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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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11/10/2026

UE-Cina: una tregua commerciale con lo spettro della guerra

L’8 e 9 ottobre il commissario europeo per il Commercio, lo slovacco Maroš Šefčovič, è stato a Pechino per sostenere le richieste europee, ovvero la riduzione del surplus commerciale del Dragone, arrivato a circa un miliardo di euro al giorno. La visita è stata preceduta da due iniziative.

Da un lato, le pressioni di Macron e Merz, che hanno pubblicato una lettera per chiedere alla Commissione europea nuovi strumenti con cui difendere l’economia europea dall’uso del commercio come arma e dalla “distorsione sistematica del mercato”. La Cina non viene citata esplicitamente, per ragioni diplomatiche, ma la pubblicazione alla vigilia del viaggio di Šefčovič non è certo casuale.

Dall’altro, una risoluzione del Parlamento Europeo dai toni molto duri, che affronta non solo le questioni economiche, ma anche temi politici come Taiwan e i “diritti umani”, che ha portato anche a promuovere una presenza militare stabile a ridosso delle coste cinesi. Non esattamente il miglior biglietto da visita.

Eppure, dall’incontro si è usciti con una dichiarazione congiunta in 16 punti, che dovrebbe portare a tre traguardi:
  1. dimezzare le vendite di auto ibride cinesi nei paesi UE;
  2. facilitare le licenze per l’export di terre rare verso l’Europa;
  3. migliorare l’accesso reciproco ai mercati.
Al vertice dei capi di stato e di governo che è in programma a Bruxelles il 15 e 16 ottobre si discuterà questa nuova intesa, che sembra allontanare lo spettro della guerra commerciale. Ma come mai si è raggiunta questa possibile distensione, proprio mentre la UE intensifica le minacce al Dragone? Ripercorriamo i nodi strutturali dietro il rapporto tra UE e il gigante asiatico, per capirci qualcosa di più.

Poco meno di un anno fa, durante una visita a Pechino, Macron chiedeva a Xi di correggere unilateralmente gli squilibri commerciali. Prima ancora, l’allora cancelliere tedesco Scholz aveva tentato di ottenere un maggiore accesso al mercato cinese per le imprese tedesche. La situazione è paradossale: per decenni la UE, con la Germania in prima fila, ha difeso il libero scambio sulla base dell’idea che, di fronte a uno squilibrio commerciale, il problema non sia di chi esporta troppo, ma di chi esporta troppo poco.

Questo cambiamento di posizione mette in luce la dimensione politica della dottrina del libero scambio, diventata evidente quando l’Europa si è ritrovata dalla parte sbagliata dello scambio ineguale. La Germania sa bene che cosa significhi trovarsi in una posizione di surplus: per un paio di decenni ha costruito parte della propria forza economica su una strategia ordoliberista orientata alle esportazioni e alla moderazione salariale, perseguita con il consenso (o la complicità) dei sindacati.

Questa strategia ha contribuito agli squilibri interni della UE, a lungo taciuti dalla politica e da gran parte degli economisti mainstream europei. Obama iniziò a criticarla apertamente dal 2010, sostenendo che il modello tedesco contribuisse alla stagnazione europea, preoccupato ovviamente delle possibilità di esportazione degli Stati Uniti verso il mercato europeo.

Il surplus tedesco si reggeva anche su un mercato che assorbiva grandi quantità di merci tedesche, a partire dalle automobili: quello cinese. All’epoca, Merkel e Schäuble risposero alle critiche sostenendo che il surplus non derivasse da manipolazioni, ma dalla competitività e dalla qualità dell’industria tedesca.

È questa, in fondo, la logica che si continua a insegnare nei corsi di “international trade”: un paese in deficit commerciale può reagire aumentando la produttività oppure riducendo i salari. La UE, oggi, sembra aver imboccato una terza strada, fatta di suppliche e minacce. Per sostenere la propria posizione di svantaggio, insiste sulle pratiche scorrette della Cina.

L’accusa principale riguarda gli aiuti di Stato, perché la Cina ha un sistema economico in cui convivono imprese pubbliche e politiche industriali: una terribile “autocrazia” comunista che utilizza strumenti di intervento economico che fino ai primi anni '90 erano normalissimi anche per le socialdemocrazie europee.

Il surplus commerciale cinese non è nato dal nulla. Negli ultimi trent’anni, le imprese occidentali hanno delocalizzato la produzione ed esternalizzato all’estero intere fasi delle filiere, soprattutto in Cina appunto, per aumentare i margini di profitto sfruttando il differenziale salariale.

La “fabbrica del mondo” non è stata il risultato di un subdolo piano cinese concepito per conquistare i mercati occidentali: è stata in primis il prodotto delle scelte dei capitali occidentali, che hanno seguito la legge del “libero mercato” verso profitti crescenti. Per le società occidentali questo processo ha comportato una sorta di compromesso: minore occupazione manifatturiera e una riduzione della quota dei redditi destinata al lavoro, in cambio di beni importati a basso prezzo.

Il modello era sostenibile finché le imprese cinesi esportavano in Europa soprattutto beni a basso valore aggiunto, mentre la Cina acquistava beni europei ad alto valore aggiunto, in primo luogo le automobili tedesche. È stato a lungo un sistema vantaggioso per il capitale, soprattutto tedesco.

La Cina, però, ha utilizzato parte del valore generato da questi scambi per finanziare investimenti, ricerca e sviluppo, accumulazione di capacità tecnologiche. È così che gli equilibri si sono trasformati: la Cina è passata da produrre tendenzialmente solo beni a basso valore aggiunto a quella di prodotti ad alto contenuto tecnologico, dai telefoni cellulari alle infrastrutture di telecomunicazione, dai pannelli fotovoltaici alle automobili elettriche.

Il surplus cinese, dunque, non deriva dalla concorrenza sleale nei settori e nelle filiere europee, ma si concentra soprattutto in comparti che l’Europa ha progressivamente abbandonato o in settori nuovi nei quali non ha investito abbastanza.

In alcuni casi, come quello dei pannelli solari, importare a basso costo è sembrato più conveniente che sviluppare una capacità produttiva interna; in altri, come quello delle auto elettriche, la mancanza di investimenti degli ultimi decenni si combina oggi con il timore (ormai una certezza - ndR) di non riuscire a reggere la concorrenza.

Per la UE, e soprattutto per la Germania, c’è poi un ulteriore problema: non si tratta soltanto del fatto che le auto elettriche cinesi arrivino sul mercato europeo, ma anche che i consumatori cinesi inizino a preferire modelli elettrici BYD alle Volkswagen a benzina o gasolio. Queste ultime continuano a essere prodotte e vendute in Cina, anche attraverso joint venture, ma perdono quote di mercato significative.

La forte esposizione delle imprese tedesche al mercato cinese ha finora frenato una linea più aggressiva nei confronti di Pechino, ma questo equilibrio, tuttavia, appare sempre meno sostenibile per una parte del capitale tedesco.

Dazi, minacce e guerre commerciali possono essere strumenti per proteggere le imprese nazionali o per ottenere concessioni al tavolo negoziale. Ma quali imprese, filiere e settori vuole davvero difendere la UE? E che cosa accadrebbe se limitassimo le importazioni cinesi: saremmo in grado di produrre internamente quei beni? Cominceremmo a fabbricare pannelli fotovoltaici e auto elettriche su scala adeguata?

Stellantis ha appena presentato un piano industriale da 60 miliardi nel quale l’elettrico sembra avere un ruolo marginale, mentre Volkswagen ha annunciato possibili tagli fino a 100.000 posti di lavoro, addirittura con la chiusura o la vendita di stabilimenti produttivi in Germania.

Non si tratta semplicemente degli effetti della concorrenza cinese, ma anche delle conseguenze di scelte aziendali, sostenute dalla politica, che hanno privilegiato i profitti di breve periodo, puntando sulle esportazioni, sulla moderazione salariale e sul contenimento degli investimenti in ricerca e sviluppo. Il settore automobilistico è un caso emblematico, per il ruolo storico che ricopre nelle economie europee e per la crisi profonda che sta attraversando la Germania.

Ma il problema riguarda l’intera manifattura e si intreccia anche con le prospettive di riconversione industriale verso la produzione militare, in uno scenario internazionale di crescenti tensioni, in cui il riarmo europeo vuole essere usato velleitariamente come nuovo volano della crescita economica, inserendosi però anche nel quadro delle mire imperialistiche europee e rispondendo all’esplicita richiesta statunitense di una maggiore “proattività” europea.

Che cosa significa, allora, ridurre il deficit commerciale? Ricostruire le filiere che abbiamo smantellato? Crearne di nuove, nelle quali le imprese europee finora non hanno mostrato interesse a investire? Ricostituire una classe operaia dopo decenni di frammentazione del lavoro? Mentre la UE avanza le proprie richieste a Pechino, resta poco chiaro che cosa possa offrire in cambio o quali strumenti abbia a disposizione oltre ai dazi.

Questi ultimi finirebbero per colpire anche i consumatori europei e potrebbero provocare ritorsioni cinesi: non soltanto contro-dazi, capaci di danneggiare le imprese europee che esportano ancora in Cina, ma anche restrizioni all’esportazione di terre rare, uno strumento che Pechino ha già utilizzato nel confronto commerciale con Trump.

Anche un accordo che prevede una limitazione volontaria delle esportazioni cinesi (come sembra in questo caso) o un aumento dei prezzi, come già avvenuto nel settore delle auto elettriche, non risolverebbe il problema strutturale: la Cina dispone di capacità produttive che la UE, in molti settori, semplicemente non ha.

Pechino ha teso una mano, perché ha un mercato domestico in espansione per le proprie vetture e perché non ha interesse ad aumentare, ora, le tensioni sul mercato delle terre rare. Bisognerà vedere se tale mano verrà colta a Bruxelles. Continuare a puntare il dito contro la Cina rischia, in definitiva, di diventare un modo per evitare di guardare alle responsabilità europee: la deindustrializzazione, la carenza di investimenti, l’indebolimento del lavoro e l’assenza di una visione sociale e politica dell’economia.

Problemi strutturali sui quali la UE pare non avere soluzione al di fuori della militarizzazione dell’economia, dei rapporti internazionali, e del controllo sociale. Un crinale imboccato non solo da Bruxelles, ma anche da Londra, che ha deciso di sospendere ogni forma di collaborazione con il China General Technology Research Institute (CGTRI), ritenuto dai servizi segreti una copertura diretta del Ministero della Sicurezza dello Stato (MSS) di Pechino. Gli europei stanno punzecchiando un Dragone ben più grande di loro...

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10/01/2026

Cina e Usa, due modelli sempre più alternativi

Appare sempre più evidente come il modello di sviluppo statunitense e quello cinese tendano a divergere profondamente su molti aspetti, dallo sviluppo dell’Intelligenza artificiale alle criptovalute, dall’impegno per il multilateralismo sul piano geopolitico alla transizione energetica.

L’incontro di Busan

Ci sono degli avvenimenti, magari non ufficialmente percepiti al momento come molto importanti, mentre i media ne parlano soltanto per un paio di giorni, che segnano invece uno spartiacque profondo per le implicazioni che comportano. 

Questo è stato il caso dell’incontro del 30 ottobre tra Xi Jinping e Donald Trump a Busan, una città della Corea del Sud. La reale importanza di tale incontro non sta tanto nella pur importante tregua commerciale concordata in quella sede tra Cina e Stati Uniti, ma nella dimostrazione evidente, quasi ufficiale, che il Paese asiatico può ormai affrontare gli Stati Uniti da pari a pari (Doshi, 2025), con una tendenza anzi, a nostro parere, del rovesciamento dei rapporti di forza tra i due paesi. Si tratta ovviamente di una constatazione della massima importanza sulla strada di un rilevante mutamento dell’ordine internazionale. Più in generale, il 2025 è stato un anno molto favorevole al Paese asiatico.

