarare che lo si sta finalmente attuando. Il decreto-legge approvato dal Consiglio dei ministri il 28 aprile 2026, varato a tempo di marcia in vista del Primo Maggio e rilanciato dalla propaganda di Palazzo Chigi sotto l’etichetta beffarda di «salario giusto», è esattamente questa operazione: una contro-riforma travestita da intervento solidale, una cessione di sovranità retributiva camuffata da garanzia, un trasferimento di un miliardo di euro dalle casse pubbliche alle imprese spacciato come tutela dei più deboli.
Conviene osservarlo con calma, perché è in questi passaggi – quando le parole vengono usate per nascondere il loro contrario – che si misura la qualità democratica di un governo.
Il decreto stanzia poco meno di un miliardo distribuito su tre annualità: secondo i dati pubblicati dal Sole 24 Ore sulla bozza approvata, parliamo di 109,7 milioni nel 2026, 252,4 milioni nel 2027 e 135,4 milioni nel 2028 per il bonus assunzioni, più ulteriori 26, 60 e 34 milioni nelle stesse annualità per le aree ZES. Bene.
Si guardi adesso, in questa lunga colonna di numeri, dove finiscono i soldi. Non in busta paga. Non nelle tasche dei lavoratori. Non nei contratti collettivi scaduti. Vanno integralmente alle imprese, sotto forma di esonero contributivo fino al 100% per le assunzioni a tempo indeterminato di donne, giovani sotto i 35 anni e disoccupati di lungo periodo, con un tetto di 500 euro mensili che sale a 650 nelle Zone Economiche Speciali del Mezzogiorno e a 800 per le donne residenti nella ZES.
È la reiterazione, ormai trentennale, della stessa illusione: la decontribuzione presentata come un regalo, mentre in realtà è un buco scavato sotto i piedi dell’INPS, ovvero nei diritti previdenziali futuri di chi quei contributi non li versa più.
I soldi non sono regalati: sono solo spostati dal pilastro della pensione pubblica a quello del profitto privato.
La presidente del Consiglio ha detto in conferenza stampa che il provvedimento serve a «ringraziare gli italiani». Era difficile trovare una formula più rivelatrice: gli italiani vengono ringraziati con i loro stessi soldi, prelevati dalla loro stessa contribuzione, dirottati sui margini delle aziende che li assumono.
E qui finisce la parte che si potrebbe chiamare, con un eufemismo, «occupazionale». Comincia adesso quella che merita il nome più crudo di lesione costituzionale. Perché il decreto non si limita a finanziare le imprese: ridefinisce in modo autoritativo, e a beneficio del datore di lavoro, il significato stesso di retribuzione equa.
Il punto non è secondario. Da settantotto anni l’articolo 36 della Costituzione stabilisce che «il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa». Sufficiente. In ogni caso.
Sono parole pesate al milligrammo dai costituenti del 1947, e da settant’anni la Corte di Cassazione le tratta come precetto direttamente vincolante: la retribuzione deve garantire dignità, e questa dignità non è una variabile di trattativa fra le parti sociali – è un parametro giuridico sovraordinato, un minimo costituzionale che nessun contratto può legittimamente comprimere.
La sentenza che il governo vuole cancellare
Per capire la portata dell’operazione meloniana bisogna risalire al 2 ottobre 2023, alle sentenze gemelle della sezione lavoro della Cassazione numeri 27711, 27713 e 27769. In quel pronunciamento – che ha rappresentato uno spartiacque della giurisprudenza italiana sul lavoro povero – la Suprema Corte ha stabilito un principio limpido: il giudice del lavoro, nell’attuare l’articolo 36, deve partire dalla retribuzione fissata dai contratti collettivi nazionali firmati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative, ma può e deve discostarsene anche d’ufficio quando quella retribuzione si riveli incompatibile con i criteri costituzionali di proporzionalità e sufficienza.
Tradotto: nemmeno la firma di CGIL, CISL e UIL su un contratto nazionale lo mette automaticamente al riparo da una verifica di costituzionalità. Esiste un salario minimo costituzionale, e i magistrati italiani ne sono i custodi in via giudiziaria, in attesa che il legislatore si decida ad attuare l’articolo 39 sulla rappresentanza sindacale e a fissare un minimo legale degno di questo nome.
Quel principio non era astratto. Aveva nomi e cognomi. Aveva, soprattutto, paghe orarie miserabili scritte nero su bianco in contratti regolarmente sottoscritti. Il Tribunale di Milano, nelle sue sentenze più note, ha dichiarato incostituzionali retribuzioni di 4,40 e 3,96 euro lordi all’ora previste dal CCNL Vigilanza privata e servizi fiduciari – un contratto firmato proprio da CGIL e CISL, non da sigle pirata.
Il Tribunale di Torino ha annullato analoghe tariffe per gli operatori di vigilanza. La Corte d’appello di Milano ha confermato. La Cassazione, nel 2023 e ancora nel marzo 2026 con una pronuncia che ha ribadito la coerenza dell’indirizzo, ha cristallizzato l’orientamento.
Migliaia di lavoratori – secondo le stime delle associazioni che li hanno assistiti, almeno centomila in tutta Italia, fra cooperative di servizi, addetti alle pulizie, portierato, vigilanza non armata, multiservizi – hanno cominciato a vedere riconosciuto, nei tribunali, il diritto a una paga umana. Non una rivoluzione, ma una breccia. La giurisprudenza stava svolgendo, in supplenza di un legislatore inadempiente, la funzione che un parlamento serio avrebbe dovuto assolvere con una legge sul salario minimo.
È esattamente questa breccia che il decreto Primo Maggio chiude. Il governo, con un colpo di spugna travestito da chiarimento, stabilisce che l’accesso agli incentivi contributivi è subordinato al rispetto del cosiddetto Trattamento Economico Complessivo (TEC) previsto dai contratti collettivi nazionali firmati dalle organizzazioni «comparativamente più rappresentative».
Detto così sembra ragionevole: si pretende che chi prende soldi pubblici applichi i contratti di settore, escludendo dai benefici i contratti pirata. Ma sotto questa formula apparentemente innocua si nasconde un capovolgimento giuridico gravissimo: il «salario giusto» diventa, per definizione legislativa, quello deciso dalla concertazione fra sindacati confederali e organizzazioni datoriali.
Si trasforma cioè un parametro contrattuale – meramente presuntivo, e da sempre soggetto a verifica giudiziale ai sensi dell’articolo 36 – in un parametro normativo. Si dà alle parti sociali il potere di definire “il giusto”, sottraendolo al sindacato del giudice e al precetto costituzionale. Si vende come anti-salario-pirata una norma che, in realtà, immunizza i CCNL ufficiali dalle contestazioni di incostituzionalità.
Non è un caso che la segretaria generale della CISL Daniela Fumarola abbia commentato la mossa governativa in tono entusiastico, con la solita formula del «mosaico di misure da comporre uniti».
Il decreto consegna alla concertazione un assegno in bianco. Riconosce alle confederazioni storiche un monopolio normativo che la stessa Cassazione, con le sentenze del 2023, aveva incrinato. È, per farla breve, un patto: voi sindacati firmate quello che vi diciamo di firmare, anche al ribasso, e in cambio noi mettiamo la firma collettiva al riparo dalle pretese di un giudice che potrebbe ancora rifarsi all’idea ingombrante che la dignità venga prima della trattativa.
Il segretario della CGIL Maurizio Landini ha colto subito il punto: «il governo fa propaganda, spaccia per aumento dei salari un decreto in cui i soldi vanno alle imprese, non ai cittadini». Ha ragione, ma il problema è che la sua stessa CGIL, in sede di rinnovi più recenti – dal CCNL Sanità Pubblica 2022-2024 firmato il 27 ottobre 2025 da CISL FP, FIALS, Nursind e Nursing Up con la sola dissociazione di FP CGIL e UIL FPL, fino al CCNL Funzioni Locali siglato il 23 febbraio 2026 – si trova dentro un sistema di contrattazione in cui la dissociazione è, troppo spesso, un atto simbolico privo di conseguenze reali sui salari di chi lavora.
Il premio a chi non firma
Concessa l’immunità costituzionale al contratto firmato, il decreto si premura di concedere alle imprese anche la convenienza a non firmarlo. Sembra paradossale, ma è la struttura concreta del provvedimento.
Per i contratti collettivi non rinnovati da più di dodici mesi, il governo introduce un meccanismo di adeguamento automatico: i datori di lavoro dovrebbero corrispondere ai dipendenti un’indennità pari al 30 per cento della rivalutazione salariale calcolata sull’indice IPCA – l’indice dei prezzi al consumo armonizzato dell’Eurozona, già largamente penalizzante perché depurato dei costi energetici, vera pietra di scandalo nell’ondata inflattiva 2022-2023.
Una simulazione pubblicata nei giorni scorsi mostra l’ordine di grandezza: con un IPCA all’1,9 per cento, il 30 per cento equivale a uno 0,57 per cento; su uno stipendio lordo mensile di 1.500 euro l’aumento automatico è di 8 euro e 55 centesimi; nel comparto della sanità privata, su 1.953 euro lordi, l’incremento mensile sfiora gli 11 euro. Sono cifre che non coprono nemmeno l’aumento del costo del pane di una settimana.
Ma è qui che il dispositivo diventa interessante per chi paga gli stipendi: più a lungo l’azienda riesce a tirare la trattativa, meno deve sborsare per recuperare l’inflazione.
Il governo aveva annunciato, mesi fa, una norma di segno opposto: alla firma di un contratto nuovo le imprese avrebbero dovuto versare gli arretrati a partire dalla scadenza di quello vecchio, qualunque fosse il ritardo accumulato. Era una proposta ragionevole, persino virtuosa, capace di mettere pressione sul tavolo della trattativa: firmi dopo due anni? In ogni caso paghi tutto dal primo giorno di vacanza contrattuale.
Quella norma è stata abbandonata. Al suo posto è arrivato il dispositivo dell’indennità ridotta al 30% dell’IPCA decurtato, che produce esattamente l’effetto contrario: più tardi le imprese si siedono al tavolo, meno costa loro la rivalutazione. È il manuale del moral hazard contrattuale, scritto direttamente dal governo.
E i numeri della contrattazione italiana fotografano una situazione drammatica: secondo l’ISTAT, alla fine di settembre 2025 il 45,4 per cento dei contratti collettivi monitorati era in attesa di rinnovo, e con l’inizio del 2026 la quota ha superato il cinquanta per cento. Si tratta di oltre cinque milioni e seicentomila lavoratori in Italia, fra pubblico e privato, che attendono un aggiornamento delle paghe in un contesto in cui ogni mese di ritardo è un trasferimento netto di reddito dal lavoro al capitale.
La catastrofe sociale dei salari italiani
Il decreto Primo Maggio non viene approvato nel vuoto. Atterra su una situazione salariale che è, semplicemente, una catastrofe sociale. La pesatura ufficiale dei numeri lo dimostra senza margini di interpretazione.
Secondo il Rapporto annuale ISTAT 2025, i salari reali italiani fra il 2019 e il 2024 hanno perso il 10,5% del loro potere d’acquisto a causa della rincorsa dei prezzi. La perdita aveva toccato un picco del 15% alla fine del 2022, è scesa fino a sfiorare l’8,7% nel febbraio 2025, è risalita al 10% nel marzo successivo.
A settembre 2025 i salari reali risultavano ancora inferiori di 8,8 punti percentuali rispetto a gennaio 2021, secondo i dati pubblicati dall’ISTAT a dicembre. L’indice cumulativo elaborato dall’Indeed Hiring Lab – che misura il potere d’acquisto associato ai salari pubblicati negli annunci di lavoro – fissa la perdita italiana a gennaio 2026 all’11,1% sul livello di partenza del gennaio 2021.
La Fondazione Di Vittorio ha calcolato che fra il 2021 e il 2024 ogni lavoratore del settore privato ha perso in media quasi 6.400 euro di potere d’acquisto, e ogni dipendente pubblico circa 5.700 euro. L’Ufficio parlamentare di bilancio prevede che, anche nel migliore degli scenari, alla fine del 2027 i salari reali saranno ancora oltre due punti percentuali sotto i livelli del 2021.
L’OCSE ha segnalato che la riduzione dei salari reali italiani dopo il 2021 è stata fra le più marcate fra le grandi economie avanzate.
Specularmente, la quota dei profitti sul valore aggiunto nazionale è cresciuta in modo significativo: il celebre studio di Mediobanca su 1.905 grandi società italiane mostra utili in espansione mentre i salari arretravano. Non c’è inflazione che possa spiegare questo scarto. C’è una scelta politica, sistematica e bipartisan, di redistribuire al contrario.
Si dirà: l’economia è ripartita, l’occupazione cresce, l’Italia ha oltre un milione e duecentomila occupati in più. Lo dice la presidente del Consiglio nei suoi tweet, lo ripetono i giornali. È vero solo in parte, e solo a costo di tacere il resto.
Il Censis ha calcolato che oltre l’80% dei nuovi occupati nel biennio 2023-2024 ha più di cinquant’anni – un fenomeno determinato in larga misura dalla stretta sui pensionamenti anticipati e dall’invecchiamento demografico. Significa che il «miracolo» occupazionale è in larga parte la conseguenza del fatto che i sessantenni sono costretti a restare al lavoro perché non possono andare in pensione e perché il loro reddito da solo non basta a mantenere la famiglia.
Significa che le ore lavorate per dipendente sono in calo, sostituite da una proliferazione di contratti più brevi e più precari. Significa, soprattutto, che il mercato del lavoro italiano cresce in quantità e si impoverisce in qualità: più persone occupate, salari più bassi, più ore di sfruttamento per pagare la stessa spesa. La nuova questione sociale italiana – il working poor, il lavoratore povero – non è un’emergenza statistica. È il risultato programmato di una politica salariale durata trent’anni.
Lo Stato datore di lavoro: il caso della sanità pubblica
La rappresentazione meloniana del decreto Primo Maggio si scioglie del tutto se si guarda allo Stato non come legislatore ma come datore di lavoro. Il caso della sanità pubblica è esemplare. Il CCNL del Comparto Sanità per il triennio 2022-2024 è stato sottoscritto il 27 ottobre 2025 – con quasi tre anni di ritardo sulla scadenza naturale – e prevede aumenti medi attorno ai 172 euro lordi mensili per tredici mensilità, con arretrati stimati fra i 900 e i 1.270 euro a seconda del profilo professionale.
