Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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27/04/2025

Effetto dazi: Apple vuole trasferire la produzione di iPhone per gli USA in India

Mentre, secondo Bloomberg, la Cina sta valutando di esentare dalle sue tariffe al 125% alcuni prodotti statunitensi (attrezzature mediche, sostanze chimiche, aerei in leasing, prodotti della filiera dei semiconduttori), e allo stesso tempo Pechino nega ogni tipo di contatto con la Casa Bianca, Apple corre ai ripari di fronte allo scenario di guerra commerciale.

Il Financial Times, infatti, ha riportato che alcune sue fonti confermano la volontà della compagnia con sede a Cupertino di rilocalizzare le attività di assemblaggio degli iPhone venduti negli States in India, già dalla fine del 2026. Una mossa che, se portata a termine, sarebbe un esempio enorme di reshoring delle filiere nella frammentazione del mercato mondiale.

Non è un fulmine a ciel sereno: da tempo la società sta portando avanti la diversificazione delle proprie forniture e cerca nuovi e vantaggiosi luoghi dove portare avanti l’assemblaggio dei suoi dispositivi. È chiaro che se ora si vuole accelerare questo processo con decisione, ciò sarebbe un segnale importante di come ci si aspetti che il braccio di ferro con la Cina sia destinato a peggiorare.

Apple ha già segnalato una perdita di capitalizzazione pari a 700 miliardi di dollari, a causa dell’esposizione delle sue filiere a questo tipo di turbolenze commerciali. E non a caso, tra fine marzo e i primi giorni di aprile, si era affrettata a far arrivare quanti più telefoni possibile dai siti indiani, e ora probabilmente vuole mettersi ai ripari prima di altre crisi.

Anche i dati economici confermano come questa decisione proverrebbe dalla poca fiducia in una risoluzione del contrasto commerciale con Pechino. I costi di produzione in India sono maggiori di quelli cinesi di circa il 5-8%, rivela Reuters, con picchi fino al 10%. E rimane il nodo per cui molti dei componenti assemblati sono ancora prodotti in Cina.

Ma se consideriamo i dazi reciproci, anche se gli iPhone sono stati momentaneamente esentati dalle pesanti tariffe statunitensi, rimangono quelli di base del 20% per tutti i prodotti cinesi. La tariffa imposta a Nuova Delhi è del 26%, ma anche questa è stata sospesa e, stando alle parole del vicepresidente statunitense Vance in visita in India, i due paesi sono a un buon punto di un accordo commerciale bilaterale.

Spostare la produzione dei telefoni Apple negli impianti indiani significherebbe fare in modo che da essi escano la maggior parte degli oltre 60 milioni di iPhone venduti annualmente negli USA. Ad oggi, l’80% di questi proviene dal Dragone, un risultato raggiunto in circa due decenni di rapporti economici che ora vorrebbe essere ridirezionato nel giro di pochi mesi.

L’impegno è di proporzioni enormi, se si considera che il Financial Times lo quantifica in un raddoppio della produzione attualmente realizzata in India, che è comunque diventata uno degli hub mondiali dell’assemblaggio di smartphone. Apple ha importanti contratti con attori centrali del settore come la taiwanese Foxconn e l’indiana Tata Electronics.

Alla richiesta di commenti sia Apple sia Foxconn non hanno ancora risposto, mentre Tata ha proprio rifiutato di rilasciare qualsiasi dichiarazione in merito. Va però segnalato che le due compagnie poste sotto contratto dall’azienda statunitense già dallo scorso anno hanno cominciato a importare set di componenti pre-assemblati dalla Cina.

Il fatto che Foxconn e Tata abbiano in costruzione due stabilimenti in India, oltre ai tre già esistenti, fa pensare che ci si stia effettivamente preparando a un salto industriale significativo. Il 28% degli oltre 232 milioni di iPhone spediti nel 2024 erano diretti verso gli States: è di quest’ordine di produzione che parliamo, che rappresenterebbe un profondo cambiamento delle filiere globali.

Anche Google, secondo alcune indiscrezioni, avrebbe avviato trattative con la multinazionale indiana Dixon Technologies per spostare dal Vietnam (sottoposto a dazi al 46% e meta di una recente visita di Xi Jinping) la produzione del suo smartphone Pixel. Tutto dipende dalla buona riuscita delle trattative commerciali, cosa di cui Trump potrebbe approfittarne sul piano strategico.

Garantire a Nuova Delhi più accondiscendenza sulle tariffe, mentre le Big Tech spostano in India parte delle loro attività, con significativi ritorni economici per il paese, potrebbe diventare uno strumento del tycoon per indebolire la solidità dei BRICS che, come già accenatto per il dollaro, sono la principale minaccia alla decadente egemonia stelle-e-strisce.

Fonte

17/04/2025

[Contributo al dibattito] - Il prezzo dell’amicizia

di Stefano Lucarelli

Ci sono azioni che possono sembrare sciagure evitabili figlie della umana ingenuità, ma che in realtà svelano verità profonde di cui non si vuol prender atto. I dazi di Donald Trump serbano la stessa potenza educativa che ha in sé il mito greco del vaso di Pandora. Atto apparentemente scellerato ma scritto nel destino del mondo – o, se si preferisce, nelle condizioni materiali che segnano questa epoca – e pertanto inevitabile.

La reazione quasi immediata che ha dominato gli organi di informazione dopo l’annuncio del così detto liberation day è stata per lo più poco meditata. Molti rappresentanti della politica europea hanno utilizzato parole imprudenti e belligeranti, dichiarandosi pronti ad una guerra commerciale.

Gli economisti hanno definito “folle” la fissazione dei dazi annunciati dal Presidente degli Stati Uniti. Una formula, pubblicata dal dipartimento del commercio statunitense, è circolata ovunque:

∆τ =  (xi –  mi)/ε*φ*mi

La spiegazione del dipartimento del commercio statunitense è la seguente: si consideri un contesto in cui gli Stati Uniti impongono una tariffa di aliquota τi al Paese i.
∆τi riflette la variazione dell’aliquota tariffaria.
ε<0 rappresenta l’elasticità delle importazioni rispetto ai prezzi delle importazioni;
φ>0 rappresenta  l’ammontare delle tariffe che si trasmette ai prezzi delle importazioni;
mi>0 rappresenta le importazioni totali dal paese i ed xi>0 rappresenta le esportazioni totali.
Allora la diminuzione delle importazioni dovuta a una variazione delle tariffe è pari al prodotto

∆τi*ε*φ*mi<0

Assumendo che gli effetti compensativi del tasso di cambio e dell’equilibrio generale siano abbastanza piccoli da essere ignorati, la tariffa reciproca che determina un saldo commerciale bilaterale pari a zero è proprio

∆τ =  (xi –  mi)/ε*φ*mi

Tommaso Monacelli dell’Università Bocconi ha parlato di dazi farlocchi, di pura propaganda, “per la Casa Bianca se l’Ue ha un surplus equivale a dire che sta scorrettamente danneggiando gli Usa con dazi e barriere, ma è falso.

In effetti il ruolo del dollaro come valuta di riserva internazionale presuppone che il saldo commerciale degli Stati Uniti sia tendenzialmente in disavanzo e che invece il saldo finanziario della bilancia dei pagamenti sia in attivo. Questo dilemma fu per la prima volta esposto da Robert Triffin nel novembre del 1960 davanti al Congresso degli Stati Uniti: se gli Stati Uniti avessero smesso di registrare disavanzi nella bilancia dei pagamenti, la comunità internazionale avrebbe perso la sua più grande fonte di dollari. La conseguente carenza di liquidità avrebbe potuto trascinare l’economia mondiale in una spirale recessiva. D’altro canto, se i deficit della bilancia commerciale statunitense fossero cresciuti nel tempo, un flusso costante di dollari avrebbe continuato ad alimentare la crescita economica mondiale, ma un disavanzo commerciale eccessivo degli Stati Uniti avrebbe potuto erodere la fiducia nel valore del dollaro. Senza la fiducia nel dollaro, questo avrebbe rischiato di non essere più accettato come valuta di riserva internazionale. Per uscire da questo dilemma, l’economista belga professore all’Università di Yale, proponeva la creazione di nuove unità di riserva, emesse da un’istituzione internazionale, che non fossero dipese né dall’oro né da altre valute nazionali, ma che avrebbero comunque svolto la funzione di liquidità internazionale. La creazione di questa nuova unità di riserva avrebbe consentito agli Stati Uniti di ridurre il deficit della bilancia dei pagamenti, pur preservando l’espansione economica globale. La montagna partorì il topolino dei diritti speciali di prelievo che non hanno mai avuto la forza di imporre quella “riforma fondamentale del sistema monetario internazionale attesa da tempo” che Triffin considerava urgente e necessaria.