Nell’ambito di una guerra che dura ormai da parecchio tempo, almeno sin dai tempi di Barak Obama e del suo pivot to Asia, Trump ha ingaggiato una battaglia, mesi prima dell’incontro fatidico, imponendo dazi ai prodotti cinesi di oltre il 140%, convinto che il Paese asiatico si sarebbe piegato, come tanti altri, ai diktat Usa; ma Xi ha risposto colpo su colpo con armi che hanno alla fine neutralizzato l’avversario. E tutti hanno percepito come l’incontro di Busan abbia sancito la vittoria dei cinesi. 

Le armi della vittoria sono costituite dal quasi monopolio delle terre rare e dei magneti (comunque alla fine “una pistola puntata alle tempie agli Stati Uniti”, Doshi, 2025), ma per capire come è stato ottenuto questo risultato è necessario anche considerare altre implicazioni che ci sono dietro. Tra queste, il fatto che la stragrande maggioranza dei farmaci utilizzati negli Stati Uniti dipendono dalle forniture dei componenti di base che provengono dalla Cina. Inoltre va considerato che senza le merci cinesi il livello dei prezzi della gran parte dei beni di consumo venduti sul mercato interno americano sarebbe salito in maniera verticale, e alcune merci sarebbero diventate di difficile reperimento. Qualcuno, ad esempio, aveva rilevato già nei mesi primaverili che senza i condizionatori cinesi gli americani avrebbero sofferto molto più caldo nel periodo estivo, sarebbero mancati gli arredi di Natale, che, come è noto, provengono pressoché tutti da un’unica città cinese, così come le bandiere americane e i cappellini con la scritta Maga. Tutto ciò, sino a non molto tempo fa. 

In questo quadro, il testo che segue si sofferma soltanto su alcuni punti relativi ai differenti modelli di sviluppo dei due Paesi, non tanto analizzando le grandi differenze tra le caratteristiche generali del sistema economico e politico cinese e quello statunitense, quanto piuttosto concentrando l’attenzione su alcuni temi specifici venuti alla luce nell’ultimo periodo.

L’IA, due modelli differenti

Il modello di sviluppo dell’Intelligenza Artificiale portato avanti dai grandi gruppi Usa del settore appare mirato ad affermare la loro supremazia tecnologica attraverso enormi investimenti (OpenAI da sola programma di impegnare 400 miliardi di dollari nei prossimi anni nel settore), che producono massicci programmi proprietari chiusi e a pagamento, con il controllo dell’esportazione delle tecnologie dei chip e dei software avanzati verso la Cina. Donald Trump ha dichiarato a questo proposito che gli Stati Uniti faranno qualsiasi cosa che sarà necessaria per essere la guida mondiale nel settore dell’IA (Thornhill, 2025).

La Cina invece investe somme certo importanti, ma nettamente inferiori a quelle degli Usa: secondo una stima cinese gli impegni del Paese asiatico nel settore tra il 2023 e il 2025 sono stati dell’82% più bassi di quelli degli Stati Uniti (Global Times, 2025), mentre altre stime sono un poco più elevate, ottenendo peraltro risultati sostanzialmente equivalenti a quelli statunitensi, con la diffusione poi di un sistema aperto a tutti e gratuito, con il parallelo obiettivo di diffondere rapidamente e in maniera capillare la tecnologia. Si tratta evidentemente di un approccio che sarà privilegiato nei Paesi del Sud del mondo, ma anche in molti casi in quelli del Nord. In effetti si registra un crescente uso dei modelli cinesi anche negli Stati Uniti; si cita tra l’altro il caso di Airbnb (Global Times, 2025).

Lo stesso boss di Nvidia prevede che nella gara per la supremazia nel settore alla fine vincerà la Cina, mentre altri esperti statunitensi affermano che gli Stati Uniti stanno facendo un errore strategico catastrofico nello scommettere così pesantemente su modelli IA giganti e chiusi e che gli Stati Uniti sono nel settore dalla parte sbagliata della storia (Thornhill, 2025). C’è chi prevede che il successo dei modelli di IA aperti cinesi, sei volte meno cari di quelli Usa, (Surman, 2025), faranno scoppiare la bolla dei valori oggi fortemente gonfiati delle imprese del settore statunitense. 

I ricercatori asiatici della Silicon Valley

Per altro verso, gli undici ricercatori che presso il gruppo Meta perseguono l’ambizioso obiettivo di costruire un programma che eguagli o sia più potente del cervello umano sono tutti immigrati educati in altri Paesi e sette di questi sono cinesi (Metz, Tan, 2025). Più in generale, l’industria high tech statunitense dipende in rilevante misura da ingegneri cinesi. E quindi se l’amministrazione Trump portasse ancora avanti la sua politica di contrasto agli scienziati del Paese asiatico presenti negli Stati Uniti le società della Silicon Valley resterebbero indietro nella gara per il primato nel campo dell’IA (Metz, Tan, 2025). E in effetti diversi ricercatori di primo livello hanno già lasciato gli Stati Uniti tornando nella madrepatria. C’è da pensare che diversi altri li seguiranno. 

Le cose peggiorerebbero ancora se anche per gli scienziati indiani, come per qualche verso si profila, l’aria diventasse difficile nel paese; si tratta infatti della seconda componente fondamentale del capitale umano della Silicon Valley dopo quella cinese. 

Una dipendenza sorprendente

Abbiamo visto come i grandi gruppi Usa dell’IA stiano portando avanti una forsennata politica di investimenti nei centri dati in giro per il mondo. Ora l’Agenzia Internazionale per l’Energia prevede che per alimentare tali centri nel 2030 si consumerà un quinto di tutta l’energia generata negli Stati Uniti nello stesso anno (Sandlund, 2025).

Per quanto riguarda la componentistica necessaria per tali impianti – sistemi di immagazzinamento dell’energia, convertitori, trasformatori, ecc. – le imprese statunitensi stanno ricorrendo in misura massiccia alle imprese cinesi, in ragione della maggiore rapidità di consegne rispetto ai concorrenti di altri paesi come la Corea del Sud, della maggiore affidabilità e durata e di costi più vantaggiosi. Tutto questo mentre in teoria gli Stati Uniti vorrebbero ridurre la loro dipendenza dalla Cina nei settori chiave (Sandlund, 2025). 

La lotta al cambiamento climatico

Anche nel campo dell’ecologia si possono rilevare due atteggiamenti molto diversi tra Usa e Cina. Nel primo caso con l’amministrazione Trump ci troviamo di fronte alla negazione che ci sia un problema di qualche natura in campo climatico (come ribadito ancora nel dicembre del 2025) e a tentativi di bloccare in tutti i modi possibili gli investimenti nel settore nel suo Paese, oltre allo sforzo di frenare gli accordi relativi in sede internazionale. Del resto gli Stati Uniti erano assenti dai recenti incontri della Cop30 in Brasile.

C’è da sottolineare che la ricetta trumpiana non viene seguita negli Stati governati dai democratici, che cercano invece, tra crescenti ostacoli federali, di portare avanti dei programmi alternativi.

Nel frattempo la Cina è diventato di gran lunga il Paese che investe di più nel settore (normalmente almeno quanto il resto del mondo messo assieme) e il leader tecnologico su di un fronte molto ampio di prodotti relativi, dalle auto e camion elettrici, alle pale eoliche, ai pannelli solari, alle grandi batterie da accumulo; i suoi prodotti tendono ormai a conquistare i mercati mondiali, nonostante il boicottaggio degli Stati Uniti e in parte dell’Unione Europea. Senza le tecnologie cinesi non si riuscirà a combattere efficacemente il cambiamento climatico. Il Paese sembra poi aver raggiunto il picco delle emissioni nel 2025, in largo anticipo rispetto all’obiettivo precedentemente fissato del 2030. Anche quello di emissioni zero fissato ufficialmente al 2060, sarà presumibilmente raggiunto molto prima, tra il 2050 e il 2053.

Alla fine, comunque, Trump consegna il futuro dell’energia a livello mondiale alla Cina (Luce, 2025).

Le criptovalute e le stablecoin

L’Oxford English Dictionary definisce le criptovalute come sistemi di pagamento digitale che operano indipendentemente da un’autorità centrale e che impiegano tecniche crittografiche per controllare e verificare le transazioni. Se questo sistema si diffondesse largamente gli effetti sulla regolamentazione e stabilizzazione delle economie nazionali potrebbero essere devastanti. 

Le cripto non hanno valore in senso economico, non generano reddito, non sono legate ad alcun tipo di produzione, non pagano dividendi. Quello che le spinge in avanti non sono quindi i cash flow, ma le aspettative, in particolare quelle che in futuro qualcun altro compri tali titoli ad un prezzo maggiore di quello di oggi (Editorial, 2025). 

Le criptovalute minacciano lo stesso concetto di lotta al denaro sporco e alla criminalità. 

Le stablecoin sono degli strumenti digitali che offrono agli investitori la flessibilità delle criptovalute, ma che, al contrario delle stesse, non presentano apparentemente rischi di oscillazione di prezzo delle stesse, dal momento che sono legate ad un asset stabile, quale una valuta, dei depositi bancari, o un bene come l’oro. In realtà i rischi in proposito sono rilevanti.

Donald Trump afferma che lo sviluppo delle stablecoin aiuterà a rinforzare il dominio del dollaro nel mondo, attraendo tra l’altro flussi di investimento verso gli Stati Uniti, nonostante che sul piano politico il Paese stia perdendo qualche colpo (Walker, 2025). La famiglia Trump, del resto, ha lanciato nel 2025 una serie di iniziative di criptovalute attraverso le quali, sia pure tra alti e bassi, sembra sia riuscita a guadagnare diversi miliardi di dollari.

La tendenza statunitense sottesa a tali movimenti è quella ad una privatizzazione e deregolamentazione spinta della valuta e dei mercati finanziari. 

Molto diverso appare l’atteggiamento cinese (Zhu Lanxu, 2025), (Grossi, 2025). In un recente incontro sulla lotta alla speculazione sulle valute virtuali, la Banca Centrale di Pechino, preoccupata dalla crescita della stessa speculazione cripto in Cina e dalle mosse di Trump, avendo già lanciato lo yuan digitale pubblico, ha dichiarato che intensificherà una politica proibizionista sul trading e sulla speculazione su bitcoin e criptovalute. Tali strumenti infatti  non possono circolare in Cina, ne essere usati sul mercato. 

G20, COP30, aiuti all’Africa

Due recenti vertici molto importanti, il G20 in Sud Africa la Cop30 in Brasile hanno visto l’assenza dei rappresentanti degli Stati Uniti; del resto Trump non ama le assemblee di tutti i tipi, preferendo di gran lunga i rapporti bilaterali, situazione in cui può più facilmente prevalere sull’avversario. Invece la Cina ha afferrato l’occasione per presentarsi come sostenitrice di un ordine multipolare, della cooperazione internazionale, dei trattati ambientali, guadagnandosi maggiore fiducia dai paesi del Sud del mondo (Noci, 2025).

Poco tempo prima, mentre gli Stati Uniti bloccavano gli aiuti ai paesi africani, la Cina aboliva tutti i dazi nei confronti delle merci provenienti dai Paesi di tale continente.

Le esportazioni cinesi resistono a Trump

È noto come Trump, estendendo azioni già avviate dalle precedenti presidenze, abbia attivato forti azioni verso tutti i paesi del mondo sul fronte del commercio, imponendo loro dazi più o meno elevati, mirando in particolare la Cina, non solo come rivale geopolitico, ma come Paese che godeva anche di larghi surplus negli scambi reciproci.

Pechino è riuscita a parare la mossa di Trump: è vero che le sue esportazioni verso gli Stati Uniti si sono ridotte in misura significativa, ma sono invece aumentate quelle verso altre destinazioni, dai Paesi dell’Asean a quelli dell’UE, tanto che alla fine complessivamente le sue esportazioni hanno continuato a crescere. Così nel periodo gennaio-novembre 2025 il surplus della bilancia commerciale cinese aveva battuto ogni precedente record, raggiungendo i 1.080 miliardi di dollari (più che nell’intero 2024), con le esportazioni che erano cresciute nel periodo intorno al 6%. E le previsioni sono per un’ulteriore crescita nel 2026.

