Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
25/05/2026
Confindustria piange, ma non capisce
Pura trascrizione del ragionamento, senza alcuna domanda sulle scelte degli imprenditori italiani, come se lo sguardo indagatore della stampa fosse programmato per fermarsi ai cancelli delle fabbriche o ai portoni degli uffici. Come se ci si potesse occupare degli effetti di una crisi senza nulla voler sapere delle cause.
Vediamo un attimo qualche dettaglio. Interrogato sull’evidente crisi della produzione Orsini ha dato in primo luogo la colpa a cause esterne. «L’industria italiana è penalizzata dagli alti costi dell’energia, abbiamo un gap che ci vede al 27° posto nella Ue. Questo è un problema, speriamo che si riesca a trovare una soluzione per Hormuz e che il conflitto possa finire. Non vogliamo delocalizzare le nostre industrie e deindustrializzare il nostro Continente».
Sicuramente è un fattore rilevante, che dovrebbe far alzare la voce contro un governo incapace e un sistema europeo dei prezzi dell’energia – collegato automaticamente al prezzo più alto del gas, secondo un meccanismo delirante – chiedendo dunque una revisione veloce e drastica di una serie di decisioni che favoriscono solo la speculazione e i profitti delle società energetiche.
Nemmeno per sogno... «In un momento come questo l’Europa deve unirsi per poter varare politiche economiche vere a sostegno delle imprese. Imprese e lavoratori sono la stessa cosa, è in gioco la tenuta sociale dell’Italia e della UE. Ad oggi però le politiche europee sono deficitarie».
Le “politiche a sostegno delle imprese”, specie in Italia, sono state quasi sempre unilaterali e deflazionistiche. Ossia: orientate alla moderazione salariale (il costo del lavoro, come quello dell’energia, entra nella formazione del prezzo di tutte le merci, ma è quello considerato più semplice da ridurre per via politica) e alla riduzione del “salario sociale” (welfare, sanità, istruzione, servizi sociali).
Problema immediatamente derivante: salari deboli significano basso potere d’acquisto, quindi “domanda debole” per merci prodotte qui che devono cercarsi compratori altrove, sul mercato internazionale. Dove però incontrano – come anche sul piano nazionale – competitori molto ben attrezzati (cinesi o di altri paesi) oppure ferocemente “protetti” da dazi politicamente decisi (Stati Uniti, che però non riescono lo stesso ad essere “competitivi” ma si limitano a rendere più costose le importazioni, con effetti inflazionistici per i propri cittadini).
Tanto meno Confindustria mette in discussione la tendenza dei propri iscritti – le imprese industriali, appunto – a vendere l’attività e dedicarsi alla finanza oppure a business sussidiati (come la sanità “privata” garantita dai soldi pubblici).
Il resto è la solita solfa. Nell’automotive «non vogliamo fabbriche cacciavite, assemblando componenti dall’estero, dobbiamo salvaguardare tutta la filiera». “Purtroppo”, dice Orsini, bisogna fare i conti con la concorrenza cinese: «chi produce in Cina è sostenuto per il 30% dallo Stato per conquistare nuovi mercati. Senza la neutralità tecnologica abbiamo regalato un pezzo di automotive ai cinesi. Sono diventati i primi sull’automotive, sui televisori e sul bianco, e la UE è spettatore, facendo l’arbitro con il fischietto tra Usa e Cina».
Anche un osservatore superficiale nota che le auto cinesi si stanno conquistando un grande spazio ai danni di quelle europee, ora, non tanto per ragioni di prezzo quanto di qualità tecnologica e consumi. Le auto elettriche, infatti, nonostante il costo abnorme dell’energia, “consumano meno” di quelle ad idrocarburi (in euro per chilometro). Fin qui erano comunque svantaggiate dalla limitata autonomia (nell’ordine 3-400 km) e soprattutto dai lunghi tempi di ricarica. Il che ne confinava l’uso all’ambiente cittadino.
Ma con le nuove batterie – cinesi, of course – questi due limiti stanno venendo ampiamente superati, rendendo l’auto elettrica “competitiva” anche sui percorsi extraurbani più lunghi.
Chi, come i produttori europei e statunitensi, ad un certo punto ha preferito evitare gli investimenti indispensabili per il passaggio dalla motorizzazione ad idrocarburi verso l’elettrico – con le relative infrastrutture di rifornimento, ancora basate sull’assoluta prevalenza di gasolio e benzina – e farsi “difendere” dagli Stati o dalla UE con i dazi, o ulteriore deflazione salariale, si è invece scavato la fossa.
E non basta certo sposare le bufale del “negazionismo climatico” per creare un “ambiente favorevole” all’industria, qualunque essa sia.
Se, insomma, c’è un aspetto “inquietante” nelle giaculatorie confindustriali è proprio questa incapacità di individuare sia le cause della propria crisi che le possibili vie d’uscita. La “ricetta” è sempre la stessa: tariffe di favore (per l’energia, soprattutto), defiscalizzazione di molti oneri (quelli previdenziali, in primo luogo), blocco salariale, allungamento della giornata lavorativa e flessibilità totale sulle turnazioni, protezione dalla concorrenza estera.
Davanti c’è l’abisso della deindustrializzazione, verso cui ha spinto proprio quella “ricetta”. Ma si chiede di fare “un altro passo avanti” nella stessa direzione. Gli esisti sono certi...
Il tutto senza neanche considerare – l’impresa privata non se ne cura, ma pretende di trovarsi le soluzioni già fatte a spese di altri, ossia del “pubblico” – l’effetto desertificante che quelle scelte hanno avuto sull’istruzione, i saperi, i talenti delle generazioni. Un processo diventato inarrestabile dai primi anni Novanta (con la caduta del “socialismo reale”), ma iniziato un decennio prima, con la revanche neoliberista avviata da Reagan e Thatcher.
Solo che quella “vittoria sul lavoro”, che indubbiamente gonfiava i profitti insieme al dispotismo sui dipendenti, ha eliminato ogni necessità – e competenza – relativa alla strategia di politica economica, industriale, sociale e dell’istruzione all’altezza dei tempi.
In altri termini, ha eliminato ogni capacità di affrontare “il mercato” secondo una logica di sistema, come se l’individualismo proprietario arraffone fosse sufficiente per navigare – a vista corta – per sempre.
A noi non sembra invece una cosa strana il fatto che in questo momento prevalgano in modo netto quei sistemi industriali che si sono sviluppati dentro una logica unitaria, “programmata” e “pianificata” sull’arco dei decenni invece che sui tempi sincopati della “trimestrale di cassa” su cui giocare la quotazione del titolo azionario.
Uscire da questo imbuto non sarà possibile finché continuerà a prevale quella logica miserabile dell’imprenditore “assistito”, che chiede “libertà d’azione” quando c’è da spremere o incassare, ma pretende “protezione pubblica” quando si tratta di fare i conti con il proprio fallimento.
Fonte
20/04/2026
Anche Confindustria torna a parlare di gas russo e di miopia della UE
A convincere di questa necessità Descalzi è stata la dura realtà dei numeri e dei mercati. E ora, a fargli eco, è arrivato anche il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, che è arrivato a fare affermazioni piuttosto pesanti: “questa miopia [della UE, ndr] veramente mi spaventa. Forse dobbiamo cambiare chi ci sta governando in Europa”.
Il numero uno di Confindustria ha posto la questione del gas durante un convegno a Genova, legandola ai pericoli di una prosecuzione del conflitto con l’Iran. Ma su queste formule, diciamo così, “politiche” di come lanciare l’allarme alla classe politica non bisogna cadere in errore. Il fatto stesso che la messa al bando è prevista fra più di sette mesi e se ne parli ora fa capire che ci sono nodi strutturali con cui bisognerà fare i conti, e sono quelli delle capacità effettive e dei costi.
Il fatto che sia stata annunciata la riapertura dello Stretto di Hormuz, di per sé, non risolve affatto la situazione. Anche perché c’è una certezza diffusa sul fatto che, qualora le attuali trattative portassero davvero a una normalizzazione della situazione in Asia Occidentale, le forniture non potranno essere ripristinate come nulla fosse successo: i danni materiali sono tanti, e richiedono tempo e soldi per essere aggiustati.
C’è poi il problema dei costi (senza considerare che, d’ora in poi, non è escluso ci possa essere un pedaggio per attraversare lo Stretto di Hormuz). “Prima dello scoppio del conflitto tra Russia e Ucraina – ha detto Orsini – il costo dell’energia era a 28 euro al megawattora, oggi siamo a 160 euro al megawattora”. Un aumento che mette fuori gioco la competitività italiana, e che rischia di provocare una recessione, e anche l’accelerazione della deindustrializzazione del Paese.
Orsini ha accennato a possibili problemi con i viaggi aerei e col reperimento di alcuni prodotti sugli scaffali siciliani, e ha criticato la UE perché non ha misure pronte, perché sta “parlando ancora di aiuti di Stato e non di debito pubblico”. Tradotto: perché si preoccupa ancora delle sue regole inadeguate alla crisi e alla fase storica che viviamo, piuttosto di interventi sensati e concreti sulle condizioni della produzione.
Questo pressing degli imprenditori sta facendo divergere le anime del governo, con Giorgia Meloni cauta e aderente ai dettami europei, mentre Salvini parla di mettere in sicurezza ora le forniture energetiche per il futuro. Anche se ciò non significa necessariamente rompere con il blocco del gas russo, dato che si hanno davanti mesi e mesi: per ora, è soprattutto retorica per differenziarsi e far finta di rispondere alle esigenze di padroni e padroncini.
C’è un’altra voce dell’imprenditoria italiana che sembra tentare di calmare le acque, ma che in realtà sta rivelando lo spostamento della dipendenza strutturale dell’Italia (e in prospettiva della UE) da Mosca a Washington, con grandi guadagni per quest’ultima e grandi perdite per i nostri portafogli. È Edison, titolare del principale contratto italiano con Doha, che fa il punto dei circa 1,4 miliardi di metri cubi di gas previsti tra aprile e giugno, e venuti a mancare.
A salvare la situazione è stato il GNL made in USA: la società è già riuscita a rimpiazzare sette dei dieci carichi mancanti attingendo dal mercato statunitense, grazie anche alla recente pace siglata con Venture Global dopo un lungo arbitrato. Ma nonostante l’ottimismo di Nicola Monti, amministratore delegato, il prezzo da pagare è alto: il gas spot costa molto di più di quello pre-crisi e le nuove normative europee sulla certificazione delle emissioni di metano rischiano di tradursi in pesanti penali per gli importatori.
In sostanza, cominciano a essere i “rappresentati” da questo governo (e anche dalla finta opposizione del campo largo, in parte) a lamentarsi del suicidio strategico della UE. Voci che a Roma come a Bruxelles devono tenere di conto, e mostrano la schizofrenia di un progetto imperialistico che si sta dimenando nella sua incapacità di assumere una direzione sensata.