Egli si esprimeva così quando era ancora in vigore il sistema di cambi fissi e aggiustabili stabilito a Bretton Woods. A partire dal 15 Agosto 1971 quel sistema non c’è più, il disavanzo commerciale statunitense ha continuato a crescere, tutte le volte che il dollaro è stato implicitamente messo in discussione come valuta di riserva internazionale, il circuito monetario internazionale centrato sugli Stati Uniti è stato difeso anche militarmente, e verso Washington e Wall Street sono confluiti i capitali del resto del mondo. Questi hanno funzionato dal punto di vista contabile come una forma di finanziamento dell’economia americana.

Un circuito monetario del genere definisce un ordine internazionale laddove fra il grande debitore – che emette la valuta di riserva internazionale – e i suoi creditori, vi sono dei patti impliciti che non vengono messi in discussione. Se i creditori, e in particolare il principale creditore (oggi la Cina), non si limitano a finanziare il debito statunitense acquistando titoli federali a lunga scadenza ma cominciano ad acquisire pacchetti azionari delle corporation a stelle e strisce che operano in settori strategicamente rilevanti, se i creditori diventano economie in grado di controllare i settori delle materie prime necessarie a sviluppare le nuove tecnologie (per esempio le terre rare), e se diventano anche particolarmente competitivi nei settori a più alto valore aggiunto e tecnologicamente più avanzati (per esempio le telecomunicazioni, i semiconduttori o le energie alternative),  se al contempo i creditori aumentano le proprie spese militari ed ambiscono ad avere un ruolo politico nella sfera internazionale, allora non si può più parlare di un ordine internazionale durevole[1].

I dazi di Trump – in linea con la logica neo-protezionistica statunitense che affonda le sue radici già nel secondo mandato di Obama[2] – hanno un fine meramente politico: verificare quali siano davvero i Paesi amici degli Stati Uniti. Verificare quali fra questi Paesi siano disposti a smarcarsi definitivamente dalle aspirazioni della Cina e dei BRICS+[3]. Trump sta, in altri termini, dando un significato preciso al neologismo proposto da Janet Yellen, la Segretaria del Tesoro uscente: friend-shoring. “Io tendo a vedere il friend-shoring come un gruppo di partner con i quali sentiamo sintonia con la nostra geopolitica ... dobbiamo approfondire i nostri legami con quei partner e lavorare insieme per assicurarci di poter soddisfare le nostre esigenze di materie prime essenziali.”[4]

Escludo che questi dazi possano favorire una reindustrializzazione significativa all’interno degli Stati Uniti e possano davvero realizzare un riequilibrio della bilancia commerciale di Washington. Il modello produttivo statunitense si basa sulle delocalizzazioni. Ciò che è in gioco è una ridefinizione dei Paesi partner per le delocalizzazioni delle corporation statunitensi. Le società localizzate in Oriente si rilocalizzeranno ai costi più contenuti possibili e in linea con l’esito delle trattative bilaterali che avverranno. In parte si sono già osservati spostamenti delle sedi estere di grandi aziende statunitensi dalla Cina.

Con l’abilità del piazzista che detta i tempi e i modi delle contrattazioni, e in linea con la sua cultura imprenditoriale, Trump ha concesso al mondo tre mesi di tempo per riconfermare a Washington la fedeltà che pretende la potenza egemone. Non è un caso che la sospensione dei dazi annunciati riguardi tutti meno la Cina.

La transizione dall’epoca dell’egemonia americana indiscussa ad un nuovo ordine internazionale continuerà ad essere difficile. Il contrasto di obiettivi politici ed economici, intuibile anche da un semplice confronto fra le condizioni in cui si trovano gli Stati Uniti e le condizioni in cui si trovano i principali Paesi europei, rende improbabile che si giunga ad una reale cooperazione internazionale. Washington lavorerà ad una regionalizzazione dell’economia mondiale, e forse questo renderà più difficile il funzionamento dell’Unione Monetaria Europea secondo le regole (decisamente stupide) che si è sinora data[5]. Tuttavia, i disordini del sistema monetario internazionale – che svelano la necessità di ridare un ordine alle relazioni fra grande debitore statunitense e grandi creditori orientali – potranno difficilmente risolversi in modo durevole senza affrontare esplicitamente il tema già posto da Triffin: il ripensamento completo delle regole che reggono il sistema dei pagamenti internazionali. Questa la speranza che resta chiusa in fondo al vaso di Pandora...

Note

[1] Rinvio a quanto argomentato in Brancaccio, E. e  Lucarelli, S. Risposta ai critici de “La guerra capitalista“, in Brancaccio E., Le condizioni economiche per la pace, Mimesis, 2024.

[2] Georgiadis, G., J. Gräb. “Growth, real exchange rates and trade protectionism since the financial crisis.” ECB Working Paper no. 1618, November 2013.

[3] Quando verrà accolta la domanda del Kazakistan, della Nigeria e del Bahrain, i BRICS+ copriranno la maggioranza della produzione petrolifera del pianeta e oltre un terzo di quella del gas naturale. A tal riguardo si veda quanto ha scritto Joseph Halevi a commento del XV vertice BRICS.

[4] J. Yellen “Transcript: US Treasury Secretary Janet Yellen on the next steps for Russia sanctions and ‘friend-shoring’ supply chains”, Atlantic Council.

[5] Mi sia consentito rinviare al numero speciale del Forum for Social Economics che ho curato nel 2024 insieme a Marco Rangone, “Recent Crises and the Evolution of European Policies”.

Immagine di copertina: Composizione di quadri arte astratta “Foresta incantata, Diptych” – Artista Pittore Davide De Palma


08/01/2025

Gas, gli speculatori scommettono sui guerrafondai

di Emiliano Brancaccio

Il prezzo del gas torna a infiammarsi. La Borsa di Amsterdam lo dava ieri a 47 e nei giorni scorsi oltre i 50 euro al megawattora, un incremento di oltre il 60% in un anno e quasi la metà nelle ultime settimane. Ne risentono anche i pochi rimasti nel cosiddetto mercato “tutelato”.

Con aumenti in bolletta intorno al 3 percento. E la notizia è che per il 2025 Goldman Sachs prevede un boom ulteriore del prezzo, a 84 euro e oltre.

La miccia, stavolta, è stata la decisione di Volodymyr Zelensky di non rinnovare il contratto che consentiva al gas russo di transitare in territorio ucraino per raggiungere i paesi Ue. Per sbloccare la situazione, l’ungherese Orbán e gli altri simpatizzanti di Putin minacciano l’interruzione di elettricità che dall’Europa va in Ucraina. Ma il leader ucraino per adesso resiste, forte dell’appoggio americano.

La nascente amministrazione Trump, infatti, sarà anche intenzionata a far la pace militare con la Russia ma non intende rinunciare alla guerra commerciale con il mondo, da tempo fondata sul cosiddetto “friend shoring”.

Questo obbliga l’Europa a diradare i rapporti commerciali con i “nemici” d’Oriente e a intensificarli con gli Stati Uniti e gli altri “amici” della Nato, a partire dalle forniture di energia.

Con il blocco dei transiti di gas russo, dunque, Zelensky non fa che applicare fedelmente la dottrina americana del “friend shoring”. E da questo punto di vista non è isolato. La nuova Commissione Ue di Ursula von der Leyen guarda sempre più a destra alla ricerca di stabili alleati. Magari anche di simpatie fasciste, purché ancorati alla dottrina commerciale americana. Il governo Meloni è il prototipo ideale.