Cosa può produrre la Cina in casa

È anche noto che la teoria dei vantaggi comparati messa a suo tempo a punto da David Ricardo e che tanto successo ha avuto sino ai nostri giorni prevede che ogni paese opera gli scambi con gli altri sulla base dei vantaggi comparati che ognuno possiede. Così conveniva che il Portogallo si specializzasse nella produzione del vino e lo scambiasse con i tessuti dell’Inghilterra; in tale modo ambedue i paesi ne avrebbero tratto vantaggio.

Come sottolinea un testo recente apparso sul Financial Times (Harding, 2025) su questo fronte la Cina ha ora un problema molto rilevante.

Non si tratta solo del fatto che la Cina abbia un crescente surplus commerciale con il resto del mondo, quanto semmai della prospettiva che tendenzialmente sarà sempre più in grado di produrre anche le cose che al momento importa, come semiconduttori, software, aerei commerciali, macchinari avanzati per la produzione. Non si capisce quindi, quando – fra un certo non lunghissimo numero di anni – essa riuscirà a produrre praticamente tutto in casa (ha tutti i progetti in atto per farlo), cosa potrà importare per bilanciare almeno parzialmente le cose. A quel punto il commercio internazionale del Paese risulterebbe in teoria impossibile.

Per ottenere di riequilibrare in qualche modo le cose ci sarebbero comunque diverse mosse possibili. 

La Cina dovrebbe intanto potenziare fortemente il mercato interno, cosa che non è riuscita a fare in misura adeguata almeno sino ad oggi, mentre un blocco come quello dei Paesi dell’UE dovrebbe riuscire ad elevare il suo livello di competitività e trovare nuove fonti di creazione di valore, come gli Stati Uniti hanno fatto sino ad adesso con la loro industria tecnologica. Evento peraltro improbabile, che se non portato avanti, condurrebbe ad un progressivo protezionismo. Inoltre presumibilmente la Cina potrebbe continuare a importare dai Paesi vicini prodotti semilavorati: sarà inoltre obbligata in ogni caso ad importare le materie prime necessarie alle sue attività (anche se le attività di riciclaggio dei materiali potrebbero ridurre anche questa fonte), mentre potrebbe anche spingere sugli investimenti diretti all’estero e sull’apprezzamento dello yuan.

C’è un altro aspetto della questione che non va certo sottovalutato. I surplus commerciali della Cina stanno diventando già oggi, con le loro grandi dimensioni, insostenibili per il resto del mondo e tendono a produrre una spinta nei vari paesi a erigere delle barriere protezionistiche (Prasad, 2025). A questo punto sembra che la Cina debba trovare una soluzione che non può che andare di nuovo in direzione della crescita dei consumi interni, di una spinta a incrementare gli investimenti diretti per sostituire la produzione in loco, alle esportazioni e di nuovo dell’apprezzamento dello yuan.

Conclusioni

Con il passare del tempo appare sempre più evidente come il modello di sviluppo statunitense e quello cinese tendano a divergere profondamente su molti aspetti, con quest’ultimo Paese che sembra tra l’altro più pronto a incontrare le aspettative del pianeta in termini ambientali, tecnologici, finanziari, nonché di un ordine mondiale più equo, mentre gli Stati Uniti sembrano sempre più chiusi in una logica di stretta adesione a quelli che appaiono i suoi più stretti interessi senza curarsi molto delle conseguenze delle loro azioni per il resto del mondo. Alla fine, il risultato effettivo delle decisioni di Trump è quello di accelerare la presa della Cina in particolare sui paesi del Sud; come scrive qualcuno, il presidente americano sta consegnando alla Cina e alla Russia gli strumenti per accelerare la disintegrazione dell’Occidente (Luce, 2025).

Questo non significa che il sistema cinese non abbia problemi, che vanno dalla elevata disoccupazione giovanile, ai deboli consumi interni e ad un livello di esportazioni sempre più insostenibile per il resto del mondo, nonché infine ad un livello di indebitamento elevato pubblico e privato. Nonostante questo, il 2025 è stato molto favorevole al Paese asiatico e le possibili previsioni per il 2026 sembrano ancora positive. In particolare stiamo assistendo ad una vera esplosione che sembra inarrestabile dell’innovazione tecnologica del Paese in molti settori.

Articoli citati nel testo

-Doshi R., The moment China proved it was America’s equal, www.nytimes.com, 19 novembre 2025

Editorial, The Guardian view on crypto’s latest crash: it reveals who pays the price for a failing economy, www.theguardian.com, 18 novembre 2025

-Global Times, GT voice: What does Silicon Valley’s rising use of AI models developed in China mean ?,  www.globaltimes.cn,  1 dicembre 2025

-Grossi G., Cina: nuovo attacco a bitcoin, crypto e stablecoin…, www.cryptovaluta.it.,29 novembre 2025

-Harding R., China is making trade impossible, www.ft.com, 26 novembre 2025

-Luce E., China’s escalation dominance over Trump, www.ft.com, 16 dicembre 2025

-Metz C., Tan E., In the A.I. race, Chinese talent still drives American research, www.nytimes.com, 19 novembre 2025 

-Noci G., G20 e COP30, la Cina colma il vuoto degli Usa, Il Sole 24 Ore, 25 novembre 2025

-Prasad E., China’s $1tn trade surplus is a problem for Beijing – and the world, www.ft.com, 14 dicembre 2026

-Sandlund W., Investors bet on Chinese companies powering global AI build-up, www.ft.com, 16 dicembre 2025

-Surman M., Open source could pop the AI bubble – and soon, www.ft.com, 17 dicembre 2025

-Thornhill J., The US may be running the wrong AI race, www.ft.com., 4 dicembre 2025 

-Walker O., Stablecoin surge will preserve US dollar dominance, says Donald Trump Jr., www.ft.com, 1 ottobre 2025

-Zhou Lanxu, China tightens crackdown on virtual currency speculation, www.chinadaily.com.cn., 25 novembre 2025

Fonte 

11/12/2025

L’export cinese (anche con i dazi) fa boom: 3,4 trilioni

Pechino batte tutti i record

Certo, il primo a essere quasi stupefatto della performance manifestata dal colosso asiatico è stato lo stesso Wall Street Journal, che ha sparato la notizia “di testa”, in prima pagina, accompagnandola con grafici più che eloquenti. E il motivo è semplice: gli Stati Uniti e l’Europa hanno fatto una vera e propria guerra commerciale contro la Cina per tutto il 2025. È il risultato è stato quello (quasi simmetrico) che si può riscontrare anche nella sfera geopolitica: Pechino si è rifatta con gli interessi, puntando su rinnovate alleanze con i Paesi del Sud del mondo e con i cosiddetti “non allineati”. Anche se poi, a leggere con attenzione i dati, si scoprono verità insospettabili. Come quella di un’Europa che a parole sproloquia di sacri principi e poi nei fatti, vigliaccamente, corre in Cina a trattare dietro le quinte i sordidi interessi di bottega nazionali. Questo tanto per ricordare di chi stiamo parlando. Dunque il WSJ titola eloquentemente: “Il surplus commerciale della Cina supera i mille miliardi di dollari, sottolineando il suo predominio nelle esportazioni”. Per poi aggiungere nell’incipit che quest’anno ha superato per la prima volta “un traguardo che sottolinea il predominio raggiunto dal Paese in ogni settore, dai veicoli elettrici di fascia alta alle magliette di fascia bassa. Nei primi 11 mesi dell’anno – prosegue il Journal – le esportazioni cinesi sono aumentate del 5,4% rispetto all’anno precedente, raggiungendo i 3,4 trilioni di dollari, mentre le importazioni sono diminuite dello 0,6% nello stesso periodo, attestandosi a 2,3 trilioni di dollari. Ciò ha portato il surplus commerciale del Paese quest’anno a 1,08 trilioni di dollari, ha dichiarato lunedì l’Amministrazione generale delle dogane cinese”.

Dalle mutande ai microchip

L’analisi che fanno i giornalisti americani è tra l’ammirato e il profondamente preoccupato. In effetti, la traiettoria di sviluppo del sistema economico cinese è caratterizzata dalla sua crescita esponenziale nell’unità di tempo. Insomma, il Pil aumenta di anno in anno come se la popolazione lavorativa fosse parte di un gigantesco formicaio, in cui ognuno sembra avere il suo posto e la sua funzione. Almeno questo dicono le cifre. Poi la “qualità” del sistema è un altro discorso. Ma non fermiamoci solo ai formidabili incrementi produttivi e parliamo anche della diversificazione strategica dei prodotti. La filosofia commerciale cinese non è stata solo quella di abbassare un poco la qualità dei loro prodotti rispetto a quelli occidentali, per poterli poi vendere a prezzi stracciati. No, dove possibile, hanno pensato di puntare al monopolio di alcune materie prime e semilavorati indispensabili per la tecnologia industriale contemporanea. Così hanno cominciato a produrre padelle e mutande negli anni ’70, per arrivare oggi ai semiconduttori di fascia alta e al commercio oligopolistico delle preziose “terre rare”. Che stanno persino cominciando a usare come arma politica.

Negli Usa è allarme rosso

Zitti zitti, dunque, i cinesi si sono inseriti con astuzia nelle catene di approvvigionamento occidentali più sensibili. Quelle relative a materiali indispensabili per la produzione di beni durevoli che usano tecnologie d’avanguardia. Scatenare contro di loro una guerra commerciale senza prima averne ben valutato le conseguenze e le eventuali ritorsioni, quindi, può rivelarsi una scelta sbagliata e autolesionistica. “Le catene di approvvigionamento statunitensi sono considerate vulnerabili allo sfruttamento cinese” si preoccupa di avvisare il WSJ, spiegando che “un rapporto al Congresso afferma che Pechino ha la capacità di causare interruzioni nella produzione di farmaci e chip”. Questo tanto per citare alcuni settori “sensibili” che potrebbero essere colpiti pesantemente dagli umori delle autorità cinesi, ma il problema appare più vasto. Nel corso del 2025, la Cina ha impedito l’export di terre rare verso gli Stati Uniti, bloccando produzioni fondamentali: dalle automobili ai motori a reazione. Messo alle strette, Trump ha dovuto rivedere la sua aggressiva politica tariffaria contro Pechino.

La Germania fa marcia indietro

Anche la Germania ha recentemente sofferto per la mancanza di speciali magneti, utilizzati nell’industria avanzata, che arrivano dalla Cina. Ma si sa che se anche il Cancelliere Merz straparla, di fronte agli interessi tedeschi è disposto comunque a cambiare idea. Così, mentre le linee strategiche dell’Unione (firmate da tutti) definiscono la Cina come un “nostro avversario”, un vero e proprio nemico, il Ministro degli Esteri tedesco Johan, Wadepuhl, viene invece spedito nella Città Celeste, col ramoscello d’ulivo in mano e (forse) tanti contratti. Berlino quando ci sono in ballo i suoi denari, la politica estera se la fa da sola e se ne frega di Bruxelles: “In un rapporto di Bloomberg – scrive il South China Morning Post di Hong Kong – si legge che Wadephul ha detto al Ministro del Commercio che la Cina era il ‘partner commerciale più importante’ della Germania e che Berlino voleva restare fedele a questa posizione e ampliarla’. Si prevede che la visita aprirà la strada al primo viaggio del Cancelliere tedesco Friedrich Merz in Cina all’inizio del prossimo anno. Il Ministro degli Esteri tedesco ha dato il tono prima del suo viaggio. In una dichiarazione ha affermato: ‘Le restrizioni commerciali, in particolare per quanto riguarda le terre rare, sono una delle principali preoccupazioni per le nostre aziende, così come le sovraccapacità nei settori dell’elettromobilità e dell’acciaio. Germania e Cina hanno molto da offrirsi a vicenda: i prodotti tedeschi sono richiesti in Cina. D’altra parte, il mercato cinese e la sua forza innovativa sono attraenti per molte aziende tedesche”.

No, qualcosa non torna più. Questa melensa dichiarazione d’amore “internazionale” è tutto il contrario del documento che i tedeschi hanno firmato a Bruxelles. Ma che credibilità ha la Commissione?

