Ieri una delegazione della Ue, della quale faceva parte anche il ministro dell’Interno italiano, Matteo Piantedosi, era arrivata in Libia all’aeroporto di Benina, in Cirenaica, ma il governo parallelo di Bengasi ha annullato la visita in programma denunciando “violazioni delle norme dello Stato libico”.
La visita dei ministri dell’Interno di Italia, Grecia e Malta – Matteo Piantedosi, Thanos Plevris e Byron Camilleri – e del commissario europeo per le Migrazioni, Magnus Brunner, è stata così annullata.
A molti è venuto quasi istintivo invocare una sorta di legge del contrappasso per il ministro Piantedosi – l’espulsore che viene espulso a sua volta – ma la vicenda appare più complessa delle apparenze.
Ai componenti della missione, di cui fanno parte i ministri dell’Interno di Italia, Grecia e Malta e il commissario europeo per le Migrazioni, Magnus Brunner, è stato comunicato che “devono lasciare immediatamente il territorio libico in quanto persone non gradite”.
Il comunicato ufficiale porta la firma del capo del governo libico dell’est, Osama Hammad, e definisce l’episodio un “chiaro superamento delle consuetudini diplomatiche e dei trattati internazionali”.
Nel testo si legge che le autorità di Bengasi hanno considerato il comportamento della delegazione europea una “mancanza di rispetto alla sovranità nazionale libica e una palese violazione delle leggi del Paese”, sottolineando inoltre “il mancato rispetto delle procedure di ingresso e soggiorno dei diplomatici stranieri stabilite dal governo libico”.
La nota aggiunge che “dopo l’arrivo della delegazione all’aeroporto internazionale di Benina”, le autorità hanno ritenuto necessario notificare ai funzionari europei “l’obbligo di lasciare immediatamente il territorio libico e considerarli persone non gradite”.
Il governo di Hammad ha inoltre ribadito “a tutti i diplomatici e membri delle missioni internazionali e delle organizzazioni non governative e governative l’importanza di rispettare pienamente la sovranità dello Stato libico”, attenendosi “alle leggi e ai regolamenti in vigore” e riconoscendo “le prerogative delle autorità libiche nel disciplinare le visite ufficiali”.
Il premier ha quindi invitato tutte le parti a “coordinarsi con il governo libico” in vista di futuri incontri diplomatici, sottolineando che eventuali future violazioni saranno gestite “secondo quanto previsto da accordi e trattati internazionali”.
La visita a Bengasi dei ministri sarebbe saltata sul nascere, a causa di una “imboscata diplomatica”. Secondo quanto riferiscono fonti informate a “Agenzia Nova”, l’episodio ha preso una piega imprevista già al momento dell’atterraggio dell’aereo con a bordo la delegazione europea, quando a scendere per primo è stato l’ambasciatore dell’Unione europea in Libia, Nicola Orlando.
Sul piazzale dell’aeroporto di Benina, tuttavia, ad accogliere la delegazione non c’erano gli interlocutori previsti dai protocolli definiti nei giorni precedenti. Al loro posto, erano presenti rappresentanti del Governo di stabilità nazionale guidato da Osama Hammad, premier designato dalla Camera dei rappresentanti di Tobruk ma non riconosciuto dalla comunità internazionale.
La visita – precisano le fonti – era stata concordata con Khalifa Haftar, comandante generale dell’Esercito nazionale libico (ENL), e non con le autorità governative dell’Est.
Secondo questa ricostruzione nessun elemento andrebbe letto in chiave bilaterale contro l’Italia o altri Paesi membri dell’Unione europea: la questione è squisitamente legata ai delicati equilibri istituzionali in Libia e alle dispute di legittimità tra i diversi attori libici.
La delegazione europea ha chiesto di evitare foto ufficiali con gli interlocutori libici presenti all’aeroporto – diversi da quelli previsti dal protocollo – per non attribuire un riconoscimento formale al governo di Hammad, rimanendo però disponibile – come segno di rispetto – a incontrare le autorità locali in modo informale e senza esposizione mediatica.
A quel punto è scattata la reazione da parte libica con la dichiarazione che la visita non avrebbe più avuto luogo.