Viene da chiedersi perché negli Stati Uniti i presidenti cambiano ma la dottrina del “friend shoring” resta. Il motivo è semplice: l’economia americana resta afflitta da un pesante debito verso l’estero e l’establishment è convinto che l’unico modo per affrontarlo siano le barriere protezioniste.

Il problema è che la guerra commerciale scatena una ridda di azioni e reazioni, che di solito non attenua ma al contrario intensifica la guerra militare. Sta anche qui la contraddizione del sedicente “pacifismo trumpiano”.

In un tale scenario, non deve meravigliare che il prezzo del metano schizzi nuovamente alle stelle. Né deve sorprendere che l’oro stia salendo come non accadeva da decenni.

Il motivo di questi sommovimenti sui mercati, in ultima istanza, può esser sintetizzato in un unico fatto: ancora una volta, gli speculatori stanno scommettendo sui guerrafondai, economici e militari.

I professionisti della finanza puntano cioè sull’inasprimento delle lotte commerciali e quindi su ulteriori aumenti dei prezzi. Pertanto si fanno prestare capitali, comprano gas, oro e simili, attendono gli auspicati rialzi, quindi vendono, restituiscono il prestato con gli interessi e si tengono i colossali guadagni netti di capitale.

Il mondo si infiamma, le bollette salgono, e intanto quelli brindano.

Certo, qualche ottimista potrà confidare nella soluzione avanzata dal ministro italiano dell’energia: Pichetto Fratin ha dichiarato che è tempo di ridiscutere del “tetto” europeo al prezzo del gas.

Il problema è che i precedenti non alimentano buone speranze. Quando nel 2022 il prezzo del gas superò i 300 euro, il governo Draghi avanzò l’ipotesi di un limite massimo ma i cantori del “laissez faire” si misero sulle barricate.

La loro resistenza non fu vana. Nell’entusiasmo del’ex ministro draghiano Cingolani, alla fine l’Ue riuscì ad approvare un limite a 180. Ma a quel punto non serviva più a nulla: il prezzo di mercato del gas era intanto crollato a 80 euro.

Si è detto, argutamente, che la tragedia stimola il senso del ridicolo. Cingolani fu perfetto interprete della massima. C’è da scommettere che Pichetto Fratin non sarà da meno.

Fonte

08/11/2024

Make America Trump Again

Nonostante una crisi (economica, istituzionale, sociale) che si trascina in forma plateale da 15 anni, il risultato delle elezioni presidenziali statunitensi pare cogliere di sorpresa stampa e commentatori in tutto l’Occidente.

Alle latitudini in cui viviamo, la propaganda sembra definitivamente naufragata nella assuefazione ad un “business as usual” incapace di cogliere contraddizioni e fratture sistemiche da guerra civile che da più di un lustro si agitano nel ventre statunitense.

Proviamo, dunque, a fissare alcune riflessioni esterne a questi angusti steccati ideologici.

1) Il sentimento – presuntamente – comune

Da quando Kamala Harris ha rilevato la staffetta democratica dalle mani di un Biden smarrito nella propria demenza, i sondaggi della maggioranza tra stampa ed emittenti televisive hanno riportato un testa a testa tra i due candidati che le urne hanno smentito con una platealità del tutto inedita.

Questa ennesima cantonata degli istituti demoscopici, imporrebbe una riflessione sullo stato degli strumenti di costruzione e diffusione del consenso operanti nelle nostre società che, quanto meno, non vanno più considerati affidabili, con tutto quello che ne consegue a livello di partecipazione e gestione, da parte dei comunisti, a campagne elettorali costruite da e condotte su media che paiono vivere in un universo parallelo a quello della società “reale”.

2) Contraddizioni e riposizionamento politico del capitale statunitense

Il primo Trump, nel 2016, vinse la corsa alla Casa Bianca con l’appoggio della cosiddetta “old economy” – manifattura metalmeccanica residuale dei 30 gloriosi, filiera industriale delle energie fossili –; 8 anni dopo, l’endorsment ricevuto dal soggetto più istrionico dell’economia tech statunitense, Elon Musk, sembra essere stato determinante sia per il finanziamento della campagna elettorale sia per spingere il “personaggio Donald Trump”.

È quindi evidente che almeno una parte di capitale attivo nei settori più elevati della produzione, ha fiutato più garanzie per i propri profitti in Trump piuttosto che nel liberalismo incarnato dai democratici.

Questo può suggerire che il cosiddetto “friend shoring”, con annesso disaccoppiamento delle odierne catene globali del valore, sia giunto al capolinea, almeno per come è stato postulato dall’amministrazione Biden che, in buona sostanza, auspicava un processo morbido di superamento della globalizzazione in voga dagli anni ’90.

Tale scenario, nei fatti, non si è verificato, perché il tentativo di disarticolare le filiere produttive ha sottostimato, da un lato, la complessità delle filiere stesse, dall’altro l’assertività dei soggetti economico/statuali che si intendeva marginalizzare, Cina in primis, ma in forma diversa anche la Russia.

Dobbiamo quindi attenderci una precipitazione, financo bellica, della competizione statunitense sullo scacchiere globale per arginare il declino economico USA?

È presto per dirlo, ma l’ipotesi è certamente verosimile e gli scenari che si prospettano davanti a noi andrebbero sondati anche circa l’orizzonte temporale in cui è plausibile che la situazione peggiore – terza guerra mondiale non più “a pezzi” – possa manifestarsi.

3) Politica estera e tendenza alla guerra

Su quest’ultimo aspetto va detto che non servono particolari doti analitiche per considerare come praticamente certa l’intensificazione dell’impegno statunitense nella destabilizzazione violenta del proprio “cortile di casa” con Cuba, Venezuela e Nicaragua direttamente nel mirino della nuova amministrazione Trump. Con l’acuirsi della contrapposizione contro chi, a diverso titolo, non si inserisce nel solco previsto dagli USA (Colombia, Messico, Bolivia, Honduras).

Speculare valutazione si può fare per il Medio Oriente, dove è quasi certo che Netanyahu troverà una robusta sponda alla propria agenda genocida di tutti quei soggetti rei di non essere allineati agli interessi sionisti, quindi non solo il Popolo Palestinese ma il cosiddetto Asse della Resistenza al completo.

Più ambigua, invece, ci pare la sorte del fronte ucraino perché, da un lato gli Stati Uniti hanno scommesso un capitale materiale e politico così elevato su Kiev da non potersi permettere un’uscita di scena come quella consumatasi a Kabul nel 2021, dall’altro perché le velleità di rimodulare per irrobustire l’orizzonte del “friend shoring”, impongono alla nuova amministrazione Trump di tentare una riedizione dell’agenda Nixon nel rinnovato proposito di separare la Russia dalla Cina.

La criticità di questo obiettivo è che ai tempi di Nixon gli USA avevano delle valide carte da giocarsi con la Cina, mentre oggi paiono estremamente a corto di offerte che possano interessare o essere accettate dalla classe dirigente del Cremlino.

La questione ucraina chiama in causa anche quelli che saranno i rapporti dei prossimi 4 anni tra le due sponde dell’oceano Atlantico.

L’UE, infatti, non si è ancora ripresa dallo stordimento che gli USA le hanno assestato con lo schiaffo ucraino (apertura di un ampio conflitto convenzionale sulla soglia di casa, rottura dei proficui rapporti energetici con la Russia e arruolamento forzato nella guerra commerciale con la Cina) e un rilancio dell’irrigidimento statunitense nei confronti degli interessi degli “alleati” nel consesso NATO, certamente stresserà i tentativi di autonomizzazione in atto nel Vecchio Continente, in particolare da parte di Germania – sul lato economico – e Francia – sul lato geostrategico. Rischiando comunque di perdere, in caso di disimpegno, la sponda nei territori orientali della UE.

4) Il rapporto con la classe lavoratrice

Fin qui abbiamo parlato di rapporti conflittuali in seno al capitale statunitense e tra quest’ultimo e quelli degli altri paesi (anche occidentali).

