Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
21/03/2026
Cipro vuole ridiscutere delle basi militari britanniche sul proprio territorio
Le basi militari di cui parla Starmer sono con tutta probabilità quelle di Akrotiri e Dhelekya stanziate sul territorio di Cipro ma sotto il controllo della Gran Bretagna, anche questo un ultimo retaggio del colonialismo ma all’interno di un paese membro dell’Unione Europea.
Nei primissimi giorni di guerra, Hezbollah ha colpito la base aerea di Akrotiri con un drone palesando il fatto che ospitare e utilizzare le basi militari espone il paese al conflitto. Nei giorni successivi sono stati intercettati altri due droni diretti contro la base militare.
Lo scorso 8 marzo una manifestazione è sfilata nelle strade di Nicosia al grido “fuori le basi della morte”. Il corteo ha marciato verso il palazzo presidenziale dell’era coloniale, nel timore che il paese venisse trascinato nel più ampio conflitto contro l’Iran.
Giorgos Koukoumas, portavoce di AKEL, secondo partito del paese, ha nuovamente chiesto al governo di comunicare alla Gran Bretagna senza mezzi termini che Cipro e il suo popolo si oppongono a qualsiasi tipo di coinvolgimento militare delle basi nei conflitti in corso nella regione.
G. Koukoumas ha sottolineato che la richiesta di lunga data per lo smantellamento delle basi britanniche sull’isola è più rilevante che mai.
“Quando questa sfortunata situazione in Medio Oriente sarà finita, dobbiamo avere una conversazione aperta e franca con il governo britannico sullo status e sul futuro delle basi britanniche a Cipro” ha fatto sapere Il presidente cipriota, Nikos Christodoulides.
Lo status delle basi militari britanniche è regolato dallo stesso trattato che ha istituito la Repubblica di Cipro nel 1960. Il Treaty of Establishment è molto chiaro: le basi sono territorio britannico. Cipro era una colonia britannica prima del 1960. Il trattato stabilisce che la Repubblica di Cipro ottenga l’indipendenza, mentre le due aree sovrane restano territori del Regno Unito. Di fatto, afferma la giurista Nasia Hadjigeorgiou, in una intervista all’agenzia Nova “queste aree sono ancora colonie: il loro status non è cambiato. Prima del 1960 l’intera isola era una colonia, oggi lo è circa il 3 per cento del territorio”. Londra concesse l’indipendenza, ma si riservò 256 km² di sovranità territoriale sulle basi di Akrotiri (sud-ovest) e Dhekelia (sud-est).
In passato la base di Akrotiri è stata usata dagli USA e dalla Gran Bretagna per operazioni militari in Siria e Iraq, spesso all’insaputa o contro la volontà delle autorità cipriote. Non solo. Secondo fonti attendibili, le basi britanniche a Cipro sarebbero state utilizzate anche per supportare le operazioni militari israeliane nella Striscia di Gaza e contro gli Houthi in Yemen.
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09/07/2025
Espulsa delegazione della UE dalla Libia dell’est
La visita dei ministri dell’Interno di Italia, Grecia e Malta – Matteo Piantedosi, Thanos Plevris e Byron Camilleri – e del commissario europeo per le Migrazioni, Magnus Brunner, è stata così annullata.
A molti è venuto quasi istintivo invocare una sorta di legge del contrappasso per il ministro Piantedosi – l’espulsore che viene espulso a sua volta – ma la vicenda appare più complessa delle apparenze.
Ai componenti della missione, di cui fanno parte i ministri dell’Interno di Italia, Grecia e Malta e il commissario europeo per le Migrazioni, Magnus Brunner, è stato comunicato che “devono lasciare immediatamente il territorio libico in quanto persone non gradite”.
Il comunicato ufficiale porta la firma del capo del governo libico dell’est, Osama Hammad, e definisce l’episodio un “chiaro superamento delle consuetudini diplomatiche e dei trattati internazionali”.
Nel testo si legge che le autorità di Bengasi hanno considerato il comportamento della delegazione europea una “mancanza di rispetto alla sovranità nazionale libica e una palese violazione delle leggi del Paese”, sottolineando inoltre “il mancato rispetto delle procedure di ingresso e soggiorno dei diplomatici stranieri stabilite dal governo libico”.
La nota aggiunge che “dopo l’arrivo della delegazione all’aeroporto internazionale di Benina”, le autorità hanno ritenuto necessario notificare ai funzionari europei “l’obbligo di lasciare immediatamente il territorio libico e considerarli persone non gradite”.
Il governo di Hammad ha inoltre ribadito “a tutti i diplomatici e membri delle missioni internazionali e delle organizzazioni non governative e governative l’importanza di rispettare pienamente la sovranità dello Stato libico”, attenendosi “alle leggi e ai regolamenti in vigore” e riconoscendo “le prerogative delle autorità libiche nel disciplinare le visite ufficiali”.
Il premier ha quindi invitato tutte le parti a “coordinarsi con il governo libico” in vista di futuri incontri diplomatici, sottolineando che eventuali future violazioni saranno gestite “secondo quanto previsto da accordi e trattati internazionali”.
La visita a Bengasi dei ministri sarebbe saltata sul nascere, a causa di una “imboscata diplomatica”. Secondo quanto riferiscono fonti informate a “Agenzia Nova”, l’episodio ha preso una piega imprevista già al momento dell’atterraggio dell’aereo con a bordo la delegazione europea, quando a scendere per primo è stato l’ambasciatore dell’Unione europea in Libia, Nicola Orlando.
Sul piazzale dell’aeroporto di Benina, tuttavia, ad accogliere la delegazione non c’erano gli interlocutori previsti dai protocolli definiti nei giorni precedenti. Al loro posto, erano presenti rappresentanti del Governo di stabilità nazionale guidato da Osama Hammad, premier designato dalla Camera dei rappresentanti di Tobruk ma non riconosciuto dalla comunità internazionale.
La visita – precisano le fonti – era stata concordata con Khalifa Haftar, comandante generale dell’Esercito nazionale libico (ENL), e non con le autorità governative dell’Est.
Secondo questa ricostruzione nessun elemento andrebbe letto in chiave bilaterale contro l’Italia o altri Paesi membri dell’Unione europea: la questione è squisitamente legata ai delicati equilibri istituzionali in Libia e alle dispute di legittimità tra i diversi attori libici.
La delegazione europea ha chiesto di evitare foto ufficiali con gli interlocutori libici presenti all’aeroporto – diversi da quelli previsti dal protocollo – per non attribuire un riconoscimento formale al governo di Hammad, rimanendo però disponibile – come segno di rispetto – a incontrare le autorità locali in modo informale e senza esposizione mediatica.
A quel punto è scattata la reazione da parte libica con la dichiarazione che la visita non avrebbe più avuto luogo.
Secondo le fonti di “Agenzia Nova” – una delle fonti più informate sulla situazione libica – si è trattato di un’azione deliberata da parte del governo di Hammad, probabilmente finalizzata a ribadire la richiesta di pieno riconoscimento politico.
Secondo due analisti sentiti dall’Agenzia Nova, il blocco della delegazione europea all’aeroporto di Bengasi sarebbe anche il riflesso di una crisi diplomatica sempre più profonda tra il governo dell’Est libico e la Grecia. “Le relazioni tra Bengasi e Atene sono oggi estremamente deteriorate, anche per via del potenziale avvicinamento della Libia orientale alla Turchia e dell’eventuale ratifica del memorandum marittimo turco-libico da parte delle autorità dell’Est”. Sullo sfondo c’è l’allargamento della Zona Economica Esclusiva libica e il suo ricongiungimento con quella della Turchia.
Secondo un altro osservatore “Il gesto di Hammad – dichiarare persona non grata la delegazione europea – può essere letto anche come un tentativo di affermarsi come interlocutore politico autonomo, rafforzando la propria posizione nella complessa gerarchia del potere cirenaico”, afferma un analista dell’Istituto Internazionale di Studi Strategici.
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21/06/2024
Hezbollah manda un avviso a Cipro. “Non fornite aeroporti a Israele in caso di attacco al Libano”
In precedenza Nasrallah aveva messo in guardia Cipro dal mettere a disposizione di Israele i suoi aeroporti e le sue basi in caso di guerra con il movimento libanese. “Aprire aeroporti e basi cipriote al nemico israeliano per prendere di mira il Libano significherebbe che il governo cipriota è parte della guerra e la resistenza lo considererà parte in guerra”, aveva affermato Nasrallah in un discorso trasmesso dai media libanesi.
L’avvertimento, per molti versi inaspettato, ha fatto correre un brivido lungo la schiena alle autorità di Cipro e di quelle europee.
“Cipro è uno Stato membro dell’Ue, ogni minaccia a Cipro è una minaccia a tutta l’Unione Europea” ha detto Peter Stano, portavoce del Servizio di Azione Esterna della Commissione Europea (in pratica i servizi segreti europei, ndr), commentando le dichiarazioni di Hezbollah sul possibile coinvolgimento di Cipro nell’allargamento del conflitto in Medio Oriente.
Ma è veramente in buona fede il presidente cipriota quando dice che Cipro non è coinvolta nella guerra in corso in Medio Oriente? Ci sono almeno due questioni che lo smentiscono.
La prima è che dalle basi militari britanniche di Akrotiri e Dhekelia sul territorio cipriota, sono partiti gli aerei militari che hanno bombardato le postazioni degli Houthi nello Yemen in questi mesi e, pare, anche quelli che hanno aiutato Israele a intercettare e distruggere i droni e i missili iraniani due mesi fa.
Secondo Middle East Eye dal 7 ottobre, Cipro è emersa come “un hub per le forze speciali statunitensi”. Quest’anno gli operatori navali statunitensi hanno condotto un addestramento congiunto con le controparti cipriote. “Cipro si è anche attivamente presentata come un luogo di sosta per gli aiuti a Gaza e il porto di Larnaca è stato il primo punto di ingresso per gli aiuti che viaggiano verso il molo costruito dagli Stati Uniti a Gaza”.
Inoltre, secondo quanto riferito dalla israeliana I24, l’aviazione di Tel Aviv ha anche utilizzato lo spazio aereo cipriota per condurre un’esercitazione che simula lo scenario di un attacco iraniano contro Israele.
Seconda questione: nel braccio di ferro in corso nel Mediterraneo orientale sulle Zone Economiche Esclusive (ZEE) e i giacimenti di gas nel mare, Israele sostiene Cipro in funzione anti-turca. Negli ultimi anni si sono molto rafforzati i legami tra Israele, Grecia e Cipro: “i tre Paesi hanno deciso di impegnarsi nella promozione degli obiettivi di stabilità, sicurezza e prosperità”, ha detto l’ambasciatore israeliano a Cipro.
Appena un anno fa si è svolto proprio a Nicosia l’Israel Hellenic Forum in un contesto di crescenti relazioni tra Israele, Cipro e Grecia in settori sensibili e strategici come energia, difesa, turismo, alta tecnologia e sicurezza informatica. Proprio in quell’occasione il presidente della Repubblica di Cipro ha dichiarato che le relazioni tra Cipro, Grecia e Israele sono diventate strategiche e si basano su una visione comune per un Mediterraneo orientale prospero.