Secondo le fonti di “Agenzia Nova” – una delle fonti più informate sulla situazione libica – si è trattato di un’azione deliberata da parte del governo di Hammad, probabilmente finalizzata a ribadire la richiesta di pieno riconoscimento politico.
Secondo due analisti sentiti dall’Agenzia Nova, il blocco della delegazione europea all’aeroporto di Bengasi sarebbe anche il riflesso di una crisi diplomatica sempre più profonda tra il governo dell’Est libico e la Grecia. “Le relazioni tra Bengasi e Atene sono oggi estremamente deteriorate, anche per via del potenziale avvicinamento della Libia orientale alla Turchia e dell’eventuale ratifica del memorandum marittimo turco-libico da parte delle autorità dell’Est”. Sullo sfondo c’è l’allargamento della Zona Economica Esclusiva libica e il suo ricongiungimento con quella della Turchia.
Secondo un altro osservatore “Il gesto di Hammad – dichiarare persona non grata la delegazione europea – può essere letto anche come un tentativo di affermarsi come interlocutore politico autonomo, rafforzando la propria posizione nella complessa gerarchia del potere cirenaico”, afferma un analista dell’Istituto Internazionale di Studi Strategici.
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09/07/2025
11/09/2018
Libia. L’Italia cerca l’interlocuzione con “l’uomo forte” . Moavero Milanesi da Haftar
Il Ministro degli Esteri Moavero Milanesi è a Bengasi per incontrare il generale Haftar, l’uomo forte del governo parallelo di Tobruk ma che sta imponendo la sua egemonia in gran parte della Libia. A comunicarlo è stata la Farnesina in un tweet, sottolineando l’impegno italiano per il rilancio di un “dialogo politico inclusivo” promosso dal rappresentante speciale Onu Ghassam Salamé.
Il ministro degli Esteri Moavero nei giorni scorsi al forum di Cernobbio, aveva ribadito che il governo al-Sarraj rimane il governo legittimamente riconosciuto in una situazione complessa come quella dello scenario libico. Ma la realtà sul campo sta dimostrando tutta l’inconsistenza di questa opzione. Scopo del viaggio di Moavero nei territori ormai in mano all’uomo forte, è includerlo nella Conferenza Internazionale sulla Libia che dovrebbe tenere a novembre in Italia. Ma l’inviato a Tripoli del Corriere della Sera deve ammettere che Haftar “non nasconde l’intenzione di prendere il posto del governo di Fayez Sarraj”. E Haftar, a proposito delle elezioni, ha esplicitato che “L’85 % dei libici è con me. Io credo nel voto, sono pronto a sostenere le elezioni, così come formulate all’ultima conferenza di Parigi. Ma se non saranno libere e trasparenti, allora l’esercito interverrà a bloccarle”. Praticamente lo scenario costruito dall’Italia per la governabilità della Libia rischia di andare a farsi benedire.
Intanto è’ salito a due morti e decine di feriti il bilancio “preliminare” dell’attacco alla sede della compagna petrolifera libica (NOC) nel centro di Tripoli compiuto ieri da un commando che il governo di Tripoli ha attribuito all’Isis.
A complicare le cose in Libia, oltre la Francia che da tempo sobilla Haftar, ci si mettono anche gli Stati Uniti. Secondo il New York Times la Cia è pronta a condurre attacchi segreti con droni contro al Qaeda e gli insorti jihadisti in Libia, a partire da una base aerea recentemente ampliata nel Sahara. L’Agenzia di intelligence Usa, riferisce il quotidiano, sta ampliando le sue operazioni con i droni, spostando gli aerei nel Nord-Est del Niger. Funzionari Usa e del Niger hanno riferito che la Cia ha pilotato droni per missioni di sorveglianza durate diversi mesi da un piccolo aeroporto commerciale a Dirkou. Secondo un reporter del New York Times, i droni decollano da Dirkou durante la notte, tipicamente tra le 10 di sera e le 4 del mattino. “Tutto quello che so è che sono americani”, ha detto in un’intervista il ministro degli Interni del Niger, Mohamed Bazoum, che non ha offerto ulteriori dettagli.