Tuttavia, risalta pure dalla cronache elettorali di queste ore, Trump ha raccolto un inaspettatamente robusto sostegno anche da parte dell’elettorato statunitense che “lavora per vivere” e negli ultimi 15 anni ha maturato una inimicizia endemica nei confronti di quanti, invece, vivono di rendita (quasi sempre legata all’alta finanza).

Trump si è dimostrato maestro nel comunicare incisivamente a tutti quei soggetti e non basta derubricare la questione a ignoranza e misoginia del WASP o redneck medio. Quanto meno non dovremmo accontentarci di questa lettura auto consolatoria in Italia, se qualcosa abbiamo imparato e capito da 20 anni di involuzione culturale, sociale e istituzionale cavalcata e spinta dal “fenomeno” Berlusconi.

Resta comunque il fatto che al secondo mandato il M.A.G.A. non potrà restare slogan elettorale, ma dovrà sostanziarsi in qualcosa di tangibile per i sopracitati lavoratori. E qui rientra in campo il discorso accennato al paragrafo 2 in merito al “firend shoring” che va arricchito con ulteriori valutazioni.

Dobbiamo quanto meno ipotizzare che Trump è risultato diverso – e probabilmente per questo ha vinto – rispetto a tutti i democratici e parte dei repubblicani suoi concorrenti interni, perché postula una reinternalizzazione entro i confini statunitensi non solo dei settori produttivi apicali (l’alta tecnologia sostanzialmente) ma anche di parte consistente della manifattura che ha fatto la fortuna della classe lavoratrice statunitense nei cosiddetti “30 anni gloriosi”.

Il nodo intorno a questo obiettivo travalica le criticità che la strategia di “friend shoring” dell’amministrazione Biden si è trovata davanti.

Il rilancio della manifattura “classica” implica, infatti, affrontare almeno tre fattori su cui gli USA hanno accumulato un ritardo enorme rispetto alle economie concorrenti (segnatamente ai capifila dei BRICS+):

1) le infrastrutture, che cadono a pezzi e sono concettualmente obsolete (si pensi alla predominanza del trasporto interno fondato su aerei e camion mentre il trasporto ferroviario è fermo al secolo scorso);

2) la formazione della classe lavoratrice, in crisi acuta a causa di un sistema educativo totalmente privatizzato quindi dai costi proibitivi e, nell’alta formazione, prevalentemente orientato agli studi economico-finanziari classici al posto delle scienze “dure”;

3) l’efficienza e concorrenzialità dell’apparato produttivo, che attualmente si regge su un mix di mercato del lavoro deregolamentato e povero, e costi energetici contenuti che però si riverberano in disastri ambientali sempre meno gestibili determinati dall’estrazione – fracking – e combustione delle fonti energetiche fossili.

Al momento il punto 3 è stato “tamponato” con una feroce concorrenza interna al blocco occidentale – prevalentemente a danno della UE – mediante massicci sussidi pubblici erogati grazie al vantaggio competitivo di cui gode il dollaro nei confronti delle altre valute il che consente, alla classe dirigente statunitense, di drenare capitali dal resto del mondo semplicemente agendo sul tasso d’interesse agito dalla Federal Reserve.

Anche questa, però, pare una soluzione di corto respiro, da un lato perché dalla UE non si “saccheggiano” produzioni a elevato valore aggiunto, dall’altra perché il vantaggio esclusivo del dollaro è sempre meno tollerato dal mondo non occidentale ed i prodromi di un tentativo di superamento dello status quo si sono visti al recente vertice di Kazan, dove i BRICS+ hanno iniziato a delineare i contorni di uno strumento di pagamento alternativo al dollaro per i commerci internazionali denominato BRICS Pay.

Sulla base di quanto fin qui esposto risulta evidente che, al netto di tutte le criticità che non vanno sottostimate o nascoste, l’elezione di Trump al soglio della Casa Bianca potrebbe determinare una accelerazione delle contraddizioni del modo di produzione capitalista verso cui i comunisti devono farsi trovare pronti sia nell’analisi teorica, sia nella conseguente identificazione di prassi politiche all’altezza dei tempi che viviamo, quindi inevitabilmente nuove.

Fonte

Trumpnomics 2.0, via anche gli ultimi lacci alla finanza

di Emiliano Brancaccio

Stando agli exit polls di Abc, oltre due terzi degli elettori americani si dichiarano insoddisfatti dalla situazione economica lasciata dall’amministrazione Biden. La working class, in particolare, lamenta una caduta del potere d’acquisto dei salari fino a tre punti percentuali all’anno per tre anni.

L’erosione retributiva, a quanto pare, ha avuto un impatto rilevante sulle elezioni. Molti lavoratori che in precedenza avevano votato per i democratici, stavolta hanno disertato le urne o hanno scelto Donald Trump.

La voltata di spalle di quel residuo di classe lavoratrice che ancora si iscrive alle liste elettorali è forse la prova più tangibile del fallimento dei democratici americani. Tuttavia, se la speranza è che il nuovo presidente sostenga le condizioni di vita dei lavoratori, possiamo già dire che sarà delusa. Dal fisco, alla spesa sociale, alla regolamentazione del lavoro, la “Trumpnomics 2.0” sarà quella di sempre: una politica economica al diligente servizio del capitale americano.

Trump ha insistito sul rafforzamento del suo “Tax Cuts and Jobs Act”. Nel 2017 aveva portato l’imposta massima sui profitti delle imprese dal 35 al 21 per cento e ora vuole ulteriormente ridurla al 15 per cento, nel tripudio dei grandi azionisti di Wall Street. Inoltre, il nuovo presidente ha annunciato tagli rilevanti al prelievo federale sugli straordinari e sulle pensioni più alte. Stando al Committee for a Responsible Federal Budget, le minori entrate potrebbero implicare un crollo fino al 30 per cento del bilancio per la previdenza sociale. È lo specchio di un altro obiettivo chiave di Trump: comprimere ancora il residuo welfare pubblico per ripristinare l’assoluto predominio delle assicurazioni private.

Per sostenere i consumi della classe lavoratrice, Trump ha rilanciato la soluzione che tanto piace al potere finanziario: misure fiscali per dimezzare i tassi d’interesse sulle carte di credito e alleviare il costo dei mutui per l’acquisto di elettrodomestici, autovetture e case. Una delle possibili attuazioni è che le banche ricevano vantaggi fiscali se riducono gli oneri per i consumatori indebitati. Se a questo scopo servirà allentare i vincoli a un nuovo boom dei debiti, nessun problema: Trump è intenzionato a rimuovere gli ultimi lacci normativi che imbrigliano la finanza. Per molti versi, sembra la riedizione degli anni ruggenti che precedettero la crisi del 2008. La bolla speculativa che gonfia l’economia americana si espanderà ancora prima di scoppiare. Alla fine, stesi per terra, si ritroveranno i lavoratori in bancarotta.

In questo terso scenario di dominio del capitale, c’è chi sostiene che la classe lavoratrice potrà almeno rallegrarsi per l’annunciato blocco dell’immigrazione. In realtà, i dati mostrano che i migranti vanno dove l’economia cresce. Ciò significa che l’afflusso di lavoratori stranieri non è tanto una causa del peggioramento dell’occupazione e dei salari dei nativi quanto piuttosto una conseguenza del loro miglioramento. L’ideologia xenofoba vince tuttora nelle urne ma continua a perdere sul banco di prova dell’evidenza scientifica.