Insomma può essere che il leader di Hezbollah abbia voluto mandare solo un avvertimento preventivo a Cipro di non pensare neanche a fare brutti scherzi nell’eventuale scontro frontale con Israele. Certo che per essere stato così esplicito Nasrallah potrebbe avere informazioni di cui altri – se non i diretti interessati – non sono a conoscenza.
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23/04/2021
Israele arma la Grecia, festeggia Leonardo
Nel centro di addestramento per l’aviazione ellenica che verrà costruito e gestito per 22 anni dal ministero della difesa di Tel Aviv e dall’appaltatore israeliano Elbit Systems, ci saranno anche 10 velivoli da addestramento M-346 di Leonardo. Sono 300 i milioni di euro che incasserà l’azienda italiana che quest’anno punta a ordini per 14 miliardi di euro.
La parte del leone sarà di Israele. Il ministro della difesa Benny Gantz non ha nascosto la soddisfazione per il livello di cooperazione raggiunto con la Grecia. «Sono certo – ha previsto – che (l’accordo) rafforzerà ulteriormente i rapporti tra Israele e Grecia».
Elbit riammodernerà i velivoli T-6 della Grecia e fornirà anche addestramento, simulatori e supporto logistico. Domenica le forze aeree israeliane e greche hanno avviato un’esercitazione congiunta in Grecia proseguendo la collaborazione già vista a Creta quando i piloti delle due parti si erano addestrati insieme ad aggirare una batteria di S-300, il sistema di difesa aerea di fabbricazione russa dispiegato anche in Siria e Iran. Nelle scorse settimane si sono svolte anche manovre navali congiunte.
Israele, Grecia e Cipro hanno avanzato negli ultimi mesi i piani per costruire un cavo elettrico sottomarino da 2.000 megawatt e un gasdotto sottomarino di 1.900 km. Progetto ai quali la rivale Turchia ha replicato inviando navi per la prospezione del gas in acque rivendicate dalla Grecia e di perforazione in un’area in cui Cipro rivendica i diritti esclusivi.
Grecia e Turchia, entrambe nella Nato, l’anno scorso sono arrivate vicine a un nuovo conflitto armato ma le tensioni si sono poi allentate.
L’accordo militare tra Tel Aviv e Atene del valore di 1,35 miliardi di euro rientra indirettamente nella partnership al centro dell’incontro ospitato la scorsa settimana nella città cipriota di Paphos che ha visto aggiungersi ai ministri degli esteri di Cipro, Grecia e Israele – Nikos Christodoulides, Nikos Dendias e Ghabi Ashkenazi – il capo della diplomazia degli Emirati, Anwar Gargash.
Una presenza che ha confermato quanto la sicurezza e gli accordi militari siano i pilastri veri dell’Accordo di Abramo, la recente normalizzazione dei rapporti tra Israele e quattro paesi arabi. La leadership israeliana a Paphos è stata evidente.
«Questa nuova partnership strategica si estende dalle rive del Golfo Persico al Mediterraneo e all’Europa. Questo incontro è uno dei risultati dei cambiamenti avvenuti in Medio oriente nell’ultimo anno», ha sottolineato nel suo intervento il ministro degli esteri israeliano Gabi Ashkenazi.
«Siamo geograficamente vicini – ha aggiunto – e condividiamo una visione simile del Medio oriente e del suo futuro». Ashkenazi non ha mancato a Paphos di ribadire che Israele farà di tutto per impedire che l’Iran possa dotarsi di armi nucleari, lasciando intendere che non esiterà a usare anche la forza militare.
Ha sorvolato sul fatto che il suo paese è l’unico in Medio oriente a possedere ordigni atomici e che la sua centrale a Dimona non è soggetta a controlli internazionali. Il suo collega emiratino Gargash ha poi confermato che i rapporti con lo Stato ebraico equivalgono a una «visione strategica alternativa» volta a rafforzare la «sicurezza regionale».
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12/12/2020
I paradisi fiscali europei
L’elusione fiscale internazionale
Secondo le stime più recenti, almeno il 40% dei profitti esteri delle
multinazionali è dichiarato in «paradisi fiscali», cioè in paesi che
applicano aliquote tra il 5 e il 10% o, in alcuni casi, pari a zero. Si
tratta di almeno 800 miliardi di dollari di reddito sottratti alla
tassazione in nazioni che non hanno regimi fiscali aggressivi, come
Francia, Italia, Germania o Stati Uniti[1]. I profitti delle multinazionali non si dirigono solo verso paradisi offshore
come le Isole Cayman, le Bermuda o le Seychelles. Nei complessi schemi
dell’elusione fiscale internazionale hanno un importante ruolo anche
alcuni Stati membri dell’Unione Europea: Lussemburgo, Olanda, Belgio e
Irlanda, ai quali si aggiungono Malta e Cipro.
Per ridurre il carico fiscale, le multinazionali utilizzano diverse
tecniche. Quella più semplice consiste nella creazione di una società
controllata con sede in un paradiso fiscale, in cui spostare gli utili
conseguiti dalle altre società del gruppo. Un’altra tecnica è quella del
transfer pricing, che consiste nell’effettuare transazioni
(prestiti, cessioni di marchi e brevetti o servizi) tra società che
fanno capo a una controllante che ha sede in un paradiso fiscale. In
alcuni casi, le multinazionali possono beneficiare di accordi fiscali (tax ruling) con le autorità nazionali, come quelli al centro dello scandalo LuxLeaks, scoppiato nel 2014.
Sulla base di documenti riservati della società di consulenza
PricewaterhouseCoopers (PwC), il consorzio internazionale dei
giornalisti d’inchiesta (ICIJ), rivelò come le autorità fiscali del
Lussemburgo avessero concesso a 340 multinazionali (tra cui Apple,
Deutsche Bank, Ikea, Nike, Pepsi) di poter beneficiare, tra il 2002 e il
2010, di aliquote effettive irrisorie, a volte inferiori all’1%, sui
profitti realizzati in paesi a più elevata tassazione[2]. Lo scandalo LuxLeaks
ebbe enorme risonanza, ma praticamente nessuna conseguenza. Lo attesta
la “Relazione sui reati fiscali, l’evasione e l’elusione fiscale”,
approvata dal Parlamento Europeo nel 2019, in cui si “deplora il fatto
che, a quasi cinque anni dalle rivelazioni di LuxLeaks, la Commissione abbia aperto un’indagine formale solo in uno degli oltre 500 ruling in materia fiscale concessi dal Lussemburgo”[3].
Nessun paese europeo rientra nella cosiddetta «lista nera» dei
paradisi fiscali (ufficialmente giurisdizioni non-cooperative ai fini
fiscali) adottata dal Consiglio d’Europa[4].
Eppure, non c’è alcun dubbio che alcuni Stati membri della UE svolgano
un ruolo centrale nel trasferimento di capitali verso giurisdizioni a
fiscalità privilegiata.
Società buca-lettere e investimenti fantasma
Uno degli indizi dell’importanza di alcuni centri finanziari europei
nel sistema internazionale dell’elusione fiscale, è dato dagli enormi
flussi di investimenti diretti esteri che vi si dirigono. Lo conferma la
citata «Relazione sui reati fiscali e l’evasione» del Parlamento
Europeo, che evidenzia come l’elevato livello di investimenti esteri
rispetto al Pil in Belgio, Cipro, Ungheria, Irlanda, Lussemburgo, Malta e
Olanda sia solo in parte spiegato da attività economiche effettive[5].
Parte degli investimenti esteri è destinato, infatti, a sussidiarie o
«società a destinazione specifica». Si tratta, spesso, di società
«buca-lettere», cioè entità giuridiche senza consistenza fisica e che
non svolgono alcuna attività economica reale, costituite per minimizzare
il carico effettivo globale delle multinazionali. Secondo la Banca
Centrale olandese, le società «buca-lettere» costituite in Olanda da
imprese multinazionali sarebbero ben 15.000[6]. Attraverso queste società transitano investimenti esteri «fantasma»[7].
Nonostante si tratti di due nazioni piccole per dimensioni economiche
e demografiche, Lussemburgo e Olanda attraggono più investimenti
diretti esteri della Cina (Fig. 1). Nel complesso, i livelli degli
investimenti esteri nei due paesi europei sono di poco inferiori a
quelli degli Stati Uniti, la più grande economia al mondo. Per avere
un’idea, si consideri che, nel 2019, lo stock (livello) di
investimenti esteri in ingresso in Olanda era di 4.445.969 milioni di
dollari, in Lussemburgo di 3.422.838 milioni, mentre in Italia di
445.715 milioni di dollari. Ma quanti di questi sono effettivi e quanti,
invece, investimenti fantasma?
I dati della tabella 1 offrono una prima risposta. Nel 2019, il livello (stock) degli investimenti esteri in entrata rappresentava il 4.928% del Pil del Lussemburgo e il 490% di quello dell’Olanda. Valori stratosferici che, però, scendono al 185% e al 193% del Pil quando si escludono gli investimenti verso le società a destinazione specifica.
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| Tab. 1. Investimenti diretti esteri in entrata (stock) rispetto al Pil nel 2019 (%) Per il Belgio, i dati si riferiscono al 2018. Fonte: OECD, FDI in figures, April 2020. |
In altri termini, ben il 96% dello stock di investimenti esteri in entrata in Lussemburgo, il 60,6% di quelli in Olanda e il 55% di quelli in Belgio è riconducibile a società a destinazione specifica, molte delle quali sono, come detto, società «buca-lettere». Mancano i dati per l’Irlanda, Malta e Cipro, anche se è riconosciuto che questi paesi hanno un ruolo importante per l’elusione fiscale internazionale. Se Lussemburgo e Olanda sono ai primi posti al mondo nell’attrazione di investimenti fantasma, l’Irlanda è tra le prime dieci destinazioni[8].
Le tasse perdute delle nazioni
L’elusione e l’evasione fiscale internazionale sottraggono annualmente entrate ai bilanci degli Stati: risorse che potrebbero essere destinate al finanziamento di servizi essenziali. Secondo le stime più recenti, l’elusione e l’evasione internazionali causano agli Stati della UE una perdita di entrate fiscali di 170 miliardi di euro all’anno. Di questi, 60 miliardi derivano dall’elusione delle società multinazionali, 46 dal trasferimento di patrimoni da parte di individui e 64 miliardi da frodi dell’Iva. Mentre la maggior parte dei paesi si impoverisce, sei Stati europei (Belgio, Cipro, Irlanda, Lussemburgo, Malta e Olanda) traggono, invece, benefici dall’elusione dei profitti da parte delle imprese multinazionali[9].
Secondo il Tax Justice Network (Rapporto 2020), a causa all’evasione e dell’elusione fiscale internazionale, l’Italia perde annualmente 12,4 miliardi di dollari (circa 10 miliardi di euro), corrispondenti al 2% delle entrate fiscali. Un ammanco causato per 8,8 miliardi di dollari dal trasferimento di profitti delle multinazionali e, per 3,6 miliardi, dall’evasione offshore dei privati. I mancati introiti equivalgono al 9% della spesa sanitaria italiana e al 15% della spesa per l’istruzione. Nel complesso, le risorse perdute consentirebbero, all’Italia, di assumere 379.380 infermieri[10].
