Dal 2016 a oggi la Cina è stata ininterrottamente il principale partner commerciale della Germania. Le esportazioni e importazioni tedesche in Cina nel 2023 hanno raggiunto un valore di circa 254 miliardi di euro, ma il vantaggio della Cina sugli Stati Uniti si è ridotto ad appena 1-2 miliardi di euro, in forte calo rispetto al 2022, quando era pari a circa 50 miliardi di euro.
Secondo Pechino (i cui dati doganali relativi al 2023 indicano una diminuzione delle esportazioni verso la Germania del 13 per cento e delle importazioni del 4,2 per cento), la riduzione del commercio bilaterale non è un effetto delle politiche di “de-risking” quanto piuttosto della contrazione dell’economia tedesca (cresciuta l’anno scorso dello 0,3 per cento), che è diventata un importante freno alla domanda di importazioni cinesi.
Mentre una parte della politica tedesca promuove le politiche di “de-risking”, il mondo dell’economia e della finanza mette in guardia rispetto alle possibili conseguenze.
Uno studio appena pubblicato dalla Bundesbank sostiene che «l’allontanamento dalla Cina comporterebbe probabilmente anche a lungo termine costi economici e commerciali», e «ciò è vero anche considerando una riduzione del rischio ordinata e graduale».
Le imprese tedesche perderebbero un mercato di vendita chiave e molte catene di approvvigionamento potrebbero probabilmente essere riallineate solo a scapito di perdite di efficienza.
Secondo il “Business Confidence Survey 2023/2024” pubblicato il 24 gennaio 2024 dalla Camera di commercio tedesca in Cina, se negli ultimi quattro anni la percentuale di aziende tedesche che stanno uscendo dal mercato cinese o stanno pensando di farlo è più che raddoppiata, raggiungendo il 9 per cento, e il 44 per cento si è mossa per ridurre i rischi (anche istituendo nel paese una filiera indipendente), la maggior parte ritiene che l’economia cinese possa mantenere una crescita sostenuta nei prossimi uno-tre anni e il 54 per cento prevede di aumentare gli investimenti in Cina per restare competitiva.
Von der Leyen spinge sull’acceleratore del “de-risking”
La Commissione ha illustrato al Parlamento e al Consiglio Europeo lo European Economic Security Package (Eesp) che prevede, tra l’altro, il controllo – obbligatorio e “unificato” – sugli investimenti diretti all’estero (Ide) effettuati all’interno dell’UE da parte di compagnie direttamente o indirettamente controllate da entità straniere. Al centro della proposta dell’esecutivo comunitario c’è la Cina.
In linea con la strategia di sicurezza economica promossa dalla presidente, Ursula von der Leyen, si punta a rafforzare la vigilanza sugli Ide, finora demandata e a discrezione dei singoli stati. La bozza della Commissione suggerisce di estendere la supervisione al di là dei settori già individuati (semiconduttori, intelligenza artificiale, informatica quantistica e biotecnologie).
Secondo la bozza di regolamento, verrebbe istituito un sistema unificato che obbligherebbe i paesi dell’UE a controllare non solo gli investimenti in entrata ma anche quelli intra-UE, quando questi ultimi siano effettuati da filiali UE di entità extra-UE. È previsto inoltre il potenziamento dei sistemi di condivisione delle informazioni tra paesi membri.
E viene introdotta la possibilità per gli Stati membri dell’UE di condurre “procedure di iniziativa propria” (Oip) riguardanti gli investimenti diretti esteri pianificati in un altro stato membro, qualora ritengano che potrebbero influire sulla propria sicurezza e ordine pubblico.
Novità importanti riguardano anche il tipo di Ide oggetto di scrutinio, che riguarderebbero oltre a quelli nei settori summenzionati, anche quelli nelle reti di trasporti, energetiche di comunicazione e altre tecnologie, così come i materiali e programmi di ricerca con potenziali ripercussioni sulla sicurezza.
A essere coinvolti nel sistema di controllo abbozzato sarebbero anche gli Ide greenfield, ovvero quelli che si traducono nella costruzione di stabilimenti produttivi e nella creazione di posti di lavoro. Secondo la Commissione gli Ide greenfield vanno inclusi nei meccanismi di controllo, «in particolare quando tali investimenti avvengono in settori rilevanti per la sicurezza o ordine pubblico o quando per dimensioni o natura siano rilevanti per la sicurezza o l’ordine pubblico».
Dopo l’avvio, il 4 ottobre 2023, di un’inchiesta anti-dumping della Commissione sull’importazione nell’UE di veicoli elettrici made in China, a dicembre BYD ha annunciato un investimento per costruire nel sud dell’Ungheria un impianto di produzione di Ev.
L’ambasciatore cinese presso l’UE, Fu Cong, ha definito “ingiusta” l’indagine di Bruxelles e avvertito che, se Pechino adottasse lo stesso approccio, «ci sarebbero molte cose che potrebbero essere indagate».
Il 18 gennaio scorso il Parlamento UE ha approvato a larga maggioranza (565 “sì”, 26 “no” e 31 astenuti) una risoluzione sulle “implicazioni in materia di sicurezza e di difesa dell’influenza della Cina sulle infrastrutture critiche nell’Unione europea” che chiede di agire per contrastare la “strategia di fusione militare-civile” della Cina.
Shanghai scommette sull’anno del drago
Shanghai nel 2023 ha mancato l’obiettivo di crescita del Pil del 5,5 per cento fissato dalle autorità locali, fermandosi al +5 per cento, ovvero 4.720 miliardi di RMB (664,5 miliardi di dollari). A pesare sono state soprattutto le esportazioni, solo +1,6 per cento rispetto al 2022, l’anno dei 71 giorni di lockdown nella prima metropoli della Cina per numero di abitanti.
