Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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05/11/2021

Il CNR trasformato in feudo?

C’è una norma inquietante nel testo della Legge di Bilancio entrato al Consiglio dei Ministri di giovedì 28 ottobre. Un articolo della Manovra attribuirebbe infatti al Presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche il compito di “adottare un piano di riorganizzazione e rilancio” dell’Istituto medesimo. Il Cnr, oltre ad essere il più importante ente di ricerca italiano, ha un contributo statale di 600 milioni di euro e un bilancio di circa un miliardo. Pur essendo cronicamente sotto finanziato, ha risorse pari ad un ottavo del Fondo complessivo di tutte le università italiane.

Il Piano di rilancio “può contenere proposte di revisione della disciplina statutaria e normativa di funzionamento dell’ente, ivi compresa quella riferita alla composizione degli organi, nonché ogni altra misura di riorganizzazione necessaria per il raggiungimento di maggiori livelli di efficienza amministrativa e gestionale”. Praticamente ciò significa decidere come verranno costituiti gli organi che gestiranno una fetta importante della ricerca italiana.

Per la redazione del Piano la Ministra dell’università e della ricerca istituisce con proprio decreto, sentito il Ministro dell’Economia, un Comitato strategico composto da cinque esperti pagati con un compenso di 20.000 euro annui nonché dotati di un rimborso spese nel limite massimo di 100.000 euro annui. La Presidente del Cnr e i membri del Comitato strategico possono a loro volta avvalersi della consulenza di innumerevoli soggetti esterni.

Il piano, adottato dalla Presidente del Cnr, presuppone il parere favorevole del Comitato di esperti ed è approvato con decreto del Ministro dell’università e della ricerca di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze.

Tutto questo appare già di per sé anomalo rispetto alla prassi, decisamente inquietante è il passaggio in cui si prevede in via eccezionale che l’approvazione con semplice decreto ministeriale avvenga “in deroga alle disposizioni normative e statutarie che prevedono, in relazione alle specifiche misure previste dal piano, altri pareri, intese o nulla osta, comunque denominati”. Insomma per la prima volta nella storia della ricerca italiana, il Parlamento e in specie le commissioni competenti sarebbero totalmente esautorate nel procedimento di approvazione di una riforma strategica del più importante ente di ricerca nazionale. Non solo. Con formulazione ambigua si destinano indifferentemente 50 milioni di euro “per le finalità del piano di riorganizzazione e rilancio e per le spese di funzionamento del Comitato strategico”.

Il rischio è evidente: un’autoriforma del più importante ente di ricerca italiano sottratta al controllo democratico del Parlamento e suscettibile di interferenze politiche, così da creare di fatto un feudo.

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18/11/2020

Vaccino Covid: fondi degli enti pubblici di ricerca usati per finanziare il privato

I casi IRBM e ReiThera, denunciati da USB già a giugno.

Il 29 giugno in tempi non sospetti chiedevamo al CNR e al Ministro dell’Università di fornirci dati sulla partecipazione dell’Ente agli investimenti all’IRBM. Nella lettera sottolineavamo che anche per ReiThera, l’azienda del vaccino ‘italiano’ ma di proprietà della svizzera Keiros AG, ritenevamo ci potessero essere chiarimenti da fare sulla società e sul brevetto.

Nessuno rispose. Il servizio di Report di lunedì 16 novembre, che prende spunto anche da queste osservazioni di USB, ha svelato quello che temevamo e che le istituzioni hanno taciuto. Ma alcuni punti non sono emersi:

- fondi della fiscalità (in particolare fondi ordinari del CNR, ossia necessari per le funzioni principali dell’ente) destinati a sviluppare completamente il vaccino privato;

- il coinvolgimento dello Spallanzani che dimenticando di dover restare imparziale per esprimere il ruolo pubblico viene coinvolto pesantemente in un vaccino (che succederà se dopo l’approvazione non funzionerà? Come lo Spallanzani potrà giudicare eventuali insuccessi se è divenuto un suo progetto?);

- il CNR che, invece di fare ricerca, si limita a passare 3 milioni del proprio bilancio alla società privata, come fosse un’agenzia.

E come giudicare il ministro Manfredi che senza istituire un bando che paragonasse vari candidati decide che il vaccino di proprietà svizzera diverrà il vaccino ‘italiano’? Tutto questo deciso in una riunione il 17 marzo dove sono presenti anche gli organismi regolatori, in particolare l’AIFA, e nei contratti approvati dallo Spallanzani appare senza troppi veli la richiesta di affrettare i controlli.

