A conferma del proverbio che invita a guardarsi dagli “amici” perché ai nemici dovrebbe pensarci il padreterno, alla fine della storia nella guerra civile libica, ad uscire di scena sarà proprio il “premier riconosciuto dalla comunità internazionale”, come ci hanno ripetuto ipocritamente per anni giornali, agenzie, telegiornali e cancellerie.
Fayez Al Serraj, l’attuale premier libico, ha infatti annunciato la sua intenzione di lasciare l’incarico entro fine ottobre, cedendo il passo al nuovo esecutivo che dovrebbe scaturire dai negoziati nell’ambito del Dialogo Politico Libico sotto egida Onu.
Insomma la prima testa a cadere per la ripresa del dialogo nazionale in Libia è stata proprio quella del personaggio politico le cui debolezze sul campo erano più evidente dei suoi punti di forza (legittimità internazionale, sostegno della Turchia).
Il capo dell’esercito nazionale libico (Lna), generale Khalifa Haftar, ha annunciato che la Libia riprenderà la produzione e l’esportazione di petrolio dopo mesi di sospensione.
I primi effetti dell’uscita di scena di Serraj sono stati quelli attesi da tempo, soprattutto sul piano della produzione ed esportazione del petrolio libico, e quindi dello sblocco delle ingenti somme che ne derivano ma che erano rimaste congelate.
“Alla luce del deterioramento delle condizioni di vita dei cittadini libici, lo stato maggiore delle forze armate dell’Lna ha deciso di riprendere la produzione e l’esportazione di petrolio, rispettando tutte le condizioni e le misure che garantiscono un’equa distribuzione del reddito e che non ci sia un utilizzo per sponsorizzare il terrorismo”, ha detto il gen. Haftar, rivale di Serraj, sul profilo dell’account Facebook dell’Lna.
La maggior parte dei giacimenti e dei porti petroliferi libici erano stati infatti chiusi da gennaio a causa del conflitto armato in corso tra le milizie di Tobruk (Haftar) e quelle di Tripoli (Serraj).
Ma sulla normalizzazione si sta mettendo di traverso un altro generale. Si tratta del comandate della regione militare occidentale della Libia sotto controllo del governo di Tripoli. Il generale Osama Jawili, ha annunciato il proprio rifiuto all’accordo tra il vicepresidente del Consiglio presidenziale del Governo di accordo nazionale (Gna) di Tripoli Ahmad Maiteeq, e il comandante dell’Esercito nazionale libico (Lna), Khalifa Haftar, sulla ripresa di estrazione ed esportazioni di petrolio.
A riferirlo è l’agenzia Nova che riprende il portale libico “Al Wasat”. “Siamo in attesa di una presa di posizione da parte dei membri della presidenza e dai parlamentari riguardo al presunto accordo”, ha affermato Jawili, aggiungendo che chiunque tenga all’unità libica deve astenersi dagli interessi personali nei prossimi colloqui internazionali.
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19/09/2020
27/08/2020
Libia - Contrasti nel governo di Tripoli. Manifestazioni in piazza e coprifuoco
Sono ormai quattro giorni che proteste antigovernative stanno investendo la capitale libica Tripoli e altre città della Tripolitania. Appena dopo l’annuncio del cessate il fuoco tra le due fazioni in guerra da anni (il governo di Tripoli e il governo di Tobruk), contrasti si sono manifestati all’interno del governo Sarraj, cioè quello “riconosciuto dalla comunità internazionale” e la gente è scesa in strada contro la corruzione dell'esecutivo.
Le milizie legate al governo di Tripoli avrebbero sparato proiettili veri contro i manifestanti che da giorni inscenano proteste contro la corruzione nella capitale libica e in altre città sotto il controllo di Tripoli tra cui Misurata.
Il governo ha annunciato ieri sera l’imposizione di un coprifuoco totale di 24 ore al giorno nella capitale libica per quattro giorni, mentre nelle altre città della Tripolitania continuano le proteste contro il governo ritenuto “legittimo” dall’Onu.
Il coprifuoco di 24 ore rimarrà in vigore nella capitale anche venerdì e sabato per poi essere ridotto in seguito dalle 21:00 alle 6:00.
