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16/09/2026

Cgil, Cisl e Uil, Confindustria e Governo verso l’accordo per tenere bassi i salari

Senza dare molto nell’occhio Cgil, Cisl e Uil assieme a Confindustria e ad una pattuglia di associazioni padronali stanno preparando un accordo che blindi ogni spazio di democrazia nei luoghi di lavoro e confermi decenni di moderazione salariale. Una vergogna che rischia di passare inosservata e che invece va denunciata con tutta la forza e determinazione possibile.

I particolari dell’accordo non si conoscono nel dettaglio, tutto sta avvenendo a porte chiuse, in un confronto serrato tra segreterie nazionali. I lavoratori e le lavoratrici non hanno alcuna voce in capitolo.

Alcune cose però già sono trapelate. Sui salari, per esempio, si conferma il riferimento all’indice IPCA-NEI nel calcolo dell’inflazione, quel maledetto sistema di misurazione dei prezzi che non considera i prodotti energetici importati, come il gas e la benzina, che costituiscono il motore dell’attuale e (purtroppo) futura inflazione.

I salari in Italia sono al palo da tempo e questo dipende proprio dalla scelta di Cgil, Cisl e Uil di accettare un modello contrattuale che condanna i lavoratori ad una inevitabile riduzione del potere d’acquisto delle loro retribuzioni ad ogni rinnovo contrattuale.

Aver tolto al contratto la funzione di avanzamento delle condizioni materiali di lavoratrici e lavoratori e accettato di tenere gli aumenti in linea con l'“inflazione programmata” (spesso disattesa dai dati reali) ha significato, infatti, portare progressivamente sempre più in basso le retribuzioni medie.

Ma se poi, come è da tanti anni, quell’inflazione è anche calcolata al ribasso e non considera proprio le merci che più stanno incidendo nel rialzo del costo della vita, allora la scelta è veramente disgustosa. In un momento così drammatico dal punto di vista delle condizioni economiche, Cgil, Cisl e Uil stanno decidendo di confermare quella gabbia che impedisce un rialzo delle retribuzioni.

Nell’accordo ci sono poi delle attenzioni particolari al tema del TEM e del TEC, il trattamento economico minimo e quello complessivo. Lo scopo è quello di aggiustare il tiro rispetto al decreto Meloni di quest’anno sul “salario giusto” che, nel considerare come giusto quello previsto dai CCNL firmati da Cgil, Cisl e Uil, avrebbe trascurato di specificare anche tutte le voci di cui è composto il salario complessivo previsto dai contratti, lasciando così spazio alla contrattazione pirata.

Questa discussione però tralascia di considerare che è proprio il “salario giusto” quello che ha ricevuto diverse condanne di incostituzionalità e che sono proprio i contratti nazionali firmati dalla triplice che ci condannano ad un salario da fame. I contratti pirata sono una piaga, ma riguardano una fetta ancora molto esigua di lavoratori: eliminarli non risolverà il problema del salario per milioni di lavoratori e lavoratrici.

Va aggiunto poi che questo accordo sul salario giusto, nella versione unificata tra Meloni-Confindustria-Cgil, Cisl e Uil, chiude ogni possibile spiraglio alla introduzione di un salario minimo per legge: una sorta di ipoteca anche in vista di possibili cambi di maggioranza.

C’è poi il tema della rappresentanza, che poi è quello che sta veramente a cuore a questi signori e che rappresenta la contropartita che si apprestano a ricevere nell’ambito della collaborazione con padroni e governo.

Così, invece di ragionare su come favorire la partecipazione dei lavoratori e delle lavoratrici, in un momento storico di grande debolezza e di forte offensiva padronale proprio sul fronte dei diritti, Cgil, Cisl e Uil si propongono di consolidare il monopolio esclusivo sulla rappresentanza. Invece di dare più spazio alle rsu, alle assemblee, ai rappresentanti dei lavoratori sui posti di lavoro, si assicurano che i diritti sindacali siano esclusivamente nelle loro mani e che il diritto di contrattazione venga circoscritto alle loro segreterie.

Che poi è quanto sta avvenendo in materia elettorale con il cosiddetto “stabilicum”, con il quale il diritto a partecipare alle lezioni viene ostacolato da un numero spropositato di firme da raccogliere e da una soglia sempre più alta per accedere al Parlamento.

La domanda che pone USB in sintesi è questa: è accettabile che in una situazione di grande difficoltà per milioni di lavoratori e lavoratrici, tanto sul piano salariale quanto su quello dello dei diritti sul lavoro, le grandi centrali sindacali si preoccupino di raggiungere un accordo con le parti datoriali che frena ogni possibile spinta a nuovi e reali aumenti e inibisce la partecipazione dei lavoratori e delle lavoratrici? Siamo sicuri che sia questa la via maestra da imboccare?

Una domanda che poniamo a tanti delegati e delegate e che deve interrogare anche quanti sentono il bisogno di reagire davanti ad una condizione economica, sociale e della tenuta democratica che sta peggiorando ogni giorno di più.