Insomma una brutta storia che riafferma quanto USB dice da vent’anni. La natura non si brevetta, i fondi pubblici devono essere usati dalla ricerca pubblica, i risultati devono essere protetti e non oggetto di profitto, perché proprietà di tutti e non di una singola società capitalistica.

Su questo torneremo a chiedere con forza una legge specifica per impedire che investimenti pubblici, che nel caso del vaccino Rheitera rappresentano il 95% della spesa, producano spesa per i cittadini e profitto per il privato, ma anche la protezione dei dati pubblicati dalla ricerca pubblica e l’incompatibilità tra pubblico (in questo caso lo Spallanzani) e sperimentazione del privato.

Ma soprattutto ci batteremo affinché ai cittadini questo vaccino non costi nulla, né in via diretta, né in via indiretta con esborso da parte dello Stato.

Il Covid-19 sta evidenziando tutte le contraddizioni del nostro sistema, a partire dalla drammatica alternativa tra lavoro e salute fino all’utilizzo della fiscalità generale per realizzare profitto privato.

Il trattamento riservato alla Ricerca Pubblica è in tal senso emblematico e la vicenda del vaccino contro la pandemia come mezzo per realizzare profitto, invece che come strumento per difendere la salute delle popolazioni, è la squallida rappresentazione di un teatrino che solo USB sta denunciando da anni e continuerà a farlo, statene certi, finché avremo fiato per gridare, gambe per manifestare e, soprattutto, teste per pensare. Sempre in splendida solitudine.

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18/06/2019

Le mani della politica sulla ricerca

La vicenda dell’azienda farmaceutica Irbm che, secondo quanto riportato da Il Fatto, ha ottenuto più di 50 milioni di fondi destinati alla ricerca pubblica senza bando mette in luce un aspetto cruciale dei rapporti tra politica e scienza. La vicenda è stata, infatti, portata alla luce dall’unico rappresentate dei ricercatori, Vito Mocella che ha condotto una battaglia solitaria e meritoria, nel CdA del CNR: vediamo dunque com’è scelta la “testa” del più grande ente di ricerca del Paese. La maggiore critica che è stata fatta nel passato alla ricerca e agli scienziati che la dirigono è di essere autoreferenziali, di agire in conflitto d’interessi, e per questo di non essere utili al paese e alla sua economia. Secondo una visione un po’ caricaturale ma molto in voga, l’accademia genera naturalmente comportamenti “baronali” e per evitare questa situazione la legge ha previsto che il consiglio di amministrazione del CNR sia composto da cinque membri nominati dal ministro della ricerca di cui tre, tra cui il presidente, scelti direttamente dal ministro e due tra quelli indicati dalla Conferenza Stato-Regioni, dalla CRUI, dalla Confindustria, dall’Unioncamere e dai ricercatori del CNR. Il CdA è dunque nominato dal governo e gli scienziati dell’ente non hanno avuto voce in capitolo fino al 2015 dopo che i ricercatori hanno condotto una battaglia interna fino a decidere il boicottaggio dell’operato dell’Agenzia di Valutazione che su indicazione del ministero avrebbe dovuto valutare la ricerca del CNR. Solo in seguito a questa protesta si è data la possibilità al personale dell’ente di eleggere un proprio rappresentate nel CdA e di assumere quindi dirette responsabilità di gestione. Grazie a questo cambiamento nella struttura del CdA è stato dunque eletto Vito Mocella, un ricercatore dell’istituto di microelettronica e microsistemi di Napoli. Secondo Mocella prima della sua elezione “Non c’era l’abitudine a discutere le scelte che arrivavano dai soggetti politici e dai vertici del Cnr”.

Mentre non è per nulla chiaro quali miglioramenti alla missione del CNR, cioè fare ricerca, hanno portato i membri del CdA nominati dalla politica (nessuno è interessato alla valutazione dell’operato di questi membri e del loro apporto alla mission dell’ente) essi hanno sicuramente dato un contributo alla gestione del miliardo di euro all’anno che passa per il CNR e per i suoi 8200 dipendenti. Dunque, oltre il danno di avere un CdA in cui la rappresentanza di chi fa ricerca nell’ente era prima assente ed ora sottorappresentata, vi è la beffa di un CdA di nomina politica che, come dice Mocella, non è abituato a discutere le scelte che arrivano dai soggetti politici: un bel capolavoro di conflitti di interesse! Si poteva far di meglio: ad esempio si sarebbe potuto adottare il modello di governance del prestigioso Istituto Nazionale di Fisica Nucleare dove è la comunità scientifica interna che esprime i vertici dell’ente e dove, come si vede dai risultati, c’è una grande attenzione alle qualità della ricerca e alle istanze dei ricercatori. Non era questo, evidentemente, lo scopo di chi ha ideato la riforma dell’ente che invece mirava, anche in questo bistrattato settore, all’occupazione delle istituzioni pubbliche, a partire dai loro vertici, da parte dei partiti.

