E’ una manovra aggiuntiva mascherata... L’austerità continua più che mai...
Come aveva fatto in passato Renzi, e non gli portò fortuna, ora anche Conte annuncia di aver trovato un “tesoretto”, che verrà offerto alla UE per tenerla buona ed evitare sia la procedura d’infrazione, sia la manovra aggiuntiva.
Il governo vuole usare quasi due miliardi di utili raccolti tra Cassa Depositi e Prestiti e Banca d’Italia. Ad essi vanno aggiunti gli altri due miliardi già sottratti alla spesa ed accantonati in seguito all’accordo con la UE del dicembre scorso. Infine a questo soldi vanno sommati quelli “risparmiati” su reddito di cittadinanza e quota 100, che a fine anno potrebbero sfiorare i quattro miliardi.
Questo risparmio non è frutto di una particolare generosità degli italiani, che hanno rinunciato ad un loro diritto. E neppure di una sopraggiunta diffusa ricchezza o di una voglia irrefrenabile di lavorare fino a settant’anni.
No. Il risparmio sui due provvedimenti bandiera del governo gialloverde è voluto, è determinato dalla montagna di clausole, lacci e lacciuoli con cui le leggi sono state varate. In modo da scoraggiare o respingere tanti che pure ne avrebbero potuto usufruire.
Non è una novità questo modo di procedere, ne sanno qualcosa gli esodati, ai quali governi vecchi e nuovi hanno promesso la sanatoria dell’ingiustizia subìta, che però si è realizzata con ben OTTO successivi provvedimenti. E non sono bastati, si attende una nona salvaguardia degli esodati, sulla quale il governo fa finta di niente.
In Italia funziona così: prima si promette un diritto sul quale tutti si pronunciano e scontrano, facendo finta che sia per tutti. Poi si vara una legge che viene finanziata solo per una parte di coloro che teoricamente ne dovrebbero essere beneficiati. Infine si amministra l’accesso a quel diritto con tali clausole restrittive, per cui alla fine coloro che davvero usufruiscono del provvedimento sono molto meno di quelli previsti.
Previsti da chi? Dalle opposte propagande, perché chi fa queste leggi sa benissimo quello che fa.
Quattro miliardi in meno per reddito e pensioni anticipate non sono un risparmio, sono un taglio preventivo.
Infatti, se fossero davvero un risparmio, quei soldi, così come gli utili accantonati, sarebbero investiti e redistribuiti a chi ne ha bisogno. Sanità, scuole, case, servizi sociali, ricostruzioni e risanamenti ambientali, ci sarebbe solo l’imbarazzo della scelta.
Invece quei quasi 8 miliardi risparmiati, cioè sottratti a noi, andranno alle banche, come prova offertiva che l’austerità continua.
Del resto la lettera di Tria precedente a quella di Conte già conteneva un impegno chiaro: accrescere l’attivo primario. Cioè aumentare la differenza tra quanto lo Stato raccoglie in tasse e quanto restituisce in servizi. Quindi aumentare i tagli alla spesa pubblica per dare più soldi alla finanza che detiene il nostro debito. Come si fa da venticinque anni a questa parte.
Se poi a tutto questo si aggiunge che Salvini vuole 10 miliardi per la sua scandalosa tassa piatta, che dà di più a chi ha di più e di meno a chi ha di meno, il danno per chi ha bisogno dei servizi e delle tutele pubbliche diventa catastrofico.
Otto miliardi risparmiati sui cittadini, dieci miliardi tolti ai servizi sociali per ridurre le tasse, fanno 18 miliardi di austerità. Questa è la manovra aggiuntiva non dichiarata, ma che verrà fatta. Una manovra aggiuntiva mascherata.
Che poi ai governi francese e tedesco, a quelli nordici e di Visegrad - amici di Salvini solo per la SeaWatch - ed alla UE tutta questo possa non bastare non riguarda la politica economica, su cui SONO IN REALTÀ TUTTI D’ACCORDO, ma gli scontri di potere su chi comanda in Europa. E qui Salvini e Di Maio, nonostante i proclami, contano zero e gli altri lo sanno.