L’esecutivo di Tripoli ha giustificato la misura come un tentativo di contenere la diffusione dei contagi di coronavirus, tuttavia secondo diversi osservatori sarebbe un modo per bloccare sul nascere nuovi episodi di rivolta. Alcune fonti riferiscono che almeno sei manifestanti sarebbero rimasti feriti durante una manifestazione avvenuta ieri in Piazza dei Martiri nel centro di Tripoli e ci sarebbero arresti sia nella capitale sia a Misurata.
La missione Onu ha chiesto l’apertura di un’indagine sull’utilizzo eccessivo della forza da parte delle forze di sicurezza del Governo di Tripoli. “Il diritto di riunirsi pacificamente, di protestare e la libertà di espressione sono diritti umani fondamentali che rientrano tra gli obblighi della Libia sotto le leggi umanitarie internazionali”, si legge in una nota della missione. Le dimostrazioni, prosegue l’Onu, “sono motivate dalla frustrazione per le scarse condizioni di vita, le interruzioni dell’elettricità e dell’acqua, e la mancanza della fornitura di servizi nel paese”.
Le proteste in qualche modo si intersecano nello scontro politico apertosi da tempo all’interno del governo di Tripoli tra il premier Sarraj e il ministro dell’Interno Fathi Bashaga.
L’agenzia Nova riferisce che a Tripoli – dove le forze vicine al ministro dell’Interno sono molti forti – i manifestanti scandivano slogan contro Sarraj, mentre a Zawiya, dove il premier è più forte, ci sono stati slogan contro ministro dell’Interno.
Il premier di Tripoli Fayez al Sarraj, ha preannunciato un rimpasto di governo facendo ricorso alla dichiarazione dello stato di emergenza e ai relativi poteri straordinari. In un discorso televisivo, il premier ha detto che la selezione dei nuovi ministri sarà basata sulla “competenza, le capacità e l’incorruttibilità”. Se salta la testa di Bashaga c’è il concreto rischio che salti tutto, incluso il cessate il fuoco raggiunto pochi giorni fa con la fazione che fa riferimento al governo di Tobruk e al generale Haftar.
Fonte
Le milizie legate al governo di Tripoli avrebbero sparato proiettili veri contro i manifestanti che da giorni inscenano proteste contro la corruzione nella capitale libica e in altre città sotto il controllo di Tripoli tra cui Misurata.
Il governo ha annunciato ieri sera l’imposizione di un coprifuoco totale di 24 ore al giorno nella capitale libica per quattro giorni, mentre nelle altre città della Tripolitania continuano le proteste contro il governo ritenuto “legittimo” dall’Onu.
Il coprifuoco di 24 ore rimarrà in vigore nella capitale anche venerdì e sabato per poi essere ridotto in seguito dalle 21:00 alle 6:00.
L’esecutivo di Tripoli ha giustificato la misura come un tentativo di contenere la diffusione dei contagi di coronavirus, tuttavia secondo diversi osservatori sarebbe un modo per bloccare sul nascere nuovi episodi di rivolta. Alcune fonti riferiscono che almeno sei manifestanti sarebbero rimasti feriti durante una manifestazione avvenuta ieri in Piazza dei Martiri nel centro di Tripoli e ci sarebbero arresti sia nella capitale sia a Misurata.
La missione Onu ha chiesto l’apertura di un’indagine sull’utilizzo eccessivo della forza da parte delle forze di sicurezza del Governo di Tripoli. “Il diritto di riunirsi pacificamente, di protestare e la libertà di espressione sono diritti umani fondamentali che rientrano tra gli obblighi della Libia sotto le leggi umanitarie internazionali”, si legge in una nota della missione. Le dimostrazioni, prosegue l’Onu, “sono motivate dalla frustrazione per le scarse condizioni di vita, le interruzioni dell’elettricità e dell’acqua, e la mancanza della fornitura di servizi nel paese”.
Le proteste in qualche modo si intersecano nello scontro politico apertosi da tempo all’interno del governo di Tripoli tra il premier Sarraj e il ministro dell’Interno Fathi Bashaga.
L’agenzia Nova riferisce che a Tripoli – dove le forze vicine al ministro dell’Interno sono molti forti – i manifestanti scandivano slogan contro Sarraj, mentre a Zawiya, dove il premier è più forte, ci sono stati slogan contro ministro dell’Interno.
