Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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06/09/2019

Politica estera? Di Maio non potrà fare peggio degli altri

In questi ultimi due giorni ho letto con vivo interesse i tanti post di indignazione/rabbia/sdegno pubblicati qui su Facebook per la nomina di Di Maio come ministro degli Esteri. Molti erano ironici, divertenti e arguti. Altri, purtroppo, erano di stampo più o meno velatamente classista ed elitari, emblematici del perché una certa “sinistra” non ha alcuna credibilità presso le classi popolari.

L’indignazione generale mi ha stupito e per un attimo ho pensato di vivere in un Paese differente dove la politica estera è un pilastro del fare politica, non una brutta parola da non pronunciare mai. Poi ho navigato brevemente sui principali quotidiani e mi sono fortunatamente subito rasserenato: è il vostro stupore che stona.

Perché, infatti, indignarsi per la nomina dell’inutile e incapace di Maio quando gli Esteri in Italia non contano nulla? Perché tutto ad un tratto questo risveglio e sussulto di dignità? Chi, come me (e chi molto meglio di me) nel piccolissimo prova a raccontare di Esteri in Italia soffre di una profonda solitudine: sembriamo un circolo di poveri sfigati che ci raccontiamo cose che non interessano a nessuno. Sembriamo un po’ quelli degli alcolisti anonimi, ma nessun regista o scrittore ha mai costruito qualche trama o film di successo su di noi. Gente bizzarra che parla di cose astruse, quasi come se il nostro soggetto fossero uomini e donne provenienti da un altro pianeta, lontano da noi anni luce.

Un senso di solitudine confermato dai fatti: nei dibattiti politici delle elezioni del 4 marzo, nessuna forza politica – ad esclusione un po’ di Potere al Potere – è mai uscito dai confini italiani. Non è stato un tema affrontato perché non interessa a nessuno, in questo Paese non porta voti. Questo innanzitutto per colpa dei media mainstream che parlano di questioni al di fuori dei confini italiani (soprattutto extraeuropei) senza un minimo di conoscenze riempiendoli spesso di stereotipi e orientalismi, non facendo alcuna analisi politica ma al massimo limitandosi a raccontare “storie” decontestualizzate. E, soprattutto, riportando pedissequamente le posizioni del governo americano (e israeliano): pensiamo a come è trattata la questione palestinese e la guerra che tanto vorrebbero Israele e gli Usa contro l’Iran; pensiamo a come ci è stato descritto il golpe (fallito per ora) in Venezuela voluto da Washington che ha spinto per settimane quasi l’intera stampa italiana a esaltare quel farabutto di Guaidò. Per non parlare di come viene trattata la Corea del Nord e i racconti ridicoli (o sono barzelette?) sulle malefatte del suo corpulento presidente.

Gli Esteri in Italia vengono costantemente violentanti: la battaglia dei curdi del Rojava contro l’Isis è apparsa per la prima volta mainstream soltanto quando una combattente assomigliava ad Angelina Jolie (ovviamente anche le altre combattenti sono state descritte negli anni più per le loro “belle” forme fisiche che per le loro idee, non sia mai!)

I media mainstram non trattano con piacere di argomenti esteri. E, quando ne parlano, usano questi termini perché il bacino di lettori, radioascoltatori e spettatori televisivi vuole questo. Un giorno un mio amico sintetizzò la questione perfettamente: “Parli di cose strane, lontane ma che ce ne fotte con i problemi che abbiamo? Sii serio eddai”. Poco importa, tra l’altro, che lo stesso mio amico qualche mese dopo sarebbe stato seduto come tante centinaia di migliaia di italiani con le chiappe nell’acqua nella vicinissima Djerba pensando di andare a Sharm e, perché no?, farsi un salto prima o poi a Gerusalemme. “Sono paesi lontani, che ce ne fotte? Sii serio”.