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12/11/2025

L’impossibile rinascita dell’industria statunitense /1

Dopo decenni passati a sentir tessere le lodi del libero mercato, la fissazione di Trump per i dazi può destare sconcerto. Tuttavia, considerato di per sé, il principio della penalizzazione delle importazioni è tutt’altro che strampalato. Nel XIX e XX secolo, il protezionismo ha costituito uno strumento fondamentale per i paesi sottosviluppati che aspiravano a dotarsi d’una propria industria. Gli stessi Stati Uniti, nei decenni a cavallo del 1900, fecero ampiamente ricorso ai dazi doganali, per proteggere le proprie imprese nascenti e riuscire così ad assurgere al ruolo di potenza manifatturiera.

Già, ma oggi? Il ritorno a una simile politica è giustificato?

In linea teorica, sì. Come abbiamo già spiegato negli articoli del 21 agosto e del 6 ottobre, gli USA hanno subito un esteso processo di deindustrializzazione, che ha avuto conseguenze molto gravi per la loro economia e che minaccia di compromettere persino la tenuta delle loro finanze pubbliche e le loro capacità militari. Tassare le importazioni sembra dunque una strategia sensata, anzi addirittura obbligata. I dazi riducono la competitività di prezzo dei manufatti esteri e quindi avvantaggiano chi produce in patria. Ciò dovrebbe stimolare le aziende nazionali a riportare negli USA le attività che avevano delocalizzato e quelle straniere che esportano verso gli Stati Uniti a servire questo mercato impiantando in loco delle proprie fabbriche. Beninteso, la messa fuori gioco di chi produce più a buon mercato avrebbe un impatto negativo sul costo della vita; ma la reindustrializzazione accrescerebbe il reddito degli abitanti (si tenga presente che oggi molti statunitensi vivono in condizione di disoccupazione, sottooccupazione o occupazione dequalificata), compensando questa conseguenza negativa.

Tutto bene, quindi? Beh... no. Vi sono infatti alcuni fattori che remano contro la possibilità di rilanciare, tramite il protezionismo, il made in USA. Lo sviluppo industriale richiede abbondante forza lavoro qualificata (dai tecnici laureati agli operai specializzati, passando per il personale amministrativo di vario genere) e quindi un sistema scolastico e universitario in grado di formarla; ma gli Stati Uniti non ce l’hanno, in quanto la loro istruzione pubblica è troppo scadente e quella privata è troppo cara. Esso richiede, inoltre, una rete di infrastrutture abbastanza ramificata e ben tenuta da garantire bassi costi di trasporto; e gli Stati Uniti, a furia di tagliare la spesa pubblica per poter abbassare le tasse ai ricchi, si ritrovano ad averne una limitata e fatiscente. Lo sviluppo industriale richiede, infine, un sistema finanziario orientato a supportarlo. Ora, gli USA hanno un settore finanziario straordinariamente potente, che però si dedica soprattutto a pratiche speculative utili a massimizzare i propri profitti immediati. Un esempio della logica in base alla quale esso agisce è rappresentato dalla concentrazione dei propri mezzi in ristretti ambiti – una volta gli operatori internet, un’altra il mercato immobiliare, oggi l’intelligenza artificiale e gli armamenti – che appaiono suscettibili di forte espansione: un comportamento che dapprincipio realizza la stessa previsione che lo ha originato, in quanto produce una lievitazione del valore delle aziende su cui gli investitori hanno puntato, ma che non genera uno sviluppo duraturo di quei settori, poiché a un certo punto diviene evidente che tale valore è salito troppo rispetto alle possibilità di quelle aziende di ripagare, tramite i propri profitti, la spesa che ha richiesto l’acquisto delle loro azioni e perciò si determina una vendita massiccia di queste ultime, che ne provoca il crollo in borsa (le ricorrenti crisi finanziarie che scuotono l’economia americana, e con essa quella mondiale, hanno all’origine proprio la formazione e poi l’esplosione di queste bolle speculative). Un altro esempio consiste nelle manovre di borsa finalizzate a manipolare le quotazioni dei titoli azionari: ai nostri giorni i dirigenti delle grandi società destinano ingenti capitali al riacquisto di azioni delle medesime circolanti sul mercato, in quanto questa operazione determina una crescita del loro valore unitario e quindi un beneficio per gli azionisti. In questo caso si verifica qualcosa di ancora più deprecabile, rispetto al comportamento illustrato prima: ciò che si ha, infatti, non è neppure una pianificazione irrazionale di investimenti rivolti ad attività produttive, ma una deviazione della liquidità delle aziende dagli investimenti produttivi a operazioni puramente finanziarie.

In assenza di interventi diretti a correggere tutte queste criticità, una politica protezionista può avere pieno successo soltanto se si pongono dazi molto elevati, tali cioè da creare a chi rimane dov’è diseconomie più gravi di quelle che deve affrontare chi viene a produrre negli USA (inefficienza delle reti di trasporto, difficoltà nel reperimento del personale e dei finanziamenti). Questa, però, è una soluzione che fa nascere un altro problema.

C’è da tenere presente, infatti, che una massiccia rilocalizzazione delle produzioni non è suscettibile di verificarsi in tempi brevi. La creazione ex-novo o il trasferimento di un impianto industriale è un’operazione relativamente semplice se esso produce interamente o quasi il bene che poi commercializza e se non fa ricorso a tecnologie particolarmente sofisticate; si dà il caso, però, che le produzioni di questo tipo siano condotte generalmente da piccole imprese, dalle quali non ci si può aspettare un forte contributo al rilancio del comparto industriale. Le società capaci di far sorgere grandi complessi produttivi, invece, di regola si servono di tecnologie complesse (incorporate sia nei beni prodotti che negli stessi impianti) e sono fortemente interconnesse con le realtà economiche circostanti (avendo proprie reti di fornitori), ragion per cui le loro decisioni di investimento si traducono in realtà con una certa lentezza. Ciò vuol dire che l’imposizione di dazi, nel breve periodo, non è suscettibile di rianimare in misura significativa la produzione industriale interna, ma più che altro si limita a far rincarare i manufatti importati. Se una nazione ha spostato all’estero o ha lasciato scomparire la massima parte della propria produzione di beni di largo consumo, questo rincaro determina un incremento sensibile del costo della vita per i ceti popolari, che sostanzialmente non è neppure compensato da un miglioramento dei redditi dei medesimi (giacché essi non possono contare sulla comparsa di molte nuove opportunità di lavoro). Se poi tali ceti non possono far fronte alla crescita del costo della vita intaccando i propri risparmi, allora devono ridurre i loro consumi. Ma la riduzione dei consumi impatta sull’insieme delle attività imprenditoriali che i consumi alimentano: quindi non soltanto sulla produzione di quei manufatti stranieri, ma anche su varie attività terziarie che si svolgono all’interno del paese (su quelle legate alla commercializzazione di tali beni, ovviamente, ma anche sulla produzione di servizi di cui quei consumatori sono acquirenti). Una svolta protezionista, quindi, in una nazione del genere è suscettibile di avere nell’immediato un rimarchevole effetto recessivo.

Ora, si dà il caso che gli Stati Uniti abbiano spostato all’estero o lasciato scomparire la massima parte della propria produzione di beni di largo consumo; e che i ceti popolari americani siano pressoché privi di capacità di risparmio. Ciò significa che gli USA, se da una parte avrebbero bisogno di una politica fortemente protezionistica per reindustrializzarsi, dall’altra pagherebbero la sua adozione con una crisi economica assai pesante. E la crisi creerebbe un forte scontento popolare, di cui le lobby imprenditoriali favorevoli al libero scambio potrebbero approfittare per riportare al potere politici orientati in tal senso (finanziando le loro campagne elettorali con generosità tale da imporre all’attenzione dell’elettorato le loro figure e le loro proposte). Notate il paradosso: il protezionismo può sortire i suoi effetti benefici solo nel lungo periodo, ma la sua adozione è possibile solo nel breve periodo, in quanto essa è destinata ad essere bocciata dagli elettori.

A questo punto i lettori ci faranno notare che Trump, a dispetto delle nostre considerazioni, nel trattare con l’UE ha minacciato l’imposizione di dazi piuttosto elevati. Il suo era dunque soltanto un bluff, avente il fine di indurre la sua controparte a venirgli incontro? La risposta è probabilmente negativa. L’Unione Europea è una forte esportatrice verso il mercato americano, ma per quanto concerne le produzioni di largo consumo (i cui prezzi, com’è ovvio, sono quelli che più impattano sul costo della vita) non ha al suo interno una presenza paragonabile a quella dell’industria asiatica, sia per una questione di volumi complessivi di vendite, sia per ragioni di composizione dell’export (il quale conta al suo interno anche – certo non unicamente, ma anche – beni di lusso e di nicchia). Quando minacciava l’Europa, dunque, Trump doveva essere disposto a spingersi piuttosto in avanti sulla strada dell’imposizione di dazi, poiché sapeva che una forte penalizzazione dei beni europei non avrebbe avuto un impatto particolarmente elevato sul livello generale dei prezzi dei beni di consumo in America.

Questa credibilità delle minacce trumpiane, unitamente all’interesse che ha il capitalismo europeo a sostenere l’economia americana (si veda, al riguardo, quanto abbiamo scritto nell’articolo del 6 settembre), spiega come mai lo scontro con l’UE abbia avuto un esito positivo: minacciando dazi al 30 per cento, ha ottenuto quelli al 15 (ma al 50 nel caso dei prodotti in acciaio e alluminio) senza ritorsioni da parte europea, più varie assunzioni d’impegni, riguardanti il compimento d’investimenti negli Stati Uniti e l’acquisto di armi e materie prime da essi prodotte. Tali impegni possono essere considerati delle misure equivalenti a dei dazi, in quanto sono in grado di produrre i medesimi effetti di questi ultimi. Ciò vale non soltanto per l’obbligo di effettuare investimenti negli USA, ma anche per quello di importare materie prime, fra le quali spicca il costoso gas di scisto: la forzata acquisizione di quest’ultimo, infatti, manterrà elevati i costi energetici delle imprese comunitarie, a detrimento della competitività delle attività da esse condotte in patria. Costringere l’industria europea ad alimentarsi tramite il gas americano, insomma, equivale a imporle un ulteriore dazio, corrispondente al differenziale di prezzo sussistente fra di esso e quello russo di cui in passato si serviva.

La strategia trumpiana, tuttavia, presenta delle criticità di non poco conto. Come abbiamo già scritto nell’articolo del 21 agosto, l’effettiva applicazione di tale accordo potrebbe risultare problematica (gli impegni di cui sopra sono stati presi dall’Unione Europea, ma gli investimenti e gli acquisti di gas dovranno essere compiuti dalle imprese dei singoli paesi membri: come farà la prima a orientare i comportamenti delle seconde, in assenza di un autentico governo comunitario e di meccanismi di pianificazione economica di tipo socialista?). Inoltre, appare credibile che molte imprese europee sceglieranno non di sottrarsi ai dazi trasferendosi in America, bensì di compensarli comprimendo i costi di produzione. In ragione di ciò, l’imposizione di barriere tariffarie ai nostri manufatti causerà sì – ahinoi – una significativa emigrazione di industrie dal vecchio continente, ma non un sistematico reinsediamento negli Stati Uniti delle aziende interessante, poiché molte di esse – valutate le condizioni poco favorevoli che offrono gli USA sotto diversi importanti aspetti – preferiranno riposizionarsi in altre aree del globo, anche soggette a loro volta ai dazi americani, ma caratterizzate rispetto all’Europa da costi del lavoro, energetici e del rispetto di normative ambientali più bassi. Beninteso, in teoria il governo USA dovrebbe potere contrastare questa tendenza a evitare l’insediamento in territorio americano facendo valere gli impegni a effettuare investimenti assunti dall’Unione; ma in concreto, come s’è detto, quest’ultima potrebbe dimostrarsi incapace di far rispettare tali impegni.

Anche qualora volessimo tralasciare questi problemi, peraltro, dovremmo comunque tenere presente che una reindustrializzazione massiccia degli USA (di portata adeguata, cioè, alle dimensioni e alla consistenza demografica del paese) richiede la sostituzione con produzioni interne delle importazioni dall’Asia di beni destinati al consumo di massa. L’arrendevolezza dell’Europa, pertanto, non risolve in nessun caso (a prescindere cioè dalla misura in cui l’accordo troverà applicazione) i problemi degli Stati Uniti.

