Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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24/03/2017

Epistolario sul tesoretto IIT e il “tesorone” della ricerca pubblica

Qualche tempo fa abbiamo segnalato una polemica sul “tesoretto” di IIT e sul presunto “tesorone” degli enti di ricerca. Riassumiamo in breve la questione.

Sul Fatto Quotidiano era apparsa ad aprile 2016 un’inchiesta a firma di Laura Margottini (Più investimenti che ricerca: l’Iit ha 500 milioni di troppo), in cui si mostrava che negli stessi anni in cui personale e fondi delle università subivano tagli senza precedenti, l’IIT aveva accumulato circa 500 milioni di euro, tuttora accantonati in conti bancari e titoli.

Il Direttore scientifico dell’IIT nel corso dell’intervista andata in onda nella puntata di Presa Diretta del 19 settembre 2016 conferma l’esistenza del tesoretto:
Quello lo Stato lo può utilizzare per la Ricerca, per gli esodati, per gli stadi, sono affari suoi.
Nel nel corso di un question time al Senato ad ottobre 2016 l’ex Ministro Giannini dichiara che il tesoretto IIT non esiste
«Rimane una puntiforme domanda che mi hanno fatto, in modo diverso, la senatrice Cattaneo e il senatore Bocchino e che riguarda l’Istituto italiano di tecnologia, il presunto – da fonti di stampa, ma a noi non risulta – tesoretto, così come è stato definito»
Il 17 Novembre 2016 l’ex Ministro Giannini cambia completamente versione circa il tesoretto IIT: ne certifica l’esistenza e si schiera a favore di un suo impiego a favore della ricerca
“Sono pienamente convinta che sia giunto il momento di ragionare sulla possibile destinazione di questi fondi, da rimettere in gioco per il mondo della ricerca di base. Questa – ha detto il ministro nel corso dell’audizione – mi sembra un’operazione non solo possibile ma auspicabile, me ne farò personalmente carico perchè mi sembra corretto”.
Così fan tutti! Sul Corriere della Sera del 6 Febbraio 2017 esce un articolo, con richiamo in prima pagina, in cui si sostiene che l’accumulo di tesoretti è pratica comune negli enti di ricerca e nell’università e che anzi c’è un tesorone 10 volte più grande del tesoretto IIT
C’è un tesoro segreto nella ricerca italiana. E non è un tesoro fatto di formule, alambicchi o brevetti. E’ un tesoro di soldi: 4,5 miliardi di euro. Rappresentano la somma delle disponibilità liquide che, a vario titolo, enti di ricerca e università segnalano nei proprio bilanci. Sono risorse “ferme”.
A stretto giro la Senatrice Elena Cattaneo, con una lettera al Direttore del Corriere della Sera, chiarisce che il giornalista non sa leggere i bilanci degli enti di ricerca e delle università
sostenere che le università e gli enti di ricerca pubblici italiani, che ogni giorno piangerebbero miseria, hanno accesso ad un «tesoro segreto» di 4,5 miliardi di euro, costituito dalla liquidità disponibile nei loro conti bancari, è fuorviante. Il dato della liquidità di ciascun ente è privo di senso se non si specifica se, e in che misura, essa sia già impegnata per progetti di ricerca e se – ad esempio – non vadano sottratti gli accantonamenti obbligatori per legge. Tacendo dell’entità della quota vincolata si lascia intendere che tutti gli enti, chi più chi meno, ricevano troppi soldi dallo Stato e siano portati a generare «tesoretti». Invece, non è così, di tesoretto a ben vedere ce n’è per un solo ente.
La Senatrice Cattaneo ha poi avuto uno scambio epistolare ulteriore con il direttore del Corriere e con il giornalista autore dell’“inchiesta” circa il fatto di aver confuso “le pere con le mele” e in cui la Senatrice ripercorre la vicenda IIT.
Un Ente sempre trattato, da una parte importante dei media, alla stregua del principio di uguaglianza descritto nella fattoria degli animali immaginata da George Orwell: in teoria ognuno è uguale agli altri, ma nei fatti c’è chi è “più uguale” degli altri.
Le tre lettere inviate dalla Senatrice sono state rese pubbliche: siamo convinti che siano d’interesse pubblico perché testimoniano l’impegno infaticabile della Senatrice sulla vicenda IIT – Human Techonopole così come l’atteggiamento di una parte della stampa di questo paese sulla vicenda. Le riproponiamo qui di seguito.

Lettera 1

Lettera 2

Lettera 3

Lasciamo al lettore farsi un’idea sull’incredibile balletto di affermazioni e smentite che sta andando avanti da mesi con la colpevole partecipazione dei vertici del MIUR e di una stampa poco informata (per non dire altro).

Quel che è certo è che in un periodo storico caratterizzato dal disperato bisogno di risorse per il sistema della ricerca universitaria del nostro Paese un tesoretto c’è ed è allocato in modo improduttivo a un Ente di ricerca i cui piani di sviluppo sono funzionali al recupero di una enorme area immobiliare che rappresenta il lascito della gloriosa avventura dell’EXPO.

Il disegno politico che traspare da tutta questa vicenda è chiarissimo e deve indurre tutti alla riflessione.

Fonte

Tutto sacrosanto, però sarebbe bello che il modo della ricercare che si vuole non omologato, inducesse tutti alla riflessione anche circa le cause che determinano lo stato di macroscopico sotto finanziamento della ricerca e più in generale dell'istruzione in Italia.

Cause che è ampiamente fuorviante attribuire ad una più o meno presunta (e nel caso piuttosto fattuale) concorrenza sleale di un solo ente a danno di altri e che andrebbero ricercati nelle politiche economiche e sociali di austerità che caratterizzano da sempre l'Unione Europea e gli assetti competitivi che questa ha imposto sul continente.

Insomma, per essere ancora più espliciti vista la data incombente, quanti sono gli accademici italiani non omologati che aderiscono alla campagna per il rifiuto delle politiche comunitarie e quindi per una rottura con la UE?

05/11/2016

La scuola di Renzi è un caos totale

Dopo le tante (troppe) bocciature nel concorso, la scuola riparte a regime ridotto. Per gli otto milioni di studenti, classi accorpate, mancanza di personale e orari ridotti. Il ministero emana una “riforma” a ogni cambio di governo, producendo provvedimenti spesso in contrasto tra loro, ma in ogni caso sempre accomunati dalla logica del risparmio.

Anche quest’anno è iniziata la scuola e, al di là della rappresentazione patinata dei servizi del tg1 delle 20 sui nonni che accompagnano i bambini in prima elementare, chiunque metta effettivamente piede in una scuola – alunni, genitori, docenti e personale non docente – si ritrova in mezzo al caos più completo. In moltissime scuole orario ridotto, ricambio di insegnanti, via vai di supplenti. Fioccano le denunce delle famiglie di studenti disabili, che in alcuni casi sono addirittura stati costretti a rimanere a casa per la mancanza di insegnanti di sostegno.

Per molti non addetti ai lavori è spesso difficile capire le ragioni di questo caos ricorrente, e spesso lo è anche per chi nella scuola ci lavora, perché si tratta di un ingarbugliato sistema di punteggi e graduatorie e di una burocrazia bizantina, gestiti da un ministero che emana una “riforma” a ogni cambio di governo, producendo provvedimenti spesso in contrasto tra loro, ma in ogni caso sempre accomunati dalla logica del risparmio. Pochi soldi e pochissima lungimiranza.

Questo settembre però il caos stupisce ancor di più perché arriva dopo una massiccia tornata di assunzioni, le immissioni in ruolo dei precari storici a seguito della sentenza europea che ha condannato l’Italia per l’abuso dei contratti a tempo determinato. E soprattutto arriva dopo un concorso che avrebbe dovuto immettere in ruolo più di 60mila docenti. Un concorso che lo scorso febbraio il premier Renzi e la ministra Giannini avevano presentato come il toccasana contro la “supplentite” e come una nuova procedura selettiva all’avanguardia e all’insegna della qualità. Eppure oggi ci ritroviamo ancora con circa 100mila supplenti previsti per l’anno scolastico 2016/2017.

Per capire come ciò sia stato possibile, è forse bene ripercorrere le tappe di questo concorso, che da molti è stato rinominato a ragione “concorso truffa” e che è solo uno dei tanti emblemi di quale idea della scuola pubblica caratterizzi la sciagurata legge 107, alias Buona Scuola.

Il bando è uscito con il consueto, nostrano, ritardo, cioè a fine febbraio, con prove scritte da svolgersi durante il mese di maggio. È partita dunque una maratona nelle varie regioni, alle quali era affidata tutta la gestione delle procedure, per far partire una macchina organizzativa complicatissima, sia per l’allestimento di una prova computerizzata (conosciamo tutti lo stato delle aule informatiche nelle nostre scuole), sia per il reperimento delle commissioni. Sì, perché il Miur, dopo aver delegato alle scuole gli oneri della logistica, ha preteso anche che i commissari si prestassero ad un lavoro sovrumano (per alcune classi di concorso i candidati erano nell’ordine del migliaio) senza essere esonerati dall’orario normale in classe e per una paga a cottimo di 50 centesimi a compito corretto. Ovvio che nessuna persona sana di mente si prenderebbe una tale responsabilità con una procedura organizzata così in fretta e male, e per di più per pochi spiccioli. Così gli Uffici Scolastici Regionali sono stati costretti a raschiare il fondo del barile, a contattare personalmente i potenziali commissari, addirittura a offrire l’incarico a chi aveva a malapena i requisiti per ottenerlo, magari facendo valere antichi favori o promettendo misere ricompense accessorie in termini di prestigio e piccoli vantaggi lavorativi per chi accettava.

In questo clima già poco promettente, sono cominciate a maggio le prove scritte per i 180mila candidati. Facendo la proporzione tra numero dei candidati e numero dei posti a bando (60mila) si nota già un’anomalia profonda di questa procedura, e cioè l’altissimo numero di posti rispetto ai candidati; in alcune regioni e per determinate classi di concorso, i candidati erano addirittura meno dei posti disponibili. Questo perché il bando prevedeva la partecipazione per i soli abilitati all’insegnamento, cioè coloro che già hanno seguito corsi appositi per l’abilitazione (TFA e PAS), con centinaia di ore di lezioni e tirocini specifici e numerosi esami per ottenere il titolo. Corsi pagati migliaia di euro alle Università, per accedere ai quali, nel caso del TFA, i partecipanti hanno già superato una procedura selettiva nazionale. Dal bando sono stati invece esclusi i neolaureati e tutti coloro che, pur senza abilitazione, insegnano da anni nelle scuole italiane. Perché mettere in moto una procedura concorsuale nazionale, riservandola solo a chi ha già dimostrato di essere preparato nella propria disciplina e idoneo all’insegnamento ottenendo l’abilitazione? E perché non concedere la possibilità di lavorare nella scuola a chi si è appena laureato o a chi nella scuola lavora da precario ormai da anni?