Così, mentre la maggior parte degli Stati – anche per fronteggiare le conseguenze della pandemia da coronavirus – accresce i debiti pubblici, l’elusione e l’evasione fiscale internazionali sottraggono risorse ai cittadini, in un sistema che genera profonde iniquità.
Note:
[1] E. Saez, G. Zucman, Il trionfo dell’ingiustizia. Come i ricchi evadono le tasse e come fargliele pagare, Einaudi, Torino, 2020.
[2] Oxfam Italia, Giustizia fiscale: tallone d’Achille dell’Europa. Lo scandalo LuxLeaks: un anno dopo, Oxfam Media Briefing, 4 novembre 2015.
[3] Parlamento Europeo, Relazione sui reati finanziari, l’evasione fiscale e l’elusione fiscale, P8_TA(2019)0240.
[4] L’ultima blacklist comprende American Samoa, Anguilla, Barbados, Fiji, Guam, Palau, Panama, Samoa, Trinidad and Tobago, US Virgin Islands, Vanuatu e le Seychelles.
[5] La citata Relazione del Parlamento Europeo «invita la Commissione a considerare attualmente almeno tali Stati membri come paradisi fiscali dell’UE fino a quando non saranno attuate riforme fiscali sostanziali» (par. 330).
[6] Sul caso olandese, T. Gasparri, L’Olanda, Paese di transito e sponda d’approdo per strategie di profit shifting e di erosione delle basi imponibili, Nens, maggio 2020.
[7] J. Damgaard, T. Elkjaer, N. Johannesen, The Rise of Phantom Investments, Finance & Development, September 2019.
[8] J. Sawulski et al., Tax unfairness in the European Union, Polish Economic Institute, 2020.
[9] Cfr., J. Sawulski et al., Tax unfairness, cit., p. 13. Secondo tale studio, questi paesi dovrebbero essere definiti paradisi fiscali della UE.
[10] Tax Justice Network, The State of Tax Justice 2020: Tax Justice in the time of COVID-19, November 2020.
Fonte
04/10/2020
Turchia-Grecia, uno scontro globale
Il 12 agosto scorso tra la nave greca Limnos e quella esplorativa turca Oruc Reis c’è stata, sembra, una collisione. O, in ogni caso, un motivo di contrasto. Ciò è avvenuto in una zona marina contesa tra Atene e Ankara.
Alla base dell’incidente c’è un vecchio contenzioso tra questi due paesi riguardante le acque a sud della Turchia, e, in modo particolare, l’isoletta di Kastellorizo, che si trova a soli due chilometri dalla costa turca, ma appartiene alla Grecia.
Ma, volgendo lo sguardo un po’ oltre, la faccenda riguarda anche un altro contenzioso: Cipro, isola che si trova sempre a sud della Turchia. Com’è noto, infatti, nel 1974 la Turchia invase la parte settentrionale di Cipro e vi creò uno stato turcofono, peraltro riconosciuto solo da Ankara.
Ovviamente queste sono le premesse storico-geografiche locali dell’incidente e non il vero motivo. Non si sarebbe mai arrivati ad uno scontro simile se non ci fosse stata la questione dei giacimenti di gas naturale scoperti 11 anni fa (nel 2009) in quelle acque. Il Mediterraneo orientale, infatti, sembra essere ricco di questi gas e la Turchia sta esplorando la zona a nord di Cipro proprio a tal fine.
E quando si parla di Mediterraneo orientale e di gas, il discorso inevitabilmente non può che allargarsi ad altri paesi dell’area (e anche non), ossia, Libano, Siria, Egitto, Cipro e Israele. Ma anche Francia, e, indirettamente, Libia.
Come se ciò non bastasse, c’è anche la questione dei migranti, che la Turchia utilizza come spada di Damocle per ricattare i paesi europei. E non si tratta soltanto di quelli stanziati nel suo territorio, bensì anche di quelli che si trovano nella parte della Libia controllata da Tripoli e da Al Serraj, uomo fortemente influenzato dal leader turco Erdogan.
La questione principale, dunque, è energetica e soprattutto geopolitica, e si innesta in un’area del mondo già fortemente instabile e “calda”, come il Medio Oriente, allargandola pericolosamente in direzione dell’Europa.
Vi è un progetto di un gasdotto che dovrebbe partire da Israele per giungere in Europa attraverso Cipro e la Grecia (Eastmed) e che vede d’accordo questi tre paesi (e l’Egitto), ma che taglierebbe fuori la Turchia e che crea malumori in paesi arabi come la Siria, il Libano e la Giordania, preoccupati da un ulteriore rafforzamento di Tel Aviv. Inoltre questo finirebbe per fare concorrenza anche al gas fornito dalla Russia all’Europa.
Contemporaneamente, però, ci sono altre questioni. La UE si è schierata formalmente in difesa della Grecia, ma in realtà in pochi, in Europa e in Occidente, vogliono alimentare lo scontro con Erdogan. In parte, come già accennato, per via del ricatto-migranti. Ma anche perché la Turchia fa pur sempre parte della NATO (come anche la Grecia d’altronde). E anche se negli ultimi anni sta agendo un po’ troppo di testa sua, l’Occidente, USA in testa, teme una sua fuoriuscita, che altererebbe pesantemente gli equilibri geostrategici in una zona di fondamentale importanza. La Turchia si trova, infatti, proprio a cavallo tra il Medio Oriente e l’Europa.
Un ruolo centrale, nelle tensioni in corso, spetta alla Francia, la quale è già in forte contrasto con la Turchia per via della Libia. La prima, infatti, sostiene il governo Haftar, ossia quello di Tobruk, mentre la seconda, come già detto, quello di Tripoli di Al Serraj. I quali, come è noto, sono in guerra tra di loro. Parigi, peraltro, è subito corsa a difendere la Grecia dopo l’incidente di cui sopra.
Da notare come in tutto ciò l’Italia, nonostante la sua collocazione geografica, sembra occupare una posizione abbastanza defilata.
Il primo elemento che emerge da questi eventi è che la NATO si sta rivelando un’alleanza sempre più conflittuale al suo interno. Turchia, Grecia e Francia, infatti, sono tutti membri di quest’organizzazione, ma non esitano a contrastarsi a vicenda. Forse sono anche segnali di come questo patto, nato in funzione della vecchia guerra fredda con l’URSS, stia diventando sempre più obsoleto.
Gli stessi Stati Uniti non riescono a gestire bene questa situazione potenzialmente esplosiva. Da una parte sostengono il progetto Eastmed, soprattutto per indebolire la Russia, dall’altra, però, intendono mantenere buoni rapporti con la Turchia – come si è visto anche in Siria, dove hanno appoggiato l’attacco di Ankara ai curdi – onde evitare che questa si sganci dalla NATO e si avvicini troppo alla Russia.
Fonte
09/01/2020
Mar Mediterraneo - Scontro sulle Zone Economiche Esclusive
Molti osservatori sono concentrati sulla guerra civile in Libia e le tensioni in Medio Oriente. Ma c’è un aspetto di questa guerra che merita di essere conosciuto e compreso: lo scontro sulle Zone Economiche Esclusive (da adesso in poi ZEE) nel mare Mediterraneo. Il problema si è palesato negli anni più recenti a causa della scoperta di grandi giacimenti di gas nei fondali marini.
Infatti fino alla fine degli anni '90 nessun Paese che si affacciava sul Mar Mediterraneo aveva proclamato ZEE, pur avendone il diritto riconosciuto dal trattato Onu di Montego Bay del 1982.
Ma la competizione sui corridoi e i giacimenti energetici dalla fine degli anni '90 in poi è diventata furiosa. Sui tracciati delle pipelines che portano gli idrocarburi dai giacimenti fino ai mercati di sbocco in Europa, si è combattuta per anni una guerra non dichiarata tesa ostacolarne o definirne i tracciati (ed anche le conseguenti royalty per i diritti di passaggio). Sul come fare arrivare petrolio e gas dai giacimenti dell’Asia ex sovietica e Iran in Europa si sono combattuti sanguinosi conflitti nel Caucaso e in Turchia.
Per anni i corridoi energetici che dovevano sboccare sul porto russo di Novorossik sul Mar Nero o su quello turco di Ceyhan sul Mediterraneo, hanno visto un braccio di ferro tra Russia, Iran, Stati Uniti, Turchia. In parte questo braccio di ferro è stato anche la causa della guerra e dello smembramento della Jugoslavia e delle tensioni nei Balcani, cioè della regione a ridosso del mercato di sbocco in Europa.
Negli anni più recenti, questo scontro si è spostato sul mare. La scoperta di grandi giacimenti di gas sul fondo marino, ha attivato immediatamente gli Stati rivieraschi.
Ha cominciato Israele definendo in modo piuttosto ampio la propria ZEE tagliando fuori i palestinesi (mare davanti a Gaza) e coinvolgendo Cipro. Il progetto ha via via coinvolto anche la Grecia. La cosa ha preoccupato la Turchia che a sua volta ha definito la propria ZEE, la quale risulta però imbrigliata da quelle di Israele, Cipro e Grecia. Se con la prima i rapporti si sono via via fatti più tesi nel tempo, con le prime due le tensioni sono storiche. Cipro è divisa tra zona greca e zona turca, con la Grecia la rivalità risale al tempo della dissoluzione dell’Impero Ottomano dopo la Prima Guerra Mondiale.
A finirne coinvolta è stata però anche l’Italia. Nel febbraio del 2018 le unità della marina militare turca hanno bloccato e fatto allontanare una nave della Saipem (Eni) che doveva perforare ed esplorare un’area marina al largo di Cipro, dove la Turchia aveva dichiarato unilateralmente il blocco delle attività di esplorazione dei fondali.
A ottobre del 2019, la Turchia ha alzato ulteriormente il livello della sfida nel Mediterraneo Orientale, spingendo la propria ricerca di gas in acque cipriote e direttamente in “casa” di Eni e Total all’interno del blocco esplorativo 7, che Nicosia aveva da poco affidato alle società italiane e francesi. Secondo il Sole 24 Ore, alla Total sono andati il 20% dei blocchi 2 e 9 (quota identica a quella già detenuta dalla cipriota Kogas, mentre Eni ora è scesa al 60%); il 30% del blocco 3 (Eni è scesa al 50%, Kogas resta al 20%) e il 40% del blocco 8, che prima era al 100% “italiano”. Eni e Total erano già socie al 50% nel blocco 6 della Zona Economica Esclusiva al largo di Cipro.
L’ultima forzatura è avvenuta da poche settimane con l’accordo tra Turchia e la Libia di Sarraj che hanno di fatto unificato le loro ZEE incuneandosi tra quelle integrate di Israele, Cipro e Grecia. Con l’accordo turco-libico siglato a fine novembre sulla definizione dei nuovi confini marittimi con la Libia, la Turchia ha voluto mettere un pesante ipoteca sulla questione della delimitazione delle contese acque territoriali attorno all’isola di Cipro e soprattutto sullo sfruttamento delle ingenti risorse di gas che in quelle acque si trovano. Il che riguarda un’area marittima che va dalla parte sud-occidentale della penisola anatolica alle coste nord-orientali della Libia.