«L’ambiente esterno rimane complesso e grave, i conflitti geopolitici persistono e la ripresa economica globale manca di slancio», ha spiegato il sindaco, Gong Zheng, annunciando gli ultimi dati economici al Congresso del popolo di Shanghai.
Ciononostante, Shanghai (25 milioni di abitanti) nel 2023 ha attirato 24 miliardi di dollari in fondi esteri, superando il precedente record di 23,96 miliardi di dollari, registrato l’anno precedente.
Nel rapporto presentato al parlamento locale, Gong ha aggiunto che per il 2024 Shanghai continuerà a puntare sui suoi settori più forti: i microchip (in città ha sede Smic, il maggior produttore nazionale), l’intelligenza artificiale e la biomedicina.
Nel 2023 la spesa per ricerca e sviluppo della megalopoli della Cina orientale ha rappresentato circa il 4,4 per cento del suo prodotto interno lordo, con una cifra che dovrebbe raggiungere il 4,5 per cento quest’anno, ha dichiarato He Dajun, membro del parlamento locale e direttore generale del parco di sviluppo hi-tech di Zhangjiang.
Il rapporto di lavoro del governo propone di accelerare la creazione di un fondo per guidare l’innovazione scientifica e tecnologica e attrarre capitali a lungo termine da investire in piccole imprese e in ricerca scientifica e tecnologica.
Lo sviluppo dell’industria della biomedicina va di pari passo con l’innovazione, soprattutto nei campi della terapia cellulare, della terapia genica e della biologia sintetica, tutti presenti a Shanghai, ha ricordato Li Jizong, deputato del congresso e direttore del Centro di sviluppo della biomedicina di Shanghai.
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04/02/2024
11/11/2022
Se Shanghai sfida la City
di Guido Salerno Aletta
Altri tempi. Eppure era stata una delle accoglienze più fastose che si fossero mai viste da decenni, a Londra nell'ottobre del 2015, per l'arrivo del Premier cinese Xi Jinping: la stessa Regina Elisabetta lo ricevette con ogni onore, attraversando in corteo la città tra due ali di folla plaudente.
E qualcuno in India si adontò pure, visto che nei discorsi si faceva spesso riferimento alla Cina come alla "più grande democrazia del mondo": quel merito, caso mai, sarebbe spettato a Nuova Delhi e non certo a Pechino, dove il Partito Comunista Cinese la fa da padrone. Solo parole, si dirà, che svelano però i rapporti mai idilliaci tra i due Paesi.
L'India, d'altra parte, è sempre stata gelosa dei suoi rapporti preferenziali con la Gran Bretagna: il processo di decolonizzazione, per quanto complesso, non ha lasciato affatto le acredini che invece caratterizzano ancora le relazioni della Francia con l'Algeria.
In quegli anni, parliamo del 2015, Londra aveva l'ambizione di essere il primo partner politico e finanziario della Cina: dopo la crisi americana del 2008 e la baraonda che aveva colpito Wall Street, era il momento opportuno per fare un passo in avanti.
D'altra parte, la Cina era assai attenta alla evoluzione dei rapporti con Washington, caratterizzati dalla stipula proprio in quei giorni dell'ottobre del 2015 della TPP (Trans Pacific Partnership), il Trattato di cooperazione economica di cui si era cominciato a discutere su iniziativa della Amministrazione Obama e da cui Pechino era stata volutamente esclusa.
La Cina rischiava già l'isolamento internazionale, come la Russia, che a sua volta veniva esclusa dall'altro Trattato di cooperazione economica tra Usa ed Ue, il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership).
Dopo alterne vicende, il TTIP non fu mai firmato per le tante eccezioni poste da parte europea, mentre fu lo stesso Presidente Donald Trump a recedere dal TPP che era stato firmato. Alla fine, la strategia del "doppio gancio" elaborata della Amministrazione Obama non era andata a buon fine: Trump riteneva che ogni accordo commerciale era dannoso per gli Usa, e che la strada maestra per addrizzare i conti con l'estero fossero i dazi.
La Gran Bretagna cercò dunque di approfittare di questa situazione di freddezza tra Washinton e Pechino per candidarsi alla partnership strategica: la City è da secoli la piazza finanziaria che raccoglie capitali da tutto il mondo per reinvestirli dappertutto. E nessuno come la Banca d'Inghilterra ha una storia così lunga ed una esperienza così profonda nella gestione di una moneta internazionale come lo fu la Sterlina, per oltre un secolo il caposaldo del sistema mondiale. Nessuno poteva assistere meglio Pechino nella trasformazione dello yuan in una moneta pienamente convertibile sul piano internazionale.
La Borsa di Londra, al contrario, non è minimamente paragonabile a quella di Wall Street, che raccoglie una immensa liquidità internazionale che si riversa sui diversi listini. Le stesse aziende cinesi hanno per lungo tempo ambito alla doppia quotazione, proprio per approfittare del fiume inesauribile di capitali che gira a New York.
Mentre già si delineava la Brexit, con il referendum tenutosi nel 2016, occorreva trovare un nuovo ruolo internazionale alla Gran Bretagna: usare la City come ponte finanziario della Cina verso il resto del mondo.
Da allora tutto è cambiato: gli Usa ritengono che la Cina sia un competitor geopolitico troppo pericoloso.
Dopo i dazi imposti dalla Amministrazione Trump, sono iniziati i divieti di esportazione di materiale strategico, di utilizzo di apparati di telecomunicazioni cinesi, di collaborazione nella produzione di chip avanzati. Parallelamente, è stata avviata una collaborazione militare nell'area del Pacifico, denominata AUKUS, che coalizza l'Australia, il Regno Unito e gli Stati Uniti.
La più recente questione di Taiwan non è che l'ultimo anello di una serie di iniziative volte a raffreddare la cooperazione statunitense con la Cina cui la Gran Bretagna si è andata immediatamente allineando come dimostrano le recentissime affermazioni del neo Premier britannico Rishi Sunak che ha annunciato la chiusura dei trenta "Istituti Confucio" presenti in Inghilterra, considerandoli come uno strumento per infiltrarsi nel mondo della cultura. Anche per l'Inghilterra, dunque, la Cina è diventata un pericoloso competitor.
