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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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05/05/2026

La Sumud Flotilla sotto sorveglianza pre-attacco

Riceviamo e ovviamente pubblichiamo.

Le forze israeliane stanno provando ad intercettare le imbarcazioni della Freedom Flotilla Coalition al largo della Grecia; aerei e droni statunitensi Lockheed Martin sorvolano le navi FFC.

La Global Sumud Flotilla segnala di essere sotto sorveglianza e l’avvicinamento di navi non identificate; crescono i timori di torture e rapimenti illegali dopo il trattamento riservato ai partecipanti GSF.

4 maggio 2026, MAR MEDITERRANEO — La Global Sumud Flotilla (GSF) ha ricevuto preoccupanti messaggi dalla missione che confermano che la flotta della Freedom Flotilla Coalition (FFC), attualmente al largo della Grecia per unirsi alla GSF in una missione congiunta verso Gaza, è sottoposta a sorveglianza militare attiva e intimidazioni.

Cronologia dell’escalation:

– 19:27 (orario palestinese): quattro imbarcazioni FFC segnalano un elicottero militare che sorvola la loro posizione.

– 21:53 (orario palestinese): i partecipanti riferiscono la presenza di tre droni e di una nave non identificata in lontananza, con le luci di navigazione volutamente spente.

– Sorveglianza tattica: i dati di Marine Traffic confermano che un aereo statunitense Lockheed Martin ha sorvolato direttamente la flotta poco prima dell’ultima escalation.

– Stato attuale: i partecipanti segnalano ora imbarcazioni non identificate e luci bianche che si avvicinano alla flotta FFC da poppa.

Richieste urgenti di responsabilità

La Global Sumud Flotilla esprime grave preoccupazione per l’incolumità fisica di tutti i partecipanti. Alla luce delle prove di torture e abusi subiti da volontari GSF — inclusi maltrattamenti, minacce di morte e privazione sensoriale attualmente inflitti agli attivisti Saif Abukeshek e Thiago Ávila sotto custodia israeliana — cresce il timore che queste manovre tattiche rappresentino il preludio a ulteriori rapimenti illegali.

– Messaggio GSF al governo greco: il vostro mancato intervento per garantire la sicurezza di imbarcazioni civili umanitarie nelle vostre acque costituisce una violazione del diritto del mare e un atto di complicità. Chiediamo un intervento immediato per proteggerle da interferenze militari straniere.

– Alla comunità internazionale: chiediamo garanzie di sicurezza per tutto l’equipaggio. La presenza di aerei militari di produzione statunitense e di navi non identificate “sospetto” suggerisce uno sforzo coordinato per reprimere una missione umanitaria pacifica attraverso paura e forza.

– Prevenzione della tortura: ricordiamo a tutte le parti coinvolte che la detenzione arbitraria e i maltrattamenti di civili — inclusi pestaggi, bendature e isolamento — costituiscono crimini di guerra secondo il diritto internazionale.

– Responsabilità: il regime israeliano e le nazioni coinvolte devono essere ritenuti responsabili di questi recenti crimini di guerra, così come del genocidio in corso a Gaza e della pulizia etnica in Cisgiordania.

Questo attacco coordinato contro la Freedom Flotilla Coalition e la Global Sumud Flotilla rappresenta un tentativo disperato dell’occupazione israeliana di mantenere il proprio blocco illegale e genocida su Gaza. Il mondo non può restare a guardare mentre imbarcazioni civili vengono inseguite in acque internazionali e regionali da elicotteri e droni, in violazione continua del diritto internazionale e umanitario.

Invitiamo l’opinione pubblica a mobilitarsi e a chiedere ai propri governi di intervenire per fermare questa forma di pirateria e garantire il passaggio sicuro degli aiuti e dei difensori dei diritti umani.

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10/02/2026

Lo sciopero dei portuali colpisce diversi scali europei

Le prime conseguenze dello sciopero internazionale dei portuali del 6 febbraio 2026 si misurano già in mare. La portacontainer Zim Virginia è rimasta ferma al largo delle coste di Livorno senza poter attraccare a causa dell’adesione allo sciopero dei lavoratori portuali aderenti all’Unione Sindacale di Base. Situazione analoga per la Zim New Zealand, attesa in mattinata nel porto di Genova, e per la Zim Australia, che avrebbe dovuto scalare Venezia nella giornata odierna e Ravenna il giorno successivo. Anche la Msc Eagle III, diretta in Israele, ha rinviato l’arrivo previsto ieri a Ravenna e oggi a Venezia, modificando la propria rotazione.

Si tratta degli effetti immediati dello sciopero internazionale coordinato che ha coinvolto i portuali di numerosi Paesi contro il traffico di armamenti, la privatizzazione delle banchine e la progressiva militarizzazione degli scali civili. La mobilitazione, inizialmente annunciata in 21 porti del Mediterraneo e del Nord Europa, si è estesa ad altri scali e ha ricevuto manifestazioni di solidarietà anche fuori del continente europeo, secondo quanto emerge dalle comunicazioni sindacali e dalle analisi di settore diffuse nella giornata del 6 febbraio.

In Italia lo sciopero di 24 ore ha interessato l’intera filiera portuale. A Genova il blocco si è concentrato nell’area del varco di San Benigno, punto di accesso cruciale per i terminal container e ro-ro. Il porto ligure ha registrato una paralisi che ha inciso sulla continuità dei flussi ferroviari e stradali verso il Nord Italia e i mercati del Nord Europa. La presenza in rada di navi costrette a rinviare l’attracco ha aggravato una situazione già complessa per la concomitanza di cantieri infrastrutturali e per l’elevata saturazione dei piazzali nei porti limitrofi del sistema ligure, come La Spezia e Vado Gateway.

Alla Spezia l’elevata densità dei piazzali, stimata intorno al 78%, ha ridotto ulteriormente i margini di gestione dei traffici residui, rendendo difficoltoso il riassorbimento dei ritardi accumulati durante il fermo. Anche Vado Gateway di Savona, già interessato da agitazioni nei mesi precedenti, ha risentito dell’interruzione delle operazioni, con effetti sui servizi di trasbordo e sulle coincidenze feeder.

Sul versante adriatico, Trieste ha visto la protesta concentrarsi presso la sede dell’Autorità di Sistema Portuale. Il fermo delle attività ha avuto un impatto diretto sui corridoi ferroviari verso Austria e Germania, già rallentati da condizioni meteorologiche avverse. I ritardi maturati nello scalo giuliano si sono riflessi sull’intera catena intermodale dell’Adriatico orientale, penalizzando in particolare i traffici industriali diretti verso l’Europa centrale.

A Venezia e Ravenna lo sciopero ha prodotto effetti visibili soprattutto nella riprogrammazione degli arrivi navali. Il rinvio delle toccate da parte di unità come la Msc Eagle III e la Zim Australia ha generato un disallineamento delle finestre operative, con ripercussioni sulle banchine dedicate alle merci varie e sui traffici industriali. A Ravenna il fermo ha inciso anche sulla logistica di fertilizzanti e cereali, comparti sensibili ai ritardi per la rigidità delle catene di approvvigionamento.

Sul Tirreno, Livorno ha registrato uno dei casi più evidenti di nave bloccata in rada, con la Zim Virginia impossibilitata ad attraccare. Lo scalo toscano, specializzato nella movimentazione automotive e forestale, ha subito un rallentamento delle operazioni che ha coinvolto direttamente le catene di distribuzione dei veicoli finiti e dei prodotti destinati all’export. A Civitavecchia, invece, l’adesione allo sciopero ha creato criticità nei collegamenti ro-pax con la Sardegna, con ritardi nelle operazioni di imbarco e congestione nelle aree esterne al porto.

Nel Mezzogiorno lo sciopero ha colpito anche Gioia Tauro. In un porto caratterizzato da tempi di rotazione molto serrati, l’interruzione delle operazioni di scarico e ricarico per 24 ore ha generato un accumulo di navi in attesa che richiederà diversi giorni per essere smaltito. Mobilitazioni e rallentamenti si sono registrati anche a Salerno, Bari, Cagliari e Palermo, con effetti sulle filiere agroalimentari, sui traffici verso i Balcani e sulla movimentazione delle merci varie.

La dimensione internazionale della protesta ha ampliato l’impatto logistico oltre i confini nazionali. In Grecia il porto del Pireo è rimasto sostanzialmente fermo per l’intera giornata, bloccando uno dei principali terminal container europei in una fase già segnata da congestione e saturazione dei piazzali. Nei Paesi Baschi spagnoli le azioni nei porti di Bilbao e Pasaia hanno interrotto flussi verso il Nord Atlantico, mentre in Turchia i rallentamenti a Mersin e Antalya hanno inciso sulle esportazioni agricole e tessili. Anche scali come Tanger Med, Amburgo e Brema hanno risentito della giornata di mobilitazione, inserendosi in un quadro già critico per il maltempo invernale e per i picchi stagionali di traffico.

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12/12/2025

La Repubblica in vendita, la Stampa a rischio chiusura

John Elkann, il boss del gruppo finanziario Exxor, ha deciso di chiudere il quotidiano La Stampa e di vendere Repubblica e gli altri media del gruppo Gedi (Huffington Post, le radio Deejay, Capital, La Sentinella del Canavese) entro gennaio 2026 . I vertici di Gedi lo hanno comunicato ai giornalisti de La Repubblica e confermato anche al comitato di redazione de La Stampa.

Da quanto trapela, l’operazione coinvolge principalmente La Repubblica, le radio e le attività digitali, con un’offerta intorno ai 140 milioni di euro avanzata dal gruppo greco-saudita Antenna.

La società Antenna è dell’armatore greco Kyriakou ma è partecipata al 30% dal fondo Pif del principe saudita Mohammad bin Salman, ed ha fatto sapere di non essere interessata all’acquisizione de La Stampa.

Il futuro dello storico quotidiano di Torino (da sempre proprietà della Fiat prima e della Exor poi), definito dagli operai torinesi con il soprannome emblematico e di certo non lusinghiero di La Busiarda, resta dunque incerto e il rischio di chiusura sembra materializzarsi concretamente.