Questa deriva nei rapporti tra politica e accademia ha avuto un’accelerazione con la riforma Gelmini e non riguarda solo il CNR ma tutta la “testa” della ricerca e dell’università. Ad esempio, l’agenzia nazionale di valutazione, che sovraintende le carriere dei docenti e la distribuzione dei fondi delle università, ha un consiglio direttivo di completa nomina politica che a sua volta decide non solo gli indirizzi della valutazione ma nomina anche tutta la struttura preposta a perseguire tali obiettivi. In questo modo la rappresentanza dei docenti è stata azzerata a favore di un’élite di nominati che risponde solo alla politica. Si è così formata un’oligarchia, questa sì autoreferenziale e piena di conflitti d’interesse, che ha ingabbiato la ricerca e l’università togliendole non solo risorse ma, cosa ben più grave, limitandone significativamente la libertà di ricerca. L’indipendenza della cultura e della scienza che dovrebbe essere garantita dall’articolo 33 della Costituzione, viene nei fatti progressivamente negata aumentando il controllo politico e riducendo le risorse finanziarie.

Nel contratto di governo dell’attuale maggioranza è prevista la creazione di un’agenzia per la ricerca che debba sovraintendere a tutta la gestione dei fondi del settore: niente di più probabile che sia creato un altro “mostro” di management centralizzato legato alla politica (si potrebbe dire di stampo sovietico). Bisogna fare altro: da una parte è necessario garantire, alle istituzioni che ricevono fondi pubblici, la completa indipendenza e libertà per lo scopo e la metodologia di ricerca svolta, e la propria discrezionalità nella ripartizione dei fondi. D’altra parte queste istituzioni devono essere responsabili verso il parlamento (e non il governo): infatti, solo attraverso tale responsabilità è possibile mantenere il giusto rapporto tra scienza e le altre funzioni di un sistema democratico. Ciò significa che la politica deve stare il più lontano possibile dalle nomine della dirigenza poiché, come scriveva il famoso matematico De Finetti, «soltanto la libertà congiunta alla responsabilità crea rapporto tra esseri umani incoraggiati a sentirsi tali e a fare del proprio meglio».

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16/08/2018

Cnr: “sono migliaia i ponti autostradali da sostituire”


Nota stampa del direttore dell’Istituto di tecnologia delle costruzioni del Consiglio nazionale delle ricerche Cnr-Itc, Antonio Occhiuzzi, relativa al ponte Morandi di Genova crollato questa mattina, 14 agosto, alle ore 11,50.

Il viadotto Morandi, che scavalca il fiume Polcevera alla periferia di Genova, deve il suo nome al geniale progettista/esecutore dell’opera, uno dei nomi che, insieme a Freyssinet (Francia), Leonhardt (Germania) e Maillart (Svizzera), nel XX secolo ha modificato la concezione dei ponti in Europa e nel mondo. Realizzato tra il 1963 al 1967, è un esempio di razionalismo ‘assoluto’: l’intera, essenziale geometria ripercorre le linee di forza che sono capaci di garantire l’equilibrio dell’opera sotto l’azione del peso proprio e del traffico stradale.

Il viadotto si compone di due tratti di accesso e di uscita e di una parte centrale, quella più caratteristica, formata da 6 tratti, sostenuti a due a due da un pilone centrale dal quale si dipartono gli elementi inclinati denominati “stralli”. Due le particolarità strutturali di questo ponte: gli stralli, che a differenza di quanto avviene per i ponti in acciaio non formano un ventaglio o un’arpa, sono solo una coppia per lato e sono realizzati in calcestruzzo armato precompresso; le modalità di realizzazione dell’impalcato (la parte che sostiene direttamente il piano viabile) in calcestruzzo armato precompresso, secondo un brevetto ideato dallo stesso Morandi.

Il crollo di stamattina, per quanto si può capire assolutamente improvviso, può dipendere da moltissime causa diverse. Preliminarmente, però, è possibile fare qualche considerazione di carattere generale.