Non solo. Secondo l’Istituto di Studi di Politica Internazionale, Ankara ha voluto anche dare un segnale forte a tutti gli altri stati – Egitto, Giordania, Israele e Italia – che a inizio 2019 hanno costituito l’Eastern Mediterranean Gas Forum per lo sviluppo congiunto degli idrocarburi, “esplicitando che nella partita del gas del Mediterraneo orientale la Turchia è intenzionata a giocare la sua parte, anche con regole del gioco non condivise, e a non lasciarsi marginalizzare”.
E qui entra in ballo un altro soggetto pienamente coinvolto nella guerra civile libica: l’Egitto, che come noto, sostiene il generale Haftar contro il governo di Tripoli. Già nel 2015 l’Eni aveva effettuato una scoperta di gas di rilevanza mondiale nell’offshore egiziano del Mar Mediterraneo, presso il prospetto esplorativo denominato Zohr. Il giacimento supergiant presenta un potenziale di risorse fino a 850 miliardi di metri cubi di gas in posto e un’estensione di circa 100 chilometri quadrati. Zohr rappresenta la più grande scoperta di gas mai effettuata in Egitto e nel Mar Mediterraneo. “Eni svolgerà nell’immediato le attività di delineazione del giacimento per assicurare lo sviluppo accelerato della scoperta che sfrutti al meglio le infrastrutture già esistenti, a mare e a terra” scriveva il sito dell’Eni.
Ma a giugno del 2018 di fronte alle coste dell’Egitto l’Eni ha scoperto nella ZEE dell’Egitto un altro giacimento di gas, il “Noor”, che avrebbe dimensioni pari a tre volte il gigantesco giacimento di Zohr, individuato appunto nel 2015 e ritenuto all’epoca il più grande del Mediterraneo.
E questo è stato un evento che in prospettiva può cambiare la geopolitica del Mediterraneo. L’Egitto si troverebbe nelle condizioni di diventare un grande esportatore di energia verso l’Europa, a scapito delle analoghe ambizioni israeliane affidate ai giacimenti Tamar e Leviathan, (quest’ultimo in joint-venture con l’americana Noble) e delle ambizioni della Turchia.
Il Mar Mediterraneo, attraverso i confini invisibili di delimitazione delle ZEE, sta diventando così un terreno di contesa né più né meno di quella che si sta combattendo sulla terraferma, in Libia come a Gaza o a Cipro.
Ieri al Cairo si è svolto un vertice straordinario di paesi coinvolti nella guerra civile libica ma anche nella contesa sulle ZEE nel Mediterraneo ovvero Italia, Egitto, Francia, Cipro e Grecia. La partecipazione infatti di Grecia e Cipro conferma che il problema non riguarda solo gli scontri militari sul territorio libico ma anche le tensioni in mare sui giacimenti di gas.
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24/12/2019
Nel Mediterraneo è scontro sui giacimenti di gas. Israele, Ue e Turchia ai ferri corti
Il più grande giacimento di gas offshore israeliano nel Mediterraneo, il Leviathan, sta per diventare operativo insieme ad un altro giacimento, il Tamar. La produzione andrà a coprire la crescente domanda di energia dell’Egitto con 85,3 miliardi di metri cubi di gas in 15 anni sulla base degli accordi sottoscritti dai due paesi nel febbraio 2018.
Ma sia in Egitto che in Giordania crescono le resistenze a questo accordo economico e strategico con Israele. Infatti non solo l’Egitto ma anche la Jordanian Electricity Company ha concluso un accordo con gli israeliani per importare da Israele il 40% del fabbisogno interno per la produzione di elettricità, ma il contratto è stato respinto un po’ da tutti fin dal primo giorno della sua firma. La Camera bassa giordana ora sta preparando un progetto di legge per “annullare l’accordo sul gas con Israele”, forte dell’appoggio di gran parte dei cittadini giordani, riferisce l’agenzia Nena News.
Emergono poi le tensioni nella competizione internazionale per il gas offshore nel Mediterraneo orientale. Una tensione che potrebbe sfociare in scontri militari veri e propri. Unità turche il 16 dicembre hanno intercettato una nave israeliana che (ufficialmente) stava svolgendo attività di ricerca in acque cipriote, costringendola ad allontanarsi. La nave era la Bat Galim, dell’Istituto israeliano di ricerca oceanografica e limnologica; stava conducendo ricerche nelle acque territoriali di Cipro. Un segnale esplicito da parte di Ankara teso ad ostacolare il rapporto tra Egitto e Israele. E anche per questo motivo la Turchia ha firmato un accordo militare (Restriction of Marine Jurisdictions) con la Libia di Serraj (governo di Tripoli, ndr) condannato però da Cipro e Grecia e sgradito ad Israele. La Grecia ha addirittura espulso l’ambasciatore libico e l’Unione Europea ha condannato l’accordo affermando che: “Viola i diritti sovrani dei paesi terzi, non è conforme al diritto del mare e non può produrre conseguenze giuridiche per i paesi terzi”.
L’intesa turco-libica, attraverso quelle che vengono definite “Zone Economiche Esclusive” (ZEE), coprirebbe infatti un’area del Mediterraneo destinata a veder transitare il gasdotto dell’East-Med che dovrebbe trasportare gas da Israele all’Italia attraverso Cipro e Grecia. Secondo il presidente turco Erdogan “Altri attori internazionali non possono svolgere operazioni di esplorazione in queste aree che la Turchia ha elaborato con questo accordo, senza ottenerne il permesso. La Cipro greca, l’Egitto, la Grecia e Israele non possono stabilire una linea di trasporto del gas senza prima ottenere il permesso dalla Turchia”, ha dichiarato Erdogan.
Ma le tensioni sui giacimenti di gas nel Mediterraneo coinvolgono anche l’Italia. L’Eni infatti lo scorso anno aveva dovuto subire la minaccia dell’uso della forza da parte turca nei confronti della nave Saipem 12000 che l’aveva costretta a lasciare il Block 3 della Zee cipriota. Mentre il 5 ottobre di quest’anno la Farnesina ha dichiarato in un comunicato ufficiale che “L’Italia è preoccupata per le operazioni illegali condotte dalla nave turca Yavutz nella zona economica esclusiva di Cipro a sud dell’isola. Ribadiamo la nostra richiesta di rispettare i diritti sovrani di Cipro e di astenersi da azioni illegali nell’area”.
(Nella grafica di copertina le delimitazioni delle Zone Economiche Esclusive nel Mediterraneo)
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13/02/2018
Eni, il Mediterraneo e la battaglia del gas
Fra i temi trattati en passant nella visita lampo compiuta recentemente a Roma, più per incontrare papa Francesco che Mattarella e Gentiloni, il presidente turco Erdoğan aveva speso qualche manciata di secondi per annunciare al nostro Capo di Stato che le esplorazioni Eni a favore di Cipro nell’ambito della Zona Economica Esclusiva concessa al governo di Nicosia, non erano gradite a Lefkoşa ed Ankara. Da chi usa la geopolitica in maniera cinica e sconsiderata (seppure non da solo) non si può rimanere sorpresi che all’avviso siano seguite mosse muscolari, peraltro usuali nella cupa agenda erdoğaniana. Così da giorni la nave di perforazione Saipem trova la strada sbarrata da fregate turche che svolgono addestramenti militari volti a bloccare il passaggio della struttura di ricerca dell’Eni. La mai risolta questione di Cipro-Nord nell’ultimo decennio s’è trascinata sia la controversia delle ZEE (che sanciscono i diritti sovrani di uno Stato per utilizzare coste, tratti di mare, risorse naturali sottostanti) che vede coinvolte e interessate Cipro, Libano, Israele, Egitto a vari depositi di gas presenti nei fondali del Mediterraneo orientale. Stesso diritto ha la Striscia di Gaza, ma il suo legittimo governo rappresentato da Hamas viene bollato di ‘terrorismo’ e tenuto fuori dall’utilizzo di una risorsa che potrebbe risollevare le sorti economiche dei palestinesi lì residenti.
Oltre ai due più grandi giacimenti scoperti sui fondali di Levante: Zohr (850 miliardi di metri cubi di gas) prospiciente le coste egiziane, Leviathan (600 miliardi di metri cubi) davanti a Israele (ribadiamo: la Striscia di Gaza è fra le due nazioni e ha diritti su una fetta dei due bacini), c’è il cipriota Aphrodite (300 miliardi di metri cubi). La scoperta è allettante per i Paesi coinvolti e interessante per l’Europa che avrebbe a disposizione nuovi mercati energetici per alternarli a quelli noti (Russia e Algeria) diventati particolarmente onerosi. Un ruolo centrale in questa frontiera energetica lo gioca l’Eni, che per esperienza, tecnologia, politica e diplomazia d’ogni genere, acquisite in decenni di presenza su ogni terreno della geografia energetico-politica fa da catalizzatore anche per i progetti di distribuzione di quel gas (la conduttura sottomarina East-Med verso Creta, Grecia e Italia, Arab pipeline dall’Egitto verso Giordania e Siria, Egypt pipeline con successivo trasporto via mare da Port Said). Copre il terreno della ricerca sottomarina, com’è nel caso attualmente in questione con la nave da scandaglio Saipem che dovrebbe ricercare ulteriore sacche di gas nel così definito blocco 6 di Aphrodite. E soprattutto agisce da gran cerimoniere diplomatico per le componenti attirate, direttamente e indirettamente.
L’Eni veste i panni di un ministero degli Esteri sul campo, e pur interessato a trarre massimi profitti da consulenze e joint-venture in ogni zona economica dell’enorme Hub del gas (una conferenza internazionale tenuta lo scorso anno definì il Mediterraneo ‘il mare del gas’) non vuole scontentare gli attori interessati agli sviluppi del grande affare di geopolitica dell’energia. In primo luogo la Russia, poiché il progetto South Stream atto a condurre il gas siberiano verso sud aggirando l’Ucraina, è un piano particolarmente lucroso per Eni e Gazprom. A questo Erdoğan e Putin avevano creato l’alternativa del Turkish Stream, congelato per un periodo ma che ha ripreso quota anche in relazione alla collaborazione fra i due presidenti sullo scacchiere mediorientale siriano. Come mostra la questione di Cipro, non è facile accontentare tutti se e quando interessi economici entrano in contrasto con vicende politiche. E sempre più queste ultime coinvolgono ulteriori terreni in cui diritti, umanità, etica passano in second’ordine di fronte alla ragione di Stato o peggio alla logica del profitto. Per intrighi internazionali in cui si chiede giustizia – l’omicidio Regeni, tanto per tornare su un tema dibattuto – proprio il ruolo dell’azienda del “cane a sei zampe” nel giacimento Zohr e gli affari italiani in uno Stato torturatore e assassino avrebbero bisogno di chiarezza e non dell’omertà della politica. Al Cairo come a Roma. E’ l’unica promessa che i contendenti del 4 marzo non fanno agli elettori.
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01/02/2016
Con Tsipras la Grecia diventa alleata d'Israele
Annunciato a metà mese da Benyamin Netanyahu, si è svolto ieri a Cipro il vertice a tre con il primo ministro israeliano, il premier greco Tsipras e il presidente cipriota Anastasiades. Un summit preceduto dalla firma due giorni fa di importanti accordi bilaterali tra Atene e Tel Aviv. Tsipras da uomo di sinistra ha stretto un’alleanza con Israele, dall’economia alla cooperazione militare, che non avevano saputo o voluto raggiungere neppure i leader greci di destra. La parola chiave del vertice di Cipro è stata “gas”. I tre Paesi hanno annunciato la costituzione di un comitato per studiare la possibilità di portare il gas naturale che si trova nelle acque al largo di Israele e Cipro, in Europa attraverso la Grecia.