Fonte
07/04/2026
Le contraddizioni materiali alla base della crisi di consenso del Governo Meloni
Riprendiamo la storia lì dove le avevamo
lasciata: il Governo Meloni affannosamente impegnato a redigere la legge
finanziaria per il 2026 in forma tale da compiacere non uno, non due, ma ben tre padroni:
1) gli Stati Uniti, che impongono a tutti i Paesi NATO un aumento delle
spese militari per finanziare i loro rigurgiti imperiali;
2) l’Unione Europea, che pretende una rigida disciplina del bilancio pubblico da
parte di tutti gli Stati membri, per forzarne la transizione verso lo
stato minimo;
3) e infine la borghesia industriale italiana, che cerca
rifugio dalla sfrenata concorrenza internazionale elemosinando bonus
statali, crediti fiscali e altre agevolazioni a tutela dei propri
profitti.
Davanti a questo trilemma, il Governo Meloni ha disperatamente provato a non scontentare nessuno dei suoi padroni, e dunque ha scelto di non scegliere.
Si è impegnato con gli Stati Uniti ad aumentare le spese militari fino al 5% del PIL entro il 2035, ma con quali soldi?
Il problema lo pone il secondo padrone, l’Unione europea, perché il nuovo Patto di stabilità e crescita consente di scorporare le spese militari dall’applicazione dei vincoli di bilancio – dunque in sostanza di spendere liberamente per armi e munizioni fuori da qualsiasi disciplina di bilancio – solamente a quei Paesi che abbiano il deficit pubblico all’interno della soglia del 3% del PIL prevista dai Trattati. E l’Italia è sottoposta ad una procedura d’infrazione delle regole europee proprio perché fino ad oggi si trova al di sopra di quella soglia.
Per questa ragione, il Governo ha deciso di accelerare il percorso di rientro dalla procedura d’infrazione, provando ad abbattere il deficit sotto al 3% già per il 2025, imponendo sacrifici ai lavoratori e alle lavoratrici italiane nella speranza di centrare l’obiettivo di finanza pubblica e liberare così risorse a partire dal 2026, per sostenere le guerre USA in giro per il mondo.
Una scommessa che gli è costata una finanziaria di mancette agli imprenditori, in attesa di guadagnare qualche margine di bilancio per l’anno 2026, un anno cruciale in vista delle elezioni politiche previste per il 2027.
Tuttavia, e siamo all’oggi, l’equazione elaborata dal Governo Meloni per risolvere il trilemma inizia a scricchiolare. Comprendere la natura di questi scricchiolii ci sembra fondamentale non solo per mettere in luce le debolezze del governo in carica, ma anche per gettare uno sguardo alle debolezze strutturali che avrebbe qualsiasi governo, in Italia, che scelga di servire i tre padroni del Governo Meloni, schierandosi con gli Stati Uniti e la NATO, scegliendo la piena compatibilità con la disciplina fiscale europea e indirizzando la politica economica al mero sostegno dei profitti.
Il primo scricchiolio si è sentito il 2 marzo scorso, quando l’ISTAT ha pubblicato l’aggiornamento del dato sul deficit pubblico del 2025, stimato al di sopra delle aspettative del Governo, al 3,1% del PIL. Tale dato si dovrà consolidare nei prossimi giorni ma, ove fosse confermato, sancirebbe la permanenza dell’Italia sotto procedura d’infrazione per deficit eccessivo, e dunque determinerebbe il fallimento del rocambolesco piano immaginato dal Governo. Con il deficit sopra il 3% niente scorporo delle spese militari: ogni euro speso per obbedire agli ordini di Trump dovrebbe essere sottratto immediatamente a servizi pubblici, infrastrutture, sanità, scuola, pensioni, proprio nell’anno della campagna elettorale per le politiche del 2027.
Il secondo scricchiolio, sinistro, si è avvertito il successivo 26 marzo, quando il Segretario generale della NATO, Rutte, ha presentato i primi dati di monitoraggio dell’impegno assunto da tutti i Paesi dell’Alleanza Atlantica verso l’incremento della spesa militare. Secondo i dati ufficiali NATO, nel 2025 l’Italia avrebbe una spesa militare appena sufficiente per rispettare l’obiettivo del 2% stabilito nel documento di finanza pubblica e coerente con l’obiettivo di raggiungere il 5% del PIL entro il 2035. In realtà, la spesa militare in senso stretto era di poco superiore all’1,5% e pari a circa 35 miliardi di euro. Solo dopo essere uscito dalla procedura d’infrazione per deficit eccessivo con l’UE, il Governo si prodigherebbe alacremente per rimpolparla. Il risultato del 2% è stato, infatti, raggiunto in modo truffaldino, tramite la riclassificazione in “militari” di una serie di spese già presenti nel bilancio dello Stato. Si tratta di spese per infrastrutture, etichettate come “mobilità militare”, spese per la digitalizzazione della pubblica amministrazione, ammantate come “cybersicurezza”, ma anche – disperatamente – gettando nel mucchio le spese INPS ascrivibili alle pensioni del personale militare, un contributo davvero decisivo per le guerre in corso! Un esercizio di stile dai tratti tragicomici, che è stato tollerato dai vertici NATO solo a fronte dell’impegno assunto dal Governo Meloni nel medio e lungo periodo, che non solo punta ad aumentare la spesa militare al 5%, ma specifica anche che, di quella soglia, il 3,5% dovrà essere composto da vera spesa militare per armamenti, non autostrade, siti internet e pensioni.
La guerra, insomma, è una cosa seria e il tempo del gioco, per il Governo italiano è finito. Rutte stesso, a conclusione della presentazione del suo Rapporto sulle spese militari, è stato chiaro: «Mi aspetto che gli Alleati, al prossimo vertice Nato di Ankara, dimostrino di essere su un percorso chiaro e credibile verso l’obiettivo del 5%».
Il terzo scricchiolio, forse quello che ha avuto l’eco più forte nelle stanze governative perché la sua fonte è più vicina, ha risuonato poche ore dopo, sabato 28 marzo. È il giorno successivo di un Consiglio dei ministri che ha approvato un decreto-legge in materia fiscale che, tra le altre misure, annuncia un taglio delle risorse destinate ai cosiddetti “esodati” della misura Transizione 5.0, un credito d’imposta rivolto alle imprese che effettuano investimenti legati alla sostenibilità ambientale e la digitalizzazione. Contro questo taglio si è levato il grido di dolore dei padroncini italiani, che da sabato hanno iniziato a lagnarsi – a partire dal Presidente di Confindustria Orsini.
Il Governo aveva destinato 2,6 miliardi di euro del PNRR per finanziare questo ennesimo regalo alle imprese, Transizione 5.0. Il regalo era talmente ghiotto che le imprese si sono fiondate in massa su questa agevolazione, le risorse stanziate sono state esaurite e sono rimaste inevase richieste per oltre 1,6 miliardi di euro. Per far fronte a questa coda di richieste, il Governo aveva stanziato in legge di bilancio ulteriori 1,3 miliardi di euro, sperando che fossero sufficienti a soddisfare le domande tecnicamente ammissibili rispetto al monte di quelle comunicate.
Tuttavia, questo è il dettaglio centrale per capire la vicenda: secondo le regole contabili europee, i crediti fiscali non sempre pesano sui conti pubblici nell’anno in cui vengono materialmente erogati (in questo caso il 2026), ma possono essere imputati all’anno in cui gli investimenti sono stati effettuati (ovvero nel 2025, anno degli investimenti comunicati dalle imprese). In questa chiave, gli ulteriori 1,3 miliardi di euro previsti dal Governo in legge di bilancio potrebbero finire – almeno in parte – per incidere sul deficit del 2025, proprio quello che l’esecutivo cerca disperatamente di mantenere sotto controllo per compiacere, insieme, Stati Uniti e Unione Europea.
Quando l’ISTAT ha annunciato che siamo ancora sopra al 3%, il Governo è dovuto correre ai ripari, e in fretta. Da qui, evidentemente, la scelta – dolorosa per chi è abituato a obbedire a tutti gli ordini di Confindustria – di tornare sui propri passi e sottrarre qualche risorsa ai suoi padroncini più prossimi, quella borghesia industriale italiana che rappresenta il blocco sociale di riferimento dell’attuale maggioranza parlamentare e finanziare una temporanea e insufficiente riduzione del costo della benzina. Un’operazione marginale e demagogica, che tuttavia rivela le tensioni crescenti nel blocco sociale che sostiene l’esecutivo.
Servire tre padroni si sta rivelando impossibile. E i più attenti avranno notato che, nella ricostruzione delle crepe che si aprono ogni giorno nel Governo non abbiamo avuto bisogno di menzionare il risultato del referendum costituzionale in materia di giustizia, che pure – evidentemente – ha una posizione di rilievo.
Non ne abbiamo avuto bisogno perché gli esiti di quel referendum sembrano riconducibili più agli effetti che alle cause delle debolezze strutturali del Governo che abbiamo provato a mettere in luce. La vittoria del NO si configura come una crisi di consenso di un Governo che si è legato, mani e piedi, al progetto bellicista degli Stati Uniti, al disegno di macelleria sociale dell’Unione Europea e al tentativo di porre un argine in difesa del capitalismo italiano a fronte degli sconvolgimenti che stanno rivoluzionando i mercati internazionali, dall’energia ai traffici commerciali. Questa scelta politica sta producendo un progressivo impoverimento dell’Italia.
Il Governo Meloni si è insediato con un PIL che sfiorava il 5% nel 2022 (eravamo in piena ripresa post-Covid, l’UE aveva sospeso l’applicazione delle regole di bilancio per consentire di contrastare gli effetti della pandemia), e la sua politica economica – fatta di guerra, austerità e profitti – ha prodotto un inesorabile declino: 0,9% nel 2023, 0,7% nel 2024 e 0,5% nel 2025. Gli scricchiolii del Governo Meloni sono musica per le nostre orecchie, ma questa analisi vuole sottolineare un dato politico che va ben oltre l’attuale esecutivo.
Infatti, l’opposizione parlamentare è composta oggi da forze politiche che hanno sempre dimostrato, con i fatti quando erano al Governo prima ancora che con le dichiarazioni, di servire esattamente gli stessi padroni che stanno determinando la crisi di consenso della maggioranza odierna. Se l’attuale Governo sarà soppiantato dall’ennesimo esecutivo di centro-sinistra, siamo certi che non vi sarà alcun reale progresso per i lavoratori italiani e nessun futuro di pace per i giovani, che continueranno ad essere condannati all’orizzonte di guerra e precarietà che ci impongono Confindustria, Unione Europea e Stati Uniti.
Lavoro, salari dignitosi e un futuro di pace saranno possibili solo se l’opposizione sociale al Governo saprà tradurre la crisi di consenso dell’attuale maggioranza nel rifiuto radicale del terreno di compatibilità con l’Unione Europea, la NATO e Confindustria, un terreno condiviso da tutte le forze attualmente sedute in parlamento, dalla destra al centrosinistra.
04/06/2025
Governo Meloni e Confindustria: amici per la pelle
Nei momenti di difficoltà, è sempre bello poter contare sugli amici. Deve avere pensato questo la presidente del Consiglio Meloni quando ha partecipato all’assemblea nazionale di Confindustria lo scorso 27 maggio.