Di Maio è pericoloso, ignorante e incapace, avete ragione. Ma alzi la mano chi di voi conosce la voce e la faccia del suo predecessore. Quanti ricordano il suo nome? Forse il sig. Milanesi aveva il curriculum che voi tanto cercate eppure di questa figura anonima che ha riscaldato solo la sedia alla Farnesina (come ricordare la sua inutilità sulla questione libica “a noi vicina” con Serraj e Haftar che lo hanno perculato in più occasioni?) ricordo benissimo quando, arrestato lo street artist napoletano Jorit, definì come “Israele” i Territori Occupati palestinesi buttando nel cesso con una frase nozioni basilari del diritto internazionale (che pure sembra possedere visto il suo bel curriculum).

Negli ultimi 20 anni, vado a memoria, abbiamo avuto agli esteri Frattini, Gentiloni, Mogherini, Terzi. Persino Angelino Alfano (Angelino, vi rendete conto?) eppure nessuno si è indignato. Ed hanno fatto disastri in giro per il mondo sostenendo le politiche imperiali di Usa e Israele (in più casi anche in prima linea). Appoggiando finanche gruppi di “ribelli” siriani, salvo poi scoprire grazie anche agli ammonimenti dell’Onu che erano barbuti qaedisti (cioè i nostri acerrimi nemici). Ma forse usavano bene il present perfect, sapevano usare il congiuntivo e sì, nella loro vita da giovinastri, non facevano lavoretti.

Di Maio si inserisce in questa lista di pericolosi incapaci. È il vecchio che cammina e che continuerà a fare danni per la popolazione mondiale (meno male che l’Italia conta veramente poco). Non ci dovremmo indignare per la sua nomina, ma per il poco spazio (e il cattivo servizio) che viene dato a tutto ciò che ci viene dal di fuori. Ci dovremmo ribellare al fatto che nessun partito politico tratti nei suoi programmi in modo chiaro e netto i temi mondiali di geopolitica. Il resto è solo un corollario.

In questo livello medio basso culturale, a fronte del bassissimo livello culturale del mondo politico italiano, Di Maio è perciò l’uomo perfetto. Il miglior rappresentante del peso (zero) che diamo agli Esteri.

Giggino, a te da oggi l’onore di umiliare ancora di più questo bellissimo e nobile ramo della politica.

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11/09/2018

Libia. L’Italia cerca l’interlocuzione con “l’uomo forte” . Moavero Milanesi da Haftar

Il Ministro degli Esteri Moavero Milanesi è a Bengasi per incontrare il generale Haftar, l’uomo forte del governo parallelo di Tobruk ma che sta imponendo la sua egemonia in gran parte della Libia. A comunicarlo è stata la Farnesina in un tweet, sottolineando l’impegno italiano per il rilancio di un “dialogo politico inclusivo” promosso dal rappresentante speciale Onu Ghassam Salamé.

Il ministro degli Esteri Moavero nei giorni scorsi al forum di Cernobbio, aveva ribadito che il governo al-Sarraj rimane il governo legittimamente riconosciuto in una situazione complessa come quella dello scenario libico. Ma la realtà sul campo sta dimostrando tutta l’inconsistenza di questa opzione. Scopo del viaggio di Moavero nei territori ormai in mano all’uomo forte, è includerlo nella Conferenza Internazionale sulla Libia che dovrebbe tenere a novembre in Italia. Ma l’inviato a Tripoli del Corriere della Sera deve ammettere che Haftar “non nasconde l’intenzione di prendere il posto del governo di Fayez Sarraj”. E Haftar, a proposito delle elezioni, ha esplicitato che “L’85 % dei libici è con me. Io credo nel voto, sono pronto a sostenere le elezioni, così come formulate all’ultima conferenza di Parigi. Ma se non saranno libere e trasparenti, allora l’esercito interverrà a bloccarle”. Praticamente lo scenario costruito dall’Italia per la governabilità della Libia rischia di andare a farsi benedire.

Intanto è’ salito a due morti e decine di feriti il bilancio “preliminare” dell’attacco alla sede della compagna petrolifera libica (NOC) nel centro di Tripoli compiuto ieri da un commando che il governo di Tripoli ha attribuito all’Isis.