Fonte
Il ministro degli Esteri Moavero nei giorni scorsi al forum di Cernobbio, aveva ribadito che il governo al-Sarraj rimane il governo legittimamente riconosciuto in una situazione complessa come quella dello scenario libico. Ma la realtà sul campo sta dimostrando tutta l’inconsistenza di questa opzione. Scopo del viaggio di Moavero nei territori ormai in mano all’uomo forte, è includerlo nella Conferenza Internazionale sulla Libia che dovrebbe tenere a novembre in Italia. Ma l’inviato a Tripoli del Corriere della Sera deve ammettere che Haftar “non nasconde l’intenzione di prendere il posto del governo di Fayez Sarraj”. E Haftar, a proposito delle elezioni, ha esplicitato che “L’85 % dei libici è con me. Io credo nel voto, sono pronto a sostenere le elezioni, così come formulate all’ultima conferenza di Parigi. Ma se non saranno libere e trasparenti, allora l’esercito interverrà a bloccarle”. Praticamente lo scenario costruito dall’Italia per la governabilità della Libia rischia di andare a farsi benedire.
Intanto è’ salito a due morti e decine di feriti il bilancio “preliminare” dell’attacco alla sede della compagna petrolifera libica (NOC) nel centro di Tripoli compiuto ieri da un commando che il governo di Tripoli ha attribuito all’Isis.
A complicare le cose in Libia, oltre la Francia che da tempo sobilla Haftar, ci si mettono anche gli Stati Uniti. Secondo il New York Times la Cia è pronta a condurre attacchi segreti con droni contro al Qaeda e gli insorti jihadisti in Libia, a partire da una base aerea recentemente ampliata nel Sahara. L’Agenzia di intelligence Usa, riferisce il quotidiano, sta ampliando le sue operazioni con i droni, spostando gli aerei nel Nord-Est del Niger. Funzionari Usa e del Niger hanno riferito che la Cia ha pilotato droni per missioni di sorveglianza durate diversi mesi da un piccolo aeroporto commerciale a Dirkou. Secondo un reporter del New York Times, i droni decollano da Dirkou durante la notte, tipicamente tra le 10 di sera e le 4 del mattino. “Tutto quello che so è che sono americani”, ha detto in un’intervista il ministro degli Interni del Niger, Mohamed Bazoum, che non ha offerto ulteriori dettagli.
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24/01/2018
Libia. Pochi se ne accorgono ma c’è una guerra. 33 morti a Bengasi
E’ salito ad almeno 33 morti il bilancio delle esplosioni provocate ieri sera da due autobomba davanti ad una moschea a Bengasi nel distretto centrale di Al Salmani. I feriti sono oltre 30.
Il portavoce delle forze militari e della polizia, il capitano Tarek Alkharraz, ha detto che la prima autobomba è esplosa nel quartiere di Salmani verso le 8:20 ora locale (le 7:20 in Italia) e la seconda mezz’ora più tardi, mentre i residenti ed il personale medico evacuavano i feriti.
Un veicolo imbottito di esplosivi è inizialmente esploso di fronte a una moschea nel quartiere centrale di al-Sleimani. Circa trenta minuti dopo è esplosa una seconda auto nella stessa area, dove si erano radunati responsabili della sicurezza e civili per soccorrere i feriti.
La moschea è nota come base di gruppi salafiti che combattono contro i jihadisti al fianco delle forze fedeli al generale Khalifa Haftar nella città portuale dell’est del Paese. Tra le vittime risulta esserci Ahmad al Fitouri, responsabile delle forze di sicurezza per le forze locali legate al generale Haftar, tra i feriti anche Mahdi al Fellah, un altro membro dell’intelligence. E’ da dicembre che il Lna (esercito nazionale libico) di Haftar rivendica di aver conquistato Bengasi, ma in queste settimane si sono susseguiti diversi attentati che dimostrano come la situazione sia tutt’altro che stabilizzata.
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27/01/2017
Libia - Haftar conquista Bengasi e sigla l'accordo con la Russia
di Chiara Cruciati – Il Manifesto
Bengasi è completamente nelle mani del generale Khalifa Haftar. Ad annunciarlo è la sua creatura, l’Esercito nazionale libico, braccio armato del governo-ombra di Tobruk: dopo mesi di scontri ha cacciato Ansar al-Sharia, gruppo salafita legato ad al Qaeda, dall’ultimo quartiere della città capoluogo della Cirenaica in cui era ancora presente, il distretto di Ganfounda.