Gli stralli in calcestruzzo armato precompresso, realizzati anche per altri viadotti analoghi (sul lago di Maracaibo in Venezuela, ma anche in Basilicata, per esempio), hanno mostrato una durabilità relativamente ridotta. E la statica di un ponte di questo tipo dipende fondamentalmente dal comportamento e dallo “stato di salute” degli stralli.

Nel caso in questione, in particolare, una parte degli stralli è stata oggetto di un importante e chiaramente visibile intervento di rinforzo, ma il tratto crollato è un altro. È necessario capire perché, in presenza di elementi che hanno indotto a rinforzare alcuni stralli, non siano state operate le medesime cure sugli altri, gemelli e coevi.

Risulta inoltre che il viadotto Morandi fosse sotto continua e costante osservazione, e non c’è alcun motivo di dubitare che la società concessionaria abbia utilizzato tutte le tecnologie oggi disponibili al riguardo. Il crollo improvviso, quindi, fa dedurre che i sistemi di monitoraggio e sorveglianza adottati non sono ancora sufficientemente evoluti per scongiurare tragedie come quella di stamattina.

A carattere ancor più generale, va ricordato che la sequenza di crolli di infrastrutture stradali italiane sta assumendo, da alcuni anni, un carattere di preoccupante ‘regolarità’: nel luglio 2014 è crollata una campata del viadotto Petrulla, sulla strada statale 626 tra Ravanusa e Licata (Agrigento), spezzandosi a metà per effetto della crisi del sistema di precompressione; nell’ottobre 2016 è crollato un cavalcavia ad Annone (Lecco) per effetto di un carico eccezionale incompatibile con la resistenza della struttura, che però è risultata molto invecchiata rispetto all’originaria capacità; nel marzo 2017 è crollato un sovrappasso dell’autostrada adriatica, ma per effetto di un evento accidentale durante i lavori di manutenzione; nell’aprile 2017 è crollata una campata della tangenziale di Fossano (Cuneo), spezzandosi a metà in assenza di veicoli in transito e con modalità molto simili a quelle del viadotto Petrulla. Oggi è crollata una parte del viadotto Morandi, che probabilmente comporterà la demolizione completa e la sostituzione dell’opera.

L’elemento in comune alla fenomenologia descritta è l’età (media) delle opere: gran parte delle infrastrutture viarie italiane (i ponti stradali) ha superato i 50 anni di età, che corrispondono alla vita utile associabile alle opere in calcestruzzo armato realizzate con le tecnologie disponibili nel secondo dopoguerra (anni ’50 e ’60).

In pratica, decine di migliaia di ponti in Italia hanno superato, oggi, la durata di vita per la quale sono stati progettati e costruiti, secondo un equilibrio tra costi ed esigenze della ricostruzione nazionale dopo la seconda guerra mondiale e la durabilità delle opere. In moltissimi casi, i costi prevedibili per la manutenzione straordinaria che sarebbe necessaria a questi ponti superano quelli associabili alla demolizione e ricostruzione; quelli ricostruiti, inoltre, sarebbero dimensionati per i carichi dei veicoli attuali, molto maggiori di quelli presenti sulla rete stradale italiana nella metà del secolo scorso.

Il problema ha dimensioni grandissime: il costo di un ponte è pari a circa 2.000 euro/mq; pertanto, ipotizzando una dimensione ‘media’ di 800 mq e un numero di ponti pari a 10.000, le cifre necessarie per l’ammodernamento dei ponti stradali in Italia sarebbero espresse in decine di miliardi di euro.

Per evitare tragedie come quella accaduta stamattina sarebbe indispensabile una sorta di “piano Marshall” per le infrastrutture stradali italiane, basato su una sostituzione di gran parte dei ponti italiani con nuove opere caratterizzate da una vita utile di 100 anni. Così come avvenuto negli anni ’50 e ’60, d’altra parte, le ripercussioni positive sull’economia nazionale, ma anche quelle sull’indebitamento, sarebbero significative.

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02/05/2016

La forza e la debolezza nella piazza di Pisa contro Renzi

Il selfie-man Renzi sta cambiando velocemente mezzi di comunicazione. Da persona fisica che girava per le strade del paese scattando fotografie con gaudenti cittadini, a ologramma sugli schermi di convegni ai quali non può più intervenire direttamente, a causa delle contestazioni di piazza. Si è visto a Pisa venerdì 29 aprile, quando il guitto fiorentino ha disertato l’appuntamento per la festa dei 30 anni di Internet.

