Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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17/07/2026

La guerra in Ucraina sta arricchendo le industrie di armamenti tedesche

Le esportazioni di armi tedesche continuano a raggiungere livelli record. Nella prima metà del 2026, secondo dati preliminari, sono state rilasciate licenze per l’esportazione di armamenti per un valore totale di circa 13,87 miliardi di euro. Ad annunciarlo è stato mercoledì scorso a Berlino il Ministero Federale dell’Economia.

Il principale paese destinatario è nuovamente l’Ucraina, per la quale sono state approvate esportazioni di armi per un valore totale di circa 2,5 miliardi di euro.

Nel 2025 nel complesso, il governo aveva approvato le esportazioni di armi per un volume di circa dodici miliardi di euro. L’Ucraina ha rappresentato circa due miliardi di euro di questo volume.

Tra i paesi “terzi” – cioè non della Nato né della Ue – Israele segue al secondo posto dopo l’Ucraina con un volume di 799 milioni di euro. Secondo i dati governativi, oltre il 60 percento di questi riguarda “un progetto importante nel settore degli armamenti marittimi”, e un altro 20 percento riguarda la “cooperazione tra aziende tedesche e israeliane nell’interesse della Bundeswehr”.

Del valore delle licenze all’export autorizzate nella prima metà del 2026, circa 9,6 miliardi di euro sono attribuibili alle armi di guerra e circa 4,3 miliardi di euro ad altri armamenti. Circa 12,8 miliardi di euro sono attribuibili alle singole licenze di esportazione rilasciate e circa 1,1 miliardi di euro alle licenze generali.

Secondo le informazioni disponibili, l’84 percento delle esportazioni approvate è destinato all’UE, alla NATO o a paesi “equivalenti”. Questi ultimi sono Giappone, Svizzera, Australia e Nuova Zelanda. Per i paesi terzi nel loro complesso che non appartengono all’UE o alla NATO, sono state concesse licenze per circa 4,9 miliardi di euro, di cui 2,8 miliardi di euro per armi di guerra.

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17/04/2026

L’export di armi italiane è cresciuto del 19%. Tre banche ne finanziano quasi il 70%

La relazione annuale al Parlamento sullo stato della Legge 185 relativa alle autorizzazioni per l'esportazione di armamenti prodotti in Italia, è ricca di informazioni che ci restituiscono un quadro di una industria militare che ha visto crescere le sue esportazioni nel 2025 di quasi il 20% rispetto all’anno precedente. La relazione è firmata dal sottosegretario a Palazzo Chigi Alfredo Mantovano.

Nel 2025 il valore complessivo delle “autorizzazioni per movimentazioni di materiali d’armamento” è stato di 11,141 miliardi di Euro, di cui 9,164 miliardi di Euro esportate all’estero (con un aumento del 19,14% rispetto al 2024) e 1,977 miliardi di Euro importate.

Al riguardo viene specificato che il dato riportato sulle movimentazioni in entrata (importazioni) non include i trasferimenti intracomunitari UE/SEE, ai sensi dell’art.10 bis della Legge 185/1990. Non risultano inoltre ricomprese nella citata rilevazione le esportazioni temporanee con successiva reimportazione e le importazioni effettuate direttamente dall’Amministrazione dello Stato o per conto della stessa, per la realizzazione di programmi di armamento ed equipaggiamento delle forze armate e di polizia, che possono essere consentite direttamente dalle Dogane.

Analogamente risultano escluse le importazioni effettuate da enti pubblici nell’esercizio di attività di carattere storico o culturale, previa autorizzazione di polizia, e quelle temporanee effettuate da imprese straniere per la partecipazione a fiere campionarie mostre e attività dimostrative, previa autorizzazione del Ministero dell’Interno (art. 1 comma 8 della Legge 185/1990).

Sono pure escluse dalla rilevazione le esportazioni o concessioni dirette e i trasferimenti intracomunitari da Stato a Stato, a fini di assistenza militare, in base ad accordi intergovernativi (art.1, comma 9 della Legge 185/1990).

Rispetto al 2024 si è registrato un incremento del 19,68% del valore delle autorizzazioni individuali di esportazione il cui ammontare complessivo nel 2025 è stato di 7,721 miliardi di Euro, a fronte di un lieve aumento del numero di provvedimenti rilasciati (da 2.569 a 2.576, +0,27%).

Le banche che finanziano l’esportazione di armamenti

Sono tre le “banche armate” che fanno la parte del leone nel finanziare le esportazioni italiane di armamenti: Unicredit, Banca Nazionale del Lavoro, Deutsche Bank.

Nel corso del 2025, secondo la relazione, sono state effettuate dagli intermediari 23.942 comunicazioni inerenti a transazioni bancarie per operazioni di esportazione, importazione e transito di materiali di armamento soggette alla disciplina della legge, per un importo complessivamente movimentato superiore ai 14 miliardi di Euro.

Nel corso dello stesso anno è stata segnalata una movimentazione complessiva (introiti/esborsi) di oltre 2,7 miliardi di Euro per operazioni svolte in attuazione di programmi intergovernativi di armamenti a fronte dei 2,1 miliardi di euro del 2024.

Dal confronto con i dati del 2024 emerge che, nell’anno qui in esame, il numero delle segnalazioni è sensibilmente aumentato, passando da 21.586 a 23.942 (+10,91 %), anche a conferma del diffuso coinvolgimento degli istituti di credito e di altri intermediari finanziari nell’utilizzo dell’applicativo ministeriale.

Il volume complessivo delle transazioni oggetto di segnalazione è leggermente aumentato rispetto all’anno precedente (14 miliardi di euro nel 2025 rispetto ai 12 miliardi del 2024).

Nell’anno 2025, il 66,18 % delle transazioni per introiti riferibili ad esportazioni definitive è stato negoziato da tre istituti di credito (Unicredit, Banca Nazionale del Lavoro, Deutsche Bank).

Nel 2024, detta percentuale è stata del 68,72 %. Per quanto riguarda l’ammontare complessivo di garanzie e finanziamenti concessi o rinnovati nel 2025, il 57,23% dell’ammontare complessivo è stato negoziato da tre istituti di credito (BNP Paribas Security Services, Unicredit S.p.A., Credit Agricole Corporate and Investment Bank), a fronte di una quota percentuale che nel 2024 era stata dell’83,78.

Ancora boom per l’export di armi italiane

Rispetto al 2024 si è registrato un incremento del 19,68% del valore delle autorizzazioni individuali di esportazione di armi, il cui ammontare complessivo nel 2025 è stato di 7,721 mdi di Euro, a fronte di un lieve aumento del numero di provvedimenti rilasciati (da 2.569 a 2.576, +0,27%).

Le licenze globali, che rappresentano uno strumento di semplificazione, risultano in aumento rispetto all’anno precedente. Il valore cumulativo dei materiali esportati è stato pari a circa 1,374 mdi di Euro (1,18 nel 2024). Un aumento si registra anche nell’utilizzo delle Autorizzazioni generali di trasferimento, che dagli € 60,4 milioni del 2024 passano al valore di € 69,6 milioni del 2025. Risulta in marcato calo rispetto al 2024 (-61%) il valore delle autorizzazioni di intermediazione, passato dai 257,7 milioni di Euro del 2024 ai 100,3 milioni di Euro del 2025.

Le autorizzazioni di importazione a vario titolo si sono attestate su un valore complessivo di € 1,977 miliardi, registrando un significativo incremento del 165,86% rispetto al 2024.

Il numero di Paesi destinatari delle autorizzazioni all’esportazione è stato di 88 (90 nel 2024) e il numero delle autorizzazioni, come già osservato, è stato di 2576 (2.569 nel 2024).

Nel 2025, un solo Paese (Kuwait) è risultato destinatario di autorizzazioni per un valore complessivo superiore al miliardo di Euro, mentre sono stati 16 i Paesi con valori compresi tra 100 milioni e il miliardo di Euro.

Il valore dei trasferimenti intracomunitari e delle esportazioni verso i Paesi NATO è stato pari al 37,62% del totale (1953 autorizzazioni), mentre il restante 62,38 % delle esportazioni ha interessato Paesi extra UE/NATO (623 autorizzazioni).

Il dato tendenziale verso i Paesi extra UE/NATO continua a mostrarsi in lieve crescita come valore assoluto nell’ultimo triennio.

Sul dato complessivo della ripartizione pesa la licenza di oltre 1 miliardo autorizzata nei confronti del Kuwait (€2,6 mdi). Il valore esportato verso le nazioni UE/NATO è diretto per il 40,85% verso Paesi esclusivamente membri NATO (Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Norvegia, Turchia, Albania, Macedonia del Nord) e per il 59,15% verso Paesi UE indipendentemente dalla loro adesione al Trattato Atlantico.

Tra i primi 25 Paesi destinatari di autorizzazioni individuali all’esportazione nel 2025, si nota che:
− il Kuwait, che nel 2024 era al 76° posto, è salito al 1° posto, in ragione di una licenza concessa per un valore di circa 2,6 mdi di Euro;
− gli Stati Uniti sono risaliti dal 12° al 3° posto;
− Germania, Francia e Regno Unito continuano a collocarsi tra i primi 6 destinatari, in linea con le tendenze dei precedenti anni;
− l’Ucraina, è passata dall’11° posto al 4° posto, con licenze per un valore pari a 349 mni di Euro, a conferma dell’impegno dell’apparato produttivo italiano verso quel Paese (giova rammentare che le forniture gestite dal Ministero della difesa non necessitano di autorizzazione UAMA (l’Unità per le Autorizzazioni dei Materiali di Armamento) e, quindi, esulano dalle statistiche riportate;
− Israele, nei dati 2025, così come accaduto nel 2024, non compare, in quanto le modalità delle operazioni militari israeliane contro i palestinesi a Gaza, hanno indotto l’Autorità nazionale UAMA a non concedere nuove autorizzazioni all’export, in base alla legge n. 185/1990.

Importazioni di armi. Lo strano caso della Svizzera al primo posto

Israele compare invece come quinto paese da cui l’Italia importa armamenti. Per quanto attiene all’import, nel 2025, il valore delle 556 autorizzazioni individuali di importazione cd. “definitive” è stato di 1.977.363.805,02 euro di cui, curiosamente, il 30,19 % proviene dalla Svizzera (da dove abbiamo importato armi per 62,2 milioni di euro), il 29,12 % proviene dagli Stati Uniti d’America, il 14,23 % dal Regno Unito, il 7,59 % dal Kuwait e il 4,30 % appunto da Israele.

Il dato non comprende le importazioni da Paesi UE/SEE, perché esse non sono soggette ad autorizzazione dell’UAMA. Per quanto riguarda le tipologie, nel 2025 la categoria “materiali” ha costituito, sia per valore complessivo sia per numero di articoli, la tipologia maggioritaria degli oggetti importati (69,65 %), seguita dai “servizi” (29,52 %), dai “ricambi” (0,78 %), e dalle “tecnologie” (0,05 %).