Del resto, è dall’inizio della legislatura che le due parti vanno d’amore e d’accordo, specie dopo la crisi inflazionistica che ha visto una politica economica del governo tutta tesa a contenere il costo del lavoro e garantire un margine di profitto accettabile per le imprese.
E quando si va dagli amici, è buona educazione non presentarsi a mani vuote, e infatti anche stavolta la Meloni ha assicurato che lo Stato si farà carico di garantire un certo livello di profitti per le imprese: si va dalla promessa di dirottare in sussidi alle aziende parte dei fondi PNRR che (prevedibilmente) l’Italia non riuscirà a spendere nei tempi previsti, anche per addolcire l’impatto sulle imprese stesse dei possibili dazi provenienti da oltreoceano, fino all’impegno di allentare ancora quel poco di impegno verso una transizione energetica e ambientale (ormai finita nel dimenticatoio), passando per la possibilità (peraltro tutta da dimostrare) che l’incremento della spesa militare andrà a beneficio anche delle imprese italiane.
Per rendere un minimo realistico questo appuntamento era però essenziale che entrambe le parti in commedia presentassero anche un volto “responsabile” e si mostrassero consapevoli che qualcosa ancora non va, così da creare il pretesto per Confindustria per chiedere ulteriori impegni, identificando all’uopo qualche nuovo nemico.
Cominciamo dal padrone di casa, il presidente di Confindustria Orsini, che è riuscito a dire (incredibilmente rimanendo serio): “Le retribuzioni italiane che perdono potere d’acquisto spingono verso il basso consumi e crescita, e abbattono la dignità della vita e del lavoro. È un problema nazionale”. Dunque, il capo dell’associazione delle imprese italiane, che firma i contratti nei quali si stabilisce che i salari devono sistematicamente perdere potere d’acquisto, si lamenta che i salari perdono potere d’acquisto... un corto circuito incredibile, che in realtà nasconde due insidie davvero pericolose.
La prima (non nuova) è l’idea che il livello dei salari vada sostenuto non dalla contrattazione ma dalla fiscalità generale, spostando quindi i relativi oneri dalle imprese allo Stato. È insomma la solita storia del taglio del cuneo fiscale, su cui tante volte siamo intervenuti.
La seconda insidia è più sottile, ma altrettanto pretestuosa. Secondo Orsini, le imprese associate a Confindustria tutto sommato offrirebbero salari adeguati. Il problema sarebbero i contratti pirata, firmati da sindacati non rappresentativi, contratti che favorirebbero una concorrenza scorretta a tutto danno delle imprese sane di Confindustria. Contro tutto questo è necessario fare fronte comune, dice Orsini, insieme a Governo e sindacati responsabili, “altrimenti, se così non sarà, vengano dati a noi imprese gli strumenti adeguati per capire chi è in regola e chi non lo è”.
Ci sono almeno tre cose da contestare in questo ragionamento. In primis, non è affatto vero che i contratti firmati da Confindustria siano contratti sani, in quanto come già ricordato sono proprio questi contratti che durante la crisi inflazionistica hanno certificato la perdita di salario reale da parte dei lavoratori.
In secondo luogo, è ridicolo che Orsini si lamenti della concorrenza scorretta da parte di imprese che utilizzano contratti pirata, come se non sapesse che la strategia industriale delle sue imprese “sane” è fondata proprio sulla logica della frammentazione dei cicli produttivi e l’esternalizzazione di servizi proprio a questo tipo di imprese, attraverso una logica di appalti e subappalti favorita da decenni di deregolamentazione del mercato del lavoro (con conseguenze anche in tema di sicurezza sui luoghi di lavoro che, ricordiamolo, è anche oggetto di uno dei quesiti referendari dell’8-9 giugno).
Infine, è davvero inquietante la proposta finale di Orsini, ovvero che siano le imprese stesse a decidere “chi è in regola e chi non lo è”. Il controllo sull’operato delle imprese è una prerogativa dello Stato, e va sostenuto e monitorato dalle organizzazioni dei lavoratori: le imprese sono i soggetti controllati, non i controllori!
Al presidente Orsini ci permettiamo quindi di dare un consiglio. Se è davvero così preoccupato della caduta dei salari italiani, con conseguente stagnazione della domanda, ha in mano un’arma fantastica... alzare i salari!
E veniamo ora alla presidente Meloni la quale, capendo che la retorica per cui l’Italia starebbe vivendo una specie di boom economico ormai non regge più, è alla ricerca di una nuova arma di distrazione di massa, individuata nei “dazi interni” nell’Unione Europea.
È evidente che questa strategia, a partire dai termini utilizzati, risponde anche alla necessità di dire qualcosa rispetto alla possibile guerra commerciale con l’amico Trump. Ma cosa sono esattamente questi “dazi interni”? Si tratta generalmente non di tariffe vere e proprie (praticamente escluse nel mercato comune europeo), ma di quel poco di regolamentazione nazionale, differenti procedure amministrative, specifici requisiti ambientali, sovvenzioni sociali e ambientali, etc. sopravvissuti alla furia liberalizzatrice imposta dalla UE negli ultimi 35 anni.
Insomma, e qui è il paradosso, scagliarsi contro i dazi interni della UE vuol dire chiedere all’Unione Europea di fare sempre più (e sempre peggio) l’Unione Europea, e in misura corrispondente chiedere agli stati nazionali europei di fare ulteriori passi indietro nella propria capacità di intervenire sul mercato. La Presidente del Consiglio de “la pacchia è finita” è diventata quindi più europeista della stessa Unione Europea (e non a caso ad ascoltarla a Confindustria c’era la sua amica Metsola, presidente del Parlamento Europeo).
Ma questa prospettiva non è solo paradossale, per l’Italia in particolare è anche inquietante: dopo decenni di deindustrializzazione e competitività affidata unicamente alla svalutazione del lavoro, il tessuto produttivo italiano è composto oramai principalmente da piccole e piccolissime imprese, per le quali quel minimo di regolamentazione nazionale residua funge a volte da barriera di protezione nei confronti di possibili competitor esteri (in primis di altri stati membri della UE). La battaglia alla cieca contro i dazi interni rischia quindi di travolgere quel poco che resta di imprese domestiche, senza peraltro garantire in nessun modo opportunità e condizioni migliori per i lavoratori.
L’assemblea di Confindustria, pur nella sua stanca ritualità, mette quindi a nudo una volta di più le ipocrisie del padronato e del governo italiano.
29/05/2025
Il presidente di Confindustria chiede un piano industriale europeo
Ma nel pieno della crisi industriale continentale e della transizione dei suoi sistemi produttivi verso un’economia di guerra, l’evento è diventato una lente per leggere i nodi della UE. Innanzitutto perché vi era presente anche la presidente del Parlamento Europeo, Roberta Metsola, che ha elogiato il made in Italy, e poi anche Palazzo Chigi.
“Un particolare riconoscimento alla leadership della presidente Meloni, per aver contribuito a mantenere l’Italia al centro delle decisioni europee e per aver insistito su soluzioni di buon senso”. Probabile che il riferimento non fosse solo alla dimensione economica, ma anche e soprattutto a quella geopolitica, con il governo che prova a tenere il piede nelle due staffe di Washington e Bruxelles.
La stessa presidente del Consiglio ha ricordato il ruolo svolto nel promuovere il dialogo tra le due sponde dell’Atlantico. E tuttavia Meloni non ha lasciato senza critiche la UE, con stoccate mirate che sembrano indicare la volontà di approfittare della kermesse di Confindustria per fare campagna elettorale tra il proprio riferimento sociale – quello degli imprenditori.
La leader di Fratelli d’Italia ha infatti affermato che bisogna “avere il coraggio di contestare e correggere un approccio ideologico alla transizione energetica”, sottolineando il fatto le filiere green sono controllate dalla Cina. Una campagna elettorale più o meno a costo zero rispetto ai rapporti con Bruxelles, dato che la Commissione Europea sta già nettamente rivedendo le normative sulla sostenibilità per venire incontro alle esigenze dell’economia di guerra.
“Ancora oggi non riesco a capire il senso strategico di fare una scelta del genere”, ha detto. Insomma, più un invito a creare una UE forte nella competizione globale, e al diavolo l’ambiente o le condizioni di vita di lavoratori e pensionati, che poco si adeguano al profitto. In questa direzione vanno infatti anche le parole spese sulle barriere commerciali interne.
“Il costo medio per vendere un bene tra gli Stati dell’Unione Europea equivale a una tariffa di circa il 45%, rispetto al 15% stimato per il commercio interno negli Stati Uniti”, ha detto Meloni, “per non parlare dei servizi, dove la tariffa media stimata arriva al 110%”. Anche Metsola ha ribadito che la UE “deve abbattere le barriere, non alzare ostacoli”.
Una grande sintonia tra Roma e Bruxelles, dunque, anche se rimane sul piatto il problema dei costi dell’energia, su cui Meloni ha voluto spendere parole di rassicurazione. Tutti insieme, questi temi sono stati toccati anche dal presidente di Confindustria, che ha chiesto al governo un intervento assai sostanzioso.
“Per tutto questo – ha detto Orsini – pensiamo ad un sostegno agli investimenti di 8 miliardi di euro l’anno per i prossimi 3 anni. Ancora meglio se avessimo un orizzonte temporale di 5 anni”. Parliamo di una cifra in media un poco più bassa di quella che è stata spesa ogni anno per il reddito di cittadinanza, ma in questo caso nessuno si azzarda a dire che sono sussidi per scansafatiche...
Sulla linea di Meloni e Metsola, anche per Orsini la cornice di questa iniziativa rimane quella del mercato comunitario: “serve un piano industriale straordinario europeo, basato su investimenti e abbattimento degli oneri burocratici”. E qui arriva però anche la richiesta di un profondo cambiamento delle regole europee.
“Comprendiamo che l’Europa debba spendere di più e meglio per la propria difesa. Ma la guerra commerciale va affrontata con la stessa determinazione e con investimenti straordinari altrettanto necessari”, aggiungendo che “non è possibile che l’unica eccezione per sforare il Patto di Stabilità sia relativa alla spesa per la difesa”.
“Se questo non accade, avremo dato ragione a chi non vuole un’Europa né più unita, né più forte”, ha concluso Orsini. Dai discorsi fatti a Bologna si capisce che tra vertici europei, italiani e dell’imprenditoria nazionale c’è una sostanziale intesa nell’orizzonte della costruzione di una UE come attore a tutto tondo della competizione globale.
Quello che Confindustria ha voluto mettere in chiaro è che però le regole di un tempo non sono più adatta a questa nuova fase storica. Per quanto ciò sia evidentemente vero, c’è da capire quanta leva possiede davvero il tessuto produttivo italiano, rappresentato da Meloni, nel promuovere questi cambiamenti nei consessi che contano, quelli di Bruxelles.
Fonte
22/05/2025
Confindustria chiede a Enel un po’ di “patriottismo” e di non pensare solo ai profitti
Insomma, è una voce che pesa nel sistema imprenditoriale italiano, e domenica scorsa ha deciso di rispondere alle indiscrezioni riportate da Repubblica, secondo cui dentro la dirigenza Enel ci sarebbe ormai un’insofferenza tale agli attacchi sui costi eccessivi dell’energia che qualcuno sta valutando di andarsene da Confindustria.
