Riprendiamo la storia lì dove le avevamo
lasciata: il Governo Meloni affannosamente impegnato a redigere la legge
finanziaria per il 2026 in forma tale da compiacere non uno, non due, ma ben tre padroni:
1) gli Stati Uniti, che impongono a tutti i Paesi NATO un aumento delle
spese militari per finanziare i loro rigurgiti imperiali;
2) l’Unione Europea, che pretende una rigida disciplina del bilancio pubblico da
parte di tutti gli Stati membri, per forzarne la transizione verso lo
stato minimo;
3) e infine la borghesia industriale italiana, che cerca
rifugio dalla sfrenata concorrenza internazionale elemosinando bonus
statali, crediti fiscali e altre agevolazioni a tutela dei propri
profitti.
Davanti a questo trilemma, il Governo
Meloni ha disperatamente provato a non scontentare nessuno dei suoi
padroni, e dunque ha scelto di non scegliere.
Si è impegnato con gli Stati Uniti ad aumentare le spese militari fino al 5% del PIL entro il 2035, ma con quali soldi?
Il problema lo pone il secondo padrone,
l’Unione europea, perché il nuovo Patto di stabilità e crescita consente
di scorporare le spese militari dall’applicazione dei vincoli di
bilancio – dunque in sostanza di spendere liberamente per armi e
munizioni fuori da qualsiasi disciplina di bilancio – solamente a quei
Paesi che abbiano il deficit pubblico all’interno della soglia del 3%
del PIL prevista dai Trattati. E l’Italia è sottoposta ad una procedura
d’infrazione delle regole europee proprio perché fino ad oggi si trova
al di sopra di quella soglia.
Per questa ragione, il Governo ha deciso
di accelerare il percorso di rientro dalla procedura d’infrazione,
provando ad abbattere il deficit sotto al 3% già per il 2025, imponendo
sacrifici ai lavoratori e alle lavoratrici italiane nella speranza di
centrare l’obiettivo di finanza pubblica e liberare così risorse a
partire dal 2026, per sostenere le guerre USA in giro per il mondo.
Una scommessa che gli è costata una
finanziaria di mancette agli imprenditori, in attesa di guadagnare
qualche margine di bilancio per l’anno 2026, un anno cruciale in vista
delle elezioni politiche previste per il 2027.
Tuttavia, e siamo all’oggi, l’equazione
elaborata dal Governo Meloni per risolvere il trilemma inizia a
scricchiolare. Comprendere la natura di questi scricchiolii ci sembra
fondamentale non solo per mettere in luce le debolezze del governo in
carica, ma anche per gettare uno sguardo alle debolezze strutturali che
avrebbe qualsiasi governo, in Italia, che scelga di servire i tre
padroni del Governo Meloni, schierandosi con gli Stati Uniti e la NATO,
scegliendo la piena compatibilità con la disciplina fiscale europea e
indirizzando la politica economica al mero sostegno dei profitti.
Il primo scricchiolio si è
sentito il 2 marzo scorso, quando l’ISTAT ha pubblicato l’aggiornamento
del dato sul deficit pubblico del 2025, stimato al di sopra delle
aspettative del Governo, al 3,1% del PIL. Tale dato si dovrà consolidare
nei prossimi giorni ma, ove fosse confermato, sancirebbe la permanenza
dell’Italia sotto procedura d’infrazione per deficit eccessivo, e dunque
determinerebbe il fallimento del rocambolesco piano immaginato dal
Governo. Con il deficit sopra il 3% niente scorporo delle spese
militari: ogni euro speso per obbedire agli ordini di Trump dovrebbe
essere sottratto immediatamente a servizi pubblici, infrastrutture,
sanità, scuola, pensioni, proprio nell’anno della campagna elettorale
per le politiche del 2027.
Il secondo scricchiolio,
sinistro, si è avvertito il successivo 26 marzo, quando il Segretario
generale della NATO, Rutte, ha presentato i primi dati di monitoraggio
dell’impegno assunto da tutti i Paesi dell’Alleanza Atlantica verso
l’incremento della spesa militare. Secondo i dati ufficiali NATO, nel
2025 l’Italia avrebbe una spesa militare appena sufficiente per
rispettare l’obiettivo del 2% stabilito nel documento di finanza
pubblica e coerente con l’obiettivo di raggiungere il 5% del PIL entro
il 2035. In realtà, la spesa militare in senso stretto era di poco
superiore all’1,5% e pari a circa 35 miliardi di euro. Solo dopo essere
uscito dalla procedura d’infrazione per deficit eccessivo con l’UE, il
Governo si prodigherebbe alacremente per rimpolparla. Il risultato del
2% è stato, infatti, raggiunto in modo truffaldino,
tramite la riclassificazione in “militari” di una serie di spese già
presenti nel bilancio dello Stato. Si tratta di spese per
infrastrutture, etichettate come “mobilità militare”, spese per la
digitalizzazione della pubblica amministrazione, ammantate come
“cybersicurezza”, ma anche – disperatamente – gettando nel mucchio le
spese INPS ascrivibili alle pensioni del personale militare, un
contributo davvero decisivo per le guerre in corso! Un esercizio di
stile dai tratti tragicomici, che è stato tollerato dai vertici NATO
solo a fronte dell’impegno assunto dal Governo Meloni nel medio e lungo
periodo, che non solo punta ad aumentare la spesa militare al 5%, ma
specifica anche che, di quella soglia, il 3,5% dovrà essere composto da
vera spesa militare per armamenti, non autostrade, siti internet e
pensioni.