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11/12/2025

L’export cinese (anche con i dazi) fa boom: 3,4 trilioni

Pechino batte tutti i record

Certo, il primo a essere quasi stupefatto della performance manifestata dal colosso asiatico è stato lo stesso Wall Street Journal, che ha sparato la notizia “di testa”, in prima pagina, accompagnandola con grafici più che eloquenti. E il motivo è semplice: gli Stati Uniti e l’Europa hanno fatto una vera e propria guerra commerciale contro la Cina per tutto il 2025. È il risultato è stato quello (quasi simmetrico) che si può riscontrare anche nella sfera geopolitica: Pechino si è rifatta con gli interessi, puntando su rinnovate alleanze con i Paesi del Sud del mondo e con i cosiddetti “non allineati”. Anche se poi, a leggere con attenzione i dati, si scoprono verità insospettabili. Come quella di un’Europa che a parole sproloquia di sacri principi e poi nei fatti, vigliaccamente, corre in Cina a trattare dietro le quinte i sordidi interessi di bottega nazionali. Questo tanto per ricordare di chi stiamo parlando. Dunque il WSJ titola eloquentemente: “Il surplus commerciale della Cina supera i mille miliardi di dollari, sottolineando il suo predominio nelle esportazioni”. Per poi aggiungere nell’incipit che quest’anno ha superato per la prima volta “un traguardo che sottolinea il predominio raggiunto dal Paese in ogni settore, dai veicoli elettrici di fascia alta alle magliette di fascia bassa. Nei primi 11 mesi dell’anno – prosegue il Journal – le esportazioni cinesi sono aumentate del 5,4% rispetto all’anno precedente, raggiungendo i 3,4 trilioni di dollari, mentre le importazioni sono diminuite dello 0,6% nello stesso periodo, attestandosi a 2,3 trilioni di dollari. Ciò ha portato il surplus commerciale del Paese quest’anno a 1,08 trilioni di dollari, ha dichiarato lunedì l’Amministrazione generale delle dogane cinese”.

Dalle mutande ai microchip

L’analisi che fanno i giornalisti americani è tra l’ammirato e il profondamente preoccupato. In effetti, la traiettoria di sviluppo del sistema economico cinese è caratterizzata dalla sua crescita esponenziale nell’unità di tempo. Insomma, il Pil aumenta di anno in anno come se la popolazione lavorativa fosse parte di un gigantesco formicaio, in cui ognuno sembra avere il suo posto e la sua funzione. Almeno questo dicono le cifre. Poi la “qualità” del sistema è un altro discorso. Ma non fermiamoci solo ai formidabili incrementi produttivi e parliamo anche della diversificazione strategica dei prodotti. La filosofia commerciale cinese non è stata solo quella di abbassare un poco la qualità dei loro prodotti rispetto a quelli occidentali, per poterli poi vendere a prezzi stracciati. No, dove possibile, hanno pensato di puntare al monopolio di alcune materie prime e semilavorati indispensabili per la tecnologia industriale contemporanea. Così hanno cominciato a produrre padelle e mutande negli anni ’70, per arrivare oggi ai semiconduttori di fascia alta e al commercio oligopolistico delle preziose “terre rare”. Che stanno persino cominciando a usare come arma politica.

Negli Usa è allarme rosso

Zitti zitti, dunque, i cinesi si sono inseriti con astuzia nelle catene di approvvigionamento occidentali più sensibili. Quelle relative a materiali indispensabili per la produzione di beni durevoli che usano tecnologie d’avanguardia. Scatenare contro di loro una guerra commerciale senza prima averne ben valutato le conseguenze e le eventuali ritorsioni, quindi, può rivelarsi una scelta sbagliata e autolesionistica. “Le catene di approvvigionamento statunitensi sono considerate vulnerabili allo sfruttamento cinese” si preoccupa di avvisare il WSJ, spiegando che “un rapporto al Congresso afferma che Pechino ha la capacità di causare interruzioni nella produzione di farmaci e chip”. Questo tanto per citare alcuni settori “sensibili” che potrebbero essere colpiti pesantemente dagli umori delle autorità cinesi, ma il problema appare più vasto. Nel corso del 2025, la Cina ha impedito l’export di terre rare verso gli Stati Uniti, bloccando produzioni fondamentali: dalle automobili ai motori a reazione. Messo alle strette, Trump ha dovuto rivedere la sua aggressiva politica tariffaria contro Pechino.

La Germania fa marcia indietro

Anche la Germania ha recentemente sofferto per la mancanza di speciali magneti, utilizzati nell’industria avanzata, che arrivano dalla Cina. Ma si sa che se anche il Cancelliere Merz straparla, di fronte agli interessi tedeschi è disposto comunque a cambiare idea. Così, mentre le linee strategiche dell’Unione (firmate da tutti) definiscono la Cina come un “nostro avversario”, un vero e proprio nemico, il Ministro degli Esteri tedesco Johan, Wadepuhl, viene invece spedito nella Città Celeste, col ramoscello d’ulivo in mano e (forse) tanti contratti. Berlino quando ci sono in ballo i suoi denari, la politica estera se la fa da sola e se ne frega di Bruxelles: “In un rapporto di Bloomberg – scrive il South China Morning Post di Hong Kong – si legge che Wadephul ha detto al Ministro del Commercio che la Cina era il ‘partner commerciale più importante’ della Germania e che Berlino voleva restare fedele a questa posizione e ampliarla’. Si prevede che la visita aprirà la strada al primo viaggio del Cancelliere tedesco Friedrich Merz in Cina all’inizio del prossimo anno. Il Ministro degli Esteri tedesco ha dato il tono prima del suo viaggio. In una dichiarazione ha affermato: ‘Le restrizioni commerciali, in particolare per quanto riguarda le terre rare, sono una delle principali preoccupazioni per le nostre aziende, così come le sovraccapacità nei settori dell’elettromobilità e dell’acciaio. Germania e Cina hanno molto da offrirsi a vicenda: i prodotti tedeschi sono richiesti in Cina. D’altra parte, il mercato cinese e la sua forza innovativa sono attraenti per molte aziende tedesche”.

No, qualcosa non torna più. Questa melensa dichiarazione d’amore “internazionale” è tutto il contrario del documento che i tedeschi hanno firmato a Bruxelles. Ma che credibilità ha la Commissione?

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22/10/2025

I dazi mettono a rischio 16,5 miliardi di export, ma Urso continua a mentire

Martedì 21 ottobre il Centro Studi di Confindustria (CSC) ha diffuso notizie allarmanti rispetto alle prospettive delle esportazioni italiane. Infatti, scrivono da via dell’Astronomia, “i dazi statunitensi e la svalutazione del dollaro rispetto all’euro (+12,7% da inizio anno) determinano un possibile crollo delle esportazioni italiane negli USA pari al –16,5%”.

Sul medio-lungo periodo, insomma, le tariffe imposte dall’amministrazione Trump, ‘amica’ del governo Meloni, potrebbero far ridurre le esportazioni totali del 2,7%. L’effetto maggiore si avrebbe, inoltre, in settori come autoveicoli, ma anche alimentari, bevande, calzature, pelli e altre attività manifatturiere che sono considerate il cuore del made in Italy.

Se si allunga lo sguardo a tutte le catene di produzione europee, l’impatto potrebbe arrivare al -3,8% dell’export manifatturiero, con un conseguente -1,8% della produzione. Una batosta difficile da reggere per l’Italia, come ci ricorda il fatto che il risparmio precauzionale rimane forte nel Belpaese, limitando anche i consumi.

Ma è una batosta anche per il modello export-oriented della UE, che da anni arranca nella crisi. È proprio Confindustria a ricordarci che gli acquisti statunitensi dalla UE si sono ridotti dell’8,7% annuo in giugno-luglio. Per quanto riguarda poi le esportazioni italiane di beni verso gli USA, esse ad agosto sono già crollate del 21,1% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, dopo la corsa che avevano fatto appena prima dell’implementazione delle tariffe.

Rimane tra l’altro sospesa la questione dei dazi aggiuntivi che potrebbero essere posti sulla pasta da gennaio 2026, in seguito all’indagine antidumping del Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti. Essi andrebbero a colpire un mercato da quasi 700 milioni di euro. Gli scenari, dunque, potrebbero essere ancora più foschi.

Intanto, secondo il CSC, “le produzioni europee di alta qualità, disegnate per soddisfare le esigenze dei clienti, sono più difficili da sostituire. Ciò rende una parte delle esportazioni italiane ed europee relativamente più resilienti ai dazi nel breve periodo. Tuttavia, un processo di sostituzione si avvierà nel tempo, se i dazi si confermeranno persistenti e se la capacità produttiva USA (o dei paesi USMCA – USA, Messico, Canada, ndr –) diventerà adeguata a soddisfare la domanda”.

Poiché Washington pretende anche che Bruxelles rinegozi i suoi rapporti commerciali con altri attori globali, Cina in primis, appare chiaro che si delinea uno scenario in cui l’unico sbocco che i prodotti del Vecchio Continente potranno avere sarà quello del mercato interno. Reso però asfittico da bassi salari e compressione della spesa pubblica. L’incancrenirsi della crisi è perciò assicurato.

Fa perciò strano sentire il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, ribadire soddisfatto gli ottimi risultati del governo Meloni in tema export, in un’intervista al Quotidiano Nazionale. Al di là del fatto che la sua affermazione, secondo la quale nel 2024 l’Italia sarebbe diventata il quinto paese al mondo per esportazioni, superando la Corea del Sud, non è comprovata dai dati OCSE, il totale di quanto venduto all’estero lo scorso anno era già comunque leggermente inferiore al totale del 2023.

Poiché le bugie hanno ‘le gambe corte’, e i fatti hanno ‘la testa dura’, è il caso che si renda conto del reale quadro in cui si muove l’Italia.

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25/08/2025

Unimpresa: coi dazi si perderà oltre il 10% dell’export verso gli USA

Ora che la dichiarazione congiunta sui dazi tra gli USA e i paesi europei scrive nero su bianco il valore delle tariffe imposte al Vecchio Continente, ci si affretta a fare i conti dell’entità del danno che ciò significherà per le nostre economie già stagnanti. Lo ha fatto in tempi record il Centro studi di Unimpresa.

La divisione dell’organizzazione imprenditoriale ha elaborato tre scenari differenti: il più ottimistico stima perdite attorno ai 7 miliardi, quello intermedio sui 7,5, mentre le previsioni più cupe toccano quota 8 miliardi di euro. Questi valori vanno considerati sul totale delle esportazioni verso gli States, con un ammontare che oscilla tra i 66 e i 70 miliardi ogni anno.

Ad essere maggiormente colpiti sono la meccanica strumentale e i macchinari industriali (da soli potrebbero vedere le proprie merci essere appestantite da circa 2 miliardi di dazi). Seguono chimica e farmaceutica (1,7 miliardi), moda e pelletteria (1,1), agroalimentare (0,9), mezzi di trasporto (0,8), e infine i beni di lusso ad alto valore aggiunto – occhiali, arredo e gioielleria – (intorno ai 600 milioni).