Intanto l’austerità continua.
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22/06/2019
24/03/2017
Epistolario sul tesoretto IIT e il “tesorone” della ricerca pubblica
Qualche tempo fa abbiamo segnalato una polemica sul “tesoretto” di IIT e sul presunto “tesorone” degli enti di ricerca. Riassumiamo in breve la questione.
Sul Fatto Quotidiano era apparsa ad aprile 2016 un’inchiesta a firma di Laura Margottini (Più investimenti che ricerca: l’Iit ha 500 milioni di troppo), in cui si mostrava che negli stessi anni in cui personale e fondi delle università subivano tagli senza precedenti, l’IIT aveva accumulato circa 500 milioni di euro, tuttora accantonati in conti bancari e titoli.
Il Direttore scientifico dell’IIT nel corso dell’intervista andata in onda nella puntata di Presa Diretta del 19 settembre 2016 conferma l’esistenza del tesoretto:
Lettera 1
Lettera 2
Lettera 3
Lasciamo al lettore farsi un’idea sull’incredibile balletto di affermazioni e smentite che sta andando avanti da mesi con la colpevole partecipazione dei vertici del MIUR e di una stampa poco informata (per non dire altro).
Quel che è certo è che in un periodo storico caratterizzato dal disperato bisogno di risorse per il sistema della ricerca universitaria del nostro Paese un tesoretto c’è ed è allocato in modo improduttivo a un Ente di ricerca i cui piani di sviluppo sono funzionali al recupero di una enorme area immobiliare che rappresenta il lascito della gloriosa avventura dell’EXPO.
Il disegno politico che traspare da tutta questa vicenda è chiarissimo e deve indurre tutti alla riflessione.
Fonte
Tutto sacrosanto, però sarebbe bello che il modo della ricercare che si vuole non omologato, inducesse tutti alla riflessione anche circa le cause che determinano lo stato di macroscopico sotto finanziamento della ricerca e più in generale dell'istruzione in Italia.
Cause che è ampiamente fuorviante attribuire ad una più o meno presunta (e nel caso piuttosto fattuale) concorrenza sleale di un solo ente a danno di altri e che andrebbero ricercati nelle politiche economiche e sociali di austerità che caratterizzano da sempre l'Unione Europea e gli assetti competitivi che questa ha imposto sul continente.
Insomma, per essere ancora più espliciti vista la data incombente, quanti sono gli accademici italiani non omologati che aderiscono alla campagna per il rifiuto delle politiche comunitarie e quindi per una rottura con la UE?
Sul Fatto Quotidiano era apparsa ad aprile 2016 un’inchiesta a firma di Laura Margottini (Più investimenti che ricerca: l’Iit ha 500 milioni di troppo), in cui si mostrava che negli stessi anni in cui personale e fondi delle università subivano tagli senza precedenti, l’IIT aveva accumulato circa 500 milioni di euro, tuttora accantonati in conti bancari e titoli.