Per l’acquisizione del gruppo editoriale Gedi si era fatto avanti anche Leonardo Del Vecchio, attuale padrone e figlio del fondatore di Luxottica, il quale aveva presentato un’offerta da circa 140 milioni di euro tramite la sua società Lmdv per contendere all’imprenditore greco le attività editoriali e le radio del gruppo editoriale. Ma l’Exor di Elkann, azionista di controllo del gruppo Gedi, ha deciso di continuare il negoziato con Antenna formalizzando una nuova fase di esclusiva per definire i dettagli dell’operazione.

Ieri 11 dicembre, La Stampa non era in edicola, mentre oggi venerdì 12 dicembre, Repubblica, altra testata del gruppo, sarà in sciopero. Il sito non sarà aggiornato dalle 7 del 12 dicembre alle 7 di sabato 13.

I vertici del gruppo Gedi e i Comitati di Redazione de La Stampa e de la Repubblica sono stati convocati dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’informazione e all’editoria Alberto Barachini.

Colpisce il maligno commento del Presidente del Senato Larussa, il quale rispondendo alla domanda di un giornalista su questa vicenda ha detto: “I giornali di sinistra non è che mancano eh, non è che sentiamo questo bisogno disperato di avere per forza giornali di sinistra, però noi dobbiamo rimanere neutrali, abbiamo il dovere di aiutare i giornalisti, le maestranze a non perdere il posto di lavoro, ma sulla natura dei giornali, non tocca al governo”.

Certo sentire affermare che La Stampa e la Repubblica sono giornali “di sinistra” ci provoca un certo effetto, ma per i caterpillar della destra al governo è tutto di sinistra tranne quelli che hanno il busto di Mussolini sul comò di casa.

Solo due settimane fa il quotidiano La Stampa era diventato oggetto di grandi attestati di solidarietà e alte grida di stigmatizzazione per l’incursione di un corteo di studenti nella redazione. Il quotidiano, come noto, non gode di buona fama nei movimenti sociali torinesi né tra le reti solidali con la Palestina. Per giorni questo fatto era stato il tema del giorno e il tormentone discriminante di ogni commento o ragionamento (cosa pensa della incursione alla Stampa? È stata la domanda d’obbligo a presupposto di qualsiasi altra).

Ma mentre tutti si concentravano sul dito – la contestazione degli studenti – la Luna si apprestava a precipitare sulla redazione del giornale con le fattezze di un elefante nella stanza. Le serie minacce alle libertà vengono sempre dall’alto, non dal basso. Da questo possono venire le critiche o “i moniti”, per quanto ruvidi possano essere, dall’alto vengono gli ordini.

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03/11/2025

L’Italia di Meloni: salari da fame, redditi in calo

Stando ai dati pubblicati di recente dall’Eurostat, il reddito lordo reale pro capite delle famiglie italiane nel 2024 rimane ancora inferiore rispetto ai livelli del 2008. Fatto 100 il numero indice per il 2008, lo scorso anno le famiglie del Belpaese hanno visto il proprio reddito reale attestarsi al 95,97%.

Il fallimento della nostra classe dirigente, e insieme ad esso l’evidente propaganda di imprenditori che piangono miseria ogni giorno, emerge con chiarezza dal raffronto con la media UE e dell’area euro: 114,29%, 109,40% nel secondo. In Germania l’indice 2024 è salito al 116,20%, in Francia al 113,45% e in Spagna al 103,94%.

Dal 2020 l’andamento è in linea con gli altri paese del Vecchio Continente, ma l’Italia è rimasta molto indietro negli anni precedenti: a ridosso della crisi del debito sovrano, nel 2013, il numero indice segnava 88,68%. Mentre nell’anno della pandemia l’area euro aveva recuperato i livelli reddituali del 2008, con una media al 104,03%, l’Italia stagnava ancora al 90,48%.

Peggio dell’Italia, al 2024, sta facendo solo la Grecia, con un reddito reale disponibile all’84,13% rispetto al 2008. Non è evidentemente un caso che i due paesi a soffrire di più sotto questo aspetto sono proprio quelli su cui, in maniera più soffocante, si è stretto il cappio dei vincoli dell’austerità europea.

Ad Atene è appena passata una legge che porta la giornata lavorativa a 13 ore, giustificata dal governo in maniera esplicita con il ricatto salariale: il messaggio è stato che, siccome le persone chiedono di lavorare di più, gli si dà questa opportunità. Viene ovviamente omesso il fatto che sono i salari da fame a costringere a orari di lavoro ottocenteschi.

È importante dunque rimarcare che, nelle classifiche europee, l’Italia resta alta anche quando si parla di persone che sono povere pur lavorando. Rispetto al 2023 esse sono anzi aumentate, passando dal 9,9% al 10,2%, un dato di due punti superiore a quello della media UE. Il terreno affinché si verifichino ‘scenari ellenici’ è già pronto.

Tra le cause principali di questa ‘povertà lavorativa’ c’è la diffusione del part-time, della precarietà e, ovviamente, le basse retribuzioni. Per anni e anni la concertazione sindacale ha compresso i salari in favore dei profitti, con le forze politiche tutte schierate contro il salario minimo, una misura che oggi mostra tutta la sua necessità.

Con l’avvicinarsi di una legge di bilancio fatta di ulteriori tagli per uscire dalla procedura UE di infrazione sul debito, e dei target NATO sulle spese militari che nei prossimi anni dreneranno decine e decine di miliardi da lavori, prestazioni e servizi pubblici, è importante costruire una reale opposizione nelle piazze, passando per lo sciopero generale indetto dall’Unione Sindacale di Base il 28 novembre.

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17/10/2025

Grecia - Arriva la giornata lavorativa di 13 ore, e aumenta anche l’età pensionabile

Il Parlamento greco ha approvato una legge con la quale vengono ulteriormente allungate le ore di lavoro che possono essere svolte durante una giornata: ora saranno 13. Ma questo non è l’unico punto critico. Infatti, viene anche previsto di estendere l’età pensionabile fino ai 74 anni. Questo è il risultato della cura della Troika europea, e dell’implementazione di tutte le riforme richieste dalla UE.

La Grecia aveva già visto un incremento dello sfruttamento intensivo con una riforma dello scorso anno, che aveva introdotto la settimana lavorativa di 6 giorni. Già oggi, dunque, nel paese ellenico si lavora o 9 ore al giorno per 5 giorni, o 8 ore al giorno per 6 giorni. Cifre che sembravano scomparse da decenni nelle cosiddette ‘democrazie’, ma che tornano per gentile concessione della ristrutturazione imposta da Bruxelles.

Ricordiamo che, stando ai dati Eurostat, in Grecia già si lavora molto di più rispetto alla media europea: 39,8 ore la settimana, contro le circa 35,8 della media UE. La norma appena approvata aumenta ulteriormente il numero di ore di straordinario che già si possono svolgere giornalmente nel settore privato, da tre a quattro, arrivando quindi alla possibilità di lavorare 13 ore in un giorno.

È previsto che ciò non avvenga più di 37 volte l’anno e per un totale che non sfori le 150 ore totali. La riforma è promossa, così come quella del 2024, dal centrodestra di Nea Dimokratia e dal suo primo ministro Kyriakos Mitsotakis. A suo avviso, ciò aiuterà la competitività e la flessibilità dei lavoratori. Di certo, secondo molti critici ciò andrà ad azzerare la perdita di produttività dei giorni di ferie presi di diritto dai lavoratori.

È interessante, poi, quello che ha detto al riguardo la ministra del Lavoro e della Sicurezza sociale, Niki Kerameus: “ci sono lavoratori che chiedono di lavorare più ore” e ora avranno “l’opportunità di svolgere lavoro aggiuntivo per lo stesso datore di lavoro, senza doversi spostare, con uno stipendio più alto del 40%”.

Infatti, un tale livello di sfruttamento in Grecia è già stato raggiunto, ma è legale solo finché si è impiegati da due o più datori di lavoro. Ora ciò sarà possibile anche per un unico datore. In un paese dove il lavoro nero è già molto diffuso, in cui le ispezioni sul lavoro non sono condotte con regolarità e in cui dunque sarà impossibile verificare il rispetto degli straordinari, ciò significherà dare semplicemente più potere ai padroni.

Tra l’altro “l’aumento” del 40% per le 5 ore supplementari significa una riduzione netta della paga oraria per le ore in più, l’esatto opposto di quel che avviene per gli “straordinari” (pagati ovunque un po’ di più). Ipotizzando, per comodità di calcolo, una paga oraria di 10 euro l’ora – un sogno, sia in Grecia che in Italia – una giornata di 13 ore verrebbe pagata 112 euro anziché 130 (o ancora di più se considerate “straordinarie”).

La promessa di salari più alti mostra in realtà il profondo ricatto della misura. Il peso dell’inflazione non è stato ancora riassorbito, e le retribuzioni lorde medie sono più basse di quelle del 2010, quando poi è cominciata la ‘cura’ europea. È chiaro che la ricerca di un reddito leggermente più alto viene usata come capro espiatorio per creare le condizioni di abusi sempre più frequenti.

Proprio questo viene condannato dai partiti di opposizione e dai sindacati, che hanno organizzato ben due scioperi generali questo mese. Il PAME ha scritto che la riforma “legalizza la schiavitù moderna”. La critica riguarda anche il disinteresse per la salute e la sicurezza dei lavoratori, dato che si impedirebbe il riposo minimo giornaliero di 11 ore previsto anche dalle direttive europee. Le 13 ore, infatti, non includono né pause né il tempo di spostamento tra casa e lavoro.

Infine, la nuova legge introduce anche una maggiore flessibilità nelle assunzioni a breve termine, mentre la disoccupazione rimane all’8%. Secondo il governo queste modifiche servono per rispondere alla crisi demografica, che ha svuotato il mercato del lavoro di importanti profili lavorativi. Bisogna ricordare, però, che solo tra il 2012 e il 2017 mezzo milione di persone se ne sono andate dalla Grecia, per lo più giovani, e tra di essi intorno ai 180-200 mila erano laureati.

È la fuga da un paese devastato dalla Troika e con salari da fame, semmai, che ha svuotato il paese di giovani ben formati. La soluzione non è evidentemente quella di intensificare lo sfruttamento e aumentare l’età pensionabile, ma semmai è nel fare tutto esattamente al contrario, e cioè mettere in campo una seria politica industriale e dare giusti e dignitosi salari.