Il peso dei dazi, ovviamente, dipenderà da come le imprese reagiranno alla guerra commerciale, ovvero se assottiglieranno i margini di profitto per assorbire le tariffe o metteranno in campo altre strategie produttive. Sia che si muovano in questo modo e vi siano, inoltre, esenzioni parziali, sia che tutto ciò non avvenga, la distanza tra la migliore e la peggiore stima è piuttosto ristretta.

Risulta anche abbastanza difficile pensare che i ‘prenditori’ italiani, abituati a campare sul lavoro sottopagato, sui sussidi pubblici e sull’evasione contributiva e fiscale, possano ora rivelarsi lungimiranti e attenti pianificatori industriali. Non a caso, il vicepresidente di Unimpresa, Giuseppe Spadafora, chiama subito in causa l’intervento dello Stato:

“I numeri confermano che il sistema produttivo italiano ha gli strumenti per contenere l’urto attraverso politiche di efficienza e una presenza più bilanciata sui mercati globali. Il danno potenziale, pur significativo, non dovrebbe compromettere la tenuta complessiva del made in Italy sui mercati internazionali, a condizione che le misure siano accompagnate da un supporto pubblico mirato e tempestivo”.

Il danno per un’economia già in affanno è piuttosto chiaro. Tolte alcune produzione specifiche, è probabile che alcuni prodotti diventino inarrivabili per alcuni settori lavorativi statunitensi. Ciò non può che ripercuotersi anche sui bilanci delle aziende italiane, e dunque sui lavoratori, su cui alla fine saranno scaricati i costi del conflitto tariffario.

Alla fine, saranno sempre le classi subalterne a fare le spese della competizione tra una UE ridotta nuovamente a vassallo e il nuovo indirizzo commerciale dell’amministrazione Trump.

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14/08/2025

USA costretti alla tregua commerciale con la Cina

Contrordine: i dazi fanno crescere la Cina

Clamorosa la portata politica del gesto. Un vero e proprio schiaffo in faccia a chi in Europa (il cancelliere tedesco Friedrich Merz) chiedeva sanzioni contro Mosca aggiuntive, prima del vertice in Alaska, in nome e per conto dell’Ucraina. Si pensava che gli Usa fossero decisi a trattare Xi Jinping come Narendra Modi, per ‘punirlo’ a causa dei cospicui acquisti di greggio russo. Ma, evidentemente, la Casa Bianca e i suoi advisor stanno facendo altri calcoli, almeno per ora. La verità è che mentre l’Europa, sull’orlo di una crisi di nervi, è tutta assorbita dalla crisi ucraina, il cui controllo (che non ha mai veramente avuto) le sta sfuggendo definitivamente di mano, Trump fa le sue mosse, guardando più lontano. È vero, parla solo di Kiev e di Mosca, ma intanto la testa ce l’ha da un’altra parte. E agisce di conseguenza, senza troppo clamore. Tutti gli specialisti sanno che il suo chiodo fisso è la Cina e il relativo progetto geopolitico, che la ‘contenga’, cioè che argini il suo straripante espansionismo, prima di tutto economico, a cominciare dall’Indo-Pacifico.

L’oscillante America di Trump non piace

La filosofia dei dazi doganali è l’arma principale voluta dalla sua squadra, per sfidare Pechino sul terreno minato dell’export. Tuttavia, la strada scelta dal team guidato da Scott Bessent e Howard Lutnick (i Segretari al Tesoro e al Commercio) è molto scivolosa, perché non basta migliorare i numeri della bilancia commerciale nel breve periodo, per garantire un ciclo espansivo stabile. La competizione con la Cina è una maratona e basta poco per vedere i fondamentali dell’economia fibrillare paurosamente. Il che, tanto per cominciare, significherebbe per Trump perdere le elezioni di Medio termine, l’anno prossimo, cruciali per il controllo del Congresso. Nell’ordinanza pubblicata lunedì sera, si spiega che «la Cina ha adottato misure significative per porre rimedio ad accordi commerciali non reciproci e affrontare le preoccupazioni degli Stati Uniti in merito a questioni economiche e di sicurezza nazionale». Una formuletta in politichese per giustificare l’indulgenza di Trump, che ha ritirato all’ultimo momento la ‘tassa-Putin’ che avrebbe dovuto imporre anche alle merci cinesi. Portando addirittura l’importo del dazio fino al 100%. Il nuovo ultimatum è fissato al 10 novembre e fino ad allora resterà in vigore l’attuale tariffa “reciproca” del 10%.

I dazi Pechino-Washington

Da aprile, Washington ha aumentato i dazi sulle importazioni cinesi fino al 145%, mentre Pechino ha replicato con aliquote che arrivavano al 125%. Ma i cinesi hanno colpito selettivamente anche la catena di approvvigionamento delle materie prime, introducendo controlli sulle esportazioni, specie per quanto riguarda le cosiddette ‘terre rare’. Si tratta di pregiati metalli con qualità speciali, che entrano nella produzione di beni ad altissimo valore aggiunto, come quelli di sofisticata tecnologia. C’è stato un vero e proprio braccio di ferro tra Usa e Cina, che si sono scontrati utilizzando come ‘armi’ microchip e terre rare. A giugno, a Londra, finalmente è stata siglata un’intesa che ha ammorbidito le rispettive burocrazie commerciali, favorendo gli scambi di semiconduttori e metalli pregiati. Così Nvidia ha ripreso a spedire i suoi semiconduttori di fascia alta, indispensabili per l’intelligenza artificiale, in Cina. Tutto questo anche se la Casa Bianca mantiene una dura politica di chiusura ‘tecnologica’, per quanto riguarda prodotti destinati all’intelligenza artificiale e, più in generale, alla microelettronica.

L’illusione di isolare la Cina

Inoltre, gli Stati Uniti stanno conducendo una politica di relazioni internazionali (non solo commerciali) molto aggressiva in tutto il Sud-est asiatico, cercando di fare terra bruciata attorno alla Cina. Recentemente hanno siglato un accordo col Vietnam, per evitare l’escamotage della ‘delocalizzazione’ dei prodotti, che in pratica vengono trasferiti da Pechino ad Hanoi, per essere assemblati e rivenduti col marchio vietnamita. Questa triangolazione, che aggira il blocco americano, viene resa sempre più difficile dagli stretti controlli a cui sono ora sottoposte tutte le merci che entrano negli Usa. «Durante questo periodo di tregua commerciale – scrive il South China Morning Post di Hong Kong – Washington farà pressione su Pechino affinché effettui ‘grandi acquisti’ di beni statunitensi per ridurre il deficit, anche se i dati doganali mostrano che le importazioni cinesi di molte materie prime americane sono crollate – o in alcuni casi, si sono fermate del tutto – negli ultimi mesi. Alcuni analisti – aggiunge il giornale – sostengono che Pechino si considera in vantaggio nei negoziati, grazie alle esitazioni di Trump e alla spinta per maggiori ordinativi di soia. La Cina ritiene, inoltre, che il suo controllo sulle esportazioni di minerali di terre rare continui a rappresentare una forte leva nei confronti degli Stati Uniti nei negoziati commerciali in corso. Secondo William Yang, analista senior per l’Asia nordorientale all’International Crisis Group, «Pechino continuerà a usare la sua influenza per ottenere ulteriori proroghe o fare pressione sugli Stati Uniti, affinché facciano concessioni senza farne a loro volta».

Ma l’export della Cina intanto cresce

Certo, la Cina e la torta del mercato globale rappresentano solo uno dei problemi economici epocali sul cammino ‘MAGA’ di Trump. Il mondo è un boccone troppo grosso per tutti, anche per lui. Gli osservatori che contano (quelli finanziari) hanno i fucili puntati sui suoi azzardi, commerciali prima ancora che politici. Ieri, la prima pagina del Wall Street Journal sembrava un bollettino di guerra. Nel senso che spaccava il capello in quattro, a cominciare dal tasso di inflazione (per ora stabile al 2,7%) e proseguiva con il mercato del lavoro, la Federal Reserve e le ‘aspettative’. Di qualsiasi tipo. Il senso è chiaro: sono tutti convinti che la sconclusionata filosofia da ‘racket’ dei dazi di Trump, prima o dopo provocherà sconquassi. Basta solo attendere che gli scivoli il piede. Intanto, è stato costretto a rimangiarsi tutte le minacce rivolte al formicaio cinese. I numeri sono come pietre e inchiodano sia lui che i ‘nobili statisti europei’, che da un lato indicano la Cina come ‘avversario strategico’ e dall’altro continuano ineffabilmente a comprarci di tutto: dalle padelle, alle mutande, fino ai microchip.

«Le esportazioni cinesi – annuncia il quotidiano di Hong Kong – hanno continuato ad accelerare a luglio, poiché il calo delle spedizioni verso gli Stati Uniti è stato compensato dalla crescita in una serie di mercati, tra cui Africa, Europa e America Latina, con le esportazioni di chip in aumento di quasi il 30% su base annua. Il mese scorso, le esportazioni verso l’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico sono aumentate del 16,6% su base annua, in linea con la crescita del 16,8% registrata a giugno. Le spedizioni in uscita verso l’Unione Europea, invece, sono aumentate del 9,2% su base annua a luglio, rispetto al 7,6% di giugno.

Business is busines. Lo comprendiamo persino noi, poveri peones. Ma a Bruxelles, per favore, abbiano almeno la decenza di smetterla una volta per tutte di dare lezioni di ‘bon ton’ politico. E si guardino allo specchio.

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05/07/2025

Dazi USA: anche al 10% sono una scure sull’economia italiana

Nel dibattito pubblico italiano si torna a parlare di impatto dei dazi statunitensi sulla nostra economia, ora che si avvicina il fatidico 9 luglio, giorno nel quale scadrà la proroga concessa da Washington ai paesi UE per trovare un accordo commerciale. Le ipotesi su tariffe superiori al 10% attuale sembrano improbabili (anche se su auto e componenti sono già al 25%, su acciaio e alluminio al 50%), ma questo non significa tranquillità.

Centromarca e un’associazione imprenditoriale che riunisce 193 società che possiedono in totale 2.600 marchi, attivi in settori del largo consumo (alimentare, bevande, cura della casa e della persona). Insieme, fatturano ogni anno 67 miliardi di euro, impiegando nelle loro attività in maniera diretta 100 mila addetti, senza considerare l’indotto.

In uno studio effettuato col supporto tecnico di Nomisma, proprio con lo scopo di capire le difficoltà che emergeranno dai dazi per questo tipo di beni, Centromarca ha calcolato che, anche solo con tariffe al 10%, l’impatto sull’export italiano sarà di 489 milioni di euro. Non un importo facilmente gestibile, come invece continua a dire il governo Meloni, tentando di non inimicasi ulteriormente Donald Trump.

Infatti, nel 2024 il giro d’affari dell’export di prodotti grocery – quelli di largo consumo, appunto – verso gli States ha toccato i 9,9 miliardi di euro, con una crescita del 161% dal 2014 e arrivando a rappresentare l’11% delle esportazioni complessive del settore. In pratica, dazi al 10% significheranno un danno pari al 5% dell’export per tali comparti.