Le speranze dei sedicenti tribuni della plebe “pro-Trump” sono tuttavia riposte anche nel rilancio dell’isolazionismo economico Usa. La retorica trumpiana “America first” è centrata sul blocco delle importazioni e sull’obiettivo di riportare gli impianti delle multinazionali su territorio americano, per rimediare alla crisi occupazionale delle aree interne. A ben vedere, però, i dati mostrano che il protezionismo di Trump non costituisce affatto un’eccezione. Da Obama a Biden, da oltre un quindicennio le amministrazioni Usa stanno erigendo barriere commerciali e finanziarie sempre più alte. È quello che la segretaria al Tesoro uscente ha definito friend shoring: fare affari solo con gli “amici” e tenere alla larga i “nemici”, specialmente se creditori verso l’America. Trump semplicemente grida ai quattro venti una strategia di divisione dell’economia mondiale in blocchi contrapposti che è stata adottata anche dagli altri presidenti, sia pure con maggior discrezione. Si tratta di un indubbio favore per i proprietari statunitensi, che sempre più temono incursioni di capitali orientali negli Usa e nelle aree del mondo sotto controllo americano. Quanto alle magnifiche sorti per i lavoratori nativi, fino a oggi non risultano pervenute.

Qualcuno potrebbe obiettare che almeno Trump porta avanti una strategia di pace, sia pure cinica: lasciare alla Russia i territori occupati e farla finita con la guerra in Ucraina. In realtà, con questa opzione il nuovo presidente punta a riesumare un vecchio obiettivo di Nixon: dividere Russia e Cina per preservare l’egemonia americana nel mondo. Con la differenza che Nixon cercava intese coi cinesi per isolare la Russia sovietica, mentre oggi Trump vuol fare accordi coi russi per isolare la Cina. L’idea è che i cinesi sono i veri attentatori al primato economico americano ed è quindi su di essi che gli Stati Uniti dovranno concentrare le barriere, le sanzioni e i cannoni. Più che un’agenda “pacifista”, un altro tassello verso l’escalation militare globale.

Fonte

06/11/2024

“Harris e Trump non sono uguali, ma sul modo di gestire la crisi egemonica americana si somigliano”

Emiliano Brancaccio, docente di Economia politica all’Università Federico II di Napoli e promotore dell’appello su “Le condizioni economiche per la pace”, pubblicato dal “Financial Times” e “Le Monde” (autore dell’omonimo libro uscito quest’anno per i tipi di Mimesis), conduce da tempo una battaglia per aggiornare le analisi politiche internazionali utilizzando strumenti teorici critici all’altezza delle grandi trasformazioni in corso. Lo abbiamo intervistato per approfondire il tema centrale delle ragioni dei conflitti armati.

Professor Brancaccio, le guerre non si fermano. Anzi sembrano preludere a una escalation dalle conseguenze imprevedibili. Uno scenario inevitabile?

Uno scenario forgiato da forze profonde, che le analisi alla moda colpevolmente trascurano. Mi riferisco alle determinanti “economiche”, o più precisamente “materiali”, dei conflitti militari. Se ne parla poco, ma gli interessi “materiali” rappresentano un fattore chiave di attivazione dei conflitti militari.

Vale anche per il conflitto israelo-palestinese?

L’attacco di Hamas in territorio d’Israele e i massacri di palestinesi a opera dell’esercito israeliano, sia prima sia dopo il 7 ottobre, vengono solitamente considerati un tipo di guerra completamente estranea alle controversie economiche. I commentatori mainstream ritengono che lì la controversia sia semplicemente di natura etnica, religiosa, culturale o, al limite, territoriale. Si sbagliano.

In effetti, nel conflitto Israele-Palestina l’elemento terra è stato da sempre storicamente centrale...

Il fattore territoriale è certamente rilevante, anche per ragioni di pressione demografica. Diversamente da quel che avviene in Italia o in buona parte dell’Occidente, Israele e la Palestina hanno entrambi tassi di crescita della popolazione tuttora importanti. Questo elemento esercita una pressione fortissima su un territorio molto limitato. Tuttavia, la spiegazione “territoriale” da sola non basta per comprendere il quadro attuale. Esistono anche altri fattori di conflitto, ancora più rilevanti.

Quali altre ragioni della guerra sarebbero in campo?

Per capire di che parliamo dobbiamo partire da lontano e inquadrare tutte le guerre, incluso il conflitto israelo-palestinese, nell’attuale scenario di divergenza economica tra le grandi potenze. L’elemento chiave, in questo scenario, è la grande svolta di politica economica degli Stati Uniti verso il protezionismo. Dopo essere stati gli apologeti della globalizzazione capitalistica e dell’apertura dei mercati al libero commercio e alla libera finanza mondiale, a un certo punto gli Usa si sono resi conto che il processo di globalizzazione non stava facendo bene al capitalismo americano. Anzi, stava aprendo la via a una possibile crisi egemonica dell’economia americana.

Un’America che si pente della globalizzazione?

Lo possiamo notare guardando vari indicatori che evidenziano alcune difficoltà crescenti per l’economia americana. Uno di questi indicatori è l’indebitamento degli Stati Uniti verso l’estero. La cosiddetta “posizione netta verso l’estero” degli Stati Uniti (in economia è la differenza tra le attività e le passività finanziarie esterne di un Paese, ndr) va verso un passivo di ventimila miliardi di dollari. È un record negativo senza precedenti, che mostra come gli Stati Uniti siano entrati in contraddizione con la loro vecchia apologia del libero scambio.

Da qui parte il protezionismo americano?

Sì. I primi segni della svolta protezionista americana si registrano già dalla grande crisi finanziaria del 2008, sotto l’amministrazione Obama. La politica protezionista prosegue quindi in maniera più plateale con Donald Trump, va avanti anche sotto l’amministrazione Biden, e sarà certamente confermata dal prossimo presidente, che si tratti di Trump o di Harris.

Quindi, da questo punto di vista, secondo lei non c’è differenza tra i programmi dei due candidati alla presidenza Usa?

Le differenze sono nella politica economica interna, con Harris e i democratici più orientati a concedere qualcosa al rinascente movimento sindacale, mentre Trump e i repubblicani hanno un’agenda tutta centrata sulla difesa dei proprietari. Ma sul terreno delle relazioni internazionali le posizioni dei due candidati sono simili: dire addio al vecchio globalismo per imporre al mondo un nuovo regime di protezionismo commerciale e finanziario. A questa svolta gli americani hanno anche dato un nome: friend shoring. Significa che vogliono dividere l’economia mondiale in due blocchi, gli “amici” con cui proseguire gli affari e i “nemici” da tenere alla larga.

Una novità assoluta nel mondo contemporaneo: un mercato selezionato?

Sì, un protezionismo discriminante, che distingue tra Paesi e Paesi. Gli Stati Uniti ci spiegano che, da ora in poi, intendono portare avanti relazioni economiche solo con gli “amici” occidentali della Nato e i suoi alleati. Invece, vogliono elevare barriere commerciali e finanziarie con quei Paesi che non sono allineati alla politica di Washington e della Nato e che risultano anche creditori verso il resto del mondo. Ovviamente, nella lista di questi “nemici” c’è in primo luogo la Cina, che vanta un credito verso l’estero ormai di quattromila miliardi di dollari. Ma ci sono anche la Russia, diversi Paesi mediorientali esportatori di energia e che non sono allineati a Washington, e altri creditori non inquadrabili nella politica estera occidentale.

Quali saranno gli effetti di questa svolta protezionista americana?

Uno degli effetti è che gli Stati Uniti stanno cercando di contrastare in tutti i modi i tentativi di espansione internazionale delle vie commerciali e finanziarie promosse dalla Cina. Pensiamo alla “nuova Via della Seta”, un sistema di infrastrutture materiali e immateriali con cui i cinesi stanno cercando di connettersi sempre di più verso l’Ovest del mondo. Gli Stati Uniti osteggiano in tutti i modi questo progetto e premono sugli altri Paesi occidentali per impedir loro di aderire. Questa pressione diplomatica americana, come sappiamo, ha funzionato molto bene con il governo italiano. Giorgia Meloni ha deciso di stracciare gli accordi infrastrutturali che il governo Conte aveva precedentemente stipulato con i cinesi. Così, l’Italia prima ha aderito alla “nuova Via della Seta” cinese, poi è stata costretta a rimangiarsi la parola.

Quindi l’obiettivo americano principale è di boicottare le vie commerciali e finanziarie cinesi verso l’Occidente?