La “minaccia nazionale” di cui ha parlato Mitsotakis, insomma, è nella gabbia dei vincoli europei e NATO, dato che ora Atene dovrà togliere ancora di più le spese sociali per raggiungere i target atlantici.

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06/10/2025

Manifestare per Gaza significa

Ai reazionari – dichiarati o camuffati – che in questi giorni fanno finta di chiedere “ma perché protestate per Gaza?” (sottinteso spesso urlato: “andate a lavorare!”) si può facilmente rispondere, ed asfaltarli, mettendo in fila un po’ di notizie che in questi giorni di mobilitazione continua forse sono passate un po’ inosservate.

Prima notizia.

Nella vicinissima Grecia, che tanto ci somiglia da aver fatto coniare il detto “una faccia, una razza”, sono cominciati gli scioperi contro la nuova legge sul lavoro che il governo Mitsotakis sta cercando di far approvare dal Parlamento.

Non stupisce che si protesti. Il testo prevede – per i lavoratori che hanno un solo padrone, di innalzare l’orario di lavoro fino a 13 ore al giorno, per un massimo di 37 giorni all’anno, con l’unica limitazione formale (facilmente aggirabile, come sappiamo da sempre qui in Italia) che il lavoratore sia d’accordo e riceva un aumento del 40% della retribuzione.

Respirate un attimo, perché non è finita qui. Si prevede anche di innalzare l’età pensionabile a 74 anni, l’introduzione della settimana lavorativa di sei giorni, i licenziamenti senza preavviso nel primo anno di contratto, un periodo di prova fino a sei mesi, nonché sanzioni fino a 5.000 euro o sei mesi di carcere per chi blocca il lavoro altrui durante uno sciopero.

In pratica: lavorare sempre (se riesci a trovare un lavoro), fino alla morte (è davvero improbabile che lavorando 13 ore al giorno si possa arrivare a 74 anni), senza protestare mai se no finisci in galera.

Democratico, no? Il governo Mitsotakis è di destra, “europeista”, piuttosto simile a quello di Giorgia Meloni per derivazione storica (il regime dei colonnelli, in Grecia) e approdo contemporaneo (obbedienza ai diktat europei, senza se e senza ma).

Seconda notizia.

A livello europeo l‘aumento dei prezzi dei generi alimentari dal 2019 al 2025 è arrivato a superare il 39%. In qualche modo ce ne siamo accorti tutti, e naturalmente se n’è accorto in primo luogo chi ha il reddito più basso, perché la spesa alimentare è la sua uscita principale.

La cosa che non tutti possono sapere è però la ragione sottostante a molti di questi aumenti. In pratica molti prezzi dei generi alimentari vengono determinate dalle quotazioni in “borse finanziarie private” – quello del burro, per esempio, dipende dall’European Energy Exchange, con sede in Germania, a Lipsia, di proprietà di Deutsche Börse Group – in base a futures.

Ossia in base a scommesse sull’andamento futuro dei prezzi. E siccome gli “investitori” – così come il “banco” – non amano le perdite, i prezzi sono in costante ascesa. Tanto le popolazioni possono rinunciare a cambiare la macchina, o fare vacanze più brevi, ma di certo non possono rinunciare a mangiare.

Fino ad un certo punto, perché poi i dati ci dicono che i consumi alimentari si sono ridotti nell’ultimo anno di oltre il 2% (pesce fresco -14%, carne bovina -11%, frutta fresca -8%, ortaggi freschi -5%, ecc.).

Terza notizia, di dominio pubblico.

Il programma di riarmo europeo implica necessariamente un taglio deciso e drammatico nella spesa sociale (welfare, sanità, istruzione, pensioni, ecc.). L’Unione Europea ne è così consapevole da aver rispolverato un volgare trucco contabile per cercare di non far notare la svolta drastica del “modello sociale europeo”: le spese per il riarmo non verranno computate ai fini del “patto di stabilità”, ossia resteranno “invisibili” ai criteri dell’austerità UE.

Ma quello che si può fare sulla carta in genere non si può fare nella realtà. Se un’economia (continentale o nazionale, non cambia nulla) viene investita da flussi di investimento molto rilevanti in alcuni settori (il militare, in questo caso) necessariamente deve “adeguarsi” e modificare tutta la struttura delle relazioni economiche.

Il riarmo europeo insomma non è una scelta a costo zero. È un’opzione politica precisa che, in assenza di un aumento generale della tassazione o di una crescita miracolosa, si tradurrà inevitabilmente in una riduzione delle risorse per lo stato sociale, la “transizione verde” e la coesione sociale nei prossimi anni. Tant’è vero che i fondi comunitari per il riarmo non sono “nuovi”, ma vengono dirottati da altre voci di bilancio, in primo luogo dai “fondi di coesione sociale”.

Mettendo insieme le tre notizie – oltre ad innumerevoli altre, ma queste già bastano – possiamo individuare una tendenza chiara: la logica di guerra è ormai dominante nei vertici occidentali.

Ed è una logica che non prevede limiti “umanitari”. Lo fa vedere Trump che manda la Guardia Nazionale a dare la caccia agli immigrati nelle città statunitensi (e ovviamente, “per fare presto”, si individua l’immigrato dal colore della pelle, prima che dai documenti). Lo hanno fatto vedere i nostri governanti a Cutro, e in genere nel Mediterraneo (hanno subappaltato agli Almasri il “lavoro sporco”), ma anche continuando ad armare Israele.

Lo fa vedere nelle sue forme più feroci proprio Israele, che pratica da due anni un genocidio in diretta tv con la pensosa approvazione dei regimi dell’Occidente neo liberista.

Unendo i puntini la figura diventa esplicita.

E dunque manifestare per Gaza, contro il genocidio, significa immediatamente anche lottare contro la politica del riarmo che porta in tempi rapidi alla guerra.

Manifestare per Gaza significa dire “non vogliamo fare la stessa fine, non vogliamo subire la stessa fame provocata, non vogliamo più stare in silenzio, vogliamo vivere con salari adeguati in modo dignitoso, libero perché consapevole, vogliamo decidere della direzione di marcia, e siamo noi i soli e veri ‘difensori dei diritti umani’ perché il primo di questi diritti è quello alla vita”.

Significa implicitamente lottare per cambiare completamente l’angolo di mondo in cui viviamo, rovesciare totalmente il mantra liberista-thatcheriano “non esiste la società, esistono solo individui in competizione tra loro”. Perché quel “pensiero” contiene il germe del suprematismo e quindi anche del genocidio.

Significa non voler lavorare tutto il giorno, per tutta la vita e fino alla morte per due soldi in croce che ti vengono subito sottratti da prezzi decisi da invisibili speculatori finanziari.

Significa “giù le armi e su i salari”, l’esatto contrario del programma padronale europeo.

E va da sé che una struttura “sociale” invece che “individualista” è tendenzialmente una struttura “socialista”.

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02/10/2025

Grecia - Sciopero generale contro la giornata lavorativa di 13 ore

Sciopero generale oggi in Grecia contro la decisione del governo, guidato dal leader della destra Kyriakos Mitsotakis, di introdurre la possibilità di lavorare fino a 13 ore al giorno per rispondere alla richiesta di maggiore flessibilità da parte delle aziende e all’esigenza dei giovani lavoratori di guadagnare di più.

Con la stessa logica, il governo di Nea Dimokratia nel 2023 aveva approvato una legge che permette ai dipendenti di lavorare fino a 74 anni, cioè sette anni oltre l’età pensionabile attualmente prevista.

Decine di migliaia di lavoratori e studenti hanno marciato oggi nel centro della capitale ellenica ed in altre città del paese rispondendo all’appello dei sindacati Adedy, Gsee e Pame e dei partiti di sinistra, tra i quali Syriza e il KKE.

Ad Atene i manifestanti hanno raggiunto piazza Syntagma, davanti al Parlamento, al grido di “Giù le mani dai nostri diritti”. Secondo i sindacati la cosiddetta riforma “mette a rischio la salute e la sicurezza dei lavoratori e distrugge qualsiasi equilibrio tra vita e lavoro”. Per il sindacato comunista Pame, la riforma punta a “legalizzare la schiavitù moderna”.

Il disegno di legge promosso dalla ministra del lavoro e della previdenza sociale Nikī Kerameōs, che verrà discusso nelle prossime settimane, prevede la possibilità di estendere la giornata lavorativa fino a 13 ore, per un massimo di 37 giorni l’anno, con un incremento retributivo massimo del 40%.

Secondo i sindacati, molti dipendenti non avranno la possibilità di rifiutarsi di lavorare 13 ore “a causa dello squilibrio di potere con il datore di lavoro, aggravato dalla precarietà del mercato del lavoro”. Inoltre le organizzazioni dei lavoratori sostengono che la nuova legge negherebbe il diritto a un riposo obbligatorio di almeno undici ore al giorno, considerando il tempo che i dipendenti impiegano mediamente a raggiungere i luoghi di lavoro.

Nonostante la crescita economica (+2,3% nel 2024) e il calo del tasso ufficiale di disoccupazione, la Grecia resta uno dei Paesi dell’Unione con i salari più bassi e un costo della vita in crescita. Secondo Eurostat, i lavoratori greci lavorano però in media già 39,8 ore a settimana, ben oltre le 35,8 della media europea.

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09/07/2025

Espulsa delegazione della UE dalla Libia dell’est

Ieri una delegazione della Ue, della quale faceva parte anche il ministro dell’Interno italiano, Matteo Piantedosi, era arrivata in Libia all’aeroporto di Benina, in Cirenaica, ma il governo parallelo di Bengasi ha annullato la visita in programma denunciando “violazioni delle norme dello Stato libico”.

La visita dei ministri dell’Interno di Italia, Grecia e Malta – Matteo Piantedosi, Thanos Plevris e Byron Camilleri – e del commissario europeo per le Migrazioni, Magnus Brunner, è stata così annullata.

A molti è venuto quasi istintivo invocare una sorta di legge del contrappasso per il ministro Piantedosi – l’espulsore che viene espulso a sua volta – ma la vicenda appare più complessa delle apparenze.