Secondo fonti interne, ci sarebbero ancora sacche qaediste nei distretti di Souq al-Hout e al-Saberi. A riprova, l’autobomba esplosa ieri nel primo pomeriggio in via Nasser a Bengasi: fonti mediche parlano di sei feriti, la polizia di un veicolo fatto saltare in aria a distanza con un telecomando.
L’operazione di Haftar non è nuova: da quasi tre anni il generale, tornato in pompa magna dagli Stati Uniti dopo l’uccisione di Gheddafi, alla guida di 60mila uomini (stimati) si è fatto ispiratore di una crociata anti-islamista che ha portato la Cirenaica alla rottura definitiva con la Tripolitania. Infilatosi nella contrapposizione istituzionale dei due esecutivi (e due parlamenti), sfruttando magistralmente la miriade di gruppi armati in cerca di denaro e potere, ha imbastito un potere rivale a quello tripolino, oggi affidato dall’Onu ad un debolissimo governo di unità.
E non è solo: visto da molti come l’uomo forte che potrebbe trascinare la Libia fuori dal caos, riceve l’endorsement di potenze mondiali. A partire dalla Francia (e i suoi divisivi interessi energetici) che punta alle ricchezze naturali della Cirenaica, dall’Egitto dell’anti-islamista al-Sisi fino alla Russia, “fiore” all’occhiello di una rete di alleanze che non solo si contrappone a quella immaginata da Italia e Nazioni Unite ma che ha buone possibilità di imporsi sullo scenario libico.
Il governo di unità del premier al-Sarraj, rintanato a Tripoli e incapace di imporsi come soggetto legittimo in buona parte del paese, prova a difendersi proprio attraverso l’Italia, vituperata da Tobruk che l’accusa di neocolonialismo: ieri il contro-terrorismo della capitale ha fatto sapere di aver individuato i responsabili dell’autobomba che il 21 gennaio è esplosa di fronte alla sede dell’ambasciata italiana, appena riaperta (unica rappresentanza occidentale tornata in Libia, a dimostrazione dell’interesse economico e politico che Roma ha in una stabilizzazione del paese).
«Questo atto terroristico è il risultato del conflitto politico tra est e ovest», si legge nel comunicato delle unità speciali, che aggiungono che i tre attentatori «sono collegati alla cosiddetta Operazione Dignità [quella lanciata da Haftar nel maggio 2014], ma non è chiaro se abbiano agito spontaneamente o su suo ordine». Uno di loro, in particolare, Omer Kabout, sarebbe un ufficiale dell’esercito del generale.
Aldilà delle accuse incrociate e della reciproca delegittimazione, l’ultimo mese ha consegnato un quadro relativamente nuovo. Come in Siria, a introdurre altre coordinate è l’intervento russo: il presidente Putin non nasconde affatto il favore verso Haftar, già volato a Mosca e poi sulla portaerei Kuznetsov.
I media egiziani riportano del tentativo congiunto di Mosca e Il Cairo di far sedere allo stesso tavolo Haftar e al-Sarraj per individuare una via d’uscita attraverso l’ingresso del primo nel governo di unità del secondo. Un appoggio a suon di supporto militare: secondo l’agenzia Middle East Eye, che cita fonti interne all’esercito algerino, la Russia avrebbe siglato un accordo con Haftar: armi (munizioni, veicoli e strumenti di sorveglianza) in cambio di una base militare in Cirenaica e quindi dell’agognato stivale sul terreno nordafricano.
Fonte
Bengasi è completamente nelle mani del generale Khalifa Haftar. Ad annunciarlo è la sua creatura, l’Esercito nazionale libico, braccio armato del governo-ombra di Tobruk: dopo mesi di scontri ha cacciato Ansar al-Sharia, gruppo salafita legato ad al Qaeda, dall’ultimo quartiere della città capoluogo della Cirenaica in cui era ancora presente, il distretto di Ganfounda.