A complicare le cose in Libia, oltre la Francia che da tempo sobilla Haftar, ci si mettono anche gli Stati Uniti. Secondo il New York Times la Cia è pronta a condurre attacchi segreti con droni contro al Qaeda e gli insorti jihadisti in Libia, a partire da una base aerea recentemente ampliata nel Sahara. L’Agenzia di intelligence Usa, riferisce il quotidiano, sta ampliando le sue operazioni con i droni, spostando gli aerei nel Nord-Est del Niger. Funzionari Usa e del Niger hanno riferito che la Cia ha pilotato droni per missioni di sorveglianza durate diversi mesi da un piccolo aeroporto commerciale a Dirkou. Secondo un reporter del New York Times, i droni decollano da Dirkou durante la notte, tipicamente tra le 10 di sera e le 4 del mattino. “Tutto quello che so è che sono americani”, ha detto in un’intervista il ministro degli Interni del Niger, Mohamed Bazoum, che non ha offerto ulteriori dettagli.

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28/07/2018

I “diritti umani” liberal in Crimea e in Ucraina

Il Dipartimento di stato USA ha rilasciato una “Dichiarazione sulla Crimea”, in cui si ribadisce che Washington non riconosce la penisola come parte della Federazione Russa e insiste sulla “violazione dei diritti dell’uomo in Crimea”. Ovviamente, osserva topwar.ru, non si specifica in cosa tali diritti vengano ora violati dalla Russia, o non lo fossero prima dall’Ucraina, allorché Kiev, ad esempio, non riconosceva il diritto dei tatari di Crimea, a differenza di oggi, a usare la loro lingua quale idioma ufficiale.

Commentando la “Dichiarazione”, l’ambasciata russa negli Stati Uniti nota come Washington tenti di far discendere la propria posizione dal diritto internazionale, relativamente al principio dell’autodeterminazione: esattamente quel diritto che è stato alla base del ritorno della Crimea nella compagine russa, quattro anni fa. Si ha l’impressione, conclude il commento, che la “Dichiarazione” sia stata confezionata a esclusivo uso interno, soprattutto dopo le parole del presidente Trump a proposito della “Crimea russa”: qualcuno, nell’amministrazione USA, sta ancora cercando i modi per spiegare le parole di Trump agli americani e agli “alleati” ucraini.

“Fedele alla linea”, anche la parubiniana on. Laura Boldrini, ha voluto dire la sua a proposito della Crimea. Scriveva ieri il manifesto – peraltro senza commenti, come si conviene a un asettico quotidiano che pur mantiene nella testata il termine “comunista” – che l’ex presidente della Camera si era detta soddisfatta delle risposte avute, nel corso del question time alla Camera, dal Ministro degli esteri Enzo Moavero Milanesi, il quale ha confermato “in parlamento la posizione ufficiale dell’Italia in merito alla illegittima annessione russa della Crimea. Una dichiarazione che di fatto smentisce quanto detto da Salvini”.

Per la cronaca, in un’intervista di una settimana fa al Washington Post, il ministro leghista aveva sostanzialmente parlato di aree “storicamente russe, con cultura e tradizioni russe”, che sono dunque “legittimamente parte della Federazione Russa” e aveva ricordato il referendum del marzo 2014 con cui “il 90% della popolazione ha votato per il ritorno della Crimea nella Federazione Russa“. Ora, per la gioia dell’on. Boldrini, il Ministro Moavero ha ribadito che «il governo italiano ritiene che vadano sempre rispettate le regole del diritto internazionale, in particolare l’integrità territoriale di ciascun paese» e ha sottolineato che l’Italia ha preso «una posizione coerente con quella espressa a livello collettivo dall’Unione Europea». Nell’intervista al giornale americano, il ministro leghista aveva anche ammesso, a parole, che il golpe del 2014 in Ucraina fosse stato “una pseudo rivoluzione sponsorizzata da altri paesi”.

Ora, si è già scritto che non saranno certo le dichiarazioni di Salvini, fatte per puri interessi di bottega, a indurci ad applaudire la Lega e i suoi adepti pontidesi dagli elmi cornuti in trasferta al Viminale. Qualche considerazione però sembra d’obbligo a proposito delle parole di Moavero e della conseguente “soddisfazione” di colei che è usa firmare protocolli coi nazisti ucraini.