Su una retribuzione media del comparto, l’incremento si traduce in un aumento nominale di poco superiore al 6% spalmato su tre anni. Nello stesso periodo, l’inflazione cumulata ha eroso il potere d’acquisto dei lavoratori della sanità di circa il 12%. È un contratto che, in termini reali, riduce le retribuzioni: paga meno la fatica del 2024 di quanto pagasse quella del 2021.
Eppure è stato firmato dalle stesse confederazioni sindacali – CISL FP fra le altre – che il governo si appresta ora a investire del titolo costituzionale di «autorità salariale». La FP CGIL e la UIL FPL non hanno aderito, motivando la dissociazione proprio con l’insufficienza dell’incremento, ma il contratto è in vigore comunque, e a breve si è già aperto presso l’ARAN il tavolo per il rinnovo 2025-2027 sulla base di un atto di indirizzo che mette in campo 968 milioni a regime dal 2027 – risorse, anche queste, lontane anni luce da ciò che servirebbe per riallineare gli stipendi alla dignità.
La sanità non è un’eccezione: è un paradigma. Mostra che cosa significa, nel concreto, lasciare la determinazione del «salario giusto» alle parti sociali, in un contesto in cui la parte datoriale è lo Stato stesso. Significa firmare contratti che ufficializzano l’impoverimento. Significa trasformare il sindacato in mediatore di sconfitte.
Significa, infine, raccontare ai lavoratori che il loro nemico è il «contratto pirata» mentre si fa firmare loro un contratto pubblico che li porta più vicini alla soglia di povertà. Lo Stato che si presenta come arbitro è in realtà uno dei principali incassatori della politica dei bassi salari. La differenza fra il privato che sottopaga e il pubblico che firma riduzioni reali è solo di dignità formale.
La strage rimossa: i morti sul lavoro fuori dal decreto
C’è una parola che il decreto Primo Maggio del governo Meloni non scrive: morti. Non la scrive perché di morti, in questo provvedimento sbandierato come la grande risposta alla questione del lavoro, semplicemente non si parla. Si parla di «salario giusto». Si parla di sgravi contributivi e di Trattamento Economico Complessivo. Si parla di rider e di caporalato digitale. Non si parla di chi, mentre il governo discuteva la bozza in Consiglio dei ministri il 28 aprile, è uscito di casa la mattina e non è più tornato.
Eppure i numeri ci sono, ufficiali, pubblicati dall’INAIL e dal suo Osservatorio statistico-attuariale: nel 2025 in Italia sono morti sul lavoro 1.093 lavoratori e lavoratrici. Sono 792 i decessi avvenuti in occasione di lavoro – in fabbrica, in cantiere, sui mezzi, nei campi – più 293 nel tragitto casa-lavoro e otto studenti coinvolti in percorsi di alternanza. Nel 2024 erano stati 1.090, nel 2023 erano stati 1.041.
È, cifra dopo cifra, una stabilità nella catastrofe: una media di tre morti al giorno, sabati, domeniche e festivi compresi, che si ripete da anni con la regolarità di un metronomo, mentre le denunce complessive di infortunio salgono a quota 597.710 nel 2025 (più 1,4 per cento sull’anno prima) e le malattie professionali toccano un nuovo massimo storico con 98.463 casi denunciati, in aumento dell’11,3 per cento. Chi parla di «difesa del lavoro» e omette questi numeri commette una rimozione politica.
Vale la pena entrare nei dettagli, perché dentro il dato aggregato si nasconde la geografia sociale dello sfruttamento. I settori in cui si muore di più sono, da decenni, gli stessi: costruzioni con 148 morti nel 2025, manifatturiero con 117, trasporto e magazzinaggio con 110, commercio con 68.
Sono i comparti dell’edilizia in subappalto, della logistica frantumata in cooperative spurie, della catena di montaggio cronometrata, del trasporto di merci a cottimo: i luoghi in cui la combinazione fra precarietà contrattuale, ritmi imposti dall’algoritmo e formazione scaricata sul fondo della catena produttiva trasforma l’incidente in evento statisticamente prevedibile.
La dimensione di genere e nazionalità completa il quadro. I lavoratori stranieri muoiono molto più spesso degli italiani: l’incidenza del rischio mortale è di 72,4 decessi per milione di occupati per gli stranieri contro 28,8 per gli italiani, oltre il doppio.
Le donne pagano un prezzo specifico nel tragitto casa-lavoro, dove avviene il 54,3 per cento dei loro decessi sul lavoro – un dato che racconta del peso del doppio carico domestico-professionale e della mobilità su lunghi tragitti per raggiungere posti di lavoro a bassa remunerazione.
Oltre il 37% delle morti in occasione di lavoro riguarda lavoratori fra i 55 e i 64 anni: gli stessi sessantenni che la legge Fornero costringe a restare al lavoro fino allo sfinimento e che le leggi successive non hanno alleviato. Si muore vecchi, si muore stranieri, si muore precari. Si muore, in larghissima parte, dove la sicurezza è stata progettata come un costo da ridurre invece che come un diritto da garantire.
In questo paesaggio di sangue, l’assenza del decreto Primo Maggio è insostenibile. Perché il governo Meloni, pur disponendo dei dati INAIL aggiornati, ha scelto deliberatamente di non aprire neppure un capitolo del decreto sulla salute e sicurezza sui luoghi di lavoro.
Non un euro stanziato per il potenziamento dell’Ispettorato nazionale del lavoro, che dispone oggi di un numero di ispettori effettivamente attivi sul territorio inferiore a quello che la stessa direttiva europea sull’ispezione del lavoro indica come adeguato.
Non una norma sulla responsabilità solidale lungo le filiere del subappalto, dove si concentra la quota maggiore degli infortuni mortali in edilizia. Non una misura di rafforzamento dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza, in particolare nelle imprese sotto i quindici dipendenti che restano fuori dall’obbligo del RLS aziendale. Non una linea di finanziamento dedicata alla bonifica del rischio amianto, che continua a uccidere migliaia di lavoratori l’anno per patologie con tempi di latenza decennali.
Non un ritocco – neppure simbolico – del Testo Unico 81 del 2008, che attende da diciotto anni un aggiornamento serio. La pretesa risposta del governo sarebbe il decreto-legge 159 del 31 ottobre 2025, già convertito in legge, che ha introdotto il «badge di cantiere», la revisione delle aliquote di oscillazione INAIL premianti e l’estensione di alcune sanzioni.
Misure non disprezzabili in linea di principio, ma di portata irrisoria rispetto alla scala del fenomeno e – soprattutto – costruite intorno alla logica del «datore virtuoso» premiato fiscalmente, non intorno alla logica della prevenzione sistemica e della responsabilità penale.
Né il DL 159 né il decreto Primo Maggio toccano il punto vero: la combinazione fra appalti al massimo ribasso, frammentazione della filiera produttiva, formazione esternalizzata a società consulenziali e ispezioni a campione produce, ogni anno, un numero di morti che nessun Paese serio considererebbe una variabile fisiologica del proprio sistema produttivo.
La presidente del Consiglio, nel suo messaggio del 1° maggio, ha rivendicato fra i meriti del proprio governo «gli interventi sulla sicurezza sul lavoro». La frase è doppiamente sbagliata. È sbagliata perché, alla prova dei dati INAIL, dopo tre anni e mezzo di governo Meloni i morti sul lavoro restano sostanzialmente fermi alle stesse cifre del 2023, e ogni eventuale miglioramento dell’incidenza per centomila occupati è dovuto al denominatore – l’aumento dell’occupazione – più che al numeratore.
È sbagliata, soprattutto, perché il decreto Primo Maggio 2026 – l’atto politico che il governo ha scelto di intestare alla Festa del Lavoro – non contiene una sola norma sostanziale di prevenzione, di rafforzamento ispettivo, di investimento nella sicurezza. È un decreto sul lavoro che dimentica di parlare delle vite di chi lavora.
È, per questo, anche un decreto che mente. Mentire sul numero dei morti, o tacerli mentre si scrivono provvedimenti che si proclamano «per i lavoratori», è una forma specifica di violenza simbolica: la rimozione istituzionale di chi paga per il funzionamento del sistema il prezzo più alto.
Le due dimensioni – bassi salari e morti sul lavoro – non sono, del resto, due capitoli separati dello stesso libro. Sono lo stesso capitolo. Dove il salario è basso, la pressione a chiudere un occhio sulla sicurezza è massima; dove il subappalto frammenta la filiera, l’interesse a investire in formazione e dispositivi di protezione individuale crolla a ogni passaggio della catena; dove la concorrenza fra imprese si gioca al ribasso sui costi del lavoro, il primo costo a essere compresso è quello dei tempi di lavorazione e quindi delle pause, delle verifiche, dei controlli incrociati che salvano vite.
Un Paese che decide di non fissare un salario minimo legale e di non investire seriamente nella sicurezza del lavoro sta facendo, di fatto, due scelte coerenti: in entrambi i casi, sta accettando di scaricare sul corpo dei lavoratori il costo della propria competitività.
L’articolo 36 della Costituzione – quello sulla retribuzione «sufficiente» – non vive isolato. Sta in dialogo con l’articolo 32 sulla salute, con l’articolo 41 che subordina l’iniziativa economica al non recare danno «alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana», con l’articolo 4 che parla del lavoro come fondamento della Repubblica.
Una lettura integrata di questi articoli porta a una conclusione che il decreto Primo Maggio si rifiuta di trarre: la dignità del lavoro non è solo questione di stipendio, è questione di vita. E il governo che dimentica i morti, mentre celebra la Festa del Lavoro, sta semplicemente confermando che, nel suo ordine di priorità, le vite dei lavoratori vengono dopo i bilanci delle imprese.
Le complicità storiche e la regia europea
Sarebbe ingeneroso, e politicamente miope, scaricare l’intera responsabilità sull’attuale governo. La politica italiana dei bassi salari ha radici trentennali e una matrice precisa: l’accordo di concertazione del luglio 1993, sottoscritto dal governo Ciampi con CGIL, CISL e UIL, che abolì la scala mobile e introdusse il modello della contrattazione a due livelli ancorato al cosiddetto «tasso di inflazione programmato».
Da quell’accordo in avanti – sotto governi di ogni colore, con qualche frammentaria eccezione – i salari italiani sono stati progettati per non crescere. La promessa era che, in cambio della rinuncia al meccanismo di adeguamento automatico, sarebbe arrivata produttività, contrattazione di secondo livello, redistribuzione. Non è arrivato nulla di tutto questo.
La produttività è ferma da vent’anni allo 0,3% medio annuo, contro l’1,2% europeo. La contrattazione di secondo livello copre meno di un terzo dei lavoratori. La redistribuzione è andata nel senso opposto, dai salari ai profitti. L’unico effetto reale del modello concertativo è stato l’indebolimento sistemico del mondo del lavoro: senza scala mobile, senza salario minimo legale, senza meccanismi di indicizzazione automatica, ogni shock inflattivo si scarica integralmente sulle retribuzioni reali. La fiammata del 2022-2023 ha fatto il resto.
Su questo sfondo si innesta la regia europea. La Direttiva UE 2022/2041 sui salari minimi adeguati – che la Cassazione, nelle sentenze del 2023, ha richiamato come parametro interpretativo dell’articolo 36 – chiede agli Stati membri di garantire una copertura della contrattazione collettiva di almeno l’ottanta per cento e, dove insufficiente, di introdurre un salario minimo legale.
L’Italia ha la copertura nominalmente più ampia d’Europa ma, per la combinazione fra contratti pirata, contratti scaduti e tariffe minime ben sotto la soglia di povertà ISTAT, è in realtà uno dei Paesi dove la rete della contrattazione collettiva produce, paradossalmente, lavoro povero.
Anziché trasporre la direttiva con coraggio – riconoscendo che il modello del «salario contrattuale come retribuzione costituzionalmente sufficiente» è clinicamente morto – il governo Meloni ha lasciato scadere il 18 aprile la delega parlamentare, e ora con il decreto Primo Maggio fa l’opposto: riafferma che basta il contratto firmato dalle confederazioni più rappresentative per non avere problemi giuridici. È, sul piano della scelta di campo, una posizione lucidissima: meglio salari bassi sotto controllo concertativo, che salari più alti imposti per legge.
Cosa significa rompere davvero
Da questo quadro emerge un punto che la sinistra di governo ha smesso di pronunciare e che la sinistra sociale deve riprendere a dire con chiarezza: non si può uscire dalla catastrofe salariale e dalla strage quotidiana sui luoghi di lavoro senza una rottura.
Una rottura politica, anzitutto, contro un governo che ha eletto a propria bandiera il principio di non disturbare i profitti. Una rottura culturale, contro la trentennale narrazione neoliberale per cui i salari devono adeguarsi alla produttività e mai viceversa, mentre la produttività dovrebbe stranamente sgorgare da lavoratori precari, mal pagati, infelici e – quando la sicurezza viene meno – uccisi.
Una rottura sindacale, contro un modello concertativo che ha smesso di proteggere chi lavora e ha cominciato a gestire ordinatamente la sua sconfitta. Senza questa triplice rottura, ogni discussione sul «salario giusto» è un’operazione cosmetica.
Le piattaforme rivendicative serie esistono e sono note. Un salario minimo legale di almeno dodici euro lordi all’ora, agganciato dinamicamente al costo della vita reale, in linea con i parametri della Direttiva UE 2022/2041 e con le indicazioni della Cassazione del 2023. Il ripristino di un meccanismo di indicizzazione automatica delle retribuzioni – qualcuno dovrà spiegare ai più giovani perché si chiamava «scala mobile» e perché abolirla è stato l’atto fondativo del precariato salariale italiano.
Una retribuzione netta media non inferiore ai duemila euro mensili, soglia sotto la quale, alle condizioni di prezzo del 2026, parlare di «esistenza libera e dignitosa» diventa una crudeltà semantica.