Ai componenti della missione, di cui fanno parte i ministri dell’Interno di Italia, Grecia e Malta e il commissario europeo per le Migrazioni, Magnus Brunner, è stato comunicato che “devono lasciare immediatamente il territorio libico in quanto persone non gradite”.

Il comunicato ufficiale porta la firma del capo del governo libico dell’est, Osama Hammad, e definisce l’episodio un “chiaro superamento delle consuetudini diplomatiche e dei trattati internazionali”.

Nel testo si legge che le autorità di Bengasi hanno considerato il comportamento della delegazione europea una “mancanza di rispetto alla sovranità nazionale libica e una palese violazione delle leggi del Paese”, sottolineando inoltre “il mancato rispetto delle procedure di ingresso e soggiorno dei diplomatici stranieri stabilite dal governo libico”.

La nota aggiunge che “dopo l’arrivo della delegazione all’aeroporto internazionale di Benina”, le autorità hanno ritenuto necessario notificare ai funzionari europei “l’obbligo di lasciare immediatamente il territorio libico e considerarli persone non gradite”.

Il governo di Hammad ha inoltre ribadito “a tutti i diplomatici e membri delle missioni internazionali e delle organizzazioni non governative e governative l’importanza di rispettare pienamente la sovranità dello Stato libico”, attenendosi “alle leggi e ai regolamenti in vigore” e riconoscendo “le prerogative delle autorità libiche nel disciplinare le visite ufficiali”.

Il premier ha quindi invitato tutte le parti a “coordinarsi con il governo libico” in vista di futuri incontri diplomatici, sottolineando che eventuali future violazioni saranno gestite “secondo quanto previsto da accordi e trattati internazionali”.

La visita a Bengasi dei ministri sarebbe saltata sul nascere, a causa di una “imboscata diplomatica”. Secondo quanto riferiscono fonti informate a “Agenzia Nova”, l’episodio ha preso una piega imprevista già al momento dell’atterraggio dell’aereo con a bordo la delegazione europea, quando a scendere per primo è stato l’ambasciatore dell’Unione europea in Libia, Nicola Orlando.

Sul piazzale dell’aeroporto di Benina, tuttavia, ad accogliere la delegazione non c’erano gli interlocutori previsti dai protocolli definiti nei giorni precedenti. Al loro posto, erano presenti rappresentanti del Governo di stabilità nazionale guidato da Osama Hammad, premier designato dalla Camera dei rappresentanti di Tobruk ma non riconosciuto dalla comunità internazionale.

La visita – precisano le fonti – era stata concordata con Khalifa Haftar, comandante generale dell’Esercito nazionale libico (ENL), e non con le autorità governative dell’Est.

Secondo questa ricostruzione nessun elemento andrebbe letto in chiave bilaterale contro l’Italia o altri Paesi membri dell’Unione europea: la questione è squisitamente legata ai delicati equilibri istituzionali in Libia e alle dispute di legittimità tra i diversi attori libici.

La delegazione europea ha chiesto di evitare foto ufficiali con gli interlocutori libici presenti all’aeroporto – diversi da quelli previsti dal protocollo – per non attribuire un riconoscimento formale al governo di Hammad, rimanendo però disponibile – come segno di rispetto – a incontrare le autorità locali in modo informale e senza esposizione mediatica.

A quel punto è scattata la reazione da parte libica con la dichiarazione che la visita non avrebbe più avuto luogo.

Secondo le fonti di “Agenzia Nova” – una delle fonti più informate sulla situazione libica – si è trattato di un’azione deliberata da parte del governo di Hammad, probabilmente finalizzata a ribadire la richiesta di pieno riconoscimento politico.

Secondo due analisti sentiti dall’Agenzia Nova, il blocco della delegazione europea all’aeroporto di Bengasi sarebbe anche il riflesso di una crisi diplomatica sempre più profonda tra il governo dell’Est libico e la Grecia. “Le relazioni tra Bengasi e Atene sono oggi estremamente deteriorate, anche per via del potenziale avvicinamento della Libia orientale alla Turchia e dell’eventuale ratifica del memorandum marittimo turco-libico da parte delle autorità dell’Est”. Sullo sfondo c’è l’allargamento della Zona Economica Esclusiva libica e il suo ricongiungimento con quella della Turchia.

Secondo un altro osservatore “Il gesto di Hammad – dichiarare persona non grata la delegazione europea – può essere letto anche come un tentativo di affermarsi come interlocutore politico autonomo, rafforzando la propria posizione nella complessa gerarchia del potere cirenaico”, afferma un analista dell’Istituto Internazionale di Studi Strategici.

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11/04/2025

Grecia - Secondo sciopero generale in quaranta giorni

Ieri i lavoratori in Grecia hanno dato vita ad un nuovo sciopero generale che ha investito tutti i settori dell’economia. Lo sciopero è stato indetto per chiedere salari più alti e l’annullamento delle misure di austerità a fronte di un costo della vita salito alle stelle.

Questo sciopero si è svolto appena 41 giorni dopo lo sciopero generale e le proteste di massa dello scorso 28 febbraio per chiedere giustizia per le 57 vittime dell’incidente ferroviario avvenuto a Tempi nel 2023.

Decine di migliaia di lavoratori hanno manifestato mercoledì nella capitale Atene, nella seconda città Salonicco e in altre importanti aree urbane.

Gran parte del trasporto pubblico nella capitale è stato bloccato, con i servizi ferroviari, inclusa la ferrovia suburbana, completamente sospesi. I marittimi hanno sostenuto l’azione di sciopero, con i traghetti rimasti fermi nei porti.

Le scuole sono state chiuse, con la partecipazione allo sciopero degli insegnanti delle scuole primarie e secondarie. Gli studenti hanno aderito allo sciopero per protestare contro i tagli all’istruzione, l’aumento delle tasse universitarie e le università private.

Gli operatori sanitari hanno partecipato, mentre gli ospedali pubblici si occupavano solo di casi di emergenza.

Le principali federazioni sindacali hanno tenuto comizi in Piazza Syntagma e Piazza Klafthmonos, mentre il PAME si è concentrato ai Propilei. A Salonicco, gli scioperanti si sono radunati presso la statua di Venizelos.

L’appello allo sciopero denunciava come la Grecia sia il “penultimo” paese “in tutta l’Unione Europea in termini di potere d’acquisto, con una larga fetta di cittadini che spende più del 40% del proprio reddito per alloggio e riscaldamento”.

I lavoratori hanno risposto con la mobilitazione ad una crisi sociale sempre più disperata, con l’inflazione che si attesta intorno al 3% – superiore alla media europea – e milioni di persone che subiscono un calo reale dei salari. A gennaio, secondo Eurostat, il salario minimo in Grecia era tra i più bassi dell’Unione Europea (UE), dopo quello di Portogallo e Lituania.

Il quotidiano greco Kathimerini scrive che: “A 1.342 euro al mese, lo stipendio lordo medio è ancora inferiore del 10% rispetto al 2010, quando la Grecia ha firmato il suo primo piano di austerità, secondo i dati del Ministero del Lavoro”.

Il salario minimo è aumentato ad aprile da 830 euro al mese alla cifra ancora irrisoria di 880 euro per i lavoratori dipendenti. Per i salariati, la paga giornaliera è aumentata da 37,07 euro a 39,30 euro.

Lo stipendio di un infermiere neolaureato è di soli 863,82 euro al mese, in leggero aumento rispetto agli 803,92 euro del 2011. Per un assistente infermiere, lo stipendio mensile è di soli 736,61 euro, in realtà inferiore ai 757,74 euro del 2011. Gli ospedali greci, al collasso sotto il peso dell’austerità, avrebbero bisogno di altri 45.000 dipendenti per funzionare correttamente.

La Grecia, tra l’altro, è da tempo uno dei Paesi europei con la maggiore spesa militare con una quota del 3,5%, ben al di sopra della quota del 2% del PIL richiesta dalla NATO. Secondo l’Istituto Internazionale di Studi Strategici, negli ultimi 16 anni di brutale austerità, dal 2008 al 2024, i partiti al governo in Grecia hanno sperperato la sbalorditiva cifra di 112 miliardi di euro in spese militari.

Lo sciopero generale di mercoledì si è tenuto pochi giorni dopo che il governo ha annunciato uno stanziamento aggiuntivo di 25 miliardi di euro per la spesa militare nel prossimo decennio nel quadro del furore guerrafondaio che anima i governi dell’Unione Europea.

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03/04/2025

La vittoria di Pirro della Troika in Grecia, sulla pelle della gente

Mentre Bruxelles e il FMI festeggiano i numeri del Pil greco, la realtà è un’altra: la Grecia sta solo rimandando il conto di un disastro annunciato. Sono queste le conclusioni che si possono trarre da un rapporto redatto dal Levy Economics Institute, che smaschera la grande menzogna delle politiche di austerity: dopo anni di tagli selvaggi, salari strozzati e privatizzazioni, Atene non è affatto “salva”. Anzi, la crescita odierna si regge su una montagna di debito estero, svendita del patrimonio pubblico e un mercato del lavoro allo sbando.

L’economia greca ha registrato una crescita del 2,3% nel 2024, superiore alla media europea, ma questa ripresa nasconde gravi fragilità strutturali. Questo dice il rapporto, in merito ai limiti strutturali dell’economia greca che non è riuscita, più di un decennio dopo la devastante crisi del debito del 2011, a superare gli squilibri profondi che ne hanno minato lo sviluppo.

Nonostante i dati positivi su Pil, occupazione e consumi, il modello di sviluppo rimane insostenibile, secondo gli autori del report, in quanto basato su un eccessivo indebitamento estero, una crescente dipendenza dalle importazioni e un trasferimento massiccio di proprietà immobiliari a investitori stranieri.

Uno dei motori della crescita che ha permesso alla Grecia le ‘mirabolanti’ (si fa per dire) performance degli ultimi anni è stato il Recovery and Resilience Facility (RRF), il Fondo di Ripresa e Resilienza post-pandemico europeo da 650 miliardi, che ha finanziato investimenti pubblici, mentre i consumi privati hanno beneficiato temporaneamente di trasferimenti statali. Tuttavia, con l’esaurirsi di questi fondi nel 2027, il Paese rischia una brusca frenata. Infatti, l’RRF ha una natura temporanea ed è stato concepito per esaurirsi nel 2026.