Il premier di Tripoli Fayez al Sarraj, ha preannunciato un rimpasto di governo facendo ricorso alla dichiarazione dello stato di emergenza e ai relativi poteri straordinari. In un discorso televisivo, il premier ha detto che la selezione dei nuovi ministri sarà basata sulla “competenza, le capacità e l’incorruttibilità”. Se salta la testa di Bashaga c’è il concreto rischio che salti tutto, incluso il cessate il fuoco raggiunto pochi giorni fa con la fazione che fa riferimento al governo di Tobruk e al generale Haftar.
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22/08/2020
Libia - Annunciato il cessate il fuoco. Ma più che la diplomazia potè il petrolio
Il premier del Governo di Tripoli Fayez al Sarraj, e il presidente della Camera dei rappresentanti di Tobruk, Aguila Saleh, nella giornata di ieri hanno lanciato due distinti appelli per un cessate il fuoco nel paese dilaniato dalla guerra civile.
I due annunci sono stati accolti positivamente, almeno stando alle dichiarazioni, da tutta la diplomazia occidentale e dalle Nazioni Unite.
La rappresentante speciale “ad interim” del segretario generale delle Nazioni Unite in Libia, Stephanie Williams, ha accolto con “grande favore” le “decisioni coraggiose” prese oggi Sarraj e da Saleh. In un comunicato stampa, l’Unsmil evidenzia i “punti di incontro” tra i due leader libici ed auspica – piuttosto eufemisticamente a nostro avviso – che questo sviluppo “acceleri l’attuazione degli accordi del Comitato militare misto (5+5)”, organismo intralibico nato dopo la Conferenza di Berlino sulla Libia, portando al contempo “alla partenza di tutte le forze straniere e dei mercenari sul suolo libico”.
Dichiarazioni analoghe sono state rilasciate dai governi francese, italiano, statunitense, russo.
Ma la dichiarazione che forse più di altri segnala la vera motivazione del cessate il fuoco, è quella indicata dalla Williams (che parla per l’Onu ma è una diplomatica statunitense) quando chiede “l’urgente e rapida attuazione dell’appello dei due presidenti (Sarraj e Saleh) per revocare il blocco sulla produzione e l’esportazione di petrolio”, blocco che “continua a privare il popolo libico della sua ricchezza petrolifera”.
Il problema infatti è che i profitti della National Oil Corporation (NOC), la compagnia petrolifera libica, a causa della guerra civile non vengono riscossi da nessuno dei contendenti, ragione per cui si ritrovano con le casse vuote. Non a caso proprio la NOC ha accolto con favore i comunicati con cui sia Aguila Saleh (Tobruk), sia il premier di Tripoli Fayez al Sarraj, sostengono la proposta fatta dalla NOC medesima di riprendere la produzione e l’esportazione di petrolio congelando i proventi nel conto della corporation presso la Libyan Arab Foreign Bank.
Secondo il comunicato emesso dalla NOC e riassunto ampiamente dall’agenzia Nova, “i ricavi dovranno restare congelati fino al raggiungimento di un accordo politico comprensivo, in linea con le raccomandazioni del processo di Berlino”. La NOC aggiunge anche che saranno necessari “piena trasparenza e governance efficace”, oltre al ritorno del controllo esclusivo della gestione della sicurezza negli impianti petroliferi da parte della corporation libica.
Per quanto riguarda la fornitura di gas alle centrali di Zueitina e North Benghazi, il comunicato ribadisce che “la NOC sta facendo tutti gli sforzi possibili per offrire una nave, allo scopo di svuotare i serbatoi di condensato, così da permettere alla produzione di gas di continuare. Attualmente, tutta la produzione di gas dovrebbe terminare sabato 22 agosto 2020”. La NOC riafferma poi il suo appello a “liberare tutti gli impianti petroliferi dall’occupazione militare per assicurare la sicurezza dei loro lavoratori”. Fatto questo, la compagnia dovrebbe essere in grado di “revocare lo stato di forza maggiore e riprendere le esportazioni di petrolio”. La NOC esprime poi “gratitudine” a tutti gli attori locali e internazionali, inclusa la missione Onu Unsmil e il governo statunitense, che hanno permesso alla situazione di progredire, ribadendo che continuerà a lavorare “senza posa per l’interesse di tutti i libici”.
Insomma la NOC ringrazia l’Onu e gli Stati Uniti ossia due dei soggetti fino a ieri rimasti molto ai margini della crisi libica dove invece si sono gettati con foga Francia, Turchia ed Egitto. Gli scenari libici potrebbero riservare ancora molte brutte sorprese, per tutti.