A tal proposito, non sembra superfluo ricordare, nel parlare della decisione crimeana di staccarsi dall’Ucraina e tornare nella compagine russa, il golpe di inizio 2014 che aveva portato al potere gli uomini scelti dal Dipartimento di Stato (ricordano Moavero e Boldrini le parole di Victoria Nuland a proposito del “nostro Jats”: il banchiere Jatsenjuk poi messo sulla poltrona di primo ministro?), promossi al rango di presidente e ministri con l’ausilio dei massacri perpetrati dai neonazisti di Pravyj Sektor. Fu in quella situazione (ricordano Moavero e Boldrini gli autobus degli antimajdanisti di Crimea, assaltati dai nazionalisti e i loro occupanti uccisi e feriti a randellate?) che il Parlamento della Crimea – eletto nel 2010 e non “sotto i fucili russi”, come amano dire a Roma e a Kiev – approvò, con 78 voti su 81, una risoluzione secondo cui, se la Repubblica fosse divenuta indipendente, potesse entrare a far parte della Federazione russa. Poi, la dichiarazione di indipendenza dall’Ucraina e infine, il 16 marzo, il referendum, con il 96,77% dei votanti (3 su 4 del milione e mezzo di aventi diritto) espressisi per la riunificazione alla Russia.

Ha o non ha un qualche significato il fatto che la decisione pressoché plebiscitaria dei crimeani di opporsi al regime golpista di Kiev, si sia manifestata proprio in una situazione di aperta nazistizzazione del paese, avviata appunto in qui mesi? Ha o non ha un qualche peso il fatto che sia stata proprio quella situazione di colpo di stato, spinto da Berlino e Parigi – a dispetto dell’accordo raggiunto poche settimane prima con il legittimo presidente Viktor Janukovic – e finanziato dal Dipartimento di Stato, a spingere i crimeani a staccarsi dall’Ucraina e, poi, gli abitanti del Donbass, a opporsi armi alla mano all’aggressione ucraina e ai battaglioni nazisti di “Ajdar”, “Azov”, “Pravyj Sektor”, “Donbass”...?

Che la decisione dei crimeani di staccarsi da Kiev coincidesse con l’interesse di Mosca a non lasciar cadere in mano golpista e NATO la base strategicamente importante di Sebastopoli, non fa che confermare la pericolosità internazionale (oltreché di affamamento del proprio stesso popolo) di un regime messo in piedi da quella “posizione coerente” politica, economica, ma soprattutto militare, “espressa a livello collettivo dall’Unione Europea”.

Antonio Cassese scriveva nel 1984 che “Il diritto internazionale è un ordinamento giuridico realista, che tiene conto dei rapporti di potere esistenti e si sforza di tradurli in norme giuridiche. Esso è largamente basato sul principio di effettività, stabilisce cioè che solo quelle pretese e situazioni che sono effettive acquistano rilevanza giuridica“.

Come disse nel 2015 Vladimir Putin, fu proprio a partire dalla Crimea che “insieme alla vicinanza etnica, la lingua e gli elementi comuni della cultura materiale, i nostri antenati per la prima volta e per sempre presero coscienza di essere un solo popolo. E questo ci dà tutti i fondamenti per dire che, per la Russia, la Crimea, l’antica Korsun, il Chersoneso, Sebastopoli, hanno un grande significato“.

Ora, riguardo a quelle “regole del diritto internazionale”, di cui il ministro Moavero ha citato “in particolare l’integrità territoriale”, non pare fuor di luogo ricordare che quel diritto prevede anche un’altra “quisquilia” quale il principio di autodeterminazione. Sempre Putin aveva detto che, con la loro scelta, i crimeani avevano realizzato “la cosa più importante e cioè che al momento di decidere dell’autodeterminazione, il popolo che vive in un territorio non deve chiedere il parere delle autorità centrali dello Stato in cui si trova nel dato momento” e aveva aggiunto: “nulla di diverso da ciò che è stato fatto in Kosovo, è stato fatto in Crimea“. L’indipendenza del Kosovo non era stata forse sponsorizzata e prontamente riconosciuta da tutto l’Occidente?