Pechino, a questo punto, deve fare da sola: ad ottobre, il delisting di alcuni colossi cinesi sia da Wall Street che da Londra è stato un segnale significativo.
D'altra parte, sono ormai diversi mesi che la Cina ha smesso di reinvestire in titoli del Tesoro americano: le detenzioni si riducono a mano a mano che arrivano alle scadenze. Ha quindi la disponibilità liquida delle esportazioni in dollari, che può essere utilizzata per evitare un apprezzamento del dollaro sullo Yuan.
Ma, in prospettiva, Pechino deve accelerare la sua strategia di autonomia sia rispetto a Wall Street che nei confronti della City. Il brusco atteggiamento tenuto nei confronti della Banca centrale russa, con il congelamento delle riserve giacenti presso le corrispondenti, ha raffreddato ogni prospettiva di cooperazione.
Le iniziative cinesi volte ad usare le monete nazionali nel commercio con l'estero, usando i rubli e le rupie insieme allo yuan, sono un ulteriore passaggio verso un sistema meno dipendente dal dollaro.
Spetterà ora a Shanghai, che è già sede della Borsa, diventare anche il principale polo di intermediazione dei capitali internazionali verso la Cina e quelli della Cina stessa verso il resto del mondo, lasciando ad Hong Kong il suo ruolo storico di piazza legata ai traffici off-shore.
Non sarà più Londra a traghettare lo yuan verso i mercati globali.
Fonte
Altri tempi. Eppure era stata una delle accoglienze più fastose che si fossero mai viste da decenni, a Londra nell'ottobre del 2015, per l'arrivo del Premier cinese Xi Jinping: la stessa Regina Elisabetta lo ricevette con ogni onore, attraversando in corteo la città tra due ali di folla plaudente.
E qualcuno in India si adontò pure, visto che nei discorsi si faceva spesso riferimento alla Cina come alla "più grande democrazia del mondo": quel merito, caso mai, sarebbe spettato a Nuova Delhi e non certo a Pechino, dove il Partito Comunista Cinese la fa da padrone. Solo parole, si dirà, che svelano però i rapporti mai idilliaci tra i due Paesi.
L'India, d'altra parte, è sempre stata gelosa dei suoi rapporti preferenziali con la Gran Bretagna: il processo di decolonizzazione, per quanto complesso, non ha lasciato affatto le acredini che invece caratterizzano ancora le relazioni della Francia con l'Algeria.
In quegli anni, parliamo del 2015, Londra aveva l'ambizione di essere il primo partner politico e finanziario della Cina: dopo la crisi americana del 2008 e la baraonda che aveva colpito Wall Street, era il momento opportuno per fare un passo in avanti.
D'altra parte, la Cina era assai attenta alla evoluzione dei rapporti con Washington, caratterizzati dalla stipula proprio in quei giorni dell'ottobre del 2015 della TPP (Trans Pacific Partnership), il Trattato di cooperazione economica di cui si era cominciato a discutere su iniziativa della Amministrazione Obama e da cui Pechino era stata volutamente esclusa.
La Cina rischiava già l'isolamento internazionale, come la Russia, che a sua volta veniva esclusa dall'altro Trattato di cooperazione economica tra Usa ed Ue, il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership).
Dopo alterne vicende, il TTIP non fu mai firmato per le tante eccezioni poste da parte europea, mentre fu lo stesso Presidente Donald Trump a recedere dal TPP che era stato firmato. Alla fine, la strategia del "doppio gancio" elaborata della Amministrazione Obama non era andata a buon fine: Trump riteneva che ogni accordo commerciale era dannoso per gli Usa, e che la strada maestra per addrizzare i conti con l'estero fossero i dazi.
La Gran Bretagna cercò dunque di approfittare di questa situazione di freddezza tra Washinton e Pechino per candidarsi alla partnership strategica: la City è da secoli la piazza finanziaria che raccoglie capitali da tutto il mondo per reinvestirli dappertutto. E nessuno come la Banca d'Inghilterra ha una storia così lunga ed una esperienza così profonda nella gestione di una moneta internazionale come lo fu la Sterlina, per oltre un secolo il caposaldo del sistema mondiale. Nessuno poteva assistere meglio Pechino nella trasformazione dello yuan in una moneta pienamente convertibile sul piano internazionale.
La Borsa di Londra, al contrario, non è minimamente paragonabile a quella di Wall Street, che raccoglie una immensa liquidità internazionale che si riversa sui diversi listini. Le stesse aziende cinesi hanno per lungo tempo ambito alla doppia quotazione, proprio per approfittare del fiume inesauribile di capitali che gira a New York.
Mentre già si delineava la Brexit, con il referendum tenutosi nel 2016, occorreva trovare un nuovo ruolo internazionale alla Gran Bretagna: usare la City come ponte finanziario della Cina verso il resto del mondo.
Da allora tutto è cambiato: gli Usa ritengono che la Cina sia un competitor geopolitico troppo pericoloso.
Dopo i dazi imposti dalla Amministrazione Trump, sono iniziati i divieti di esportazione di materiale strategico, di utilizzo di apparati di telecomunicazioni cinesi, di collaborazione nella produzione di chip avanzati. Parallelamente, è stata avviata una collaborazione militare nell'area del Pacifico, denominata AUKUS, che coalizza l'Australia, il Regno Unito e gli Stati Uniti.
La più recente questione di Taiwan non è che l'ultimo anello di una serie di iniziative volte a raffreddare la cooperazione statunitense con la Cina cui la Gran Bretagna si è andata immediatamente allineando come dimostrano le recentissime affermazioni del neo Premier britannico Rishi Sunak che ha annunciato la chiusura dei trenta "Istituti Confucio" presenti in Inghilterra, considerandoli come uno strumento per infiltrarsi nel mondo della cultura. Anche per l'Inghilterra, dunque, la Cina è diventata un pericoloso competitor.