Fonte
I due annunci sono stati accolti positivamente, almeno stando alle dichiarazioni, da tutta la diplomazia occidentale e dalle Nazioni Unite.
La rappresentante speciale “ad interim” del segretario generale delle Nazioni Unite in Libia, Stephanie Williams, ha accolto con “grande favore” le “decisioni coraggiose” prese oggi Sarraj e da Saleh. In un comunicato stampa, l’Unsmil evidenzia i “punti di incontro” tra i due leader libici ed auspica – piuttosto eufemisticamente a nostro avviso – che questo sviluppo “acceleri l’attuazione degli accordi del Comitato militare misto (5+5)”, organismo intralibico nato dopo la Conferenza di Berlino sulla Libia, portando al contempo “alla partenza di tutte le forze straniere e dei mercenari sul suolo libico”.
Dichiarazioni analoghe sono state rilasciate dai governi francese, italiano, statunitense, russo.
Ma la dichiarazione che forse più di altri segnala la vera motivazione del cessate il fuoco, è quella indicata dalla Williams (che parla per l’Onu ma è una diplomatica statunitense) quando chiede “l’urgente e rapida attuazione dell’appello dei due presidenti (Sarraj e Saleh) per revocare il blocco sulla produzione e l’esportazione di petrolio”, blocco che “continua a privare il popolo libico della sua ricchezza petrolifera”.
Il problema infatti è che i profitti della National Oil Corporation (NOC), la compagnia petrolifera libica, a causa della guerra civile non vengono riscossi da nessuno dei contendenti, ragione per cui si ritrovano con le casse vuote. Non a caso proprio la NOC ha accolto con favore i comunicati con cui sia Aguila Saleh (Tobruk), sia il premier di Tripoli Fayez al Sarraj, sostengono la proposta fatta dalla NOC medesima di riprendere la produzione e l’esportazione di petrolio congelando i proventi nel conto della corporation presso la Libyan Arab Foreign Bank.
Secondo il comunicato emesso dalla NOC e riassunto ampiamente dall’agenzia Nova, “i ricavi dovranno restare congelati fino al raggiungimento di un accordo politico comprensivo, in linea con le raccomandazioni del processo di Berlino”. La NOC aggiunge anche che saranno necessari “piena trasparenza e governance efficace”, oltre al ritorno del controllo esclusivo della gestione della sicurezza negli impianti petroliferi da parte della corporation libica.
Per quanto riguarda la fornitura di gas alle centrali di Zueitina e North Benghazi, il comunicato ribadisce che “la NOC sta facendo tutti gli sforzi possibili per offrire una nave, allo scopo di svuotare i serbatoi di condensato, così da permettere alla produzione di gas di continuare. Attualmente, tutta la produzione di gas dovrebbe terminare sabato 22 agosto 2020”. La NOC riafferma poi il suo appello a “liberare tutti gli impianti petroliferi dall’occupazione militare per assicurare la sicurezza dei loro lavoratori”. Fatto questo, la compagnia dovrebbe essere in grado di “revocare lo stato di forza maggiore e riprendere le esportazioni di petrolio”. La NOC esprime poi “gratitudine” a tutti gli attori locali e internazionali, inclusa la missione Onu Unsmil e il governo statunitense, che hanno permesso alla situazione di progredire, ribadendo che continuerà a lavorare “senza posa per l’interesse di tutti i libici”.
Insomma la NOC ringrazia l’Onu e gli Stati Uniti ossia due dei soggetti fino a ieri rimasti molto ai margini della crisi libica dove invece si sono gettati con foga Francia, Turchia ed Egitto. Gli scenari libici potrebbero riservare ancora molte brutte sorprese, per tutti.
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18/08/2020
Libia - La Turchia stabilirà due basi militari nel paese
A Tripoli sono arrivati i ministri della Difesa di Turchia e Qatar per incontrare gli esponenti del Governo di accordo nazionale (Gna).
Fonti governative libiche hanno riferito ad “Agenzia Nova” che il programma della visita di Akar, accompagnato dal collega qatariota, includerà anche un confronto “sui passi compiuti finora per stabilire una base navale turca a Misurata e una base aerea ad Al Watiya, a sud-ovest di Tripoli”.
Si tratta di una notizia rilevante, anche per l’Italia, visto che l’insediamento militare della Turchia prevede che il famoso ospedale “protetto” da un contingente di soldati italiani a Misurata dovrà... togliere le tende e trasferirsi un pò più fuori la città per lasciare il posto ai turchi. La notizia è emersa nel recente viaggio del ministro della Difesa italiano Guerini a Tripoli.