“Rompere non è nell’interesse di nessuno”, ha detto Gozzi, che chiede agli operatori del settore “un gesto patriottico”. Ha poi aggiunto: “il punto di equilibrio non può essere il profitto delle utility, ma la salvaguardia del sistema produttivo nazionale”. Sentire un dirigente di Confindustria dire che non si può pensare solo al profitto di fronte a un problema sistemico fa capire la gravità della crisi delle imprese.
Quello dei prezzi dell’energia Orsini lo ha definito il problema per eccellenza delle aziende italiane, e lo ha denunciato recentemente anche Draghi. L’associazione imprenditoriale ha espresso parere molto negativo sul decreto Bollette approvato dal Senato a fine aprile, lamentando il fatto che nessuna delle sue proposte è stata ascoltata.
Le attività energivore accusano i produttori di energia di speculare sulle loro necessità, facendo danno a tutto l’apparato manifatturiero nazionale. A loro volta, i produttori di energia hanno ricordato ai comparti energivori che già ricevono un sussidio pubblico da 2 miliardi di euro all’anno.
A fare le spese degli alti costi, però, sono anche le piccole e medie imprese, come afferma il delegato di Confindustria per l’energia Aurelio Regina: “nel 2024 il prezzo all’ingrosso dell’elettricità in Italia è stato dell’84% più alto rispetto alle altre grandi manifatture europee, con un costo extra per le imprese di 6 miliardi. È un tema di competitività”.
L’amministratore delegato di Enel, Flavio Cattaneo, aveva ricordato che la sua compagnia ha ridotto di molto i prezzi, in favore di tutti, ma ricordando appunto che “Confindustria rappresenta tutti gli associati”, ovvero anche l’Enel stessa: insomma, questi attacchi non vanno molto a genio a uno dei principali operatori del settore elettrico.
È bene dunque spendere un paio di parole su questa dura dialettica a distanza tra Gozzi e Cattaneo. Primo, perché non capita tutti i giorni sentire un rappresentante delle imprese rendere palese che la ricerca del profitto a tutti i costi, a lungo andare, crea scompensi irrisolvibili che fanno male all’intero sistema-paese.
Certo, lo ha affermato in maniera strumentale per garantire ulteriori sconti alle imprese. Ma c’è stata poi la denuncia reciproca da parte dei produttori di energia, che hanno svelato i 2 miliardi all’anno che gli energivori prendono dallo stato. Il re è nudo: il mondo imprenditoriale che tanto si lamenta degli scansafatiche, e ai tempi del reddito di cittadinanza, campa di sussidi.
Sussidi e rendita sulle grande infrastrutture creato negli anni di un sistema industriale misto pubblico-privato. Un altro tema di scontro è, ad esempio, il rinnovo delle concessioni idroelettriche, su cui Gozzi annuncia “anche noi consumatori parteciperemo con consorzi di energivori”, sfidando le tradizionali società che fino a ora hanno avuto in gestione le centrali.
Ma è altrettanto interessante sottolineare come, con leggerezza, un grande operatore come Enel venga dato per incline a lasciare Confindustria. Tutto ciò fa pensare a come, ormai, i consessi che contano non sono più quelli del capitalismo italiano, ma sono probabilmente altrove. Che sia stato proprio il delegato all’autonomia strategica europea a rispondere a queste voci fa capire dove.
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25/09/2024
Confindustria all'incasso, pagano sempre i lavoratori
Il Governo Meloni è impegnato, fin dal suo insediamento, in una lotta senza quartiere a lavoratori, pensionati e sanità pubblica. In mezzo alle macerie c’è, però, chi si trova benissimo e perfettamente a suo agio e non esita a presentare al Governo i suoi desiderata, certo di trovare orecchie comprensive e disponibilità immediata all’azione.
Emanuele Orsini, appena insediatosi come presidente di Confindustria, ha avuto il merito di mostrare in tutta la sua evidenza la sintonia totale tra padronato ed Esecutivo, con una relazione all’Assemblea dell’associazione datoriale che colpisce per sfacciataggine e ingordigia, tra apprezzamenti espliciti a quanto fatto fino ad ora dal Governo e una lista di ulteriori richieste. Proviamo a vederne gli aspetti salienti.
La relazione inizia con il solito calderone di frasi fatte, apparentemente innocue ma funzionali a tratteggiare un mondo di armonia, in cui gli interessi di imprenditori, lavoratori e della società nel suo insieme coincidono, un mondo in cui vi è una “responsabilità collettiva, di tutti i soggetti sociali e politici del nostro Paese, quella di realizzare un deciso balzo in avanti della produttività italiana”. In questo contesto, prosegue Orsini, ci sono “interessi generali” che non devono essere compromessi da scontri politici, interessi generali che, come vedremo, richiedono una serie di regalie da fare ai padroni.
Dopo aver preparato il terreno, Orsini passa senza indugi all’incasso. In maniera eloquente, la prima richiesta avanzata è di rendere permanente il taglio del cuneo fiscale. Come abbiamo avuto modo di scrivere in più occasioni, questa misura è una truffa ai danni dei lavoratori, che mette a carico della fiscalità generale, e quindi dei lavoratori stessi, la soluzione (peraltro illusoria) al problema di salari miseri e stagnanti. Orsini ha il merito, quantomeno, di rendere esplicito ciò che già era ovvio, e cioè che tagliare il cuneo fiscale beneficia esclusivamente i padroni, come mostrato anche dall’entusiasmo dei Governi Draghi e Meloni per questo provvedimento. Con l’occasione, il presidente di Confindustria non rinuncia a mostrare una immancabile ciarlataneria di fondo, coniando il nonsenso “se le retribuzioni sono al di sotto della media europea il costo del lavoro è più elevato”.
La frase è, di per sé, priva di ogni logica ma anche emblematica, poiché attribuisce la piaga delle retribuzioni basse non all’avidità del padrone che non paga a sufficienza i suoi dipendenti, ma agli oneri (come ad esempio i contributi previdenziali) che renderebbero il costo del lavoro in Italia eccessivo (una cosa incidentalmente falsa) e obbligherebbero quindi i datori di lavoro a risparmiare sul salario effettivamente versato al lavoratore. E qual è la soluzione? Mettere gli oneri previdenziali a carico dello Stato e, quindi, dei lavoratori.
Orsini tocca poi il problema della disoccupazione e scarsa occupazione giovanile in Italia. La ricetta è semplice: “Abbiamo il dovere di trasmettere loro (ai giovani) la cultura del lavoro e la ricchezza di avere un’ambizione. Se continua a prevalere una cultura anti-impresa non facciamo il bene di nessuno”. Se sei un neolaureato e non trovi un lavoro o hai un contratto precario e con salario da fame, la colpa è la tua, della tua mancanza di ambizione e della fantomatica cultura anti-impresa, cioè del fatto che i padroni nostrani non ricevono sufficienti prebende. Per fortuna il presidente di Confindustria ha diverse idee al riguardo. Si parte con la proposta di un Piano Straordinario di Edilizia per i lavoratori neoassunti. In un Paese in cui oltre 10 milioni di case sono inabitate (e si inasprisce la repressione verso i movimenti per il diritto all’abitare e le occupazioni), c’è comunque bisogno di riempire ulteriormente le tasche ai palazzinari, mettendo a carico della collettività le “garanzie finanziarie” necessarie a rendere priva di rischio l’ennesima ondata di speculazione edilizia privata (non si parla ovviamente di edilizia pubblica, nella relazione). Si passa poi a domandare “colossali investimenti pubblici” – il keynesismo con i soldi degli altri – nell’ambito della fantomatica politica industriale europea, cioè sovvenzioni pubbliche ai profitti privati, con annesso plauso al cosiddetto Rapporto Draghi che ha “riportato con profondità e completezza le istanze delle nostre imprese, su cui da tempo richiamiamo l’attenzione”. Sul punto, sia chiaro, occorre dire che gli investimenti pubblici sono uno degli strumenti principali per garantire la piena occupazione e l’ammodernamento tecnologico e infrastrutturale del Paese. Peccato, però, che Orsini stia palesemente bluffando. Tali investimenti, richiederebbero un incremento della spesa pubblica e del deficit, cosa che né il Governo né Confindustria caldeggiano.
C’è spazio, anzi, nel discorso del Presidente, per un esplicito apprezzamento – con ringraziamento annesso – per come il Governo sta tenendo la barra dritta sul sentiero dell’austerità, unito a un invito a tagliare ancora la spesa pubblica. Le parole di Orsini spiegano la questione in maniera limpida: “Ciò (tagliare la spesa pubblica) consentirebbe di non compromettere gli obiettivi di rientro del bilancio e contestualmente di finanziare le misure a favore della crescita, in modo strutturale e deciso”. La dottrina dell’austerità e della scarsità delle risorse nella sua versione più violenta: tutto quello che lo Stato mette per tagliare il cuneo fiscale o fare regali ancora più diretti ai padroni sotto forma di sgravi o incentivi, lo deve prendere da qualche altra parte, andando magari a tartassare le vittime abituali: la sanità pubblica, le pensioni e così via.
Si prosegue, poi, con l’appello a scelte coraggiose, tra cui il ritorno al nucleare – visto come una straordinaria occasione di profitto, anche qui a carico dello Stato (alla faccia dei due referendum abrogativi del 1987 e del 2011, che hanno bocciato la soluzione) – e una apodittica alzata di spalle verso le rinnovabili (E pensate che solo l’utilizzo di energia proveniente da fonti rinnovabili possa soddisfare il nostro fabbisogno energetico? Noi no).
Ma la parte più corposa del bottino deve ancora venire. Servono, ci dice Orsini, “rilevanti incentivi agli investimenti”, e soprattutto è necessario “far convergere le risorse disponibili, immaginando una cornice pluriennale di finanziamenti pubblici e privati per difendere e potenziare le filiere industriali strategiche.” Non finisce qui, perché il passo successivo è chiedere sgravi fiscali, tra cui l’abolizione dell’IRAP (Imposta regionale sulle attività produttive, di fatto l’unica che si riesce ancora a far pagare alle imprese e i cui introiti sono destinati in massima parte al finanziamento del sistema sanitario), l’introduzione di scappatoie al pagamento dell’IRES (Imposta sul reddito delle società) e la reintroduzione dell’ACE.
Quest’ultimo è il cosiddetto Aiuto alla crescita economica, ovvero uno sgravio fiscale concesso alle imprese che aumentano la propria patrimonializzazione. In altre parole, l’investimento privato verrebbe di fatto finanziato, almeno parzialmente, dalla fiscalità generale. Conviene ricordare che l’ACE, nel suo periodo di vigenza, ha beneficiato soprattutto il settore finanziario (banche e assicurazioni), settori peraltro in cui la patrimonializzazione era imposta dai requisiti regolatori e di sorveglianza: in sostanza queste imprese erano “premiate” in virtù di un comportamento a cui erano obbligate dagli organi di sorveglianza. Va poi sottolineato che le risorse risparmiate con l’eliminazione dell’ACE sono già tornate alle imprese attraverso la maxi-deduzione del costo del lavoro. Orsini, in pratica, chiede la reintroduzione dell’ACE, ma ovviamente (come risulta dalla sua prima richiesta) dà per scontato che continui pure la maxi-deduzione.