La piena attuazione dell’articolo 39 della Costituzione, con una legge sulla rappresentanza sindacale che metta finalmente fine al far west dei contratti pirata e dei contratti firmati al ribasso da sigle minoritarie. La detassazione vera e strutturale degli aumenti contrattuali, non delle briciole previste dalla legge di bilancio 2026 al cinque per cento sulle sole tranche erogate nell’anno e al di sotto dei trentamila euro di reddito. La conversione delle decontribuzioni alle imprese in investimenti pubblici diretti, con vincoli stringenti su occupazione stabile, salario minimo e pari opportunità.
Sul fronte parallelo della sicurezza sul lavoro, la piattaforma è altrettanto chiara. Il raddoppio dell’organico ispettivo dell’INL – oggi del tutto insufficiente alla scala del tessuto produttivo italiano – e il vincolo legale di un’ispezione effettiva annuale per ogni cantiere edile sopra una certa soglia di valore.
La responsabilità solidale e penale lungo l’intera filiera del subappalto, con la fine della finzione giuridica per cui il committente principale può scaricare ogni colpa sull’ultimo anello della catena produttiva.
Un nuovo Testo Unico della sicurezza, costruito intorno al principio per cui la prevenzione è un diritto soggettivo del lavoratore esigibile in giudizio, non una concessione del datore. Il rafforzamento dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza, con la generalizzazione dell’obbligo anche nelle imprese sotto i quindici dipendenti, dove oggi si concentra la zona grigia.
L’introduzione del reato di omicidio sul lavoro come fattispecie autonoma, distinta dall’omicidio colposo generico, con pene proporzionate alla gravità di una catastrofe sociale che fa più morti delle stragi di mafia.
Tutto questo non è in alcun modo presente nel decreto Primo Maggio 2026 del governo Meloni. Anzi, il decreto si colloca all’estremo opposto: cementa il modello concertativo, premia la decontribuzione, riduce l’indennità di vacanza contrattuale, scarica sulla magistratura ogni residua difesa dell’articolo 36, dimentica di scrivere una sola riga sulle vite spezzate dei lavoratori. È, in tutto e per tutto, l’esatto contrario di ciò che servirebbe.
È un Primo Maggio rovesciato: la festa del lavoro celebrata con un atto contro il lavoro e con un silenzio sui morti che è di per sé una posizione politica.
Il coraggio che manca, l’urgenza che resta
Resta una domanda, che non riguarda Giorgia Meloni e nemmeno questo singolo decreto: che cosa intende fare il sindacato confederale di fronte all’evidenza che il modello concertativo, dopo trent’anni, ha consegnato ai lavoratori italiani la più consistente perdita di potere d’acquisto fra le grandi economie avanzate e la stabile, ininterrotta strage quotidiana sui luoghi di lavoro?
Che cosa intende fare il centrosinistra istituzionale di fronte a un governo che usa il Primo Maggio per regalare un miliardo alle imprese, per cancellare per via legislativa una giurisprudenza progressiva costruita in due anni di lavoro nei tribunali e per dimenticare di nominare i mille morti dell’anno precedente?
Che cosa intendono fare le opposizioni sociali, i comitati, le associazioni civiche, i movimenti per la giustizia costituzionale che ancora credono che gli articoli 4, 32, 36 e 41 siano un programma politico e non clausole di stile?
La verità è che questo Primo Maggio segna uno spartiacque. O si ricostruisce un blocco sociale capace di pretendere – non chiedere – un salario minimo costituzionale, una scala mobile aggiornata al ventunesimo secolo, un’intransigenza rivendicativa nuova nei confronti delle imprese e delle istituzioni che le proteggono, e con essa una battaglia pari per la sicurezza del lavoro che metta i corpi dei lavoratori al centro e non al margine; oppure i salari italiani continueranno a sprofondare e i morti continueranno a essere conteggiati con la stessa burocratica precisione con cui li conta l’INAIL, mentre i comunicati governativi parleranno d’altro. La scelta non è fra moderazione e radicalità: è fra accettazione e rottura.
Fra l’idea che il lavoro debba mendicare il proprio prezzo e la propria sopravvivenza e l’idea che la dignità retributiva e l’incolumità fisica siano due soglie non negoziabili, scritte nella Costituzione antifascista e ribadite dalla Cassazione.
Quando la legge ordinaria si mette di traverso a questi principi, il dovere democratico è, citando il motto del nostro lavoro, ribellarsi. Non a parole. Non per slogan. Ma con la costruzione paziente, faticosa e necessaria di un fronte sociale e costituzionale capace di rovesciare il tavolo.
Il decreto del 28 aprile 2026 va impugnato sul piano politico, contestato sul piano costituzionale, smontato pezzo per pezzo nelle aule giudiziarie da sindacati di base e legali del lavoro che continueranno – perché continueranno – a invocare l’articolo 36 come parametro vivo.
E nelle piazze del Primo Maggio va detto, senza i toni unitaristici di facciata, che il «salario giusto» dichiarato dal governo è una truffa, e che il silenzio del governo sui morti del 2025 è un’infamia.
La giustizia salariale e la sicurezza del lavoro, in Italia, cominciano oltre Palazzo Chigi e oltre il tavolo della concertazione. Cominciano ricordando che il lavoro non è una merce e che la sua retribuzione non è una variabile di bilancio, ma un diritto costituzionale che otto decenni di politica neoliberale hanno tentato di smantellare. Cominciano, soprattutto, ricordando i nomi e i cognomi di chi quel decreto non ha voluto vedere: i 1.093 lavoratori e lavoratrici morti nel 2025 perché un Paese che voglia ancora chiamarsi democratico ha il dovere di rimettere le loro vite, e quelle di chi ancora oggi rischia di seguirli, al centro della propria coscienza pubblica.
Fonti
1. Consiglio dei ministri, comunicato del 28 aprile 2026 sull’approvazione del decreto-legge « Disposizioni urgenti in materia di salario giusto, di incentivi all’occupazione e di contrasto del caporalato digitale » (Decreto Primo Maggio 2026).
2. Il Sole 24 Ore, « Decreto Lavoro, via libera del Consiglio dei ministri », 28 aprile 2026.
3. Il Post, « Cosa c’è nel nuovo decreto sul lavoro del governo », 28 aprile 2026.
4. Sky TG24, « Lavoro, via libera Cdm a decreto 1° maggio. Meloni: stanziato 1 miliardo per incentivi », 28 aprile 2026.
5. Adnkronos, « 1 Maggio. Meloni: con decreto lavoro difendiamo l’occupazione. Landini: governo fa propaganda », 1 maggio 2026.
6. Contropiano, « Il decreto Primo Maggio è contro i lavoratori », 1 maggio 2026.
7. Lavoro e Diritti, « Cosa prevede il Decreto Primo Maggio 2026: tutte le novità in arrivo su lavoro e buste paga », 28 aprile 2026.
8. Business Online, « CCNL e contratti nazionali: le nuove misure per favorire rinnovi e miglioramenti nel decreto 1 maggio 2026 », 30 aprile 2026.
9. ISTAT, Rapporto annuale 2025, capitolo sulle dinamiche retributive 2019-2024 (perdita del 10,5% dei salari reali).
10. ISTAT, Report « Le prospettive per l’economia italiana 2025-2026 », dicembre 2025 (salari reali a settembre 2025 inferiori di 8,8 punti rispetto a gennaio 2021).
11. ISTAT, Report « Contratti collettivi e retribuzioni contrattuali, III trimestre 2025 ».
12. Indeed Hiring Lab, Indice cumulativo dei salari reali, gennaio 2021 – gennaio 2026 (perdita 11,1%).
13. Ufficio parlamentare di bilancio, Nota di congiuntura, gennaio 2026.
14. Fondazione Giuseppe Di Vittorio, Rapporto sulla perdita salariale 2021-2024 (privato: 6.400 euro; pubblico: 5.700 euro).
15. OCSE, Employment Outlook 2025, capitolo sulle retribuzioni reali nei Paesi OCSE.
16. Mediobanca Area Studi, « Dati Cumulativi di 1.905 società italiane », 2025.
17. Censis, Rapporto sulla situazione sociale del Paese 2025.
18. Banca d’Italia, Bollettino economico, aprile 2026.
19. INAIL, Bollettino trimestrale gennaio-dicembre 2025 sulle denunce di infortunio e malattia professionale, pubblicato a febbraio 2026 (1.093 morti totali, 792 in occasione di lavoro, 597.710 denunce di infortunio, 98.463 malattie professionali).
20. INAIL, Periodico statistico « Dati Inail 1/2026 — Andamento infortunistico 2025 », Consulenza statistico attuariale.
21. Osservatorio Sicurezza sul Lavoro e Ambiente di Vega Engineering, Report nazionale e regionale sui morti sul lavoro 2025.
22. Il Fatto Quotidiano, « Incidenti sul lavoro, 1.093 morti nel 2025: i dati Inail », 3 febbraio 2026.
23. Collettiva.it (CGIL), « 432 in sette mesi i morti sul lavoro denunciati all’Inail », settembre 2025.
24. Eurostat, Indicatori standardizzati di incidenza degli infortuni sul lavoro per 100.000 occupati, dati 2023.
25. Decreto-legge 31 ottobre 2025, n. 159 « Misure urgenti per la tutela della salute e della sicurezza sui luoghi di lavoro e in materia di protezione civile », convertito in legge a inizio 2026.
26. Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, D.M. n. 20/2026 « Piano integrato per la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro per l’anno 2026 ».
27. Decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81 « Testo Unico in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro », e successive modifiche.
28. Corte di cassazione, sezione lavoro, sentenze nn. 27711, 27713 e 27769 del 2 ottobre 2023 (salario minimo costituzionale).
29. Corte di cassazione, sezione lavoro, sentenza marzo 2026 (conferma indirizzo 2023).
30. Tribunale di Milano, sentenze sul CCNL Vigilanza privata e servizi fiduciari (paghe orarie di 4,40 e 3,96 euro lordi dichiarate non conformi all’articolo 36 della Costituzione).
31. Tribunale di Torino, Tribunale di Catania, Tribunale di Bari, sentenze sul salario minimo costituzionale 2022-2024.
32. Corte costituzionale, sentenze nn. 30/1960, 106/1962, 74/1966, 559/1987, 51/2015 (sull’art. 36 come norma immediatamente precettiva).
33. Direttiva UE 2022/2041 del Parlamento europeo e del Consiglio sui salari minimi adeguati nell’Unione europea.
34. Questione Giustizia, « Il salario minimo costituzionale nella giurisprudenza di legittimità », 2024.
35. Welforum.it, « La Corte di cassazione e il salario minimo adeguato costituzionale », novembre 2023.
36. ARAN, Atto di indirizzo per il rinnovo del CCNL Sanità Pubblica 2025-2027, febbraio 2026.
37. CISL FP, « CCNL Sanità Pubblica 2022-2024: firma definitiva del 27 ottobre 2025 » e dichiarazioni di Roberto Chierchia e Daniela Fumarola.
38. FP CGIL, « Tabelle CCNL Sanità 2022-2024 », ottobre 2025.
39. CGIL, comunicato di Maurizio Landini sul decreto Primo Maggio 2026, 1 maggio 2026.
40. Bollettino ADAPT, « Salari, inflazione e produttività: due piani di un problema ancora aperto », novembre 2025.
41. Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, Università Cattolica del Sacro Cuore, « Retribuzioni, inflazione e distribuzione del reddito in Italia », ottobre 2025.
42. Costituzione della Repubblica Italiana, articoli 4, 32, 36, 39 e 41.
Fonte
04/05/2026
Decreto lavoro o decreto imprese?
“Forse che quella che chiamiamo rosa cesserebbe d’avere il suo profumo se la chiamassimo con altro nome?”. Passare da Shakespeare al duo Meloni-Calderone distrugge ogni poesia e farà rivoltare il buon William nella tomba, ma in effetti se chiamiamo con altro nome – “decreto lavoro” – quel provvedimento varato il 1 maggio che prevede soprattutto sussidi alle aziende non lo fa cessare di essere un “decreto imprese”.
“Un decreto da quasi un miliardo”, afferma Meloni. Quanti di questi finiranno nelle tasche dei lavoratori? Zero. Quanti in quelle delle imprese? Praticamente tutti. Per lo più per rinnovare bonus – giovani, donne, ZES – che già esistono nella sostanza da decenni e che un boom di buona occupazione e salari dignitosi non l’hanno mai prodotto. Sapete però cosa hanno prodotto? Più soldi pubblici per i portafogli privati delle aziende. Strano esito, quando letteralmente regali soldi alle imprese. Eccolo il vero Sussidistan che esiste in Italia.
Mercoledì 28 aprile l’Istat ha certificato un fenomeno che chi vive quaggiù sulla terra e non in qualche ministero conosce benissimo: i lavoratori e le lavoratrici in questa “nazione”, come piace definirla a Giorgia & Co., si sono impoveriti. Addirittura -7,8% tra il 2021 e il 2025, frutto della differenza tra l’aumento nominale nelle buste paga e il boom dei prezzi nello stesso periodo.
Ma niente, nemmeno di fronte a questa catastrofe – per i lavoratori e le lavoratrici, perché c’è sempre chi ci guadagna; vi do un indizio: andate a verificare gli utili di banche, imprese belliche, dell’energia, della logistica, delle assicurazioni – l’ultradestra ha cambiato idea sul salario minimo. E infatti nel “decreto imprese” non c’è traccia.
Diversamente dai dubbi amletici di Nanni Moretti sull’essere presenti o meno a una festa, qui la situazione è chiara: conta più ciò che manca – il salario minimo – che ciò che c’è.
E cosa c’è? Il “salario giusto”, una formula moralistica che significa tutto e niente. Più “niente”, a dire il vero. Per l’ultradestra di governo il “salario giusto” è quello su cui mettono la firma le parti “comparativamente più rappresentative” di sindacati e parti datoriali. Per capirci, i contratti nazionali siglati da CGIL, CISL e UIL e principali associazioni imprenditoriali.
Come si impone questo “salario giusto”? Semplicemente impedendo che i bonus giovani, donne e ZES arrivino alle imprese che sono firmatarie di contratti che prevedono un trattamento economico complessivo (TEC nella sua sigla, comprensivo di paga base, tredicesima, welfare aziendale, permessi, ecc.) inferiore a quello dei principali contratti.