Il CNR di Pisa era una cittadella assediata, con oltre 200 tra carabinieri e poliziotti in tenuta antisommossa, decine i blindati, cecchini sui tetti dell’Istituto, elicotteri, droni che riprendevano a bassissima quota i manifestanti. Un apparato di sicurezza di questo genere rappresentava visivamente, più di qualsiasi commento, la debolezza di un esecutivo in grave difficoltà, per le ben note vicende di corruzione che stanno devastando governo e PD, in una spirale che evidentemente nasconde una crisi ben più profonda, sulla quale stanno iniziando a far leva mobilitazioni di piazza di qualità molto diversa rispetto ai canonici “controvertici” ai quali ci aveva abituato una sinistra “radicale” oramai evaporata.

Contro Renzi, Giannini e Inguscio sono scese in piazza realtà sociali, sindacali e politiche che raramente trovano nel nostro paese e nella nostra città un comune terreno, fatto di specifiche rivendicazioni, vertenze di lavoro, richieste di casa, reddito e sanità gratuita.

Il potenziale successo dell’iniziativa s’intuiva già dall’articolazione del percorso promosso in queste ultime settimane, ma andava verificato concretamente in piazza.

Alla luce del risultato possiamo dire che l’impegno è stato premiato dal risultato.

Il presidio di fronte al CNR, convocato insieme a uno sciopero regionale della Ricerca indetto dall’USB, ha visto la partecipazione di tanti lavoratori e lavoratrici degli Enti Pubblici di Ricerca, provenienti da tutta Italia, ai quali si sono aggiunti Vigili del fuoco, della pubblica amministrazione, dell’aeroporto, dei pensionati e del territorio (disoccupati, studenti, migranti).

Al presidio si è congiunto un corteo di oltre mille persone, rappresentative di uno spaccato sociale e del mondo del lavoro molto variegato. Erano presenti, infatti, i lavoratori della Piaggio e della Sole di Pontedera (dove è stato indetto uno sciopero dalle strutture USB costituitesi recentemente), i senza casa e i disoccupati dell’ASIA USB di Livorno, i comitati di quartiere che in questi mesi sono cresciuti nelle periferie pisane come risposta ad una crisi abitativa e sociale sempre più forte, gli studenti universitari di Exploit e dei Collettivi Autonomi Universitari, i lavoratori dell’Università, i comitati di cittadini truffati dalle banche e molti cittadini e lavoratori.

Possiamo dire che con la giornata di oggi Pisa si è messa in sintonia con un processo di ricomposizione che sta prendendo forma in alcune metropoli e città più colpite dalla crisi, grazie ad una soggettività organizzata che riesce a insediarsi tra gli stati popolari, del mondo del lavoro, tra migranti, disoccupati e senza case attraverso carovane, comitati di lotta, ma soprattutto un sindacalismo conflittuale che riesce a configurarsi sempre più come alternativa concreta al consociativismo di CGIL CISL UIL.

Questa è stata la forza che si è espressa nella piazza pisana contro Renzi, che nessuna campagna mediatica forcaiola potrà sminuire.

La crisi sistemica del capitalismo sta minando alla radice lo stato di torpore che ammorba da troppo tempo il nostro blocco sociale di riferimento. La strada da intraprendere è ora visibile e aperta. Si tratta di allargarla e percorrerla con determinazione, costruendo piattaforme sociali comuni, in grado di creare quella massa critica essenziale per fermare il rullo compressore del governo Renzi e delle politiche che esso veicola nel paese, provenienti dalle stanze della troika Europea attraverso diktat, trattati, spending review, pareggio di bilancio e patti di stabilità.

Questo riteniamo sia il compito principale delle avanguardie sociali, sindacali e politiche che si mettono nell’ottica di abbattere, e non di riformare, lo stato di cose presenti.

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29/04/2016

Pisa: al Cnr la protesta dei ricercatori

Nonostante i media abbiano voluto ridurre la giornata di oggi al semplicistico schema scontri tra manifestanti e polizia, in piazza davanti al CNR di Pisa c’erano anche tanti lavoratori e lavoratrici degli Enti Pubblici di Ricerca, provenienti da tutta Italia (CNR, ISS, ISPRA, ISTAT, CREA, ISFOL, ENEA, INDIRE) che hanno manifestato la propria contrarietà alla riforma proposta dalla Ministra Giannini, pacificamente, ma con estrema determinazione e con contenuti molto chiari.