C’è poi un altro problema: nel primo semestre di quest’anno l’euro si è nettamente apprezzato sul dollaro, raggiungendo i livelli più alti dal 2022. In questo modo, i beni italiani sono diventati ancora più costosi quando arrivano sugli scaffali stelle-e-strisce, perché servono più ‘biglietti verdi’ per acquistare un prodotto, anche quando ha mantenuto uguale il suo prezzo in euro.

È quello che ha fatto presente anche il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, che il 2 luglio, alla presentazione di un accordo quadriennale tra la sua associazione e Intesa Sanpaolo, ha indicato la svalutazione del dollaro intorno al 13,5%, affermando che, dunque, il dazio effettivo che le imprese italiane andranno a pagare è del 23,5%.

L’impatto che viene allora calcolato sul nostro export si aggira, nel complesso, intorno ai 20 miliardi di euro, mettendo a rischio ben 118 mila posti di lavoro. Ovviamente, Orsini si è affrettato a dire che “serviranno delle compensazioni per alcuni settori per restare competitivi”, ovvero ulteriori sussidi alle imprese, unico vero esempio di ‘sussidistan’ in questo paese.

È interessante sottolineare che Orsini, oltre a citare il possibile sbocco su nuovi mercati, come risulterebbe dalla stipula dell’accordo tra UE e Mercosur in discussione da anni, ricorda che il saldo sui servizi è positivo per gli Stati Uniti mentre, sul lato industriale, il riarmo europeo si approvvigionerà largamente al di là dell’Atlantico: “faremo l’80% degli acquisti negli USA”. Il presidente di Confindustria ci sta insomma dicendo che il Readiness 2030 servirà anche a riequilibrare la bilancia commerciale con Washington.

Tornando ai beni di largo consumo, che comprendono anche quelli alimentari tipici del Belpaese, Nomisma ha condotto anche un’altra indagine su 2.000 statunitensi, da cui è emerso che per il 50% di loro i dazi avranno un effetto negativo sugli acquisti. Con tariffe al 20% – che è quanto considera in concreto oggi Confindustria, ad esempio – una quota importante di loro (30-40%) ridurrebbe la quantità di prodotti italiani nelle proprie case.

Magari sostituendoli con beni che li ‘imitano’. Perché nel mondo della pubblicità e della propaganda, anche commerciale, quello che è definito “Italian Sounding”, cioè il mercato di prodotti che ricordano quelli originali italiani, è tutt’altro che di poco conto: 69 miliardi di euro nel mondo, all’incirca la stessa cifra dell’export agroalimentare nostrano.

Un’altra dimostrazione di come non basta sciorinare le qualità italiche (che siano formaggi o edifici costruiti dai romani 2 millenni fa) per rispondere alla crisi. Sarebbe ora che si torni a parlare di una seria politica industriale, diretta dal pubblico in funzione degli interessi della totalità della popolazione.

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19/05/2025

Italia a marcia indietro

Un’analisi spietata del “modello economico” italiano ed europeo. Ma fatta su un giornale economico, non su un opuscolo “antagonista”. La miseria profonda del capitalismo nazionale emerge ormai senza alcun velo.

Non c’è molto da aggiungere, anche se crediamo che il risultato dei referendum sul jobs act – anche se non cambierebbero la situazione dei salari, nell’immediato – potrebbero diventare una spinta politica per rimuovere la “passività” dei lavoratori, che sembrano da anni tramortiti da una condizione di vita e reddituale ai limiti della sopravvivenza.

Buona lettura. E tenete d’occhio i corsivi...

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di Guido Salerno Aletta

Prima i numeri, che già da soli dicono tutto: perché questo è il risultato di mezzo secolo di polemiche sull’“alto costo del lavoro” in Italia, il problema che veniva sbandierato come la fonte di tutti i mali.

A valori concatenati con anno di riferimento il 2020, e quindi sterilizzando la dinamica dei prezzi [facendo comunque finta che l’inflazione reale, per i redditi bassi, sia davvero quella ufficiale registrata dall’Istat, ndr], la spesa per consumi finali delle famiglie italiane era stata nel 2007 di 1.111 miliardi di euro, un livello mai registrato successivamente. Diciassette anni dopo, nel 2024, è stata ancora di appena 1.085 miliardi, dunque inferiore del 2%.

La spesa per consumi finali delle P.A. è rimasta inchiodata per via della ultradecennale questione del debito insostenibile, passando da 364 miliardi del 2007 ai 363 miliardi di euro del 2024 [anche qui, probabilmente, lo scarto rispetto all’inflazione ufficiale è sensibilmente maggiore, ndr].

Gli investimenti fissi netti, quelli che si aggiungono al rimpiazzo degli esistenti, sono crollati: passando dai +99 miliardi del 2007 ad un valore negativo che è stato registrato continuamente dal 2012 al 2020. Il che significa che per otto anni di fila è stata ridotta la dotazione degli investimenti fissi esistenti per l’importo cumulato pazzesco di 185 miliardi.

Ancora nel 2023 e 2024, nonostante il contributo del PNRR, gli investimenti netti sono stati ancora inferiori a quelli del 2007, rispettivamente pari a 85 ed a 83 miliardi.

Le esportazioni di beni e servizi (fob) sono invece passate dai 492 miliardi del 2007 ai 605 miliardi del 2024, con un incremento di 113 miliardi, ovvero del 23% rispetto al dato iniziale.

Sono dunque referendum praticamente inutili, quelli che si svolgeranno ai primi di giugno con l’obiettivo ampiamente condivisibile di difendere i lavoratori sotto il profilo legale, eliminando da una parte le normative che a partire dal Jobs Act hanno ridotto le tutele reali nei confronti dei licenziamenti illegittimi, e dall’altra quelle che hanno reso via via sempre più semplici le assunzioni temporanee.

Anche se venissero approvati e conseguentemente abrogate le normative messe in discussione, i risultati concreti sarebbero pressoché nulli sia in termini di maggiore occupazione che di salari più elevati. La possibilità di aumentarli dipende dall’incremento della produttività del lavoro: cioè dal fatto di essere stati capaci di “produrre di più” per ogni ora lavorata.

Ma, in Italia, questa dinamica è stagnante per una ragione precisa: le imprese non investono per produrre di più, o per produrre merci o servizi di migliore qualità da vendere a prezzi superiori, il che consentirebbero loro un aumento dei margini di ricavo e di conseguenza un aumento dei salari. Per vendere, puntano sulla competitività, e l’unico fattore di costo su cui possono agire liberamente è il salario.

La ragione di questo disastro sta nel modello economico, profondamente sbagliato, che è stato adottato in Italia da diciassette anni a questa parte, a partire dalla Grande Crisi Finanziaria americana del 2008: la deflazione dei salari è divenuta il modello di riferimento di un Paese in cui mancano drammaticamente gli investimenti netti, quelli che accrescono o migliorano la quantità e la qualità del prodotto.

Le imprese italiane si limitano a rimpiazzare gli impianti ed i macchinari esistenti per rendere più efficiente la produzione, con una conseguenza pericolosissima: visto che la domanda interna è stagnante per via dei salari che non crescono, devono puntare tutto sulle esportazioni, e così la tenuta di interi comparti produttivi, dall’alimentare alla meccanica, dipende dalla domanda estera.

Con la crisi del modello tedesco e con la guerra dei dazi in corso, c’è ben poco da stare tranquilli. Con i costi elevati del credito bancario e dell’energia, c’è da tirare ancora la cintura.

Come se tutto questo non bastasse, l’attivo commerciale strutturale dell’Italia viene reinvestito in asset finanziari all’estero, con impieghi diretti o di portafoglio: per la prima volta nella Storia, siamo diventati creditori netti ed esportatori di capitali. Finanziamo dunque le economie dei nostri competitori.

Ecco perché l’Italia non cresce, anzi si è profondamente impoverita da diciassette anni a questa parte.

Ecco perché i salari italiani sono bassi: più che merci e servizi, esportiamo lavoro a basso costo.

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02/04/2025

I dazi di Trump, l’Occidente e noi

Dal primo febbraio di quest’anno Donald Trump ha deciso di applicare i dazi sull’importazione di prodotti provenienti da Canada e Messico (+25%) e Cina (+10%), i tre maggiori partner commerciali degli Stati Uniti.

La risposta cinese è stata immediata: al presidente Usa che ha imposto tariffe del 10% sulle importazioni cinesi, Pechino ha risposto con un pacchetto che prevede una tassa del 15% su alcuni tipi di carbone e gas naturale liquefatto e una tariffa del 10% su petrolio greggio, macchinari agricoli, auto di grossa cilindrata e pick-up. Le misure cinesi in risposta a quelle USA sono entrate in vigore il 10 febbraio.

Tuttavia, con l’Executive Order n. 14228 del 3 marzo 2025, Donald Trump ha deciso di aumentare ancora i dazi sulle importazioni negli USA di prodotti originari di Cina e Hong Kong, portandoli dal 10% al 20%. La decisione è stata motivata ufficialmente “a causa dell’insufficiente impegno del Paese nel collaborare a livello internazionale per affrontare la crisi legata alla droga illecita”.

In realtà, dietro la decisione di continuare ad inasprire la guerra commerciale con la Cina raddoppiando i dazi nei confronti del paese del Dragone c’è la strategia economica USA orientata al protezionismo più duro con l’obiettivo di ridurre il deficit commerciale degli Stati Uniti e incentivare la rilocalizzazione della produzione industriale sul suolo americano.

Anche in questo caso le autorità cinesi hanno reagito subito. Il ministero del Commercio di Pechino ha aumentato, a partire dal 10 marzo scorso, del 15% i dazi sulle importazioni di pollo, grano, mais e cotone dagli USA, più un incremento del 10% su quelle di soia, sorgo, carne di maiale, manzo, frutta e verdura e altri beni alimentari. Un vero salasso per l’economia USA considerando che la Cina è il primo mercato per esportazioni per gli agricoltori statunitensi.

Ma che impatto avrà questa nuova impennata dei dazi USA sull’export cinese decisa da Trump? Praticamente zero.

Il governo cinese ha già dimostrato di essere in grado di neutralizzarne la portata grazie alla riduzione dei margini di profitto imposta dal governo alle imprese multinazionali cinesi. Una mossa che aveva già assorbito la prima ondata di dazi sui prodotti cinesi introdotti da Trump a febbraio scorso.

Viceversa, nei paesi occidentali (Italia compresa), in cui sono, ormai, le multinazionali a controllare i governi, gli aumenti dovuti ai dazi verranno scaricati sui consumatori sicché il costo della vita, già sensibilmente aumentato a causa della ripresa dell’inflazione a due cifre, schizzerà ulteriormente andando a peggiorare un quadro già drammatico per decine di milioni di persone.