E infatti, ci si farà notare, Trump si è mosso anche sul fronte asiatico. Sì, ma con quali risultati? Per ora, è riuscito a strappare al Giappone, alla Corea del Sud e alla Malesia degli accordi analoghi a quello con l’UE (comportanti cioè, da parte di tali paesi, l’accettazione di dazi e l’impegno a effettuare investimenti): accordi, quindi, contenenti dei benefici per gli Stati Uniti, ma non privi di criticità (prevedibile difficoltà dei governi a orientare le decisioni delle imprese e possibile tendenza di queste ultime a privilegiare paesi terzi quali destinatari delle proprie delocalizzazioni). Soprattutto, nel valutarne l’importanza va tenuto conto che oggi il grosso delle importazioni degli USA non proviene da tali paesi, bensì dalla Cina. È dunque soprattutto la Cina che andrebbe piegata. Ma questa, a differenza dei paesi sin qui considerati, si è dimostrata tutt’altro che remissiva.

Per vincerne la resistenza, Trump si è spinto sino a imporre dazi al 145 per cento sulle sue merci; ma il governo di Pechino ha reagito con dazi ritorsivi di eguale gravosità, dimostrando così di non temere la prospettiva di una guerra commerciale con gli USA. Dopo questa escalation, si è giunti a un accordo provvisorio (dazi americani al 55 per cento, dazi cinesi al 10), utile a tenere vivo l’interscambio commerciale tra i due paesi mentre i negoziati proseguivano. Infine, a ottobre è stato stipulato un ulteriore accordo, valevole per un anno, che ha determinato un’altra lieve riduzione della tariffa americana. Apparentemente, è un successo: Trump ha costretto la Cina ad accettare una tariffa tripla di quella imposta all’Europa. È da vedere, tuttavia, sino a che punto l’industria cinese risulterà penalizzata da questa barriera, considerati i fattori di competitività su cui può contare (salari nominali inferiori, grandi economie di scala, forniture energetiche dalla Russia a basso costo). Soprattutto, va considerato che l’accordo andrà rinegoziato fra un anno. Lo stato dei rapporti commerciali fra Cina e Stati Uniti rimane dunque caratterizzato da una situazione di incertezza, la quale certamente non favorisce il varo di iniziative (ad opera di investitori americani, delle stesse imprese cinesi o di soggetti terzi) volte a sostituire le importazioni cinesi.

D’altronde, era difficile che Trump potesse ottenere di più. E anche in futuro, a nostro avviso, dovrà scendere a compromessi con la Cina, rinunciando a colpire pesantemente le sue esportazioni. Gli USA, difatti, non sono in condizione di trattare con essa da una posizione di forza. Ciò in parte dipende dal fatto che l’imposizione di forti dazi sulle merci cinesi avrebbe ricadute sensibili sul costo della vita dell’americano medio, data l’entità e la composizione di tali importazioni (ossia in ragione del fatto che esse consistono in prodotti di largo consumo). Ma vi sono anche altre ragioni per cui l’America non può permettersi di fare la voce grossa con la Cina.

In estrema sintesi:
1. Le industrie ancora operanti negli USA (e naturalmente anche quelle che dovrebbero sorgere in virtù della politica protezionista) abbisognano di risorse minerarie importate, tra cui le famose “terre rare” (necessarie per la realizzazione di componenti elettroniche), le quali in parte rilevante provengono dalla Cina: questa, difatti, non soltanto controlla una parte importante delle miniere da cui tali minerali provengono, ma detiene anche una posizione di quasi-monopolio relativamente alla lavorazione dei medesimi (il che significa che anche la massima parte delle terre rare non estratte da miniere cinesi raggiunge gli Stati Uniti dopo essere stata processata in Cina). Quando Trump è partito in quarta con i suoi provvedimenti daziari, la Cina ha reagito anche bloccando le sue esportazioni di tali minerali, dimostrandogli di potersi servire di questa condizione di dipendenza degli Stati Uniti come arma di ricatto. Notate questo ulteriore paradosso: per potersi reindustrializzare, gli USA debbono estromettere dal proprio mercato i manufatti cinesi, ma se lo fanno la Cina può reagire privando gli USA delle materie prime necessarie alle industrie che si vorrebbero far sorgere.

2. Il declino industriale ha reso l’economia statunitense fortemente dipendente dalle esportazioni di materie prime. Tra queste spiccano, oltre al gas (che il governo USA sta riuscendo a vendere all’Europa, dopo averla forzata a rompere i propri rapporti con la Russia), le derrate agricole, per le quali la Cina, con la sua enorme popolazione, rappresenta un importantissimo mercato di sbocco. Questa situazione pone nelle mani di Pechino un secondo strumento di ricatto, di cui Xi Jinping non ha esitato a servirsi: di recente, infatti, la Cina ha ridotto i propri acquisti di soia statunitense, rimpiazzandola con importazioni dal Brasile.

3. Uno stato fortemente indebitato, quale è quello statunitense, è uno stato ricattabile anche sotto un ulteriore profilo: esso infatti ha bisogno che altre nazioni acquistino una parte della grande quantità di titoli che emette. Pertanto, i governi dei paesi colpiti dai suoi dazi possono reagire all’imposizione di questi ultimi comandando agli operatori finanziari che controllano di tagliare i propri acquisti del suo debito, compromettendo così la sua capacità di rifinanziarlo. Negli anni passati la Cina, in risposta alla crescente ostilità manifestata dagli USA nei suoi riguardi, aveva già limitato parecchio i propri acquisti di titoli di stato americani. Dopo che Trump ha avviato la propria offensiva si è spinta ancora più in là lungo questa strada, adottando il semplice criterio di non rinnovare i titoli che giungevano a scadenza naturale.

4. L’economia della Cina genera enormi flussi commerciali in entrata e in uscita, che il suo governo potrebbe decidere di gestire senza fare più ricorso al dollaro (che ha costituito sino ad oggi la moneta degli scambi internazionali). Ciò ridurrebbe in misura sensibile la necessità sia della Cina che dei paesi in rapporti con essa di procurarsi dollari, e quindi potrebbe indurre anche questi ultimi a ridurre i propri investimenti in titoli di debito statunitensi (i quali costituiscono un mezzo per procurarsi dollari). Inoltre, un calo della domanda di dollari a livello mondiale causerebbe una svalutazione della moneta americana, la quale da un lato contribuirebbe a far rincarare i prezzi delle importazioni, ma dall’altro (e proprio a causa di tale rincaro) determinerebbe un ulteriore rialzo del costo della vita. Si noti che anche questo processo di dedollarizzazione del commercio cinese è già in corso: ormai oltre il 50 per cento dei pagamenti internazionali della potenza asiatica avvengono in yuan.

A proposito della rinuncia all’uso del dollaro, va sottolineato come questa, in una certa misura, risulterebbe addirittura forzata dal protezionismo. Infatti un altro modo di procurarsi dollari consiste nel vendere le proprie merci negli Stati Uniti. L’adozione di severe misure protezionistiche contro la Cina, pertanto, causerebbe una forte diminuzione del travaso di dollari dagli uni all’altra, col risultato che la Cina sarebbe obbligata a chiedere sistematicamente ai propri partner commerciali l’accettazione in pagamento di una moneta diversa dal dollaro.

Tutto questo la Cina lo sa; per questo, quando Trump ha minacciato sfracelli, non ha fatto una piega, mostrandosi disposta ad andare allo scontro. I cinesi hanno fiutato il bluff e hanno scelto di “andare a vederlo”, ossia di costringere l’avversario a mostrare le proprie carte. E il risultato è stato il duplice accordo al ribasso stipulato nell’arco del 2025.

A onor del vero, anche gli Stati Uniti dispongono di uno strumento di pressione nei riguardi della Cina: essi difatti vantano una posizione di supremazia tecnologica nel fondamentale settore dei microprocessori, di cui hanno approfittato, nel corso di questa guerra commerciale, per penalizzare l’industria cinese, ponendo limitazioni all’esportazione dei modelli più avanzati. La Cina, però, sta investendo nello sviluppo autonomo di tale comparto, ragion per cui nel giro di pochi anni potrebbe smettere di dipendere dalla tecnologia americana. E comunque, per costruire i microprocessori occorrono le terre rare cinesi...

Ma allora – chiederanno a questo punto i lettori – cosa sarà del programma trumpiano di rilancio dell’industria americana, se è destinato a infrangersi contro lo scoglio cinese? In sostanza, la risposta a questa domanda è già contenuta nel titolo che abbiamo scelto di dare all’articolo. Nella seconda parte di esso, comunque, proveremo a darne anche una più articolata.

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06/11/2025

Tra USA e Cina è solo tregua

di Michelangelo Cocco

L’esito del vertice tra Xi Jinping e Donald Trump che si è svolto ieri a Busan non riuscirà nemmeno a rallentare la rivalità tra Cina e Stati Uniti, ma è importante, anzitutto perché segnala che la potenza in ascesa e quella egemone cercano compromessi.

Per arrivare al “Phase One” del gennaio 2020, in due anni di guerra commerciale, c’erano voluti una dozzina di incontri ministeriali bilaterali, questa volta, prima delle intese raggiunte ieri, ne sono bastati cinque (lo scontro è durato meno della metà), ma la sostanza non cambia: Washington e Pechino – pur nell’ambito di una competizione tecnologica e rivalità strategica accentuate – mantengono aperti efficaci canali di comunicazione politica, commerciale, militare.

Le prime due economie del pianeta sono ancora interdipendenti – anche se meno rispetto al passato recente – e dunque devono collaborare oltre che competere, provando a risolvere anche i contenziosi più spinosi. I ripetuti appelli rivolti a Trump da parte di Corporate America (gli amministratori delegati delle maggiori multinazionali Usa negli ultimi mesi hanno fatto la spola tra Washington e Pechino), nonché quelli degli agricoltori, hanno letteralmente accompagnato Trump verso il summit in Corea del Sud.

Un vertice che – come numerosi altri segnali analoghi degli ultimi anni – ci dice però soprattutto una cosa: l’ascesa della Cina sta contribuendo a dar vita a un mondo nuovo, con equilibri di potere diversi da quelli ai quali siamo stati abituati dal secondo dopoguerra.

Infatti la Cina di Xi Jinping ci è arrivata da pari a pari, per tre motivi principalmente:

- il quasi monopolio raggiunto nella produzione di terre rare, essenziali per l’industria hi-tech globale e gli armamenti più sofisticati, che le ha dato un grosso potere negoziale;

- la diversificazione raggiunta nel suo commercio internazionale, con il peso degli Stati Uniti che è sceso al 12 per cento nel 2024, mentre sono saliti altri blocchi (l’Asean anzitutto) e paesi emergenti;

- l’avanzamento tecnologico della Cina, che la rende meno dipendente che in passato dalle economie più avanzate.

Grazie a questi cambiamenti, la Cina ha potuto ottenere che la discussione con l’amministrazione Trump si svolgesse sulla base del “rispetto reciproco”. Potrebbe apparire scontato che un presidente cinese e uno statunitense si siedano allo stesso tavolo da pari a pari, e invece è una novità dalle profonde implicazioni geopolitiche.

Negli ultimi mesi, tra i grandi paesi nei confronti dei quali gli Usa denunciano pesanti deficit commerciali, la Cina è l’unico che non si è piegato ai diktat di Trump. Al contrario ha risposto colpo su colpo ai dazi e alle restrizioni all’export arrivati da Washington e – attraverso una serrata trattativa – è infine arrivata al summit di Busan.

Ciò detto, è evidente che non era solo Trump ad avere interesse a stringere la mano all’avversario. Per Tariff Man una tregua nella guerra commerciale era importante soprattutto in vista del voto di medio termine dell’anno prossimo: arrivarci con gli agricoltori (sua importante base elettorale) delusi e con le terre rare centellinate da Pechino sarebbe stato folle.

D’altro canto Xi e compagni continuano ad aver bisogno di “tenere buono” il cavallo pazzo Trump, in una fase di rallentamento della crescita del Pil. Inoltre, con il faccia a faccia con Trump, Xi può rivendicare di aver trattato da pari a pari con Washington, un punto importante a sostegno della sua strategia di “grandioso risveglio della nazione cinese”.