Secondo fonti interne, ci sarebbero ancora sacche qaediste nei distretti di Souq al-Hout e al-Saberi. A riprova, l’autobomba esplosa ieri nel primo pomeriggio in via Nasser a Bengasi: fonti mediche parlano di sei feriti, la polizia di un veicolo fatto saltare in aria a distanza con un telecomando.
L’operazione di Haftar non è nuova: da quasi tre anni il generale, tornato in pompa magna dagli Stati Uniti dopo l’uccisione di Gheddafi, alla guida di 60mila uomini (stimati) si è fatto ispiratore di una crociata anti-islamista che ha portato la Cirenaica alla rottura definitiva con la Tripolitania. Infilatosi nella contrapposizione istituzionale dei due esecutivi (e due parlamenti), sfruttando magistralmente la miriade di gruppi armati in cerca di denaro e potere, ha imbastito un potere rivale a quello tripolino, oggi affidato dall’Onu ad un debolissimo governo di unità.
E non è solo: visto da molti come l’uomo forte che potrebbe trascinare la Libia fuori dal caos, riceve l’endorsement di potenze mondiali. A partire dalla Francia (e i suoi divisivi interessi energetici) che punta alle ricchezze naturali della Cirenaica, dall’Egitto dell’anti-islamista al-Sisi fino alla Russia, “fiore” all’occhiello di una rete di alleanze che non solo si contrappone a quella immaginata da Italia e Nazioni Unite ma che ha buone possibilità di imporsi sullo scenario libico.
Il governo di unità del premier al-Sarraj, rintanato a Tripoli e incapace di imporsi come soggetto legittimo in buona parte del paese, prova a difendersi proprio attraverso l’Italia, vituperata da Tobruk che l’accusa di neocolonialismo: ieri il contro-terrorismo della capitale ha fatto sapere di aver individuato i responsabili dell’autobomba che il 21 gennaio è esplosa di fronte alla sede dell’ambasciata italiana, appena riaperta (unica rappresentanza occidentale tornata in Libia, a dimostrazione dell’interesse economico e politico che Roma ha in una stabilizzazione del paese).
«Questo atto terroristico è il risultato del conflitto politico tra est e ovest», si legge nel comunicato delle unità speciali, che aggiungono che i tre attentatori «sono collegati alla cosiddetta Operazione Dignità [quella lanciata da Haftar nel maggio 2014], ma non è chiaro se abbiano agito spontaneamente o su suo ordine». Uno di loro, in particolare, Omer Kabout, sarebbe un ufficiale dell’esercito del generale.
Aldilà delle accuse incrociate e della reciproca delegittimazione, l’ultimo mese ha consegnato un quadro relativamente nuovo. Come in Siria, a introdurre altre coordinate è l’intervento russo: il presidente Putin non nasconde affatto il favore verso Haftar, già volato a Mosca e poi sulla portaerei Kuznetsov.
I media egiziani riportano del tentativo congiunto di Mosca e Il Cairo di far sedere allo stesso tavolo Haftar e al-Sarraj per individuare una via d’uscita attraverso l’ingresso del primo nel governo di unità del secondo. Un appoggio a suon di supporto militare: secondo l’agenzia Middle East Eye, che cita fonti interne all’esercito algerino, la Russia avrebbe siglato un accordo con Haftar: armi (munizioni, veicoli e strumenti di sorveglianza) in cambio di una base militare in Cirenaica e quindi dell’agognato stivale sul terreno nordafricano.
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24/02/2016
Libia - I jihadisti indietreggiano a Bengasi
Festa grande ieri a Bengasi per celebrare la vittoria delle forze armate libiche in città contro gruppi islamisti radicali. Le truppe del governo di Tobruk sarebbero avanzate nell’area di al-Laithi costringendo alla ritirata i miliziani islamici.
A rivelarlo è l’Ap citando fonti anonime militari. L’avanzata
dell’esercito sarebbe stata resa possibile anche grazie al contributo
francese. Secondo fonti locali, infatti, i soldati di Parigi, di stanza
nella base aerea di Benina, avrebbero attaccato le milizie islamiche
coordinandosi con le forze libiche. I dettagli della notizia sono ancora
poco chiari: non è noto il numero dei militari transalpini che
avrebbero partecipato all’azione, né si capisce se, in realtà, ad
operare siano state forze speciali o mercenari. Finora Parigi non ha
commentato la notizia.