Mettendo un attimo da parte queste domande, torniamo alle prove scritte. Gli aspiranti docenti si sono trovati di fronte a delle richieste impossibili, a partire dai quesiti in lingua straniera, volti ad attestare un livello B2, mai richiesto prima né all’università, né nei percorsi abilitanti (perché un buon insegnante di matematica o una brava maestra di italiano dovrebbero avere tra le loro doti principali quella di saper cogliere le sottigliezze lessicali di un testo giuridico in francese o in inglese?). I quesiti relativi alle singole discipline, poi, richiedevano di svolgere in 15 minuti dei lavori di progettazione didattica a cui qualsiasi insegnante dedica normalmente ore del proprio quotidiano lavoro.

Si è subito parlato di prove fatte apposta per bocciare e infatti a luglio sono cominciati ad uscire i risultati degli scritti, e il risultato è stato un’ecatombe, con percentuali di bocciature che hanno raggiunto talvolta il 90% o addirittura il 100%. Non è ancora possibile fare una stima nazionale, perché in molte regioni le procedure non si sono (ovviamente) ancora concluse, in alcuni casi per l’alto numero dei partecipanti, in altri per il susseguirsi di irregolarità eclatanti, come la convocazione agli orali di persone che mai avevano partecipato allo scritto, la perdita dei codici che consentivano di identificare gli autori dei compiti, lo scambio di codici, la scoperta di manifeste incompatibilità dei commissari ecc.

Si può però già dire che, ad eccezione di qualche regione illuminata, la tendenza generale è stata quella di bocciare il più possibile. Un caso esemplare è il dato (questo nazionale) del concorso per il sostegno: i posti messi a bando erano 5700, in numero quindi già irrisorio rispetto al fabbisogno, se si considera che dei 120mila insegnanti di sostegno in Italia, più di 40mila sono precari. Nonostante questo, a fronte delle numerose bocciature, un migliaio dei posti messi a bando sono rimasti senza vincitori e saranno coperti nuovamente da precari.

Un altro caso emblematico è proprio quello della Toscana, patria di Renzi e Giannini, forse non a caso la regione con il numero più alto di bocciature. Per la classe delle materie letterarie, ad esempio, a fronte di più di 700 posti disponibili e soli 590 aspiranti, i vincitori sono stati 142: significa che più di 500 posti rimarranno vuoti. O meglio, saranno occupati dagli stessi precari che sono stati bocciati al concorso.

A questo palese fallimento, non solo e non tanto dei singoli docenti costretti a questa umiliazione, ma di un’intera procedura concorsuale che doveva “abolire la supplentite”, la Giannini, vergognosamente spalleggiata dai media mainstream, ha risposto attribuendo la responsabilità all’impreparazione dei candidati. “Meglio un somaro a spasso che un somaro in cattedra”, commenta la Repubblica, andando a rinfocolare quel processo di screditamento della scuola pubblica e della figura dell’insegnante che da anni i governi che si sono succeduti stanno portando avanti.

Ma anche un somaro capirebbe che la realtà è molto più banale e cruda. Basta chiedersi a chi giova mantenere precaria una generazione di insegnanti ultraformati e ultratitolati: di certo non giova ai ragazzi e ai docenti, precari e non. Giova, forse, solo a uno stato che vuole una scuola a costo zero, fatta per una larghissima parte da lavoratori stagionali, che prendi e scarichi quando vuoi, a seconda delle esigenze, a cui non paghi la malattia e che l’estate paghi con una miseria di disoccupazione. Questa è la Buona Scuola, quella dove i lavoratori sono ricattabili e si risparmia fregandosene dei diritti delle persone. Come in ogni Buona Azienda.

Imma Cardato
Pubblicato sul numero 119 (ottobre 2016) dell'edizione cartacea di Senza Soste

Fonte

23/10/2016

Il tesoretto dell’IIT non ti risulta? Cara Giannini, ce l’hai sotto il naso

«Rimane una puntiforme domanda … che riguarda l’Istituto italiano di tecnologia, il presunto – da fonti di stampa, ma a noi non risulta – tesoretto, così come è stato definito». A mettere in dubbio l’esistenza del “tesoretto IIT” è niente meno che il Ministro Stefania Giannini, nel corso di un question time al Senato. Lo scorso aprile era stata Laura Margottini su Fatto Quotidiano a rivelare che negli stessi anni in cui personale e fondi delle università subivano tagli senza precedenti, l’IIT aveva accantonato circa 500 milioni di euro in conti bancari e titoli. La fonte? La Corte dei Conti. Nella sua relazione sulla gestione finanziaria IIT per l’esercizio 2013, si legge: «Le “disponibilità liquide” ammontano a euro 430.106.416», a cui vanno aggiunte immobilizzazioni finanziarie per altri 107 milioni di euro. Un dato confermato dallo stesso Direttore scientifico dell’IIT. Alla domanda di Riccardo Iacona «Parliamo di questi 430 milioni di euro che sono piazzati da qualche parte?», Roberto Cingolani rispondeva «In Banca d’Italia. Tesoreria». Lapidario il giudizio della Senatrice Cattaneo: «L’affermazione della ministra che i 430 milioni siano presunzioni di stampa è disarmante». Ma forse ciò che manca al Ministro non sono le prove dell’esistenza di un anomalo tesoretto alimentato da denaro pubblico versato nelle casse di una fondazione di diritto privato. Ciò che manca è la volontà di toccarlo, dando un dispiacere a chi sembra essere più forte del ministro stesso.


Senatrice E. Cattaneo: «Sto chiedendo di stanziare, se possibile, oltre a quanto già presente nella legge di stabilità, almeno altri 500 milioni di euro per garantire continuativamente FIRB e PRIN decenti. Come ricordava il collega Bocchino, di questi 500 ben 430 milioni di euro sono disponibili pronta cassa su un conto infruttifero della Banca d’Italia. Si tratta di un accantonamento, che continua di anno in anno, di soldi pubblici destinati dallo Stato alla ricerca pubblica negli ultimi dieci anni. L’intestatario è l’Istituto italiano di tecnologia. Signor Ministro, le chiedo anch’io se è sua intenzione avvalersi di questa preziosissima liquidità per garantire la sopravvivenza, la sussistenza, l’esistenza della ricerca libera in questo Paese.»

Ministro S. Giannini: «Rimane una puntiforme domanda che mi hanno fatto, in modo diverso, la senatrice Cattaneo e il senatore Bocchino e che riguarda l’Istituto italiano di tecnologia, il presunto – da fonti di stampa, ma a noi non risulta – tesoretto, così come è stato definito».

A mettere in dubbio l’esistenza del “tesoretto IIT” è niente meno che il Ministro Stefania Giannini, nel corso del question time del 20 ottobre 2016 (qui la versione stenografica).


Ma di quale tesoretto stiamo parlando? A darne notizia sul Fatto Quotidiano era stata Laura Margottini (Più investimenti che ricerca: l’Iit ha 500 milioni di troppo): negli stessi anni in cui personale e fondi delle università subivano tagli senza precedenti, l’IIT aveva accumulato circa 500 milioni di euro, tuttora accantonati in conti bancari e titoli.

Una montatura della stampa a caccia di notizie sensazionalistiche?

Se si risale alle fonti della notizia, si scopre che l’esistenza del “tesoretto” è stata rivelata dalla Corte dei Conti nella sua relazione sulla gestione finanziaria IIT per l’esercizio 2013, dove, a pagina 21, si legge:
Le “disponibilità liquide” ammontano a euro 430.106.416

A questa liquidità andavano poi aggiunte immobilizzazioni finanziarie per altri 107 milioni di euro (pp. 19-20).

Possibile che i giornalisti abbiano male interpretato il documento inventandosi un tesoro che non c’è? In tal caso, la dirigenza dell’IIT sarebbe la prima a negarne l’esistenza, spiegando origine e natura dell’equivoco. Per assicurarci che non sia questo il caso, vediamo cosa ha risposto il Direttore scientifico dell’IIT nel corso dell’intervista andata in onda nella puntata di Presa Diretta del 19 settembre scorso (qui il video e la trascrizione dell’intervista):

Iacona: Parliamo di questi 430 milioni di euro che sono piazzati da qualche parte?

Cingolani: In Banca d’Italia. Tesoreria.


Nell’intervista, Cingolani nega che quei soldi siano nella disponibilità di IIT, anche se in un recente documento dell’Istituto è stato scritto che, per pagare stipendi e fatture, IIT può effettuare prelievi mensili dal conto. Comunque stiano le cose, nell’intervista Cingolani dichiara esplicitamente che il “tesoretto” è a disposizione del governo:

Cingolani: Quello lo Stato lo può utilizzare per la Ricerca, per gli esodati, per gli stadi, sono affari suoi.

Intervistato da Repubblica, subito dopo il question time del 20/10, è ancora Cingolani a confermare che quei soldi esistono e che sta allo Stato decidere dove destinarli:
«E normale che vadano investiti in ricerca, ma è lo Stato che decide, non sono io a stabilire se destinarli al di fuori dell’Iit.

Dunque quei soldi esistono?»

«Il nostro bilancio è pubblico, chiunque può consultarlo e accertarlo»
Repubblica riporta anche il lapidario giudizio della Senatrice Cattaneo:
«L’affermazione della ministra che i 430 milioni siano presunzioni di stampa è disarmante»
Se, come sembra, il Ministro Giannini era tra i pochi a non essere al corrente del tesoretto, confidiamo che queste nostre righe l’abbiano convinta che il tesoretto sta proprio sotto il suo naso. Basta allungare la mano per recuperare i fondi di cui la ricerca italiana ha drammaticamente bisogno.

Ma forse ciò che manca non sono le prove dell’esistenza di un anomalo tesoretto alimentato da denaro pubblico versato nelle casse di una fondazione di diritto privato. Ciò che manca è la volontà di toccarlo, dando un dispiacere a chi sembra essere più forte del ministro stesso.

Una subalternità difficile da giustificare nell’aula del Senato. Difficile al punto che negare l’evidenza deve essere sembrata la soluzione meno peggio.

Qualcuno potrebbe domandarsi a quale delle sue celebri caricature si ispirerebbe Forattini, se dovesse disegnare quella dell’attuale Ministro del MIUR.

Noi un’idea ce l’avremmo...


Fonte

03/10/2016

Appunti per una scuola a venire

1) Perché dare tanta importanza alla comunicazione dell’esperienza?
Oggi, attraverso i social network (fb, wap, twitter, ecc…) non si fa altro che comunicare esperienze acerbe e stati d’animo vacui. Vittime del vortice mediatico, anneghiamo senza possibilità di riconoscimento in un prima e in un dopo.
Nella fretta di comunicare non si vive.
La parola leggera va più veloce. Un soffio di vento se la porta via, perché non ha densità che la trattenga e la faccia germogliare.
Sembra sia passata un’eternità da McLuhan, Warhol, Pasolini e Debord. La frattura insanabile che da veggenti questi avevano intravisto, noi non la vediamo più, perché l’abbiamo completamente interiorizzata, rendendo totali la schizofrenia e l’alienazione.
Non sarebbe forse più utile insegnare a far sedimentare l’esperienza prima di comunicarla? Insegnare l’inutilità dell’attualità e la potenza imperitura dei classici?
Perché non insegniamo il silenzio e l’ascolto invece di nutrire il chiacchiericcio querulo e indistinto, che ha reso illeggibili giornali, riviste e molta della letteratura contemporanea, inguardabile qualsiasi programma televisivo e insostenibile il volto e la parola di ogni politico?