L’ennesima riproposizione di quale sia l’essenza ultima del fare il padrone, che chiede soldi al pubblico per poter “fare impresa” e arricchirsi.
Lo Stato però deve anche capire quali sono i suoi limiti e non immischiarsi in ciò che non gli compete. Da qui un “no” secco a ogni proposta di salario minimo stabilito per legge, poiché “Noi difendiamo il principio che il salario, in tutte le sue componenti, si stabilisca nei contratti, nazionali e aziendali, trattando con il sindacato”, un’affermazione che riecheggia gli argomenti con cui i sindacati confederali hanno a più riprese affossato ogni tentativo in questa direzione. Uno Stato che, a quanto pare, non deve neanche darsi pensiero di provare a contrastare la piaga infame degli infortuni sul lavoro, problema da affrontare tramite “un tavolo permanente di monitoraggio e di verifica delle normative di sicurezza” tra sindacati e padroni. Un tavolo. Per 1200 morti all’anno.
Confindustria, insomma, per bocca del suo presidente, non ha problemi a dettare a chiare lettere la sua agenda al Governo. La tutela degli interessi della minoranza di privilegiati del nostro Paese è, d’altronde, la ragion d’essere di entrambi. La presenza della Presidente del Consiglio all’Assemblea dei padroni e l’entusiasmo con il quale è stata accolta ci restituiscono in maniera plastica il quadro della situazione: da un lato, i lavoratori con le loro legittime e sacrosante aspirazioni a una vita dignitosa, a salari più alti e a servizi pubblici funzionanti ed efficienti; dall’altro, i padroni e i loro lacchè, che vogliono soltanto aumentare i propri profitti, a scapito di chi lavora. Occorre rilanciare in maniera prepotente il conflitto sociale, stando dalla parte di chi, soprattutto in questi ultimi anni, ha pagato più di tutti il prezzo dell’inflazione e dell’austerità: le lavoratrici e i lavoratori.
22/07/2024
Porto di Genova: il giudice decide di non decidere sulla RSU di PSA, passa la decisione viziata del comitato dei garanti. Impediscono ai lavoratori di esprimere liberamente i propri rappresentanti, dobbiamo fermarli
Alle elezioni che erano state indette per febbraio, infatti, era stata esclusa la lista USB nonostante più di 200 lavoratori l’avessero regolarmente sottoscritta. Il regolamento elettorale per le RSU nei porti pretende una percentuale esagerata di lavoratori che devono sottoscrivere la presentazione di una lista, addirittura il 30%, oltre ogni accordo o contratto che regola le elezioni RSU di qualsiasi altra categoria. Tuttavia, nonostante la percentuale prevista sia oltre ogni buon senso, la lista dell‘USB è stata presentata da più del 30% dei lavoratori aventi diritto di voto, rispettando un regolamento pensato proprio per garantire che nessun altra lista possa mai competere alle elezioni RSU oltre a quelle dei sindacati firmatari del contratto nazionale, che naturalmente sono esentati dal raccogliere le firme.
Di fronte all’esito sorprendente ed imprevisto del raggiungimento della percentuale richiesta, la Commissione elettorale composta da CGIL, CISL e UIL ha cominciato una lunga manfrina per impedire a tutti i costi che l’USB potesse effettivamente partecipare alle elezioni, appellandosi ai pretesti più incredibili.
In realtà è del tutto evidente che la manovra non sta in piedi. E infatti sono gli stessi rappresentanti di cgil, cisl e uil che sospendono le elezioni, chiedono lumi alle segreterie nazionali, e rimandano l’appuntamento elettorale, cercando disperatamente una via d’uscita.
Alla fine, grazie alla presa di posizione degli tutte le segreterie nazionali e di tutte le associazioni datoriali, le quali però propendono per l'annullamento delle elezioni, l'accusa formale nei nostri confronti si focalizza sulla mancata tempestività nell'adesione all’allegato del Contratto in cui è contenuto il regolamento per le elezioni (che non prevede termini) con l’automatica esclusione della lista USB decretata dalla commissione elettorale.
Quando la discussione finisce, come previsto dalla procedura contenuta nell'accordo interconfederale del gennaio 2014 all’Ispettorato del lavoro, dopo due mesi di discussione e tentativi di mediazione, lì il Comitato dei garanti, formato a larga maggioranza (manco a dirlo) da CGIL, CISL, UIL e Confindustria, dà ragione ai loro compari ma è costretto ad incassare il giudizio contrario dell’unica parte neutrale, l’Ispettorato, che ovviamente vota per l’ammissione della lista USB alle elezioni riconoscendo la correttezza del nostro operato.
Quindi, se si fosse trattato di un vero arbitrato tra due parti, con un arbitro, sarebbe finito con l'accoglimento del nostro ricorso ma, invece, la decisione del comitato è viziata dalla composizione a maggioranza dal sistema di chi da subito ha tentato di escluderci. Prevedendo l’esito scontato del Comitato dei garanti, l’USB si è rivolta al giudice del lavoro, rimettendosi ad un pronunciamento capace una volta per tutte di dirimere la questione. Il giudice però, dopo aver sospeso le elezioni indette, alla fine si è rifatto a Ponzio Pilato e si è astenuto dal giudicare il merito della vicenda ed ha semplicemente riconosciuto legittimo il Comitato dei garanti. In pratica, ha stabilito che le regole le dettano CGIL, CISL, UIL e Confindustria e che sono loro a fare il bello e il cattivo tempo. Era purtroppo uno dei possibili esiti del ricorso quello di non procedere di entrare nel merito ma non per questo possiamo rassegnarci.
Quindi oggi, a fine luglio, dopo cinque mesi di tira e molla, mentre siamo in piena discussione sul rinnovo del contratto nazionale e con la privatizzazione delle autorità portuali dietro l’angolo, nel Terminal più importante d’Italia, nella regione dove il governatore è ancora agli arresti domiciliari perché ritenuto al centro di un sistema di corruzione che coinvolge la politica, le imprese e lo stesso mondo sindacale, viene alla luce un sistema che impedisce che i lavoratori del PSA-GP possano eleggere liberamente i propri rappresentanti. Sembra che si abbia paura, in sostanza, che una rappresentanza sindacale non ammaestrata possa mettere in discussione i piani già scritti per il sistema porti italiano.
La democrazia sindacale in questo paese purtroppo non c’è da diversi anni. Lo abbiamo denunciato qualche giorno fa nel Convegno organizzato al Cnel e lo vediamo confermato ogni giorno da una lunga fila di casi sempre più evidenti. Tra questi, quello del Porto di Genova riveste una rilevanza indiscutibile, perché si produce in uno dei cuori nevralgici del sistema economico nazionale.
È inaccettabile che la democrazia venga calpestata così sfacciatamente. Ed è ancora più grave che questo avvenga nel silenzio della politica. USB metterà in campo tutti i mezzi a sua disposizione per impedire che prevalgano la prepotenza e il sopruso. Se vogliamo difendere quel poco di libertà che ancora resta in questo paese dobbiamo impedire che questa ingiustizia si realizzi. A Genova non devono passare. Dobbiamo fermarli.
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02/03/2024
UE - Non passa la direttiva sul rispetto dell’ambiente e dei diritti umani
Forse è perché il vero volto della UE, quello di una costruzione politico-economica funzionale alle mire del grande capitale su base continentale, non è più (e non è mai davvero stato) un segreto che crea scalpore. O forse perché l’interesse delle imprese viaggia in tutt’altra direzione, dritto verso il collasso finale.
La Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CS3D) è stata presentata dalla Commissione Europea il 23 febbraio 2022 e il primo giugno 2023 il Parlamento Europeo ne aveva adottato la versione definitiva, che è poi passata al vaglio del Trilogo, ovvero i due organi già ricordati più il Consiglio Europeo.
Doveva poi essere approvata dai paesi membri nel Comitato dei Rappresentanti Permanenti (Coreper), ma la proposta è stata – appunto – respinta.
La direttiva prevedeva che tutte le società della UE con almeno 500 dipendenti e un fatturato netto di 150 milioni di euro – entro tre anni anche quelle extra-UE che raggiungono i 300 milioni – avrebbero dovuto porre fine alle attività con impatto negativo sull’ambiente e sui diritti umani, e implementare un piano di transizione per partecipare alla riduzione del riscaldamento globale. Altre aziende sarebbero state incluse secondo disposizioni specifiche.
Per le compagnie con più di 1.000 dipendenti il raggiungimento degli obiettivi avrebbe avuto effetti anche sulla remunerazione variabile degli amministratori, e l’aderenza alla direttiva sarebbe potuta diventare anche criterio per l’affidamento di appalti pubblici.
Allo stesso tempo, però, i servizi finanziari sarebbero stati esclusi dall’applicazione di queste regole, almeno per il momento.
Nel caso di inadempienza, oltre alla pubblicazione delle imprese in difetto, ci sarebbero state anche multe e sospensione dei prodotti dalla libera circolazione o dall’esportazione. Insomma, con la direttiva si sarebbero andati a toccare anche alcuni degli «intoccabili principi» del libero mercato per difendere interessi vitali non monetizzabili.
E difatti tutte le associazioni padronali dei principali paesi si erano subito opposte. Le tedesche Bdi e Bda, nonché la francese Medef, si erano dette contrarie a queste nuove norme perché considerate eccessivamente burocratiche. Lo stesso, ovviamente, aveva fatto Confindustria, che per bocca del suo delegato per l’Europa Stefano Pan ha detto che rappresentavano una “una regolamentazione sempre più invasiva“.
Bdi, Medef e Confindustria avevano fatto una dichiarazione congiunta lo scorso settembre, chiedendo che venisse migliorato il quadro normativo a favore delle imprese per aumentarne la competitività. Per loro lo scopo era migliorare la performance, per stare al passo con i concorrenti statunitensi e cinesi. Il resto – umanità e ambiente – che si fotta.
Sotto queste pressioni, la due diligence ha traballato, con la Francia che, per approvarla, voleva annacquarla fino a renderla insignificante (voleva alzare la soglia dei dipendenti da 500 a 5.000). Altri paesi – 14 in tutto – sono stati più diretti, votando contro o astenendosi, come l’Italia e la Germania, impedendo che si raggiungesse la maggioranza qualificata del 65% necessaria per l’approvazione.
Ovviamente i vari schieramenti fintamente green di tutta la UE addosseranno la colpa alla “incompiuta integrazione europea”. Ma è proprio questo modello di governance che permette di sparare alto in alcuni organi, aspettando poi il responso dei singoli governi, che non rispondono di certo ai popoli ma solo alle filiere aziendali.
C’è stata una votazione che non aveva bisogno di numeri bulgari per passare, e ad affossarla sono stati gli interessi concreti della borghesia continentale. Qui si vede tutta la contraddizione tra la propaganda sulla “missione civilizzatrice e ambientale” della UE e la realtà delle sue decisioni se non vanno d’accordo con le opportunità di migliorare la competitività e il profitto.