La guerra, insomma, è una cosa seria e il
tempo del gioco, per il Governo italiano è finito. Rutte stesso, a
conclusione della presentazione del suo Rapporto sulle spese militari, è
stato chiaro: «Mi aspetto che gli Alleati, al prossimo vertice Nato di
Ankara, dimostrino di essere su un percorso chiaro e credibile verso
l’obiettivo del 5%».
Il terzo scricchiolio,
forse quello che ha avuto l’eco più forte nelle stanze governative
perché la sua fonte è più vicina, ha risuonato poche ore dopo, sabato 28
marzo. È il giorno successivo di un Consiglio dei ministri che ha
approvato un decreto-legge in materia fiscale che, tra le altre misure,
annuncia un taglio delle risorse destinate ai cosiddetti “esodati” della
misura Transizione 5.0, un credito d’imposta rivolto alle imprese che
effettuano investimenti legati alla sostenibilità ambientale e la digitalizzazione. Contro
questo taglio si è levato il grido di dolore dei padroncini italiani,
che da sabato hanno iniziato a lagnarsi – a partire dal Presidente di Confindustria Orsini.
Il Governo aveva destinato 2,6 miliardi di
euro del PNRR per finanziare questo ennesimo regalo alle imprese,
Transizione 5.0. Il regalo era talmente ghiotto che le imprese si sono
fiondate in massa su questa agevolazione, le risorse stanziate sono state esaurite e sono rimaste inevase richieste per oltre 1,6 miliardi di
euro. Per far fronte a questa coda di richieste, il Governo aveva
stanziato in legge di bilancio ulteriori 1,3 miliardi di euro, sperando
che fossero sufficienti a soddisfare le domande tecnicamente ammissibili
rispetto al monte di quelle comunicate.
Tuttavia, questo è il dettaglio centrale
per capire la vicenda: secondo le regole contabili europee, i crediti
fiscali non sempre pesano sui conti pubblici nell’anno in cui vengono
materialmente erogati (in questo caso il 2026), ma possono essere
imputati all’anno in cui gli investimenti sono stati effettuati (ovvero
nel 2025, anno degli investimenti comunicati dalle imprese). In questa
chiave, gli ulteriori 1,3 miliardi di euro previsti dal Governo in legge
di bilancio potrebbero finire – almeno in parte – per incidere sul
deficit del 2025, proprio quello che l’esecutivo cerca disperatamente di
mantenere sotto controllo per compiacere, insieme, Stati Uniti e Unione Europea.
Quando l’ISTAT ha annunciato che siamo
ancora sopra al 3%, il Governo è dovuto correre ai ripari, e in fretta.
Da qui, evidentemente, la scelta – dolorosa per chi è abituato a
obbedire a tutti gli ordini di Confindustria – di tornare sui propri
passi e sottrarre qualche risorsa ai suoi padroncini più prossimi,
quella borghesia industriale italiana che rappresenta il blocco sociale
di riferimento dell’attuale maggioranza parlamentare e finanziare una
temporanea e insufficiente riduzione del costo della benzina.
Un’operazione marginale e demagogica, che tuttavia rivela le tensioni
crescenti nel blocco sociale che sostiene l’esecutivo.
Servire tre padroni si sta rivelando
impossibile. E i più attenti avranno notato che, nella ricostruzione
delle crepe che si aprono ogni giorno nel Governo non abbiamo avuto
bisogno di menzionare il risultato del referendum costituzionale in
materia di giustizia, che pure – evidentemente – ha una posizione di
rilievo.
Non ne abbiamo avuto bisogno perché gli
esiti di quel referendum sembrano riconducibili più agli effetti che
alle cause delle debolezze strutturali del Governo che abbiamo provato a
mettere in luce. La vittoria del NO si configura come una crisi di
consenso di un Governo che si è legato, mani e piedi, al progetto
bellicista degli Stati Uniti, al disegno di macelleria sociale
dell’Unione Europea e al tentativo di porre un argine in difesa del
capitalismo italiano a fronte degli sconvolgimenti che stanno
rivoluzionando i mercati internazionali, dall’energia ai traffici
commerciali. Questa scelta politica sta producendo un progressivo
impoverimento dell’Italia.
Il Governo Meloni si è insediato con un
PIL che sfiorava il 5% nel 2022 (eravamo in piena ripresa post-Covid,
l’UE aveva sospeso l’applicazione delle regole di bilancio per
consentire di contrastare gli effetti della pandemia), e la sua politica
economica – fatta di guerra, austerità e profitti – ha prodotto un
inesorabile declino: 0,9% nel 2023, 0,7% nel 2024 e 0,5% nel 2025. Gli
scricchiolii del Governo Meloni sono musica per le nostre orecchie, ma
questa analisi vuole sottolineare un dato politico che va ben oltre
l’attuale esecutivo.
Infatti, l’opposizione parlamentare è
composta oggi da forze politiche che hanno sempre dimostrato, con i
fatti quando erano al Governo prima ancora che con le dichiarazioni, di
servire esattamente gli stessi padroni che stanno determinando la crisi
di consenso della maggioranza odierna. Se l’attuale Governo sarà soppiantato
dall’ennesimo esecutivo di centro-sinistra, siamo certi che non vi sarà
alcun reale progresso per i lavoratori italiani e nessun futuro di pace
per i giovani, che continueranno ad essere condannati all’orizzonte di
guerra e precarietà che ci impongono Confindustria, Unione Europea e
Stati Uniti.
Lavoro, salari dignitosi e un futuro di
pace saranno possibili solo se l’opposizione sociale al Governo saprà
tradurre la crisi di consenso dell’attuale maggioranza nel rifiuto
radicale del terreno di compatibilità con l’Unione Europea, la NATO e
Confindustria, un terreno condiviso da tutte le forze attualmente sedute
in parlamento, dalla destra al centrosinistra.
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