La propaganda meloniana sostiene che così si dà una bella botta ai “contratti pirata”. A voler essere buoni, è un colpetto. I contratti pirati continueranno a esistere, con qualche difficoltà in più. Nella battaglia interna a un sindacalismo sempre più “giallo” la CISL batte l’UGL e la CISAL, storicamente più vicini alla destra di casa nostra.
Ma soprattutto: quanto pesano oggi i contratti pirata? Ce lo dice il CNEL di Brunetta: se è vero che il 65,4% del totale dei contratti collettivi nazionali per il settore privato sono stati sottoscritti da organizzazioni datoriali e sindacali non riconducibili a CGIL, CISL e UIL, è altrettanto vero che gli stessi coprono “solo” 267,851mila lavoratori, l’1,8% del totale dei dipendenti privati. Sempre uno di troppo, figuriamoci. Forse, però, il problema dei salari da fame in questo Paese non è solo qui.
Lo si ritrova infatti anche in quei contratti firmati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative (CGIL, CISL, UIL e principali organizzazioni datoriali) e che in alcuni casi prevedono retribuzioni orarie di 6€-7€ lordi l’ora. Suonare al citofono di guardie giurate, lavoratori e lavoratrici delle pulizie e troppe altre categorie.
Ecco perché il salario minimo è tanto necessario. Perché permetterebbe di alzare subito gli stipendi di tutti quei lavoratori e di quelle lavoratrici che, a prescindere dal CCNL cui sono sottoposti, vivono con salari da fame.
Questo sarebbe dare attuazione vera all’articolo 36 della Costituzione che prevede che “il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Altro che il meloniano “salario giusto”.
A mancare, però, è anche qualsiasi misura di contrasto a un’altra piaga del presente: gli omicidi sul lavoro. Proprio nel giorno in cui il governo vagliava il “decreto imprese” ad Acerra, provincia di Napoli, Pasquale Perna, operaio in un impianto di trattamento dei rifiuti, veniva ritrovato senza vita sul posto di lavoro. Sarà l’autopsia a spiegare se sia stato schiacciato dal muletto o se sia morto per altre circostanze.
Quel che sappiamo, però, è che nel giorno della Festa dei lavoratori e delle lavoratrici vorremmo poter sorridere per il rafforzamento dei controlli sui posti di lavoro; per l’eliminazione di norme che precarizzano le condizioni di lavoro rendendo i dipendenti più ricattabili e quindi meno “forti” nel rivendicare il rispetto delle misure di sicurezza; per l’introduzione del reato di omicidio sul lavoro che potrebbe fungere da deterrente nei confronti di chi manomette un macchinario perché bisogna produrre di più e più rapidamente.
Niente per i lavoratori, tanto per le imprese e per qualche sindacato fedele: eccolo il decreto imprese del governo Meloni. Anche per questo saremo in piazza il 1 maggio: perché quella data è la festa dei lavoratori (e NON del lavoro, espressione tipica di una cultura corporativista) e non accettiamo di farci fare la festa dal governo dell’ultradestra e dalle sue appendici.
Fonte
“Un decreto da quasi un miliardo”, afferma Meloni. Quanti di questi finiranno nelle tasche dei lavoratori? Zero. Quanti in quelle delle imprese? Praticamente tutti. Per lo più per rinnovare bonus – giovani, donne, ZES – che già esistono nella sostanza da decenni e che un boom di buona occupazione e salari dignitosi non l’hanno mai prodotto. Sapete però cosa hanno prodotto? Più soldi pubblici per i portafogli privati delle aziende. Strano esito, quando letteralmente regali soldi alle imprese. Eccolo il vero Sussidistan che esiste in Italia.
Mercoledì 28 aprile l’Istat ha certificato un fenomeno che chi vive quaggiù sulla terra e non in qualche ministero conosce benissimo: i lavoratori e le lavoratrici in questa “nazione”, come piace definirla a Giorgia & Co., si sono impoveriti. Addirittura -7,8% tra il 2021 e il 2025, frutto della differenza tra l’aumento nominale nelle buste paga e il boom dei prezzi nello stesso periodo.
Ma niente, nemmeno di fronte a questa catastrofe – per i lavoratori e le lavoratrici, perché c’è sempre chi ci guadagna; vi do un indizio: andate a verificare gli utili di banche, imprese belliche, dell’energia, della logistica, delle assicurazioni – l’ultradestra ha cambiato idea sul salario minimo. E infatti nel “decreto imprese” non c’è traccia.
Diversamente dai dubbi amletici di Nanni Moretti sull’essere presenti o meno a una festa, qui la situazione è chiara: conta più ciò che manca – il salario minimo – che ciò che c’è.
E cosa c’è? Il “salario giusto”, una formula moralistica che significa tutto e niente. Più “niente”, a dire il vero. Per l’ultradestra di governo il “salario giusto” è quello su cui mettono la firma le parti “comparativamente più rappresentative” di sindacati e parti datoriali. Per capirci, i contratti nazionali siglati da CGIL, CISL e UIL e principali associazioni imprenditoriali.
Come si impone questo “salario giusto”? Semplicemente impedendo che i bonus giovani, donne e ZES arrivino alle imprese che sono firmatarie di contratti che prevedono un trattamento economico complessivo (TEC nella sua sigla, comprensivo di paga base, tredicesima, welfare aziendale, permessi, ecc.) inferiore a quello dei principali contratti.
La propaganda meloniana sostiene che così si dà una bella botta ai “contratti pirata”. A voler essere buoni, è un colpetto. I contratti pirati continueranno a esistere, con qualche difficoltà in più. Nella battaglia interna a un sindacalismo sempre più “giallo” la CISL batte l’UGL e la CISAL, storicamente più vicini alla destra di casa nostra.
Ma soprattutto: quanto pesano oggi i contratti pirata? Ce lo dice il CNEL di Brunetta: se è vero che il 65,4% del totale dei contratti collettivi nazionali per il settore privato sono stati sottoscritti da organizzazioni datoriali e sindacali non riconducibili a CGIL, CISL e UIL, è altrettanto vero che gli stessi coprono “solo” 267,851mila lavoratori, l’1,8% del totale dei dipendenti privati. Sempre uno di troppo, figuriamoci. Forse, però, il problema dei salari da fame in questo Paese non è solo qui.
Lo si ritrova infatti anche in quei contratti firmati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative (CGIL, CISL, UIL e principali organizzazioni datoriali) e che in alcuni casi prevedono retribuzioni orarie di 6€-7€ lordi l’ora. Suonare al citofono di guardie giurate, lavoratori e lavoratrici delle pulizie e troppe altre categorie.
Ecco perché il salario minimo è tanto necessario. Perché permetterebbe di alzare subito gli stipendi di tutti quei lavoratori e di quelle lavoratrici che, a prescindere dal CCNL cui sono sottoposti, vivono con salari da fame.
Questo sarebbe dare attuazione vera all’articolo 36 della Costituzione che prevede che “il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Altro che il meloniano “salario giusto”.
A mancare, però, è anche qualsiasi misura di contrasto a un’altra piaga del presente: gli omicidi sul lavoro. Proprio nel giorno in cui il governo vagliava il “decreto imprese” ad Acerra, provincia di Napoli, Pasquale Perna, operaio in un impianto di trattamento dei rifiuti, veniva ritrovato senza vita sul posto di lavoro. Sarà l’autopsia a spiegare se sia stato schiacciato dal muletto o se sia morto per altre circostanze.
Quel che sappiamo, però, è che nel giorno della Festa dei lavoratori e delle lavoratrici vorremmo poter sorridere per il rafforzamento dei controlli sui posti di lavoro; per l’eliminazione di norme che precarizzano le condizioni di lavoro rendendo i dipendenti più ricattabili e quindi meno “forti” nel rivendicare il rispetto delle misure di sicurezza; per l’introduzione del reato di omicidio sul lavoro che potrebbe fungere da deterrente nei confronti di chi manomette un macchinario perché bisogna produrre di più e più rapidamente.
Niente per i lavoratori, tanto per le imprese e per qualche sindacato fedele: eccolo il decreto imprese del governo Meloni. Anche per questo saremo in piazza il 1 maggio: perché quella data è la festa dei lavoratori (e NON del lavoro, espressione tipica di una cultura corporativista) e non accettiamo di farci fare la festa dal governo dell’ultradestra e dalle sue appendici.
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30/04/2026
Governare la tendenza. Una discussione intorno al volume Libercomunismo
Brancaccio: “Il consenso del professor Tremonti è andato al di là delle più rosee aspettative. Penso sia interessante, però, se con Tremonti ci soffermiamo soprattutto sui punti di dissenso tra noi. Per esempio, quando Tremonti dichiara che c’è un problema di eccessiva immigrazione e poi aggiunge che c’è anche un problema di crisi del welfare causata dalla crisi demografica, io qui ravviso una contraddizione logica, visto che sotto questo aspetto l’immigrazione sarebbe una soluzione piuttosto che un problema. Inoltre, per evitare di cadere nella retorica mainstream, di cui lo stesso Tremonti è stato un critico, aggiungerei che la crisi del welfare non dipende solo dalle ‘culle vuote’ ma anche e soprattutto dalla bassa produttività del lavoro e dal fatto che il bilancio statale, come cercavo di spiegare prima, è stato utilizzato sempre meno per il welfare e sempre più per sussidi pubblici al capitale privato, cioè a soggetti che del welfare evidentemente non hanno bisogno”.
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25/04/2026
19/04/2026
Declino economico italiano tra nanismo aziendale e sussidi alle imprese
Indagine conoscitiva sulla competitività del sistema Italia, sulle dinamiche del PIL nel periodo 1992-2025 in rapporto alla media UE e sulle leve di intervento sui settori produttivi per sostenere la crescita economica: Emiliano Brancaccio, professore di economia politica presso l’Università degli studi di Napoli Federico II.
Il video dell'audizione.
Il video dell'audizione.
15/04/2026
“Alle imprese più vincoli su salari, salute e ambiente: sul caro-bollette interventi del governo regressivi”
Umberto De Giovannangeli intervista Emiliano Brancaccio
“Prebende. Sussidi fossili che rallentano la transizione ecologica, aiuti di stato: si sfonda la soglia del 150mld all’anno. Questa ideologia delle “regalie” pubbliche ha aggravato l’arretratezza del nostro sistema produttivo”.
Dopo la sconfitta referendaria, Giorgia Meloni e il suo governo si presentano in Parlamento in affanno. Le opposizioni intravedono l’occasione di una svolta, ma quale può essere il programma, quali i concreti obiettivi di una possibile alternativa al governo delle destre? Ne discutiamo con Emiliano Brancaccio, docente di economia politica alla Federico II, autore del volume Libercomunismo, uscito con Feltrinelli, e di un editoriale sul Manifesto che sta facendo discutere.
“Prebende. Sussidi fossili che rallentano la transizione ecologica, aiuti di stato: si sfonda la soglia del 150mld all’anno. Questa ideologia delle “regalie” pubbliche ha aggravato l’arretratezza del nostro sistema produttivo”.
Dopo la sconfitta referendaria, Giorgia Meloni e il suo governo si presentano in Parlamento in affanno. Le opposizioni intravedono l’occasione di una svolta, ma quale può essere il programma, quali i concreti obiettivi di una possibile alternativa al governo delle destre? Ne discutiamo con Emiliano Brancaccio, docente di economia politica alla Federico II, autore del volume Libercomunismo, uscito con Feltrinelli, e di un editoriale sul Manifesto che sta facendo discutere.
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Professor Brancaccio, come giudica l’informativa della premier in Parlamento?
Ricordo che fino a poco tempo fa Meloni sponsorizzava Trump per il Nobel per la pace e il vicepremier Salvini si dichiarava orgoglioso di stringere la mano a Netanyahu durante il massacro di Gaza. Se oggi gli Stati Uniti e Israele insistono con le loro azioni devastatrici, è anche a causa di queste forme di subalternità da parte dell’Italia e di altri paesi compiacenti.
Al di là della questione giustizia, il referendum ha lanciato un messaggio contro questa disastrosa politica estera, che sta avendo pesanti ricadute anche sulla politica economica. Un’autocritica da parte di Meloni sarebbe stata opportuna. Non è arrivata.
In effetti, il nodo della politica economica si annuncia il più difficile di tutti. Meloni dice che ha fatto tutto il possibile contro il caro-bollette.
Gli interventi del governo sono regressivi, aiutano ricchi e poveri allo stesso modo e quindi in proporzione favoriscono i ricchi. Così non va bene.
Meloni però dice che le opposizioni non hanno un programma alternativo. In effetti già litigano sulla patrimoniale, Giuseppe Conte non la vuole.
Le opposizioni dovrebbero partire dalla realtà dei fatti. L’80 percento del gettito Irpef è a carico di lavoratori dipendenti e pensionati, solo il 10 percento è a carico dei redditi da capitale. Sono squilibri da paradiso fiscale. Una patrimoniale dovrebbe esser considerata un correttivo minimo di partenza, che dia inizio a una riforma più generale che sgravi salari e pensioni e aumenti il gettito fiscale da profitti e rendite.
Tra l’altro, il ministero dell’economia segnala che le risorse pubbliche scarseggiano. C’è il rischio che una possibile alternativa di sinistra sia subito soffocata da un ritorno dell’austerity?
Siamo al cospetto di un tipo di austerità anche più insidioso del passato. Ricordo che il ministro Giorgetti diede il consenso al nuovo Patto di stabilità europeo e subito dopo ammise che avevano approvato “il caos totale”. Una confessione imbarazzante, ma a ben vedere si sta rivelando anche peggio di un “caos”. È un quadro da “austerity di guerra”, che prosciuga le risorse statali per ecologia, sanità, istruzione, e invece lascia a briglie sciolte la spesa per il riarmo. Dovremmo iniziare a chiamarlo per quello che è: un “patto di instabilità bellica”.
È possibile cambiare le regole europee?
Persino Mario Draghi dichiara che l’Unione europea sopravvive a questi tempi di ferro e di fuoco solo se cambia radicalmente. Lui però non pone la questione chiave: il bilancio Ue cresce solo se cresce la legittimazione democratica. Se non si parte da una lotta per dare potere effettivo al parlamento Ue, è inutile iniziare qualsiasi discussione.
Intanto, che facciamo?