Il Direttore scientifico dell’IIT nel corso dell’intervista andata in onda nella puntata di Presa Diretta del 19 settembre 2016 conferma l’esistenza del tesoretto:
Quello lo Stato lo può utilizzare per la Ricerca, per gli esodati, per gli stadi, sono affari suoi.Nel nel corso di un question time al Senato ad ottobre 2016 l’ex Ministro Giannini dichiara che il tesoretto IIT non esiste
«Rimane una puntiforme domanda che mi hanno fatto, in modo diverso, la senatrice Cattaneo e il senatore Bocchino e che riguarda l’Istituto italiano di tecnologia, il presunto – da fonti di stampa, ma a noi non risulta – tesoretto, così come è stato definito»Il 17 Novembre 2016 l’ex Ministro Giannini cambia completamente versione circa il tesoretto IIT: ne certifica l’esistenza e si schiera a favore di un suo impiego a favore della ricerca
“Sono pienamente convinta che sia giunto il momento di ragionare sulla possibile destinazione di questi fondi, da rimettere in gioco per il mondo della ricerca di base. Questa – ha detto il ministro nel corso dell’audizione – mi sembra un’operazione non solo possibile ma auspicabile, me ne farò personalmente carico perchè mi sembra corretto”.Così fan tutti! Sul Corriere della Sera del 6 Febbraio 2017 esce un articolo, con richiamo in prima pagina, in cui si sostiene che l’accumulo di tesoretti è pratica comune negli enti di ricerca e nell’università e che anzi c’è un tesorone 10 volte più grande del tesoretto IIT
C’è un tesoro segreto nella ricerca italiana. E non è un tesoro fatto di formule, alambicchi o brevetti. E’ un tesoro di soldi: 4,5 miliardi di euro. Rappresentano la somma delle disponibilità liquide che, a vario titolo, enti di ricerca e università segnalano nei proprio bilanci. Sono risorse “ferme”.A stretto giro la Senatrice Elena Cattaneo, con una lettera al Direttore del Corriere della Sera, chiarisce che il giornalista non sa leggere i bilanci degli enti di ricerca e delle università
sostenere che le università e gli enti di ricerca pubblici italiani, che ogni giorno piangerebbero miseria, hanno accesso ad un «tesoro segreto» di 4,5 miliardi di euro, costituito dalla liquidità disponibile nei loro conti bancari, è fuorviante. Il dato della liquidità di ciascun ente è privo di senso se non si specifica se, e in che misura, essa sia già impegnata per progetti di ricerca e se – ad esempio – non vadano sottratti gli accantonamenti obbligatori per legge. Tacendo dell’entità della quota vincolata si lascia intendere che tutti gli enti, chi più chi meno, ricevano troppi soldi dallo Stato e siano portati a generare «tesoretti». Invece, non è così, di tesoretto a ben vedere ce n’è per un solo ente.La Senatrice Cattaneo ha poi avuto uno scambio epistolare ulteriore con il direttore del Corriere e con il giornalista autore dell’“inchiesta” circa il fatto di aver confuso “le pere con le mele” e in cui la Senatrice ripercorre la vicenda IIT.
Un Ente sempre trattato, da una parte importante dei media, alla stregua del principio di uguaglianza descritto nella fattoria degli animali immaginata da George Orwell: in teoria ognuno è uguale agli altri, ma nei fatti c’è chi è “più uguale” degli altri.Le tre lettere inviate dalla Senatrice sono state rese pubbliche: siamo convinti che siano d’interesse pubblico perché testimoniano l’impegno infaticabile della Senatrice sulla vicenda IIT – Human Techonopole così come l’atteggiamento di una parte della stampa di questo paese sulla vicenda. Le riproponiamo qui di seguito.
Lettera 1
Lettera 2
Lettera 3
Lasciamo al lettore farsi un’idea sull’incredibile balletto di affermazioni e smentite che sta andando avanti da mesi con la colpevole partecipazione dei vertici del MIUR e di una stampa poco informata (per non dire altro).
Quel che è certo è che in un periodo storico caratterizzato dal disperato bisogno di risorse per il sistema della ricerca universitaria del nostro Paese un tesoretto c’è ed è allocato in modo improduttivo a un Ente di ricerca i cui piani di sviluppo sono funzionali al recupero di una enorme area immobiliare che rappresenta il lascito della gloriosa avventura dell’EXPO.
Il disegno politico che traspare da tutta questa vicenda è chiarissimo e deve indurre tutti alla riflessione.
Fonte
Tutto sacrosanto, però sarebbe bello che il modo della ricercare che si vuole non omologato, inducesse tutti alla riflessione anche circa le cause che determinano lo stato di macroscopico sotto finanziamento della ricerca e più in generale dell'istruzione in Italia.