Il vertice segna soprattutto una de-escalation delle tensioni degli ultimi mesi, ma non è un accordo quadro come “Phase One”, e ciò evidenzia che, cinque anni più tardi, le relazioni bilaterali Cina-Stati Unite sono diventate più complicate. Nell’ultimo lustro la manifattura cinese ha fatto passi da gigante, il suo esercito si è dotato di tanti e nuovi armamenti ed è aumentata la sua influenza internazionale, soprattutto nei paesi del Sud globale.

Dunque è in un centro senso naturale che, mentre prosegue l’ascesa della Cina, ogni accordo complessivo con gli Stati Uniti diventi più difficile. Ma vediamo di seguito le intese raggiunte e i punti di discussione irrisolti a Busan.

Giù i dazi, dal 57 al 47 per cento
In seguito alle rassicurazioni di Pechino a rafforzare la cooperazione con Washington sul contrasto all’esportazione dalla Cina dei precursori del Fentanyl, gli Stati Uniti hanno ridotto del 10 per cento i dazi in vigore sulle importazioni cinesi, dal 57 al 47 per cento. È inoltre rientrata la minaccia di Trump di dazi aggiuntivi del 100 per cento. Inoltre, la sospensione dei super-dazi reciproci concordata dalle due parti a maggio ed estesa in agosto sarà ulteriormente prorogata di un anno.

Via per un anno i controlli sull’export di terre rare dalla Cina
La Cina si è impegnata a rimuovere per un anno i controlli che negli ultimi mesi hanno rallentato il flusso di terre rare verso gli Stati Uniti e altre economie avanzate.

Bloccata nuova norma anti-Cina della lista nera Usa
Gli Stati Uniti sospenderanno l’applicazione di una nuova norma relativa alla loro Entity List, annunciata a settembre, che amplia le restrizioni previste dalla stessa “lista nera” Usa a qualsiasi azienda posseduta per almeno il 50 per cento da entità già presenti nell’elenco – una misura che avrebbe potuto colpire migliaia di compagnie cinesi negando loro l’accesso a tecnologia Usa.

Più prodotti agricoli Usa importati in Cina
La Cina si è impegnata ad aumentare le importazioni di soia – zero nel mese scorso, quello precedente il summit Xi-Trump – e altri prodotti agricoli statunitensi. Trump ha annunciato la ripresa di esportazioni massicce dagli Usa verso la Cina, ma senza fornire dettagli, che non sono arrivati nemmeno da Pechino. La Cina negli ultimi mesi ha messo in atto una strategia di diversificazione delle sue importazioni di soia, ed è dunque improbabile che voglia aumentare oltre un certo limite quelle dagli States.

Sospesa l’indagine Usa sulla cantieristica cinese
Gli Stati Uniti sospenderanno per un anno le ritorsioni in seguito alla loro indagine ai sensi della Sezione 301, che prende di mira i settori marittimo, logistico e cantieristico della Cina, mentre Pechino sospenderà per un anno le corrispondenti contromisure contro gli Stati Uniti.

Investimenti cinesi negli Usa
Trump ha annunciato anche massicci investimenti cinesi negli Usa, che andrebbero incontro alla sua strategia di rivitalizzare il made in Usa, ma, anche in questo caso, non c’è conferma da parte cinese, né il presidente Usa ha fornito dettagli.

Scambio di visite di stato
Trump sarà in visita di stato in Cina ad Aprile 2026 e successivamente Xi andrà negli Stati Uniti.

TikTok, accordo ancora non finalizzato
Non è ancora arrivata la parola fine sulla vicenda TikTok: c’è accordo sulla vendita a un consorzio Usa guidato dalla Oracle dell’amico di Trump Larry Ellison (nel quale la cinese ByteDance manterrebbe il 20 per cento), ma Pechino non cede sull’algoritmo, che vuole continuare a controllare.

Nemmeno una parola su Taiwan
Trump, Xi e le rispettive delegazioni governative non si sarebbero detti nemmeno una parola su Taiwan, dopo che Pechino negli ultimi mesi ha tenuto una pressione costante su Washington, ribadendo le sue linee rosse (basta sostegno al governo del Partito progressista democratico, forniture di armamenti entro i limiti consentiti dal Taiwan Relations Act).

Ucraina
Secondo Trump, Xi avrebbe promesso di fare pressione su Vladimir Putin affinché la Russia accetti di negoziare sull’Ucraina.

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02/11/2025

Il Regno Unito vuole un "patto per l'acciaio" con USA e UE

Un “patto d’acciaio” Londra-Bruxelles-Washington? Nel Regno Unito c’è chi lo desidera ardentemente. Nessun riferimento al cupo precedente dell’asse tra l’Italia fascista e la Germania nazista del 1939: qui si parla di acciaio vero, di una risorsa il cui mercato deve oggi gestire la sovracapacità cinese e la spinta a una risposta occidentale alla possibilità di un’invasione dei prodotti della Repubblica Popolare.

I timori del Regno Unito sul settore siderurgico

Nel Regno Unito tiene banco il caso dell’acciaieria di Scunthorpe della British Steel, acquistata nel 2020 dalla cinese Jingye e in grave difficoltà, in un caso che ricorda molto da vicino quello italiano dell’Ilva di Taranto. Il governo britannico di Keir Starmer ha rilevato la gestione dell’impianto nei mesi scorsi e si trova in un contenzioso con Jingye per decidere come liquidare l’investitore cinese e nel frattempo intende coordinare la risposta al tema della sovracapacità cinese con gli alleati: Unione Europea e Stati Uniti.

Ad oggi, l’Ue ha in programma di imporre dall’1 luglio 2026 delle tariffe al 50% sulle importazioni d’acciaio e dall’1 gennaio entrerà in vigore il Carbon Border Adjustment Mechanism (Cbam) che dovrà spingere gli importatori a pagare una tariffa compensativa per i prodotti importati da mercati con standard ambientali più laschi. Parimenti, Washington ha imposto con Donald Trump tariffe al 50% sui prodotti siderurgici in entrata, a cui Londra ha strappato lo sconto per un dimezzamento nell’accordo bilaterale con l’America.

La guerra siderurgica mondiale e i rischi per Londra

Per Londra una guerra siderurgica mondiale senza schieramenti precisi rischia di essere rovinosa. Le condizioni finanziarie degli impianti sono tutte da definire, e inoltre esportando 1,9 milioni di tonnellate per un valore di 3 miliardi di sterline (poco meno di 4 miliardi di euro) nel blocco dei Ventisette Londra si troverebbe colpita nel 78% del suo export siderurgico dai nuovi dazi europei. Da qui la richiesta britannica di spostare il focus sulla Cina, che produce metà dell’acciaio mondiale: il rischio di finire vaso di coccio tra i vasi di ferro è palese.

Sir Chris Bryant, ministro britannico del Commercio, ha parlato con il Financial Times dell’eventualità di un patto a tre, Usa-Ue-Uk, per contrastare la Cina e implementare un accordo simile a quello della Comunità economica del carbone e dell’acciaio (Ceca) predecessore della Comunità Economica Europea e dell’attuale Unione Europea. Bryant, nota il Ft, propone di “stringere un’alleanza per proteggersi dall’acciaio ingiustamente sovvenzionato, gran parte del quale proviene dalla Cina”, abbattendo i dazi interni ai rispettivi mercati e innalzandoli in forma comune verso gli operatori esterni.

Del resto, nota il Ft, “secondo l’Ocse, l’eccesso di capacità produttiva globale di acciaio ha raggiunto i 600 milioni di tonnellate lo scorso anno, pari a quasi un quarto della capacità produttiva mondiale. Si prevede che tale eccesso aumenterà a 721 milioni di tonnellate entro il 2027, in gran parte dovuto alla Cina, che produce 1 miliardo di tonnellate di acciaio all’anno”.

Il nodo della sovracapacità cinese dell’acciaio

La sovracapacità rischia di mandare fuori mercato i produttori americani ed europei e di creare una dipendenza vincolante da fornitori terzi in un asset strategico per la produzione industriale e la sicurezza economica. Londra vuol giocare il proprio ruolo di pontiere per un triangolo con Bruxelles e Washington, ponendosi come facilitatore politico tra le due sponde dell’Atlantico.

Va detto che la Cina ha a sua volta iniziato a affrontare la questione della sovraproduzione, che sottrae risorse e fa girare a vuoto la macchina economica nazionale. Della scorsa settimana è la notizia di un piano per programmare un rientro concreto da una condizione di eccessivo ampliamento delle maglie. I prezzi hanno beneficiato di questa stretta annunciata, che però è ben distante dalle richieste occidentali di maggior chiarezza. Il dialogo tra alleati sul fronte dell’acciaio può aprire la strada a un nuovo progetto di ibridazione tra sicurezza economica, dinamiche commerciali e scelte tariffarie. E testare come in tempi di tensioni commerciali intorno all’Occidente un fronte che coniuga industria e sicurezza delle filiere possa creare consenso laddove spesso c’è soprattutto rottura.

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30/10/2025

Incontro Trump-Xi Jinping: guerra commerciale congelata, per ora…

Si è concluso da poche ore il tanto atteso confronto tra il presidente USA Donald Trump e quello cinese Xi Jinping. Il tycoon parla di un accordo in arrivo, ed effettivamente qualche apertura si è vista da ambo le parti (a partire dai dazi e dalle terre rare). Ma non si tratta della composizione dei conflitti, quanto piuttosto di “stabilizzare la rivalità” tra le due maggiori potenze mondiali, come ha suggerito la Rand Corporation.

Ma andiamo con ordine. Il faccia a faccia è durato poco meno di due ore, e non si è concluso con una dichiarazione congiunta finale. Date le condizioni con cui si è arrivati a questo incontro non sembra una sconfitta: previsto da tempo a margine del vertice dell’Asia-Pacific Economic Community (APEC), Trump sembrava vicino a farlo saltare con il rilancio della guerra commerciale promosso nelle ultime settimane.

Ma al solito, abbiamo visto in azione i capisaldi della politica TACO (Trump always chicken out, ovvero ‘Trump si tira sempre indietro’), formula diffusa sui media oltreoceano che fa infuriare The Donald, perché – e diremmo noi, stavolta giustamente – è chiara la logica delle sue dichiarazioni poi spesso ritrattate o ammorbidite: minacciare per poi ottenere un accordo più vantaggioso. Forse è sul carattere intimidatorio di una tale prassi che dovrebbero concentrarsi i giornalisti, ma tant’è... 

I contenuti: “su una scala da 1 a 10, l’incontro con Xi è stato 12”, dice Trump. Il presidente USA parla di dettagli ancora da limare, ma un accordo complessivo sarebbe in arrivo. Intanto, Trump ha annunciato la riduzione dei dazi sulle merci cinesi dal 57% al 47%, abbassando dal 20% al 10% la tariffa che aveva imposto sui prodotti di Pechino in virtù del supposto ruolo nel traffico di fentanyl.

In cambio, la Cina si impegna a collaborare contro i flussi di questo stupefacente, a tornare ad acquistare grandi quantità di soia stelle-e-strisce, e anche a sospendere per un anno le restrizioni all’esportazione di terre rare, con un’intesa rinnovabile poi annualmente. Un lasso di tempo molto breve, ma di questi tempi rappresenta una boccata d’aria per la complessità dello scenario geopolitico.

Questa stabilizzazione dei rapporti era stata auspicata dalla Rand Corporation, uno dei think tank principali degli States, che ha avuto un ruolo fondamentale nell’elaborare indirizzi di politica estera per decenni. Nel 2016 ipotizzava vari scenari di guerra con la Cina, entro una decina d’anni, mentre oggi parla di come rendere una lotta senza regole per l’egemonia una competizione su binari prevedibili.

Traducendo dal sito della Rand, leggiamo in un recentissimo rapporto che per limitare i pericoli, pur in un contesto di intensa competizione, è possibile “individuare meccanismi limitati di stabilizzazione in diverse aree problematiche specifiche”, e in particolare gli analisi “offrono raccomandazioni specifiche sia per la stabilizzazione generale della rivalità sia per tre aree problematiche: Taiwan, il Mar Cinese Meridionale e la competizione in ambito scientifico e tecnologico”.