Se le regole Ue non vengono sospese di nuovo, ci tocca operare tra le loro crepe. In Commissione bilancio ho spiegato che il nuovo Patto di stabilità europeo apre a una trattativa sul concetto controverso di “Pil potenziale”. Questione tecnica da cui tuttavia possono uscire 10 miliardi di margine all’anno. Giorgetti non ha fatto nulla in tema.
Non c’è il rischio che questo margine venga comunque assorbito dalle spese per il riarmo?
No, perché il Consiglio Ue ha addirittura escluso le spese militari dai vincoli di bilancio europei. È un’interpretazione guerresca dell’articolo 26 del nuovo Patto, che in realtà parla genericamente di “circostanze eccezionali”. Perché mai la spesa per soddisfare intenti bellici sarebbe una circostanza “eccezionale” e invece non lo sarebbero, per esempio, i disastri idrogeologici o gli effetti dell’IA sulla disoccupazione tecnologica? La decisione del Consiglio Ue si può impugnare.
Quanti sono i miliardi per il riarmo dell’Italia?
Per il 2028, il governo vorrebbe salire a 50 miliardi, per arrivare a un boom nominale di oltre il 60 percento in sei anni. Un tale incremento non si giustifica con meri obiettivi di “difesa”. La verità è che si tratta di un programma di “espansione” militare, sostenuto dal ministro Crosetto e da tutto l’esecutivo. È un tentativo di intrupparsi nei progetti di quegli spezzoni rilevanti del capitalismo europeo che nella crisi del vecchio “ordine” americano sperano di crearsi un proprio spazio egemonico, aprendo varchi per i loro capitali all’estero anche con l’uso di truppe e cannoni. Se si vuole intercettare il No referendario alla guerra, bisogna opporsi a questi cenni di nuovo imperialismo europeo. Si possono spostare almeno 15 miliardi verso il welfare e altre voci di bilancio sofferenti.
Così però andiamo contro l’aumento delle spese militari chiesto dagli Stati Uniti e dalla NATO...
Quella richiesta va respinta. Piuttosto, bisognerebbe lavorare per l’apertura di una trattativa con la Cina e con tutti gli altri paesi, che affronti il nodo chiave di questo tempo: far capire agli americani che sarà meglio accettare la realtà del declino economico dell’impero USA indebitato, e coordinarsi a livello internazionale per governare la tendenza, prima che porti allo scoppio di una guerra su vasta scala. La partita dei prossimi anni è questa.
Lei rievoca l’appello su “le condizioni economiche per la pace”, che avete pubblicato sul Financial Times e Le Monde. È ancora attuale?
Più che mai. L’Italia ha un ruolo non trascurabile nello scacchiere mondiale. Dovrebbe prender posizione su questo crocevia decisivo tra guerra e pace.
Tornando alla questione del bilancio pubblico, lei insiste anche sulla necessità di tagliare le “regalie” alle imprese inefficienti. Cosa intende?
Da decenni l’ideologia prevalente alimenta una lotta senza quartiere contro i famigerati “sprechi” della spesa pubblica. Siamo stati persuasi a tagliare di tutto, dalle spese per la tutela del territorio al reddito di cittadinanza. Il non detto è che nello stesso periodo i sussidi, le prebende e i regali pubblici al capitale privato sono aumentati a dismisura. Sarebbe ora di rimediare a questa ipocrisia.
A quanto ammontano i sussidi al capitale privato?
Se sommiamo i dati ufficiali su prebende alle imprese, aiuti per crisi, sussidi fossili che rallentano la transizione ecologica, aiuti di stato ai privati senza contropartita, eccetera, arriviamo a sfondare la soglia dei 150 miliardi all’anno. Tutto questo senza contare altre forme subdole di “sussidi”, come la storica tolleranza sull’evasione d’impresa. Sommando tutte queste “regalie” pubbliche al capitale privato, l’Italia si trova prima assoluta in Europa: viaggiamo complessivamente sull’8 percento del Pil, ben al di sopra di Germania, Francia, Regno Unito, Spagna e altri. Il margine per cambiare musica è enorme.
Però, quelli che lei chiama “sussidi”, di solito vengono definiti “incentivi”, per innovare e altro.
La verità è che spesso i cosiddetti incentivi non incentivano nulla di virtuoso. Al contrario, si rivelano regali pubblici a fondo perduto che garantiscono una tranquilla sopravvivenza a grosse sacche di capitalismo parassitario. Sarebbe ora di sostituire questa controproducente politica di “incentivi” al capitale con una nuova politica di “comando” sul capitale: le imprese dovrebbero competere tra loro sotto il vincolo di leggi semplici e stringenti, a tutela dei salari, del lavoro, dell’ambiente, della salute, del bilancio pubblico, senza più lassismo. È questa la porta verso il futuro.
Lei dice che così finalmente “costringiamo l’imbolsito capitalismo italiano a innovare”. Ma non rischiamo piuttosto di farlo morire?
Questa è la solita litania dei più retrivi imprenditori italiani. Ci dicono che riescono a stare sul mercato solo se siamo disposti a tollerare il più pesante schiacciamento dei salari a livello europeo, se chiudiamo gli occhi sulle violazioni dei vincoli ambientali, sanitari e di sicurezza del lavoro, se ammicchiamo agli evasori e se continuiamo a regalare quantità spropositate di denari pubblici al capitale privato. Ma il vero risultato di questa politica quale è stato? Imprenditori senza progetto che aprono attività, prendono i soldi pubblici e poi comunque svaniscono nel nulla tra fughe e fallimenti, una produttività del lavoro che continua a stagnare, investimenti privati nell’innovazione del tutto insoddisfacenti, nessuna concorrenza virtuosa tra capitali e un livello drammatico di frammentazione e disorganizzazione del capitalismo nazionale. Abbiamo assecondato il pianto greco dei proprietari italiani e così li abbiamo resi sempre più parassiti, sempre meno capaci di innovare per competere. Diciamolo chiaramente: questa ideologia delle “regalie” pubbliche al capitale privato ha aggravato l’arretratezza del nostro sistema produttivo.
Professore, messo così, il suo “libercomunismo” sembra anche più drastico del vecchio liberismo...
Il mio “libercomunismo” non fa altro che aggiornare la gloriosa tradizione di quei comunisti che sapevano analizzare il capitalismo nazionale in modo più onesto dei padroni. L’opposto dei liberisti nostrani, che sono stati feroci coi lavoratori e compiacenti coi proprietari del capitale più antiquato dell’Europa occidentale. Se si vuole modernizzare il paese, bisogna invertire la tendenza. Si possono spostare almeno 45 miliardi, dalle prebende alle imprese inefficienti verso un piano di investimenti pubblici per la diffusione gratuita delle nuove scoperte scientifiche e tecnologiche. Si può liberare un enorme potenziale di sviluppo, a beneficio della collettività e non più dei soliti noti.
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17/12/2025
Retromarcia UE sui motori endotermici. L’unica transizione è bellica
Ieri la Commissione Europea ha presentato il pacchetto di sostegno all’automotive che ha fatto molto discutere nelle ultime settimane. Un po’ perché si tratta del settore che fa da spina dorsale all’industria continentale, anche se gli imperialisti europei si preparano ad affidare questo primato alle filiere belliche, un po’ perché si sapeva avrebbe segnato un passo indietro sulla millantata transizione ecologica.
Non sono poche le misure annunciate, ma il pilastro fondamentale è uno: l’abbattimento delle emissioni del 100% per i nuovi veicoli entro il 2035 viene ridotto al 90%. Questo 10% permetterà ai produttori di continuare a commercializzare veicoli con motore a combustione interna, inclusi ibridi plug-in, mild hybrid e range extender, anche oltre la data fatidica.
Il Commissario europeo all’Industria, Stéphane Séjourné, ha affermato che “l’elettrificazione del parco veicoli rimane il principale motore della trasformazione della flotta europea nei prossimi 10 anni. L’Ue non sta mettendo in discussione il suo obiettivo climatico: l’Europa conferma il suo obiettivo di decarbonizzazione al 100% entro il 2035 per le flotte nuove”.
Il trucco sta nel fatto che quel 10% di flessibilità dovrà essere compensato attraverso misure specifiche di politica industriale. I costruttori dovranno utilizzare acciaio a basso contenuto di carbonio prodotto nell’UE, oppure alimentare i veicoli con carburanti sostenibili, come biocarburanti e combustibili sintetici.
Si tratta di un sistema che, di fondo, segue la stessa logica dei crediti climatici (il mercato delle emissioni), e fa indietreggiare nettamente gli obiettivi posti in precedenza.
Secondo il Commissario ai Trasporti, Apostolos Tzitzikōstas, quel 10% di emissioni si concretizzerà nel mantenimento del “30-35% delle auto non elettriche, ovvero con motore a combustione, ibrido plug-in o con range extender o qualsiasi altra tecnologia che potrebbe emergere nei prossimi dieci anni”.
Ovvio che, ad ogni modo, la spinta sull’automotive è quella di passare a formule più sostenibili. Ma il cuore del pacchetto mostra che lo scopo dei nuovi obiettivi era in realtà quello certo di rispondere alle pressioni dei produttori, ma anche di creare un mercato di riferimento per l’acciaio europeo, come ha in pratica sottolineato il Commissario per il Clima, Wopke Hoekstra. E anche per i biocarburanti, su cui sta investendo molto ad esempio ENI, con una profonda penetrazione economica in Africa.
Non a caso, l’introduzione di maggiore flessibilità è stata sostenuta e ben accolta da Germania – il cuore dell’automotive europeo – e Italia. Anche l’associazione dei costruttori europei (ACEA) e la Volkswagen hanno accolto con favore la decisione. Stellantis ritiene che si tratti di un primo passo, ma le proposte “non affrontano in modo significativo le questioni che il settore sta affrontando”.
È chiaro che le varie multinazionali vorrebbero sempre qualcosa in più per restare nel Vecchio Continente. Ma è anche evidente che lo scopo anche poco nascosto di queste riforme è quello di creare una sorta di circolo virtuoso nell’industria europea, in sostanza obbligando le filiere di chi produce in Europa a orientarsi verso il Made in UE e a integrarsi in maniera sempre più stretta. In questo modo, i vertici europei sperano di riattivare un’industria che troverebbe inoltre maggiore autonomia, e con essa maggiore competitività.
Che l’ambiente non sia minimamente nei pensieri dei decisori europei lo si capisce però anche da altre misure. Ad esempio, nel pacchetto, c’è il piano “Battery Booster” da 1,8 miliardi di euro per accelerare lo sviluppo di una catena del valore delle batterie interamente prodotta nell’UE, di cui 1,5 miliardi sosterranno i produttori locali di celle per batterie attraverso prestiti senza interessi già dal prossimo anno.
Ci sono poi i “supercrediti” forniti alle case automobilistiche che produrranno minicar, ma sempre e solo all’interno dei 27 paesi UE. In questo caso, un tale “favore” guarda evidentemente alla competizione con la Cina. Il doppio standard delle accuse mosse al Dragone – di “distorcere il mercato attraverso sussidi pubblici” – appare con tutta la sua valenza propagandistica.
Bisogna però sottolineare che questo insieme di misure, che sono indirizzate esclusivamente a rafforzare la competizione con altri attori globali, non sono a costo zero. Non solo per l’ambiente, ma anche per le tasche delle classi popolari europee. Chi può dire di poter oggi godere di “supercrediti”, o addirittura di prestiti senza interessi?
Ora la proposta deve essere negoziata col Parlamento e il Consiglio europei. Se il progetto passerà indenne da quelle stanze, assisteremo a un altro importante spostamento di ricchezza dalle tasche di lavoratori e pensionati a quelle dei grandi imprenditori e manager, con una pioggia di fondi che finirà a garantire i profitti di una ristretta élite, a discapito finale anche del Pianeta stesso.
La UE aveva posto l’economia green al centro dei propri orizzonti, unendo la propaganda sul ruolo “progressivo” che dovrebbe avere la classe dirigente europea in un mondo altrimenti governato dalla “giungla”, con l’idea di costruire la propria competitività internazionale in un settore in espansione e fortemente legato all’innovazione tecnologica.
La frammentazione del mercato mondiale in seguito all’esplodere delle tensioni che da anni covavano ha dato il colpo di grazia al modello mercantilista europeo, mentre le velleità di poter prendere le redini dei settori verdi, dominati dalla Cina, si sono mostrate come pura presunzione.
Ciò che è rimasto in mano alle classi dominanti del Vecchio Continente è solo la possibilità di sfruttare quel cavallo perdente per garantire sbocchi ad altri settori – come l’acciaio, appunto – che dovranno essere sostenuti per creare un “ecosistema” aziendale adatto al riarmo. Questa sì che è l’unica vera “transizione” su cui la UE sta puntando per giocare la propria partita nella “guerra mondiale a pezzi” che viviamo.
Fonte
Non sono poche le misure annunciate, ma il pilastro fondamentale è uno: l’abbattimento delle emissioni del 100% per i nuovi veicoli entro il 2035 viene ridotto al 90%. Questo 10% permetterà ai produttori di continuare a commercializzare veicoli con motore a combustione interna, inclusi ibridi plug-in, mild hybrid e range extender, anche oltre la data fatidica.
Il Commissario europeo all’Industria, Stéphane Séjourné, ha affermato che “l’elettrificazione del parco veicoli rimane il principale motore della trasformazione della flotta europea nei prossimi 10 anni. L’Ue non sta mettendo in discussione il suo obiettivo climatico: l’Europa conferma il suo obiettivo di decarbonizzazione al 100% entro il 2035 per le flotte nuove”.
Il trucco sta nel fatto che quel 10% di flessibilità dovrà essere compensato attraverso misure specifiche di politica industriale. I costruttori dovranno utilizzare acciaio a basso contenuto di carbonio prodotto nell’UE, oppure alimentare i veicoli con carburanti sostenibili, come biocarburanti e combustibili sintetici.
Si tratta di un sistema che, di fondo, segue la stessa logica dei crediti climatici (il mercato delle emissioni), e fa indietreggiare nettamente gli obiettivi posti in precedenza.