I ministri della Difesa di Turchia e Qatar discuteranno con gli esponenti di Tripoli anche dei modi per aumentare il sostegno militare alle forze armate del governo di Sarraj e rafforzare le posizioni a ovest di Sirte, la città della Libia centrale diventata la linea rossa nello scontro tra i due governi libici e i loro alleati internazionali.
La risposta del governo di Tobruk, quello di Haftar, non si è fatta attendere con una dichiarazione secondo cui l’unica istituzione legittimata a rappresentare il popolo libico è il parlamento che si riunisce a Tobruk, in Cirenaica, “o chiunque venga autorizzato” dallo stesso organismo: ogni entità non eletta che legifera al suo posto “commette un crimine”.
È quanto si legge in una nota ufficiale diffusa dalla Camera dei rappresentanti della Libia che di fatto delegittima ogni atto siglato dal governo di Tripoli. “Nessuna entità non eletta può rappresentare il popolo o parte di esso”, spiega il testo in riferimento al Governo di accordo nazionale (Gna) guidato dal premier Fayez al Sarraj a Tripoli.
Occorre rammentare che il mandato del parlamento eletto nel 2014, peraltro con una scarsa affluenza inferiore al 20 per cento degli aventi diritto, è scaduto da diverso tempo. I deputati libici non sono mai riusciti a votare la fiducia al Gna, mentre un gruppo di circa 40 parlamentari ha creato un proprio parlamento “parallelo” in Tripoli, dove ha sede il Consiglio presidenziale riconosciuto dalla Comunità internazionale e sostenuto dalla Turchia.
Ma a Tripoli è arrivato con una visita a sorpresa anche il ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas, che dovrebbe incontrare i principali esponenti del Consiglio presidenziale del Governo di accordo nazionale (Gna).
Come noto, la Germania è entrata nella crisi libica come paese guida del cosiddetto “processo di Berlino”, cioè l’iniziativa diplomatica tesa a riunire attorno allo stesso tavolo tutti gli agenti stranieri coinvolti nella crisi in corso con l’obiettivo di fermare l’ingerenza straniera per mettere a tacere le armi.
La Germania si è detta “pronta a considerare”, insieme a Francia e Italia, l’imposizione di sanzioni nei confronti di potenze straniere che violano l’embargo sulle armi in Libia. Una linea che ha già aperto e continua a provocare tensione con “l’alleata” Turchia che sta materialmente fornendo soldati e armamenti allo stesso governo di Tripoli.
Fonte
Fonti governative libiche hanno riferito ad “Agenzia Nova” che il programma della visita di Akar, accompagnato dal collega qatariota, includerà anche un confronto “sui passi compiuti finora per stabilire una base navale turca a Misurata e una base aerea ad Al Watiya, a sud-ovest di Tripoli”.
Si tratta di una notizia rilevante, anche per l’Italia, visto che l’insediamento militare della Turchia prevede che il famoso ospedale “protetto” da un contingente di soldati italiani a Misurata dovrà... togliere le tende e trasferirsi un pò più fuori la città per lasciare il posto ai turchi. La notizia è emersa nel recente viaggio del ministro della Difesa italiano Guerini a Tripoli.
I ministri della Difesa di Turchia e Qatar discuteranno con gli esponenti di Tripoli anche dei modi per aumentare il sostegno militare alle forze armate del governo di Sarraj e rafforzare le posizioni a ovest di Sirte, la città della Libia centrale diventata la linea rossa nello scontro tra i due governi libici e i loro alleati internazionali.
La risposta del governo di Tobruk, quello di Haftar, non si è fatta attendere con una dichiarazione secondo cui l’unica istituzione legittimata a rappresentare il popolo libico è il parlamento che si riunisce a Tobruk, in Cirenaica, “o chiunque venga autorizzato” dallo stesso organismo: ogni entità non eletta che legifera al suo posto “commette un crimine”.
È quanto si legge in una nota ufficiale diffusa dalla Camera dei rappresentanti della Libia che di fatto delegittima ogni atto siglato dal governo di Tripoli. “Nessuna entità non eletta può rappresentare il popolo o parte di esso”, spiega il testo in riferimento al Governo di accordo nazionale (Gna) guidato dal premier Fayez al Sarraj a Tripoli.