Un altro punto critico è il deficit delle partite correnti, che nel 2024 ha raggiunto il -5,3% del Pil e potrebbe aggravarsi ulteriormente (-10,6% nel 2026), alimentando il debito del paese verso l’estero. Secondo gli autori, infatti, la crisi del debito prima e le misure di austerity poi hanno contribuito a distruggere la capacità produttiva del paese, con un grande numero di imprese sparito o aquisito da competitor stranieri.

La guerra in Ucraina e l’aumento dei prezzi dell’energia che ne è conseguito hanno comportato una nuova esplosione della bilancia delle partite correnti, e il conseguente fallimento della strategia che sperava di portare la bilancia in pareggio attraverso la depressione della domanda interna.

Il settore turistico, nonostante i record di presenze, non basta a compensare lo squilibrio commerciale. Anzi, la crescita del turismo ha aumentato le importazioni, peggiorando il deficit. Inoltre, la vendita di immobili a stranieri (attraverso programmi come il Golden Visa) sta trasferendo ricchezza all’estero, mentre l’aumento dei prezzi delle case rende difficile l’accesso al mercato per i residenti.

Sul fronte del lavoro, la Grecia sconta ancora bassi salari (la quota salari sul Pil è al 34,7%, contro una media Ue del 57%) e un tasso di occupazione tra i più bassi d’Europa (52,8%). La disoccupazione ufficiale (9,4%) nasconde una realtà più drammatica, dal momento che esiste una discrepanza tra il numero di disoccupati registrati dall’ufficio statistico di riferimento (ELSTAT) e l’agenzia dei servizi per l’impiego (DYPA), che invece riporta quasi il doppio di persone registrate come disoccupate, molte delle quali senza sussidi.

Le proiezioni del Levy Institute sono molto più pessimistiche di quelle del governo greco, della Commissione Europea e del FMI: si prevede una crescita di appena dello 0,9% nel 2025 e una recessione dell’1,3% nel 2026. Senza un cambio di rotta, che includa una riforma del sistema produttivo e politiche salariali più eque, la Grecia rischia di ritrovarsi in una nuova crisi, aggravata dal peso del debito pubblico e dalla dipendenza dai capitali esteri.

L’Europa ha trasformato la Grecia in un parco giochi per turisti e speculatori immobiliari, mentre i greci faticano ad arrivare a fine mese. E quando i fondi Ue si esauriranno, resterà solo il buco nero dei conti pubblici. L’austerity non ha risolto nulla: ha solo preparato la prossima crisi.

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04/03/2025

Adulti nella stanza. Il vero volto dell’UE

Per una curiosa coincidenza nella serata di ieri Rai 5 ha trasmesso uno straordinario ed emblematico film di Costa Gavras: “Adulti nella stanza”. È stata una sorta di involontaria “cattiveria” verso l’appello di Michele Serra a sostegno di una “Europa più forte”

Il film infatti ricostruisce tutte le fasi in cui il governo Tsipras, e soprattutto il suo ministro dell’economia Varoufakis, sono stati costretti a negoziare con i vari apparati della troika europea (dall’Eurogruppo alla Bce) sul famigerato Memorandum d’Intesa (il MoU) con cui la Grecia è stata deliberatamente strangolata per rientrare dal debito.

Sono significative le varie sessioni degli incontri nella stanza dell’Eurogruppo in cui i ministri europei smantellano e brutalizzano ogni tentativo della Grecia di salvaguardare la propria popolazione già sottoposta a tagli del 40% di pensioni e salari, privatizzazioni selvagge, espropri delle case su cui la gente non riesce a pagare i mutui etc.

È un film non solo realizzato professionalmente da un grande regista, ma è anche una lezione pedagogica su cosa è “l’Europa reale” che le popolazioni hanno sperimentato sulla propria pelle dal Trattato di Maastricht in poi e con la Grecia – per ammissione dello stesso ministro tedesco Schauble – destinata a fare e a dare l’esempio a tutti coloro che non si adeguavano alle politiche di austerity imposte dalla Ue ai paesi aderenti all’Eurozona. I negazionisti europeisti in questi dieci anni hanno fatto di tutto per rimuovere e nascondere questa dimensione.

Il cinismo con cui gli apparati europei costringono alla “crisi umanitaria” una Grecia già devastata socialmente dalle misure imposte al governo precedente a quello di Syriza, emerge da ogni riunione “nella stanza” dell’Eurogruppo o dai colloqui con i singoli esponenti delle istituzioni europee.

Nei ragionamenti e nelle argomentazioni dei ministri/tecnocrati della Ue non c’è spazio per le emergenze sociali o per le esigenze di sopravvivenza della popolazione di un paese periferico dell’Unione. I parametri presi in considerazione sono solo quelli dell’ordoliberismo che arrivano al paradosso di far pagare alla Grecia il suo debito concedendo nuovi crediti alle stesse banche tedesche e francesi che le chiedono di onorarlo facendo a pezzi la propria economia.

Il film si conclude con il coraggioso OXI della popolazione greca nel 2015 contro il Memoradum d’Intesa imposto dalla Ue e la successiva capitolazione di Tsipras – che vede Varoufakis dare le dimissioni e la Grecia sprofondare nella crisi sociale più nera. La didascalia finale che chiude il film sottolinea proprio questa violenza contro una sovranità popolare che pure era riuscita a mandare un coraggioso segnale di dignità e resistenza contro la brutalità “dell’Europa reale”.

Dopo il tradimento del referendum del 2015, i movimenti progressisti di opposizione all’austerity e alla Trojka europea sono stati indeboliti enormemente in tutta Europa, spianando la strada alla crescita delle forze di destra come interpreti dell’opposizione ai diktat europei.

La Grecia del 2015 era completamente isolata sia in Europa che nel resto del mondo. Tradita dai socialisti europei, vessata dagli altri (in Italia c’era il governo Renzi, sic!), ignorata dai paesi emergenti che stavano ancora costruendo la realtà dei Brics.

Viene da chiedersi se dieci anni dopo – ossia oggi – le cose sarebbero andate nello stesso modo in presenza di un blocco alternativo a quello euroatlantico e ad economie attraenti diverse da quella europea.

E viene ancora da chiedersi se gli europeisti guerrafondai che ambiscono ad un Europa potenza politico/militare sono consapevoli che la maschera dei valori europei possa ancora nascondere i mostri che ha creato in questi trenta anni al proprio interno.

In realtà le due cose non sono contraddizione ma in continuità. L’Unione Europea della brutale austerità contro le popolazioni non poteva che produrre l’ambizione ad una Europa reazionaria e guerrafondaia come quella che oggi abbiamo sotto gli occhi con maggiore evidenza.

Il film di Costa Gavras andrebbe fatto vedere obbligatoriamente a tutti gli europeisti in modalità Alex su Arancia Meccanica.

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28/02/2025

Grecia - Sciopero generale e manifestazioni oceaniche contro il governo

Varie centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza oggi in tutta la Grecia per chiedere giustizia per le 57 vittime – per la maggior parte studenti – del disastro ferroviario di Tempes, avvenuto esattamente due anni fa vicino alla città di Larissa, nella regione della Tessaglia.

Le manifestazioni più partecipate si sono svolte in piazza Syntagma ad Atene e nel centro di Salonicco, ma cortei e presidi sono stati organizzati in circa 200 località del paese. Davanti al parlamento di Atene, al termine dell’enorme corteo, si sono registrati degli scontri tra alcuni gruppi di manifestanti e le forze dell’ordine schierate in assetto antisommossa.

La parola d’ordine della giornata di protesta contro il governo, accusato di negligenza e di aver insabbiata o comunque mai perseguito seriamente i responsabili della tragedia, è stata “Non ho ossigeno”, richiamando una frase pronunciata da una delle vittime dell’incendio che divampò subito dopo lo scontro frontale tra un treno passeggeri e un convoglio merci. Un altro slogan molto utilizzato dai manifestanti è stato “Il loro profitto, le nostre vite”.

A due anni dal disastro non è stato ancora avviato alcun procedimento penale e si ignora se effettivamente il treno merci coinvolto trasportasse un liquido infiammabile il cui trasporto però non fu dichiarato.

Il governo di centrodestra di Kyriakos Mitsotakis è stato più volte accusato di boicottare le indagini, dopo che a gennaio dello scorso anno i suoi parlamentari, che detengono la maggioranza assoluta, respinsero la richiesta della procura europea di istituire una commissione ufficiale d’inchiesta sulle responsabilità di due ex ministri dei Trasporti. Indubbiamente lo stato di abbandono in cui versa il sistema ferroviario ellenico ha avuto un ruolo importante nell’incidente; inoltre l’altissimo numero delle vittime è stata la conseguenza di forti ritardi nei soccorsi e della disorganizzazione delle autorità preposte.

Manifestazioni di sostegno organizzate dai greci della diaspora si stanno tenendo in centinaia di località in tutto il mondo, compresa l’Italia. La protesta, organizzata dai familiari delle vittime, è sostenuta dai maggiori sindacati del paese – Adedy e Gsee – che per la giornata di oggi hanno proclamato uno sciopero generale di 24 ore che coinvolge i settori pubblico e privato, compresi i trasporti. Anche molte associazioni di commercianti hanno deciso di partecipare alla giornata di mobilitazione chiudendo negozi, bar, supermercati e ristoranti.

In molte città un livello di partecipazione simile non si vedeva dai tempi del movimento di contestazione nei confronti dei Memorandum a base di tagli e austerità imposti dal paese dalla cosiddetta troika (FMI, UE, BCE)

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31/10/2024

La Grecia verso lo sciopero generale a Novembre

Gli scioperi hanno attraversato la Grecia nella settimana del 21 ottobre per protestare contro le misure di austerità imposte dal governo del primo ministro Kyriakos Mitsotakis. I lavoratori hanno chiesto aumenti salariali, il rafforzamento degli accordi di contrattazione collettiva e l’inversione delle riforme dei servizi pubblici, soprattutto nella sanità e nell’istruzione.