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22/07/2024

Porto di Genova: il giudice decide di non decidere sulla RSU di PSA, passa la decisione viziata del comitato dei garanti. Impediscono ai lavoratori di esprimere liberamente i propri rappresentanti, dobbiamo fermarli

Il Terminal PSA-GP è il cuore del porto di Genova ed è, perciò, anche il terminal più importante di tutto il sistema porti del nostro paese. Proprio lì, da mesi, si consuma una delle più clamorose macchinazioni per impedire che i lavoratori possano scegliere liberamente i propri rappresentanti: le RSU, infatti, sono scadute dal novembre dello scorso anno.

Alle elezioni che erano state indette per febbraio, infatti, era stata esclusa la lista USB nonostante più di 200 lavoratori l’avessero regolarmente sottoscritta. Il regolamento elettorale per le RSU nei porti pretende una percentuale esagerata di lavoratori che devono sottoscrivere la presentazione di una lista, addirittura il 30%, oltre ogni accordo o contratto che regola le elezioni RSU di qualsiasi altra categoria. Tuttavia, nonostante la percentuale prevista sia oltre ogni buon senso, la lista dell‘USB è stata presentata da più del 30% dei lavoratori aventi diritto di voto, rispettando un regolamento pensato proprio per garantire che nessun altra lista possa mai competere alle elezioni RSU oltre a quelle dei sindacati firmatari del contratto nazionale, che naturalmente sono esentati dal raccogliere le firme.

Di fronte all’esito sorprendente ed imprevisto del raggiungimento della percentuale richiesta, la Commissione elettorale composta da CGIL, CISL e UIL ha cominciato una lunga manfrina per impedire a tutti i costi che l’USB potesse effettivamente partecipare alle elezioni, appellandosi ai pretesti più incredibili.

In realtà è del tutto evidente che la manovra non sta in piedi. E infatti sono gli stessi rappresentanti di cgil, cisl e uil che sospendono le elezioni, chiedono lumi alle segreterie nazionali, e rimandano l’appuntamento elettorale, cercando disperatamente una via d’uscita.

Alla fine, grazie alla presa di posizione degli tutte le segreterie nazionali e di tutte le associazioni datoriali, le quali però propendono per l'annullamento delle elezioni, l'accusa formale nei nostri confronti si focalizza sulla mancata tempestività nell'adesione all’allegato del Contratto in cui è contenuto il regolamento per le elezioni (che non prevede termini) con l’automatica esclusione della lista USB decretata dalla commissione elettorale.

Quando la discussione finisce, come previsto dalla procedura contenuta nell'accordo interconfederale del gennaio 2014 all’Ispettorato del lavoro, dopo due mesi di discussione e tentativi di mediazione, lì il Comitato dei garanti, formato a larga maggioranza (manco a dirlo) da CGIL, CISL, UIL e Confindustria, dà ragione ai loro compari ma è costretto ad incassare il giudizio contrario dell’unica parte neutrale, l’Ispettorato, che ovviamente vota per l’ammissione della lista USB alle elezioni riconoscendo la correttezza del nostro operato.

Quindi, se si fosse trattato di un vero arbitrato tra due parti, con un arbitro, sarebbe finito con l'accoglimento del nostro ricorso ma, invece, la decisione del comitato è viziata dalla composizione a maggioranza dal sistema di chi da subito ha tentato di escluderci. Prevedendo l’esito scontato del Comitato dei garanti, l’USB si è rivolta al giudice del lavoro, rimettendosi ad un pronunciamento capace una volta per tutte di dirimere la questione. Il giudice però, dopo aver sospeso le elezioni indette, alla fine si è rifatto a Ponzio Pilato e si è astenuto dal giudicare il merito della vicenda ed ha semplicemente riconosciuto legittimo il Comitato dei garanti. In pratica, ha stabilito che le regole le dettano CGIL, CISL, UIL e Confindustria e che sono loro a fare il bello e il cattivo tempo. Era purtroppo uno dei possibili esiti del ricorso quello di non procedere di entrare nel merito ma non per questo possiamo rassegnarci.

Quindi oggi, a fine luglio, dopo cinque mesi di tira e molla, mentre siamo in piena discussione sul rinnovo del contratto nazionale e con la privatizzazione delle autorità portuali dietro l’angolo, nel Terminal più importante d’Italia, nella regione dove il governatore è ancora agli arresti domiciliari perché ritenuto al centro di un sistema di corruzione che coinvolge la politica, le imprese e lo stesso mondo sindacale, viene alla luce un sistema che impedisce che i lavoratori del PSA-GP possano eleggere liberamente i propri rappresentanti. Sembra che si abbia paura, in sostanza, che una rappresentanza sindacale non ammaestrata possa mettere in discussione i piani già scritti per il sistema porti italiano.

La democrazia sindacale in questo paese purtroppo non c’è da diversi anni. Lo abbiamo denunciato qualche giorno fa nel Convegno organizzato al Cnel e lo vediamo confermato ogni giorno da una lunga fila di casi sempre più evidenti. Tra questi, quello del Porto di Genova riveste una rilevanza indiscutibile, perché si produce in uno dei cuori nevralgici del sistema economico nazionale.

È inaccettabile che la democrazia venga calpestata così sfacciatamente. Ed è ancora più grave che questo avvenga nel silenzio della politica. USB metterà in campo tutti i mezzi a sua disposizione per impedire che prevalgano la prepotenza e il sopruso. Se vogliamo difendere quel poco di libertà che ancora resta in questo paese dobbiamo impedire che questa ingiustizia si realizzi. A Genova non devono passare. Dobbiamo fermarli.

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