Non solo. Gli Stati Uniti promuovono anche vie di interscambio alternative alla via della seta. Una di queste vie si chiama Imeec: il “corridoio India-Medio Oriente-Europa”. È un grande progetto che mira a costruire collegamenti commerciali, logistici e di telecomunicazioni che, partendo dall’India, dovrebbero attraversare le zone calde del Medio Oriente per giungere all’estremità occidentale dell’Europa. È un corridoio fortemente voluto dagli Stati Uniti proprio come grande alternativa strategica e protezionistica alla politica cinese della “nuova Via della Seta”. L’Imeec tuttavia ha un grosso problema...

Quale?

Gli americani sanno che per completare l’Imeec è necessario “stabilizzare” l’area mediorientale attraverso cui il corridoio deve passare. La stabilizzazione politica, infatti, è un requisito essenziale per favorire lo sviluppo dei commerci e delle relazioni economiche di un’area, tanto più se la si vuole trasformare in una zona di transito di enormi volumi di merci, informazioni e denaro. A questo scopo, il primo problema da risolvere è la cosiddetta “normalizzazione” dei rapporti diplomatici tra Israele e i principali Paesi dell’area mediorientale. Per perseguire questo obiettivo, gli Stati Uniti hanno promosso i cosiddetti “accordi di Abramo”. Questa iniziativa diplomatica comincia sotto l’amministrazione Trump, prosegue con Biden e dovrebbe andare avanti anche in futuro, che vinca Harris o Trump. Anche in questo caso abbiamo continuità di obiettivi tra i candidati.

Dopo il 7 ottobre 2023, però, gli accordi di Abramo sono saltati...

Poche settimane prima dell’attacco di Hamas in territorio israeliano, si stava quasi per giungere a una firma cruciale, per la “normalizzazione” dei rapporti tra Israele e Arabia Saudita. Dopo il 7 ottobre il processo si è bloccato. Il problema degli accordi di Abramo è che sotto il tavolo delle trattative diplomatiche hanno sempre lasciato una grossa “bomba” innescata: è la questione palestinese, che non è stata mai seriamente affrontata nelle trattative. Quegli accordi hanno sciolto tutta una serie di nodi di ordine economico e diplomatico, ma hanno lasciato in sospeso il dramma palestinese. A un certo punto, com’era prevedibile, la “bomba” è esplosa. Così, anche gli accordi di Abramo e l’avanzamento del corridoio Imeec si sono interrotti.

Come si affronta dunque il nuovo scenario dopo il 7 ottobre?

Ci sono due strategie diplomatiche, una “morbida” e l’altra “dura”. La strategia “morbida” è quella ufficiale degli Stati Uniti, che almeno stando alle dichiarazioni vorrebbero seguire la via degli accordi di Abramo per continuare a normalizzare i rapporti con Israele e stabilizzare il Medio Oriente per via consensuale e diplomatica, nonostante tutto. La strategia “dura” è invece quella israeliana del governo Netanyahu, che considera apertamente falliti tutti i tentativi consensuali di stabilizzazione dell’area. Per il governo israeliano, la fase storica è ormai completamente cambiata. Per normalizzare i rapporti in Medio Oriente e sviluppare il corridoio Imeec alternativo alla via della seta cinese, la strategia “morbida” basata su meri avanzamenti diplomatici non è più perseguibile. L’unica opzione realistica rimasta in campo è quella “dura”: vale a dire, il tallone di ferro, la forza militare, inclusi i massacri di civili, per dimostrare che Israele è l’unico soggetto dotato della forza militare necessaria per proteggere lo sviluppo dei commerci della zona lungo direttrici filo-occidentali. Se ci pensiamo bene, questo è uno dei motivi per cui il governo israeliano ha alzato la tensione anche con il Libano e l’Iran, e ha di fatto aperto un conflitto diplomatico e militare con l’Onu e le sue forze di interposizione. Insomma, Israele sta usando dosi massicce di violenza in tutta l’area, allo scopo di proporsi come il dominatore indiscusso del Medio Oriente, e quindi anche come l’unico attore in grado di garantire il corridoio Imeec al quale gli americani tanto tengono. Alla fine, sembra proprio che la strategia israeliana stia prevalendo. Negli Usa siamo in una fase elettorale, c’è molta riluttanza ad affrontare apertamente il punto. Ma al di là dei comizi e delle parole di circostanza, sembra che a Washington ormai in tanti condividano la strategia israeliana della violenza per stabilizzare il Medio Oriente, e dare così via libera agli affari lungo il corridoio anti-cinese. Anche su questo punto, le differenze tra i due candidati alla presidenza Usa non sembrano sostanziali.

Possiamo considerare questo scivolamento verso la violenza militare in Medio Oriente come una conseguenza indiretta del friend shoring americano?

Il friend shoring ha avuto certamente un ruolo. In fin dei conti, la svolta Usa verso una linea protezionista che punta apertamente a dividere l’economia globale in due blocchi, di “amici” e “nemici”, porta come logica conseguenza che le vie di transito e le linee di interscambio commerciale e finanziario vengano scortate da ammassi sempre più imponenti di truppe e di cannoni. Vale per tutte le aree calde del mondo, e quindi anche per il Medio Oriente.

Però i conflitti nell’area mediorientale scoppiavano anche prima del 2008, anno della svolta americana verso il friend shoring. Pensiamo all’invasione dell’Iraq del 2003, per esempio.

Certo, ma anche in quella circostanza gli interessi materiali erano dominanti. Quella era la fase in cui gli Stati Uniti portavano avanti una linea di politica economica estera che si basava su quello che ho definito un “circuito militar-monetario”. In parole semplici, significa che all’epoca gli Usa impiegavano ingenti risorse finanziarie per sostenere i costi delle loro guerre nel mondo, dall’Afghanistan all’Iraq. Queste guerre avevano una natura tipicamente “imperialista”, nel senso che erano attivate da enormi interessi economico-finanziari. Tra questi, c’era il controllo dei grandi giacimenti di risorse naturali dei Paesi aggrediti al fine di migliorare la bilancia energetica americana, all’epoca in pesante passivo verso l’estero.

Dopodiché i soldati si sono ritirati e gli Usa pare abbiano scelto un’altra posizione nei confronti dei conflitti all’estero. Ci sono sempre spiegazioni economiche di questi cambi di rotta?

Le ragioni economiche essenzialmente sono due. In primo luogo, la nuova tecnologia per estrarre petrolio, detta fracking, ha indubbiamente consentito agli Stati Uniti di migliorare un po’ la bilancia energetica verso l’estero, riducendo così l’urgenza di andare a conquistare giacimenti nel mondo attraverso la forza. Ma soprattutto, a causa dell’indebitamento generale verso l’estero è entrato in crisi quel modello di “circuito militar-monetario” con cui gli Usa si indebitavano verso l’estero anche per sostenere le varie campagne militari nel mondo necessarie a preservare gli obiettivi “imperialistici” del capitalismo americano. In sostanza, le campagne militari a un certo punto sono entrate in contraddizione con i limiti dell’indebitamento americano verso l’estero. Il ritiro delle truppe dai luoghi di conflitto è il segno più plateale della crisi del vecchio “circuito militar-monetario” americano.

Le difficoltà degli Stati Uniti si registrano anche riguardo al ruolo del dollaro. La cosiddetta “de-dollarizzazione” è una possibilità concreta?