Cause che è ampiamente fuorviante attribuire ad una più o meno presunta (e nel caso piuttosto fattuale) concorrenza sleale di un solo ente a danno di altri e che andrebbero ricercati nelle politiche economiche e sociali di austerità che caratterizzano da sempre l'Unione Europea e gli assetti competitivi che questa ha imposto sul continente.
Insomma, per essere ancora più espliciti vista la data incombente, quanti sono gli accademici italiani non omologati che aderiscono alla campagna per il rifiuto delle politiche comunitarie e quindi per una rottura con la UE?
14/04/2015
Un ultimatum a Renzi. Da Confindustria
A Confindustria cominciano a pensare di aver sbagliato ancora una volta cavallo. Una classe imprenditoriale intelligente si chiederebbe come mai, per la centesima volta negli ultimi 35 anni, si trova a dover criticare prima, e buttare giù subito dopo, un ceto politico (pochi nomi, quelli principali) che aveva promosso con tanto entusiasmo. Ma dubitiamo che una simile domanda possa farsi largo tra i “prenditori” italiani, capitalisti senza capitali, “bollettari” su concessione pubblica (es: Autostrade) o “costruttori su commessa pubblica altrimenti vado in crisi”.
Fatto sta che Matteo Renzi comincia a sembrare quel che è: un attore nel ruolo di premier, preoccupato di tirare avanti il più possibile il serial che lo vede protagonista, cacciaballe senza vergogna disposto a vendere chiunque pur di sopravvivere.
Disegno politico zero, stravolgimento (applaudito) della Costituzione, una legge elettorale per evitare che si possa avvicinare al Parlamento un qualsiasi soggetto non controllabile. E va benissmo, ai confindustriali. Ma di un disegno vero, di quelli che mette le aziende in condizione di guardare ai prossimi dieci anni, niente.
Così il giornale degli industriali spara a zero sul “tesoretto” e dintorni. Quel misero miliardo e sei che viene agitato come un straccio davanti al toro (gli elettori) che tra poco più di un mese andranno alle urne per cambiare un po' di consigli regionali molto importanti (Veneto, Puglia, Campania, Liguria, Toscana, Marche e Umbria). Fin troppo evidente che Renzi punta a fare il bis delle europee 2014. Allora promettendo gli “80 euro”, ora con il “tesoretto” o bonus che dir si voglia.
Sul punto gli industriali agitano una ragione di classe evidente: ai poveri non va dato nulla, a prescindere, e in specifico perché i conti non lo permettono. In ogni caso, ed è il motivo principale, quel miliardo e mezzo non c'è. Come dicono tutti quelli che un po' di praticaccia con le leggi di stabilità se la sono ormai fatta (da Brunetta ai Cinque Stelle), quei soldi sono un miraggio effetto di “deficit previsionale basato su stime dell'esecutivo”.
Pensavano di avere un premier ed hanno soltanto un chiacchierone che pensa a se stesso e alla propria popolarità transitoria. E il terrore è che finisca come per gli “80 euro”, che non sono serviti a nulla sul piano del rilancio dei consumi, ma hanno pesato comunque per 10 miliardi sui conti dello Stato. In questione non è “per che cosa spenderli” – il tipo di discussione che piace tanto a questo governo – dividendosi tra chi li darebbe agli esodati, chi alla scuola, chi agli incapienti e via fantasticando. Se quei fondi non esistono non c'è niente da discutere. E Renzi la faccia finita.
I conti in tasca, per gli specialisti di Confindustria, si fanno rapidamente. Il governo deve trovare 16 miliardi, tagliando dalla spesa pubblica, per evitare che scattino le “clausole di salvaguardia”, tra cui l'aumento dell'Iva (misura tradizionalmente recessiva e deattiva; il contrario di quel che serve). Ma sul fronte del taglio della spesa finora non è riuscito a fare granché. Intendiamoci: certo, ha congelato gli stipendi pubblici fino al 2021, ha ridotto le opere infrastrutturali per assoluta mancanza di fondi, ha rimesso allo studio una spending review da paura... Ma il saldo finale non è affatto migliorato. Anzi.