Occorre rammentare che il mandato del parlamento eletto nel 2014, peraltro con una scarsa affluenza inferiore al 20 per cento degli aventi diritto, è scaduto da diverso tempo. I deputati libici non sono mai riusciti a votare la fiducia al Gna, mentre un gruppo di circa 40 parlamentari ha creato un proprio parlamento “parallelo” in Tripoli, dove ha sede il Consiglio presidenziale riconosciuto dalla Comunità internazionale e sostenuto dalla Turchia.
Ma a Tripoli è arrivato con una visita a sorpresa anche il ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas, che dovrebbe incontrare i principali esponenti del Consiglio presidenziale del Governo di accordo nazionale (Gna).
Come noto, la Germania è entrata nella crisi libica come paese guida del cosiddetto “processo di Berlino”, cioè l’iniziativa diplomatica tesa a riunire attorno allo stesso tavolo tutti gli agenti stranieri coinvolti nella crisi in corso con l’obiettivo di fermare l’ingerenza straniera per mettere a tacere le armi.
La Germania si è detta “pronta a considerare”, insieme a Francia e Italia, l’imposizione di sanzioni nei confronti di potenze straniere che violano l’embargo sulle armi in Libia. Una linea che ha già aperto e continua a provocare tensione con “l’alleata” Turchia che sta materialmente fornendo soldati e armamenti allo stesso governo di Tripoli.
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15/07/2020
Libia - Tobruk autorizza l’Egitto a intervenire
Le versioni ufficiali parlano di negoziati in corso tra le fazioni in guerra, ma intanto la “Camera dei rappresentanti della Libia” (il parlamento libico che si riunisce a Tobruk, nella Cirenaica, ndr) ha reso pubblica una dichiarazione in cui afferma che le Forze armate egiziane hanno “il diritto di intervenire per proteggere la sicurezza nazionale libica ed egiziana” in caso di “minaccia imminente per la sicurezza dei due Paesi”.
L’agenzia Nova riferisce che la nota è stata pubblicata nella notte sul sito web della Camera dei rappresentanti di Tobruk – organo legislativo eletto nel 2014 antagonista a quella di Tripoli – il quale, secondo indiscrezioni, avrebbe accolto con favore la dichiarazione del presidente/generale egiziano Abdel Fatah Al Sisi nella quale si chiedono “sforzi concertati tra i due paesi fratelli per garantire la sconfitta dell’occupante invasore e preservare la nostra sicurezza nazionale comune e raggiungere la sicurezza e la stabilità nel nostro paese e nella nostra regione”.
La nota del parlamento di Tobruk spiega che garantire l’equa distribuzione della ricchezza e delle entrate petrolifere per la popolazione, “è un requisito legittimo per tutto il popolo libico”.
Il presidente del parlamento della Cirenaica, Aguila Saleh (in visita ieri in Italia dove ha incontrato di Maio e Conte) aveva dichiarato in precedenza che la Camera dei rappresentanti della Libia avrebbe chiesto ufficialmente alle Forze armate dell’Egitto di intervenire militarmente nel caso in cui le forze del Governo di accordo nazionale (Gna) di Tripoli tentassero di attaccare Sirte.
Le parole del presidente del parlamento libico seguivano le dichiarazioni del presidente dell’Egitto Al Sisi, il quale a giugno aveva minacciato di intervenire militarmente in Libia nel caso in cui le forze del Gna di Tripoli, sostenute dalla Turchia, tentassero di attaccare le città di Sirte e al Jufra, definite dal Cairo una vera e propria “linea rossa”.
La tv satellitare saudita Al Arabiya, citando lo stesso Saleh ha parlato, ma senza fornire dettagli, di “Un imminente incontro tra gli antagonisti libici” che sarebbe in preparazione per i “prossimi due giorni” per trovare una soluzione del conflitto nel Paese Nordafricano. “La dichiarazione del Cairo per trovare una soluzione politica alla crisi libica, ha avuto un esteso consenso da parte dei Paesi confinanti e della comunità internazionale”, ha detto Aguila Saleh all’emittente saudita, rivelando che “vi è un invito a mettere insieme tutte le parti libiche durante i prossimi due giorni al fine di trovare una soluzione della crisi in Libia”.
Per compensare la visita in Italia di Aguila Saleh, il governo spedirà giovedi a Tripoli la ministra degli Interni Lamorgese, la quale dovrebbe incontrare oltre al suo omologo libico anche il presidente del governo di Tripoli Sarraj.