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19/07/2024

Bolivia - Scoperto il più grande giacimento di gas degli ultimi 20 anni

Il presidente della Bolivia, Luis Arce, ha annunciato nei giorni scorsi la scoperta di vaste riserve di gas naturale, descrivendola come la più importante degli ultimi due decenni.

La scoperta potrebbe aiutare il paese, a corto di liquidità, a invertire la tendenza ad un calo della produzione registrata negli ultimi anni.

Lo sfruttamento del gas naturale è stato il motore di una crescita robusta nei primi anni 2000, un periodo di esportazioni in forte espansione e di calo della povertà che gli esperti hanno definito il “miracolo economico” della Bolivia.

Luis Arce ha definito quello appena scoperto a nord della capitale un “mega giacimento”, affermando che contiene circa 1,7 trilioni di metri cubi di gas per un probabile valore di mercato di 6,8 miliardi di dollari.

«Questo segna l’inizio di un nuovo capitolo per la regione sub-andina settentrionale, offrendo la speranza di mantenere il nostro paese come un importante esportatore di gas», ha detto il dirigente dell’ala moderata del Movimento al Socialismo, bersaglio nelle scorse settimane di un fallito tentativo di colpo di stato militare.

Negli ultimi anni, gli investimenti nei progetti di esplorazione da parte della compagnia energetica statale boliviana sono diminuiti così come l’estrazione di gas naturale.

In un avvertimento al governo, l’Istituto boliviano per il commercio estero ha riferito lo scorso anno che il paese, un tempo tra i primi 10 produttori di gas naturale al mondo, era diventato un importatore netto di idrocarburi, spendendo 2,9 miliardi di dollari in importazioni di gasolio e guadagnando solo 2 miliardi di dollari dalle esportazioni di gas naturale.

Il mese scorso, Arce aveva affermato che la produzione aveva “toccato il fondo”.

La società energetica statale boliviana, Yacimientos Petrolíferos Fiscales Bolivianos, o YPFB, ha dichiarato lunedì che il giacimento di gas naturale appena annunciato è stato scoperto grazie ad un investimento di 50 milioni di dollari.

Il giacimento copre diverse regioni a nord di La Paz e si aggiunge alle riserve di gas esistenti della Bolivia, che nel 2019 ammontavano a 8,7 trilioni di metri cubi. Da allora le stime non sono state più aggiornate.

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26/04/2024

Oltre il Pil, così cambia l’economia della Cina

I dati del primo trimestre 2024 (Pil +5,3 per cento) hanno sorpreso i tanti analisti e osservatori che credono che l’economia cinese abbia raggiunto il picco e sia destinata a subire un brusco rallentamento.

L’economia cinese sta cambiando pelle: i “tre vecchi” (elettrodomestici, abbigliamento, mobili) sono stati soppiantati dai “tre nuovi” (veicoli elettrici, batterie, pannelli fotovoltaici) come principali prodotti d’esportazione.

La guerra commerciale e l’embargo tecnologico degli Stati Uniti stanno tuttavia complicando la rincorsa di Pechino.

Delle prospettive della seconda economia del pianeta abbiamo discusso con Roberto Donà, docente di Management presso la Xi’an Jaotong-Liverpool University di Suzhou (Cina) e consigliere della Camera di commercio dell’Unione Europea in Cina.

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20/02/2024

Mosca chiama Quito: volete vendere armi o banane?

Il tricolore russo sui punti strategici di Avdeevka ha una portata militare che è difficile sottovalutare e anche sul piano dei prossimi rapporti tra Kiev e i padrini occidentali il suo significato è di valore considerevole.

C’è anche un aspetto che, quantunque apparentemente limitato alle sole relazioni commerciali bilaterali, riflette però i mutamenti di prospettiva tra la junta nazigolpista e i possibili suoi sponsor, ancorché occasionali e di non pesante impatto.

Dunque, bisogna sapere che l’Ecuador, stando alle stime internazionali, è il maggiore esportatore mondiale di banane (secondo il ITC Trademap, nel 2021 era in testa col 26%), sebbene non ne sia il più forte produttore, rimanendo molto al disotto di paesi come India e Cina, le quali però destinano la quasi totalità della produzione al mercato interno.

Bisogna anche sapere che circa il 97% delle banane che finiscono sul mercato russo sono ecuadoregne, pari al 21% (alcuni analisti, come l’accademico Viktor Khejfets, parlano del 40%) della sua produzione: nel 2023, la Russia ne ha importate quasi 1,4 milioni di tonnellate.

Ora, si ricorderà che in gennaio è venuta in primo piano la notizia del possibile accordo Washington-Quito, per cui gli USA avrebbero fornito all’Ecuador armi moderne per 200 milioni di dollari, in cambio di un determinato numero di mezzi d’epoca sovietica ancora in servizio nelle forze armate del paese latinoamericano, che poi il Pentagono avrebbe girato alla junta di Kiev.

Nell’occasione, il presidente Daniel Noboa aveva cercato di giustificare lo scambio, affermando che si tratterebbe di “ferrovecchio” e, quindi, non ci sarebbero violazioni delle clausole contrattuali con Mosca sul trasferimento di armi a paesi terzi.

A Mosca non si erano scomposti e avevano semplicemente osservato che tale “scambio” sarebbe stato giudicato come ostile e contrario alla neutralità del paese e che, in definitiva, Quito le banane avrebbe ben potuto andarsele a vendere da un’altra parte.

Per evitare di gettare benzina sul fuoco, ancora una decina di giorni fa, la cosa veniva presentata come un embargo russo su circa il 30% dell’importazione dall’Ecuador, dovuto alla scoperta di parassiti (foridi) nei prodotti di cinque compagnie produttrici. Dopo le banane, il Rossel’khoznadzor chiedeva anche a Olanda, Germania, Lettonia e Lituania, da cui transitano le consegne alla Russia, di interrompere la certificazione dei garofani dell’Ecuador, in cui si erano scoperti tripidi dei fiori.

Come che sia, a gennaio è stato un susseguirsi di servizi, anche dei principali media russi, su come si sarebbe potuta evitare la “crisi bananiera” per i consumatori russi e quali paesi avrebbero potuto sostituire l’import dall’Ecuador. A quel punto, un po’ di panico deve aver preso i piani alti di Quito: privarsi di una così larga fetta di introiti bananieri non dev’esser sembrato un toccasana.

Poi è venuta la fase finale di Avdeevka.

Il presidente Daniel Noboa ha chiesto di incontrare l’ambasciatore russo Vladimir Sprinchan e in quell’occasione ha assicurato che il paese «non può consentire di venir coinvolto in un conflitto, dalla parte di nessuno».

La decisione di Quito dovrebbe essere ufficializzata nei prossimi giorni. Il 17 febbraio si è quindi potuto leggere che l’Ecuador mantiene la neutralità e non consegnerà agli USA le vecchie armi sovietiche, molte delle quali acquistate negli anni ‘90, in parte dalla Russia, ma anche dall’Ucraina. La posizione dell’Ecuador, ha poi riassunto Sprinchan, è quella di non inviare armi e munizionamento in zone calde, contribuendo invece alla regolazione dei conflitti per via pacifica, con strumenti diplomatici.

Quantomeno “originale” il fatto che, il giorno prima dell’incontro Noboa-Sprinchan, le cinque aziende ecuadoriane “incriminate”, avessero inviato al Rossel’khoznadzor la documentazione necessaria a riesaminare la decisione sull’embargo delle banane di Quito e che il direttore dell’ente russo abbia concesso il permesso ai cinque esportatori.

Vero è che, secondo l’accademico Viktor Khejfets, direttore della rivista Latinskaja Amerika, al momento, di sicuro ci sono solo le parole di Sprinchan sulla neutralità di Quito e la decisione del Rossel’khoznadzor di togliere l’embargo. Rimane non del tutto chiaro quanto circolato in rete nei giorni scorsi, secondo cui un An-124 da trasporto sarebbe partito dall’Ecuador, avendo presumibilmente a bordo proprio quelle armi il cui volume, in fin dei conti, non era così grande da non potersi stivare sul velivolo.

Ora, afferma Khejfets, l’Ecuador ha in arsenale non solo armi sovietiche russe, ma anche armi sovietiche fornite dall’Ucraina negli anni ’90; è perciò possibile che Quito abbia trasferito agli USA le seconde, ma non quelle acquistate dalla Russia: in tal modo si sarebbe rispettato l’accordo Quito-Mosca.

Nella vendita di armi, infatti, viene stabilita l’ammissibilità o meno a che il destinatario finale rivenda quelle armi e nel certificato del Ministero degli esteri russo era fissata l’inammissibilità di trasferire a terzi armi russe (anche smontate e vendute come parti di ricambio) senza il consenso di Mosca.

È dunque ipotizzabile che, senza annullare in toto l’accordo con gli USA, Quito possa aver fornito a Mosca alcune garanzie solo sulle armi russe: «Sono sicuro che non sia stato firmato alcun documento e tutto si sia convenuto a voce», afferma Khejfets.

C’è dell’altro: l’Ecuador non è un alleato militare diretto degli americani, ma Washington ha comunque in programma di realizzarvi una grande base militare. È dunque possibile, dice ancora Khejfets, che l’ambasciatore Sprinchan abbia fatto intendere che Mosca valuterebbe la comparsa di tale base non esattamente come una manifestazione di amicizia.

Tutte ipotesi e tutte possibili. E, in definitiva, per le armi ecuadoregne, non si tratta poi di cifre “europeiste” a nove zeri.

Di sicuro c’è l’importantissima tappa di Avdeevka, con la reazione ufficiale occidentale che fa finta di nulla – così che a nessuno venga in mente di azzardare un “l’aveva detto il nazista Zalužnyj, ma voi avete dato retta al nazista Zelenskij” – complice il bizzarro tempismo dell’annuncio sul decesso di Naval’nyj, seguito dall’italico “giochi senza frontiere di partito” per aggiudicarsi la palma dell’erostratismo, senza incendiare alcun tempio – per carità di dio! – ma dando fuoco alle micce di un conflitto mondiale, mentre ci si omaggia di reciproci garbi parlamentari e si inneggia ai «valori della libertà» dappertutto ma non qui, giurando che «solo un’Europa unita, federale, con una politica estera e di difesa comune può arginare la grande minaccia putiniana».

Almeno le banane sono salve. Ma, si sa, Quito non è un diretto alleato yankee. Qui da noi, invece...

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04/02/2024

La Germania ha il mal di Cina?

Dal 2016 a oggi la Cina è stata ininterrottamente il principale partner commerciale della Germania. Le esportazioni e importazioni tedesche in Cina nel 2023 hanno raggiunto un valore di circa 254 miliardi di euro, ma il vantaggio della Cina sugli Stati Uniti si è ridotto ad appena 1-2 miliardi di euro, in forte calo rispetto al 2022, quando era pari a circa 50 miliardi di euro.