Le azioni in tutti i settori, tra cui alberghi, la metalmeccanica, i trasporti, la logistica e l’istruzione, stanno dando impulso allo sciopero generale convocato per il 20 novembre, dimostrando la frustrazione per il deterioramento delle condizioni di lavoro e di vita.

I lavoratori dei traghetti hanno invitato i passeggeri a essere solidali, sottolineando che attualmente operano con poche squadre e in condizioni al di sotto degli standard. Gli scioperi hanno interrotto i principali servizi alberghieri, bloccato le rotte dei traghetti e portato in piazza i lavoratori dell’istruzione.

Nel periodo che ha preceduto la giornata di azione, il Ministero dell’Istruzione ha tentato di impedire ai lavoratori dell’istruzione primaria di scioperare con un’ordinanza del tribunale. Tuttavia, questo non ha fatto altro che alimentare la rabbia degli insegnanti e spingere i lavoratori di altri settori ad aderire. Alla fine, circa 3.000 lavoratori dell’istruzione hanno marciato per Atene, chiedendo aumenti salariali e il rispetto dell’attivismo sindacale ed esprimendo il loro sostegno alla Palestina.

I lavoratori greci hanno sempre dimostrato solidarietà con la Palestina, in particolare bloccando le spedizioni di armi attraverso i porti. A metà ottobre, i lavoratori portuali del porto del Pireo di Atene hanno bloccato un container di munizioni diretto in Israele. Il loro messaggio è stato chiaro: il governo dovrebbe dare priorità ai servizi sociali e ai diritti dei lavoratori rispetto alla guerra.

In linea con ciò, il Pame (Fronte militante di tutti i lavoratori) ha annunciato che il tema dello sciopero generale di novembre sarà “Fuori dai macelli della guerra; finanziate invece i salari, la salute e l’istruzione”.

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30/06/2024

In Grecia si torna alla settimana lavorativa di 48 ore

In autunno saranno 15 anni dalla rivelazione che i conti della Grecia erano stati truccati per consentire l’ingresso nell’euro da parte di Atene. Fu l’inizio della lunga era delle cure lacrime e sangue per il popolo greco, che dallo stesso euro era incastrato nei voleri della Troika.

La crisi del debito greca rese evidente come la gabbia dei vincoli europei poteva forzare la distruzione dello stato sociale e, a lungo termine, la ristrutturazione degli assetti proprietari, produttivi e di manodopera di un intero paese. Certo, la Grecia non contava come la Germania, ma si rese evidente che la trappola del debito serviva proprio a questo.

Come dicevo, a pochi mesi da questo nefasto anniversario, è il caso di cominciare a fare qualche considerazione sulla situazione ellenica. Anche perché dal miglioramento del rating del debito, concesso da Standard & Poor’s a maggio, all’annuncio che Atene avrebbe ripagato in anticipo oltre 8 miliardi di prestiti, sono apparsi vari articoli di glorificazione dei risultati greci.

L’occasione per mettere in fila alcune prime valutazioni arriva con il primo luglio: domani, infatti, entrerà in vigore una legge che permette di reintrodurre la settimana lavorativa di 48 ore, 8 al giorno per 6 giorni la settimana. Già basterebbe questo per capire che c’è poco da glorificare nella Grecia modellata dalla Troika.

Da lunedì, gli imprenditori del settore industriale, delle telecomunicazioni, del commercio al dettaglio e dei servizi garantiti 24 ore su 24 potranno richiedere questa estensione della settimana lavorativa. Ovviamente, il tutto viene millantato come un guadagno per i lavoratori.

La riforma viene presentata come uno strumento per combattere il lavoro nero. In Grecia, infatti, è già permesso alle aziende di richiedere due ore al giorno di straordinario non pagato, seppur solo per brevi periodi e su base volontaria.

In questo modo, si dice, finalmente queste ore verranno riconosciute al lavoratore, con una retribuzione maggiorata del 40% nel sesto turno di lavoro, addirittura del 115% se effettuato in giorno festivo.

Ci mancherebbe che il lavoro non venisse pagato, e che quindi, lavorando di più, non si guadagnasse di più... sorgono però un po’ di dubbi sulla logica della nuova legge.

Innanzitutto, non si capisce come l’istituzionalizzazione di una giornata in più di lavoro dovrebbe far emergere il lavoro nero o gli straordinari non pagati.

Soprattutto se queste ulteriori otto ore saranno persino più costose per il padrone, che le due forme di impiego sopra citate le usa proprio per aumentare il margine di profitto.

Ci sarà ovviamente chi usufruirà dell’opportunità, perché risulterà in linea di massima conveniente regolarizzare quel turno in più. E tuttavia significherà lasciare le cose così come stanno, continuando a favorire lo sfruttamento intensivo della manodopera, guadagnando sul “plusvalore assoluto“, si sarebbe detto una volta.

I greci, dati Eurostat 2023 alla mano, sono già coloro che lavorano più ore alla settimana (39,8 contro le 36,1 della media UE). Con la riforma che arriva a compimento domani e che è stata varata nel settembre scorso, è stato pure previsto che chi fa un lavoro a tempo pieno potrà farne anche uno part-time, per un massimo di 13 ore giornaliere.

Possiamo immaginare quanto, se i datori di lavoro decideranno di regolarizzare i propri dipendenti secondo le nuove norme, le registrazioni ufficiali segneranno semplicemente un innalzamento dell’orario lavorativo che è già un dato di fatto.

Un’elaborazione di Openpolis, sempre su dati Eurostat, ha mostrato che nel 2021 già il 12,6% dei greci lavorava più di 48 ore a settimana, anche in questo caso primi in UE.

E dico se decideranno di usare le nuove misure perché, come specificato, non saranno convenienti per i bilanci delle aziende, e i lavoratori non hanno di certo la forza contrattuale per imporle.

Il salario minimo è stato alzato fino a 830 euro mensili, ma non è minimamente sufficiente a far fronte all’erosione del potere d’acquisto causata dall’inflazione.

Nel 2022 il salario mensile medio lordo era arrivato a 1.176 euro, in aumento del 5,2%, ma l’aumento dei prezzi è stato del 9,3%. E non si tratta di una dinamica legata solo al recente picco inflazionistico, perché già all’epoca i salari medi reali erano di circa il 25% più bassi rispetto al 2009.

C’è di più, perché lo spauracchio del default è stato usato anche come testa d’ariete contro le organizzazioni sindacali. Vari contratti collettivi sono stati sospesi, e così se nel 2010 quasi tutti i lavoratori rientravano in uno di essi, nel 2024 solo il 24% dei lavoratori del privato ha questo tipo di copertura.

Salari da fame e copertura dei contratti collettivi ridotta all’osso: è facile capire perché la ricerca di un doppio lavoro sia una necessità e perché il lavoratore si trovi in una condizione di debolezza nei confronti del padrone. E si capisce anche perché le due ore di straordinario erano tutto fuorché ‘volontarie‘.

Infine, è sempre attraverso uno sguardo d’insieme che si può smontare l’ultima motivazione con cui è stata giustificata la riforma, ovvero la mancanza di manodopera qualificata.

Sono solo alcuni piccoli segmenti di alcune filiere che avranno necessità di stabilizzare l’allungamento di orario di alcuni dipendenti, che oggi è difficile trovare in Grecia.

Il turismo, settore che attualmente sta trainando la crescita ed è risaputamente a basse competenze, sguazza nella disoccupazione a due cifre e nello sfruttamento intensivo. Il limite delle 40 ore settimanali, non a caso, era già stato tolto la scorsa estate per questo settore.

Ma esso non è di certo attrattivo per i giovani laureati di un paese che ha già largamente tagliato le sue spese in istruzione, su ordine di Bruxelles. Solo tra il 2012 e il 2017 mezzo milione di persone se ne sono andate dalla Grecia, per lo più giovani, e tra di essi intorno ai 180-200 mila erano laureati.

Secondo uno studio di quegli anni dell’organizzazione imprenditoriale Endeavor Greece, il 71% di loro si è diretto verso un altro paese europeo, e tendenzialmente quelli che offrivano più opportunità: Germania e Francia innanzitutto. Si chiude il cerchio cominciato coi memorandum della Troika.

Il caso greco rivela la funzione di fondo che hanno avuto i trattati europei e l’euro. La gabbia dei vincoli di Bruxelles ha favorito l’abbattimento dello stato sociale e delle tutele dei lavoratori, la riorganizzazione delle filiere continentali intorno a un centro forte, e il furto di cervelli di questo centro dalle periferie deindustrializzate.

Un progetto che doveva portare la UE a giocarsela con altri grandi attori globali come gli USA e la Cina. Un progetto che stanno pagando i popoli della periferia economica del continente e i settori popolari in generale di tutti gli stati membri della comunità europea.

Altro che miracolo greco. È sul sangue dei popoli che questa UE si appresta ad altri cinque anni di ipercompetizione e guerra.

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26/09/2023

La parabola di Syriza si conclude con l’operatore della finanza Kasselakis

La domenica appena passata, al ballottaggio delle primarie di Syriza, Stefanos Kasselakis è stato eletto alla guida del partito. Questo cambio ai vertici segna anche la fine definitiva della parabola di Syriza, da forza di rottura e di riscatto per ampie fasce popolari a formazione del centrosinistra compatibilista con le logiche dei centri europei ed atlantici.

Favorito già al primo turno, il nuovo presidente di Syriza ha sconfitto con quasi il 57% delle preferenze Effie Achtsioglou, ex ministra del lavoro di Tsipras. Era insomma una sfida anche tra il vecchio corso che ha guidato il paese nel periodo di più acceso scontro con Bruxelles e un nuovo indirizzo tutto centrato sulle parole d’ordine di una “modernizzazione” manageriale.

Kasselakis incarna infatti tutto ciò per cui Syriza un tempo si proponeva come alternativa. 35 anni, residente a Miami, nessuna esperienza politica e ben lontano dall’elezione nelle circoscrizioni estere alla tornata di giugno, nella sua vita è stato armatore e operatore per Goldman Sachs: insomma, un esponente di una ristretta élite finanziaria.

La sua strategia politica si è fondata sull’uso dei social, e anche sull’evidente malcontento della base di Syriza, dopo anni di governo e poi di opposizione inconcludenti. E la beffa finale è che a capo del partito è infine andato un personaggio legato a quella Goldman Sachs che truccò i conti ellenici per permettere ad Atene di entrare nell’euro.