Pechino, a questo punto, deve fare da sola: ad ottobre, il delisting di alcuni colossi cinesi sia da Wall Street che da Londra è stato un segnale significativo.
D'altra parte, sono ormai diversi mesi che la Cina ha smesso di reinvestire in titoli del Tesoro americano: le detenzioni si riducono a mano a mano che arrivano alle scadenze. Ha quindi la disponibilità liquida delle esportazioni in dollari, che può essere utilizzata per evitare un apprezzamento del dollaro sullo Yuan.
Ma, in prospettiva, Pechino deve accelerare la sua strategia di autonomia sia rispetto a Wall Street che nei confronti della City. Il brusco atteggiamento tenuto nei confronti della Banca centrale russa, con il congelamento delle riserve giacenti presso le corrispondenti, ha raffreddato ogni prospettiva di cooperazione.
Le iniziative cinesi volte ad usare le monete nazionali nel commercio con l'estero, usando i rubli e le rupie insieme allo yuan, sono un ulteriore passaggio verso un sistema meno dipendente dal dollaro.
Spetterà ora a Shanghai, che è già sede della Borsa, diventare anche il principale polo di intermediazione dei capitali internazionali verso la Cina e quelli della Cina stessa verso il resto del mondo, lasciando ad Hong Kong il suo ruolo storico di piazza legata ai traffici off-shore.
Non sarà più Londra a traghettare lo yuan verso i mercati globali.
Fonte
24/08/2015
Crollano le piazze asiatiche. E' di nuovo crisi globale
Non ha retto la prima diga alzata dalla Banca centrale cinese contro l'esplosione della bolla speculativa cresciuta nelle piazze finanziarie del paese nel corso dell'ultimo anno e mezzo. E la centralità ormai assunta dall'economia di Pechino nel sistema globale, e soprattutto su quello asiatico, trascina con sé tutto il continente.
Shanghai crolla dell'8,19% e l’indice di Shenzhen lo imita prontamente, perdendo il 7,02%. Neanche la libertà concessa dallo State Council ai fondi pensione statali – acquistare titoli azionari era fin qui proibito – ha frenato la caduta. Di fatto, le piazze cinesi hanno a questo punto azzerato i guadagni realizzati nell'ultimo, folle, anno. Sembra a questo punto più che evidente come vaste quote di capitali stiano lasciando il sistema cinese, convinte che non sia più tempo per guadagni mostruosi come quelli degli ultimi venti anni.
L’Hang Seng di Hong Kong – piazza più internazionale, quindi tradizionalmente meno sensibile alle pressioni speculative interne – è questa volta crollata del 4,2%.
Istantanee come le contrattazioni informatiche le conseguenze per le altre borse del continente. Taiwan si allinea alle dinamiche dell'ex “madrepatria” perdendo il 7,4%, così come Tokyo (-4,5%).
Ma sarebbe sbagliato credere che si tratti di una tempesta soltanto asiatica. Venerdì a New York l'indice Dow Jones aveva perso il 3,12%, mentre l'indice tecnologico Nasdaq era crollato del 4,28. E lo stesso avevano fatto ovviamente le piazze europee, con perdite medie intorno al 3%.
Il prezzo del petrolio, di conseguenza, è caduto ancora oltre i minimi degli ultimi mesi. La qualità Wti (West Texas Intermediate) è caduta sotto la soglia dei 40 dollari al barile (39,85), dopo aver toccato il minimo a 39,71, il livello più basso da marzo 2009. Il Brent è sceso invece a 45,02 dollari al barile, come non avveniva da 6 anni; ovvero poco dopo l'esplosione della crisi finanziaria globale che ancora non si è affatto chiusa.
Sui mercati pesano non soltanto le preoccupazioni per la tenuta della crescita cinese – nell'ultimo decennio l'unico fattore di “tranquillità” in una tendenza negativa globale – ma anche, e forse soprattutto, quelle per le mosse della Federal Reserve statunitense, che aveva di fatto annunciato un rialzo dei tassi di interesse dopo quasi sei anni a quota zero. Non ultima, però, c'è anche la crisi greca. Le dimissioni di Tsipras e le elezioni da indire per la fine di settembre, anche se si tratta di mosse sotto controllo da parte dell'Unione Europea, mettono infatti in qualche misura a rischio la stabilità del paese (i risultati non sono affatto scontati), ingigantendo i dubbi già stratosferici sull'efficacia del cosiddetto “terzo piano di salvataggio”.
Non lo dite subito a Renzi, né ai 200 finanziari o imprenditori che hanno usato il Corriere per ribadire il loro apprezzamento per il loro uomo a palazzo Chigi. Non c'è da cavalcare una mini-ripresa, ma la tempesta del secolo.
Fonte
Shanghai crolla dell'8,19% e l’indice di Shenzhen lo imita prontamente, perdendo il 7,02%. Neanche la libertà concessa dallo State Council ai fondi pensione statali – acquistare titoli azionari era fin qui proibito – ha frenato la caduta. Di fatto, le piazze cinesi hanno a questo punto azzerato i guadagni realizzati nell'ultimo, folle, anno. Sembra a questo punto più che evidente come vaste quote di capitali stiano lasciando il sistema cinese, convinte che non sia più tempo per guadagni mostruosi come quelli degli ultimi venti anni.
L’Hang Seng di Hong Kong – piazza più internazionale, quindi tradizionalmente meno sensibile alle pressioni speculative interne – è questa volta crollata del 4,2%.
Istantanee come le contrattazioni informatiche le conseguenze per le altre borse del continente. Taiwan si allinea alle dinamiche dell'ex “madrepatria” perdendo il 7,4%, così come Tokyo (-4,5%).