Secondo Pechino (i cui dati doganali relativi al 2023 indicano una diminuzione delle esportazioni verso la Germania del 13 per cento e delle importazioni del 4,2 per cento), la riduzione del commercio bilaterale non è un effetto delle politiche di “de-risking” quanto piuttosto della contrazione dell’economia tedesca (cresciuta l’anno scorso dello 0,3 per cento), che è diventata un importante freno alla domanda di importazioni cinesi.

Mentre una parte della politica tedesca promuove le politiche di “de-risking”, il mondo dell’economia e della finanza mette in guardia rispetto alle possibili conseguenze.

Uno studio appena pubblicato dalla Bundesbank sostiene che «l’allontanamento dalla Cina comporterebbe probabilmente anche a lungo termine costi economici e commerciali», e «ciò è vero anche considerando una riduzione del rischio ordinata e graduale».

Le imprese tedesche perderebbero un mercato di vendita chiave e molte catene di approvvigionamento potrebbero probabilmente essere riallineate solo a scapito di perdite di efficienza.

Secondo il “Business Confidence Survey 2023/2024” pubblicato il 24 gennaio 2024 dalla Camera di commercio tedesca in Cina, se negli ultimi quattro anni la percentuale di aziende tedesche che stanno uscendo dal mercato cinese o stanno pensando di farlo è più che raddoppiata, raggiungendo il 9 per cento, e il 44 per cento si è mossa per ridurre i rischi (anche istituendo nel paese una filiera indipendente), la maggior parte ritiene che l’economia cinese possa mantenere una crescita sostenuta nei prossimi uno-tre anni e il 54 per cento prevede di aumentare gli investimenti in Cina per restare competitiva.

Von der Leyen spinge sull’acceleratore del “de-risking”

La Commissione ha illustrato al Parlamento e al Consiglio Europeo lo European Economic Security Package (Eesp) che prevede, tra l’altro, il controllo – obbligatorio e “unificato” – sugli investimenti diretti all’estero (Ide) effettuati all’interno dell’UE da parte di compagnie direttamente o indirettamente controllate da entità straniere. Al centro della proposta dell’esecutivo comunitario c’è la Cina.

In linea con la strategia di sicurezza economica promossa dalla presidente, Ursula von der Leyen, si punta a rafforzare la vigilanza sugli Ide, finora demandata e a discrezione dei singoli stati. La bozza della Commissione suggerisce di estendere la supervisione al di là dei settori già individuati (semiconduttori, intelligenza artificiale, informatica quantistica e biotecnologie).

Secondo la bozza di regolamento, verrebbe istituito un sistema unificato che obbligherebbe i paesi dell’UE a controllare non solo gli investimenti in entrata ma anche quelli intra-UE, quando questi ultimi siano effettuati da filiali UE di entità extra-UE. È previsto inoltre il potenziamento dei sistemi di condivisione delle informazioni tra paesi membri.

E viene introdotta la possibilità per gli Stati membri dell’UE di condurre “procedure di iniziativa propria” (Oip) riguardanti gli investimenti diretti esteri pianificati in un altro stato membro, qualora ritengano che potrebbero influire sulla propria sicurezza e ordine pubblico.

Novità importanti riguardano anche il tipo di Ide oggetto di scrutinio, che riguarderebbero oltre a quelli nei settori summenzionati, anche quelli nelle reti di trasporti, energetiche di comunicazione e altre tecnologie, così come i materiali e programmi di ricerca con potenziali ripercussioni sulla sicurezza.

A essere coinvolti nel sistema di controllo abbozzato sarebbero anche gli Ide greenfield, ovvero quelli che si traducono nella costruzione di stabilimenti produttivi e nella creazione di posti di lavoro. Secondo la Commissione gli Ide greenfield vanno inclusi nei meccanismi di controllo, «in particolare quando tali investimenti avvengono in settori rilevanti per la sicurezza o ordine pubblico o quando per dimensioni o natura siano rilevanti per la sicurezza o l’ordine pubblico».

Dopo l’avvio, il 4 ottobre 2023, di un’inchiesta anti-dumping della Commissione sull’importazione nell’UE di veicoli elettrici made in China, a dicembre BYD ha annunciato un investimento per costruire nel sud dell’Ungheria un impianto di produzione di Ev.

L’ambasciatore cinese presso l’UE, Fu Cong, ha definito “ingiusta” l’indagine di Bruxelles e avvertito che, se Pechino adottasse lo stesso approccio, «ci sarebbero molte cose che potrebbero essere indagate».

Il 18 gennaio scorso il Parlamento UE ha approvato a larga maggioranza (565 “sì”, 26 “no” e 31 astenuti) una risoluzione sulle “implicazioni in materia di sicurezza e di difesa dell’influenza della Cina sulle infrastrutture critiche nell’Unione europea” che chiede di agire per contrastare la “strategia di fusione militare-civile” della Cina.

Shanghai scommette sull’anno del drago

Shanghai nel 2023 ha mancato l’obiettivo di crescita del Pil del 5,5 per cento fissato dalle autorità locali, fermandosi al +5 per cento, ovvero 4.720 miliardi di RMB (664,5 miliardi di dollari). A pesare sono state soprattutto le esportazioni, solo +1,6 per cento rispetto al 2022, l’anno dei 71 giorni di lockdown nella prima metropoli della Cina per numero di abitanti.

«L’ambiente esterno rimane complesso e grave, i conflitti geopolitici persistono e la ripresa economica globale manca di slancio», ha spiegato il sindaco, Gong Zheng, annunciando gli ultimi dati economici al Congresso del popolo di Shanghai.

Ciononostante, Shanghai (25 milioni di abitanti) nel 2023 ha attirato 24 miliardi di dollari in fondi esteri, superando il precedente record di 23,96 miliardi di dollari, registrato l’anno precedente.

Nel rapporto presentato al parlamento locale, Gong ha aggiunto che per il 2024 Shanghai continuerà a puntare sui suoi settori più forti: i microchip (in città ha sede Smic, il maggior produttore nazionale), l’intelligenza artificiale e la biomedicina.

Nel 2023 la spesa per ricerca e sviluppo della megalopoli della Cina orientale ha rappresentato circa il 4,4 per cento del suo prodotto interno lordo, con una cifra che dovrebbe raggiungere il 4,5 per cento quest’anno, ha dichiarato He Dajun, membro del parlamento locale e direttore generale del parco di sviluppo hi-tech di Zhangjiang.

Il rapporto di lavoro del governo propone di accelerare la creazione di un fondo per guidare l’innovazione scientifica e tecnologica e attrarre capitali a lungo termine da investire in piccole imprese e in ricerca scientifica e tecnologica.

Lo sviluppo dell’industria della biomedicina va di pari passo con l’innovazione, soprattutto nei campi della terapia cellulare, della terapia genica e della biologia sintetica, tutti presenti a Shanghai, ha ricordato Li Jizong, deputato del congresso e direttore del Centro di sviluppo della biomedicina di Shanghai.

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21/11/2023

Argentina contesa, tra Yuan e Dollaro

di Guido Salerno Aletta

Il nuovo presidente Javier Milei, definito anarcoliberista, ha sconfitto al ballottaggio il peronista Sergio Massa, in carica come Ministro dell'Economia. Nella campagna elettorale, il neo-eletto aveva battuto su due aspetti: da una parte, sullo smantellamento completo dello Stato sociale e sulla privatizzazione delle imprese pubbliche, carrozzoni che assorbono immense risorse senza riuscire a risolvere il problema della povertà diffusa, e dall'altra sulla eliminazione della Banca Centrale, colpevole della inflazione al 140% annuo per via della continua stampa di nuova moneta. Il Peso argentino va sostituito col dollaro.

Il paradosso dell'Argentina, che il peronismo non ha mai saputo risolvere, sta nel contrasto tra l'immensa ricchezza delle sue risorse naturali, minerarie, agricole e dell'allevamento, e la diffusa povertà della popolazione. Un contrasto che si acuisce per via di una legislazione sempre più invasiva: per finanziare il bilancio pubblico si impongono tasse sulle esportazioni, soprattutto quelle di cereali e di carne, rendendole così meno convenienti sui mercati internazionali, e si controllano in ogni modo gli acquisti di dollari per contrastare la costituzione di riserve di valuta all'estero.

Ci sono regole strettissime sui cambi, con i prezzi del dollaro che variano a seconda che questa valuta serva per finanziare le importazioni, che si debbano convertire in peso gli importi incassati in dollari con le esportazioni, oppure che si chiedano dollari per fini personali: in questo caso ci sono contingenti fissi, come tassi specifici per gli acquisti all'estero sulle piattaforme di e-commerce.

Inoltre, la gran parte dei capitali argentini sono detenuti in dollari e depositati in Uruguay, che è una sorta di "Svizzera": gli stessi prestiti pubblici contratti in dollari sono in larga parte finanziati dai capitali degli stessi argentini ma che sono detenuti all'estero. È questo un modo per proteggersi sia dalla inflazione del peso che dai default sul debito, visto l'alto grado di protezione giudiziaria che viene garantito ai prestiti internazionali.

Ed ancora, poiché le entrate fiscali non sono mai sufficienti per finanziare le spese pubbliche che crescono in continuazione per corrispondere alle esigenze della popolazione e soddisfare le promesse populiste dei peronisti, la Banca centrale finanzia direttamente il governo stampando la moneta occorrente per coprire il deficit: questa inflazione della moneta ne scoraggia la detenzione, e così chiunque abbia risparmi o una qualsiasi attività cerca rifugio nel dollaro. Anche questa continua domanda di dollari in cambio di peso contribuisce a svilire il valore di quest'ultimo.

C'è un ultimo aspetto: visto che il mercato dei cambi è da sempre una fonte di arricchimento, e visto che c'è tanta richiesta di dollari, anche attraverso questo meccanismo si drenano risorse dall'economia reale al settore finanziario.

In pratica, l'Argentina spolpa continuamente se stessa: chi può, si difende col dollaro.

Il commercio internazionale dell'Argentina, che ha sempre avuto come riferimento principale il Brasile, si è andato sviluppando verso la Cina a mano a mano che i dazi posti dall'Amministrazione Trump alle importazioni americane dalla Cina vedevano come ritorsione l'imposizione di dazi cinesi sulle importazioni dagli Stati Uniti. Così facendo, le importazioni in Cina di prodotti agricoli dagli Stati Uniti sono divenute artificiosamente più care, rendendo più convenienti quelle dall'Argentina e dal Brasile. Questo flusso crescente di esportazioni ha fatto sì che ormai la Cina sia il secondo partner commerciale dell'Argentina, dopo il Brasile.

Rimaneva un paradosso, sul piano valutario, visto che il commercio bilaterale tra Argentina e Cina continuava ad essere effettuato in dollari. A questo aspetto è stato posto rimedio, con un accordo di swap tra le due Banche centrali, quella del Popolo cinese e quella dell'Argentina: la prima riforniva di yuan la seconda, che a sua volta riforniva di peso la prima, ad un tasso di cambio e per un tempo prestabilito. Le due banche centrali, per il tramite dei rispettivi sistemi bancari, prestano la valuta estera di cui sono state rifornite ai rispettivi importatori che non devono più ricorrere ai dollari per pagare le merci: in questo modo, gli yuan ritornano in Cina ed i peso in Argentina. Alla fine del periodo convenuto per lo swap, se il commercio bilaterale è stato bilanciato, le valute scambiate sono già rientrate nei rispettivi Paesi; in caso contrario, le due Banche centrali regolano la sola differenza residuata, pagando gli interessi convenuti.