2) Va bene far leva sui punti forza, che si rinsaldano fuori dalle mura scolastiche. Ma non sarebbe un errore lasciare troppo spazio ai nuovi media? Cosa ci succede quando indugiamo per troppo tempo davanti allo schermo di uno “smart”phone o di un pc? Cosa ne è della nostra attenzione? A chi giova?
I supporti che proliferano ogni minuto sono stampelle per corpo e mente. Catene che spingono all’atrofia.
Non sarebbe meglio salvare il nostro cuore agonizzante dalle macerie di questa tecnologica età di mezzo? Non sarebbe meglio ridare voce e spazio a un corpo adolescente, costretto sei ore in un banco? Non sarebbe meglio evitare che già così giovani, gli studenti, siano costretti a sublimare i loro bisogni naturali?
Mai come ora c’è bisogno di una ferrea autodisciplina per tenere in vita la nostra sensibilità e le nostre percezioni. Proteggersi per coltivarsi.
Forse si dovrebbe insegnare a scoprire l’incomunicabile, semmai fosse possibile.

3) “Compito di realtà”
Così come già nelle università, ora pure nelle scuole di grado inferiore, vogliamo che il sapere sia pratico, immediatamente spendibile nella realtà circostante. L’astrazione non serve più a niente.
Bene!
Quale utilità immediatamente pratica avevano la teoria della relatività o la fissione dell’atomo?
Con la pretesa di formare cittadini attivi, capaci di “muoversi nel mondo”, con la conoscenza delle leggi, delle lingue, di strumenti e supporti finiremo per avere degli operai del sapere senza la minima curiosità per l’astrazione tesa verso l’ignoto, unico generatore di ogni scoperta e invenzione.

4) La didattica trasversale necessita di un ingente dispendio di energia per creare percorsi che riuscirebbero a mala pena a mettere insieme le diverse personalità dei docenti e i loro diversi approcci. Potrebbe però essere utile come spazio di incontro, scontro e ascolto tra colleghi. Ma perché non creare altri spazi di confronto personale e didattico, così che ogni docente sia semplicemente aperto alle altre discipline e soprattutto agli altri colleghi, lasciando così che insorga naturalmente la visione trasversale nella mente degli alunni?
Ogni docente dovrebbe rendere accessibile agli alunni la propria esperienza di Vita, coltivandola quotidianamente con più consapevolezza possibile. Egli è l’esempio vivente di come la Vita ha cambiato il proprio cuore e la propria mente. E questo arriva immediatamente agli alunni, senza che si dia aria alla bocca.
Tutto il resto sono nozioni, che vengono veicolate con diverse connotazioni, a seconda del caso.
Ecco perché a scuola non si potrà che insegnare la storia della letteratura e non ad essere scrittori, la storia della musica e della pittura, le tecniche e non ad essere artisti.
Questo perché c’è di mezzo la Vita e la Vita non si insegna.
La pretesa del compito di realtà è assurda.

5) “Compito di realtà 2”
Non esiste struttura preordinata che ci dica come affrontare la Vita. Solo conoscendo le nostre dinamiche interiori, potremo conoscere meglio gli altri e il mondo, creando una sintonia e non un contrasto.
Da milioni di anni esiste la Terra. Il seme sprofonda. Acqua, sole e vento lo nutrono, e il fiore come per magia germoglia, cresce, frutta! Ogni frutto sarà diverso. Alcuni molto saporiti, altri meno. Non dipende solo dal terreno o dall’aria, ma anche da fattori incalcolabili e imprevedibili.
Da alcuni decenni, si ricerca la perfezione e si perde la natura.

6) La scuola non può sostituirsi alla famiglia, né allo Stato, né alla comunità. Anche se a volte dalle macerie riesce a cavarne fuori qualcosa di buono.

7) La scuola non deve rincorrere né la famiglia, né lo Stato, né la comunità. Potrebbe addestrare al vuoto, far riscoprire la noia, lì dove la tendenza a riempire ha reso impossibile la Visione.

8) La scuola dovrebbe e potrebbe essere un’ondata vitale, che si erge contro una società completamente alienata che trasuda morte, anche se la morte non sa nemmeno più come affrontarla ed onorarla.

Fonte

23/08/2016

Un “concorso” ignobile per compiacere il governo

Lo dico da persona che il concorso lo ha vinto, così sgombriamo subito il campo dall'ipotesi che dietro questo post ci sia risentimento e non sereno bilancio politico.

Quello che si è visto a Napoli durante il Concorso scuola è scandaloso, osceno, in ogni senso possibile.

Un concorso che già a monte doveva essere invalidato, per l'inesistenza di criteri di valutazione, per la gestione delle tempistiche, per l'inadeguatezza delle sedi, per tutto.

Un orale a cui sono arrivate meno persone che posti e durante il quale sono già cadute già quasi cento persone.

Per due ordine di motivi, una umana e una politica.

La ragione umana è l'assoluta, totale, innegabile, incontrovertibile IGNORANZA, CRASSA E CAFONA dei commissari individuati dall'Ufficio Scolastico Regionale. E come potrebbe essere altrimenti? Se decidi di pagare un lavoro massacrante (fare esami in fretta e furia per tutto agosto pur di stare nei tempi) quattro spiccioli, non trovando NESSUNO disponibile (proprio nessuno, il concorso stava zompando per assenza di personale), poi sei costretto a raccattare due tipi di persone:

1. quelli convinti che il loro lavoro sia una specie di missione che viene direttamente DA DIO, ossia selezionare secondo una cabala incomprensibile i nuovi adepti del sacerdozio dei FORMATORI della FUTURA CLASSE DIRIGENTE. Va da sé che le caratteristiche di questi adepti dovranno essere quanto più schiacciate è possibile sulle polverose teorie giurassiche di insegnamento che ancora si accampano nelle nostre scuole. Quindi paradossalmente a questo concorso – finora – la categoria più colpita è quella di ricercatori universitari giovani e meno giovani. Colpevoli di approcci "devianti", "astrusi", "incomprensibili". Io – che di questi precari della ricerca sono l'ultimo e il più stronzo – non ho dubbi di aver svangato l'esame con una sufficienza risicata unicamente grazie al fatto di aver rosicchiato tutti i punti possibili dalla prova in lingua inglese, che mi ha tenuto di un pelo dentro la soglia. Dopo essere stato insultato per un'ora buona, definito un "astruso universitario", "tardo marxista", essere stato rimproverato per aver citato un autore di letteratura straniera (Raymond Queneau, in una lezione sulla letteratura degli anni '50, non un Carneade qualunque, ndr). E dopo aver sentito il presidente di commissione dirmi che l'occorrenza "-ale", "-are" nelle terzine de Il canto popolare è una rima alternata (e qui finisce lo sfogo).

2. quelli che da questo concorso devono trarre la visibilità, il curriculum e le skills necessarie per tentare la scalata della dirigenza scolastica. Quelli che insegnano per ripiego, ma covano la segreta, morbosa ambizione di diventare presidi.

E questa categoria 2 ci porta al nodo cruciale.

Come si fa carriera? Compiacendo il ministero.

Come si compiace il ministero? NON PROMUOVENDO.

Renzi, la Giannini, non hanno la copertura finanziaria e la solidità di governo per risolvere il problema della precarietà scolastica. Loro hanno bisogno di dire di AVER FATTO un concorso. Così il disastro della scuola pubblica ricade sul presunto demerito dei docenti. Questo è quanto. Non c'è bisogno di nessun raffinato analista politico per capirlo.

Ancora un paio di incisi.

1. I miei colleghi promossi che – improvvisamente – stanno indossando la casacca del MIUR e raccontano del loro successo come di un successo del merito, sono quanto di peggio questo paese abbia prodotto. La piccola, miserabile borghesia da tre soldi italiana che si guarda l'ombelico e se ne contenta. Per quanto mi riguarda, non avrei problemi – da PROMOSSO – a pretendere l'annullamento di questo concorso e rifarlo da capo, insieme a tutti, con dei criteri veri, sia di valutazione che SOPRATTUTTO di assunzione (tempistiche trasparenti e veritiere IN TESTA).

2. Una scuola che lascia fuori la gente che finora ha lasciato fuori, è una scuola che merita di crollare. Vale per i bocciati all'orale, vale per i bocciati allo scritto, vale per i non abilitati che sono stati ABBANDONATI dopo un fantomatico bando che doveva uscire a luglio. Vale per tutti. Senza guerre da poveri straccioni.

Avevo promesso una valutazione politica.

Tanto vi dovevo.

Infinita solidarietà a chi è rimasto fregato.

Fanculo al MIUR e a tutti i suoi galoppini.

Fonte

20/08/2016

Scuola. E qualcuno si inventa anche di rifare il concorso...

L'eclissi della scuola pubblica – unitaria, con criteri validi in ogni angolo del paese, ecc. – genera mostri. In pieno delirio di onnipotenza, abbiamo visto nei giorni scorsi, ci sono presidi-manager che pensano di selezionare in “chiamata diretta” i docenti attraverso video di autopresentazione, trasformando così un scelta didattica in un casting; altri che si preoccupano che le docenti donna non abbiano figli piccoli o non intendano farne, ecc.

Ora – segnala OrizzonteScuola – c'è anche chi pensa di organizzare in proprio un nuovo “concorso”, quasi un “secondo livello” aziendalistico rispetto a quello nazionale, malamente gestito comunque da uno stato.

Al liceo scientifico “Francesco Vercelli” di Asti c'è un dirigente che – per assegnare un incarico triennale “ai docenti trasferiti o assegnati nell'ambito territoriale Piemonte Ambito 0013” – ha pensato bene di istituire una “Commissione esaminatrice” che giudicherà i candidati a ben 5 posti vacanti per altrettante materie. Ha pubblicato in una lettera i “requisiti/criteri” per ognuna di esse e spiccano immediatamente le due voci comuni a tutte e cinque le materie: "esperienze positive e referenziate pregresse prioritariamente presso i licei scientifici" ed "esposizione di un modulo estratto a sorte tra quelli proposti dalla commissione".

Tradotto dal burocratese: si chiede una “lettera di referenze” scritta da un preside-manager presso cui i candidati abbiano già insegnato e si pretende di esaminare le competenze del docente chiedendogli di “esporre un modulo” (un argomento della materia) estratto a sorte.

Dov'è l'assurdo? Che questa procedura è praticamente identica a quella seguita per i concorsi a cattedra indetti dal Ministero, mentre il docente – se è stato “trasferito o assegnato” – ha già superato tutte le selezioni richieste per insegnare.