Ma sarebbe sbagliato credere che si tratti di una tempesta soltanto asiatica. Venerdì a New York l'indice Dow Jones aveva perso il 3,12%, mentre l'indice tecnologico Nasdaq era crollato del 4,28. E lo stesso avevano fatto ovviamente le piazze europee, con perdite medie intorno al 3%.
Il prezzo del petrolio, di conseguenza, è caduto ancora oltre i minimi degli ultimi mesi. La qualità Wti (West Texas Intermediate) è caduta sotto la soglia dei 40 dollari al barile (39,85), dopo aver toccato il minimo a 39,71, il livello più basso da marzo 2009. Il Brent è sceso invece a 45,02 dollari al barile, come non avveniva da 6 anni; ovvero poco dopo l'esplosione della crisi finanziaria globale che ancora non si è affatto chiusa.
Sui mercati pesano non soltanto le preoccupazioni per la tenuta della crescita cinese – nell'ultimo decennio l'unico fattore di “tranquillità” in una tendenza negativa globale – ma anche, e forse soprattutto, quelle per le mosse della Federal Reserve statunitense, che aveva di fatto annunciato un rialzo dei tassi di interesse dopo quasi sei anni a quota zero. Non ultima, però, c'è anche la crisi greca. Le dimissioni di Tsipras e le elezioni da indire per la fine di settembre, anche se si tratta di mosse sotto controllo da parte dell'Unione Europea, mettono infatti in qualche misura a rischio la stabilità del paese (i risultati non sono affatto scontati), ingigantendo i dubbi già stratosferici sull'efficacia del cosiddetto “terzo piano di salvataggio”.
Non lo dite subito a Renzi, né ai 200 finanziari o imprenditori che hanno usato il Corriere per ribadire il loro apprezzamento per il loro uomo a palazzo Chigi. Non c'è da cavalcare una mini-ripresa, ma la tempesta del secolo.
Fonte
19/08/2015
Le borse cinesi fanno ballare il mondo
Borsa in caduta libera e moneta che si svaluta ben al di là delle intenzioni ribassiste della Banca centrale. Che succede alla Cina?
Anche stamattina la borsa di Shanghai ha aperto perdendo quasi il 5%, dopo che già il giorno prima aveva lasciato sul terreno il 6%. Stesse prestazioni per l'altra piazza finanziaria interna, quella di Shenzen, mentre quella internazionale – Hong Kong – perde appena lo 0,89%. Poi le perdite si sono ridotte anche nelle prime due, intorno al 2%, grazie agli interventi della Banca centrale che ha assicurato sostegno all'economia nella misura che sarà necessaria.
La differenza nelle prestazioni tra le varie piazze finanziarie fornisce già una parte della spiegazione. Shangai e Shenzen sono borse quasi soltanto nazionali, in cui gli investitori sono quasi soltanto cinesi. E nel corso dell'ultimo anno e mezzo anche nel Celeste Impero si era diffusa a livello di massa la tentazione di fare i soldi con i soldi, investendo in borsa anche i pochi risparmi. L'aumento degli indici di quasi il 150% in questo breve periodo era già il segnale di una bolla finanziaria destinata ad esplodere.
Ma l'andamento di Hong Kong spiega anche che questa prevista esplosione non riguarda più di tanto i legami con i mercati internazionali; insomma, che è destinata ad aver conseguenze quasi soltanto nazionali, soprattutto con la classica “tosatura” del cosiddetto “parco buoi” (i cittadini che abboccano alle offerte di investimento quando i prezzi sono già troppo alti, allettati da rendimenti destinati a scomparire prestissimo, restando alla fine col cerino in mano e i risparmi bruciati). Quel -30% in tre settimane pesa soprattutto su di loro.
Ma anche la moneta non sta andando bene affatto, o perlomeno non nella misura voluta dalla autorità cinesi. Questa mattina la Banca centrale ha segnato il fixing (il “punto medio” rispetto al quale è consentita un'oscillazione massima del 2%) dello yuan a 6,3963 contro il dollaro, poco sopra il valore del giorno prima. Ma l'oscillazione è stata invece tutta verso il basso, fino a superare di poco il 6,4. Segno che una quota rilevante di capitali stranieri sta lasciando il paese, convinta di non poter ripetere qui le “prestazioni” raggiunte negli ultimi 25 anni.
In parte era anche l'obiettivo delle autorità statali, che hanno voluto giocare di anticipo rispetto al ciclo atteso (vedi qui), ma la misura in cui sta avvenendo supera probabilmente le attese.
Questa dinamica che indebolisce la “locomotiva manifatturiera” del mondo trascina con sé anche i prezzi delle materie prime, e quindi le entrate finanziarie dei paesi produttori. A cominciare ovviamente dal petrolio, col Brent sceso ancora (48,12 dollari al barile), mentre soltanto l'oro segna un modesto rialzo, come avviene di solito quando sui mercati tira aria di tempesta.
E se tempesta vera ancora non è, certamente c'è diffidenza. Tokyo ha perso ancora l'1,6%, sia come conseguenza dell'andamento delle borse cinesi (il trascinamento negativo su tutte quelle asiatiche è stato piuttosto forte), sia – e forse soprattutto – per il manifesto esaurimento dell'Abenomics, la politica monetaria ultra espansiva voluta da Shinzo Abe per rivitalizzare l'economia del Sol Levante.
Fonte
Anche stamattina la borsa di Shanghai ha aperto perdendo quasi il 5%, dopo che già il giorno prima aveva lasciato sul terreno il 6%. Stesse prestazioni per l'altra piazza finanziaria interna, quella di Shenzen, mentre quella internazionale – Hong Kong – perde appena lo 0,89%. Poi le perdite si sono ridotte anche nelle prime due, intorno al 2%, grazie agli interventi della Banca centrale che ha assicurato sostegno all'economia nella misura che sarà necessaria.