Nonostante la prevalenza dei temi economici, le intese raggiunte a Nicosia sono molto più ampie e riguardano anche la sicurezza. E se la vicinanza tra Cipro e Israele, in funzione anti-Turchia, è nota da tempo, invece la stretta cooperazione tra Grecia e Stato ebraico rappresenta una novità.
Per decenni la Grecia è stata apertamente filo-palestinese e il suo cambio di rotta genera preoccupazione ai vertici dell’Olp, tanto che l’ex ministro degli esteri Nabil Shaath, sulle pagine del quotidiano Haaretz, si è domandato se «la Grecia tradirà la Palestina». Atene ha bisogno di rilanciare la sua disastrata economia ma, ha scritto Shaath, «vantaggi economici a breve termine non devono danneggiare una profonda e preziosa amicizia». Una amicizia tra i popoli, ha sottolineato, «tra greci e palestinesi…purtroppo questo rapporto ha iniziato a cambiare».
A metà gennaio la Grecia e alcuni Paesi dell’Europa dell’Est, sollecitati da Netanyahu, hanno tentato di bloccare una risoluzione dei ministri degli esteri dell’Ue che ribadisce la separazione territoriale tra Israele e le colonie che ha costruito nei Territori occupati.
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23/12/2015
La Grecia riconosce lo ‘Stato di Palestina’ ma è sempre più vicina a Israele
La risoluzione adottata afferma che la Grecia “promuoverà appropriate procedure per il riconoscimento di uno stato palestinese e per compiere ogni sforzo diplomatico per riprendere le trattative di pace nella regione”. Dopo aver incontrato il leader dell’Anp il premier ellenico Alexis Tsipras ha annunciato che nei documenti ufficiali il suo governo sostituirà la dicitura “Autorità Palestinese” finora utilizzata con il termine “Palestina”. Una mossa poco più che simbolica, per quanto importante, già adottata da altri parlamenti europei negli ultimi mesi e che ha spesso scatenato dure reazioni da parte di Israele. Anche se la risoluzione votata ieri non è vincolante il voto del parlamento di Atene ha comunque scatenato le ire del governo israeliano.
“I palestinesi e Abbas continuano a scegliere il riconoscimento unilaterale che non ha alcun significato pratico (…) Invece di smettere di finanziare e istigare il terrorismo Abbas sta agendo in un modo indiretto che non lo porterà da nessuna parte” ha tuonato la vice ministra degli esteri sionista Tzipi Hotovely.
In realtà Israele ha ben poco da recriminare nei confronti del governo ellenico formato da Syriza e Anel. Non è un caso infatti che le dure dichiarazioni dell’esponente del governo sionista prendano di mira esclusivamente l’Anp e non citino neanche il premier Tsipras. Di fatto negli ultimi mesi quello di Atene è diventato il partner più solido di Israele in tutta l’Unione Europea, scatenando le ire dei settori antimperialisti di Syriza – che poi hanno abbandonato la formazione dopo la capitolazione di luglio nei confronti della Troika – e continuando a sconcertare una vasta rete di organizzazioni della solidarietà con la causa palestinese e antimilitariste che pure continuano a fare riferimento alla ex sinistra radicale.
Già la scorsa estate il primo governo Tsipras aveva lasciato tutti di stucco firmando un consistente patto militare con Israele che rende la Grecia uno dei più stretti collaboratori di Tel Aviv al mondo. Il patto – secondo per importanza soltanto a quello siglato a suo tempo tra Stati Uniti e Israele – permette al “personale militare di ognuno dei due paesi di recarsi e risiedere nell’altro per partecipare ad esercitazioni e attività di cooperazione” e garantisce la completa immunità legale ai soldati di Tsahal sul proprio territorio.
In seguito ad ulteriori accordi, da luglio Atene ha garantito alle forze armate israeliane e all’intelligence di Tel Aviv l’utilizzo delle basi militari greche e addirittura degli aeroporti civili ellenici, gli stessi che il governo Tsipras sta svendendo ad una compagnia tedesca in obbedienza ai diktat della Troika…
I contatti tra Atene e Tel Aviv sono continuati, con l’obiettivo – dichiarato – di dar vita ad un progetto comune per la creazione di un forte sistema di difesa-offesa militare nell’Egeo e in Asia Minore. Durante l’estate scorsa alcuni elicotteristi israeliani si sono esercitati al combattimento (in previsione evidentemente di nuove aggressioni militari contro i palestinesi, i libanesi e i siriani) nei pressi del Monte Olimpo per ben 11 giorni. «Abbiamo sorvolato zone montuose che in Israele non esistono e abbiamo sperimentato voli a lunga distanza partendo da basi aeree israeliane verso la Grecia» aveva all’epoca dichiarato il luogotenente colonnello Matan, comandante di una squadra di elicotteri Apache israeliani. «Comprendiamo la grande rilevanza di un’attività congiunta con lo Stato di Israele, che contribuisce alla sicurezza di entrambi i paesi. Nel corso degli ultimi giorni, abbiamo lavorato insieme in modo speciale. Il linguaggio comune, l’amicizia profonda e le cose che abbiamo imparato insieme hanno contribuito a migliorare la collaborazione tra le rispettive forze» gli aveva fatto eco il comandante della base aerea greca di Larissa. In seguito piloti greci di elicotteri e di caccia si sono addestrati in Israele, partecipando ad esempio all’esercitazione multinazionale Blue Flag, alla quale hanno preso parte anche piloti italiani.
All’alleanza militare si affianca sempre più anche quella in campo energetico con Israele e Cipro, allo scopo di costruire una rete infrastrutturale che permetta a Tel Aviv di esportare in Europa il gas estratto al largo dell’isola divisa tra greci e turchi.
Nei giorni scorsi il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha enfaticamente assicurato che “l’economia greca si riprenderà grazie agli enormi sforzi intrapresi” evidenziando la sua estrema soddisfazione per gli sviluppi della cooperazione con Atene in diversi settori.
Nonostante la sempre più stretta alleanza, varie fonti hanno recentemente denunciato che alcuni piloti israeliani si sono addestrati nello spazio aereo greco proprio ad aggirare il sistema antiaereo S-300 venduto qualche anno fa da Mosca a Cipro che poi l’ha ceduto alla Grecia. Grecia che forse sperava di appoggiarsi ad Israele contro la Turchia (storico nemico di Atene) visto che i due paesi avevano almeno formalmente raffreddato la propria storica alleanza dopo il massacro sulla Mavi Marmara al largo delle coste di Gaza. Ma proprio recentemente Israele e Turchia hanno espresso l’intenzione di recuperare la stretta collaborazione del passato. L’irresponsabile trasformismo di Syriza ed Anel rischia di mettere la Grecia in una vera e propria tenaglia, rendendo Atene ostaggio dell’espansione ad est della Nato e della sempre più smaccata proiezione internazionale della Turchia e di Israele.
L'impressione che il riconoscimento dello 'Stato di Palestina' da parte del parlamento ellenico costituisca uno specchietto per le allodole non ci sembra, in questo contesto, affatto peregrina...
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04/07/2015
Il precedente di Cipro
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28/04/2015
Riunificazione: scintille tra Erdogan e il nuovo presidente di Cipro Nord
Akinci, intervistato dalla tv privata Cnn Turk, stava chiedendo un rapporto più paritario e "maturo" fra l'entità turco cipriota – non riconosciuta peraltro dalla comunità internazionale – e Ankara, come "fra fratelli, non come fra la madre patria e il suo bebé" quando la trasmissione é stata addirittura interrotta per fare spazio a una conferenza stampa di Erdogan che dall’aeroporto di Ankara dov’era in partenza per il Kuwait ha attaccato il leader della colonia pronunciando alcune frasi provocatorie tipo: "Ma le sue orecchie sentono quello che dice?" e poi "Anche lavorare insieme da fratelli ha le sue condizioni. Abbiamo pagato un prezzo per Cipro, e continueremo a pagarlo". In una inconsueta rivendicazione del carattere coloniale della tutela turca sulla parte di Cipro occupata da Ankara Erdogan ha affermato: “Cipro Nord é il nostro bebé, e continueremo a occuparcene come una madre cura il suo piccolo". Immediata la contro-replica, sempre in diretta tv, di Akinci: "Confermo quanto ho detto, che non solo le mie orecchie hanno ascoltato, ma é stato espresso dalla mia coscienza, dal mio cuore e dalla mia mente". "Ma la Turchia non vuole vedere crescere il suo bebé? Deve sempre essere un bebé" ha detto il neo-presidente turco-cipriota che ha poi interrotto l'intervista spiegando: "mi chiama Erdogan".
Comincia così con una contrapposizione frontale rispetto alla ‘chioccia turca’ il mandato del socialdemocratico Mustafa Akinci, 67 anni, eletto domenica quarto leader della Repubblica Turca di Cipro del Nord (Rtcn, proclamata nel 1982 e riconosciuta solo da Ankara) avendo ottenuto il 60,5% delle preferenze nel ballottaggio con il leader turco-cipriota uscente Dervis Eroglu, 77 anni, conservatore, il quale ha ottenuto il 39,5% dei voti (e anche lui non certo simpatico a Erdogan). A detta di vari osservatori, ma anche della maggior parte degli elettori turco-ciprioti, l'elezione di Akinci riflette non solo la voglia di cambiare leadership politica nella parte dell'isola sotto occupazione militare e coloniale turca ma anche il desiderio di affrancarsi dall'ingerenza del governo di Ankara nella gestione dei negoziati con i greco-ciprioti per riunificare l'isola. Anche tra i "falchi" greco-ciprioti Akinci gode di stima ed è considerato favorevole ad una riunificazione dell'isola sulla base di un sistema federale e ad una smilitarizzazione della Rtcn per consentire un suo riavvicinamento alla comunità internazionale e un suo ingresso all’interno dell’Unione Europea. Nei giorni scorsi il presidente della Repubblica di Cipro Nicos Anastasiades ha dichiarato di esser pronto a far ripartire i negoziati da egli stesso interrotti l'8 ottobre scorso per ingerenze della Turchia nella Zona economica esclusiva cipriota (Zee) dove Nicosia ha in corso ricerche di idrocarburi. Proprio la recente scoperta di grandi giacimenti sottomarini di gas al largo della costa meridionale di Cipro potrebbe costituire un incentivo per la parte turco-cipriota di tornare al tavolo negoziale.
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18/03/2015
Ue criminale: "No alle misure umanitarie in Grecia"
Sì, ma di cosa si sta parlando? Delle "leggi umanitarie" che oggi Tsipras sottopone all'approvazione del Parlamento di Atene. Poca cosa, vista con gli occhi del bisogno (elettricità gratis, 150 euro di sussidio per pagare l'affitto e 100 euro di buoni pasto al mese, per 150mila famiglie alla fame), ma importante per confermare le intenzioni dell'esecutivo davanti alle sofferenze di un popolo sottoposto da cinque anni a "waterboarding fiscale".