Persino le “linee guida” dell'infame decreto sulla “buona scuola” escludono esplicitamente che un dirigente scolastico possa trasformare il previsto colloquio per "illustrare il proprio CV e acquisire informazioni utili per scegliere tra le diverse scuole" in una sorta di nuovo esame. Ma evidentemente al liceo Vercelli di Asti si son limitati a leggere quelle parti del decreto che assegnano ai presidi-manager poteri semi assoluti.

Si vede da questi “incidenti di percorso” che tutta la logica sottostante al “decreto Giannini” è semplicemente quella della privatizzazione della scuola pubblica. Privatizzazione per ora nella gestione “aziendalizzante”, ossia nell'amministrare un singolo istituto come ente a sé e in concorrenza con tutti gli altri. Una piccola giungla all'anglosassone, in cui genitori e docenti girano come trottole alla ricerca di quella ragionevole certezza in una istruzione di buon livello o di un posto in cui esercitare dignitosamente un mestiere fondamentale per lo sviluppo sociale e civile. In ogni caso, morte immediata per le finalità assegnate alla scuola dalla Costituzione:
Articolo 34

La scuola è aperta a tutti.

L'istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita.

I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.

La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso.
Si vede con chiarezza sullo sfondo la privatizzazione a tutto tondo, con pochi “centri di eccellenza” che richiedono rette annuali crescenti e un'infinità di istituti lasciati al degrado.

Il "bando di concorso" può essere letto qui.

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16/08/2016

“Lei vuole insegnare? Meglio che non faccia figli...”

Privatizzare la scuola pubblica, cominciando intanto con lo stile di gestione. È questo il succo vero della “buona scuola” di Renzi e Giannini. Un sintomo chiaro si era visto già ai tempi delle “riforme” precedenti, che avevano assegnato ai presidi il ruolo di “manager”, anziché quello storico di coordinatori dell'offerta didattica e risoluzione dei mille problemi ordinari che si creano all'interno di un qualsiasi istituto scolastico.

Ma in questi giorni d'estate, tra trasferimenti algoritmici (schizofrenici, spesso) e “chiamate dirette”, se ne può ammirare il dispiegamento operativo.

Persino Cisl e Uil Scuola della regione Marche sono state costrette – a dispetto della storica “complicità” delle rispettive confederazioni con i governi in carica – a denunciare pratiche davvero inusuali per la scuola pubblica, anche se comunissime nella giungla del lavoro “privato” (come oggi disegnato dalle varie riforme del mercato del lavoro, con la ciliegina sulla torta del Jobs Act).

Secondo alcune testimonianze di giovani insegnanti, convocate dai dirigenti scolastici per la procedura di chiamata diretta, il colloquio si sarebbe svolto all'insegna di domande sui figli piccoli, sulla volontà di prendere un’aspettativa in caso di gravidanza o sulla richiesta di assegnazione per avvicinarsi a casa.

Nessun interesse o quasi per quello che sai fare, per come intendi farlo, per le competenze insomma per il tanto nominato merito. Solo informazioni relative alla possibilità che la docente – donna, giovane, distante da casa, ecc. – possa assentarsi per ragioni familiari. Che non sono ovviamente – ancora – sanzionabili, ma che certo questi dirigenti-manager considerano “handicap” impliciti (ma non dichiarabili) per l'assunzione o meno dell'insegnante nei ruoli dell'istituto.

Così stanno le cose. Ma che scuola è quella dove la possibile gravidanza di una insegnante, o l'età dei figli, è ragione sufficiente ad escluderla? Esattamente come nei supermercati o negli uffici privati, come nelle fabbriche o nei call center, è una scuola privatizzata nella logica, nelle priorità, nelle struttura organizzativa. In attesa di esserlo anche sul piano didattico e formativo, abolendo – alla anglosassone – ogni nozione che non sia utilizzabile prontamente nella produzione. E figuriamoci cosa potrà restare dei concetti...

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13/08/2016

Cari giornalisti, sulla scuola dovreste studiare

Cari giornalisti,

con un po’ del vostro populismo, usato spesso contro gli ‪#‎insegnanti‬, potrei dirvi che invece di dedicare 15 minuti al vostro “pezzo” sulla scuola tra un caffè e un altro, forse potreste impegnarvi un po’ di più e dedicare un’intera giornata di lavoro a comprendere cosa sta accadendo realmente nella scuola e in particolare nel meridione. Ma non scrivo per fare polemica, vorrei provare a raccontare quello che sui giornali italiani proprio non riesce a trovare spazio.

E’ vero, alcuni insegnanti la raccontano male. Banalizzano il problema dell’eccesso d’insegnanti nel mezzogiorno, altri, pochi, usano parole inappropriate come deportazione per descrivere, esasperati, la loro storia personale, altri ancora faticano a indicare le soluzioni alternative alla legge 107, anche perché spesso sono stati abbandonati dai sindacati confederali.

Ma questo non giustifica la banalizzazione insopportabile che viene raccontata dai mezzi d’informazione a chi non conosce il mondo della scuola: al nord ci sono i posti, al sud troppi insegnanti, che altro si potrebbe fare? Gli fanno un contratto a tempo indeterminato e si lamentano pure?

Sì ci lamentiamo, e basterebbe un buon giornalista, con un minimo di passione per il proprio lavoro, per raccontare il perché. Una soluzione perfetta per lasciare tutti gli insegnanti del meridione a insegnare vicino casa probabilmente non c’è, ma molte sarebbero state le azioni possibili per ridurre il problema e, magari, per migliorare contemporaneamente la scuola pubblica italiana.
Qualche esempio?

1) Prima questione: sono stati assunti 48.794 insegnanti in più con il potenziamento, ma questo a valle degli oltre 80 mila licenziamenti della Legge Gelmini, ottenuti aumentando gli alunni per classe, tagliando sulla scuola primaria e su quella professionale e riducendo lo spazio di alcune discipline fondamentali per la formazione del pensiero critico come Filosofia e Storia. In sintesi, peggiorando la scuola pubblica. Il Pd all’epoca promise la sua abrogazione. Se questo fosse stato fatto avrebbe ridotto il problema dei trasferimenti forzati? Avrebbe migliorato la scuola pubblica? Sicuramente.

2) Oggi il Governo annuncia, a parole, di voler trasformare l’organico di fatto in organico di diritto. Tradotto: una buona parte dei posti che vengono dati a supplenza si trasformerebbero in cattedre di ruolo, permettendo per questa via anche una maggiore continuità didattica, che teoricamente era un obiettivo della buona scuola. E’ una delle proposte dei precari da sempre. Se lo si fosse fatto subito questo avrebbe ridotto il problema dei trasferimenti? Sicuramente.

3) 20.899 posti. Sapete cosa sono? I posti banditi nel meridione per l’attuale concorso. Ma se non ci sono posti al sud perché continuare a bandirli? Visto che il Governo sostiene che “molti stanno partendo, ma moltissimi docenti costretti in passato ad emigrare stanno rientrando nel meridione” mi chiedo, se chi è stato assunto prima ha, giustamente, priorità su chi è stato assunto dopo, perché per i nuovi assunti da concorso non si è fatto lo stesso ragionamento? Farlo avrebbe ridotto il problema dei trasferimenti? Sicuramente.

4) Inoltre: Il governo ha trattato diversamente gli idonei del concorso del 2012, assunti con la “buona scuola” nella propria provincia, da coloro che vengono dalle SSIS, ovvero i docenti che avevano vinto le prove concorsuali tra il 2001 e il 2009. Il Tar del Lazio ha già sostenuto che questa disparità è con ogni probabilità anticostituzionale, il 20 ottobre si terrà l’udienza. Anche qui, se proprio qualcuno doveva partire, non era più corretto far partire chi il concorso lo aveva vinto dopo e che probabilmente ha anche un’età che rende più semplice un trasferimento? Questo avrebbe ridotto il problema dei trasferimenti? Sarebbe stato più giusto e coerente? Sicuramente.

5) Infine, e solo alla fine, c’è algoritmo impazzito, che ha palesemente generato situazioni folli, facendo partire chi ha punteggi alti e lasciando in provincia chi ne aveva uno più basso. La ciliegina sulla torta.

Con i provvedimenti sopra elencati si sarebbe potuto ridurre l’obbligo di trasferimento a qualche migliaio di docenti e probabilmente la media d’età dei trasferiti sarebbe stata assai più bassa. Eh sì, perché mediamente chi si trasferisce non è un “miracolato” della “buona scuola” di Renzi, ma un insegnante con più di quarant’anni, con tanti anni di precariato alle spalle considerati illegali addirittura dalla Corte Europea.

E allora, se voi aveste più di quarant’anni, magari un paio di figli, 10-15 anni di precariato illegittimo alle spalle, e vi trasferissero a centinaia di km di distanza dalla vostra vita non prendendo in considerazione soluzioni alla portata, in virtù di un algoritmo palesemente fallato, con i sindacati confederali che pur di firmare il contratto ti hanno sacrificato e con i giornali che non raccontano ciò che succede, anzi, non sareste un pochino esasperati?

Tra un caffè e l’altro si potrebbe ragionare del fatto che l’Italia è al 77° posto per libertà e qualità dell’informazione, dietro il Ghana e al Burkina Faso. Ma non era tutta colpa del berlusconismo? Sicuramente no.

Una insegnante di Roma

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08/08/2016

La “questione meridionale” da Gramsci a Rondolino

Fabrizio Rondolino è uno dei tanti giornalisti-consiglieri-per-la-comunicazione che hanno scelto di stare alla corte del potente di turno anziché faticare alla ricerca della notizia. In molti, tra i giornalisti di mestiere, lo ricordano quando faceva parte della “banda dei Lothar” – dal nome del “tuttofare negro e pelato” che accompagnava Mandrake nel fumetto omonimo. Lui, Claudio Velardi (allora capo dello staff) e Marco Minniti facevano corona a Massimo D’Alema nel momento di picco della sua carriera, quando Palazzo Chigi veniva descritta – da Guido Rossi, uno che se ne intende – come una merchant bank dove non si parla inglese. Tutti accomunati dall’assoluta assenza di capelli, mentre l’allora lider Massimo sfoggiava baffetti e capigliatura da mago.

Come intellettuale non viene di certo ricordato per il suo primo e unico libro – un romanzo erotico pubblicato da Einaudi ma ignorato dal pubblico – quanto per il suo rapido passaggio nel campo teoricamente opposto, alla corte di Berlusconi, dove cura programmi di alta cultura come Il grande fratello, Il ristorante e La pupa e il secchione. Lavora per anni a Canale 5, scrive su Il Giornale, insulta D’Alema ogni volta che può e incensa il suo datore di lavoro (“Più volte B. ha ricordato la gioia che suo padre portava in casa ‘come se avesse il sole in tasca’. È un’espressione molto bella, perché il sole deve riscaldare e rischiarare, ma deve anche restare nascosto in tasca per non accecare chi lo guarda”),

Non si nega neanche un passaggio come “consulente politico” di Daniela Santanché, prima di fiutare il vento e correre alla corte di Matteo Renzi. Da qui all’ingresso nella nuova L’Unità diretta da Erasmo De Angelis (ex verde ed ex redattore fiorentino de Il manifesto) il passo è infine brevissimo.