La riforma Giannini-Madia, così come è scritta, disperde un patrimonio del Paese dismettendo di fatto due generazioni di ricercatori, dichiarando il loro profilo ad esaurimento e pertanto chiuso. Licenziamenti certi per migliaia di precari, probabili esuberi nel personale di supporto sono le conseguenze della proposta Giannini che costruisce una sistema della ricerca pubblica svilito nella sua funzione di servizio rivolto alla committenza sociale.

USB ha presentato a metà marzo le proprie proposte al Ministro Madia e sfida questo Governo al confronto sui contenuti, anche se non ci aspettiamo aperture da parte di chi ha mostrato finora solo disprezzo per quel pezzo di Paese che lavora nel settore pubblico al servizio della cittadinanza, compresi i lavoratori degli Enti di Ricerca.

USB continuerà con le iniziative di opposizione a questa riforma, chiamando alla mobilitazione tutti i lavoratori della Ricerca Pubblica per difendere il proprio futuro e quello del nostro Paese.

Unione Sindacale di Base

Fonte

12/01/2016

CNR Pisa: dagli scandali ai licenziamenti. La crisi della ricerca pubblica in un paese alla periferia dell’Ue

La recente mobilitazione dell’Unione Sindacale di Base al fianco delle quattro precarie del CNR a rischio licenziamento ha rotto il silenzio calato sullo scandalo dell’Istituto di Fisiologia Clinica (IFC), sul quale la Magistratura sta ancora indagando. Le lavoratrici sono le prime vittime dell’ammanco milionario, alle quali seguiranno, se non si svilupperà una forte e determinata mobilitazione, molte altre.

Gli elementi principali emersi dall’inchiesta che ha coinvolto l’IFC, a nostro parere, evidenziano lo stato in cui versa la ricerca pubblica nel nostro paese. Un ex custode (Marco Borbotti) partecipa e vince un concorso interno presentando un certificato di laurea falso, diventa responsabile dell'ufficio progetti dell’IFC, cioè chi valuta le proposte di studio per le quali sono richiesti finanziamenti. Un Direttore (Eugenio Picano) che delega la funzione principale per la sopravvivenza dell’Istituto a questo personaggio, senza svolgere le minime funzioni di controllo, anche perché impegnato in Kazakistan come Professore ordinario di Medicina. Risultato? Finanziamenti fasulli su progetti inesistenti per 10 milioni di euro.

Ci auspichiamo che la Magistratura faccia emergere chi si cela dietro prestanome e direttori assenteisti, ma mentre essa prosegue nelle sue indagini, a noi spetta il compito di una prima analisi su alcuni elementi che sovra – determinano questo scandalo, non ultimo la continua, spasmodica ricerca di finanziamenti attraverso bandi, gare, progetti europei, per inseguire i quali si dilapidano enormi energie intellettuali, distolte dalla funzione principale che funzionari e ricercatori dovrebbero svolgere all’interno del CNR: la ricerca, appunto.

È noto come nel nostro paese la spesa pubblica e gli investimenti privati in ricerca siano insignificanti: 1,26% sul PIL, fanalino di coda di un’Europa che vede ben altri numeri e tecnologie.  Spese e investimenti talmente bassi da produrre un doppio fenomeno: aumento progressivo della precarietà, supersfruttamento dei lavoratori del settore e fuga di cervelli verso l’estero.

Il finanziamento pubblico (dal governo centrale e dalle regioni), per ricerca e sviluppo è passato da 9.778 milioni di euro del 2009 a 8.822 del 2012, con una diminuzione in termini monetari del 9,8 % e in termini reali del 12,7 %. I fondi per i progetti di ricerca universitaria (Prin, Firb, ecc.) sono passati nei quattro anni da 711 a 95 milioni di euro. Un trend che peggiora di anno in anno.

In questa situazione il finanziamento dell’attività ordinaria del CNR nel periodo tra il 2005 al 2014 è sceso da 543 a 500 milioni di euro (del 20% in termini reali), mentre è aumentato in maniera esponenziale quello legato ad assegnazioni vincolate a specifici progetti ed obiettivi: di 20 volte nel decennio considerato, con una punta di 34 volte tra il 2005 ed il 2013.

Le spese “cogenti” dell’ente, e cioè quelle relative agli stipendi ed al funzionamento della struttura (affitti, luce, gas, ecc.), sono dell’ordine dei 620 milioni. Nel 2014 sono mancati all’appello 120 milioni di euro.

Ciò significa che il CNR ha perso completamente la propria autonomia e che, per pagare gli stipendi e per aprire le porte dei laboratori di ricerca, deve passare per le forche caudine dei committenti che orientano la ricerca ai propri fini.