Secondo il Commissario ai Trasporti, Apostolos Tzitzikōstas, quel 10% di emissioni si concretizzerà nel mantenimento del “30-35% delle auto non elettriche, ovvero con motore a combustione, ibrido plug-in o con range extender o qualsiasi altra tecnologia che potrebbe emergere nei prossimi dieci anni”.
Ovvio che, ad ogni modo, la spinta sull’automotive è quella di passare a formule più sostenibili. Ma il cuore del pacchetto mostra che lo scopo dei nuovi obiettivi era in realtà quello certo di rispondere alle pressioni dei produttori, ma anche di creare un mercato di riferimento per l’acciaio europeo, come ha in pratica sottolineato il Commissario per il Clima, Wopke Hoekstra. E anche per i biocarburanti, su cui sta investendo molto ad esempio ENI, con una profonda penetrazione economica in Africa.
Non a caso, l’introduzione di maggiore flessibilità è stata sostenuta e ben accolta da Germania – il cuore dell’automotive europeo – e Italia. Anche l’associazione dei costruttori europei (ACEA) e la Volkswagen hanno accolto con favore la decisione. Stellantis ritiene che si tratti di un primo passo, ma le proposte “non affrontano in modo significativo le questioni che il settore sta affrontando”.
È chiaro che le varie multinazionali vorrebbero sempre qualcosa in più per restare nel Vecchio Continente. Ma è anche evidente che lo scopo anche poco nascosto di queste riforme è quello di creare una sorta di circolo virtuoso nell’industria europea, in sostanza obbligando le filiere di chi produce in Europa a orientarsi verso il Made in UE e a integrarsi in maniera sempre più stretta. In questo modo, i vertici europei sperano di riattivare un’industria che troverebbe inoltre maggiore autonomia, e con essa maggiore competitività.
Che l’ambiente non sia minimamente nei pensieri dei decisori europei lo si capisce però anche da altre misure. Ad esempio, nel pacchetto, c’è il piano “Battery Booster” da 1,8 miliardi di euro per accelerare lo sviluppo di una catena del valore delle batterie interamente prodotta nell’UE, di cui 1,5 miliardi sosterranno i produttori locali di celle per batterie attraverso prestiti senza interessi già dal prossimo anno.
Ci sono poi i “supercrediti” forniti alle case automobilistiche che produrranno minicar, ma sempre e solo all’interno dei 27 paesi UE. In questo caso, un tale “favore” guarda evidentemente alla competizione con la Cina. Il doppio standard delle accuse mosse al Dragone – di “distorcere il mercato attraverso sussidi pubblici” – appare con tutta la sua valenza propagandistica.
Bisogna però sottolineare che questo insieme di misure, che sono indirizzate esclusivamente a rafforzare la competizione con altri attori globali, non sono a costo zero. Non solo per l’ambiente, ma anche per le tasche delle classi popolari europee. Chi può dire di poter oggi godere di “supercrediti”, o addirittura di prestiti senza interessi?
Ora la proposta deve essere negoziata col Parlamento e il Consiglio europei. Se il progetto passerà indenne da quelle stanze, assisteremo a un altro importante spostamento di ricchezza dalle tasche di lavoratori e pensionati a quelle dei grandi imprenditori e manager, con una pioggia di fondi che finirà a garantire i profitti di una ristretta élite, a discapito finale anche del Pianeta stesso.
La UE aveva posto l’economia green al centro dei propri orizzonti, unendo la propaganda sul ruolo “progressivo” che dovrebbe avere la classe dirigente europea in un mondo altrimenti governato dalla “giungla”, con l’idea di costruire la propria competitività internazionale in un settore in espansione e fortemente legato all’innovazione tecnologica.
La frammentazione del mercato mondiale in seguito all’esplodere delle tensioni che da anni covavano ha dato il colpo di grazia al modello mercantilista europeo, mentre le velleità di poter prendere le redini dei settori verdi, dominati dalla Cina, si sono mostrate come pura presunzione.
Ciò che è rimasto in mano alle classi dominanti del Vecchio Continente è solo la possibilità di sfruttare quel cavallo perdente per garantire sbocchi ad altri settori – come l’acciaio, appunto – che dovranno essere sostenuti per creare un “ecosistema” aziendale adatto al riarmo. Questa sì che è l’unica vera “transizione” su cui la UE sta puntando per giocare la propria partita nella “guerra mondiale a pezzi” che viviamo.
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14/02/2023
Per Stellantis è sempre domenica
Questa mattina si è svolto presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy il tavolo convocato dal ministro Urso su Stellantis, tavolo in cui va dato atto al Governo di aver sollevato nel rapporto con l’azienda gli elementi giusti di discussione e preoccupazione.
Non è sfuggito a nessuno infatti, che il ministro ha chiesto conto all’azienda dell’utilizzo delle risorse pubbliche e del fatto che degli incentivi erogati dallo Stato a Stellantis (quasi 2 miliardi di euro) solo il 45% è stato destinato in Italia. È stata plateale e ferma la richiesta di rassicurazioni sul futuro degli stabilimenti nazionali e sulla filiera produttiva.
In un contesto complesso come quelle delle transizioni digitale ed ecologica, il Governo si interroga sul fatto che in questo momento Stellantis sta allineando, rispetto a queste transizioni, altri paesi e altri stabilimenti fuori dall’Italia, a scapito di quelli sul territorio nazionale.
Le risposte dell’azienda sono state nervose e generiche, un elenco infinito di progetti e prodotti che però contrastano fortemente col quadro occupazionale attuale e con la condizione dei lavoratori di tutto il gruppo. Il mantra di Stellantis alla fine è sempre lo stesso, rivendicato anche a questo tavolo: più incentivi per tutto.
Servono incentivi per il passaggio all’elettrico, servono incentivi al sostegno della domanda, servono incentivi per le infrastrutture, serve il supporto alla cancellazione della normativa Euro7, serve il sostegno al costo dell’energia e servono incentivi per il passaggio all’autoproduzione della stessa. Insomma, Stellantis vorrebbe che fosse sempre domenica.
USB, presente per la prima volta ad un confronto diretto con l’azienda in presenza del Governo, ha posto con forza alcuni elementi di riflessione e di rivendicazione.
È chiaro a tutti che sul piano strategico il Governo deve recuperare un pezzo di governance, esattamente come avvenuto in Francia, con un suo intervento diretto. Pur riconoscendo al ministro una discontinuità nell’interlocuzione con l’azienda, è evidente come oggi ci sia un condizionamento determinato dal peso di una fusione che ha spostato il baricentro decisionale tutto su PSA e quindi sulla Francia, col rischio che il nostro Paese venga lasciato ai margini sia produttivi che di innovazione tecnologica e di occupazione dentro al quadro delle due transizioni.
Al tavolo è necessario affrontare, all’interno del tema nuovi prodotti, soprattutto il tema occupazionale. Serve in sostanza capire in che modo le parole di Stellantis si traducono sul piano occupazionale e produttivo. Sappiamo perfettamente che oggi un nuovo prodotto, anche innovativo, corrisponde ad un minor numero di occupati e su questo vogliamo risposte.
USB ha posto l’esigenza della condizionalità degli incentivi e dell’intervento di Stato. Serve che la discussione al tavolo Stellantis prosegua nella certezza che l’intervento economico di Stato su investimenti progetti ed incentivi sia sancito anche con un accordo dove sia palese il ritorno e la verifica sull’impatto sociale ed occupazionale che questi determinano.
Per USB la garanzia dell’occupazione e la salvaguardia degli stabilimenti deve essere messa al primo posto, e questo l’azienda deve metterselo bene in testa.
USB Lavoro Privato Settore Industria
Fonte
Non è sfuggito a nessuno infatti, che il ministro ha chiesto conto all’azienda dell’utilizzo delle risorse pubbliche e del fatto che degli incentivi erogati dallo Stato a Stellantis (quasi 2 miliardi di euro) solo il 45% è stato destinato in Italia. È stata plateale e ferma la richiesta di rassicurazioni sul futuro degli stabilimenti nazionali e sulla filiera produttiva.
In un contesto complesso come quelle delle transizioni digitale ed ecologica, il Governo si interroga sul fatto che in questo momento Stellantis sta allineando, rispetto a queste transizioni, altri paesi e altri stabilimenti fuori dall’Italia, a scapito di quelli sul territorio nazionale.
Le risposte dell’azienda sono state nervose e generiche, un elenco infinito di progetti e prodotti che però contrastano fortemente col quadro occupazionale attuale e con la condizione dei lavoratori di tutto il gruppo. Il mantra di Stellantis alla fine è sempre lo stesso, rivendicato anche a questo tavolo: più incentivi per tutto.
Servono incentivi per il passaggio all’elettrico, servono incentivi al sostegno della domanda, servono incentivi per le infrastrutture, serve il supporto alla cancellazione della normativa Euro7, serve il sostegno al costo dell’energia e servono incentivi per il passaggio all’autoproduzione della stessa. Insomma, Stellantis vorrebbe che fosse sempre domenica.
USB, presente per la prima volta ad un confronto diretto con l’azienda in presenza del Governo, ha posto con forza alcuni elementi di riflessione e di rivendicazione.
È chiaro a tutti che sul piano strategico il Governo deve recuperare un pezzo di governance, esattamente come avvenuto in Francia, con un suo intervento diretto. Pur riconoscendo al ministro una discontinuità nell’interlocuzione con l’azienda, è evidente come oggi ci sia un condizionamento determinato dal peso di una fusione che ha spostato il baricentro decisionale tutto su PSA e quindi sulla Francia, col rischio che il nostro Paese venga lasciato ai margini sia produttivi che di innovazione tecnologica e di occupazione dentro al quadro delle due transizioni.
Al tavolo è necessario affrontare, all’interno del tema nuovi prodotti, soprattutto il tema occupazionale. Serve in sostanza capire in che modo le parole di Stellantis si traducono sul piano occupazionale e produttivo. Sappiamo perfettamente che oggi un nuovo prodotto, anche innovativo, corrisponde ad un minor numero di occupati e su questo vogliamo risposte.
USB ha posto l’esigenza della condizionalità degli incentivi e dell’intervento di Stato. Serve che la discussione al tavolo Stellantis prosegua nella certezza che l’intervento economico di Stato su investimenti progetti ed incentivi sia sancito anche con un accordo dove sia palese il ritorno e la verifica sull’impatto sociale ed occupazionale che questi determinano.
Per USB la garanzia dell’occupazione e la salvaguardia degli stabilimenti deve essere messa al primo posto, e questo l’azienda deve metterselo bene in testa.
USB Lavoro Privato Settore Industria
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08/01/2023
Gli Agnelli hanno una fame da lupi
Secondo Carlos Tavares, Ceo di Stellantis, – la società automobilistica sorta dalla fusione tra Peugeot e FCA, che a sua volta era nata dall’incorporazione tra Fiat e Chrysler, per diventare così il sesto gruppo mondiale nel mercato e che ha in pancia ben quattordici marchi: Abarth, Alfa Romeo, Chrysler, Citroën, Dodge, Ds Automobiles, FIAT, Jeep, Lancia, Maserati, Opel, Peugeot, Ram Trucks, e Vauxhall – ha deciso, bontà sua, di spiegarci come bisogna intervenire sulla questione della produzione e del mercato delle auto elettriche:
“Tutti i governi del mondo, incluso quello italiano, dovrebbero capire che hanno un interesse diretto a sostenere le dimensioni del mercato dell’automobile, perché altrimenti i loro Paesi ne soffriranno le conseguenze in termini di occupazione e crescita economica.
L’ideale sarebbe se potessero aiutare il settore, con sussidi diretti nelle tasche dei consumatori. Solo con aiuti e tagli dei costi l’auto elettrica sarà per tutti”. (fonte: Repubblica, giornale di famiglia).
Detto in soldoni, vogliono i soldi pubblici; per loro la transizione ecologica è “dateci più soldi”, non solo del PNRR, ma anche, e soprattutto, incentivi a pioggia per vendere più auto.
Che tanto la loro sede fiscale è ad Amsterdam, e quindi i soldi che escono dallo Stato e dalle vostre tasche col cavolo che rientrano con la fiscalità.
Non è mica un caso che il presidente di Stellantis sia John Elkann e che l’azionista di maggioranza sia Exor, la cassaforte della famiglia Agnelli.
Gli Agnelli, si sa, son lupi che non perdono mai né pelo né vizio.
Fonte
“Tutti i governi del mondo, incluso quello italiano, dovrebbero capire che hanno un interesse diretto a sostenere le dimensioni del mercato dell’automobile, perché altrimenti i loro Paesi ne soffriranno le conseguenze in termini di occupazione e crescita economica.
L’ideale sarebbe se potessero aiutare il settore, con sussidi diretti nelle tasche dei consumatori. Solo con aiuti e tagli dei costi l’auto elettrica sarà per tutti”. (fonte: Repubblica, giornale di famiglia).
Detto in soldoni, vogliono i soldi pubblici; per loro la transizione ecologica è “dateci più soldi”, non solo del PNRR, ma anche, e soprattutto, incentivi a pioggia per vendere più auto.
Che tanto la loro sede fiscale è ad Amsterdam, e quindi i soldi che escono dallo Stato e dalle vostre tasche col cavolo che rientrano con la fiscalità.
Non è mica un caso che il presidente di Stellantis sia John Elkann e che l’azionista di maggioranza sia Exor, la cassaforte della famiglia Agnelli.
Gli Agnelli, si sa, son lupi che non perdono mai né pelo né vizio.
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16/11/2022
Il costo del nostro denaro
Secondo Banca d’Italia, nel 2021 ognuno di noi ha pagato alla sua banca 94,7 euro all’anno per il solo fatto di essere titolare di un conto corrente. Anche chi ha solo un conto online ha pagato dazio: 24,3 euro l’anno.
Quindi, le banche italiane non solo utilizzano i soldi dei correntisti per fare altri soldi a spese di altri correntisti, attraverso prestiti e mutui, sui quali lucrano giocando con il costo del denaro deciso dalla Bce. Succede anche che gli istituti bancari italiani si siano accaparrati un flusso costante di denaro fresco, succhiato dai rispettivi clienti.