La differenza nelle prestazioni tra le varie piazze finanziarie fornisce già una parte della spiegazione. Shangai e Shenzen sono borse quasi soltanto nazionali, in cui gli investitori sono quasi soltanto cinesi. E nel corso dell'ultimo anno e mezzo anche nel Celeste Impero si era diffusa a livello di massa la tentazione di fare i soldi con i soldi, investendo in borsa anche i pochi risparmi. L'aumento degli indici di quasi il 150% in questo breve periodo era già il segnale di una bolla finanziaria destinata ad esplodere.
Ma l'andamento di Hong Kong spiega anche che questa prevista esplosione non riguarda più di tanto i legami con i mercati internazionali; insomma, che è destinata ad aver conseguenze quasi soltanto nazionali, soprattutto con la classica “tosatura” del cosiddetto “parco buoi” (i cittadini che abboccano alle offerte di investimento quando i prezzi sono già troppo alti, allettati da rendimenti destinati a scomparire prestissimo, restando alla fine col cerino in mano e i risparmi bruciati). Quel -30% in tre settimane pesa soprattutto su di loro.
Ma anche la moneta non sta andando bene affatto, o perlomeno non nella misura voluta dalla autorità cinesi. Questa mattina la Banca centrale ha segnato il fixing (il “punto medio” rispetto al quale è consentita un'oscillazione massima del 2%) dello yuan a 6,3963 contro il dollaro, poco sopra il valore del giorno prima. Ma l'oscillazione è stata invece tutta verso il basso, fino a superare di poco il 6,4. Segno che una quota rilevante di capitali stranieri sta lasciando il paese, convinta di non poter ripetere qui le “prestazioni” raggiunte negli ultimi 25 anni.
In parte era anche l'obiettivo delle autorità statali, che hanno voluto giocare di anticipo rispetto al ciclo atteso (vedi qui), ma la misura in cui sta avvenendo supera probabilmente le attese.
Questa dinamica che indebolisce la “locomotiva manifatturiera” del mondo trascina con sé anche i prezzi delle materie prime, e quindi le entrate finanziarie dei paesi produttori. A cominciare ovviamente dal petrolio, col Brent sceso ancora (48,12 dollari al barile), mentre soltanto l'oro segna un modesto rialzo, come avviene di solito quando sui mercati tira aria di tempesta.
E se tempesta vera ancora non è, certamente c'è diffidenza. Tokyo ha perso ancora l'1,6%, sia come conseguenza dell'andamento delle borse cinesi (il trascinamento negativo su tutte quelle asiatiche è stato piuttosto forte), sia – e forse soprattutto – per il manifesto esaurimento dell'Abenomics, la politica monetaria ultra espansiva voluta da Shinzo Abe per rivitalizzare l'economia del Sol Levante.
Fonte
03/08/2015
Cina - Il caso Shanghai
Di Cina si è parlato molto durante quest'anno per le vicende di Hong Kong, della Banca Asiatica d'Investimenti, del ruolo dei Brics, della crisi del mercato borsistico di Shanghai.
In particolare sulla borsa di Shanghai abbiamo letto una ridda di articoli di commentatori che dimostrano ancora una volta di ignorare i fondamentali dell'economia cinese, i suoi caratteri socio-economici, ecc.
La prima domanda è che cosa ci fa una borsa in Cina? Quando venne istituita?
La borsa di Shanghai è stata istituita il 26 novembre del 1990 ed è entrata in funzione il 19 dicembre dello stesso anno.
Per statuto non ha come funzione la ricerca del profitto ma è un luogo strettamente regolamentato che ha come compito lo scambio dei titoli, l'ammissione delle società alla capitalizzazione ecc.
Quando fu istituita, serviva principalmente alla raccolta fondi per le aziende pubbliche, che in questo modo raccolsero le risorse necessarie alla loro ristrutturazione negli anni '90. L'ingresso di società private ne ha accresciuto il ruolo ma ha avuto come contropartita una maggiore volatilità degli indici.
All'epoca era ritenuto un metodo "moderno" e che la maggior parte dei paesi sviluppati possedevano. Era considerato un esempio di modernità ed un modo per raccogliere fondi da destinare alla crescita.
Nel gennaio-febbraio del 1992 un anziano Deng Xiaoping scriveva:
Certamente oggi la Borsa di Shanghai rappresenta più un problema che altro, e dunque è evidente che verranno studiati nuovi metodi per riprenderne in mano le redini.
Tuttavia l'impatto delle crisi borsistiche di Shanghai (la borsa di Shenzhen non ha registrato fluttuazioni così forti) sull'economia reale non va sovrastimata.
La differenza fondamentale tra il mercato borsistico cinese rispetto ai mercati occidentali è la scarsa finanziarizzazione dell'economia cinese, il che riduce fortemente le possibili ricadute sull'economia reale delle forti fluttuazioni come quelle osservate negli ultimi mesi.
I titoli del debito pubblico non risentono direttamente delle fluttuazioni del mercato azionario, e dunque un crollo del mercato borsistico non pregiudica le politiche pubbliche.
Shanghai è inoltre un mercato giovane, un mercato fortemente limitato, "di facciata", diremmo. Peculiari meccanismi di vendita/acquisto automatico delle azioni hanno favorito le forti fluttuazioni. Società di intermediazione che consentivano l'acquisto delle azioni "a prestito", ecc. (il cosiddetto "margin trading") e tutta una serie di caratteristiche tecniche della piazza di Shanghai che sono alla base della forte erraticità del mercato, stanno per essere riviste.
Ma al di là di questo, una borsa cresciuta in poco tempo del 150% e crollata "solo" del 30%, questo è ciò che dovrebbe far riflettere ed essere considerato, in termini borsistici, il vero miracolo. Il crollo era dunque abbastanza prevedibile dopo l'iniziale euforia, e stupisce più che altro lo stupore.