Neanche questo minimo sollievo - secondo le "menti" dominanti da Bruxelles - dovrebbe esser disposto da un governo esplicitamente eletto per fare decisamente di più, ovvero metter fine all'austerità e al comando della Troika. Né sembra valere l'osservazione - elementare - che l'attuale esecutivo greco è l'opposto, politicamente e socialmenteparlando, di quello guidato da Antonis Samaras, che aveva appunto firmato l'"accordo" con l'Eurogruppo il 20 settembre. Non importa di che colore sia il governo, hanno deciso alla Troika, deve comunque fare quel che diciamo noi.
La questione delle "misure umanitarie", comunque, costituisce addirittura un elemento minore, all'interno dello scontro durissimo che si è aperto tra Atene e l'Unione Europea. In assenza delle "riforme strutturali" pretese da Bruxelles - e che il governo Tsipras non ha neanche preso in considerazione, finora - il presidente dell'Eurogruppo, il "falco olandese" Jeroen Dijsselbloem, ha prospettato la "soluzione Cipro", ovvero il controllo dei capitali nelle banche greche. "Potrebbe essere una decisione utile per tenere il paese nell'euro se la situazione precipitasse. L'abbiamo fatto a Cipro nel 2013, chiudendo le banche per qualche giorno e limitando i prelievi. E ha funzionato".
In realtà a Cipro è stato fatto molto di più. E' stato disposto il bail in, ovvero il prelievo forzoso dai conti correnti delle banche locali, colpendo sia cittadini ciprioti sia depositanti stranieri. Un esproprio, né più né meno.
Evocando questo tipo di misure, di fatto, l'Eurogruppo spinge Atene verso il default e l'uscita dall'euro. Nelle intenzioni della Troika è una "proposta che non si può rifiutare", ossia un ricatto stile "il padrino" che dovrebbe costringere il gruppo dirigente di Syriza a capitolare.
Che quest'ultimo stia resistendo ai limiti delle proprie possibilità, rispettando il mandato elettorale - per quanto assurdo possa sembrare, il 25 gennaio i greci ancora volevano sia la permanenza nell'eurozona sia la fine dell'austerità - ed anche le proprie convinzioni. La speranza, per il popolo greco e per tutti quelli che vogliono in varia misura cambiare le cose, è che qualcuno, ad Atene, stia elaborando un "piano B". Fuori dall'Unione Europea.
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09/03/2015
La Bce prova l'ultima mossa possibile
La logica della manovra monetaria è chiara: compriamo titoli di stato (lo "strumento più liquido del mercato") per far salire i prezzi relativi e comprimere drasticamente i rendimenti (ma non le "cedole annuali", ovviamente, perché sono indicate nel contratto stesso di vendita) e quindi incentivare le banche o gli investitori istituzionali (ma anche quelli fa-da-te) a vendere questi titoli e far girare la liquidità. La speranza è che questa circolazione aumentata venga utilizzata dalle imprese per riprendere a fare investimenti e le famiglie a spendere per consumi.
Già a livello delle banche centrali, però, cominciano problemi seri. L'80% dei 1.140 miliardi dell'operazione - 60 miliardi al mese per 18 mesi, come minimo - sarà a carico delle singole banche nazionali e non della Bce. E queste ultime dovranno comprare obbligatoriamente nella misura delle propria quota di partecipazione alla Bce (organismo composto da "soci" con peso differenziato), ma solo titoli di stato investment grade. Roba buona, in parole povere, ma non titoli greci e ciprioti, per esempio. Anche le banche centrali di questi due disgraziati membri dell'Unione Europea saranno obbligate a fare acquisti del genere, ad esempio comprando titoli tedeschi o francesi anziché i propri, come invece sarebbe altamente necessario.
Che la Bce si accolli soltanto il 20% del "rischio" è una conseguenza dell'ostilità tedesca (olandese, finlandese) alla "mutualizzazione del debito"; che è poi come dire che sono ostili a una maggiore integrazione fra i vari paesi. La linea ufficiale è che non vogliono accollarsi debiti altrui, quelli delle "cicale" o Piigs; la realtà è che loro, dalle politiche di austerità, finora ci hanno guadagnato, ridisegnando la divisione internazionale del lavoro nel Vecchio Continente e comprando a prezzi stracciati industrie altrui, società, immobili, ecc.
Questa dinamica ha favorito la deflazione, ovvero un calo generalizzato dei prezzi che deprime proprio la necessità delle imprese di investire e la volontà dei consumatori di comprare (se i prezzi caleranno, tanto vale attendere). E l'Europa è l'unico angolo del mondo in cui il livello del Pil non è ancora risalito ai livelli della crisi del 2008 (crisi che non è finita per nessuna area del mondo, Cina a parte, ma con livelli di gravità molto differenti), grazie proprio alla follia dell'austerità quando invece sarebbero stati necessari investimenti (più pubblici che privati) per tenere in vita la capacità produttiva, l'occupazione e quindi anche i consumi. Ma, come si sa, gli investimenti pubblici "produttivi" sono vietati nell'Unione Europea, vanno bene solo quelli "infrastrutturali", mentre tutta la spesa pubblicia in genere deve essere tagliata per ridurre anche il debito.
Oddio, interventi pubblici ce ne sono stati, e di dimensioni colossali, in termini monetari. Ma si sono diretti al salvataggio delle banche private, nella convinzione che queste - una volta riempite di soldi freschi - avrebbero ripreso a far girare l'economia. Invece se li sono tenuti in cassaforte, comprando titoli di stato ultrasicuri come quelli tedeschi o statunitensi, oppure investendo nel mercato azionario globale, che infatti oggi è ai massimi dei prezzi pur in presenza dell'ottavo anni di crisi economica globale.
Da manuale, in questa logica, la follia del "salvataggio della Grecia", dove si è intervenuti per assicurare il rientro dei crediti a favore delle banche tedesche e francesi, mettendo queste cifre in conto al debito pubblico greco. Un modo per "socializzare le perdite", visto che le garanzie sul debito ellenico venivano iscritte in capo ai singoli stati nazionali partecipanti al salvataggio. Per capirci, il debito greco - i famosi 240 miliardi da restituire all'"Europa" - oggi è a carico degli stati nazionali, mentre prima del "salvataggio" imposto dalla Troika era in capo alle banche private di Berlino e Parigi.
Ora la Bce corre ai ripari immettendo un altro oceano di liquidità (supera il 60% del Pil italiano) nella speranza che il "cavallo" dell'economia "riprenda a bere". Ma per quale motivo un imprenditore privato dovrebbe domattina recarsi in banca a chiedere un prestito per avviare o allargare la propria attività? Il mercato delle vendite (ovvero i consumi) è fermo, anzi si restringe. Anche per "merito" dei salari diminuiti, dell'occupazione in calo, del precariato che cresce ovunque (anche in Germania) e impone stipendi al limite della sopravvivenza. Può investire insomma solo chi pensa di vendere all'estero. Ma dovunque - tranne che in Cina, in parte - si ragiona allo stesso modo.
La manovra elaborata da Mario Draghi, dunque, stende uno schermo protettivo - una "polizza d'assicurazione", dice qualcuno - sull'economia europea. Ma qualsiasi politica monetaria non può realizzare i compiti che dovrebbe assolvere una politica economica ed industriale. E queste due ultime politiche, nell'Unione Europea, non esistono a livello comunitario, ma solo nazionale. Quindi la Germania può continuare a usare la crisi altrui per rafforzare le proprie posizioni di mercato, ridisegnare le filiere produttive mettendole al proprio servizio, in vista di una centralizzazione futura duramente asimmetrica.
In mancanza di politiche economiche o industriali comuni, la Ue e il Fondo Monetario Internazionale spingono i governi a praticare le "riforme strutturali" (mercato del lavoro, pensioni, sanità, welfare in genere, ecc.), obbedendo alla teoria liberista - e provatamene falsa - per cui a salari più bassi corrisponde una maggiore competitività. Sul piano delle esportazioni può essere anche moderatamente vero, ma in questo modo ognuno - tutti i sistemi produttivi del pianeta - "compete" per conquistare mercati di sbocco che invece ognuno va riducendo (se comprimi i redditi da lavoro dipendente, ovvero la stragrande maggioranza del mercato dei consumatori, diminuisci anche il numero degli acquisti possibili).
Non stupisce dunque che "i mercati" azionari festeggino vedendo arrivare un altro mare di moneta fresca per tenere ancora su prezzi azionari fuori da ogni logica (il famoso price/earnigs che dovrebbe oscillare intorno a 16 volte i profitti attesi per ogni singola azienda quotata), alimentando "bolle" che non potranno far altro che esplodere. Né stupisce che lo spread tra i vari titoli di stato si riduca tendenzialmente a ben poca cosa (chi acquista titoli tedeschi, di questi tempi, sa che ci rimetterà qualcosa, ma accetta di farlo per non correre rischi).
Gli unici che non festeggiano, pur apprezzando la creazione di un "ambiente meno oppressivo" per gli investimenti, sono paradossalmente gli industriali, che fanno i conti con ordinativi stitici e prezzi fermi. E che quindi chiedono soltanto di ridurre ancora il costo del lavoro.
E' così che la crisi viene fatta pagare a quelli che in nessun modo hanno potuto "crearla".
Fonte
27/02/2015
Cipro apre i suoi porti alla Marina Russa. Ue e Nato in allarme
Il leader russo ha detto che altri paesi non devono "preoccuparsi" e che l'uso principale del porto sarà per la lotta al terrorismo e anti-pirateria. Sbeffeggiando, coscientemente o meno poco importa, le argomentazioni di copertura per le proprie missioni militari all’estero da sempre utilizzate dalle potenze occidentali.
Ma l'isola di Cipro, nella sua parte greca (l’altra è occupata dalla Turchia), ospita già alcune strategiche basi militari britanniche e Londra ha annunciato che insieme agli Stati Uniti manderà presto propri consiglieri militari in Ucraina per contribuire all’addestramento e alla formazione delle forze armate ucraine.
Se è vero come dice qualcuno che Cipro rappresenta "un'enorme portaerei nel Mediterraneo", continua a sollevare molti punti interrogativi l'accordo di cooperazione militare russo-cipriota. Un accordo verbale era stato raggiunto oltre un anno fa, prima che il golpe filoccidentale a Kiev facesse esplodere la crisi ucraina. Ed era stato un dossier portato avanti dal ministro della difesa Sergey Shoigu con grande caparbietà. Una "scommessa rischiosa" l'aveva definita la stampa occidentale. E gli analisti della NATO già esprimevano preoccupazione per un accordo che ancora non è stato firmato.
Nonostante il fatto che tale accordo preveda per l'Aeronautica e la Marina russa delle possibilità molto limitate, alcuni analisti lo hanno già giudicato come un esempio di un inedito e originale tipo di "soft power" da parte di Mosca. Il tutto in un contesto politico molto confuso, con legami tra Atene, Nicosia e Mosca - ma anche lungo un asse più lungo fino all'Egitto - che allarmano Ue e Stati Uniti. All’inizio di febbraio infatti il capo del Cremlino è volato al Cairo per incontrare il generale al Sisi, con il quale ha stretto numerosi accordi commerciali e prefigurato la creazione di una zona comune di libero scambio. Inoltre Mosca costruirà una centrale nucleare finalizzata alla produzione di energia elettrica, l’unica dell’intero continente africano dopo quelle esistenti in Sud Africa.