Difatti, il vero problema di questa direttiva era che le disposizioni dovevano essere applicate su tutta la catena difornitura delle imprese. E se questo può essere spacciato come attenzione alle condizioni di vita dei settori popolari in Europa, ciò avrebbe significato non poter sfruttare in maniera coloniale ciò che si trova nella «giungla» di Borrell. Ovvero i paesi non occidentali.
Nel 1915 Lenin scrisse: “dal punto di vista delle condizioni economiche dell’imperialismo... gli Stati Uniti d’Europa in regime capitalistico sarebbero impossibili o reazionari“. Questo è ciò che è avvenuto, con un’altra evidenza dell’irriformabilità della costruzione europea, senza mettere in discussione alle fondamenta le leve del potere stesso.
Quando la «sinistra» non si era ancora dimenticata delle caratteristiche dell’imperialismo come stadio del capitale con proprie specificità, Di Vittorio criticava la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio come un desiderio del cartello delle grandi aziende del settore per accelerare i preparativi alla guerra.
Oggi la UE è largamente coinvolta nella guerra. E la retorica con cui Borrell presentava i paesi euroatlantici – come il «giardino» dei diritti e della democrazia – si scioglie come neve al sole di fronte al fatto che i bilanci dei «campioni europei» si costruiscono, e si possono solo costruire, sul ricatto salariale in patria e sul rapace approfittarsi di norme più labili per la tutela ambientale e dei lavoratori in paesi esteri.
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17/09/2023
Cacciate fuori i soldi!
Abbiamo la peggiore classe imprenditoriale d’Europa, che riesce ad unire il capitalismo di rapina con la pretesa di godere sempre di soldi e favori pubblici. Capitalisti che esaltano il libero mercato quando devono pagare i lavoratori, ma che esigono l’intervento dello stato quando si tratta di garantire i loro profitti e la loro impunità.
E infatti in Italia i salari van sempre più giù e gli omicidi sul lavoro sempre più su.
Chi sta con la Confindustria sta con lo sfruttamento, l’ingiustizia sociale e il saccheggio privato dei soldi pubblici.
Signori di Confindustria, smettetela di dare lezioni di economia e cacciate fuori i soldi.
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04/08/2023
Le dipendenze dell’industria italiana: Confindustria confessa i problemi del modello europeo
In una serie di specchietti e grafici vengono messe in fila importanti notizie sull’esposizione del tessuto produttivo nazionale agli shock internazionali.
Nel farlo, traspaiono anche le evidenti storture di un modello imperniato sulla Germania e – tuttora – sull’export, nonostante il chiaro superamento della “globalizzazione” dell'ultimo trentennio.
Il Centro Studi è partito dall’approccio della Commissione UE nella ‘Nuova Strategia Industriale’ del 2020, che esplicita il bisogno di politiche industriali attive, per identificare dipendenze critiche e capacità strategiche.
È la stessa industria italiana a dirci che si pensa come un blocco unico europeo, in competizione con gli altri.
Ce lo conferma quando identifica i ‘prodotti critici’, cioè quelli che hanno pochi fornitori extra-UE e con una elevata quota di mercato in Italia, scarsa sostituibilità con l’export italiano e con gli scambi intra-UE. Essi sono 333, cioè il 7% dei tipi di merci importate, per un valore di 17 miliardi, ovvero il 9% del totale.
Le importazioni dalla Cina valgono il 25% di questi 17 miliardi (3,4 miliardi in media tra il 2018 e il 2021) e quasi la metà proviene da prodotti ICT (Information and Communication Technologies). A seguire Pechino ci sono gli USA, con solo il 6% del valore dell’import, concentrato per il 44% nell’ambito della salute.
Tra queste 333 merci sono state isolate quelle strategiche, quelle ritenute indispensabili per la transizione energetica e digitale, la sicurezza nazionale e la tutela della salute. Si tratta di 148 prodotti, il 44% delle varietà e il 61% del valore dell’insieme di quelli critici.
Tra questi vi sono 67 materie prime, il 32% del valore dell’import strategico tenendo presente il Critical Raw Material Act (CRMA) europeo del marzo scorso.
È proprio questo settore ad avere, difatti, un’attenzione particolare da parte di Bruxelles nel tentativo di ridurre le dipendenze.
Tra i beni strategici sono poi identificati quelli di cui l’approvvigionamento può essere influenzato da dinamiche politiche o disastri naturali. Sono 62 prodotti, che rappresentano il 38,5% del valore di quelli critici, e 27 di essi sono materie prime: Cina, Stati Uniti, Turchia, Ucraina e Russia sono i loro principali fornitori.
Le crescenti tensioni tra molti dei paesi citati hanno stimolato “un allentamento delle connessioni produttive e una competizione serrata nello sviluppo delle tecnologie strategiche”.
L’Unione Europea ha così “definito, nel corso degli ultimi anni, un obiettivo di Autonomia Strategica Aperta, consistente nella capacità di agire, sia con i partner sia autonomamente, in base ai propri valori e interessi strategici”.
Per seguire questa strada deve però ridurre le dipendenze che condivide con l’Italia e ha dunque cercato soluzioni, ad esempio attraverso il recupero dei rifiuti. Confindustria sostiene, anzi, che i rottami vadano inclusi nei CRM, a dimostrazione di come dietro la retorica green si nascondano le ruvide ragioni della competizione globale.
Ma per le economie europee la situazione è più complessa di quelle di altri paesi come USA e Cina. Alle catene globali del valore è legato il 35% della manifattura italiana e il 44% di quella tedesca – in forte aumento in seguito alla crisi del 2007-2008 – mentre per Washington e per Pechino si tratta di meno del 14%.
Nell’ultimo quindicennio si è dispiegata pienamente la riorganizzazione degli apparati produttivi continentali sul modello tedesco export-oriented.
Era parte integrante della strategia per il salto di qualità imperialistico dei campioni europei, e oggi ne scontiamo i contraccolpi, con prospettive di crescita più labili e incerte.
Insomma, è la UE ad essere il vaso di coccio nel de-risking, nel re- e friend-shoring che guida le politiche economiche di oggi. La nostra classe dirigente non sembra avere le capacità nemmeno di immaginarsi un altro modello, e ci stanno portando lentamente, ma inesorabilmente nelle braccia della ‘crisi strategica’.
La perdita della presa sul Sahel sta mettendo in dubbio anche lo sviluppo di un proprio «giardino di casa» sulla pelle del quale gestire, secondo i propri interessi, il processo di deglobalizzazione. È probabile che, stretti nella loro inadeguatezza e limiti materiali, i governanti europei rispondano con ancora più brutalità, su entrambe le sponde del Mediterraneo.
Prepariamoci a organizzare la rabbia che ne deriverà e a promuovere il conflitto sociale e politico, mostrando l’importanza di ricostruire un’industria pubblica trainata dalla domanda interna. E indicando in relazioni di cooperazione e mutuo guadagno con l’Africa il terreno su cui costruire un’alternativa all’attuale allineamento internazionale.
Non sarà ancora il Socialismo del XXI secolo, ma se “la rivoluzione è il senso del momento storico” è nella crisi dell’imperialismo euroatlantico che questa sfida diventa tutta da giocare.
Fonte
30/07/2023
Confindustria guasta il quadretto idilliaco del governo
Sul terzo trimestre le attese «sono poco più positive». La crescita dell’economia rallenta, sostiene il Centro studi di Confindustria.
A frenare l’economia sono ovviamente l’inflazione e gli alti tassi di interesse imposti dalla Bce. Il centro studi Confindustria segnale che l’inflazione è scesa, a giugno +6,4% annuo, grazie al prezzo del gas poco sopra i minimi (32euro/mwh), ma i prezzi degli alimentari sono alti, +10,7. In questo quadro la Bce, sottolinea il Csc, ha deciso un altro rialzo a luglio, portando il tasso al 4,25, giudicando l’inflazione ancora alta e «lasciando la porta aperta ad altre mosse».
Una situazione che pesa sugli investimenti, che sono frenati: la produzione di beni strumentali è in calo nei primi 5 mesi del 2023, -2,6%. Inoltre i dati qualitativi suggeriscono che nel secondo trimestre le condizioni per investire si sono deteriorate (il saldo è a -20,4 da -18,1), mentre le attese delle imprese sulla spesa per investimenti nei prossimi mesi pur migliorate «restano basse» (20,4 da 14,9): «pesa il credito più caro e difficile».
Guardando in particolare l’industria: +1,6% la produzione industriale a maggio, ma -1,9% da inizio anno, -2,4% la manifattura, con i mezzi di trasporto in controtendenza. Deboli le prospettive, con la fiducia delle imprese calata a luglio.
Fonte
09/03/2023
Covid-19 - Lo strano caso delle archiviazioni a scoppio ritardato
A scoppio ritardato, visto che il provvedimento è del 18 maggio 2021, sta facendo rumore l’archiviazione disposta dal Tribunale dei Ministri di Roma per l’ex premier Giuseppe Conte e gli ex ministri Roberto Speranza, Luigi Di Maio, Alfonso Bonafede, Lorenzo Guerini, Roberto Gualtieri e Luciana Lamorgese, accusati in decine e decine di denunce di svariati reati in relazione alla gestione della pandemia da Covid-19.
USB sottolinea la sospetta tempestività della diffusione di una notizia con due anni di ritardo, proprio quando la Procura di Bergamo indaga – a seguito della denuncia presentata dall’avvocato Vincenzo Perticaro a nome di Asia USB nel marzo 2020 – 19 tra ministri, politici e alti dirigenti della Sanità e proprio sul tema della gestione della pandemia.
L’archiviazione disposta dai giudici del Tribunale dei Ministri accorpa tutte le denunce presentate da organizzazioni e privati di estrazioni le più disparate: dai no vax a Taormina, ai gilet arancioni etc. Nel mucchio è finita la denuncia di Asia USB, presentata oltre che a Roma in diverse altre procure italiane, compresa quella di Bergamo che ha invece ritenuto di dare seguito all’esposto.
L’antica archiviazione di Roma sostiene che “in nessun modo l’epidemia può dirsi provocata dai rappresentanti del governo” – fatto che nessuno ha mai contestato – e ribadisce che tutte le decisioni prese all’epoca sono politiche, quindi al di fuori del sindacato della magistratura.
In parallelo, però, i giudici romani si avventurano in improbabili assunti: “Deve ribadirsi che, soprattutto in una situazione di incertezza come quella sopra descritta non era esigibile da parte degli organi di governo l’adozione tout court di provvedimenti in grado di impedire ogni diffusione dei contagi che non tenessero conto della necessità di contemperare interessi diversi e in particolare la tutela della salute e la tenuta del tessuto socio economico della collettività”.
Insomma, se all’epoca governo, regioni e organismi tecnici non hanno proceduto con gli strumenti a disposizione, non hanno istituito zone rosse intorno ai focolai Covid, come accaduto in provincia di Bergamo, se non esisteva un piano pandemico aggiornato, se non c’erano scorte di dispositivi di protezione, se insomma i morti si sono contati a migliaia nella sola Lombardia, per i giudici di Roma è perché la politica aveva il diritto-dovere di tutelare la “tenuta del tessuto socio economico” e di “contemperare interessi diversi”, ovviamente sempre quelli dei più forti, dei più ricchi, dei più potenti.