Le terre rare sono un elemento centrale dell’ultimo punto, ma Washington non sembra seguire in tutto e per tutto le indicazioni della Rand. Ad esempio, l’annuncio fatto da Trump tramite il social Truth del rilancio dei test nucleari non si allinea troppo bene con “l’accettazione reciproca della deterrenza nucleare strategica”.

Ma l’aver lasciato da parte, nel confronto a Busan, temi scottanti come Taiwan allontana un confronto militare più o meno diretto. Anduril ha stretto importanti accordi per l’industria bellica con Taipei, ad esempio, ma il rapporto con Washington si è spostato da una difesa senza condizioni a una difesa da pagare profumatamente. Magari anche con il trasferimento, almeno parziale, delle filiere dei chip sul suolo statunitense.

Soprattutto, la Rand ha scritto di “ripristinare diverse linee di comunicazione affidabili tra alti funzionari” e di “migliorare le pratiche di gestione delle crisi, i collegamenti e gli accordi tra le due parti”. L’incontro appena svoltasi va evidentemente in questa direzione: c’era una pletora di figure di spicco di entrambe le amministrazioni accanto ai due presidente.

Xi Jinping ha avallato questo abbassamento dei toni, e la possibilità di intese specifiche su dossier di interesse comune. “La Cina e gli Stati Uniti – ha detto all’inizio dell’incontro – possono assumersi congiuntamente le loro responsabilità di grandi potenze e lavorare insieme alla realizzazione di progetti più ambiziosi e concreti, per il bene dei nostri due paesi e del mondo intero”.

Trump ha già annunciato che si recherà in Cina il prossimo aprile, mentre Xi Jinping farà lo stesso negli Stati Uniti poco dopo, e sembra ci sarà un canale diretto per la negoziazione sulle questioni commerciali. Non un ‘telefono rosso’ come durante la Guerra Fredda, ma è chiaro che questo incontro è stato fatto perché i risultati che ne sono venuti fuori durassero. TACO permettendo.

Un ultimo paio di appunti vanno fatti. Washington e Pechino non sono gli unici attori in gioco. Trump ha annunciato anche nuovi accordi con la Corea del Sud, mentre un paio di giorni fa Cina e ASEAN hanno finalizzato un nuovo accordo commerciale al 47esimo summit dell’organizzazione del Sud-Est asiatico, tenutosi in Malesia. Intanto, l’Indonesia ha emesso per la prima volta obbligazioni sovrane prevalentemente in yuan.

Quello che abbiamo di fronte è un mondo che va cambiando profondamente, e il multipolarismo è un’evidente realtà. Le opportunità di alternative vanno colte anche alle nostre latitudini.

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27/10/2025

La UE lancia RESourceEU per rispondere alla Cina sulle terre rare

Dal palco del Forum 2025 Berlin Global Dialogue la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha lanciato il nuovo ed ennesimo piano per dare alla UE maggiore autonomia e allo stesso tempo fornirgli gli strumenti per continuare la guerra commerciale alla Cina che, a conti fatti, Bruxelles sta facendo per conto di Washington.

Il fulcro del progetto, questa volta, sono le terre rare. Il presidente statunitense Donald Trump aveva già intimato alla UE di allinearsi alle richieste stelle-e-strisce sulle relazioni con altri attori globali, in primis Pechino. La riaccensione dello scontro col Dragone che gli USA hanno promosso nelle ultime settimane sul piano delle restrizioni negli scambi è stato come dare il ‘via’.

I Paesi Bassi hanno seguito per primi, con il commissariamento dell’azienda produttrice di chip Nexperia. Ma il caso ha mostrato tutte le debolezze della UE nella competizione globale, e tutte le sue dipendenze in un quadro di crescente frammentazione del mercato mondiale – o almeno di rottura con le filiere cinesi.

I vertici europei sono ben consapevoli di queste debolezze, e vogliono correre ai ripari il prima possibile. RESourceEU nasce con questa prospettiva. Dopo il REPowerEU, che serviva a ridurre la dipendenza energetica dalla Russia cercando legami alternativi, ora arriva il suo omologo per le terre rare contro la Cina, su cui quest’ultima ha deciso ulteriori controlli alle esportazioni.

“Che si tratti di energia o materie prime, difesa o digitale – ha detto von der Leyen – l’Europa deve lottare per la propria indipendenza. Abbiamo imparato questa lezione dolorosamente con l’energia, non la ripeteremo con le materie prime critiche”. Ricordiamo, infatti, che le terre rare sono un gruppo di 17 elementi fondamentali nei prodotti elettronici, aerospaziali, militari e nelle tecnologie della transizione verde.

Insomma, è bene dirlo: come per il gas russo, è sostanzialmente la politica estera statunitense ad aver determinato le scelte europee. Bruxelles, però, cerca di approfittarne per un salto di qualità nella competizione globale. Infatti, la presidente della Commissione ha chiarito che si cercherà una collaborazione “con i nostri partner del G7 per una risposta coordinata, ma dobbiamo anche considerare questa come una sfida strutturale”.

Tradotto: ne va della capacità della UE di essere una potenza globale. Le strade sono due. Innanzitutto, provare comunque a trattare con Pechino... ma il fatto che il ministro degli Esteri tedesco, Johann Wadephul, sia stato costretto ad annullare la sua visita in Cina perché nessuno era disponibile per incontri ufficiali non fa ben sperare.

La seconda passa invece dallo stringere legami alternativi per le forniture. Da Berlino, von der Leyen ha parlato di trattative già in corso con India, Filippine, Thailandia, Malesia, Emirati Arabi Uniti, e della prospettiva di rafforzare i partenariati con Ucraina, Australia (con cui ha da poco stretto un importante accordo anche Washington), Cile, Canada, Kazakistan, Uzbekistan e Groenlandia.

Il commissario europeo all'Industria, il francese Stéphane Séjourné, è entrato maggiormente nei dettagli. RESourceEU sarà fatto di nuovi accordi commerciali, ma anche dell’incremento della produzione di terre rare in Europa e della protezione delle catene del valore, a partire dalla creazione di un centro congiunto di acquisto e stoccaggio delle materie prime essenziali, come quello giapponese.

Altro elemento fondamentale sarà quello del riciclo. “Si parte da un’economia circolare, non per motivi ambientali, ma per sfruttare le materie prime critiche già contenute nei prodotti venduti in Europa”, ha specificato von der Leyen. Diremmo noi: “non avevamo dubbi che l’ambiente era l’ultima delle vostre preoccupazioni, in pieno stile greenwashing”.

Per concludere, la presidente della Commissione ha affermato che ci troviamo in una fase di “geoeconomia conflittuale”, in cui, tra l’altro, l’economia stessa viene ‘militarizzata’: “non possiamo più separare la sicurezza e la difesa dalla crescita economica”. In questo scenario, per von der Leyen “l’Europa ha tutto ciò che serve per essere indipendente”.

Non è di certo un caso che l’altro argomento trattato dalla politica tedesca durante il Forum sia stata la pesantezza istituzionale della UE, che limita e ritarda le decisioni. Un’eco alle parole di Draghi sul “federalismo pragmatico” da poco pronunciate dall’economista italiano. Gli imperialisti UE non hanno rinunciato ai loro piani. Ce li faranno solo pagare in maniera ancora più salata.

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24/10/2025

Olanda - "Commissariati" i chip della cinese Nexperia, ma l’automotive europea va in fermento

La guerra commerciale procede a gonfie vele, ovviamente per iniziativa statunitense. Ma questa volta, è per ‘interposto paese’, ovvero i Paesi Bassi. Il governo olandese ha deciso il sequestro delle quote azionarie di Nexperia, società la cui maggioranza è detenuta dalla cinese Wingtech. Nexperia è un’azienda che produce semiconduttori.

Non quelli più all’avanguardia, ma quelli largamente usati nell’industria automobilistica, nell’elettronica di consumo ed anche in altri settori. Nel 2017 viene venduta da una compagnia che era legata a Philips a un consorzio sostenuto da Pechino, e dal 2019 Wingtech ne diviene l’azionista di maggioranza.

Lo scorso 30 settembre il governo olandese decide di rispolverare il Goods Availability Act, una legge risalente agli anni Cinquanta – e dunque al contesto della Guerra Fredda – che permette di prendere di fatto il controllo di un’azienda per motivi di sicurezza nazionale. In questo caso, vengono addotte questioni sull’approvvigionamento del paese in seguito alla presunta inadeguatezza dei vertici della società.

Si tratta di una mossa che ha evidentemente un mandante: Washington. E non lo diciamo solo perché Trump aveva già messo in chiaro che avrebbe preteso dalla UE di allinearsi alle esigenze commerciali degli USA. Sono le stesse carte del Tribunale di Amsterdam a dirlo. Bisogna però fare un breve passo indietro nel tempo.

Il 29 settembre il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti ha imposto nuovi controlli e restrizioni alle esportazioni verso la Cina e circa una settimana dopo un rapporto del Congresso invitava ad ampliare i divieti su alcune attrezzature. Da qui è originata la reazione cinese che i media asserviti di questo paese hanno ovviamente indicato come una azione unilaterale di Pechino.

Al di là di questo, le nuove disposizioni, allargandosi ormai a molte partecipate, hanno cambiato il quadro anche per Nexperia. Infatti, se già da tempo Wingtech è sulla Entity List delle restrizioni stelle-e-strisce, dal 30 settembre anche l’azienda olandese ci sarebbe finita. La perdita di questa relazione sarebbe stata un duro colpo.

Ma c’è di più. Perché stando a quel che l’Huffington Post riporta delle carte del Tribunale di Amsterdam, “il governo statunitense aveva chiarito che, se fosse rimasto al comando il suo attuale amministratore delegato, Zhang Xuezheng, la società non sarebbe stata rimossa dalla lista dei controlli sulle esportazioni”.

Un ricatto che, a quanto pare, non turba troppo né i ‘sovranari’ olandesi né quelli europeisti. E così, quello stesso 30 settembre, L’Aja, vero centro del potere del paese europeo, ha deciso il sequestro, mettendo in moto una valanga che ora, come è successo più di una volta negli ultimi mesi, sta arrivando dritta sulla UE, più che sulla Cina.

Infatti, Pechino ha deciso di rispondere vietando le esportazioni dei prodotti di Nexperia verso la UE. Il problema è proprio che, anche se con sede nei Paesi Bassi, i chip vengono spesso assemblati e impacchettati in Estremo Oriente. Questo ha subito mandato mandato in tilt politici e aziende del Vecchio Continente.

Mentre la divisione cinese di Nexperia ha sostanzialmente dichiarato la propria indipendenza dalla gestione ‘commissariale’, il ministro dell’Economia dei Paesi Bassi, Vincenti Karremans, ha richiesto un colloquio con il ministro del Commercio del Dragone, Wang Wentao, stando a una dichiarazione del dicastero di quest’ultimo.

Mentre Karremans ha espresso fiducia nel raggiungimento di una soluzione, il politico cinese è stato più netto nell’attribuire la responsabilità del conflitto alla parte olandese, e che deve essere perciò questa “ad agire nell’ottica generale di preservare la sicurezza e la stabilità”.

Intanto, dall’automotive europeo arrivano affermazioni preoccupate. Hildegard Mueller, presidente dell’associazione dell’industria automobilistica tedesca VDA ha dichiarato che “la situazione potrebbe portare a notevoli restrizioni produttive nel prossimo futuro, e possibilmente anche a fermi di produzione se l’interruzione nella fornitura dei chip Nexperia non sarà risolta a breve termine”.

Volkswagen ha annunciato che sta per interrompere l’assemblaggio di due modelli – Golf e Tiguan – e, secondo il giornale tedesco Bild, ciò deriva proprio dall’affaire Nexperia, anche se dalla società smentiscono. Intanto, si sono però già mossi per trovare un altro fornitore che possa garantire i chip necessari.

Persino l’ACEA, l’associazione europea dei produttori di auto, si è detta “profondamente preoccupata” per possibili “interruzioni significative” delle linee di produzione. Questo tipo di ansie sono state registrate anche nell’automotive giapponese. Intanto, la divisione cinese ha ricominciato a distribuire i suoi prodotti sul mercato interno... ma è disposta a farsi pagare solo in yuan.