Un cappio al collo che la classe dirigente del paese si è messa da sola, e contro cui Syriza non ha saputo operare la rottura necessaria nonostante il sostegno popolare, credendo di poter «governare» l’austerità. Invece, negli stessi giorni di questo avvicendamento ai vertici del partito, il parlamento greco ha approvato una delle riforme del lavoro più reazionarie mai pensate.

Settimana lavorativa di sei giorni, fino a 13 ore di lavoro giornaliere, licenziamenti più facili e limitazioni al diritto di sciopero. Certo, è una legge varata dalla destra di Nea Dimokratia, ma probabilmente non è molto distante, almeno sul piano ideale, dall’efficientamento dello stato che invoca Kasselakis.

Non è un caso che qualcuno lo abbia già accostato a Tony Blair ed Elly Schlein. Con loro condivide anche l’ostentazione di un’attenzione – solo superficiale ovviamente – ai diritti civili (il greco non ha mai nascosto la sua omosessualità), che cela una visione del mondo neoliberale che inficia nella sostanza qualsiasi giusta battaglia di cui si fa paladino.

Syriza è stato l’esempio lampante di come i vincoli euroatlantici, sia sulla politica economica sia su quella estera, cancellino ogni possibilità di avere un’alternativa. Chi a lungo pensa di poter cavalcare il malcontento senza affrontare le contraddizioni di fondo di questo modello, è destinato a essere consumato dal modello stesso.

Solo rifiutando la cornice di queste costrizioni e impostando altri indirizzi strategici si può immaginare un’ipotesi politica all’altezza della crisi odierna.

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08/07/2023

UE - Chi verrà dopo Ursula?

di Guido Salerno Aletta

Sono finiti da un pezzo i bei tempi, quando il Partito Popolare Europeo da una parte ed i Partiti Socialisti dall'altra dominavano le famiglie politiche: prima alternandosi alla guida e poi unendosi per resistere alle tendenze divaricanti portate dai due gruppi di destra, Conservatori ed Identità e Democrazia, e da formazioni nuove come gli Ecologisti e Renew Europe.

La attuale Presidente della Commissione, Ursula Von der Leyen, fu eletta in extremis dal Parlamento europeo, con i voti determinanti dei rappresentanti del Movimento 5 Stelle che fino ad allora non avevano aderito a nessun Gruppo: fu quella svolta, decisa autonomamente dall'allora Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, a creare una frattura insanabile nella maggioranza giallo-verde che sosteneva il suo governo. Fuori la Lega, il PD subentrò nel sostegno al Conte-bis. Le continue divergenze, non potendo indire le elezioni anticipate per via dell'epidemia di Covid, portarono al governo di Mario Draghi: le elezioni di settembre scorso hanno visto il successo di FdI guidato da Giorgia Meloni.

La candidatura della Von der Leyen fu sostanzialmente imposta dal Presidente Francese Macron, che non voleva lasciare spazio al candidato ufficiale del PPE, il tedesco Manfred Weber: era una ripicca la sua, per via dell'opposizione tedesca al progetto francese di un profondo rimescolamento politico. L'idea di Macron era di presentare liste elettorali omogenee in tutti i Paesi per le candidature al Parlamento europeo, invece delle solite liste dei singoli partiti nazionali i cui eletti si sarebbero solo successivamente aggregati in Gruppi parlamentari.

Fatto sta che Ursula Von der Leyen si mostrò assai grata a Giuseppe Conte per i voti ricevuti dagli eletti nel M5S, e si sdebitò con i fondi del PNRR: una generosità di cui beneficiò il governo Draghi che provvide ad integrare sostanziosamente la lista degli obblighi da rispettare da parte italiana. Giorgia Meloni, subentrata nella gestione del PNRR, sta cercando invano di incassare la terza rata: si susseguono le verifiche, come pure i rinvii.

Ma anche sul tavolo di Bruxelles, nel frattempo, si sono accumulati i ritardi: il nuovo Trattato sul Mes non è ancora decollato, a causa del rinvio ad ottobre dell'esame della ratifica che è stato deciso dal Parlamento italiano; il varo del nuovo Patto di Stabilità è fermo; le nuove regole sulle migrazioni non sono state approvare, nonostante gli sforzi di mediazione compiuti dalla Presidenza italiana. Manca il completamento delle regole dell'Unione bancaria, ancora monca del pilastro relativo alla tutela dei depositi.

Paradossalmente, poi, dopo aver vietato i salvataggi bancari da parte degli Stati, i cosiddetti bail-out, la nuova versione del Mes prevede tra le finalità il sostegno al Fondo unico di risoluzione: cacciato via dalla porta principale, il salvataggio pubblico delle banche rientra così dalla finestra, di soppiatto, sperando che nessuno se ne accorga.

Si fa già un gran parlare degli equilibri nel nuovo Parlamento europeo, tessendo possibili alleanze per il 2024, ma le prove elettorali recenti sono state poco lusinghiere per la attuale "maggioranza Ursula".

In Italia, le elezioni hanno visto un continuo deperimento del consenso nei confronti del M5S, mentre il successo di FdI ha compensato i risultati deludenti della Lega ed ancor più quelli di FI che aderisce al PPE. L'idea che circola, quella di sospingere FdI ad aderire al PPE sganciandosi dalla alleanza stretta in Europa con il Gruppo dei Conservatori di cui Giorgia Meloni è leader, sarebbe soltanto una stampella per una storica formazione che appare in crisi: mentre in Italia è ai minimi storici, in Francia non è mai esistito un partito di massa aderente al PPE.

In Francia, il RN è uscito rafforzato sia nelle elezioni presidenziali, dove Marine le Pen è arrivata ancora una volta al ballottaggio con Emmanuel Macron, sia nelle legislative. Mentre il Partito gaullista è risultato praticamente svuotato, perdendo voti sia a destra verso il RN sia verso la componente centrista del Presidente Macron, il Partito Socialista è praticamente scomparso a favore della alleanza di sinistra denominata NUPES, guidata da Jean Luc Melenchon.

In Germania, la CDU è attualmente fuori dal governo dopo i tre mandati della Cancelliera Angela Merkel alla guida delle Grandi Coalizioni tra CDU-CSU e SPD. La coalizione "semaforo" guidata dal socialdemocratico Olaf Scholtz è infatti sostenuta solo da Verdi e Liberali. Tra l'altro, in recenti test a livello locale AfD ha ottenuto successi elettorali in Turingia e in Sassonia-Anhalt, dove per la prima volta ha conquistato un presidente di distretto ed un sindaco. Secondo un recentissimo sondaggio dell'Insa, AfD potrebbe raccogliere il 21% dei consensi a livello nazionale, diventando la seconda forza politica della Germania dietro alla CDU-CSU che viene accreditata al 25,5%. L'SPD arriverebbe al 19%, mentre i Verdi sarebbero al 14,5% e la Linke al 5%. I liberali dell'FDP manterrebbero il 6,5% dei suffragi. In teoria, con una svolta a destra oggi alquanto improbabile, una futuribile alleanza tra CDU-CSU ed AfD arriverebbe al 46,5% dei consensi.

C'è di nuovo, in Grecia, il successo schiacciante riportato da Nuova Democrazia nelle elezioni politiche del 25 giugno scorso con il 40,5% dei voti, che equivalgono a 158 seggi nel Parlamento di Atene sui 300 disponibili, grazie a una riforma elettorale che assicura un premio di maggioranza tra i 25 e i 50 seggi al partito vincitore. Invece Syriza, il partito che guida la sinistra, non è arrivato che al 17% dei consensi. Se il partito popolare guidato da Kyriakos Mitsotakis, che presenta chiare caratterizzazioni di destra, dovesse bissare questo successo alle elezioni per il Parlamento europeo nel 2024, potrebbe influire sulle alleanze del PPE.

D'altra parte, anche in Spagna si prefigura uno scenario assai simile a quello della Grecia: in vista delle elezioni politiche anticipate che si terranno il 23 luglio, si stima che il Partito popolare aumenterebbe di molto i consensi precedenti, essendo accreditato del 30% dei suffragi. Vox, partito della destra sovranista, arriverebbe al 17%. Questi due partiti potrebbero governare insieme il Paese, ma una prospettiva di forte spostamento a destra impensierisce l'elettorato, favorendo un certo recupero del Partito Socialista nei sondaggi.

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27/06/2023

Grecia - I conservatori prendono gli stessi voti di maggio, la nuova legge elettorale gli consegna la maggioranza

Nuova Democrazia (ND), il partito conservatore greco al potere dal 2019, ha ottenuto il 40,55% dei voti, oltre il doppio del suo principale oppositore, il partito di sinistra dell’ex premier Alexis Tsipras, Syriza, che aveva già subito una pesante sconfitta in occasione del voto precedente il mese scorso, quando però la vittoria di ND non era bastata a garantire la maggioranza.

Alle elezioni del 21 maggio scorso Nuova Democrazia aveva ottenuto il 40,79%, che non bastava però per avere la maggioranza assoluta. Per questo aveva chiesto nuove elezioni e adesso, con la nuova legge elettorale, può contare sul premio di maggioranza che, praticamente con il medesimo risultato, gli consente di avere la maggioranza in Parlamento.

Con questo risultato, alla destra dovrebbero andare 158 dei 300 seggi del parlamento che in Grecia ha una sola Camera. Domani, Mitsotakis andrà alle 11 al palazzo presidenziale di Atene dove la presidente Katerina Sakellaropoulou gli conferirà l’incarico.

Questa volta Syriza si è fermata al 17,84%, un mese fa aveva ottenuto il 20,7%, perdendo così il 3% dei voti. Syriza, che si conferma il principale partito di opposizione, è stata dunque punita dai greci che non le perdonano il tradimento del referendum del 2015 dove prevalse l’Oxi – il No all’accordo-capestro con la Troika europea – e che vide invece il governo Tsipras firmare lo stesso il memorandum con gli apparati della Ue.