Fonte
L’agenzia Nova riferisce che la nota è stata pubblicata nella notte sul sito web della Camera dei rappresentanti di Tobruk – organo legislativo eletto nel 2014 antagonista a quella di Tripoli – il quale, secondo indiscrezioni, avrebbe accolto con favore la dichiarazione del presidente/generale egiziano Abdel Fatah Al Sisi nella quale si chiedono “sforzi concertati tra i due paesi fratelli per garantire la sconfitta dell’occupante invasore e preservare la nostra sicurezza nazionale comune e raggiungere la sicurezza e la stabilità nel nostro paese e nella nostra regione”.
La nota del parlamento di Tobruk spiega che garantire l’equa distribuzione della ricchezza e delle entrate petrolifere per la popolazione, “è un requisito legittimo per tutto il popolo libico”.
Il presidente del parlamento della Cirenaica, Aguila Saleh (in visita ieri in Italia dove ha incontrato di Maio e Conte) aveva dichiarato in precedenza che la Camera dei rappresentanti della Libia avrebbe chiesto ufficialmente alle Forze armate dell’Egitto di intervenire militarmente nel caso in cui le forze del Governo di accordo nazionale (Gna) di Tripoli tentassero di attaccare Sirte.
Le parole del presidente del parlamento libico seguivano le dichiarazioni del presidente dell’Egitto Al Sisi, il quale a giugno aveva minacciato di intervenire militarmente in Libia nel caso in cui le forze del Gna di Tripoli, sostenute dalla Turchia, tentassero di attaccare le città di Sirte e al Jufra, definite dal Cairo una vera e propria “linea rossa”.
La tv satellitare saudita Al Arabiya, citando lo stesso Saleh ha parlato, ma senza fornire dettagli, di “Un imminente incontro tra gli antagonisti libici” che sarebbe in preparazione per i “prossimi due giorni” per trovare una soluzione del conflitto nel Paese Nordafricano. “La dichiarazione del Cairo per trovare una soluzione politica alla crisi libica, ha avuto un esteso consenso da parte dei Paesi confinanti e della comunità internazionale”, ha detto Aguila Saleh all’emittente saudita, rivelando che “vi è un invito a mettere insieme tutte le parti libiche durante i prossimi due giorni al fine di trovare una soluzione della crisi in Libia”.
Per compensare la visita in Italia di Aguila Saleh, il governo spedirà giovedi a Tripoli la ministra degli Interni Lamorgese, la quale dovrebbe incontrare oltre al suo omologo libico anche il presidente del governo di Tripoli Sarraj.
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08/07/2020
Libia - Aspri combattimenti e negoziati segreti
Torna a salire la tensione sul territorio libico, dove raid aerei, ritrovamenti di fosse di cadaveri ed esplosioni nelle aree urbane segnano gli ultimi giorni di un conflitto che, seppur mai sopito, aveva conosciuto una relativa tregua nelle ultime settimane.
Relativa, perché episodi di guerriglia urbana e attacchi spot non hanno mai smesso di interessare soprattutto la faglia che segna il confine tra l’avanzata delle forze alleate al Governo di accordo nazionale (Gna) e quelle dell’autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna) del generale Khalifa Haftar.
I fatti ci dicono che il 4 luglio un misterioso raid aereo ha colpito la base militare Al Watiya, 130 chilometri a ovest di Tripoli, controllata dagli uomini di Fayez al Sarraj, quella base ad alto valore simbolico, oltre che logistico, riconquistata dalle milizie inviate dalla Turchia a metà maggio in cui furono ritrovati due sistemi Pantsir (batterie contraeree dotate di radar per intercettare più bersagli contemporaneamente) made in Russia, riconquista che sancì la ritirata di Haftar dalla Tripolitania sia il riequilibrio delle forze in campo dopo 14 mesi di conflitto.
D’altra parte, Agenzia Nova riporta la notizia di una forte esplosione nel villaggio di Sukna, nei pressi di Jufra, sede della base aerea nelle mani dell’Lna, causata secondo la fonte da un attacco condotto da droni turchi. L’operazione, negata dagli uomini di Haftar, se confermata sarebbe la risposta diretta ai raid di Al Watiya.