Sotto quest’ultima cupoletta ha partorito un tweet insulante verso tutti i professori meridionali in questi giorni impegnati a protestare per lo scandalo dei trasferimenti folli decisi da un algoritmo adottato dal Miur. Merita di essere citato per intero: “Se gli insegnanti del Sud che urlano in tv conoscessero l’Italiano, almeno capiremmo che vogliono“.

Meritoria dunque l’iniziativa di un folto gruppo di insegnati centro-settentrionali aderenti al movimento Partigiani della Scuola Pubblica, che inquadra il Rondolino restituendogli la statura che merita. Purtroppo non altissima...

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La “Questione Meridionale” da Gramsci a Rondolino”

Noi, insegnanti del Nord e del Centro Italia esprimiamo solidarietà nei confronti delle colleghe e dei colleghi del Sud che, riunitisi per manifestare a Napoli il 4 agosto scorso riguardo alle anomalie del procedimento di mobilità, sono stati apostrofati dal giornalista Fabrizio Rondolino sulle pagine del quotidiano l’Unità e tramite tweet con espressioni di carattere discriminatorio e razzista, lesive della loro dignità di docenti.

Le anomalie sono rilevate anche dalle Organizzazioni sindacali che, senza procedure trasparenti e pubbliche, vedono trasferiti lontani dal proprio luogo di residenza i docenti di tutta Italia ed in tutta Italia, in una confusione ed illogicità proprie delle azioni casuali e senza criteri di un folle algoritmo.

Desta meraviglia che un quotidiano nazionale, di cui socio azionista è un partito al governo del Paese, possa ospitare nelle sue pagine articoli di un giornalista che si è permesso di istigare la polizia alla violenza fisica sugli insegnanti in occasione di una manifestazione a Roma del giugno 2015 e che non perde occasione di gettare impropriamente discredito diffondendo informazioni non veritiere sul lavoro e la professionalità dell’intera categoria docente e che probabilmente confonde la realtà scolastica per il reality “Grande Fratello” da cui proviene.

Ci appelliamo alla deontologia professionale dei giornalisti perché la campagna diffamatoria nei confronti degli insegnanti italiani cessi al più presto in quanto compito della stampa non è disinformare, ma fornire elementi di conoscenza attendibili. Esortiamo quindi un impegno dei nostri colleghi “dottori” della stampa perché la conoscenza e la verità non vengano sacrificati e asserviti al potere di turno.

Un ultimo riferimento lo vogliamo fare a Gramsci, che del quotidiano L’Unità fu il fondatore con una citazione: “Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia”.

Noi siamo Partigiani. Abbiamo deciso di stare dalla parte della scuola pubblica statale, dalla parte della Costituzione e della libertà di informazione.

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02/08/2016

“Io insegnante mi metto in bikini contro la selezione con video curriculum a figura intera”

“Aiutooo, non conosco nessun truccatore, come farò?” Afferma preoccupata Claudia. “Sono aperte le iscrizioni per corsi di portamento, canto, ballo e recitazione” aggiunge, sarcasticamente, Francesca. “Sono brutta e strega quindi ho perso in partenza” continua, rammaricata, Sonia.

Infine, c’è chi come me, docente di scuola primaria di Napoli, più “provocatoriamente”, ha deciso di mettere a disposizione dei Dirigenti Scolastici impegnati, nelle settimane a venire, nella chiamata diretta degli insegnanti, la propria foto in bikini e lo ha fatto sulla pagina di un social network, casomai l’anzianità di servizio e una modestissima Laurea in Lettere Moderne dovessero risultare insufficienti per una adeguata valutazione degli “argomenti”.

In realtà, questa è stata la nostra reazione, più indignata che divertita, scatenata dalla richiesta da parte dei Dirigenti dell’Istituto Comprensivo Pier Cironi di Prato e dell’ICS Frank-Carradori di Pistoia di allegare, alla mail di autocandidatura dei docenti, un video di presentazione “a figura intera”, passando dalla selezione del personale al casting.

Tuttavia, mi preme ricordare che questo accade mentre centinaia (se non migliaia) di docenti come me non hanno ancora ricevuto lo stipendio di luglio e accade mentre l’Anac (l’Autorità nazionale anti corruzione), nelle sue linee guida su trasparenza e anticorruzione, inserisce la chiamata diretta dei docenti nell’elenco dei “processi a maggior rischio corruttivo per le istituzioni scolastiche”.

Accade, inoltre, a margine della raccolta, fatta da noi docenti, di 530.000 firme per chiedere un Referendum contro la stessa riforma ma soprattutto all’indomani degli esiti catastrofici della mobilità della scuola, gestita, non solo a mio parere, in maniera poco trasparente e assolutamente discriminatoria, e che ha letteralmente sbalzato più di 12.000 insegnanti dalle regioni del centro-sud al nord Italia.

Personalmente sono stata trasferita da Napoli a Genova e sono qua a chiedermi, per quale oscuro motivo, ad oggi, dal Miur, dal Premier Renzi, dalla Ministra della Pubblica Istruzione, Giannini, non sia arrivata nessuna dichiarazione su questa che, in molti, non hanno esitato a definire “catastrofe sociale”. Premier che in un intervento dell’aprile scorso ci tengo a ricordare che affermava che con la mobilità della scuola non ci sarebbe stato nessun esodo.

Mi chiedo, inoltre, quale sarebbe il tanto pubblicizzato piano Marshall per il sud di questo governo? Quello di depauperarlo di risorse umane ed intellettuali che avrebbero dovuto piuttosto risollevarlo? O, ancora, mi chiedo quale sarebbe la sua difesa della famiglia? Togliere le madri ai figli e costringerle, in un momento così critico, dal punto di vista economico e sociale, a scegliere tra lavoro e famiglia?

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Chiamata diretta a scuola. Niente casting! USB chiede revoca bando

Le istituzioni scolastiche statali hanno iniziato a pubblicare i bandi per le autocandidature dei docenti. Come era prevedibile, alcuni dirigenti non hanno perso l’occasione di dare spazio ed espressione alla propria “creatività”. In Toscana, ad esempio, i ds dell’istituto comprensivo Pier Cironi di Prato e dell’ICS Frank-Carradori di Pistoia consigliano nei bandi pubblicati di allegare alla mail di autocandidatura un video di presentazione in stile provino-casting alla “Grande Fratello”!

Se non ci fosse in ballo la vita e la professionalità di lavoratori qualificati, ci sarebbe da sbellicarsi dalle risate! La realtà ha superato abbondantemente la fantasia e la misura è colma!

Chiediamo con fermezza che si rispetti la normativa vigente e le linee guida emanata dal MIUR, che non contengono alcun riferimento a ridicoli video-casting!

La cosiddetta chiamata diretta è un meccanismo perverso che avrà conseguenze negative per la scuola pubblica statale. Francamente, nessuno avverte l’esigenza di renderla, oltre che un abuso, anche una farsa!

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07/05/2016

Il ministro Giannini inciampa nelle parole

Una toppa peggiore del buco. E’ questa l’impressione che si ricava leggendo il comunicato stampa diffuso dagli uffici del ministro Giannini relativo ad un articolo uscito oggi sull’HP (e che abbiamo ripreso anche nel nostro giornale).


Il ministro ha smentito alcune sue affermazioni riportate nell’articolo di Luca Steinmann relative ad un incontro bilaterale con gli omologhi tedeschi avvenuto al centro Italo-Tedesco. La smentita del ministro Giannini è giustificata e convincente solo su un punto, su un errore evidente del giovane giornalista collaboratore dell’Espresso e del giornale tedesco Die Welt: la Giannini è la ministra dell’Istruzione, Università e Ricerca e non del Lavoro e delle politiche sociali. Su tutto il resto (la flessibilità/precarietà come condizione ormai fisiologiche, le famiglie non più come quelle che abbiamo conosciuto) ci sembra che la smentita del ministro sia un rimedio peggiore del buco. In pratica viene riaffermato ciò che si intende smentire… ma con altre parole. Qui a seguito il comunicato dell’ufficio del ministro. Ai nostri lettori le valutazioni.

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Precarietà e famiglia, precisazioni del Ministro Giannini su alcuni articoli di stampa

Con riferimento ad alcuni articoli apparsi su giornali on line si precisa quanto segue:

il Ministro Stefania Giannini è Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e non del Lavoro e delle Politiche Sociali.

Contrariamente a quanto riportato negli articoli, che facevano un resoconto dell’incontro bilaterale con la Germania che si è tenuto a Villa Vigoni il 2 e 3 maggio scorsi, il Ministro Giannini ritiene che la “flessibilità non voglia dire automaticamente precariato” e non, come scritto, che “flessibilità significa precariato che non è sinonimo di malessere”. Quest’ultima affermazione è fermamente smentita dal Ministro secondo cui è invece necessario, come ha effettivamente dichiarato a Villa Vigoni, abituarsi ad una “sempre maggiore mobilità lavorativa”.

Giannini è altresì convinta, diversamente da quanto evidenziato dagli autori dei resoconti, “che non si possa innestare in un sistema come quello italiano un modello tipicamente americano”.

Il Ministro, infine, non ha assolutamente dichiarato che la famiglia “come l’abbiamo conosciuta esisterà sempre meno”, ma ha fatto riferimento alle trasformazioni sociali che il nucleo familiare, inteso come ammortizzatore sociale conosciuto nei decenni passati, ha inevitabilmente subito.

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06/05/2016

Verso un mondo di schiavi flessibili e senza legami familiari

Quando si parla di “riforme”, “cambiamento”, “sbloccare”, “rottamare” – ormai lo sappiamo – c’è un grande cetriolo che volteggia nel cielo. E’ certo che è destinato a noi, lavoratori dipendenti e pensionati, giovani studenti o precari o neet, ecc, ma non sappiamo spesso capirlo per tempo. Anche noi, troppo spesso, ci preoccupiamo di contestare le singole “riforme”, che sono evidentemente una fregatura per i diretti interessati, ma senza coglie appieno il nesso tra le varie “riforme”. Insomma, il disegno rintracciabile se si uniscono i vari punti sulla carta, invece di fissare i singoli punti.

In questo modo il potere – governo, confindustria, banche, media mainstream – ci fa apparire “conservatori” perché, giustamente, difendiamo le conquiste che tanto sono costate a noi o ai nostri padri o nonni. Mentre non appena si riesce a vedere e descrivere l’insieme, ossia “il disegno”, risulta subito chiaro come la reazione più ferocemente “conservativa” del potere stesso sia di fronte a noi. Quasi senza maschere, se non quella delle parole a vanvera di un contrafrottole e della sua corte.

Poi, improvvisamente, ecco un giornalista-ragazzino, di quelli che in Italia non entrerebbero neanche in redazione di un giornale “vero”, magari per fare una visita e qualche domanda, che squaderna senza remore “il disegno” che unisce il massacro della scuola, il jobs act, la distruzione dell’università più antica d’Europa, la sostituzione degli ammortizzatori sociali con un “assegno di ricollocazione” (una presa per il culo che porta soldi alle agenzie interinali multinazionali come Manpower e Adecco), la riforma delle pensioni e persino il diritto di famiglia.