Il terzo partito sono i socialisti del Pasok. Subito dopo ci sono i comunisti del Partito Comunista di Grecia (KKE) in crescita con il 7,6% e che avranno 26 deputati. Già nelle elezioni di maggio il KKE aveva ottenuto un aumento significativo nei centri urbani, nei quartieri popolari di Atene, del Pireo e di altre grandi città, avvicinandosi o addirittura superando il 10%. A livello nazionale, il KKE ha aumentato i suoi voti del 42% in 12 delle 13 regioni della Grecia rispetto alle precedenti elezioni del 2019. Il KKE ha ricevuto anche più del 10% tra gli elettori all’estero.

Infine ci sono altre 4 formazioni. Fra queste, colpisce il risultato dell’estrema destra degli Spartani che ha ottenuto il 4,6% superando la soglia di sbarramento del 3% e accedendo a sorpresa al Parlamento. Si tratta di un partito sostenuto da un ex esponente della formazione neonazista Alba Dorata, Ilias Kassidiaris, che sta scontando in carcere una pena di 13 anni e mezzo. Eletti per la prima volta nel 2012, in piena crisi economica greca, gli esponenti di quel partito sono stati condannati a pesanti pene detentive per violenze e omicidi con cui hanno colpito migranti e avversari politici.

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16/06/2023

La tragedia del Peloponneso è la conferma del razzismo UE

La tragedia avvenuta in Grecia – con centinaia tra morti e dispersi per il ribaltamento di un peschereccio al largo delle coste del Peloponneso – è la conferma del razzismo dell’Unione Europea e del comportamento volutamente criminale dei governi europei.

Non si può fermare un dramma determinato dagli stessi paesi occidentali (attraverso guerre, sfruttamento delle risorse, connivenze con governi dittatoriali) con politiche respingenti, repressive ed escludenti.

È chiaro che ogni naufragio che si trasforma in tragedia diventa un monito a ciascun migrante che progetti la traversata del Mediterraneo, nonché una dimostrazione di forza da sfoggiare ai propri elettori. L’ennesima rappresentazione di un’Europa che difende il proprio fortino.

Ma la realtà è molto più grave di come viene raccontata: dall’Unicef apprendiamo che nei primi 4 mesi del 2023 gli arrivi in Europa sono stati quasi 60.000, di cui oltre 10.500 minori, in fuga da Medioriente, Nord Africa, Africa Sub-Sahariana, Asia Centrale e Meridionale.

Nel 2022 oltre 159.400 persone sono giunte in Europa in condizioni spesso disastrose; tra loro, ben 32.000 bambini o minori di 18 anni, cioè uno su cinque. A fine 2022, 132.815 tra rifugiati e migranti risultavano presenti in Italia, Grecia, Bosnia-Erzegovina, Bulgaria e Serbia – i paesi più colpiti dall’emergenza – di cui 47.392 bambini e adolescenti, 21.145 dei quali non accompagnati.

L’Italia è il primo paese d’arrivo in Europa: nel 2022 ha registrato oltre 105.100 nuovi arrivi, contro i 67.400 del 2021, il numero più alto dal 2017. Nei primi 4 mesi del 2023, gli arrivi sono stati già più di 41.800 – tra cui 7.100 minori, inclusi gli oltre 4.000 non accompagnati.

I numeri così elevati, nonostante i grandi pericoli della traversata in mare, ci dicono che è necessaria una diversa politica dell’accoglienza, ma soprattutto una diversa politica della cooperazione. Andare in Tunisia e chiedere al governo tunisino di fare il lavoro sporco al posto dell’Europa è a dir poco vergognoso!

Dietro questi numeri non è difficile comprendere come un sistema sociale basato sul profitto e sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo riesca a trasformare un dramma in un’occasione di profitto.

Dal business dell’accoglienza, che vede anche qui le solite vergognose truffe e speculazioni, allo sfruttamento di migliaia di persone costrette ad accettare ogni forma di condizione lavorativa, in quanto la permanenza in Italia è legata ad uno straccio di contratto di lavoro.

Il 28 aprile a Roma una grande manifestazione ha ribadito la necessità della regolarizzazione di tutti i lavoratori migranti, proprio per uscire dalla logica del ricatto padronale e per permettere la rivendicazione del diritto di essere persona, cittadino, lavoratore.

Questi temi saranno al centro dell’assemblea nazionale del movimento “Non sulla nostra pelle”: diritto al lavoro e sul lavoro, cittadinanza, questioni di genere e politiche neocoloniali nei confronti dei paesi del sud del mondo.

Sarà a Napoli il 17 e 18 giugno presso l’Ex OPG che centinaia di migranti coscienti della propria condizione si confronteranno su come organizzare le lotte dei migranti in Italia, su come il protagonismo di migliaia di lavoratori migranti possa spazzare via lo sfruttamento, il razzismo, il pietismo e l’assistenzialismo per dare vita ad un percorso di affermazione dei diritti.

Un’occasione in più per rilanciare la manifestazione nazionale contro il governo Meloni del 24 giugno a Roma.

L’Unione Sindacale di Base con i propri delegati da varie regioni parteciperà e darà il proprio contributo all’assemblea.

A Napoli il 17 e il 18 giugno assemblea delle lotte migranti!

Il 24 a Roma la manifestazione contro il governo Meloni ed il razzismo europeo!

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22/05/2023

Grecia - Rivincono i conservatori, Tsipras perde un terzo dei voti, il Kke al 7%

È stata una vittoria pesante quella del partito conservatore Nuova Democrazia di Kyriakos Mitsotakis nelle elezioni parlamentari che si sono svolte in Grecia.

Nuova Democrazia (ND) ha ottenuto il 40,8% dei voti, in netto vantaggio sulla sinistra di Syriza di Alexis Tsipras, che ha ottenuto solo il 20% dei voti, davanti al partito socialista Pasok-Kinal che ha incassato l’11,6% e al Kke (partito comunista di Grecia) che ha ottenuto il 7,2%. Restano fuori dal Parlamento il movimento MeRA25 creato dall’ex ministro dell’economia del governo Tsipras Varoufakis e il movimento Plefsi Eleftherias dell’ex presidente del Parlamento Konstantopoulou.

Tuttavia, il leader conservatore Mitsotakis non ha raggiunto il suo obiettivo di una maggioranza assoluta dei seggi nel nuovo Parlamento e dovrà ricorrere ad una coalizione oppure tornare alle urne per garantirsi un governo stabile.

Mitsotakis, è al governo dal 2019, ed ha già fatto capire che vuole andare a nuove elezioni, che potrebbero tenersi alla fine di giugno o all’inizio di luglio, per cercare di ottenere la maggioranza assoluta.

Sulla base dei risultati elettorali né i conservatori di Nuova Democrazia né una eventuale coalizione dei partiti di opposizione sono in grado di raggiungere la percentuale del 45% necessaria per conquistare la maggioranza assoluta dei seggi. Se Mitsotakis rinunciasse ad allearsi con un’altra formazione per formare una coalizione di governo, il Paese andrebbe verso nuove elezioni. Le elezioni odierne si sono svolte con un nuovo sistema elettorale proporzionale, che elimina l’assegnazione dei 50 seggi al partito più votato, ma se si tornasse a votare verrebbe reintrodotto il premio di maggioranza e con questo per ND sarebbe sufficiente il 37% dei voti per governare con la maggioranza assoluta.

È bene ricordare che l’attuale premier greco Mitsotakis, è un laureato ad Harvard, alto dirigente della Chase Bank inglese ed ex consulente di McKinsey. Dunque la massima espressione della tecnocrazia conservatrice e liberista. Secondo fonti interne a Nuova Democrazia Mitsotakis intende rinunciare a un mandato esplorativo per ripresentarsi al voto il 25 giugno, con un sistema elettorale che gli può garantire una più sicura maggioranza. Le nuove elezioni, infatti, come accennato si terrebbero con un diverso sistema elettorale, approvato proprio durante il governo conservatore, che assegna direttamente un bonus di seggi, fino a un massimo di 50, al partito vincitore.

Il risultato elettorale è stato invece un duro colpo per la credibilità di Alexis Tsipras, al quale il popolo greco ancora non perdona ancora il “tradimento” del referendum contro i diktat europei, vinto ma disatteso quando era al governo tra il 2015 e il 2019.

Pagine Esteri sottolinea che Syriza negli ultimi quattro anni, pur stando all’opposizione, “ha accentuato il suo profilo socialdemocratico e governista. Se da una parte migliaia di dirigenti e militanti radicali hanno abbandonato la coalizione – per fondare gruppi dissidenti alla sua sinistra o più spesso per tornare alle lotte tematiche o territoriali quando non a casa – dall’altra il suo organigramma è stato rimpolpato da migliaia di quadri provenienti dal Partito Socialista e da altre organizzazioni moderate”.

Tsipras e Syriza hanno lasciato sul terreno un terzo dei voti ottenuti nel 2019, e in alcune aree è arrivato alle spalle del partito socialista Pasok-Kinal, guidato dal 44enne Nikos Androulakis. Un’altra vittima del voto è stata l’ex ministro delle finanze, Yanis Varoufakis, il cui partito anti-austerità MeRA25 non è riuscito ad entrare in Parlamento. Alle scorse elezioni il movimento di Varoufakis aveva ottenuto il 3,44% e 9 deputati, ma questa volta ha raggiunto solo il 2,62%.

È andata un po’ meglio a “Plefsi Eleftherias”, il movimento di sinistra libertaria dell’ex presidente del Parlamento Zoi Konstantopoulou, che con il 2,89% ha mancato di poco il superamento della soglia di sbarramento necessaria per ottenere rappresentanti. Si conferma invece la tenuta dei comunisti del KKE che mantengono il loro 7,2%.

Il KKE ancora una volta ha marcato le distanze con il resto del quadro politico e soprattutto con Syriza. “Siamo mondi distanti” ha affermato il segretario del KKE Dimitris Koutsoumbas “Abbiamo combattuto battaglie nel movimento sindacale per abrogare le leggi antioperaie, per firmare contratti collettivi di lavoro con aumenti salariali, per impugnare i licenziamenti. Non abbiamo aspettato le elezioni, come qualcuno chiedeva, perché “non ci sono le condizioni per fare qualcosa”, come hanno detto. La nostra gente non poteva aspettare. Hanno lottato. Abbiamo lottato insieme. E abbiamo ottenuto diverse vittorie”.

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