Il fatto che il CNR non dipende più dallo Stato, ma dal mercato si evince dalle entrate di bilancio. La metà delle fonti finanziarie (51,8%) è costituita dal Fondo di finanziamento ordinario del MIUR; le altre provengono da un insieme di attività tecnico-scientifiche che rientrano nella missione dell’ente (servizi tecnici, trasferimento tecnologico, consulenze, ecc.), ma che non contribuiscono a un vero avanzamento delle conoscenze.

I Governi che in questi anni si sono susseguiti nella gestione del paese e dello Stato, come si evince da questi e da molti altri dati inerenti altri settori strategici come la formazione, la scuola e l’Università, stanno progressivamente riducendo il proprio sostegno alla ricerca pubblica, “privatizzando” le istituzioni pubbliche.

Un fenomeno che vale per molti settori, ma non per tutti.

Il 21 gennaio 2014 il CNR sigla con il Segretario generale della difesa e direttore nazionale degli armamenti un Accordo quadro finalizzato alla collaborazione su temi di ricerca tecnologica d’interesse comune. Alla luce delle politiche militariste del governo Renzi, impegnato ogni giorno a inviare uomini e mezzi nei vari fronti di guerra, dall’Afghanistan all’Iraq e prossimamente in Libia, siamo sicuri che per questa branca di R&S non mancheranno risorse.

La denuncia di quest’accordo militare ci permette di evidenziare – al netto delle sicure responsabilità specifiche di una classe dominante parassitaria, criminogena e familista – gli ambiti entro i quali al nostro “sistema paese” è permesso agire, dettati da regole “esterne” al paese stesso, oltre che da una condizione oggettiva che interessa tutto il pianeta.

La condizione oggettiva è la crisi in atto, di carattere sistemico, che costringe tutte le economie capitalistiche a cercare di recuperare margini di profitto sulla pelle dei lavoratori, attraverso le ben note politiche di distruzione sistematica dei diritti individuali (Jobs Act) e generali sui posti di lavoro (cancellazione del CCNL, attacco al sindacato come strumento e al sindacalismo di classe e indipendente come sua forma concreta), l’aumento costante di sfruttamento quantitativo e qualitativo (estensione dell'orario di lavoro e intensificazione dello sfruttamento), la distruzione del welfare (sanità, previdenza, assistenza sociale, formazione).

Le regole esterne sono quelle imposte dall’Unione Europea, attraverso trattati, memorandum, linee di indirizzo, sanzioni, ricatti e minacce. Un potere sovranazionale dominato dai paesi del Nord Europa, con al centro la Germania, impegnati a piegare le economie del Sud Europa alle loro esigenze di esportazione, di assunzione di mano d’opera specializzata e a basso costo, di acquisizione di industrie avviate al fallimento per essere svendute a costi irrisori.

La ricerca pubblica non sfugge a queste regole e condizioni. Insieme a tutto il sistema della formazione, essa subisce sia le conseguenze di una crisi devastante, sia i diktat di un’Unione Europea che delimita ruoli e funzioni di ogni paese.

Il costituendo “Partito della Nazione” di Renzi e i poteri forti che rappresenta (Finmeccanica, ENI, Lega delle Cooperative, UniCredit, FIAT…), sta adeguando il sistema produttivo, delle relazioni industriali, dei servizi e della ricerca alla posizione assegnata all’Italia. Dal lavoro alla rendita parassitaria, dallo Stato sociale alle produzioni belliche, immense risorse sono spostate per la realizzazione di questo progetto d’integrazione continentale, dalle chiare caratteristiche imperialistiche e neo coloniali.

Un quadro d’insieme che progressivamente fa saltare equilibri che per lungo tempo hanno garantito, pur in condizioni di precarietà, migliaia di posti di lavoro, come nel caso del CNR.

In questa logica mercantilista a che servono le ricerche epidemiologiche e sulle dipendenze degli adolescenti svolte dall’IFC? La strada è tracciata, e prevede ben altri obiettivi e collaborazioni, come i menzionati progetti di ricerca nel settore militare, anche se i posti di lavoro al servizio della guerra non saranno mai sufficienti a coprire le contemporanee perdite occupazionali.

Difendere i posti di lavoro delle ricercatrici dell’IFC, più in generale di tutto il personale precario che nell’arco del prossimo anno rischia di perdere il proprio posto di lavoro, sarà un obiettivo centrale del sindacalismo indipendente e non concertativo.