L'entente cordiale col padronato si è rotto sulla penosa questione della “decontribuzione” per le imprese che assumono con il nuovo “contratto a tutele crescenti”. Non riuscendo a trovare le coperture finanziarie (una decontribuzione significa meno soldi in entrata, quindi vanno reperiti altrettanti fondi sotto forma di tagli alla spesa o aumento delle tasse), il governo aveva infilato – di fronte ai rilievi della Ragioneria dello Stato - … un aumento dei contributi alle imprese per finanziare la riduzione dei contributi alle imprese. Neanche sul lungomare di Napoli i giocatori di tre carte osano più fare numeri così sfacciati.
Il troppo stroppia e il dubbio si è fatto perciò critica feroce, irridente, schiacciante. Il Sole24Ore che titola “Se il tesoretto è un'arma di distrazione di massa” è qualcosa di più di un preavviso di sfratto. È un dire: “pargolo, lì ti ci abbiamo messo noi (non eri nemmeno parlamentare...), smettila di fare il piglia-in-giro con le cose serie; se ti servono i voti, cercateli, ma senza impegnare soldi che non hai e soprattutto senza chiederli a noi”.
di Fabrizio Forquet
Con dati occupazionali che restano al minimo storico e una produzione industriale che continua a deludere, dovrebbe essere chiaro a tutti che è tempo di serietà e non di distrazioni. Tanto meno di armi di distrazioni di massa per distogliere l’attenzione della pubblica opinione dai nodi veri dell’economia e dell’azione di governo. È allora opportuno che il governo spari nel dibattito pubblico la questione del “tesoretto”? E c’è davvero un “tesoretto” da spendere nelle pieghe del nostro bilancio pubblico? La risposta è no, no secco, su entrambe le domande. La questione evidentemente non è semantica. Lo è anche, perché la parola “tesoretto” sa di presa in giro. Ma anche se lo si chiama bonus, può un governo che tiene alla sua reputazione annunciare un bonus di 1,6 miliardi quando ha davanti le urgenze che ben si conoscono? Per il prossimo anno, è ormai cosa nota, Renzi e Padoan dovranno trovare 16 miliardi di euro per evitare il disastroso aumento della pressione fiscale legato all’incremento dell’Iva. Sono tagli di spesa dolorosi che dovranno trovar posto nella prossima legge di stabilità. Per quest’anno, poi, il governo non è ancora riuscito a trovare la copertura alla decontribuzione per chi assume stabilmente. Si tratta di poche decine di milioni. Eppure il decreto è rimasto fermo un mese alla ragioneria perché si individuassero quelle risorse e, alla fine, è stato sbloccato solo ricorrendo al paradossale aumento generalizzato dei contributi. Una figuraccia per il governo, che ha dovuto fare marcia indietro. Ma anche il segno di quanto sia difficile ritagliare risorse disponibili in un bilancio già sotto stress.
Un bilancio che per quest’anno vede affidati 5,2 miliardi di tagli alla difficile trattativa con gli enti locali e le Regioni, che conta su 3,3 miliardi di lotta all’evasione tutti da realizzare, che confida in un via libera tutt’altro che scontato della Ue su 1,7 miliardi frutto di split payment/reverse charge e, non ultimo, deve ancora trovare circa un miliardo di euro per la bocciatura della Robin tax da parte della Corte costituzionale.
Come si fa a parlare di “tesoretto” da distribuire davanti a tutto questo? Di questo gruzzolo di 1,6 miliardi, che poi tanto gruzzolo non è, che si sarebbe improvvisamente materializzato all’interno del bilancio? Di fronte a tante emergenze sarebbe il caso di tenerlo da parte quel tesoretto, anche se fosse davvero disponibile. Ma quel che è peggio è che quei soldi proprio non ci sono. Quei soldi sono un deficit. Sono il differenziale, indicato nel Def, tra l’obiettivo programmatico di un rapporto deficit/Pil a 2,6% e un tendenziale di 2,5%. Da qui quello 0,1% di Pil che si potrebbe spendere. Ma è tutta roba di carta, numeri astratti e potenziali.