Non solo i rapporti commerciali tra Argentina e Cina sono stati "dedollarizzati", ma la stessa Argentina ha visto accolta la domanda di far parte del Gruppo dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) a partire dal prossimo 1° gennaio. Il Gruppo sarà così composto di 11 membri, visto che ai fondatori si sono aggiunti l'Argentina, l'Arabia Saudita, l'Egitto, gli Emirati Arabi, l'Etiopia e l'Iran.

Qui sta il nodo.

Da una parte l'Argentina ha perseguito la "dedollarizzazione" degli scambi commerciali con la Cina che è ormai il secondo partner, ed è pure entrata a far parte del Gruppo dei BRICS; dall'altra parte, il neo Presidente Milei ha sbandierato la completa "dollarizzazione" dell'Argentina, sostituendo il peso ed eliminando la Banca Centrale.

Milei viene conteso: mentre ha ricevuto congratulazioni calorosissime sia da Donald Trump che da Jair Bolsonaro, che nell'ambito delle rispettive Presidenze degli Usa e del Brasile sono stati entrambi assai severi verso la Cina, Pechino a sua volta ha ostentato tranquillità: "Siamo pronti a lavorare con Buenos Aires per portare avanti la nostra amicizia, rafforzare lo sviluppo e la rivitalizzazione dei nostri Paesi con una cooperazione vantaggiosa per tutti, e per promuovere lo sviluppo costante e a lungo termine delle relazioni Cina-Argentina".

Da ultra liberista quale si professa, Milei ha già dovuto dare prova di equilibrismo: mentre ha affermato che non è sua intenzione intrattenere rapporti con i "Paesi comunisti", sottintendendo con questo termine la Cina di Xi Jinping ed il Brasile di Ignazio Lula, allo stesso tempo ha confermato che i rapporti commerciali sono decisi autonomamente dai privati.

Milei sa bene che per le esportazioni argentine è impossibile trovare mercati di sbocco alternativi al Brasile ed alla Cina. Anche "dollarizzare" l'Argentina è un sogno ricorrente, sin dai tempi di Domingo Cavallo.

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17/11/2023

Crolla il commercio con l’estero, e il modello “export oriented”

È presto per dirlo con certezza, ma pare proprio che il “modello” economico-produttivo inventato dalla Germania per sostituire il vecchio “modello keynesiano”, distrutto con la creazione dell’Unione Europea post-caduta del Muro, sia entrato in crisi conclamata.

Parliamo del mercantilismo, o “modello export oriented”, in cui la crescita economica viene trainata dalle esportazioni. Per stare in piedi questo sistema ha bisogno di poter disporre di diverse condizioni strutturali, tutte rilevanti: buone tecnologie produttive, prodotti di alta qualità, salari bassi per decenni, fornitori e subfornitori a disposizione, materie prime a basso costo, mercati esteri aperti e quasi senza barriere doganali.

Detto in termini marxisti: una classe lavoratrice sottommessa (internamente e nei paesi subfornitori) e la “globalizzazione” dei mercati, possibilmente senza conflitti rilevanti (una “guerra asimmetrica” contro l’Iraq o la Libia ci può/poteva stare, uno scontro con Russia o Cina no).

Tutte queste condizioni sono venute meno, e anche i lavoratori – in Europa, un po’ meno da noi – stanno mordendo il freno.

Soprattutto molti mercati extra-Ue (Russia e Cina in testa) sono stati sacrificati sull’altare delle “sanzioni” decise unilateralmente dagli Stati Uniti. Il che ha privato i produttori europei di uno sbocco rilevante in termini di prodotti e di valore (un miliardo e 400 milioni di “clienti cinesi” non sono uno scherzo, da quando hanno preso a consumare quasi come occidentali).

Stamattina l’Istat ha rilasciato i suoi dati mensili da cui emerge che a settembre 2023 la stima prevede una riduzione congiunturale per entrambi i flussi commerciali con l’estero, più intensa per le esportazioni (-4,5%) che per le importazioni (-3,1%).

E particolarmente indicativo appare il dato per cui la flessione dell’export è più ampia per i mercati extra-Ue (-6,7%) rispetto all’area Ue (-2,4%). Si esporta meno verso Russia (poco o nulla) e Cina, nonché verso altri paesi in qualche modo collegati con questi due.

E diminuisce anche lo scambio all’interno della stessa Ue, probabilmente – siamo ancora alle stime, non ai dati definitivi – proprio nei settori più connessi con gli esportatori finali (soprattutto tedeschi, per quanto riguarda l’Italia).

La frenata di settembre è particolarmente brusca, tanto da azzerare i guadagni di un trimestre che fin lì era stato piuttosto positivo (nel terzo trimestre 2023, rispetto al precedente, l’export registra comunque un lieve aumento dello 0,3%, mentre l’import segna una flessione del 2,9%).

A settembre 2023, l’export si riduce su base annua del 6,6% in termini monetari (era +2,2% ad agosto) e dell’8,7% in volume. La riduzione dell’export in valore riguarda sia i mercati Ue (-6,3%) sia quelli extra-Ue (-6,9%).

L’import segna una flessione tendenziale del 20,5% in valore, molto più ampia per l’area extra Ue (-32,4%) rispetto a quella Ue (-8,3%); in volume, mostra un calo più contenuto (-5,7%). In questo caso, insomma, l’inflazione enfatizza la caduta.

Tra i settori che contribuiscono maggiormente alla riduzione tendenziale dell’export si segnalano: metalli di base e prodotti in metallo, esclusi macchine e impianti (-19,4%), sostanze e prodotti chimici (-13,7%), mezzi di trasporto, autoveicoli esclusi (-13,3%), articoli in pelle (escluso abbigliamento) e simili (-14,4%), articoli farmaceutici, chimico-medicinali e botanici (-8,4%).

Come si può vedere, sono prevalentemente settori che producono per l’industria, non beni di consumo. È il segno statistico di una frenata che riguarda tutta la capacità produttiva europea.

Su base annua, dice l’Istat, i paesi che forniscono i maggiori contributi alla flessione dell’export sono: Stati Uniti (-11,9%), Germania (-7,8%), Francia (-5,4%) e Regno Unito (-11,4%).

Ma non sempre le destinazioni sono davvero quelle indicate. Molto dell’export verso Francia e Germania, infatti, riguarda componenti per prodotti finali assemblati in quei paesi ma che poi prendono la via extra-europea.

L’asimmetria tra caduta dell’export e dell’import ha prodotto, non stranamente, un “miglioramento” del saldo commerciale: +2.346 milioni di euro (era -6.693 milioni a settembre 2022). Ma è chiaramente un “passo del gambero”, un “miglioramento” su cifre molto più basse. Insomma, una manifestazione collaterale della crisi...

L’unica voce “positiva” diventa così la diminuzione del deficit energetico (-5.182 milioni), più che dimezzato rispetto a un anno prima (-12.390 milioni), grazie al ritorno alla normalità dei prezzi settoriali internazionali.

Ma è un momento che appare di breve durata. I prezzi all’import – dice l’Istat – tornano infatti a crescere su base mensile, dopo quasi un anno di riduzioni, e segnano una lieve attenuazione della flessione tendenziale; a contribuire è soprattutto la ripresa dei prezzi dei prodotti energetici.

L’Istat, in sede di commento, afferma che la riduzione congiunturale dell’export a settembre, più intensa per l’area extra-Ue, è condizionata dalle vendite occasionali di elevato impatto (cantieristica navale), rilevate ad agosto.

Ma anche al netto di queste, la flessione si produce comunque, anche se ridotta al -2,2%.

Quel “modello” mercantilista sembra proprio agli sgoccioli...

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17/06/2023

Italia - Crolla l’export, ed era l’unico motore della “crescita” fondata su bassi salari

Ieri è uscito il dato del commercio estero italiano ad aprile 2023. In calo l’export: valore -5,7% (inflazione 7,6%, prezzi produzione 9,8%), volume -10,7%.

In particolare si osserva un crollo in Germania e Gran Bretagna.

Il dato del volume è significativo perché, in un contesto pluridecennale di export led, il modello sembra fallito, magari in attesa che altri paesi si riprendano. Ma “tu”, secondo questo modello, dipendi da loro, non sei autonomo, non sei libero; e se loro calano tu crolli.

Come si vede dalla catastrofe dell’export proprio verso la Germania: quasi -9%.

L’export led basato su bassi salari e soprattutto su produzioni tradizionali, tali per cui non occorre innovazione, dunque domanda di ricerca e di lavoratori qualificati, a sua volta, da 30 anni, blocca l’economia interna.

Quindi, nel 2023, come nella prima decade 2000, hai le due gambe ferme, e il tutto si regge su americani, asiatici, europei che visitano il Bel Paese dopo tre anni di pandemia e che sembra aver portato la popolazione mondiale a viaggiare, per sfuggire alla paura della morte che ha albeggiato in questi anni, o al senso di chiusura.

Ciò porta a domanda di lavoratori a bassa qualificazione che, a loro volta, non sostengono la domanda interna a causa dei bassi salari.

Si è tentato nel 2019 di rianimare i consumi interni tramite il RdC e per un po' ci si era riusciti; una buona parte di popolazione povera, prima esclusa, riusciva, tramite un assegno mensile di massimo 750 euro, a sostenere i consumi di massa.

Era una misura che costava 9 miliardi, certo anche facile alle truffe, anche a gente che non ne aveva diritto; ma andava al sodo, la popolazione povera partecipava alle sorti economiche del Paese, oltretutto non accettando, avendo una contropartita di reddito universale, lavori infami.

Il pluridecennale export led ha portato anche al collasso demografico e all’esodo di circa 8 milioni di lavoratori italiani all’estero, spesso qualificati.

Dunque, il modello italiano, basato su prodotti tradizionali e su servizi all’utenza internazionale, centrato su bassi salari, con crollo demografico, nel 2023 ha le due gambe inchiodate.

Meloni viene dalla tradizione fascista dell’intelligente Ugo Spirito degli anni Trenta, basata sul corpora, sull'”unità dello spirito della Nazione“, sull’”unione fra capitale e lavoro”, sul senso progressivo dell’industria pubblica grazie a Beneduce, ripreso da Fanfani in una sorte di “terza via democratica” (ovviamente, non blairiana), che è alla base del “miracolo economico”, spinto tra l’altro dalla lotta di classe e dalla crescita salariale.

Ma l’ansia di legittimazione verso Bruxelles e Washington non le farà prendere quella strada.

Quel percorso del resto si ferma a partire dalla metà degli anni Settanta: il padronato, impaurito, passa alla controffensiva e diventa feroce, fino ai giorni nostri, lasciando morti, feriti, povertà, miseria, distruzione delle basi economiche, produttive, scientifiche, culturali e sociali del Paese.