Se al momento è difficile poter stabilire se siano presenti o meno in città anche le truppe di Hollande, non è un segreto però che già da tempo in Libia sono operative forze occidentali. Lo scorso anno Washington ha ammesso di aver mandato truppe speciali nello stato nordafricano. Secondo alcune indiscrezioni (mai confermate dai protagonisti), ad unirsi agli statunitensi sarebbero stati anche gli inglesi e i francesi.
Che gli occidentali vogliano intervenire di nuovo militarmente in Libia (dopo la fallimentare operazione Nato nel 2011) appare ormai un dato certo. Ieri il primo ministro italiano Matteo Renzi ha detto che l’Italia farà la sua parte all’interno di una coalizione a guida Usa che fermerà “qualunque attacco terrorista degli estremisti dello Stato Islamico”. Intervistato dalla stazione radio Rtl 102.5, il primo ministro ha dichiarato che le autorizzazioni ad eventuali raid aerei in Libia saranno date “caso per caso”. “Se si tratta di fare iniziative contro dei terroristi – ha spiegato – c’è uno stretto rapporto tra noi, gli americani e gli altri alleati. E di conseguenza siamo in piena sintonia con i nostri partner internazionali”. Sia chiaro: “la priorità è sempre e comunque quella di una risposta diplomatica”. Tuttavia, “se ci sono delle evidenze che ci sono dei potenziali attentatori che si stanno preparando, l’Italia fa la sua parte con tutti gli altri”. Sulla questione è intervenuto anche il ministro Gentiloni. Secondo il titolare del dicastero degli esteri, la possibilità che le basi aeree vengano utilizzate per operazioni antiterrorismo “non è preludio a un intervento militare”. Il ministro ha poi confermato che le richieste saranno valutate caso per caso dal ministero della Difesa, ma ha sottolineato come l’utilizzo delle basi non richieda “una specifica comunicazione al parlamento”.
L’avanzata delle truppe libiche a Bengasi ha avuto una conseguenza positiva: numerose famiglie, fuggite dalla città a causa dei due anni di scontri tra forze di Tobruq e gli islamisti radicali, sono potute ritornare nuovamente nello loro case nel quartiere di al-Laithi. A rallegrarsi per le notizie giunte ieri sarà stato sicuramente il generale Khalifa Haftar. Comandante in capo delle forze armate di Tobruq, Haftar è una figura piuttosto controversa all’interno del panorama politico libico: se la sua immagine anti-islamista riscuote molto successo nell’est del Paese, non si può dire la stessa cosa a Tripoli dove il generale ha molti nemici. “Siamo entrati nella maggior parte delle aeree controllate dai gruppi terroristi a Laithi” ha detto esultante al Afp una fonte militare che ha preferito restare anonima. Il portavoce di Haftar ha poi reso noto che a breve l’esercito annuncerà ufficialmente la liberazione del distretto.
Se sul piano militare si registrano dei piccoli avanzamenti, dal punto di vista politico resta lo stallo. La Libia continua ad avere due parlamenti: uno a Tobruq (riconosciuto internazionalmente) e un altro a Tripoli guidato dalla coalizione “Alba libica“. I tentativi dell’Onu per giungere ad un accordo tra le due parti non hanno finora prodotto risultati concreti sul terreno a causa soprattutto delle divisioni degli attori locali. Ieri, ad esempio, i parlamentari di Tobruq non hanno raggiunto il numero sufficiente (89 parlamentari) per votare il governo di unità nazionale proposto dalle Nazioni Unite. L’esecutivo di Accordo nazionale, che prevede 32 ministri scelti dai due parlamenti, è nato sulla carta lo scorso dicembre in Marocco, ma non è ancora riuscito a ottenere la fiducia di Tobruq ufficialmente contraria al numero eccessivo dei membri del governo. Un tentativo di conciliazione è stato fatto la scorsa settimana dal Consiglio presidenziale (anch’esso figlio dell’accordo di dicembre) che ha proposto di ridurre a 18 i membri del governo. La decisione non ha però finora prodotto i risultati sperati.