Quella franchigia, in sostanza, si determina sulla base di un aumento del Pil che il Governo stima superiore a quello che era stato precedentemente previsto e di tassi di interesse in declino. Una previsione, dunque, non un dato di fatto. Il governo stima che cresceremo quest’anno non più allo 0,6 ma allo 0,7%. Una previsione anche prudenziale, dicono al Tesoro. Ma è pur sempre una previsione. Ed è bene ricordare che nell’ultimo decennio tutte le stime sul Pil effettuate dai governi nel Def/Dpef - sempre prudenziali per carità – sono state inesorabilmente riviste al ribasso al momento del consuntivo di fine anno. C’è da sperare che quest’anno non accadrà, e che l’Italia crescerà più dello 0,7% previsto, ma impegnare oggi risorse sulla base di una stima, di un auspicio, è un artificio molto a rischio. Tanto più se quelle somme vengono poi prenotate e contese da ministri e partiti (anche quelli di opposizione) proprio come fossero piovute dal cielo e, quindi, potenzialmente destinabili agli usi più vari, con una evidente strumentalizzazione elettoralistica e al di fuori di qualunque progetto di politica economica.
Non è un caso se all’interno del Def si parla di destinare quei fondi all’attuazione delle riforme. Perché, evidentemente, al Tesoro sanno bene quanto siano scarse le risorse disponibili per mettere in atto il programma impostato dal governo. A cominciare dall’attuazione delle deleghe sul lavoro e sul fisco, queste sì urgenze di cui varrebbe la pena occuparsi. Forse andrebbe ascoltato Lorenzo Codogno, stimato chief economist del Tesoro fino a qualche mese fa, che proprio ieri ha scritto: «Renzi parla di un tesoretto. Ma la realtà è che, senza una ulteriore riduzione strutturale della spesa, il finanziamento di nuove iniziative è a rischio». P.S. C’è da auspicare che la partita della paradossale copertura del taglio contributivo per chi assume a tempo indeterminato con l’aumento generalizzato dei contributi sia definitivamente superata. Purtroppo l’impegno del ministro Poletti fa riferimento a un’intenzione e non ancora a una soluzione. Speriamo che questa venga trovata presto.
Fonte
Fatto sta che Matteo Renzi comincia a sembrare quel che è: un attore nel ruolo di premier, preoccupato di tirare avanti il più possibile il serial che lo vede protagonista, cacciaballe senza vergogna disposto a vendere chiunque pur di sopravvivere.
Disegno politico zero, stravolgimento (applaudito) della Costituzione, una legge elettorale per evitare che si possa avvicinare al Parlamento un qualsiasi soggetto non controllabile. E va benissmo, ai confindustriali. Ma di un disegno vero, di quelli che mette le aziende in condizione di guardare ai prossimi dieci anni, niente.
Così il giornale degli industriali spara a zero sul “tesoretto” e dintorni. Quel misero miliardo e sei che viene agitato come un straccio davanti al toro (gli elettori) che tra poco più di un mese andranno alle urne per cambiare un po' di consigli regionali molto importanti (Veneto, Puglia, Campania, Liguria, Toscana, Marche e Umbria). Fin troppo evidente che Renzi punta a fare il bis delle europee 2014. Allora promettendo gli “80 euro”, ora con il “tesoretto” o bonus che dir si voglia.
Sul punto gli industriali agitano una ragione di classe evidente: ai poveri non va dato nulla, a prescindere, e in specifico perché i conti non lo permettono. In ogni caso, ed è il motivo principale, quel miliardo e mezzo non c'è. Come dicono tutti quelli che un po' di praticaccia con le leggi di stabilità se la sono ormai fatta (da Brunetta ai Cinque Stelle), quei soldi sono un miraggio effetto di “deficit previsionale basato su stime dell'esecutivo”.