Ma Putin non è “uomo d’onore”, avrebbe detto Marcantonio-Boldrini. E allora, i giuristi italiani Giuliano, Scovazzi e Treves scrivono che “La Corte internazionale di giustizia ha definito il ‘principio di autodeterminazione’ come rispondente ‘alla necessità di rispettare (da parte degli Stati) la volontà liberamente espressa dai popoli’ (parere del 16 ottobre 1975 relativo al Sahara occidentale). L’esistenza di tali obblighi tra gli Stati favorisce in fatto l’autodeterminazione e cioè la costituzione di nuovi soggetti“. Quando cioè si arriva a una situazione di fatto, che realizza la volontà di una data popolazione, la comunità internazionale non può che constatare la scelta operata dalle persone che si sono messe sulla strada dell’autonomia o della separazione da una data struttura statale.

Lenin – ci scuseranno Boldrini-Moavero – scriveva che “Il diritto delle nazioni all’autodecisione non significa altro che il diritto all’indipendenza in senso politico, alla libera separazione politica dalla nazione dominante“. E “Il diritto all’autodeterminazione ... significa la soluzione della questione precisamente non da parte del parlamento centrale, bensì da parte del parlamento, della dieta, di un referendum della minoranza che si separa. Quando la Norvegia si separò (nel 1905) dalla Svezia, la cosa fu decisa dalla sola Norvegia“.

Ancora il capo dei bolscevichi – di nuovo, chiediamo scusa – scriveva, a proposito della questione alsaziana e della sua separazione dalla Germania e unione alla Francia: “l’autodeterminazione presuppone la libertà di separazione dallo Stato oppressore. Del fatto che l’unione a un dato Stato presupponga il suo assenso, in politica ‘non è uso’ parlare, così come in economia non si parla del ‘consenso’ del capitalista a ricevere il profitto o del lavoratore a ricevere il salario. Parlare di questo è ridicolo“.

Sicuramente, in questi quattro anni, molte notizie ci sono sfuggite. Ma non ricordiamo che il Dipartimento di Stato, o, in casa nostra, l’ex presidente della Camera, mentre firmava protocolli con lo speaker nazista della Rada, abbia sollevato interrogazioni allorché i nazisti di “Pravyj Sektor” e il Medzhlis dei tatari di Crimea – legato ai “Lupi grigi” turchi e agli islamisti di “Hizb-ut-Tahrir” – avevano decretato il blocco alimentare della Crimea. E Poroshenko, aggiungendovi il blocco energetico, aveva dichiarato che l’azione dei nazisti si inseriva nei piani di Kiev per “il ristabilimento della sovranità statale ucraina sulla Crimea”.

Non ci sembra che, per venire al presente, l’on. Boldrini abbia sollevato interrogazioni sul fatto che il Consiglio regionale di Zhitomir abbia deciso di dichiarare il 2019 “anno di Stepan Bandera”; o che si sia preoccupata di conoscere a cosa serva quella “lista nera” di oltre 1.500 giornalisti stranieri, e oltre il doppio di giornalisti russi, che il fascista Anton Gerashchenko, consigliere del Ministro degli interni Arsen Avakov, ha inserito in quello stesso elenco del sito web “Mirotvorets” (“Mediatore di pace”!) in cui era finito, per fare un solo nome, il giornalista Oles Buzina, assassinato nell’aprile 2015.

Ci sarà una nuova interrogazione per conoscere la sorte del giornalista Sergej Bliznjuk, che a Borzna, nella regione di Cernigov, è stato preso ieri a bastonate in testa da una trentina di nazisti di “Azov” e costretto a firmare le proprie dimissioni? Cosa dice l’on. Boldrini: coincide, tutto ciò, con qualcosa che riporta alla mente cronache di un centinaio di anni fa nelle nostre contrade? Ma questa è l’Ucraina, da cui la Crimea è riuscita a separarsi: e si chiama autodeterminazione dei popoli.



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