Unite dalla fede ortodossa, da tradizionali solidi legami diplomatici e dagli anni '90 da crescenti interessi finanziari russi sull'isola, la Russia e la Repubblica di Cipro sono state associate da partenariati stabili nella sfera della diplomazia, in quella dell'economia, e della cooperazione tecnico-militare (MTC). Nel 1992, Cipro ha riconosciuto la Russia come successore dell'Urss, e quattro anni più tardi i due Paesi hanno firmato il loro primo accordo in materia di cooperazione tecnico-militare.
La Russia ha fornito a Cipro elicotteri da trasporto e d'attacco, i veicoli corazzati da combattimento BMP-3, carri armati T-80, sistemi di artiglieria reattivi Grad, e alcuni sistemi di difesa aerea, tra cui anche il famoso S-300. La crisi finanziaria cipriota del 2012-2013 è costata cara ai correntisti e agli imprenditori russi che avevano scelto Nicosia per i loro affari e i loro depositi all'estero. Evidentemente Mosca ha deciso di fare un passo in più per evitare un bis in futuro e nel frattempo ha concesso a Nicosia un prestito di circa 2.5 miliardi di dollari ad un tasso di interesse assai più favorevole rispetto a quelli concessi alla Grecia dagli strozzini dell’Unione Europea e del Fondo Monetario Internazionale.
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Viviamo in anni di tutti contro tutti, di alleanze e accordi geopolitici a geometria fin troppo variabile, al punto che spesso diventa arduo anche solo comprendere chi sta con chi e in quale misura rispetto agli altri partner che insegue.
Di sicuro c'è che un ring così mutevole e aperto ad ogni competizione/competitore è potenzialmente un campo minato su cui tutti rischiano di saltare ma con una dirigenza di classe di spessore potrebbe rivelarsi anche una grande opportunità (che mi auguro il nuovo governo greco sia in grado di cogliere).
10/02/2015
Cipro amplia la sua collaborazione militare con la Russia?
Si tratta, in attesa di conferme, smentite o aggiustamenti, soltanto di voci basate su dichiarazioni e annunci ancora estremamente ambigui – che ovviamente al momento non siamo in grado di confermare o smentire – ma che di per sé già parlano esplicitamente di un'escalation bellica che si avvicina pericolosamente al Mediterraneo.
Secondo quanto affermato da alcuni media russi ripresi dalla stampa internazionale, Mosca e la Repubblica di Cipro – che fa parte dell’Unione Europea ma non della Nato – sarebbero in trattativa con l’obiettivo di permettere una qualche forma di utilizzo per le forze aeree russe del suolo dell’isola parzialmente occupata dalla Turchia.
Sembra comunque smentita una versione dei fatti, diffusa ieri dal quotidiano russo Rossiiskaya Gazeta, che parlava della possibilità che le forze aeree russe fossero in trattativa per avere a disposizione ben due basi a Cipro. Riportiamo la notizia per come è stata fornita dalle agenzie di stampa – nella fattispecie Askanews – in attesa di ulteriori delucidazioni che potrebbero giungere dopo la visita del presidente cipriota Nikos Anastasiades a Mosca, prevista il prossimo 25 febbraio.
“Se è vero come dice qualcuno che Cipro rappresenta "un'enorme portaerei nel Mediterraneo", continua a sollevare molti punti interrogativi l'accordo di cooperazione militare russo-cipriota, che dovrebbe essere firmato dal presidente della repubblica di Cipro Nicos Anastasiades questo mese a Mosca. Non prevederebbe la creazione di una base militare russa a Cipro, secondo una fonte diplomatica da Atene citata da Ria Novosti. "La questione della creazione di una base militare russa non è in discussione" ha detto la fonte a commento dei rumors precedentemente sollevati e un chiaro scetticismo da parte della Nato. "Stiamo parlando di fornire la possibilità di utilizzare una base aerea a Paphos, che utilizzano anche altri paesi come Germania e Francia", ha detto la fonte diplomatica.
La base è utilizzata per il rifornimento di carburante, le operazioni di evacuazione e assistenza tecnica, ha detto la fonte. La Russia attualmente rifornisce le sue navi militari nel porto di Limassol e tale cooperazione dovrebbe essere ampliata, ha aggiunto.
Un accordo verbale era stato raggiunto oltre un anno fa, prima della crisi ucraina. Ed era stato un dossier portato avanti dal ministro della difesa Sergey Shoigu con grande caparbietà. Una "scommessa rischiosa" l'aveva definita la stampa occidentale. E gli analisti della NATO già esprimevano preoccupazione per un accordo che ancora non è stato firmato.
Nonostante il fatto che tale accordo preveda per l'Aeronautica e la Marina russa delle possibilità molto limitate, alcuni analisti lo hanno già giudicato come un esempio di un particolare tipo di "soft power" da parte di Mosca. Il tutto in un contesto politico molto confuso, con legami tra Atene, Nicosia e Mosca che allarmano l'Occidente. Anche dopo la visita a Cipro il 2 febbraio del primo ministro greco Alexis Tsipras, che ha dichiarato ad Anastasiades che i due paesi dovrebbero costruire un ponte di pace e cooperazione tra Europa e Russia sulla crisi in Ucraina. Tsipras ha poi negato di aver cercato un aiuto finanziario da parte di Mosca. Ma il Cremlino si era già detto pronto ad offrire aiuto finanziario alla Grecia, pochi giorni dopo che Atene aveva dichiarato perplessità sulle sanzioni europee contro la Russia.
Unite dalla fede ortodossa, da tradizionali solidi legami diplomatici e dagli anni Novanta da crescenti interessi finanziari russi sull'isola, la Russia e la repubblica di Cipro sono state associate da partenariati stabili nella sfera della diplomazia, in quella dell'economia, e della cooperazione tecnico-militare (MTC). Nel 1992, Cipro ha riconosciuto la Russia come successore dell'Urss, e quattro anni più tardi i due Paesi hanno firmato il loro primo accordo in materia di cooperazione tecnico-militare.
La Russia ha fornito a Cipro elicotteri da trasporto e d'attacco, i veicoli corazzati da combattimento BMP-3, dei carri armati T-80, i sistemi di artiglieria reattivi Grad, usati anche in Ucraina dalle parti in conflitto, e dei sistemi di difesa aerea, tra cui anche il famoso S-300. La crisi finanziaria cipriota del 2012-2013 è costata cara ai correntisti e agli imprenditori russi che avevano scelto Nicosia per i loro affari e i loro depositi all'estero”.
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23/10/2014
La Turchia mira a diventare un hub del gas per l'Ue. Cipro permettendo
La "generosa offerta" è stata ribadita da Hizir Hakan Unal, un funzionario della Botas, la società statale turca per i gasdotti. "Le tubature per il trasporto del gas naturale della Turchia potrebbero essere integrate con quelle dell'Ue qualora la Grecia non dovesse costruire un nuovo terminale GNL" ha detto il funzionario. "La Turchia può ricevere un visto d'ingresso per il mercato energetico dell'UE lasciando che Grecia e Bulgaria utilizzino i propri terminali di GNL" ha aggiunto Unal.
La Botas costruirà un nuovo gasdotto nella regione nord-occidentale turca di Corlu entro il mese di aprile del 2015. "Dopo il completamento della costruzione di questo gasdotto, aumenterà anche la capacità di gas naturale della Grecia", ha detto Unal, aggiungendo che oltre agli accordi sul gas naturale già in atto, la Turchia potrebbe essere un collegamento per il trasferimento di gas verso l'Europa. "I terminali GNL della Turchia sono in grado di offrire accesso a terze parti e ciò significa che i Paesi europei li potrebbero utilizzare", ha detto. La Turchia importa attualmente ogni anno 4 miliardi di metri cubi di GNL dall'Algeria e 1,2 miliardi di metri cubi di GNL dalla Nigeria.
Oltre a diventare un 'hub' energetico per il gas, la Turchia aspira anche a rendersi autonoma grazie all'energia nucleare. E' proprio questo, infatti, che ha ribadito il premier turco Ahmet Davutoglu al termine di un incontro con esperti e funzionari del ministero dell'Energia e delle Risorse naturali che lo hanno messo al corrente degli ultimi studi in proposito. "La Turchia - ha detto il leader del Partito Giustizia e Sviluppo - costruirà una terza centrale nucleare tra il 2018 ed il 2019, quando avremo personale sufficientemente qualificato per realizzare un progetto di portata nazionale".
Ma intanto il governo della Repubblica di Cipro ha annunciato che bloccherà qualsiasi progresso nei negoziati di adesione all'Unione Europea della Turchia in risposta ad una violazione della propria Zona economica esclusiva (Zee) da parte di una nave turca per ricerche petrolifere. "Non possiamo consentire l'apertura di nuovi capitoli (del processo di adesione) nelle attuali circostanze", ha detto il portavoce del governo cipriota, Nicos Christodoulides, parlando con i giornalisti al termine di una riunione del Consiglio nazionale, composto dai leader dei partiti presenti in Parlamento e presieduto dal capo di Stato Nicos Anastasiades. Il Consiglio nazionale ha deciso di adottare in tutto otto misure in reazione alle aggressive iniziative intraprese da Ankara, tra cui la presentazione di una denuncia formale contro la Turchia alla riunione dei leader dell'UE questa settimana.
La nave turca per ricerche sismiche Barbaros, scortata dalla fregata della marina militare turca TCG Gelibolu e da due unità di supporto logistico, è entrata lunedì mattina nel 'Blocco 3' all'interno della Zee cipriota, nella stessa zona dove dall'inizio di settembre la nave-piattaforma Saipem 10000 del consorzio italo-coreano Eni-Kogas sta effettuando trivellazioni. La Barbaros si è mossa in base ad una direttiva marittima (NavTex) emessa dalla Turchia all'inizio del mese secondo cui la nave dovrà effettuare indagini sismiche per l'esplorazione di gas naturale fino al 30 dicembre. L'iniziativa di Ankara ha indotto il presidente Anastasiades a sospendere i colloqui diretti con la controparte turco-cipriota per la riunificazione dell'isola che si tengono sotto l'egida dell'Onu.
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06/09/2014
Erdogan vola a Cipro e provoca
Dopo la visita del neo-presidente turco Recep Tayyip Erdogan nella zona nord di Cipro, occupata dalla Turchia dal 1974, è iniziata una vera e propria guerra di dichiarazioni fra Ankara e Atene. Il presidente turco, nella sua prima uscita all’estero da capo dello stato, ha attaccato il governo di Nicosia, che amministra la parte sud dell’isola cipriota, incolpandolo di non favorire un “approccio positivo” per la riunificazione dell’isola. Immediata la risposta di Atene. Attraverso il portavoce Kostantinos Koutras, il governo greco ha bollato come “illegale” la visita di Erdogan nella “parte occupata di Cipro”. Da Atene fanno sapere inoltre che il capo dello stato turco, attraverso le sue dichiarazioni, ha “confermato il permanere della linea aggressiva di Ankara nei confronti della Repubblica di Cipro”. Le polemiche sollevate da queste dichiarazioni provocatorie di Erdogan rischiano di intralciare ulteriormente le trattative già in stallo, iniziate nei primi mesi di quest’anno su una possibile riunificazione fra le due comunità, greca e turca, che popolano Cipro.