Pensavano di avere un premier ed hanno soltanto un chiacchierone che pensa a se stesso e alla propria popolarità transitoria. E il terrore è che finisca come per gli “80 euro”, che non sono serviti a nulla sul piano del rilancio dei consumi, ma hanno pesato comunque per 10 miliardi sui conti dello Stato. In questione non è “per che cosa spenderli” – il tipo di discussione che piace tanto a questo governo – dividendosi tra chi li darebbe agli esodati, chi alla scuola, chi agli incapienti e via fantasticando. Se quei fondi non esistono non c'è niente da discutere. E Renzi la faccia finita.
I conti in tasca, per gli specialisti di Confindustria, si fanno rapidamente. Il governo deve trovare 16 miliardi, tagliando dalla spesa pubblica, per evitare che scattino le “clausole di salvaguardia”, tra cui l'aumento dell'Iva (misura tradizionalmente recessiva e deattiva; il contrario di quel che serve). Ma sul fronte del taglio della spesa finora non è riuscito a fare granché. Intendiamoci: certo, ha congelato gli stipendi pubblici fino al 2021, ha ridotto le opere infrastrutturali per assoluta mancanza di fondi, ha rimesso allo studio una spending review da paura... Ma il saldo finale non è affatto migliorato. Anzi.
L'entente cordiale col padronato si è rotto sulla penosa questione della “decontribuzione” per le imprese che assumono con il nuovo “contratto a tutele crescenti”. Non riuscendo a trovare le coperture finanziarie (una decontribuzione significa meno soldi in entrata, quindi vanno reperiti altrettanti fondi sotto forma di tagli alla spesa o aumento delle tasse), il governo aveva infilato – di fronte ai rilievi della Ragioneria dello Stato - … un aumento dei contributi alle imprese per finanziare la riduzione dei contributi alle imprese. Neanche sul lungomare di Napoli i giocatori di tre carte osano più fare numeri così sfacciati.
Il troppo stroppia e il dubbio si è fatto perciò critica feroce, irridente, schiacciante. Il Sole24Ore che titola “Se il tesoretto è un'arma di distrazione di massa” è qualcosa di più di un preavviso di sfratto. È un dire: “pargolo, lì ti ci abbiamo messo noi (non eri nemmeno parlamentare...), smettila di fare il piglia-in-giro con le cose serie; se ti servono i voti, cercateli, ma senza impegnare soldi che non hai e soprattutto senza chiederli a noi”.
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Se il tesoretto è solo un’arma di distrazione di massa
di Fabrizio Forquet
Con dati occupazionali che restano al minimo storico e una produzione industriale che continua a deludere, dovrebbe essere chiaro a tutti che è tempo di serietà e non di distrazioni. Tanto meno di armi di distrazioni di massa per distogliere l’attenzione della pubblica opinione dai nodi veri dell’economia e dell’azione di governo. È allora opportuno che il governo spari nel dibattito pubblico la questione del “tesoretto”? E c’è davvero un “tesoretto” da spendere nelle pieghe del nostro bilancio pubblico? La risposta è no, no secco, su entrambe le domande. La questione evidentemente non è semantica. Lo è anche, perché la parola “tesoretto” sa di presa in giro. Ma anche se lo si chiama bonus, può un governo che tiene alla sua reputazione annunciare un bonus di 1,6 miliardi quando ha davanti le urgenze che ben si conoscono? Per il prossimo anno, è ormai cosa nota, Renzi e Padoan dovranno trovare 16 miliardi di euro per evitare il disastroso aumento della pressione fiscale legato all’incremento dell’Iva. Sono tagli di spesa dolorosi che dovranno trovar posto nella prossima legge di stabilità. Per quest’anno, poi, il governo non è ancora riuscito a trovare la copertura alla decontribuzione per chi assume stabilmente. Si tratta di poche decine di milioni. Eppure il decreto è rimasto fermo un mese alla ragioneria perché si individuassero quelle risorse e, alla fine, è stato sbloccato solo ricorrendo al paradossale aumento generalizzato dei contributi. Una figuraccia per il governo, che ha dovuto fare marcia indietro. Ma anche il segno di quanto sia difficile ritagliare risorse disponibili in un bilancio già sotto stress.