Sul mercato di Shanghai non possono investire tutti indiscriminatamente, cinesi e non, e vi sono delle forti limitazioni, e differenti tipologie di azioni, A e B. Questo fa sì che il mercato cinese, Hong Kong escluso, non possa divenire un rifugio per la speculazione internazionale. E anche questo è un fatto da considerare.
Tuttavia può esserlo, e la crisi lo ha evidenziato, per la speculazione domestica, e questo avviene in ogni caso non appena le regole lo consentono.
Il governo è dunque intervenuto in due fasi: con la prima, ha ordinato alle aziende statali di non vendere azioni e ha istituito un fondo da 14 miliardi di dollari per tamponare le perdite.
Tuttavia questo tipo di intervento non ha evitato ulteriori crolli.
A questo punto è iniziata la fase due: il cambiamento delle regole di fondo sui meccanismi di vendita automatica, con le inchieste sul ruolo delle società di intermediazione, sul trasferimento a loro del rischio, ecc. per prevenire in futuro oscillazioni così forti.
E' evidente anche ai non esperti che un mercato che non decide da sé le sue regole, ma sottoposto ad una commissione governativa di controllo, in un universo "chiuso", il cambiamento delle regole e la riduzione delle possibilità di speculazione avranno alla lunga effetti stabilizzanti. Il Mercato non può alla lunga vincere contro lo Stato, nonostante in Occidente si pensi spesso il contrario. Non contro lo Stato cinese, almeno...
Con il rallentamento della crescita, da anni ricercato dal governo, molti hanno cercato rifugio nella speculazione finanziaria. Il risultato è che questi, in gran parte grandi patrimoni, sono stati delusi.
Il fatto che una buona fetta di milionari cinesi si stia trasferendo all'estero, ufficialmente per sfuggire ad inquinamento, garantire migliori livelli di istruzione ai figli, e per timori legati alla sicurezza dei cibi è un altro fenomeno da considerare.
Gli scandali legati alla contraffazione del cibo non hanno dimensioni di massa da instillare una tale paura, e le università cinesi garantiscono notoriamente ottimi livelli di istruzione.
Lo stesso problema dell'inquinamento dell'aria è localizzato alle grandi città e non colpisce allo stesso modo le province, dove si respira aria pulita.
Nel complesso il fenomeno della "fuga dei ricchi" non può che essere considerato un fatto positivo. Vuol dire che non trovano in Cina le condizioni, non solo ambientali, ma di "sistema", per essere accolti e portare avanti il proprio stile di vita. Questo ridurrà ulteriormente il loro ruolo in Cina, già scarso e frustrato dallo strapotere del Partito.
Il famoso ingresso dei milionari nel Partito si è rivelata poco più che una macchietta.
La crisi cinese di cui ancora sognano certi commentatori nostrani commentando l'attuale caso del tracollo borsistico non si avrà né tra vent'anni, né prima, ma probabilmente neanche dopo.
Il carattere autocritico delle riflessioni ufficiali dei dirigenti cinesi sulle difficoltà interne del sistema cinese va interpretato correttamente nell'ambito del confronto strategico con l'Occidente, e non va preso per buono tout-court come argomento rafforzativo della teoria dell'imminente crisi del sistema cinese.
Quello cinese è, nonostante le contraddizioni, un sistema vincente, economicamente e socialmente, e il fatto che si continui a pronosticare sulla sua crisi, significa che non se ne sono compresi a fondo i lineamenti base, i fondamentali.
Nel terzo mondo non vi è modello di crescita che garantisca altrettanto bene il recupero del gap con l'Occidente. Può essere e sarà perfezionato, ma i suoi fondamenti sono solidi.
Il tema è semmai quando e come questo tipo di modello si diffonderà.
Fonte
In particolare sulla borsa di Shanghai abbiamo letto una ridda di articoli di commentatori che dimostrano ancora una volta di ignorare i fondamentali dell'economia cinese, i suoi caratteri socio-economici, ecc.
La prima domanda è che cosa ci fa una borsa in Cina? Quando venne istituita?
La borsa di Shanghai è stata istituita il 26 novembre del 1990 ed è entrata in funzione il 19 dicembre dello stesso anno.
Per statuto non ha come funzione la ricerca del profitto ma è un luogo strettamente regolamentato che ha come compito lo scambio dei titoli, l'ammissione delle società alla capitalizzazione ecc.
Quando fu istituita, serviva principalmente alla raccolta fondi per le aziende pubbliche, che in questo modo raccolsero le risorse necessarie alla loro ristrutturazione negli anni '90. L'ingresso di società private ne ha accresciuto il ruolo ma ha avuto come contropartita una maggiore volatilità degli indici.
All'epoca era ritenuto un metodo "moderno" e che la maggior parte dei paesi sviluppati possedevano. Era considerato un esempio di modernità ed un modo per raccogliere fondi da destinare alla crescita.
Nel gennaio-febbraio del 1992 un anziano Deng Xiaoping scriveva:
"la finanza e il mercato azionario sono cose buone o cattive? Comportano dei pericoli? Sono qualcosa di intrinseco al capitalismo? Il socialismo può farne uso? Consentiamo alle persone di rimanere del loro giudizio, ma noi dobbiamo sperimentare queste cose. Se, dopo uno o due anni di sperimentazione, si rivelano pratiche fattibili, possiamo espanderle. Altrimenti, possiamo porvi uno stop e farla finita una volta per tutte. Possiamo porvi fine tutto in una volta o gradualmente, totalmente o parzialmente. Cosa c'è d'aver paura? Finché manterremo questo atteggiamento, andrà tutto bene, e non faremo nessun macroscopico errore. In breve, se noi vogliamo che il socialismo raggiunga la superiorità sul capitalismo, non dovremmo esitare ad apprendere dai risultati raggiunti dalle altre culture, inclusi i paesi capitalisti sviluppati, tutti i metodi avanzati d'operazione e i metodi di management che riflettono le leggi che governano la moderna produzione socializzata".Cioè a quell'epoca, come dicevo, la borsa era considerata un elemento di modernità, un elemento che rifletteva "la moderna produzione socializzata". Da allora, è rimasta là, e crisi dopo crisi la legislazione si è affinata. Anche adesso, nella crisi attuale, verranno studiati dei metodi per ridurre la volatilità del mercato. Chiuderla sarebbe stato peggio, nonostante il ruolo limitato della borsa fino agli anni più recenti.