E’ il disegno di una società fatta di atomi flessibili, senza famiglia stabile, senza domicilio stabile, senza lavoro stabile, senza istruzione vera e con un’infarinata di “formazione” ad hoc per il lavoro temporaneo che – forse – ti verrà trovato da un ricollocatore privato. Una società di schiavi disponibili in ogni momento, per ogni mansione accessibile alla loro bassa cultura ed estrema adattabilità. Non una civiltà avanzata, ma una regressione esplicita verso i secoli bui. Unica differenza: lo scintillio tecnologico e una parvenza di “decoro”. Una Metropolis liquida... Urge un Fritz Lang.

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Il governo italiano vuole avvicinarsi alla Germania. A spiegarlo è la Ministra del Lavoro e delle Politiche Sociali italiano Stefania Giannini che, in occasione di un accordo siglato con il governo tedesco, rende note le posizioni sue e quelle del suo schieramento in merito agli obiettivi economici e sociali che l’Italia deve raggiungere. Il Paese, dice, deve allontanarsi dall’impronta classica che ha permeato per secoli la società e il sistema d’istruzione, per avvicinarsi al modello tedesco: più pragmatico, precario e orientato al lavoro”.

L’accordo in questione, firmato insieme dalla Ministra tedesca dell’istruzione Johanna Wankae siglato presso il Centro Italo-Tedesco per l’eccellenza europea di Villa Vigoni, introduce la cooperazione tra Italia e Germania nell’ambito della formazione professionale. Esso rappresenta la chiara volontà da parte italiana di rendere il proprio mercato e la vita dei propri cittadini più simile al modello tedesco: che già da oltre un decennio ha messo in atto una serie di riforme economiche e di privatizzazioni che hanno mutato radicalmente le abitudini sociali e lavorative dei tedeschi.

Tali cambiamenti, ha spiegato la Ministra Giannini, stanno per arrivare anche in Italia. “Questo accordo è una altro passo in avanti di un percorso, iniziato con il Jobs Act e con la Buona Scuola, attraverso cui l’Italia sta attuando le riforme sul mercato del lavoro che la Germania ha attuato oltre 10 anni fa con il governo Schroeder. Ci stiamo rimettendo al passo coi tempi e stiamo eliminando i nostri punti deboli”.

I punti deboli, secondo la Ministra, sono innanzitutto le radici troppo classiche del sistema di formazione italiano. “Sapere non significa sapere fare. Le nostre riforme puntano a un potenziamento degli aspetti pratici dell’istruzione e una maggiore connessione tra dimensione accademica e professionale. Il mercato globale ci chiede di stare al passo coi tempi e la Germania è, in questo senso, un modello su come si può essere vincenti. La crisi scoppiata nel 2008 non ha colpito i tedeschi quanto gli italiani perché loro potevano vantare di un ossatura più robusta del sistema lavoro, ottenuta grazie alle riforme”.

L’ossatura dell’economia italiana è invece sempre stata formata dalle piccole e medie imprese. Le stesse che a migliaia sono fallite o hanno dovuto chiudere negli ultimi anni. Fenomeno, questo, che interessa anche la Germania. Come spiega la Ministra Wanka: “Siamo riusciti a mantenere bassi livelli di disoccupazione nonostante la chiusura della maggior parte delle imprese a gestione famigliare, che non sono state in grado di sostenere i ritmi che il mercato globale impone. Abbiamo realizzato un mercato più flessibile, reimpiegando i lavoratori in nuovi ambiti”.

“Flessibilità significa precariato, che non è sinonimo di malessere” continua la Giannini. “Dobbiamo abituarci all’idea di un mondo impostato su un modello di economico di stampo americano, dove il precariato è la norma. Dobbiamo abituarci a vite con meno certezze immediate, fatte da persone che si spostano continuamente e dobbiamo incentivare i loro movimenti”. Un concetto, questo, che la Ministra riprende da Filippo Taddei, responsabile economico del Pd, che intervistato dall’Espresso ha spiegato come il modello sociale a cui si debba tendere sia quello statunitense, nel quale “bisognerebbe tassare tutto ciò che è immobile e detassare tutto ciò che è dinamico”.

Come spiegato dalla Ministra Wanke, però, tale modello non è esente da problemi. “Il nostro successo economico non si è tradotto in una alta produttività di figli. In 10 anni la Germania ha perso il 22 per cento della propria popolazione. In questi termini l’arrivo dei migranti ha una funzione economica specifica. Cioè quella di occupare quella fascia lavorativa lasciata vuota dalla crisi demografica e che una volta era occupata dalle imprese a direzione famigliare”.

I migranti hanno dunque una funzione sostitutiva rispetto all’ormai estinto modello economico fondato sulla famiglia. Anche in Italia dovrà essere così. “La famiglia come l’abbiamo conosciuta esisterà sempre meno” spiega la Ministra Giannini. “le persone, in primis i genitori, si devono poter spostare individualmente e per questo il nucleo famigliare non avrà più la funzione di stabilità sociale che ha avuto per la mia generazione”.

Le vite degli italiani, le nostre vite, stanno andando incontro a enormi cambiamenti, figli della globalizzazione e delle riforme messe in atto per starle al passo. Vite più precarie lavorativamente e affettivamente, in cui il successo economico di un Paese, come nel caso tedesco, non si traduca in aumento della natalità o della stabilità individuale e sociale. Sarà sempre più difficile creare una propria famiglia stabile e prendersi cura dei propri figli.

Resta ancora il dubbio sul ruolo che le donne possano assolvere all’interno di questo nuovo mercato sociale. Come riconosce la Ministra Giannini “se per noi donne da un lato si manifestano possibilità che un tempo ci erano precluse, dall’altro andiamo incontro a una sfida molto più profonda rispetto agli uomini. L’assenza di certezze nel breve e medio termine rende le giovani donne, che di certezze ne hanno bisogno maggiormente per ovvi motivi biologici, la grande sfida del futuro”. Una sfida che necessita necessariamente di una risposta.

Fonte

Quando la fantascienza distopica (un mix tra 1984, Blade Runner, Matrix e quanto di assimilato possa passarvi in mente) diven realtà.

29/04/2016

Pisa: al Cnr la protesta dei ricercatori

Nonostante i media abbiano voluto ridurre la giornata di oggi al semplicistico schema scontri tra manifestanti e polizia, in piazza davanti al CNR di Pisa c’erano anche tanti lavoratori e lavoratrici degli Enti Pubblici di Ricerca, provenienti da tutta Italia (CNR, ISS, ISPRA, ISTAT, CREA, ISFOL, ENEA, INDIRE) che hanno manifestato la propria contrarietà alla riforma proposta dalla Ministra Giannini, pacificamente, ma con estrema determinazione e con contenuti molto chiari.

La riforma Giannini-Madia, così come è scritta, disperde un patrimonio del Paese dismettendo di fatto due generazioni di ricercatori, dichiarando il loro profilo ad esaurimento e pertanto chiuso. Licenziamenti certi per migliaia di precari, probabili esuberi nel personale di supporto sono le conseguenze della proposta Giannini che costruisce una sistema della ricerca pubblica svilito nella sua funzione di servizio rivolto alla committenza sociale.

USB ha presentato a metà marzo le proprie proposte al Ministro Madia e sfida questo Governo al confronto sui contenuti, anche se non ci aspettiamo aperture da parte di chi ha mostrato finora solo disprezzo per quel pezzo di Paese che lavora nel settore pubblico al servizio della cittadinanza, compresi i lavoratori degli Enti di Ricerca.

USB continuerà con le iniziative di opposizione a questa riforma, chiamando alla mobilitazione tutti i lavoratori della Ricerca Pubblica per difendere il proprio futuro e quello del nostro Paese.

Unione Sindacale di Base

Fonte

24/12/2015

Insegnanti come marines. Il delirio dei presidi-sceriffo

Il governo delle balle si rivela per quel che è a ogni passaggio concreto. Un team di mentitori seriali, assolutamente privi di ogni scrupolo, esecutori feroci di “direttive” che probabilmente non sono neanche in grado di padroneggiare.

Tutta la retorica sulla “buona scuola”, che avrebbe dovuto sviluppare “le magnifiche sorti e progressive” di un sistema portato al collasso da menefreghismo e taglio dei fondi, crolla davanti a una banale serie di slide (com'è moderno, tutto ciò...) con cui l'Associazione nazionale dei presidi illustra ai suoi iscritti i “benefici” (per loro) della “riforma” voluta da Giannini e Renzi. E siccome i presidi non sempre sono dei docenti – anzi, semmai lo fossero stati devono oggi trasformarsi di dirigenti d'azienda – ecco che anche il modo di parlare diventa improvvisamente da caserma.

E giù frasi prese di peso dai film poliziotteschi di quart'ordine, come la benedizione per le norme che consentono ai presidi di "non avere le mani legate rispetto a docenti contrastivi". “Contrastivo”? E che lingua è? Burocratese stretto, con forti ascendenze marchionnesche... In pratica, si capisce che in questo caso i presidi – o meglio: il gruppo di “istruttori” che si rivolge alla platea dei presidi – si riferiscono a quegli insegnanti che ragionano con la propria testa (che dovrebbe essere tra l'altro lo scopo della formazione scolastica), non si limitano a dire signorsì a ogni pensata anche balzana del loro preside, e che magari – orrore! – hanno un loro modo di svolgere il programma, impostare la didattica, rapportarsi con gli studenti e i colleghi, difendere le proprie prerogative, ecc.

Insomma, persone dotate di cervello, cultura, autonomia di giudizio.

Non è un'interpretazione malevola, perché quella retorica delle “mani legate” è tipica di ogni burocrate incapace di essere autorevole e quindi immediatamente tentato di diventare autoritario. E infatti nelle slide è tutto uno sbocciare di frasi-principio dello stesso genere. Per esempio quando si evoca "il principio dei Marines: don't ask don't tell (non chiedere, non dire)". A un insegnante normale, anche “non contrastivo”, dovrebbe apparire già folle nominare i marines per illustrare le funzioni di un docente (la “formazione” intellettuale appare ontologicamente diversa dall'”addestramento” di truppe d'assalto), ma si potrebbe anche pensare che si tratti solo di una scivolata inconsapevole. Il problema è che quel “principio” da marines si riferisce alla politica tenuta dai militari Usa nei confronti dei soldati omosessuali comunque presenti anche in un corpo notoriamente associato all'icona del vero macho. Non chiedere, non dire... un po' come il mitico “amico mio, fatte li cazz' toi” del Razzi rifatto da Crozza.

Ce ne sarebbe abbastanza per sfanculare le “linee guida del piano di offerta formativa” immaginato da questi “istruttori di presidi” come il delirio di un neonazi che si è sentito troppo a lungo represso (“con le mani legate”)...

E infatti i docenti riuniti nell'associazione “Partigiani della scuola pubblica” – ottimo nome per una visione costituzionalmente coerente – ha preso l'iniziativa di denunciare pubblicamente lettera e logica del documento.