La vendita ossessiva di carte di credito e tessere bancomat, poi, ha rimpinzato il bottino, grazie alle commissioni, sia per chi spende sia per chi incassa il pagamento, comprese le gabelle come quelle che vengono propinate a chi fa un prelievo presso un bancomat di una banca diversa dalla propria, come se il denaro che preleva non fosse suo, ma fosse un prestito per il quale pagare ulteriori interessi, oltre le “spese variabili” che pretende la banca di appartenenza.
Ogni volta che il sistema bancario è finito in bolla speculativa, è stato “salvato” dal denaro pubblico. Ogni volta che si chiude uno sportello di una filiale e si licenziano i dipendenti, il denaro pubblico dell’Inps provvede a scivoli e prepensionamenti.
Cioè, il denaro pubblico serve alle ristrutturazioni aziendali, oltre che a riparare i danni di gestioni d’impresa speculative prima, fallimentari poi. Il che significa che noi tutti finanziamo le banche almeno due volte: quando sono in crisi, ma anche quando vanno a gonfie vele.
Possibile che non sia mai venuto in mente a nessun ministro delle Finanze di nessun governo che almeno per un certo periodo di tempo sarebbe stato equo che le banche azzerassero le loro pretese verso i clienti, visto che già avevano beneficiato di “aiuti” pubblici?
Sì, è possibile in un paese liberista con i cittadini-lavoratori-clienti-consumatori, ma keynesiano coi padroni dell’industria, dell’agricoltura, del commercio, della sanità e della finanza.
Si mettono in atto le cosiddette transizioni ecologiche o digitali, mai una “transizione all’uguaglianza” dei diritti.
Una volta Mark Twain disse che le banche ti prestano l’ombrello quando c’è il sole, e lo rivogliono subito indietro non appena piove.
Poi è arrivato Altan e ci ha spiegato meglio la metafora dell’ombrello.
Fonte
Quindi, le banche italiane non solo utilizzano i soldi dei correntisti per fare altri soldi a spese di altri correntisti, attraverso prestiti e mutui, sui quali lucrano giocando con il costo del denaro deciso dalla Bce. Succede anche che gli istituti bancari italiani si siano accaparrati un flusso costante di denaro fresco, succhiato dai rispettivi clienti.
La vendita ossessiva di carte di credito e tessere bancomat, poi, ha rimpinzato il bottino, grazie alle commissioni, sia per chi spende sia per chi incassa il pagamento, comprese le gabelle come quelle che vengono propinate a chi fa un prelievo presso un bancomat di una banca diversa dalla propria, come se il denaro che preleva non fosse suo, ma fosse un prestito per il quale pagare ulteriori interessi, oltre le “spese variabili” che pretende la banca di appartenenza.
Ogni volta che il sistema bancario è finito in bolla speculativa, è stato “salvato” dal denaro pubblico. Ogni volta che si chiude uno sportello di una filiale e si licenziano i dipendenti, il denaro pubblico dell’Inps provvede a scivoli e prepensionamenti.
Cioè, il denaro pubblico serve alle ristrutturazioni aziendali, oltre che a riparare i danni di gestioni d’impresa speculative prima, fallimentari poi. Il che significa che noi tutti finanziamo le banche almeno due volte: quando sono in crisi, ma anche quando vanno a gonfie vele.
Possibile che non sia mai venuto in mente a nessun ministro delle Finanze di nessun governo che almeno per un certo periodo di tempo sarebbe stato equo che le banche azzerassero le loro pretese verso i clienti, visto che già avevano beneficiato di “aiuti” pubblici?
Sì, è possibile in un paese liberista con i cittadini-lavoratori-clienti-consumatori, ma keynesiano coi padroni dell’industria, dell’agricoltura, del commercio, della sanità e della finanza.
Si mettono in atto le cosiddette transizioni ecologiche o digitali, mai una “transizione all’uguaglianza” dei diritti.
Una volta Mark Twain disse che le banche ti prestano l’ombrello quando c’è il sole, e lo rivogliono subito indietro non appena piove.
Poi è arrivato Altan e ci ha spiegato meglio la metafora dell’ombrello.
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14/10/2022
Il liberismo accentua la crisi energetica
di Guglielmo Forges Davanzati
Il liberismo è fondato sul dogma per il quale il privato funziona sempre meglio del pubblico. La riduzione al minimo dell’intervento pubblico in economia, dunque, è considerata essenziale per conseguire obiettivi di efficienza: libero di operare in assenza di interferenze esterne, il mercato – si sostiene – crea ricchezza e la diffonde. Questa posizione, oltre a essere assai discutibile sul piano teorico, è palesemente fallimentare nei fatti. Come è mostrato, nei tempi più recenti, dalla seguente circostanza. Come ho rilevato in un precedente articolo (“Nuovo Quotidiano di Puglia”, 10 settembre 2022), l’accelerazione dell’inflazione dipende soprattutto dall’incredibile aumento del prezzo del gas, e quest’ultimo, a sua volta, si è verificato soprattutto dopo l’imposizione – anche da parte nostra – delle sanzioni alla Russia.
ARERA, l’autorità di regolamentazione del mercato, a luglio scorso, ha stimato che le bollette del gas subiranno un aumento del 100 per cento a partire dal primo di ottobre. La riduzione dell’offerta di gas da parte di Gazprom è senza dubbio all’origine della situazione attuale.
L’ex Presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, ha recentemente dichiarato che “non prevedere che lo scollamento dell’intero occidente dai rapporti commerciali con la Federazione Russa avrebbe avuto conseguenze catastrofiche anzitutto e soprattutto sui nostri standard abituali di benessere, fa pensare a una forma di miopia particolarmente grave, che ci porta a confondere completamente la realtà coi nostri desideri.”
Vi è di più. È ormai ampiamente noto che il prezzo del gas che consumiamo viene determinato nel mercato di Amsterdam, dove un numero ristretto di operatori stipula contratti di acquisto e vendita sulla base delle aspettative di guadagno. Si chiama speculazione (dal latino “specula”, ovvero vedere nel futuro) e non è né moralmente censurabile né buona, né ha un significato deteriore. La speculazione non è un evento eccezionale: è pienamente connaturata a un’economia capitalistica di mercato e ne è parte integrante. La decisione di liberalizzare quel mercato, a partire dal 2003, rientra a pieno titolo nella visione liberista della conduzione della politica economica ed è una delle cause più importanti dei nostri problemi attuali.
Si osservi che ben difficilmente l’ipotesi del cosiddetto price cap (la fissazione di un tetto massimo di prezzo all’acquisto) potrà dare gli esiti sperati in un lasso di tempo ragionevolmente breve. Ciò soprattutto a ragione del fatto, affinché il tetto al prezzo sia una misura efficace, occorre l’accordo di tutti i Paesi europei. Ed è sufficiente una breve riflessione per giungere alla conclusione che questa proposta – salutata positivamente dal pensiero economico dominante – è in radicale contraddizione con quest’ultimo, segnalando l’ipocrisia dell’esaltazione (a parole o nei libri) delle virtù del mercato (e, dunque, della libera fluttuazione dei prezzi) e invocando, di fatto, dispositivi di controllo del mercato stesso.
Per fuoruscire dalla crisi in atto, occorrerebbe innanzitutto rivalutare la produzione pubblica – soprattutto ma non solo, di energia – o almeno non esserne pregiudizialmente contrari. Per contro, ENI persegue l’obiettivo del profitto prima ancora di svolgere un servizio pubblico. È stata privatizzata definitivamente nel 1995, è quotata in Borsa e risponde prioritariamente ad azionisti privati. Il richiamo all’intervento pubblico di produzione diretta di beni e servizi è motivato anche dalla considerazione che è da almeno trent’anni (in particolare dal 1992, anno di smantellamento dell’industria pubblica, a partire da IRI) che l’Italia insiste sulla reiterazione di politiche di liberalizzazione dei mercati e di incentivo alle imprese private.
Il XXI Rapporto INPS stabilisce che, nel 2021, le agevolazioni alle imprese private in Italia sono costate al bilancio pubblico circa 20 miliardi di euro, a fronte degli 8 miliardi circa necessari per l’erogazione del reddito di cittadinanza.
Gli effetti sulla crescita economica, come è visibile a tutti, sono stati irrisori, mostrando, peraltro, tutte le ipocrisie del liberismo praticato: libero mercato nella teoria, aiuti statali nella prassi.
E soprattutto dando ragione ad Albert Einstein, che ammoniva che “è follia ripetere lo stesso errore aspettandosi risultati diversi”.
Fonte
Il liberismo è fondato sul dogma per il quale il privato funziona sempre meglio del pubblico. La riduzione al minimo dell’intervento pubblico in economia, dunque, è considerata essenziale per conseguire obiettivi di efficienza: libero di operare in assenza di interferenze esterne, il mercato – si sostiene – crea ricchezza e la diffonde. Questa posizione, oltre a essere assai discutibile sul piano teorico, è palesemente fallimentare nei fatti. Come è mostrato, nei tempi più recenti, dalla seguente circostanza. Come ho rilevato in un precedente articolo (“Nuovo Quotidiano di Puglia”, 10 settembre 2022), l’accelerazione dell’inflazione dipende soprattutto dall’incredibile aumento del prezzo del gas, e quest’ultimo, a sua volta, si è verificato soprattutto dopo l’imposizione – anche da parte nostra – delle sanzioni alla Russia.
ARERA, l’autorità di regolamentazione del mercato, a luglio scorso, ha stimato che le bollette del gas subiranno un aumento del 100 per cento a partire dal primo di ottobre. La riduzione dell’offerta di gas da parte di Gazprom è senza dubbio all’origine della situazione attuale.
L’ex Presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, ha recentemente dichiarato che “non prevedere che lo scollamento dell’intero occidente dai rapporti commerciali con la Federazione Russa avrebbe avuto conseguenze catastrofiche anzitutto e soprattutto sui nostri standard abituali di benessere, fa pensare a una forma di miopia particolarmente grave, che ci porta a confondere completamente la realtà coi nostri desideri.”
Vi è di più. È ormai ampiamente noto che il prezzo del gas che consumiamo viene determinato nel mercato di Amsterdam, dove un numero ristretto di operatori stipula contratti di acquisto e vendita sulla base delle aspettative di guadagno. Si chiama speculazione (dal latino “specula”, ovvero vedere nel futuro) e non è né moralmente censurabile né buona, né ha un significato deteriore. La speculazione non è un evento eccezionale: è pienamente connaturata a un’economia capitalistica di mercato e ne è parte integrante. La decisione di liberalizzare quel mercato, a partire dal 2003, rientra a pieno titolo nella visione liberista della conduzione della politica economica ed è una delle cause più importanti dei nostri problemi attuali.
Si osservi che ben difficilmente l’ipotesi del cosiddetto price cap (la fissazione di un tetto massimo di prezzo all’acquisto) potrà dare gli esiti sperati in un lasso di tempo ragionevolmente breve. Ciò soprattutto a ragione del fatto, affinché il tetto al prezzo sia una misura efficace, occorre l’accordo di tutti i Paesi europei. Ed è sufficiente una breve riflessione per giungere alla conclusione che questa proposta – salutata positivamente dal pensiero economico dominante – è in radicale contraddizione con quest’ultimo, segnalando l’ipocrisia dell’esaltazione (a parole o nei libri) delle virtù del mercato (e, dunque, della libera fluttuazione dei prezzi) e invocando, di fatto, dispositivi di controllo del mercato stesso.
Per fuoruscire dalla crisi in atto, occorrerebbe innanzitutto rivalutare la produzione pubblica – soprattutto ma non solo, di energia – o almeno non esserne pregiudizialmente contrari. Per contro, ENI persegue l’obiettivo del profitto prima ancora di svolgere un servizio pubblico. È stata privatizzata definitivamente nel 1995, è quotata in Borsa e risponde prioritariamente ad azionisti privati. Il richiamo all’intervento pubblico di produzione diretta di beni e servizi è motivato anche dalla considerazione che è da almeno trent’anni (in particolare dal 1992, anno di smantellamento dell’industria pubblica, a partire da IRI) che l’Italia insiste sulla reiterazione di politiche di liberalizzazione dei mercati e di incentivo alle imprese private.
Il XXI Rapporto INPS stabilisce che, nel 2021, le agevolazioni alle imprese private in Italia sono costate al bilancio pubblico circa 20 miliardi di euro, a fronte degli 8 miliardi circa necessari per l’erogazione del reddito di cittadinanza.
Gli effetti sulla crescita economica, come è visibile a tutti, sono stati irrisori, mostrando, peraltro, tutte le ipocrisie del liberismo praticato: libero mercato nella teoria, aiuti statali nella prassi.
E soprattutto dando ragione ad Albert Einstein, che ammoniva che “è follia ripetere lo stesso errore aspettandosi risultati diversi”.
Fonte
29/11/2020
Legge di bilancio: pronti 84 milioni aggiuntivi per le università private
Nella prossima legge di Bilancio la maggioranza si appresta ad aumentare di 84 milioni di € i finanziamenti alle università private.
In particolare la maggioranza prevede un aumento di 30 milioni (art. 89, co. 3) sul fondo di finanziamento integrativo che nel 2020 ammontava a circa 68 milioni di euro. Si tratta di un aumento di uno stratosferico: +44%. Se lo stesso aumento fosse applicato alle università statali, il FFO dovrebbe aumentare di 3,4 miliardi euro per il prossimo anno!
Ma non bastano questi 30 milioni. La maggioranza ha intenzione anche di contribuire a pagare i trattamenti di previdenza dei professori delle università private con un trasferimento all’INPS di 54 milioni di €.
Ecco gli art 89 co. 3 e l’art. 93.
In particolare la maggioranza prevede un aumento di 30 milioni (art. 89, co. 3) sul fondo di finanziamento integrativo che nel 2020 ammontava a circa 68 milioni di euro. Si tratta di un aumento di uno stratosferico: +44%. Se lo stesso aumento fosse applicato alle università statali, il FFO dovrebbe aumentare di 3,4 miliardi euro per il prossimo anno!
Ma non bastano questi 30 milioni. La maggioranza ha intenzione anche di contribuire a pagare i trattamenti di previdenza dei professori delle università private con un trasferimento all’INPS di 54 milioni di €.