È certamente un obiettivo dichiarato dei cosiddetti Brics, il raggruppamento dei Paesi emergenti riuniti intorno alla Cina per cercare di creare un sistema di relazioni internazionali diverso da quello che ruota intorno agli Stati Uniti e al biglietto verde. Bisogna però dire che il processo di “de-dollarizzazione” sta avanzando anche per le scelte strategiche degli stessi americani. L’esempio più lampante è proprio il protezionismo del friend shoring. Gli Stati Uniti e i loro alleati occidentali stanno comunicando alla Cina e agli altri grandi creditori d’Oriente che i capitali in dollari, che hanno accumulato nel corso degli anni attraverso l’esportazione e i liberi commerci, non possono più essere utilizzati in Occidente, perché adesso vigono le barriere commerciali e finanziarie. È chiaro che questa strategia ha uno spiacevole effetto collaterale: indebolisce il ruolo del dollaro come moneta di riserva e di scambio internazionale, perché ora i possessori orientali non sono più certi di poter usare i biglietti verdi per i loro affari. Insomma, avendo svoltato verso il protezionismo, gli Usa devono conseguentemente anche accettare un indebolimento del dollaro come moneta di riserva internazionale. Ciò significa che proprio il friend shoring americano contribuisce al processo di “de-dollarizzazione”. È uno dei grandi paradossi di questo tempo, che si manifesta sul grande nodo della moneta perno del sistema mondiale. La storia del capitalismo insegna che questa è una questione cruciale. Come avvenne con la crisi della sterlina e dell’impero britannico esplosa all’inizio del secolo scorso, gli scontri sulla moneta di riferimento del sistema possono rivelarsi un innesco chiave di conflitti militari di vasta portata.

Un’ultima domanda sulle elezioni Usa. Lei sostiene che sull’agenda di politica estera i due candidati si somigliano. Però Trump dichiara di avere una soluzione per chiudere la guerra in Ucraina, sembra più orientato a trovare un accordo con Putin. La convince l’agenda “pacifista” del candidato repubblicano?

No. Trump vorrebbe portare avanti una strategia simile a quella di Nixon: dividere Russia e Cina per preservare l’egemonia americana. La novità è che, mentre Nixon cercava accordi coi cinesi per isolare la Russia sovietica dell’epoca, Trump vuol fare accordi coi russi per isolare la Cina. L’idea è che i cinesi sono i veri nemici economici dell’America ed è quindi su di essi che gli Stati Uniti dovranno concentrare le barriere, le sanzioni e i cannoni. Più che un’agenda “pacifista”, mi sembra una linea retta verso l’escalation militare globale.

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04/08/2023

Le dipendenze dell’industria italiana: Confindustria confessa i problemi del modello europeo

Molto spesso gli studi padronali sono una fonte straordinaria di informazioni per chi vuole capire le preoccupazioni di una classe dirigente in crisi. Il Centro Studi di Confindustria ne produce molti, e vale la pena commentare la nota del primo agosto, “Le dipendenze critiche e strategiche dell’industria italiana”.

In una serie di specchietti e grafici vengono messe in fila importanti notizie sull’esposizione del tessuto produttivo nazionale agli shock internazionali.

Nel farlo, traspaiono anche le evidenti storture di un modello imperniato sulla Germania e – tuttora – sull’export, nonostante il chiaro superamento della “globalizzazione” dell'ultimo trentennio.

Il Centro Studi è partito dall’approccio della Commissione UE nella ‘Nuova Strategia Industriale’ del 2020, che esplicita il bisogno di politiche industriali attive, per identificare dipendenze critiche e capacità strategiche.

È la stessa industria italiana a dirci che si pensa come un blocco unico europeo, in competizione con gli altri.

Ce lo conferma quando identifica i ‘prodotti critici’, cioè quelli che hanno pochi fornitori extra-UE e con una elevata quota di mercato in Italia, scarsa sostituibilità con l’export italiano e con gli scambi intra-UE. Essi sono 333, cioè il 7% dei tipi di merci importate, per un valore di 17 miliardi, ovvero il 9% del totale.

Le importazioni dalla Cina valgono il 25% di questi 17 miliardi (3,4 miliardi in media tra il 2018 e il 2021) e quasi la metà proviene da prodotti ICT (Information and Communication Technologies). A seguire Pechino ci sono gli USA, con solo il 6% del valore dell’import, concentrato per il 44% nell’ambito della salute.

Tra queste 333 merci sono state isolate quelle strategiche, quelle ritenute indispensabili per la transizione energetica e digitale, la sicurezza nazionale e la tutela della salute. Si tratta di 148 prodotti, il 44% delle varietà e il 61% del valore dell’insieme di quelli critici.

Tra questi vi sono 67 materie prime, il 32% del valore dell’import strategico tenendo presente il Critical Raw Material Act (CRMA) europeo del marzo scorso.

È proprio questo settore ad avere, difatti, un’attenzione particolare da parte di Bruxelles nel tentativo di ridurre le dipendenze.

Tra i beni strategici sono poi identificati quelli di cui l’approvvigionamento può essere influenzato da dinamiche politiche o disastri naturali. Sono 62 prodotti, che rappresentano il 38,5% del valore di quelli critici, e 27 di essi sono materie prime: Cina, Stati Uniti, Turchia, Ucraina e Russia sono i loro principali fornitori.

Le crescenti tensioni tra molti dei paesi citati hanno stimolato “un allentamento delle connessioni produttive e una competizione serrata nello sviluppo delle tecnologie strategiche”.

L’Unione Europea ha così “definito, nel corso degli ultimi anni, un obiettivo di Autonomia Strategica Aperta, consistente nella capacità di agire, sia con i partner sia autonomamente, in base ai propri valori e interessi strategici”.

Per seguire questa strada deve però ridurre le dipendenze che condivide con l’Italia e ha dunque cercato soluzioni, ad esempio attraverso il recupero dei rifiuti. Confindustria sostiene, anzi, che i rottami vadano inclusi nei CRM, a dimostrazione di come dietro la retorica green si nascondano le ruvide ragioni della competizione globale.

Ma per le economie europee la situazione è più complessa di quelle di altri paesi come USA e Cina. Alle catene globali del valore è legato il 35% della manifattura italiana e il 44% di quella tedesca – in forte aumento in seguito alla crisi del 2007-2008 – mentre per Washington e per Pechino si tratta di meno del 14%.

Nell’ultimo quindicennio si è dispiegata pienamente la riorganizzazione degli apparati produttivi continentali sul modello tedesco export-oriented.

Era parte integrante della strategia per il salto di qualità imperialistico dei campioni europei, e oggi ne scontiamo i contraccolpi, con prospettive di crescita più labili e incerte.

Insomma, è la UE ad essere il vaso di coccio nel de-risking, nel re- e friend-shoring che guida le politiche economiche di oggi. La nostra classe dirigente non sembra avere le capacità nemmeno di immaginarsi un altro modello, e ci stanno portando lentamente, ma inesorabilmente nelle braccia della ‘crisi strategica’.

La perdita della presa sul Sahel sta mettendo in dubbio anche lo sviluppo di un proprio «giardino di casa» sulla pelle del quale gestire, secondo i propri interessi, il processo di deglobalizzazione. È probabile che, stretti nella loro inadeguatezza e limiti materiali, i governanti europei rispondano con ancora più brutalità, su entrambe le sponde del Mediterraneo.

Prepariamoci a organizzare la rabbia che ne deriverà e a promuovere il conflitto sociale e politico, mostrando l’importanza di ricostruire un’industria pubblica trainata dalla domanda interna. E indicando in relazioni di cooperazione e mutuo guadagno con l’Africa il terreno su cui costruire un’alternativa all’attuale allineamento internazionale.

Non sarà ancora il Socialismo del XXI secolo, ma se “la rivoluzione è il senso del momento storico” è nella crisi dell’imperialismo euroatlantico che questa sfida diventa tutta da giocare.

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20/12/2022

La globalizzazione ai tempi del friend-shoring

È interessante la tesi sostenuta da Emiliano Brancaccio secondo cui tra le cause della guerra in corso in Ucraina ci sarebbe la dottrina “friend-shoring”, così come è stata enunciata da Janet Yellen, segretaria al Tesoro degli USA: “Il nostro obiettivo dovrebbe essere quello di realizzare un commercio libero ma sicuro facciamolo con i paesi su cui sappiamo di poter contare. Favorire il friend-shoring delle catene di approvvigionamento, contando su un gran numero di paesi fidati, in modo da poter continuare a garantire in modo sicuro l’accesso al mercato, ridurrà i rischi per la nostra economia […]” (Cfr. pag. 222, “La guerra capitalistica”, E. Brancaccio, R. Giammetti, S. Lucarelli, Mimesis/Eteropie.)