Un altro modo per dire chi se ne frega se la gente muore, difendiamo prima di tutto bilanci e profitti. Per fortuna c’è un giudice a Bergamo che fa il suo lavoro.
Unione Sindacale di Base
La recente ordinanza della Procura di Bergamo sui gravi accadimenti avvenuti nel febbraio/aprile 2020 nella provincia orobica costituisce, se non un punto di arrivo, una tappa importante per cercare di ricostruire responsabilità politiche ed individuali della peggior catastrofe sanitaria dai tempi delle peste manzoniana.
Quello che ne emerge è il racconto di un sistema di potere nazionale, regionale e locale assolutamente impreparato a gestire una crisi pandemica di inusitata virulenza, un evento eccezionale, ma prevedibile e previsto da parte di chi ha come proprio compito quello di studiare il possibile sviluppo di eventi come questo. Ciò nonostante, non solo non hanno rinnovato il piano pandemico ma non hanno neppure applicato quanto previsto in quello fermo a quindici anni prima che, per quanto obsoleto e fuori dallo stato dell’arte, avrebbe potuto limitare i danni.
Ma ripercorriamo i fatti dall’inizio.
Il mese di febbraio inizia tranquillo, si sente qualche voce preoccupata e Confindustria gira uno spot: “Bergamo is running”, che rivisto solo pochi giorni dopo farà accapponare la pelle. Gori sta alla grancassa degli industriali e organizza pranzi, aperture straordinarie dei negozi del centro, biglietti dei bus gratuiti al grido di “tutti a Bergamo”.
Così si sono ignorati segnali di allarme che provenivano dal primo paese colpito, la Cina, in nome di una sufficienza razzista: cose da asiatici, qui noi abbiamo una sanità che il mondo intero ci invidia.
Ci si limitò quindi a vietare i voli diretti da e per la Cina sorvolando, è il caso di dirlo, le diverse triangolazioni possibili con scali europei intermedi. Infatti il tourbillon di viaggi sulla via della seta non cessò fino alla fine di febbraio e moltissimi uomini d’affari facevano spola. Una delle mete italiane di questo andirivieni era giusto giusto la Val Seriana il cui oro fu per secoli il tessile successivamente delocalizzato proprio in Cina. Quindi imprenditori italiani che avevano forti contatti con il paese asiatico andavano e tornavano tranquillamente.
Se la Val Seriana aveva conosciuto tempi migliori con l’industria tessile è pur vero che, una volta scomparsa o quasi, non se ne sarebbe stata con le mani in mano. La voglia “de laurà” è nell’aria da queste parti e quindi la vallata, di fatto una città lineare di centomila abitanti fortemente connessa con il comune di Bergamo, cominciò a pullulare di fabbriche e fabbrichette molte delle quali legate all’automotive. Una valle e una città ad altissimo tasso d’interazione sociale, uno scalo aeroportuale che è il terzo del Paese e una fortissima vocazione all’industria. L’industria ed il sistema produttivo bergamasco e bresciano, che hanno tra le più alte concentrazioni di lavoro operaio d’Italia, spiegano sia la velocità di diffusione del virus sia il perché si sia fatto di tutto affinché le attività produttive non si fermassero.
Siamo al 23 febbraio e, mentre da alcuni giorni è iniziato un lockdown a Codogno, all’ospedale di Alzano viene trovato un paziente positivo al Covid. Il pronto soccorso viene chiuso, astanti e parenti vengono radunati nella Chiesa del nosocomio. Dopo alcune ore il pronto soccorso viene riaperto e, nel volgere di pochi giorni, si riempirà di malati.
La fine di febbraio si consuma tra ventilate chiusure e pressioni inusitate sui politici locali da parte degli imprenditori per scongiurarle. In questo aspetto tutta l’inchiesta, che passa giustamente sotto la lente di ingrandimento le responsabilità dei politici e la catena di comando della sanità nazionale e lombarda, sembra non fornire alcuna risposta.
Era pronto l’esercito, carabinieri e polizia venuti da fuori e alloggiati a Zingonia, prove generali di blocchi stradali.
Blocchi che non scatteranno mai trascorrono quindici giorni, quindici giorni di sirene e campane a morto dove si attende la zona rossa come una benedizione.
Ma non fanno niente.
L’8 marzo il lockdown nazionale, da Siracusa ad Aosta.
Qui si continua a morire, molti negli ospedali, ma tanti anche a casa da soli. In due mesi la pandemia miete duemila vittime in Val Seriana e altre quattromila nel resto della provincia.
Si muore come mosche ma le fabbriche ancora non si fermano, devono passare altri giorni preziosi perché ufficialmente siano costrette a farlo e con le dovute eccezioni assai utili per aggirare la disposizione.
Basta dichiarare che produco imballaggi per medicinali e la scappatoia è trovata.
Si muore negli ospedali strapieni ma anche nelle RSA trasformate in lazzaretto e ricovero per malati dimessi, i balconi si riempiono di striscioni che recitano il rito apotropaico dell’andrà tutto bene.
Come è andata a finire lo sappiamo.
Quando tutto o quasi viene riaperto la voglia e la rabbia per quanto accaduto, la canalizzazione del lutto in un senso compiuto portano a diverse e pur piccole manifestazioni.
Nasce un piccolo presidio davanti all’ospedale di Alzano, attivisti e attiviste che si ritrovano tutti i sabati davanti al nosocomio con cartelli che chiedono conto della mancata zona rossa, solidarizzano con il personale sanitario e con il suo spirito di abnegazione, chiedono le dimissioni di Fontana, Gallera, direttore dell’ATS e dell’ASST, gli stessi oggi indagati.
Il primo provvedimento di iscrizione sul registro degli indagati non riguarderà però costoro. Infatti un anno dopo la polizia si renderà protagonista di una bruttissima pagina repressiva, perquisendo ed indagando due attivisti del comitato di denuncia per delle lettere minatorie ricevute da Confindustria. Lo fa sulla base della pregressa appartenenza di questi a gruppi della lotta armata negli anni '70, ipotizzando una fantomatica associazione sovversiva.
Anni dopo la cosa si sgonfierà, il PM chiederà l’archiviazione della quale però non si sa ancora nulla.
Il resto è storia di oggi, Fontana appena rieletto, con molti meno voti assoluti ma con alle spalle il vento di quelli che bisogna dimenticare e tornare al lavoro. Persino in Val Seriana le percentuali lo plebiscitano del sessanta per cento, anche ad Alzano e Nembro.
Vedremo cosa dirà il processo e se prevarrà l’attribuzione di responsabilità a livello nazionale o regionale.
Quello che è sicuro è che non ci saranno sfracelli e che cane non mangia cane.
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26/01/2023
Meloni d'Algeria
L’interscambio commerciale tra Italia e Algeria nel corso del 2022 è cresciuto del 160%, grazie soprattutto alle maggiori importazioni italiane di gas. Come noto tra Algeria e Italia esiste già un gasdotto, in parte sottomarino, che parte da Hassi R’mel nel deserto algerino, transita per la Tunisia e finisce a Mazara del Vallo in Sicilia.
Adesso l’Eni sta pensando ad un altro gasdotto tra Algeria e Italia. Si tratta del progetto Galsi (Gasdotto Algeria Sardegna Italia) una condotta sottomarina di 284 chilometri con una profondità massima di ben 2.880 metri con la condotta che partirebbe dal porto algerino di Koudiet Draouche, nel nord-est del Paese, a quello di Porto Botte, nella Sardegna sud-occidentale. Quindi una condotta sotterranea sino a Olbia, attraversando tutta la Sardegna. Infine, da Olbia un altro gasdotto fino a Piombino, da cui partirebbe il collegamento con la rete italiana.
L’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, ha siglato ad Algeri due memorandum d’intesa con il suo omologo della Sonatrach, Toufik Hakkar, uno per la valorizzazione della rete di interconnessione energetica tra Italia e Algeria, e l’altro per la collaborazione tecnologica tra i due Paesi per ridurre la combustione del gas e di altre emissioni.
Le due società si sono impegnate a trovare il modo di assicurare all’Italia maggiori importazioni dall’Algeria di beni energetici attraverso la capacità di trasporto delle infrastrutture esistenti, la realizzazione del nuovo gasdotto per il trasporto di idrogeno, la posa di un cavo elettrico sottomarino e l’aumento della capacità di produzione di gas liquefatto.
Il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, ha invece firmato un memorandum di intesa con il presidente del Consiglio del rinnovamento economico algerino (Crea), Kamel Moula, per favorire la cooperazione industriale tra le imprese italiane e algerine e creare così “un ponte tra il nostro paese e l’Algeria, in chiave economica, sociale e geopolitica”.
Il memorandum mira a promuovere partnership in cui il sistema industriale italiano può esprimere tutte le sue potenzialità nel contesto della diversificazione economica algerina, che “prevede ampi margini per una più radicata penetrazione del nostro Made in Italy e delle sue filiere produttive”. L’Algeria, infatti, vede nell’Italia anche un modello di riferimento per lo sviluppo delle piccole e medie imprese. Si stima che siano circa 180 le imprese italiane con una presenza strutturata in Algeria, cui si aggiungono centinaia di imprese – soprattutto piccole imprese – coinvolte in contratti di fornitura.
Se è vero che gli affari sono affari, sullo sfondo rimangono alcuni problemi politici che peseranno sulla politica estera italiana nel Mediterraneo.
L’Algeria è il paese arabo più intransigente verso Israele, in qualche modo è la punta del nuovo “fronte del rifiuto” rispetto agli Accordi di Abramo firmati da alcuni paesi arabi con Tel Aviv. Tra questi vi è il Marocco, il rivale regionale dell’Algeria. Anche il Marocco sta lavorando ad un gasdotto da collegare all’Europa e in aperto antagonismo a quello algerino.
L’Italia di Mattei e della “vocazione mediterranea” sapeva barcamenarsi bene nei conflitti del Medio Oriente ed era un partner affidabile del mondo arabo. Da trenta anni a questa parte, i governi italiani hanno abbondantemente dilapidato questo “tesoretto” dichiarandosi il migliore alleato di Israele in Europa, invadendo l’Iraq e destabilizzando la Libia.
Con l’aumento delle forniture di gas all’Italia e ad altri paesi europei, l’Algeria nel 2022 ha fatto soldi a palate. Ha quindi aumentato notevolmente le spese militari ed ha acquistato esclusivamente armamenti russi e cinesi. Insomma qualcosa di estremamente lontano dai desiderata della Nato e la conferma che l’Algeria oggi è il migliore interlocutore di Russia e Cina nel Mediterraneo.
Infine, c’è il problema della ZEE (Zona Economica Esclusiva) dell’Algeria che arriva a lambire la Sardegna. Su questo la diplomazia italiana fa la finta tonta da anni ma è proprio sulle ZEE che in corso in tutto il Mediterraneo un braccio di ferro tra tutti i principali paesi rivieraschi.