Meloni perciò finge di riprendere concetti di Ugo Spirito: in un contesto accettato di plusvalore assoluto, concede fringe benefit e tassazione ridotta della produttività (solo in ambito privato, però), vara il cuneo fiscale a spese dell’Inps, decide un piccolo ammortizzare familiare sulle bollette (solo temporaneo).

Ma per il resto, si è “dovuta adattare”: l’èlite transnazionale, in un contesto di guerra, ha messo in fila i governi Nato, non lasciando spazi e facendo capire che qualsiasi mossa autonoma sarebbe per loro stata deleteria (vedi North Stream).

Dunque, russofobia, sinofobia, guerra continua ai poveri, ricatto Mes, atlantismo, esser supini nei confronti di Confindustria.

Ora ci troviamo le due gambe ferme, mentre il crollo dei volumi export pari a 10,7% lascia presagire l’inverno produttivo.

Per quanto riguarda noi, i proletari, l’inverno, o l’inferno, dura da 50 anni e sembra non aver fine.

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19/10/2022

Le facce di palta di Confindustria

Bisogna guardare i numeri, le cifre, le statistiche, prima di farsi un’opinione.

La settimana scorsa era uscito il dato della produzione industriale italiana ad agosto: contrariamente a quanto si pronosticava aveva battuto tutte le stime, un aumento mese su mese del 2,3%, anno su anno del 2,9%.

Nessun giornale ha dato la notizia.

E vabbè, cerchi altri dati. È agosto, l’autunno non è ancora arrivato e si annunciano tempeste (per chi? per i soliti noti). La settimana dopo, oggi, esce il dato dell’export di agosto.

Vediamolo:
“Ad agosto 2022 si stima una crescita congiunturale per le importazioni (+4,2%) e una flessione per le esportazioni (-3,6%). Ad agosto, il calo congiunturale dell’export è condizionato da operazioni occasionali di elevato impatto (cantieristica navale) verso i mercati extra Ue registrate il mese precedente, al netto delle quali il calo si riduce a -1,3%.

Nella media degli ultimi tre mesi, la dinamica congiunturale resta positiva. Nel trimestre giugno-agosto 2022, rispetto al precedente, l’export cresce del 3,4%, l’import del 9,5%. Ad agosto 2022, l’export cresce su base annua del 24,8% in termini monetari e dell’1,3% in volume.

L’aumento dell’export in valore riflette ampi aumenti nelle vendite sia verso l’area Ue (+27,6%) sia verso i mercati extra Ue (+22,1%).

Tra i settori che contribuiscono maggiormente all’aumento tendenziale dell’export si segnalano: articoli farmaceutici, chimico-medicinali e botanici (+72,9%), prodotti petroliferi raffinati (+88,0%), prodotti alimentari, bevande e tabacco (+22,7%), macchinari e apparecchi n.c.a. (+13,6%) e sostanze e prodotti chimici (+29,1%)” (fonte Istat).
Ora, i prezzi alla produzione sono cresciuti molto, ma ciononostante la crescita in volumi è addirittura +1,3%. Segno della capacità imprenditoriale di spuntare prezzi maggiori dovuti alla qualità delle produzioni.

Stiamo pur sempre parlando di made in Italy e di alta artigianalità di molti prodotti, prodotti non di serie come succede in altri paesi, ma unici e flessibili.

Qualità dovuta alle capacità delle maestranze, a cui da decenni non viene riconosciuta una retribuzione che premi il loro attaccamento alle imprese, per dirla come il mainstream.

Sta di fatto che gli industriali incassano, e incassano pure tanto. Perderanno forse sul mercato interno, con 10,6 milioni di poveri il mercato è ristretto, ma si appoggiano al mercato estero, dove riescono a spuntare prezzi alti e a vendere, nonostante tutto.

Non è sfuggita da mesi questa situazione a Carlo Messina, amministratore delegato di IntesaSanPaolo, il quale afferma che ci sono tantissime aziende di eccellenza che vanno bene.

Soprattutto, rispetto ai loro lamenti circa il caro energia, la settimana scorsa affermava: “chi ha, non chieda soldi allo Stato“. Invece loro vogliono 50 miliardi, un ulteriore debito statale per sostenerli visto che di cacciare soldi per l’azienda di tasca propria non ci pensano.

“Convento povero, frati ricchi“, tanto ci pensa lo Stato – il loro Stato – a pagare da più di 40 anni.

Nel mentre la povertà aumenta, la povertà salariale è vergognosa al punto che siamo diventati gli “asiatici” nell’Unione Europea.

Si tagliano sanità, assistenza sociale, non si assume nel pubblico, non si rinnovano i contratti, mentre loro ad agosto – ripeto: agosto, quando in teoria si sta in tanti in vacanza – hanno una crescita in valore delle esportazioni del 24% e in volume dell’1,3%.

Davvero troppo. Sono stufo dei loro piagnistei, ma ancor di più non riesco a capacitarmi di come mai, dopo 50 anni, le loro maestranze non gli presentino il conto, il conto di classe.

Strano paese l’Italia, strani i suoi lavoratori.

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08/09/2022

Il surplus cinese di agosto e il destino sempre più buio dell’Europa

Domani dovrebbe uscire il dato del commercio estero cinese riferito al mese di agosto. Da tenere a bada il numero del surplus. In base a questo, continuerà la politica monetaria e fiscale espansiva cinese.

Il mega surplus commerciale da gennaio a luglio ha fatto aumentare il surplus delle partite correnti, che la Cina, a partire dal 2012, aveva fatto fortemente diminuire, portandolo da 10 a 1, con beneficio di tutto il mercato mondiale.

Ne sanno qualcosa gli esportatori italiani negli ultimi anni, in particolare della moda in generale. Ora è aumentato. Nuovamente lo faranno diminuire, per il benessere interno con altrettanto beneficio, se così si può parlare, visto l’inferno in cui ci siamo cacciati, mondiale.

La leva del surplus delle partite correnti serve alla Cina per politiche fiscali espansive. In Europa, negli ultimi 20 anni, la leva del surplus delle partite correnti è servita alla carta finanziaria di Wall Street e City, rimanendo al contrario l’austerità per le popolazioni.

Ora il surplus europeo è svanito a seguito della guerra, e una parte della carta finanziaria pure. Grandi geni, non c’è che dire. Una banda di matti. Rimane come causa per capire la classe dirigente europea l’ignoranza. Gli economisti di un tempo leggevano Leopardi, Dante, Moliere, Pirandello.

Questi non fanno altro che pagarsi a convegni inutili, rilasciare interviste di un ovvio allucinante e andare da 30 anni a Cernobbio a parlare con altrettanto idioti. Gesù Cristo dà il pane a chi non ha i denti, si dice a Crotone.

Se il surplus commerciale cinese nei primi 7 mesi è a livelli record, aumentando di converso il surplus delle partite correnti, è dovuto principalmente al differenziale inflazionistico. Rispetto all’inflazione occidentale, questo Paese ha un vantaggio di 6-7 punti.

Inoltre, avendo un apparato produttivo forte, ben diversificato e pieno, riesce ad avere i componenti all’interno, mentre i paesi occidentali, post pandemia e con politiche monetarie e fiscali ultra-espansive per parare i colpi del Covid, avendo deciso in 50 anni una deindustrializzazione, chi parziale, chi in modo quasi totale, come l’UK, faticano ad averli.

Ciò porta alla Cina un altro vantaggio, come detto nelle settimane scorse, da me riportato su questa pagina, da un manager italiano in Cina. I tempi di consegna in Cina sono 8 settimane, alcune volte 6, i tempi di consegna occidentali sono 18 mesi.

Questo vantaggio temporale, unito al differenziale inflazionistico e al possesso di componenti, mette quel Paese in una posizione di vero e proprio schiacciamento concorrenziale rispetto all’Occidente. Conseguenza di ciò è l’enorme surplus della bilancia commerciale e da qui delle partite correnti, non dimentichiamo che lo yuan si è svalutato rispetto al dollaro del 7% (altro fattore, anche se adesso si è deciso di rafforzarlo).

Il tutto viene poi travasato in politica fiscale espansiva a favore della popolazione. Dove erano i tedeschi quando il surplus delle partite correnti era pari all’8%? Dove erano gli italiani quando questo era pari al 5,7%? Non facevano altro che parlare di “sacrifici”. Ora è tutto svanito.

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08/08/2022

Cina - Il surplus a luglio raddoppia e arriva ai massimi storici

Nonostante un clima internazionale che spinge verso la recessione le principali economie capitaliste, l’avanzo commerciale della Cina è salito inaspettatamente a un nuovo record: 101,26 miliardi di dollari a luglio 2022, un anno prima era di 55,89 miliardi di dollari. È dunque molto al di sopra delle previsioni di mercato che lo attestavano a 90 miliardi, favorito da un aumento delle esportazioni.

Le esportazioni cinesi sono aumentate del 18% anno su anno, il massimo degli ultimi sei mesi, mentre le importazioni sono cresciute molto più lentamente al 2,3%. Per il periodo gennaio-luglio, l’avanzo commerciale è stato di 482,3 miliardi di dollari. Le esportazioni di prodotti meccanici ed elettrici sono aumentate del 10,1% e rappresentano il 56,6% del totale, mentre le esportazioni di prodotti ad alta intensità di lavoro sono aumentate del 15,2%.

Per avere un termine di paragone occorre sapere che l’avanzo commerciale con gli Stati Uniti è stato di 41,5 miliardi, in pratica identico ai 41,4 miliardi di dollari del giugno dello scorso anno, e questo nonostante i venti di burrasca che soffiano nelle relazioni tra Usa e Cina.

Nelle maggiori borse mondiali, da Londra a Hong Kong, quest’anno le grandi IPO (Initial Public Offering) si sono quasi asciugate. Al contrario nel mercato cinese sono in forte espansione. Le quotazioni nella Cina continentale sono salite a 57,8 miliardi di dollari nel 2022, il dato più elevato mai registrato nei primi 8 mesi dell’anno secondo i dati raccolti da Bloomberg.

Riferisce Milano Finanza che a gennaio ci sono state cinque IPO per oltre 1 miliardo di dollari e un’altra è in arrivo, contro una sola quotazione di questo tipo a New York e Hong Kong e nessuna a Londra. I prezzi delle società scese in borsa nel 2022 nella Cina continentale sono aumentate in media del 43% quest’anno rispetto al prezzo di IPO, anche se da gennaio il listino di Shanghai è in rosso per oltre l’11%.

Le tensioni con Taiwan e Usa non sembrano aver influito sullo stato di salute dell’economia cinese. L’Esercito popolare di liberazione ha confermato di aver condotto anche ieri esercitazioni intorno a Taiwan, la quale ha affermato che le esercitazioni cinesi simulavano attacchi all’isola principale e alle navi della sua flotta. Un messaggio fin troppo chiaro, sia a Taiwan che agli Stati Uniti.

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