Un bilancio che per quest’anno vede affidati 5,2 miliardi di tagli alla difficile trattativa con gli enti locali e le Regioni, che conta su 3,3 miliardi di lotta all’evasione tutti da realizzare, che confida in un via libera tutt’altro che scontato della Ue su 1,7 miliardi frutto di split payment/reverse charge e, non ultimo, deve ancora trovare circa un miliardo di euro per la bocciatura della Robin tax da parte della Corte costituzionale.
Come si fa a parlare di “tesoretto” da distribuire davanti a tutto questo? Di questo gruzzolo di 1,6 miliardi, che poi tanto gruzzolo non è, che si sarebbe improvvisamente materializzato all’interno del bilancio? Di fronte a tante emergenze sarebbe il caso di tenerlo da parte quel tesoretto, anche se fosse davvero disponibile. Ma quel che è peggio è che quei soldi proprio non ci sono. Quei soldi sono un deficit. Sono il differenziale, indicato nel Def, tra l’obiettivo programmatico di un rapporto deficit/Pil a 2,6% e un tendenziale di 2,5%. Da qui quello 0,1% di Pil che si potrebbe spendere. Ma è tutta roba di carta, numeri astratti e potenziali.
Quella franchigia, in sostanza, si determina sulla base di un aumento del Pil che il Governo stima superiore a quello che era stato precedentemente previsto e di tassi di interesse in declino. Una previsione, dunque, non un dato di fatto. Il governo stima che cresceremo quest’anno non più allo 0,6 ma allo 0,7%. Una previsione anche prudenziale, dicono al Tesoro. Ma è pur sempre una previsione. Ed è bene ricordare che nell’ultimo decennio tutte le stime sul Pil effettuate dai governi nel Def/Dpef - sempre prudenziali per carità – sono state inesorabilmente riviste al ribasso al momento del consuntivo di fine anno. C’è da sperare che quest’anno non accadrà, e che l’Italia crescerà più dello 0,7% previsto, ma impegnare oggi risorse sulla base di una stima, di un auspicio, è un artificio molto a rischio. Tanto più se quelle somme vengono poi prenotate e contese da ministri e partiti (anche quelli di opposizione) proprio come fossero piovute dal cielo e, quindi, potenzialmente destinabili agli usi più vari, con una evidente strumentalizzazione elettoralistica e al di fuori di qualunque progetto di politica economica.
Non è un caso se all’interno del Def si parla di destinare quei fondi all’attuazione delle riforme. Perché, evidentemente, al Tesoro sanno bene quanto siano scarse le risorse disponibili per mettere in atto il programma impostato dal governo. A cominciare dall’attuazione delle deleghe sul lavoro e sul fisco, queste sì urgenze di cui varrebbe la pena occuparsi. Forse andrebbe ascoltato Lorenzo Codogno, stimato chief economist del Tesoro fino a qualche mese fa, che proprio ieri ha scritto: «Renzi parla di un tesoretto. Ma la realtà è che, senza una ulteriore riduzione strutturale della spesa, il finanziamento di nuove iniziative è a rischio». P.S. C’è da auspicare che la partita della paradossale copertura del taglio contributivo per chi assume a tempo indeterminato con l’aumento generalizzato dei contributi sia definitivamente superata. Purtroppo l’impegno del ministro Poletti fa riferimento a un’intenzione e non ancora a una soluzione. Speriamo che questa venga trovata presto.
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