Certamente oggi la Borsa di Shanghai rappresenta più un problema che altro, e dunque è evidente che verranno studiati nuovi metodi per riprenderne in mano le redini.
Tuttavia l'impatto delle crisi borsistiche di Shanghai (la borsa di Shenzhen non ha registrato fluttuazioni così forti) sull'economia reale non va sovrastimata.
La differenza fondamentale tra il mercato borsistico cinese rispetto ai mercati occidentali è la scarsa finanziarizzazione dell'economia cinese, il che riduce fortemente le possibili ricadute sull'economia reale delle forti fluttuazioni come quelle osservate negli ultimi mesi.
I titoli del debito pubblico non risentono direttamente delle fluttuazioni del mercato azionario, e dunque un crollo del mercato borsistico non pregiudica le politiche pubbliche.
Shanghai è inoltre un mercato giovane, un mercato fortemente limitato, "di facciata", diremmo. Peculiari meccanismi di vendita/acquisto automatico delle azioni hanno favorito le forti fluttuazioni. Società di intermediazione che consentivano l'acquisto delle azioni "a prestito", ecc. (il cosiddetto "margin trading") e tutta una serie di caratteristiche tecniche della piazza di Shanghai che sono alla base della forte erraticità del mercato, stanno per essere riviste.
Ma al di là di questo, una borsa cresciuta in poco tempo del 150% e crollata "solo" del 30%, questo è ciò che dovrebbe far riflettere ed essere considerato, in termini borsistici, il vero miracolo. Il crollo era dunque abbastanza prevedibile dopo l'iniziale euforia, e stupisce più che altro lo stupore.
Sul mercato di Shanghai non possono investire tutti indiscriminatamente, cinesi e non, e vi sono delle forti limitazioni, e differenti tipologie di azioni, A e B. Questo fa sì che il mercato cinese, Hong Kong escluso, non possa divenire un rifugio per la speculazione internazionale. E anche questo è un fatto da considerare.
Tuttavia può esserlo, e la crisi lo ha evidenziato, per la speculazione domestica, e questo avviene in ogni caso non appena le regole lo consentono.
Il governo è dunque intervenuto in due fasi: con la prima, ha ordinato alle aziende statali di non vendere azioni e ha istituito un fondo da 14 miliardi di dollari per tamponare le perdite.
Tuttavia questo tipo di intervento non ha evitato ulteriori crolli.
A questo punto è iniziata la fase due: il cambiamento delle regole di fondo sui meccanismi di vendita automatica, con le inchieste sul ruolo delle società di intermediazione, sul trasferimento a loro del rischio, ecc. per prevenire in futuro oscillazioni così forti.
E' evidente anche ai non esperti che un mercato che non decide da sé le sue regole, ma sottoposto ad una commissione governativa di controllo, in un universo "chiuso", il cambiamento delle regole e la riduzione delle possibilità di speculazione avranno alla lunga effetti stabilizzanti. Il Mercato non può alla lunga vincere contro lo Stato, nonostante in Occidente si pensi spesso il contrario. Non contro lo Stato cinese, almeno...
Con il rallentamento della crescita, da anni ricercato dal governo, molti hanno cercato rifugio nella speculazione finanziaria. Il risultato è che questi, in gran parte grandi patrimoni, sono stati delusi.
Il fatto che una buona fetta di milionari cinesi si stia trasferendo all'estero, ufficialmente per sfuggire ad inquinamento, garantire migliori livelli di istruzione ai figli, e per timori legati alla sicurezza dei cibi è un altro fenomeno da considerare.
Gli scandali legati alla contraffazione del cibo non hanno dimensioni di massa da instillare una tale paura, e le università cinesi garantiscono notoriamente ottimi livelli di istruzione.
Lo stesso problema dell'inquinamento dell'aria è localizzato alle grandi città e non colpisce allo stesso modo le province, dove si respira aria pulita.
Nel complesso il fenomeno della "fuga dei ricchi" non può che essere considerato un fatto positivo. Vuol dire che non trovano in Cina le condizioni, non solo ambientali, ma di "sistema", per essere accolti e portare avanti il proprio stile di vita. Questo ridurrà ulteriormente il loro ruolo in Cina, già scarso e frustrato dallo strapotere del Partito.
Il famoso ingresso dei milionari nel Partito si è rivelata poco più che una macchietta.
La crisi cinese di cui ancora sognano certi commentatori nostrani commentando l'attuale caso del tracollo borsistico non si avrà né tra vent'anni, né prima, ma probabilmente neanche dopo.
Il carattere autocritico delle riflessioni ufficiali dei dirigenti cinesi sulle difficoltà interne del sistema cinese va interpretato correttamente nell'ambito del confronto strategico con l'Occidente, e non va preso per buono tout-court come argomento rafforzativo della teoria dell'imminente crisi del sistema cinese.
Quello cinese è, nonostante le contraddizioni, un sistema vincente, economicamente e socialmente, e il fatto che si continui a pronosticare sulla sua crisi, significa che non se ne sono compresi a fondo i lineamenti base, i fondamentali.
Nel terzo mondo non vi è modello di crescita che garantisca altrettanto bene il recupero del gap con l'Occidente. Può essere e sarà perfezionato, ma i suoi fondamenti sono solidi.
Il tema è semmai quando e come questo tipo di modello si diffonderà.
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