Insomma, ascoltando la Meloni intervenire ad Algeri nell’incontro con il premier algerino, abbiamo avuto la netta impressione che non sapesse di cosa stesse parlando e vendesse fumo sugli accordi e l’emergenza energetica su cui l’Algeria è ben disponibile a diventare parte della soluzione (e fornitore importante), ma è apparso evidente che la postura di politica estera del governo in carica sia più simile a quella del mercante che a quella di un paese con un passato importante e una necessità impellente di relazioni efficaci nel Mediterraneo.
La parallela visita di un mediocrissimo ministro degli Esteri come Tajani in Egitto si muove sullo stesso solco: profilo politico bassissimo e accordi sulle forniture di gas attraverso il protagonismo dell’Eni. Si conferma insomma che la politica estera italiana la decidono nel grattacielo sul laghetto dell’Eur e non alla Farnesina.
Sul dolente dossier libico nessun passo avanti. Eppure occorre ricordare che la Libia è quella con il petrolio più vantaggioso per qualità, costi di estrazione e di raffinazione. Ma l’instabilità che l’Italia ha contribuito a scatenare in quel paese con il colpo di stato e l’intervento militare Nato contro Gheddafi, è lì a mostrare il fallimento della politica estera italiana a trazione Nato nel Mediterraneo.
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17/12/2022
Il coccodrillo piange quando ha la pancia piena
Elettricità Futura (energiafutura.it), che riunisce le imprese elettriche italiane sotto gli stendardi di Confindustria, e Utilitalia (utilitalia.it), la Federazione delle utilities pubbliche italiane, suonano la marcia funebre, perché la decisione dell’Authority ”sta già producendo gravi conseguenze su un settore industriale strategico per la sicurezza e l’indipendenza energetica dell’Italia con ricadute negative per l’occupazione e l’indotto della filiera nazionale”.
La solita minaccia: quando tocchi gli interessi degli azionisti, subito si evocano sfracelli occupazionali. Confingordigia non si smentisce mai.
E fin qui siamo al chiagni. Ed ecco il fotti: ”Gli operatori sarebbero costretti fino ad aprile 2023 a vendere energia a un prezzo significativamente inferiore a quello a cui la comprano, dovendo continuare a venderla a prezzi definiti 12 o 24 mesi prima, prezzi che sono stati possibili solo in presenza di coperture oggi scadute”.
Tradotto? Il governo ci dia i soldi che non possiamo avere dalle bollette, che abbiamo aumentato per fare quegli extraprofitti che rischiamo di non fare più.
E poi l’anatema. Le sanzioni previste dall’Autority si tradurrebbero, oltre che nelle perdite del guadagno non dovuto, ma preteso, anche in quelle “difficoltà già fronteggiate da molti mesi (drammatico incremento della morosità, crisi di liquidità, esponenziale incremento delle garanzie da prestare sui mercati, altre misure sui “presunti extra profitti”). È concreto – dicono in coro Elettricità futura e Utilitalia – il rischio di fallimento per molti operatori di vendita medio-piccoli con conseguenti danni per lo Stato, il sistema e i consumatori”.
Presi in flagrante, si succhiano le dita sporche di marmellata. Ma mentono, sapendo di mentire.
Dal che si evince la mentalità: quando voglio aumentare i prezzi non chiedo il permesso a nessuno, quando devo giustificare gli aumenti, ho bisogno di ciucciare la mammella dello Stato. Come al solito: neoliberisti quando si tratta di fare profitti privati, neokeynesiani quando si tratta di prendere denaro pubblico.
Tuttavia, stavolta, li smentisce la presa di posizione pubblica, come denuncia apertamente una pagina a pagamento sui principali quotidiani italiani, firmata dai più importanti marchi della Grande distribuzione (federdistribuzione.it) in cui tra l’altro, si legge:
”L’inflazione dei beni di consumo ha raggiunto a novembre il 12,8 per cento. […] Gli aumenti dei listini lordi di acquisti che abbiamo ricevuto quest’anno dalle aziende dell’industria del Largo consumo, infatti, sono state mediamene superiori al 20 per cento. […] Oggi non siamo in grado di assorbire ulteriori incrementi di costi, dovendo far fronte anche ai consistenti rincari dell’energia”.
Dunque – a parte la ferale conferma dell’ulteriore aumento generalizzato dei prezzi di tutti i generi alimentari e di largo consumo nei supermercati italiani – è un dato di fatto che i rincari energetici siano consistenti; allo stesso modo è evidente che le modifiche unilaterali del prezzo di fornitura di energia elettrica e di gas naturale siano state illegittime, unilaterali, appunto. E hanno pesato e peseranno sul carovita.
A proposito di pagine pubblicate su tutti i giornali italiani, non può sfuggire l’annuncio pubblicitario di Terna (terna.it) che dà consigli su come risparmiare i costi dell’energia, tra cui spicca il famoso “l’ultimo spenga la luce”.
L’involontarietà del gesto comico diventa un capitombolo grottesco: Terna dovrebbe occuparsi dell’efficienza delle infrastrutture, in modo che non si verifichino inutili sprechi o costose dispersioni. Dovrebbe rivolgersi alle aziende elettriche e alle municipalizzate, non agli utenti delle compagnie elettriche.
E allora perché ci viene a dire che per spendere di meno sull’energia dovremmo consumare di meno, invece che pagare di meno le bollette? Come mai questo impellente bisogno di correre in soccorso degli illeciti profitti energetici?
Non è mai una buona idea risparmiare energie per fare piena luce sugli espedienti per aumentare gli utili a spese di chi guadagna poco e spende troppo per pagare le bollette.
Fonte
14/12/2022
L’ingordigia di Confindustria
Una partita da 7 milioni e mezzo di contratti, con 2,6 milioni di consumatori che già starebbero pagando più del dovuto. In realtà la truffa è molto più grave, se si pensa che hanno realizzato extraprofitti rivendendo al prezzo maggiorato di oltre 10 volte quello che avevano già acquistato a prezzi nettamente inferiori.
Come si legge in un comunicato di USB (1) “la denuncia presentata dall’avv. Vincenzo Perticaro di USB si basava proprio sulla presa d’atto “di un ingiustificato rialzo dei prezzi del gas e dell’energia elettrica con una ingente moltiplicazione dei ricavi da parte delle società che li commercializzano e/o distribuiscono e ingenti danni per gli utenti” e chiamava in causa oltre le società oggi sotto inchiesta anche le autorità deputate al controllo, in particolare ARERA, AGCM e Mister Prezzi (Garante per la sorveglianza dei prezzi istituito presso l’allora Ministero per lo Sviluppo Economico – MISE)”.
Ci sarebbero gli estremi per il reato di truffa e aggiotaggio. Con l’aggravante che si tratta di aziende pubbliche o a partecipazione pubblica, i cui azionisti dovrebbero risponderne in solido, aziende i cui management andrebbero rimossi con effetto immediato. Ma so cuggini e fra parenti / non se fanno comprimenti / torneranno più cordiali / li rapporti personali / poetava Trilussa un secolo fa.
Fatto sta che, non solo hanno fatto ricorso contro la norma decretata dal governo Draghi che li costringeva a una maggiore tassazione su quei profitti illeciti, perdendo poi la causa davanti al Tar del Lazio a novembre, ma già ad agosto sono andati avanti, pretendendo aumenti, con quella formula truffaldina che va sotto il nome di modifica unilaterale delle condizioni contrattuali, che ha come sottotitolo cambio le regole quando mi pare, mi piace e mi conviene.
Contemporaneamente, come fosse un piano preordinato dall’intenzione di reiterare tutti quei comportamenti che servono a sfruttare la situazione senza scrupoli, ecco che Confindustria, alla quale sono iscritte le stesse aziende colpite dal provvedimenti dell’Antitrust, presenta un bel progetto, teso a mettere le mani sui finanziamenti pubblici in materia di transizione energetica.
Si chiama Proposta di riforma del mercato elettrico italiano, ed è stata presentata in occasione di un apposito seminario a cui hanno partecipato, tra gli altri, Gilberto Pichetto Fratin, Ministro dell’Ambiente e della sicurezza Energetica, e Stefano Besseghini, Presidente di ARERA, l’Autorità che dovrebbe vigilare sul corretto comportamento delle aziende energetiche.
Secondo gli organizzatori, la proposta punta a favorire lo sviluppo delle rinnovabili e il loro potenziale sul piano della competitività, costruendo un modello di mercato che separi la loro valorizzazione dal costo del gas.
Dice Aurelio Regina, Presidente del Gruppo tecnico Energia di Confindustria “In una fase in cui, durante l’estate, il prezzo del gas ha raggiunto picchi di aumento di oltre 12 volte il prezzo del gennaio 2021 e di circa 10 per il settore elettrico, invece che solidarietà e approccio comune in Europa abbiamo assistito a una concorrenza spietata per l’acquisto autonomo di rigassificatori e soluzioni autonome per l’approvvigionamento.” (2)
Insomma, gli aumenti sono colpa di “quelli che vengono da fuori”, non dell’insopportabile ingordigia delle aziende che il presidente rappresenta in Confindustria
Senza contare che i costi della “transizione energetica”, cioè la progressiva sostituzione di carbone, petrolio e gas, a favore di rinnovabili, si pretende siano scaricati sugli utenti delle aziende energetiche, in attesa di ricevere finanziamenti pubblici per le necessarie tecnologie. Come al solito, in Confindustria si parla solo e sempre con la bocca piena.
Dopo due anni di pandemia, in cui i profitti di queste aziende hanno sofferto il fermo della produzione e della mobilità, ecco che subito si sono voluti rifare con gli interessi, ben prima che scoppiasse la guerra in Ucraina.
Che è poi diventato uno straordinario, per non dire sensazionale, veicolo di aumenti generalizzati, non solo dell’energia. E riuniti fra de loro / senza l’ombra di un rimorso, / ce faranno un ber discorso/ su la Pace e sul Lavoro / pe quer popolo cojone / risparmiato dar cannone /, così Trilussa concludeva Ninna nanna de la guerra.
Perché la storia non si ripeta, oltre a denunciare con forza i trucchi delle aziende energetiche e le complicità politiche che li assecondano, è tempo di capire quali forme di lotta al caro-energia, causa del carovita e dell’inflazione, sia possibile mettere in campo per difendere le condizioni materiali di vita e di lavoro delle vittime della speculazione sulle bollette.
Va creato politicamente qualcosa di simile a quella che fu l’autoriduzione delle bollette negli anni Settanta, che costrinse il governo e le aziende all’introduzione delle fasce sociali, qualcosa di molto più efficace dei bonus a tempo, denari che non solo vengono bruciati, come il gas nelle caldaie, ma che diventano, neanche tanto paradossalmente, niente altro che una sorta di autorizzazione agli aumenti, come fossero semplici calamità, e non precise regole di accumulazione di capitale.
Note
1) https://www.usb.it/leggi-notizia/la-denuncia-di-usb-alle-procure-di-tutta-italia-ha-fatto-centro-lantitrust-mette-sotto-inchiesta-le-aziende-energetiche-1637.html
2) https://italia-informa.com/confindistria-proposta-riforma-mercato-elettrico.aspx
Fonte