Questo il testo dell'esposto che è stato messo in circolazione nei giorni scorsi.

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DOCENTI CONTRASTIVI? ESPOSTO/DENUNCIA AL MIUR! -------- Condividete nelle vostre pagine!

*** COMUNICATO STAMPA - PSP-Partigiani della Scuola Pubblica ***

I Partigiani della Scuola Pubblica denunciano formalmente al MIUR i contenuti del PDF prodotto, diffuso ed utilizzato dall'ANP (Associazione Nazionale Presidi) durante i seminari di aggiornamento dei Dirigenti scolastici sulle linee-guida del PTOF ( Piano Triennale dell'Offerta Formativa) , una innovazione introdotta dalla Riforma Renzi-Giannini.
In questo documento rivolto ai Dirigenti, infatti, sono contenute delle aperte istigazioni alla violazione di diritti costituzionali ai danni dei docenti, riferibili agli articoli 1-21-33-98.
In particolare si indirizzano i Presidi ad utilizzare l'arbitrio di "vita o di morte" professionale sui docenti loro conferito dalla norma per inibire in questi posizioni che si trovino in contrasto con le loro, attraverso la frase "non avere le mani legate nei riguardi dei docenti contrastivi ".
Come mai non "lavativi" o "incapaci" o "inefficienti", se l'intento della Riforma doveva essere quello di premiare il merito e migliorare l'efficienza delle scuole?
I Partigiani chiedono al MIUR, tramite PEC inviata il 21 dicembre 2015, di prendere ufficialmente le distanze dal documento procedendo alla immediata revoca di accredito alla formazione dell'ANP e all'individuazione e al sanzionamento dei responsabili materiali dei contenuti.
La posizione che il MIUR prenderà chiarirà una volta per tutte se il Ministero condivide o meno l'impostazione data dall'ANP e quindi paleserà inequivocabilmente se l'intento che si cela dietro l'inedito strapotere conferito ai Dirigenti scolastici dalla legge 107/2015 sia effettivamente quello incostituzionale e disfunzionale di asservire e controllare la classe docente.
Il prossimo passo dei Partigiani della Scuola Pubblica, in caso di mancato seguito alla denuncia, sarà il ricorso alla Corte di Giustizia Europea.
Sottoscrivono l'iniziativa anche i seguenti movimenti di docenti:

Assemblea Difesa Scuola Pubblica di Vicenza
Associazione Nazionale Docenti per i Diritti dei Lavoratori
AZIONE CIVILE-AREA SCUOLA
Azione Scuola
Cobas Bologna
Comitato Genovese a Sostegno della LIP
Comitato LIP - Viterbo
Comitato LIP Lamezia
Comitato LIP Latina
Comitato LIP San Giovanni Rotondo
Comitato Locale Lamezia Associazione Nazionale per la scuola della Repubblica
Coordinamento ITP-Sicilia
Coordinamento Scuole Viterbo
CSL Coordinamento docenti Provincia di Latina
DAT- Docenti Autorganizzati
Docenti Consapevoli
Docenti per la scuola statale pubblica
Esercito di Docenti
Gilda Unams di Catanzaro
ILLUMIN'ITALIA Associazione Nazionale
Insegnanti calabresi
Insegnanti Liberi
MSP- Movimento per la Scuola Pubblica
No INVALSI
NON SINDACATO SCUOLA
Professione insegnante
Scuola, tutti uniti per resistere
Usb Scuola
USI SURF scuola università
Waterloo Scuola
21/12/2015

Cittadino Luigi Gallo, deputato del Movimento 5 Stelle

Hanno inviato adesione anche:
Educatori Uniti Contro i Tagli (Bologna)
Confederazione Cobas Pistoia

Invitiamo i gruppi scuola di FB a sostenere il ricorso al MIUR contro il documento dell'ANP. Comunicateci la vostra adesione e inseriremo il vostro gruppo nel comunicato. Tutte le nuove adesioni verranno comunicate al MIUR

https://www.facebook.com/Psp-Partigiani-Della-Scuola-Pubb…/…

Fonte

27/11/2015

Study Fast, Work Young. Il ruolo della formazione secondo Poletti (e non solo...)

Ci risiamo. Cambiano i governi, cambiano i ministri. Ma quel che proprio non cambia mai è il gioco perverso a “spararla più grossa” rispetto alla questione giovanile, al ruolo della formazione, alla precarietà. Proprio non ce la fanno, i nostri governanti, a non mortificare, demonizzare, ridicolizzare, un’intera generazione di giovani studenti e precari. Aveva iniziato l’allora ministro Padoa-Schioppa, definendo “bamboccioni” tutti quei giovani che, in una situazione di totale assenza di welfare, e con la disoccupazione galoppante, non riescono ad allontanarsi dal nucleo familiare. Ha proseguito la ministra Fornero, definendo “choosy”, schizzinosi, i ragazzi che non accettano la prima offerta di lavoro (magari precario. Magari neanche retribuito) che gli viene presentata. E poi Martone, secondo il quale chi si laurea a 28 anni è uno sfigato. E giungiamo, infine, ai giorni nostri. Inizia la ministra Giannini che afferma che studiare alla Sapienza costi meno di un’utilitaria (in riferimento alle sole tasse universitarie. Ed alla sola laurea triennale. Vaglielo a spiegare, alla Giannini, che oltre alle tasse ci sono gli affitti, i libri, i trasporti etc. E che solitamente alla laurea triennale segue quella magistrale. E vaglielo a spiegare che qua non ci stanno i soldi per il biglietto del tram, figurarsi per un’utilitaria). Segue a ruota il solito Poletti. Quello che proponeva di ridurre le vacanze estive per gli studenti delle superiori, a favore di periodi di tirocinio estivo (anche qui… Vallo a spiegare a Poletti che un giovane d’estate già si arrabatta di per se’ tra il lavoro da cameriere al bar, quello da spiaggino ed il volantinaggio). Ci è cascato di nuovo. E’ più forte di lui. Ignorando bellamente quel che la saggezza popolare suggerisce, ovvero che è enormemente più opportuno star zitti quando si hanno da dire solo idiozie, eccolo tornare alla riscossa. E ci dice che è enormemente preferibile muoversi a prendere una laurea, magari inanellando uno dopo l’altro una serie di voti modesti, preparando gli esami alla meno peggio, che prendersi i propri tempi e preferire uno studio maggiormente approfondito, che porti ad un voto di laurea significativo. Praticamente, non importa neanche più quanto abbiamo assimilato di quelle nozioni in pillole che ci vengono fornite nei corsi universitari, di quelle conoscenze acritiche e settorializzate. Tocca muoversi. Accumulare CFU, prendersi una laurea e togliersi di torno. Essere competitivi con chi si laurea in poco tempo, negli altri paesi europei. Entrare subito nel mondo del lavoro che, del resto, è notoriamente ricco di opportunità e prospettive, per i più giovani, con un tasso di disoccupazione ad un anno dalla laurea che sfiora il 50% e con una disoccupazione giovanile intorno al 40%.

Curioso che ancora una volta ci si preoccupi di demonizzare e ridicolizzare i fuoricorso, preoccupandosi dell’età cui ci si laurea, più che del fatto che l’Italia è fanalino di coda per il numero di laureati in Europa. A chi importa di garantire ad un’ampia fascia della popolazione l’accesso ai più alti livelli della formazione, o di formare dei laureati di un certo spessore? L’importante è muoversi. Togliere il disturbo. Se fino a poco fa si provava, almeno, ad impostare un discorso retorico basato sul “pochi ma bravi”, Poletti non ha peli sulla lingua. “Pochi e veloci”. Questa è la realtà dei fatti. Questa la richiesta del mondo del lavoro. Questa la soluzione per i giovani.

Ma non dobbiamo stupirci. Del resto, Poletti è solo meno accorto di altri. Dice le cose così come gli vengono. Pane al pane e vino al vino. In realtà, le sue dichiarazioni sono la brutale e grossolana semplificazione del progetto che i vari governi hanno condotto, nell’ambito della formazione universitaria, da anni. La funzione dell’istruzione superiore non dev’essere quella di garantire una formazione di qualità. La cultura, del resto, non è una merce particolarmente profittevole (e questo, lo diceva già Tremonti, tanto per rimanere in tema di eminenti personaggi pubblici che proprio non ce la fanno a risparmiarsi le sparate). Se i giovani pensano di iscriversi all’università per accrescere i propri saperi, la propria coscienza critica, la propria consapevolezza del mondo che li circonda, sbagliano. Tutto quel che troveranno all’università saranno un insieme disorganico di CFU da accumulare, di definizioni, formule, date, da apprendere, di libri da studiare e ripetere. Un processo totalmente passivo di acquisizione di nozioni, più che di saperi. L’importante è muoversi. Del resto, Poletti per primo, così come tutti coloro che hanno definito le linee guida che governano il mondo della formazione, è consapevole della mediocrità delle conoscenze che vengono trasmesse nei corsi di studio: una sommatoria di capitoli, argomenti etc da mettere insieme, per determinare un certo quantitativo di CFU. E solo questo conta. In un sistema in cui l’università continua a perdere ogni funzione che non sia quella di disciplinare a ritmi di vita forzati, ad essere flessibili in un sistema didattico estremamente rigido, a calibrare se stessi sull’esigenza di acquisire CFU in breve tempo, e togliere il disturbo. Proprio come il mondo del lavoro, sempre più precario ai tempi del jobs act, che esige lavoratori flessibili, adattabili e pronti a sacrificarsi, in un sistema che invece si fa giorno dopo giorno più duro sul piano dei diritti e delle tutele. E questo è quanto. A cosa serve approfondire un esame, magari affrontarne lo studio con approccio critico, coglierne le relazioni con la realtà che ci circonda, se l’università risponde unicamente all’esigenza di formare i precari del futuro? Se serve principalmente a predisporre i giovani a passare il resto della propria vita ad adeguarsi a due mesi di tirocinio non pagato, seguiti da sei mesi in un call center, poi altri quattro come cameriere in pizzeria, e magari qua e la anche un periodo di disoccupazione? Se questo è il futuro immaginato per gli studenti universitari, cosa c’è da stupirsi se in ambito formativo si affermi che è preferibile mostrarsi flessibili e rapidi nel fare un esame dopo l’altro, piuttosto che interessati e vogliosi di approfondire? E’ logico. Non fa una piega.

E' una fabbrica, l’università, la cui merce sono i lavoratori del futuro. E se il lavoro del futuro è precario, umiliante, discontinuo, e non richiede particolari caratteristiche che non siano flessibilità e cieca obbedienza, per quale ragione la fabbrica dovrebbe produrre merce di qualità? Meglio produrne velocemente, al fine di garantire al mercato del lavoro ampi margini di manovra, e una massa di giovani disposti a tutto pur di lavorare. Del resto, se ad una fabbrica viene commissionata la produzione di un auto destinata ad un mercato poco esigente, un’utilitaria (si, come quella menzionata dalla Giannini) con la quale fare brevi tragitti, priva di particolari optional e sufficientemente adatta a varie superfici, pensate che quella fabbrica produrrà delle mercedes o delle skoda?