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Se al momento è difficile poter stabilire se siano presenti o meno in città anche le truppe di Hollande, non è un segreto però che già da tempo in Libia sono operative forze occidentali. Lo scorso anno Washington ha ammesso di aver mandato truppe speciali nello stato nordafricano. Secondo alcune indiscrezioni (mai confermate dai protagonisti), ad unirsi agli statunitensi sarebbero stati anche gli inglesi e i francesi.
Che gli occidentali vogliano intervenire di nuovo militarmente in Libia (dopo la fallimentare operazione Nato nel 2011) appare ormai un dato certo. Ieri il primo ministro italiano Matteo Renzi ha detto che l’Italia farà la sua parte all’interno di una coalizione a guida Usa che fermerà “qualunque attacco terrorista degli estremisti dello Stato Islamico”. Intervistato dalla stazione radio Rtl 102.5, il primo ministro ha dichiarato che le autorizzazioni ad eventuali raid aerei in Libia saranno date “caso per caso”. “Se si tratta di fare iniziative contro dei terroristi – ha spiegato – c’è uno stretto rapporto tra noi, gli americani e gli altri alleati. E di conseguenza siamo in piena sintonia con i nostri partner internazionali”. Sia chiaro: “la priorità è sempre e comunque quella di una risposta diplomatica”. Tuttavia, “se ci sono delle evidenze che ci sono dei potenziali attentatori che si stanno preparando, l’Italia fa la sua parte con tutti gli altri”. Sulla questione è intervenuto anche il ministro Gentiloni. Secondo il titolare del dicastero degli esteri, la possibilità che le basi aeree vengano utilizzate per operazioni antiterrorismo “non è preludio a un intervento militare”. Il ministro ha poi confermato che le richieste saranno valutate caso per caso dal ministero della Difesa, ma ha sottolineato come l’utilizzo delle basi non richieda “una specifica comunicazione al parlamento”.
L’avanzata delle truppe libiche a Bengasi ha avuto una conseguenza positiva: numerose famiglie, fuggite dalla città a causa dei due anni di scontri tra forze di Tobruq e gli islamisti radicali, sono potute ritornare nuovamente nello loro case nel quartiere di al-Laithi. A rallegrarsi per le notizie giunte ieri sarà stato sicuramente il generale Khalifa Haftar. Comandante in capo delle forze armate di Tobruq, Haftar è una figura piuttosto controversa all’interno del panorama politico libico: se la sua immagine anti-islamista riscuote molto successo nell’est del Paese, non si può dire la stessa cosa a Tripoli dove il generale ha molti nemici. “Siamo entrati nella maggior parte delle aeree controllate dai gruppi terroristi a Laithi” ha detto esultante al Afp una fonte militare che ha preferito restare anonima. Il portavoce di Haftar ha poi reso noto che a breve l’esercito annuncerà ufficialmente la liberazione del distretto.
Se sul piano militare si registrano dei piccoli avanzamenti, dal punto di vista politico resta lo stallo. La Libia continua ad avere due parlamenti: uno a Tobruq (riconosciuto internazionalmente) e un altro a Tripoli guidato dalla coalizione “Alba libica“. I tentativi dell’Onu per giungere ad un accordo tra le due parti non hanno finora prodotto risultati concreti sul terreno a causa soprattutto delle divisioni degli attori locali. Ieri, ad esempio, i parlamentari di Tobruq non hanno raggiunto il numero sufficiente (89 parlamentari) per votare il governo di unità nazionale proposto dalle Nazioni Unite. L’esecutivo di Accordo nazionale, che prevede 32 ministri scelti dai due parlamenti, è nato sulla carta lo scorso dicembre in Marocco, ma non è ancora riuscito a ottenere la fiducia di Tobruq ufficialmente contraria al numero eccessivo dei membri del governo. Un tentativo di conciliazione è stato fatto la scorsa settimana dal Consiglio presidenziale (anch’esso figlio dell’accordo di dicembre) che ha proposto di ridurre a 18 i membri del governo. La decisione non ha però finora prodotto i risultati sperati.
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