La vicenda è un altro sintomo della debolezza della UE, stretta tra il dover esaudire i desideri di Washington (che è ben felice di mandare ulteriormente in crisi l’industria europea, sperando di attirare investimenti verso gli States) e la guerra che vuole portare a ogni costo al resto del Mondo, con cui potrebbe in realtà intrattenere affari d’oro.

La scelta guerrafondaia – nelle varie sfaccettature che può assumere questa definizione – di una classe dirigente miope e imbevuta della propria stessa propaganda suprematista che ha raccontato per decenni, cozza con l’evidente impreparazione nella competizione globale. Prima si riesce a rompere questo ciclo fallimentare che persegue l’imperialismo europeo, prima si apre la via per un’alternativa.

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22/10/2025

I dazi mettono a rischio 16,5 miliardi di export, ma Urso continua a mentire

Martedì 21 ottobre il Centro Studi di Confindustria (CSC) ha diffuso notizie allarmanti rispetto alle prospettive delle esportazioni italiane. Infatti, scrivono da via dell’Astronomia, “i dazi statunitensi e la svalutazione del dollaro rispetto all’euro (+12,7% da inizio anno) determinano un possibile crollo delle esportazioni italiane negli USA pari al –16,5%”.

Sul medio-lungo periodo, insomma, le tariffe imposte dall’amministrazione Trump, ‘amica’ del governo Meloni, potrebbero far ridurre le esportazioni totali del 2,7%. L’effetto maggiore si avrebbe, inoltre, in settori come autoveicoli, ma anche alimentari, bevande, calzature, pelli e altre attività manifatturiere che sono considerate il cuore del made in Italy.

Se si allunga lo sguardo a tutte le catene di produzione europee, l’impatto potrebbe arrivare al -3,8% dell’export manifatturiero, con un conseguente -1,8% della produzione. Una batosta difficile da reggere per l’Italia, come ci ricorda il fatto che il risparmio precauzionale rimane forte nel Belpaese, limitando anche i consumi.

Ma è una batosta anche per il modello export-oriented della UE, che da anni arranca nella crisi. È proprio Confindustria a ricordarci che gli acquisti statunitensi dalla UE si sono ridotti dell’8,7% annuo in giugno-luglio. Per quanto riguarda poi le esportazioni italiane di beni verso gli USA, esse ad agosto sono già crollate del 21,1% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, dopo la corsa che avevano fatto appena prima dell’implementazione delle tariffe.

Rimane tra l’altro sospesa la questione dei dazi aggiuntivi che potrebbero essere posti sulla pasta da gennaio 2026, in seguito all’indagine antidumping del Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti. Essi andrebbero a colpire un mercato da quasi 700 milioni di euro. Gli scenari, dunque, potrebbero essere ancora più foschi.

Intanto, secondo il CSC, “le produzioni europee di alta qualità, disegnate per soddisfare le esigenze dei clienti, sono più difficili da sostituire. Ciò rende una parte delle esportazioni italiane ed europee relativamente più resilienti ai dazi nel breve periodo. Tuttavia, un processo di sostituzione si avvierà nel tempo, se i dazi si confermeranno persistenti e se la capacità produttiva USA (o dei paesi USMCA – USA, Messico, Canada, ndr –) diventerà adeguata a soddisfare la domanda”.

Poiché Washington pretende anche che Bruxelles rinegozi i suoi rapporti commerciali con altri attori globali, Cina in primis, appare chiaro che si delinea uno scenario in cui l’unico sbocco che i prodotti del Vecchio Continente potranno avere sarà quello del mercato interno. Reso però asfittico da bassi salari e compressione della spesa pubblica. L’incancrenirsi della crisi è perciò assicurato.

Fa perciò strano sentire il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, ribadire soddisfatto gli ottimi risultati del governo Meloni in tema export, in un’intervista al Quotidiano Nazionale. Al di là del fatto che la sua affermazione, secondo la quale nel 2024 l’Italia sarebbe diventata il quinto paese al mondo per esportazioni, superando la Corea del Sud, non è comprovata dai dati OCSE, il totale di quanto venduto all’estero lo scorso anno era già comunque leggermente inferiore al totale del 2023.

Poiché le bugie hanno ‘le gambe corte’, e i fatti hanno ‘la testa dura’, è il caso che si renda conto del reale quadro in cui si muove l’Italia.

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15/10/2025

Chip, ora è la Cina a ricattare gli Usa

Mentre siamo distratti dai continui annunci di nuovi AI tools che introducono perlopiù miglioramenti incrementali, le aziende di IA assoldano ex capi di Stato (ma assicurano che non li useranno per fare lobbying sui governi, ci mancherebbe...), e la partita dei chip – molto meno glamour delle risposte dei chatbot e dei video di Sora 2 di celebrità morte – diventa un parapiglia, il cui esito dovrebbe determinare gli sviluppi non solo dell’industria IA e tech, ma anche degli equilibri mondiali.

Pechino sta infatti preparando il terreno negoziale in vista dell’atteso incontro tra il presidente Trump e il leader cinese Xi Jinping. I chip sono al centro di questo scontro, anche se non sono l’unico terreno di battaglia. Indubbiamente però il loro ruolo centrale nell’intelligenza artificiale, nelle tecnologie militari e in altri settori economici li ha messi al centro delle tensioni tra le due superpotenze mondiali, già impegnate da mesi in controversi negoziati su dazi e tecnologia.

Il mese scorso, l’autorità antitrust cinese aveva dichiarato che secondo un’indagine preliminare Nvidia avrebbe violato la legge antimonopolio del Paese in relazione all’acquisizione della società israeliana Mellanox Technologies, completata nel 2020. In realtà Nvidia sembra essersi trovata in mezzo al braccio di ferro tra Usa e Cina che ha portato quest’ultima ad accelerare gli sforzi per l’indipendenza tecnologica.

L’indagine preliminare cinese infatti nasce poco dopo il dicembre 2024, quando l’amministrazione Biden aveva dato un ulteriore giro di vite sull’export hi-tech verso la Cina – impedendo ai produttori di chip di memoria avanzati (usati nei sistemi di IA) di spedire i propri prodotti in Cina senza l’autorizzazione del Dipartimento del Commercio.

Ma torniamo a giovedì scorso, quando la Cina ha annunciato anche delle nuove restrizioni (qui il documento) sulle terre rare (di cui come sapete è grande produttrice), specificando che le licenze relative a determinati tipi di chip saranno concesse caso per caso. Cosa significa nel concreto? Che – scrive il FT – “le aziende straniere dovranno ottenere l’approvazione di Pechino per esportare magneti che contengono anche solo tracce di materiali di terre rare provenienti dalla Cina (...). Le restrizioni creeranno per la prima volta una versione cinese della norma statunitense sui prodotti diretti esteri, una misura che Washington ha utilizzato per bloccare le esportazioni di semiconduttori verso la Cina da paesi terzi”.

La norma sui prodotti diretti sarebbe la foreign direct product rule (FDPR), applicata in concomitanza con le misure americane prese appunto nel dicembre 2024. Allora quelle misure limitavano l’esportazione di 24 tipi di strumenti per la produzione di chip. Ma per renderli più efficaci, gli Stati Uniti applicarono una norma extraterritoriale, la “foreign direct product rule” (FDPR), che colpiva le aziende non statunitensi che utilizzavano chip statunitensi nei loro strumenti. Tutto chiaro?

In pratica la Cina sta riproponendo lo schema americano a parti inverse.

Come la stanno prendendo gli americani? Alcuni analisti di think tank statunitensi non l’hanno presa alla leggera.

“La Cina ha affermato il proprio controllo totale sull’intera catena di approvvigionamento globale dei semiconduttori, imponendo requisiti di licenza di esportazione su tutte le terre rare utilizzate per la produzione di chip avanzati. Se applicata in modo aggressivo, questa politica potrebbe significare la fine del boom dell’intelligenza artificiale negli Stati Uniti e probabilmente portare a una recessione/crisi economica negli Stati Uniti nel breve termine”, commenta su X Dean W.Ball, senior fellow alla Foundation for American Innovation.

Secondo Ball, come risposta gli Usa non dovrebbero cedere, ma anzi rendere molto più estesi e rigidi i controlli sull’export delle apparecchiature per la produzione di semiconduttori; inoltre dovrebbero accelerare gli sforzi sulla produzione (estrazione e raffinazione) di terre rare fuori dalla Cina.

Che le misure presa dalla Cina siano potenzialmente d’impatto, se davvero applicate, sembra mettere d’accordo diversi esperti.

“Si tratta dei controlli più severi che la Cina abbia mai applicato alle esportazioni”, ha affermato al Japan Times Gracelin Baskaran, direttore del Center for Strategic and International Studies. “È abbastanza chiaro che dispongono degli strumenti e dei mezzi necessari per costringere non solo le aziende statunitensi, ma anche quelle di tutto il mondo a conformarsi”.

“Le macchine per la produzione di chip, come quelle vendute da ASML e Applied Materials, dipendono in modo particolare dalle terre rare perché contengono laser, magneti e altre apparecchiature estremamente precise che utilizzano questi elementi”, continua Japan Times, che ricorda come i maggiori produttori mondiali di chip – tra cui Intel, Taiwan Semiconductor Manufacturing Co (TSMC) e Samsung Electronics – si affidino proprio ad ASML per la produzione di semiconduttori.

A dire il vero, c’è chi spera che in fondo si tratti solo di fare la voce grossa in vista dei negoziati (anche sui dazi) tra Trump e Xi Jinping. Ma certo non tira una bella aria.
 
Come fare IA fuori dalla corsa Cina-Usa e l’idea di una public AI

Intanto la macchina industriale dell’IA, spalleggiata dai governi, lavora per espandersi. Ma fuori dalla competizione Usa-Cina e dai relativi colossi tech, cosa si può fare?

Un interessante pezzo del Guardian passa in rassegna alcune risposte local (dall’India a Singapore), e cita una proposta, per ora solo un policy brief, della Cambridge University.

La proposta invoca un Airbus for AI, cioè una società pubblica di IA basata su una partnership coordinata tra pubblico e privato per fare in modo che lo sviluppo di questa tecnologia serva gli interessi nazionali condivisi e massimizzi il valore pubblico, “anziché concentrare i benefici in una manciata di entità private con sede nelle superpotenze globali”.

“Ispirandoci ad Airbus – ragiona il documento propositivo – proponiamo che Canada, Germania, Giappone, Singapore, Corea del Sud, Spagna, Svezia, Svizzera, Francia, Regno Unito e altre potenze medie unifichino i loro attuali sforzi sovrani nel campo dell’IA in una società pubblica di IA, un laboratorio competitivo all’avanguardia per lo sviluppo e la commercializzazione dell’IA nell’interesse pubblico”.

Proposta sulla carta molto interessante. Noto che non è citata l’Italia.
 
La Commissione UE lancia due strategie per accelerare la diffusione dell’IA

A livello di istituzioni europee però si muove qualcosa di molto concreto.

Il 9 ottobre la Commissione europea ha annunciato le sue strategie da 1 miliardo di euro per potenziare l’uso dell’intelligenza artificiale in settori chiave, nel quadro di una spinta a ridurre la dipendenza dell’Unione dalle tecnologie statunitensi e cinesi.

A dire il vero, in queste strategie, sembra esserci un po’ di tutto, e tutto appare ancora molto fumoso.

“Nel settore sanitario, ad esempio, l’UE creerà una rete per lo screening avanzato basato sull’intelligenza artificiale per accelerare le diagnosi negli ospedali ed estendere la copertura dei professionisti alle aree remote”, ha affermato Virkkunen.

“L’intelligenza artificiale dovrebbe anche supportare l’industria robotica nell’adattare la produzione alle esigenze degli utenti. Per quanto riguarda la mobilità, la Commissione spera di creare una coalizione di città disposte a creare ambienti di prova per portare le auto a guida autonoma sulle strade europee”, riassume Science Business.

Ma trovate tutto qua (VIDEO del discorso di Virkkunen; qui comunicato stampa).

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