Dal canto nostro, non ci resta che ricercare e conquistare, in questa fabbrica, i nostri spazi ed i nostri tempi. E rivendicare, ancora una volta, il diritto di studiare con lentezza.

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18/11/2015

Meglio una macchina che una laurea?

Secondo il ministro Giannini "studiare alla Sapienza costa meno di un’utilitaria". Nel riportare l’efficace articolo di Antonio Scalari che, cifre alla mano, demolisce tali dichiarazioni, pensiamo sia necessario abbozzare qualche riflessione in più.

Intanto, come evidenzia Scalari, a fronte di un livello di tassazione non basso, in Italia esiste un sostegno diretto o indiretto allo studio fra i più bassi d’Europa mentre per comprare un’utilitaria, per esempio dalla Fiat, arrivano fior fiore di contributi statali. In più le casse pubbliche sono costrette a tappare i disastri sociali provocati dalle strategie aziendali di delocalizzazione con miliardi di cassa integrazione per migliaia di lavoratori, mentre ad oggi non ci risultano finanziamenti statali diretti e immediati per sostenere chi non riesce a sostenere gli studi e magari finisce fuoricorso. Anzi, per questi ultimi aumenti delle tasse d’ufficio (proprio quelli che esistono alla Sapienza) sono la norma.

Ma per uscire dall’infelice paragone della Ministra la riflessione da fare è un’altra: dal primo governo “tecnico” in poi assistiamo a una sfilza di sollecitazioni a non iscriversi all’università, appelli a non trascurare i lavori manuali, alla poca adattabilità dei giovani al lavoro, agli sprechi dell’università che “mantiene” i fuori corso e alle conseguenti necessità di alzare le tasse, di ridistribuire le risorse per singoli studenti o atenei misurando e premiando (con gli efficientissimi meccanismi ANVUR) il merito di entrambi.

L’obbiettivo è dichiarato: disincentivare l’iscrizione all’università, alzarne il costo sociale ed economico, rendere sempre più inservibili culturalmente e professionalmente interi settori accademici (quello umanistico in primis... ma d’altronde a che servono beni culturali, storia, lingue, archeologia ecc. in un paese come l’Italia?).

L’operazione non va ridotta al semplice tentativo di tagliare un ramo di spesa “improduttivo” ma è perfettamente coerente con la strategia generale di chi detiene le redini del nostro sistema produttivo ed economico.

Nella divisione internazionale del lavoro, ridisegnata a tempi accelerati dalla crisi, il sistema produttivo italiano si sta coscientemente ricollocando in posizione medio bassa. In questo scenario, la retorica per cui questo processo sia causato solo dall'emergere di altre economie e sia normale conseguenza della necessaria globalizzazione del sistema capitalistico è coscientemente costruita da governi e classe dirigente dell'economia, per giustificare vent'anni di leggi e di obbedienza incondizionata ai ricatti di FMI e BCE.

La ridefinizione al ribasso del capitalismo italiano non va neanche vista come un semplice ricatto da parte di altre economie più forti, ma è parte integrante del complessivo progetto neoliberista di gestione della società e dell'economia. Un sistema in cui l'estrazione di profitto immediata e più devastante in termini di costi sociali è l'unico obbiettivo da perseguire, in cui la difesa della rendita è vista (o spacciata) come economicamente efficiente (più o meno la stessa idea prevalente nell'alto medioevo), e che quindi ha totalmente abbandonato ogni tensione verso un orizzonte di sviluppo che sia più lungo del breve, immediato termine.

L'istruzione, ad ogni suo livello, è forse la prova più evidente della definitiva assunzione dello short-termism (veduta corta) da parte del capitalismo italiano.

Vogliamo essere chiari, siamo convinti che non ci sia compatibilità possibile fra gli obbiettivi della classe dirigente economica e politica e le prospettive di vita dignitosa di chi studia e lavora in questo paese. Di conseguenza, partiamo dal presupposto che non sarà certo una fantomatica ripresa d'orgoglio della nostra classe dirigente sui mercati internazionali la soluzione alla totale assenza di prospettive dei giovani precari in Italia. La favola per cui il bene dell'imprenditoria italiana sia strumento per un maggiore e diffuso benessere è definitivamente crollata. Tra l’altro facciamo nostra la convinzione, dimostrata dalla storia dei paesi occidentali dell’ultimo secolo, che più si amplia l’istruzione superiore nella società – più si rafforzano strumenti analitici e la padronanza critica di ogni branca del sapere da parte di una forza lavoro sempre più qualificata – e più forti saranno i livelli di conflittualità sociale e le istanze di cambiamento, specie se il tutto si accompagna (come successo negli anni '70 in Italia) a bruschi stop alla redistribuzione di ricchezze e sviluppi egualitari della società. Proprio per questo, nel mezzo di una crisi economica che si annuncia duratura e nella fase di maggior disuguaglianza nella distribuzione delle ricchezze che il mondo capitalista ricordi, investire nell’istruzione superiore italiana è del tutto fuori dall’agenda di questo come di qualsiasi governo liberista.

Ovviamente ci sono delle eccezioni, settori accademici che funzionano e in cui gli investimenti sono ancora consistenti (anche se sempre ridicolizzati da qualsiasi confronto internazionale) come alcune branche scientifiche o ingegneria, ma per queste esiste dalla riforma Gelmini in poi il meccanismo dei poli d’eccellenza, degli atenei meritevoli in cui convogliare finanziamenti, delle scuole d’eccellenza per poche decine di studenti in ciascun ateneo e cosi via... il resto è puro spreco!

I movimenti studenteschi degli ultimi anni hanno avuto il grande pregio di intuire la direzione che stava prendendo la trasmissione del sapere nelle nostre università dopo la riforma del 3+2: "supermarket delle conoscenze", "fabbrica di precarietà", "atenei prendi e fuggi"... è ormai impossibile anche per il più conformista e allineato degli addetti ai lavori definirli semplici slogan.
Sì, perché a pagare le conseguenze di un sapere oggettivato nell'abominio del credito formativo, e quindi misurabile, informatizzabile, neutro, operativo è l'intero corpo vivo dell'università italiana.

Le politiche di riforma e gestione dell'istruzione (lauree triennali “professionalizzanti”, crediti formativi, stage, moltiplicazione degli esami, mancati investimenti in strutture e assistenza) sono state coscientemente pensate per dequalificare la formazione di una forza lavoro, quella italiana, che si vuole mantenere su un livello basso, molto basso, di formazione generale, sempre più incapace di padroneggiare scienze e saperi per un sistema produttivo che ha abbandonato ogni velleità di competere al rialzo nel grande mercato globale.

Per chi governa la crisi l’università pubblica ha un costo sociale troppo alto e non solo in termini economici: masse di precari che resteranno sottoccupati fino a quasi quarant’anni vanno formate il meno possibile, disilluse dalle speranze di una formazione critica scientifica, e devono introiettare la retorica della formazione continua, del lavoro non pagato come momento formativo.

Meglio allora indebitarsi per comprare una macchina che trovare il modo di investire nella propria istruzione, costa di meno e... nel secondo caso non si ricevono aiuti pubblici.

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10/06/2015

Blocco degli scrutini: una partecipazione senza precedenti


Se Renzi e Giannini speravano che il clima estivo facesse sgonfiare l'incazzatura dei docenti contro la "buona scuola", beh, si sono sbagliati di grosso. Persino giornali di sicura fede padronale e governativa come La Stampa sono costretti ad ammettere che la protesta ha bloccato un numero sterminato di scuole (basta guardare l'elenco degli istituti torinesi che hanno dovuto riprogrammare le operazioni di scrutinio).

E questo nonostante l'atteggiamento intimidatorio assunto da molti presidi che si sentono investiti della funzione di "manager comandante", prima ancora che la cosiddetta riforma venga approvata. Ieri era il turno del Molise ed Emilia Romagna, dove la protesta ha assunto dimensioni pressoché totali; il sindacato Usb ha denunciato le ingerenze dei presidi che hanno minacciato di stabilire turni domenicali o notturni. 'Non vogliamo essere valutati dal preside, ma da un ente esterno - ci tengono a ribadire i docenti - non vogliamo che il potere sia raccolto nelle mani di una sola persona perché tutto ciò apre le porte a discriminazioni e a logiche clientelari.

Anche i Cobas parlano di grande successo, con Piero Bernochi che sottolinea la "partecipazione che è andata ben al di là dei docenti sindacalizzati". E questa volta persino la Cgil può far mostra di aver dato fiato a un malessere così diffuso che buona parte della debacle di voti subita dal Pd alle regionali viene attribuito alla pessima accoglienza del progetto renziani nel mondo della scuola.

Oggi sarà la volta delle scuole del Lazio e della Lombardia, due regioni con un altissimo numero di Istituti.

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30/03/2015

Ducati e Lamborghini, ritorno al medioevo

Nel Paese in cui la disoccupazione giovanile è in media del 40%, con punte nel sud Italia che raggiungono il 70%, l’Emilia Romagna è, come sempre, all’avanguardia.

Questa volta a far da protagonista sono la Lamborighini e la Ducati, che hanno aderito al progetto DESI, inaugurato ieri dal ministro all’Istruzione Giannini.

Cos’è DESI? Dual Education System Italy. Un progetto realizzato dal gruppo Audi Wolkswagen in collaborazione con il Miur (il Ministero dell'Istruzione e della Ricerca), la Regione Emilia Romagna, e gli istituti tecnici Fioravanti e Aldini Valeriani.

Si tratta di una vera e propria rivoluzione per il ritorno al medioevo in tema di politiche del lavoro, istruzione e progresso sociale. DESI infatti prevede lo sconvolgimento dei programmi scolastici, con 6 mesi di lezioni teoriche in classe, e poi... altri 6 mesi di pratica in fabbrica, davanti alle linee di montaggio, seguiti dai “tutor aziendali”. 

A partecipare al progetto sono ragazzi tra i 18 e i 22 anni, magari in procinto di abbandonare la scuola, e “recuperati” così dai magnanimi dirigenti delle grandi compagnie automobilistiche in crisi che potranno contare su manodopera a costi bassissimi.

“Con questo progetto la fabbrica diventa un pezzo della scuola, parte di un sistema formativo diffuso sul territorio e maggiormente competitivo”. Si perché in effetti questo progetto offrirà una borsa di ben... 600 euro al mese ai ragazzi che vi parteciperanno. Una soluzione che permette evidentemente all’azienda da un lato di ammortizzare i costi dei normali contratti di lavoro relativi al salario indiretto, e dall’altro di superare il problema del mantenimento di lavoratori che in caso di crisi non servono all’azienda.

In una società a capitalismo maturo come la nostra, dove l’istruzione è sempre stata almeno teoricamente al servizio del progresso della società, oggi assistiamo non solo alla distruzione di ogni meccanismo di valorizzazione della scuola stessa, ma anche al suo totale asservimento alle esigenze del mercato.

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