Dal quadro d’insieme sommariamente descritto in queste note, emerge però un’evidenza: la sola lotta in difesa dell’occupazione in questo settore strategico per lo sviluppo del paese è insufficiente. La ricerca, la formazione, la produzione culturale devono essere strappate dalle mani di una classe dominante che sta portando l’intero continente europeo alla rovina, al solo fine di difendere interessi particolari, legati alla massimizzazione dei profitti di banche e industrie energivore, sempre più legate al settore militare.

Occorre che le immense risorse intellettuali oggi piegate e dilapidate a questi interessi asfittici e guerrafondai inizino a elaborare nuovi modelli di sviluppo, in grado di far uscire il paese dalla spirale recessiva e di crisi nella quale è sprofondata. Solo una visone radicalmente alternativa al modello dominante imposto dall’Unione Europea, attraverso governi vassalli come quello di Matteo Renzi, può dare prospettive al conflitto che i lavoratori e le lavoratrici devono iniziare ad ingaggiare. Le singole lotte in difesa dell’occupazione al CNR, così come in tutti i settori della ricerca e della formazione, troveranno così linfa e prospettiva.

Rete dei Comunisti – Pisa

Fonte

26/08/2015

“Dust bowlification”. Un quinto dell’Italia è a rischio desertificazione

"Le aree siccitose coprono oltre il 41% della superficie terrestre e vi vivono circa 2 miliardi di persone. Il 72% delle terre aride ricadono in Paesi in via di sviluppo, la correlazione povertà-aridità è dunque chiara. Se si guarda all'Italia, gli ultimi rapporti ci dicono che è a rischio desertificazione quasi il 21% del territorio nazionale, il 41% del quale si trova nel sud. Sono numeri impressionanti che raccontano di un problema drammatico di cui si parla pochissimo", è quanto sostiene Mauro Centritto, direttore dell'Istituto per la valorizzazione del legno e delle specie arboree del Consiglio Nazione delle Ricerche (CNR).

Del quinto del territorio nazionale a rischio desertificazione, il 41% si trova nel Sud (proprio lì dove stanno crescendo le devastanti trivellazioni, Ndr) si tratta di oltre la metà del territorio in Sicilia, Puglia, Molise e Basilicata. Il rischio è di passare alla Dust bowlification cioè la 'conca di polvere', un punto di non ritorno. Questi i dati che saranno presentati e discussi nella conferenza "Siccità, degrado del territorio e desertificazione nel mondo", organizzata dal Consiglio Nazionale delle Ricerche, in programma oggi presso il Padiglione Italia di Expo Milano.

"In Sicilia le aree che potrebbero essere interessate da desertificazione sono addirittura il 70%, in Puglia il 57%, nel Molise il 58%, in Basilicata il 55%, mentre in Sardegna, Marche, Emilia Romagna, Umbria, Abruzzo e Campania sono comprese tra il 30 e il 50%" continua il ricercatore. Uno scenario inquietante, che non lascia spazio a dubbi sull'urgenza di azioni strategiche per arginare o mitigare i cambiamenti climatici. "Entro la fine di questo secolo le previsioni parlano, per il bacino del Mediterraneo, di aumenti delle temperature tra 4 e 6 gradi e di una significativa riduzione delle precipitazioni, soprattutto estive: l'unione di questi due fattori genererà forte aridità. Paradossalmente, mentre per mitigare i cambiamenti climatici sarebbe sufficiente cambiare in tempo la nostra politica energetica, per arrestare la desertificazione questo non sarà sufficiente, poiché il fenomeno è legato anche alla cattiva gestione del territorio", aggiunge Centritto. "Le conseguenze di quest'inadeguata gestione sono sintetizzate nella espressione inglese “Dust bowlification”, da dust, polvere, e bowl, conca. È un concetto differente dalla desertificazione, giacché anche i più estremi deserti sono comunque degli ecosistemi (le aree aride includono il 20% dei centri di biodiversità e il 30% dell'avifauna endemica), mentre le conche di polvere sono un punto di non ritorno".

La diffusione di questi territori sempre più inospitali acuirebbe ovviamente le ondate migratorie in atto. "Ad essere colpiti dalla siccità sono infatti i paesi del bacino Mediterraneo, tra i più fragili dal punto di vista ambientale e antropico. Molte persone che arrivano da noi non fuggono dalla guerra, ma da aree rese invivibili dalla desertificazione, sono rifugiati ambientali. E il loro numero è destinato a crescere esponenzialmente nel prossimo futuro. Occorre un approccio sistemico al problema, capace di riportare in equilibrio ecologico i territori a rischio" conclude Centritto.

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