Intanto nonostante le feroci polemiche nei suoi confronti Kemal Kilicdaroglu, leader del principale partito di opposizione turco, il Partito Repubblicano del Popolo (il liberale e nazionalista Chp) è stato confermato alla guida del partito nonostante la recente disfatta alle elezioni presidenziali.
Kilicdaroglu non si era di fatto presentato come candidato alle presidenziali ma la sua decisione di fare causa comune con il partito di Azione Nazionalista (Mhp, laico ma di destra) è stata assai criticata: la scelta di Ekmeleddin Isanoglu - 70enne intellettuale e musulmano praticante, un tentativo di sottrarre voti a destra ai liberal-islamisti del Partito per la Giustizia e Sviluppo (Akp) - ha raccolto appena il 38% dei voti contro il 52% di Erdogan.
Un bottino assai minore del previsto: secondo i critici di Kilicdaroglu molti elettori laici e di sinistra non se la sono proprio sentita di scegliere un candidato conservatore e islamista espressione di un’alleanza con un partito apertamente di destra. Il congresso straordinario del Chp ha tuttavia confermato la linea di Kilicdaroglu - accusato di voler virare a destra - con 740 voti favorevoli e 410 contrari.
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Erdogan è peggio di un elefante che si muove in una cristalleria, sono curioso di vedere fino a quando questo suo modo di porsi risulterà funzionale alla sua ascesa.
30/03/2013
La logica dell'esproprio

Naturalmente l'ha fatto, per apparente paradosso, proprio per evitare che la crisi bancaria di un piccolissimo paese si potesse concludere con la sua uscita dall'eurozona. Determinando così una crepa nell'edificio continentale e un precedente.
Non evocheremo il fantasma di Mao quando sentenziava che “i reazionari sono degli stupidi, sollevano le pietre sopra la testa per poi lasciarsele cadere sui piedi”. Ma la tentazione è forte.
I reazionari che guidano l'Eurogruppo – Schaeuble e la Bundesbank, validamente supportati dal giovane e disinvolto collega olandese Jeroen Dijsselbloem – hanno infranto un limite fin qui invalicabile: l'esproprio di capitali privati per operazioni economico-politiche.
Naturalmente dei comunisti non ci trovano nulla di scandaloso. Ogni rivoluzione fa questo, in fondo; accompagnando questa scelta con il rifiuto di pagare il debito estero.
Ma qui non c'è nessuna rivoluzione in corso. Anzi, l'esproprio serve a irrobustire i capitali privati più forti a scapito di quelli meno rilevanti. Eppure un tabù capitalistico è stato infranto. Con leggerezza, protervia, imprudenza. L'articolo con cui IlSole24Ore saluta e critica l'iniziativa è denso di informazioni sulle conseguenze. Che di fatto si riducono a una: fine della “fiducia” nel fatto che la proprietà privata – mobiliare, intanto, ossia finanziaria – sia intangibile.
Un'economia di mercato non potrebbe subire un colpo più duro. Se un soggetto economico di qualsiasi entità può venire espropriato in qualsiasi momento per “ragioni superiori” - senza che ci sia nemmeno una guerra in corso (o sì?) - si interrompe quella libera circolazione di capitali in cerca della migliore allocazione. Si blocca la base stessa del normale “essere” del capitale.
In particolare, questa decisione indica “ai mercati” che le banche dei paesi deboli dell'eurozona sono un rifugio troppo incerto, nell'attuale tempesta. I “porti” migliori sono quelli dei paesi forti, è lì che i soldi in cerca di sicurezza devono andare.
Se questo fosse un fenomeno “naturale”, se questi spostamenti di capitali dal Sud al Nord avvenissero per il normale gioco dei “ritorni attesi”, ci sarebbe un problema da affrontare. Troppi squilibri rendono un'area politica e monetario più difficile da gestire.
Ma se questo accade per “decisione politica” – e l'Eurogruppo è, nonostante gli idioti che lo compongono, un'istituzione politica sovranazionale – allora l'Unione Europea non ha più senso. O meglio, non lo ha per i paesi deboli. Entrati nell'eurozona per accedere finalmente ai livelli di benessere, regolazione e civiltà di un continente ricco, si vedono infatti ridotti al ruolo di donatori di sangue (finanziario, certo, molto più importante di quello vero) a vantaggio di quelli “forti”.
La crisi della Ue ha insomma fatto un passo avanti, forse irreversibile. Perché ha reso plasticamente evidente che non c'entrano nulla i livelli della spesa pubblica di ciascun paese, “i vizi” di questo o quel sistema politico, i “difetti caratteriali” di questo o quel popolo. L'Unione disegnata a Maastricht e inchiavardata dai patti di stabilità più recenti (fiscal compact, six pack, two pack, ecc) ha come unica funzione quella di concentrare la ricchezza finanziaria e la potenza industriale in quei paesi che già ce l'hanno. È un disegno idiota, naturalmente, perché i più grandi “clienti” per la produzione tedesca o finlandese sono proprio i paesi che si è deciso di dissanguare. Quindi il boomerang non tarderà ad invertire la rotta (e già la Germania comincia ad accorgersene, ma stupidamente reagisce accentuando la “stretta” sui suoi contoterzisti). Ma così è.
Il precedente è stato stabilito, il Rubicone è stato passato. Espropriare si può. Il fine è “soggettivo”, non “scientifico”. Se si può farlo per “ristrutturare le banche”, si può farlo anche per “ridisegnare un paese” (o un continente, o una sua parte) e i suoi equilibri sociali. Certo, l'euro è ancora un limite. Ma se la Germania sta preparando un “piano B” per agire anche in uno scenario dove la moneta unica non c'è più, non si capisce proprio perché l'insieme dei paesi che ne stanno soffrendo le peggiori conseguenze non possano fare altrettanto, e in direzione opposta.
Sta a noi agire per rovesciare il segno. Ma un incantesimo si è rotto.
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Il piano per Cipro? Un assist alla fuga dalle banche dei Paesi a rischio (a favore di quelle tedesche)
di Fabio PavesiI conti da pagare alla crisi di Nicosia saranno almeno due. C'è quello immediato che finirà per pesare - dopo aver alzato l'asticella del sacrificio sopra i 100mila euro - su qualche ricco oligarca russo e su qualche benestante commerciante locale. E c'è un conto occulto assai più salato e gravoso che rischia di avere effetti più dirompenti.
Ed è il conto della fiducia. Quella fiducia che va ad evaporare grazie alla avventata cura della Trojka, che, come nel caso della Grecia, finisce per far ricadere sui creditori privati il prezzo del presunto salvataggio. Se si toccano i conti correnti dentro le banche e questa diventa una delle vie dei possibili salvataggi futuri dei Paesi, allora si ottiene un gigantesco effetto collaterale. Che è quello della fuga dei depositi dalle banche dei paesi considerati a rischio. E non c'è peggior male per una banca che veder erodere la sua base di disponibilità finanziaria. Ci si avvita e si fallisce in un battibaleno.
In fondo è un copione già terribilmente visto e che purtroppo non ha insegnato nulla alle autorità politiche europee. Come non ricordare che dalle banche greche sono fuggiti man mano che la crisi si manifestava capitali per almeno 70 miliardi. Come non ricordare l'emorragia dai conti correnti delle banche di Madrid che hanno visto defluire oltre 60 miliardi in pochi mesi. E senza andare troppo lontano come non ricordare che anche dall'Italia nel pieno della crisi tra il 2011 e l'estate del 2012 decine di miliardi di depositanti stranieri hanno preso la via di casa. Il problema è che quei soldi una volta usciti da un sistema bancario di un paese fragile non tornano più. Una prova? Tuttora, secondo i dati dell'Abi, mancano all'appello nelle casse delle banche italiane almeno 40 miliardi di depositanti esteri. Per fortuna, per le nostre banche, ha tenuto la fiducia dei risparmiatori italiani che hanno più che compensato l'abbandono degli sportelli da parte della clientela straniera.
È questa in estrema sintesi quella che i tecnici chiamano la balcanizzazione del sistema bancario, una frammentazione pericolosa che porta le banche del Sud Europa a veder impoverite le proprie casse a favore delle banche del Nord Europa, Germania in testa. Già perchè quei capitali escono dagli istituti dei paesi a rischio per andare a gonfiare gli attivi delle banche del Nord. Quel fenomeno gigantesco che, come ha mostrato l'Fmi, ha visto uscire da Italia e Spagna nell'acme della crisi la bellezza di quasi 500 miliardi di euro, si è ora ridimensionato. Grazie alle manovre di Draghi e alla decisione della Bce di predisporre la rete di sicurezza dell'Omt, gli acqusiti di bond di paesi in crisi dal parte di Francoforte. Ma se l'emorragia si è arrestata, il dramma è che la divaricazione tra Nord e Sud Europa è ormai un fenomeno strutturale. Basta vedere le posizioni nette tra creditori e debitori all'interno dell'eurozona che vedono la periferia dell'eurozona debitrice per 820 miliardi e la Germania in saldo attivo per 620 miliardi.
Una situazione che finisce per avere un effetto collaterale pesante. I capitali usciti dalle banche dei paesi fragili alimentano i depositi delle banche tedesche, finlandesi, olandesi che possono permettersi una potente leva sui prestiti a tassi tra l'altro bassissimi. Ciò finanzia l'economia reale di quei paesi. Al contrario la penuria di depositi esteri sulle banche italiane e spagnole le costringe ad abbassare i prestiti a imprese e famiglie strozzando la già fragile congiuntura economica della periferia dell'eurozona. I dati sui prestiti sono infatti inequivocabili. In Italia il calo è stato, solo nel 2012, del 3%; in Grecia del 7%; in Spagna del 4%, mentre in Olanda la crescita dei prestiti è stata del 6% e in Germania del 3%. E così ci si ritrova con un'Europa delle banche spezzata in due. Floride, anche grazie all'apporto dei depositanti in fuga prima da Grecia e Spagna e domani da Cipro, nei paesi de Nord e fiaccate nei paesi dell'eurozona.
Se non si ricompone la balcanizzazione del sistema bancario, la stessa tenuta dell'euro è a rischio e la cura per Cipro non è certo la medicina più adeguata. Al contrario. Crea le premesse per una ulteriore frammentazione dei sistemi del credito. Eccolo l'autogol dell'Europa a Cipro.
da IlSole24Ore
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Anche questa volta l'editoriale di Contropiano è sul pezzo con una puntualità e chiarezza disarmanti.
Da persona qualunque dispiace che queste analisi, questi punti di vista non siano minimamente contemplati nei salotti che macinano milioni di ascolti così come sulle pagine web che raccolgono palate di "mi piace" da ogni angolo di un Paese in cui i discorsi sono stupidamente cementati sulla governabilità, il senso di responsabilità istituzionale dei grillini, la polemica Travaglio-Grasso e via discorrendo.
La politica vera, nel frattempo, erode il nostro futuro come uno schiacciasassi.