È interessante perché porta fuori il conflitto dalle logiche prettamente geopolitiche, per proporre un respiro più ampio sulle strategie imperialiste post globalizzazione. Fare affari solo con gli amici è possibile se si produce la lista di proscrizione dei nemici e quindi se si impone a paesi amici o alleati di schierarsi, in una sorta di nuovo imperativo che si potrebbe esprimere con il vecchio o con noi o contro di noi.

Ecco che la retorica delle democrazie euro atlantiche che si devono difendere dalle “autocrazie” russa e cinese ha la funzione di spingere le opinioni pubbliche, e di conseguenza i consumatori, le imprese e i governi locali ad accettare le regole del nuovo assetto dei mercati.

Se finora la globalizzazione era venduta come veicolo propagandistico per il più grande assortimento di merci a basso prezzo della storia, perché, come spiegava Deng Xiaoping, “non importa se il gatto sia bianco o nero, l’importante è che acchiappi i topi”, la nuova dottrina “friend-shoring” ha bisogno di convincere, al contrario, che il colore dei soldi è importane, tanto che è meglio comprare dai “paesi amici”, anche se il prezzo è maggiore, come, per esempio, nel caso del GNL statunitense.

Ovviamente, a proposito di friend-shoring, la domanda dovrebbe essere: ma paesi amici di chi? “Io tendo a vedere il friend-shoring come un gruppo di partner con i quali sentiamo sintonia con la nostra geopolitica [...]”, precisa Janet Yellen (ibidem).

Amici degli USA, dunque e della loro geopolitica. Per la quale l’UE deve dimostrare nei fatti un sentimento di legame indissolubile, a cominciare dalla fedeltà alla NATO, cui si sono aumentati i contributi, fino al 2 per cento di PIL da parte di ciascuno degli stati membri.

Una fedeltà onerosa, per la quale si sta accettando l’idea che una nuova guerra nel Vecchio Continente sia giusta, non importa quanto pericolosa possa diventare. E non importa neppure se questa sudditanza acritica metta seriamente in crisi la retorica che voleva l’Unione come garanzia della pace, come conquista di civiltà giuridica in Europa, che è stato il leitmotiv della pubblicistica di Bruxelles.

Ma soprattutto si è dovuto accettare – ecco il punto – di far saltare ogni accordo per la fornitura del gas russo, col risultato di veder schizzare i prezzi dell’energia, che alimentano l’inflazione, creando grosse difficoltà alle imprese e alle famiglie, nonché ai bilanci pubblici, per via di misure che calmierino l’aumento dei prezzi.

L’Amministrazione Biden è riuscita a esportare la paura che gli USA potessero perdere la propria supremazia economica nel mondo – che tanto ossessionava Trump con il suo “make America great again” – allo stesso tempo è riuscita a serrare i ranghi dell’alleanza militare. Tuttavia il fatto che la supremazia economica sia già da tempo in forte declino è proprio alla base della dottrina del “friend-shoring”.

“Prima che la guerra in Ucraina dilaghi fuori controllo o che scoppi il conflitto per Taiwan, non sarebbe ragionevole […] trarne spunto non per una vera pace – orizzonte coperto da troppe nubi – ma verso una successione di tregue e intese limitate, sulla base della garanzia reciproca ‘non scritta’ ma effettiva della rinuncia a sovvertire il regime avverso, fosse solo per non doversi caricare i costi della gestione di un popolo umiliato e offeso? E non potrebbe l’Italia, assieme a europei consentanei e altri soggetti non necessariamente statuali ma influenti, promuovere simile percorso?”, scrive Lucio Caracciolo, a conclusione del suo recente “La pace è finita” (Feltrinelli).

Ora, senza entrare nel merito di codesta visione geopolitica del conflitto esposta da Caracciolo, appare evidente, però, l’accettazione ormai generalizzata dell’assioma della dottrina “friend-shoring” come dato di fatto nei nuovi rapporti di forza. Perché è chiaro che se Cina, Russia, India e gli altri paesi asiatici applicassero una loro speculare “friend-shoring”, le ripercussioni sarebbero critiche per molti paesi occidentali.

Janet Yellen in visita a Tokyo ha detto: “Non possiamo permettere a Paesi come la Cina di utilizzare le loro posizioni di mercato in materie prime, tecnologie o prodotti chiave per disturbare la nostra economia o esercitare un’indesiderata leva geopolitica”.

Ecco la verità: “esercitare la leva geopolitica” deve rimanere di esclusivo appannaggio, con le buone o con le cattive, degli USA.

Le ripercussioni della dottrina “friend-shoring” si stanno facendo sentire in Europa, in Turchia, nei paesi del Golfo.

E in Italia? Come al solito ci sono gli entusiasti, che nel Belpaese non mancano mai, che arrivano a immaginare il friend-shoring come un sorta di globalizzazione 2.0.

“Il concetto di friend-shoring aggiunge una componente valoriale alla ri-localizzazione in atto, che tiene in particolare evidenza le condizioni geopolitiche e geo-economiche in cui l’impresa si muove: vengono così scelti paesi di investimento che abbiano principi e valori vicini e condivisibili, diritti riconosciuti e un clima generale di sostenibilità, sia ambientale che sociale”, è quanto sostiene Alessandro Minon, presidente di Finest, finanziaria per l’internazionalizzazione del Nordest, sentito da furtuneita.com, che poi ci spiega più chiaramente cosa vuol dire in pratica la ri-localizzazione.

“Col friend-shoring – continua Minon – si ambisce a costruire catene del valore sicure e prive di rischi anche reputazionali, dove interruzioni improvvise o cambiamenti delle condizioni sono altamente improbabili”.

Per scendere nel concreto, Minon dice che “La costruzione e il rafforzamento di catene del valore comunitarie, collocando ad esempio in Est Europa quelle produzioni che erano state sviluppate in nell'estremo oriente, dovrebbe essere una scelta strategica da perseguire con convinzione: si creerebbero così poli produttivi e distretti sovranazionali sostenibili, sicuri e ad alto contenuto tecnologico, permettendo agli stati membri di competere sui mercati internazionali coi i colossi americani o asiatici.” (ibidem).

A questo punto è chiaro a che è servita la strategia politico militare che va sotto il nome di allargamento a Est dell’Alleanza atlantica: la costruzione di “poli produttivi sicuri”, con manodopera a basso costo fisso, e scarsa sindacalizzazione, controllati all’interno e militarizzati ai confini con la Russia.

Tuttavia, la dottrina friend-shoring crea perplessità nei piani alti della finanza italiana. “In un recente discorso, il governatore della Banca d’Italia Visco ha spiegato che la riorganizzazione del commercio mondiale in aree costituite da paesi politicamente affini, o uniti da accordi economici regionali rischia di mettere in crisi un modello economico che, negli ultimi trent’anni, ha permesso di elevare dalla povertà assoluta numerosi Paesi.” (fortuneita.com).

Perché queste dichiarazioni, apparentemente progressiste non debbano creare stupore, ce lo spiega bene Emiliano Brancaccio. “L’Italia è sempre stato un paese crocevia delle relazioni economiche internazionali, verso occidente e verso oriente, e pagherà quindi più di altri la nuova politica del ‘friend-shoring’” (Emiliano Brancaccio, intervistato da Rai News 24, il 6 giugno 2022).

Se a questo, poi, aggiungessimo che il nuovo governo sovranista ha una visione mistica del made in Italy, basata su superstizioni nazionalistiche, ciò che ci aspetta non è per niente una prospettiva friendly.

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08/06/2022

Brancaccio - Gli effetti del “friend shoring” sull’Italia

Già prima della guerra, l’occidente capitalistico aveva sdoganato la nuova politica del “friend shoring”: ossia, fare affari solo con gli “amici” escludendo i capitali d’oriente. La guerra non ha fatto altro che accentuare questa svolta protezionista dell’occidente. L’Italia è sempre stato un crocevia delle relazioni economiche internazionali, verso occidente e verso oriente, e pagherà quindi più di altri la nuova politica del “friend shoring”. Emiliano Brancaccio su RAI News 24, 6 giugno 2022.


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