Ecco gli art 89 co. 3 e l’art. 93.
art. 89.3. Per l’anno 2021, i contributi di cui all’articolo 2 della legge 29 luglio 1991, n. 243, sono incrementati di 30 milioni di euro. ART. 93. (Trattamento di previdenza dei docenti di Università private) 1. Ai fini dell’applicazione delle disposizioni di cui al comma 1 dell’articolo 4 della legge 29 luglio 1991, n. 243, per i professori e ricercatori delle Università non statali legalmente riconosciute, a decorrere dal 1° gennaio 2021, l’aliquota contributiva di finanziamento del trattamento di quiescenza è pari a quella in vigore, e con i medesimi criteri di ripartizione, per le stesse categorie di personale in servizio presso le Università statali. Restano acquisite alla gestione di riferimento e conservano la loro efficacia le contribuzioni versate per i periodi anteriori alla data di entrata in vigore della presente legge. Ai maggiori oneri derivanti dal differenziale tra l’aliquota contributiva e l’aliquota di computo relativa ai trattamenti di quiescenza con riferimento al periodo 2016-2020 pari a euro 53.926.054 per l’anno 2021, si provvede mediante apposito trasferimento dal bilancio dello Stato all’ente previdenziale.Fonte
18/11/2020
Vaccino Covid: fondi degli enti pubblici di ricerca usati per finanziare il privato
I casi IRBM e ReiThera, denunciati da USB già a giugno.
Il 29 giugno in tempi non sospetti chiedevamo al CNR e al Ministro dell’Università di fornirci dati sulla partecipazione dell’Ente agli investimenti all’IRBM. Nella lettera sottolineavamo che anche per ReiThera, l’azienda del vaccino ‘italiano’ ma di proprietà della svizzera Keiros AG, ritenevamo ci potessero essere chiarimenti da fare sulla società e sul brevetto.
Nessuno rispose. Il servizio di Report di lunedì 16 novembre, che prende spunto anche da queste osservazioni di USB, ha svelato quello che temevamo e che le istituzioni hanno taciuto. Ma alcuni punti non sono emersi:
- fondi della fiscalità (in particolare fondi ordinari del CNR, ossia necessari per le funzioni principali dell’ente) destinati a sviluppare completamente il vaccino privato;
- il coinvolgimento dello Spallanzani che dimenticando di dover restare imparziale per esprimere il ruolo pubblico viene coinvolto pesantemente in un vaccino (che succederà se dopo l’approvazione non funzionerà? Come lo Spallanzani potrà giudicare eventuali insuccessi se è divenuto un suo progetto?);
- il CNR che, invece di fare ricerca, si limita a passare 3 milioni del proprio bilancio alla società privata, come fosse un’agenzia.
E come giudicare il ministro Manfredi che senza istituire un bando che paragonasse vari candidati decide che il vaccino di proprietà svizzera diverrà il vaccino ‘italiano’? Tutto questo deciso in una riunione il 17 marzo dove sono presenti anche gli organismi regolatori, in particolare l’AIFA, e nei contratti approvati dallo Spallanzani appare senza troppi veli la richiesta di affrettare i controlli.
Insomma una brutta storia che riafferma quanto USB dice da vent’anni. La natura non si brevetta, i fondi pubblici devono essere usati dalla ricerca pubblica, i risultati devono essere protetti e non oggetto di profitto, perché proprietà di tutti e non di una singola società capitalistica.
Su questo torneremo a chiedere con forza una legge specifica per impedire che investimenti pubblici, che nel caso del vaccino Rheitera rappresentano il 95% della spesa, producano spesa per i cittadini e profitto per il privato, ma anche la protezione dei dati pubblicati dalla ricerca pubblica e l’incompatibilità tra pubblico (in questo caso lo Spallanzani) e sperimentazione del privato.
Ma soprattutto ci batteremo affinché ai cittadini questo vaccino non costi nulla, né in via diretta, né in via indiretta con esborso da parte dello Stato.
Il Covid-19 sta evidenziando tutte le contraddizioni del nostro sistema, a partire dalla drammatica alternativa tra lavoro e salute fino all’utilizzo della fiscalità generale per realizzare profitto privato.
Il trattamento riservato alla Ricerca Pubblica è in tal senso emblematico e la vicenda del vaccino contro la pandemia come mezzo per realizzare profitto, invece che come strumento per difendere la salute delle popolazioni, è la squallida rappresentazione di un teatrino che solo USB sta denunciando da anni e continuerà a farlo, statene certi, finché avremo fiato per gridare, gambe per manifestare e, soprattutto, teste per pensare. Sempre in splendida solitudine.
Fonte
Il 29 giugno in tempi non sospetti chiedevamo al CNR e al Ministro dell’Università di fornirci dati sulla partecipazione dell’Ente agli investimenti all’IRBM. Nella lettera sottolineavamo che anche per ReiThera, l’azienda del vaccino ‘italiano’ ma di proprietà della svizzera Keiros AG, ritenevamo ci potessero essere chiarimenti da fare sulla società e sul brevetto.
Nessuno rispose. Il servizio di Report di lunedì 16 novembre, che prende spunto anche da queste osservazioni di USB, ha svelato quello che temevamo e che le istituzioni hanno taciuto. Ma alcuni punti non sono emersi:
- fondi della fiscalità (in particolare fondi ordinari del CNR, ossia necessari per le funzioni principali dell’ente) destinati a sviluppare completamente il vaccino privato;
- il coinvolgimento dello Spallanzani che dimenticando di dover restare imparziale per esprimere il ruolo pubblico viene coinvolto pesantemente in un vaccino (che succederà se dopo l’approvazione non funzionerà? Come lo Spallanzani potrà giudicare eventuali insuccessi se è divenuto un suo progetto?);
- il CNR che, invece di fare ricerca, si limita a passare 3 milioni del proprio bilancio alla società privata, come fosse un’agenzia.
E come giudicare il ministro Manfredi che senza istituire un bando che paragonasse vari candidati decide che il vaccino di proprietà svizzera diverrà il vaccino ‘italiano’? Tutto questo deciso in una riunione il 17 marzo dove sono presenti anche gli organismi regolatori, in particolare l’AIFA, e nei contratti approvati dallo Spallanzani appare senza troppi veli la richiesta di affrettare i controlli.
Insomma una brutta storia che riafferma quanto USB dice da vent’anni. La natura non si brevetta, i fondi pubblici devono essere usati dalla ricerca pubblica, i risultati devono essere protetti e non oggetto di profitto, perché proprietà di tutti e non di una singola società capitalistica.
Su questo torneremo a chiedere con forza una legge specifica per impedire che investimenti pubblici, che nel caso del vaccino Rheitera rappresentano il 95% della spesa, producano spesa per i cittadini e profitto per il privato, ma anche la protezione dei dati pubblicati dalla ricerca pubblica e l’incompatibilità tra pubblico (in questo caso lo Spallanzani) e sperimentazione del privato.
Ma soprattutto ci batteremo affinché ai cittadini questo vaccino non costi nulla, né in via diretta, né in via indiretta con esborso da parte dello Stato.
Il Covid-19 sta evidenziando tutte le contraddizioni del nostro sistema, a partire dalla drammatica alternativa tra lavoro e salute fino all’utilizzo della fiscalità generale per realizzare profitto privato.
Il trattamento riservato alla Ricerca Pubblica è in tal senso emblematico e la vicenda del vaccino contro la pandemia come mezzo per realizzare profitto, invece che come strumento per difendere la salute delle popolazioni, è la squallida rappresentazione di un teatrino che solo USB sta denunciando da anni e continuerà a farlo, statene certi, finché avremo fiato per gridare, gambe per manifestare e, soprattutto, teste per pensare. Sempre in splendida solitudine.
Fonte
23/05/2020
Roba da pazzi... Pure Benetton batte cassa!
Gli imprenditori italiani, piuttosto scarsi – in media – quanto a idee innovative e voglia di rischiare capitali propri – hanno fiutato il vento che tira e alzano il prezzo ogni giorno.
Con l’elezione di Carlo Bonomi – ex bocconiano diventato amministratore delegato di una piccola società di elettromedicali grazie a un contorto sistema di scatole cinesi – ritengono di aver trovato il loro Napoleone.
Il già generosissimo “Decreto rilancio” non basta più, ognuno – specie se con fatturati miliardari cerca di passare all’incasso sfruttando il momento dei finanziamenti a pioggia, spesso a fondo perduto. Abbiamo visto pochi giorni fa il signor Fiat Elkann pretendere una “garanzia” da 6,3 miliardi su un prestito che le banche faticano a concedergli.
Ma che nei primi posti della fila dei questuanti si trovi anche la famiglia Benetton, patron di Atlantia e dunque di Autostrade, con sulle spalle la responsabilità del crollo del Ponte Morandi e di 43 morti (oltre a 566 sfollati)... beh, supera ogni macabra fantasia.
Il cda del gruppo ha emesso un allucinante comunicato che arriva a minacciare “azioni legali contro lo Stato” se non verrà concessa anche a loro una “garanzia” da 1,2 miliardi su un prestito che – anche a loro – le banche esitano dall’elargire.
Il dato oggettivo è la crisi di tutto il “sistema automobile” in seguito alla pandemia – dalla produzione automobilistica vera e propria a tutto l’indotto, rete autostradale compresa, per ovvio crollo del traffico causa lockdown.
Ma qui siamo all’improntitudine più sfrontata, con Atlantia che accusa lo Stato per una perdurante “situazione di incertezza” sul proprio futuro, che sarebbe legata al (lentissimo e cautelosissimo) procedimento di esame per l’eventuale revoca della concessione.
Ricordiamo che la rete autostradale, di cui Atlantia gestisce una gran parte, è stata costruita con soldi pubblici e poi, nel 1999, data in concessione ai Benetton tramite la privatizzazione della società Autostrade per l’Italia. Il contratto di concessione prevede un “canone di affitto” e ovviamente la responsabilità di Atlantia per quanto concerne la manutenzione.
Tocca, come si dice, alla magistratura accertare le responsabilità penali (societarie e individuali) per il crollo del Ponte e la strage. Ma che il Ponte sia crollato per errori o “eccessi di risparmio” sulla manutenzione è cosa certa dal primo minuto. Se affittate casa a un estraneo e quello ve la fa trovare devastata, non è che ci sia molto da discutere sul fatto che sia responsabilità sua o meno (a meno di irruzioni di rapinatori e/o polizie)...
Da due anni, insomma, Atlantia vivrebbe “nell’incertezza” sulle sorti della concessione (che Lega e Pd, in primo luogo, si sono rifiutati di revocare immediatamente, per palese violazione contrattuale). E dunque pretende dallo Stato questa “garanzia” miliardaria altrimenti blocca 14,5 miliardi di investimenti (nella manutenzione, com’è ovvio) e lascia andare in malore il bene pubblico a lei (incautamente) affidato.
Incertezza accresciuta dalla cancellazione – nel decreto Milleproroghe – della clausola che prevedeva il pagamento di penali, da parte dello Stato, in caso appunto di revoca della concessione.
Insomma: che i Benetton, a quasi due anni dalla strage di Genova, siano ancora gestori di gran parte della rete autostradale, è già uno scandalo. Che ora pretendano “garanzie” altrimenti fanno crollare tutto e promuovono pure una causa civile contro lo Stato, è inascoltabile.
In qualsiasi paese minimamente serio sarebbero stati estromessi e costretti a pagare risarcimenti miliardari (allo Stato, ai parenti delle vittime, agli abitanti che hanno perso la casa nel crollo e poi nei lavori di demolizione/ricostruzione). In un Paese anche giusto ma severo guarderebbero il sole a scacchi fin dal ferragosto del 2018.
Però il comunicato del loro cda merita alcune citazioni, per consentire anche al più pacioso dei lettori di farsi un’idea orrenda della famiglia del “golfino” (che in Patagonia considerano comunque massacratori tramite esercito e mercenari).
I due anni di battaglia legale (per evitare la revoca e pagare il meno possibile per la ricostruzione del Ponte, disegnato ora da Renzo Piano), l’incertezza sulla revoca e le mosse del governo col Milleproproghe avrebbero “determinato gravi danni all’intero gruppo” e generato “preoccupazione sul mercato e a tutti gli stakeholder” (sono coloro che hanno a che fare a vario titolo con l’azienda: azionisti, clienti, dipendenti, fornitori, ecc. ma fa figo dirlo in inglese).
Soprattutto la cancellazione per legge delle eventuali penali, secondo i Benetton, ha cambiato “il quadro di riferimento” per gli investitori e le banche, e “hanno determinato il downgrade del rating” da parte di Moody’s nei primi giorni di gennaio.
Soffermiamoci su questo punto: Atlantia rappresenta sui mercati un cadavere che cammina fin dal ferragosto del 2018, perché nessuno al mondo avrebbe scommesso un centesimo sul fatto che la concessione potesse non essere inevitabilmente revocata in tempi stretti.
Grazie alle “entrature” dei Benetton nel mondo politico (tutti, tranne forse i Cinque Stelle), sono due anni che il tira-e-molla va avanti e i Benetton continuano a guadagnare con i pedaggi autostradali (l’unica attività del Gruppo che porti profitti...).
Ma è un gioco che deve arrivare a una conclusione. E anche se il Pd ha fatto di tutto – dopo la Lega, che era al governo al momento del crollo e per un anno successivamente – per evitare di buttar fuori a calci i Benetton, questi provano a giocare in contropiede. “Se i mercati non ci considerano certamente solvibili è colpa dello Stato”...
È infatti diventato “particolarmente difficile l’accesso ai mercati finanziari”, il che ha determinato una “grave tensione finanziaria”, ovviamente “aggravata anche dai pesanti effetti della pandemia”.
Seguono i pianti sul crollo del traffico nel periodo di lockdown: “un tracollo con punte massime dell’80%, generando una perdita di ricavi stimata in oltre 1 miliardo di euro per il solo 2020″.
Conclusione ricattatoria tipica del “prenditore” italico: se non ci garantite quel prestito da 1,2 miliardi dovremo tagliare i posti di lavoro.
Uno Stato serio risponderebbe in modo semplice ma fermo: “fallisci sereno, i lavoratori li prendiamo in carico noi, così come la gestione di tutta la rete di Autostrade per l’Italia; così guadagniamo noi qualcosa al tuo posto e teniamo in piedi l’infrastruttura, che tu hai dimostrato di non saper mantenere“.
Per avidità esagerata...
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