La fonte ha inoltre indicato Al Jufra come prossimo terreno di iniziative delle forze Gna-turche, possibilità di non secondaria importanza considerato che Al Jufra è sia un avamposto strategico per il controllo della Mezzaluna petrolifera nelle mani di Haftar, sia perché nello scorso giugno il presidente dell’Egitto, Abdel Fatah al Sisi, aveva indicato la base di Al Jufra e la città di Sirte come la «linea rossa» la cui violazione avrebbe potuto condurre Il Cairo all’intervento diretto militare in quel che rimane della Libia.
Questi due episodi manifestano tutta la difficoltà dei negoziati che, tuttavia, continuano a ritmo serrato nei corridoi delle diplomazie internazionali, e che a dispetto del sangue che attraversa le strade libiche, da questi fatti guadagnano e perdono forza negoziale nelle trattative.
La partita in atto sulla Libia infatti sconta tutto il peso geopolitico della relazione-scontro tra la Turchia e la Russia, “amici guardinghi” in Siria ma su barricate opposte nella sponda sud del Mediterraneo, con i primi a sostegno di Serraj in compagnia delle sempre meno incisive Nazioni unite e dei qataraini, e i secondi dalla parte di Haftar insieme all’Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.
A questa contrapposizione, chiara negli intenti e negli interessi – la Turchia vuole continuare l’estrazione di gas naturali nei giacimenti marini a largo delle coste libiche, la Federazione Russa mira all’agognato accesso al Mediterraneo occidentale, l’Egitto a estendere l’area d’influenza in funzione anti-Islam politico, tutti vogliono il petrolio – vanno aggiunti i contraddittori francesi, l’inadeguatezza italiana e l’indecisione statunitense.
La Francia sostiene “ufficialmente” il governo Serraj, ma sono i maggiori indiziati per il bombardamento di Al Watiya e già erano intervenuti per sostenere militarmente Haftar, causando ad aprile la protesta ufficiale del ministro degli Affari esteri del Governo di accordo nazionale libico per la presenza di caccia francesi Rafale e di un aereo da rifornimento in volo nello spazio aereo sopra Misurata, e ritirandosi poi temporaneamente dalla missione Nato “Sea Guardian” a seguito dell’incidente di metà giugno nel Mediterraneo tra la Marina turca e quella francese.
Il governo italiano, troppo spesso in bilico tra le due posizioni sul dossier libico, da una parte incontra con Lorenzo Guerini in missione ufficiale ad Ankara il collega ministro della Difesa della Turchia, Hulusi Akar, discutendo secondo la stampa locale di temi regionali e della possibilità di cooperazione bilaterale, mentre la notizia dell’arrivo a Roma del ministro della Difesa ad interim del Governo di accordo nazionale libico, Salah Al Din Al Namroush, è stata smentita dall’emittente televisiva libica 218 Tv.
Dall’altra, ieri il Senato nella discussione, non senza sussulti, sul rifinanziamento del missioni militari all’estero, approvava tra le altre cose la necessità di intensificare l’azione diplomatica con le autorità libiche, quelle dello Gna, per rafforzare i programmi di formazione del personale della Marina militare libica nella direzione del rispetto del diritto internazionale del mare e dei diritti umani.
È su queste due direttrici che si sta sviluppando il conflitto libico, la guerra guerreggiata che a dispetto degli stop and go non concede una vera tregua alla popolazione e alle milizie/eserciti impegnati, mentre nelle stanze della politica i negoziati proseguono incessanti nel tentativo delle parti in gioco di perseguire i rispettivi interessi. Negoziati e interessi nei quali quelli che appaiono ancora ondeggianti sono quelli statunitensi dopo “la ritirata” della loro ambasciata e dei loro soldati dalla Libia.
Interessi e ingerenze esterne che in una guerra civile “conto terzi”, non coincidono mai con gli interessi del popolo.
Fonte
Relativa, perché episodi di guerriglia urbana e attacchi spot non hanno mai smesso di interessare soprattutto la faglia che segna il confine tra l’avanzata delle forze alleate al Governo di accordo nazionale (Gna) e quelle dell’autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna) del generale Khalifa Haftar.
I fatti ci dicono che il 4 luglio un misterioso raid aereo ha colpito la base militare Al Watiya, 130 chilometri a ovest di Tripoli, controllata dagli uomini di Fayez al Sarraj, quella base ad alto valore simbolico, oltre che logistico, riconquistata dalle milizie inviate dalla Turchia a metà maggio in cui furono ritrovati due sistemi Pantsir (batterie contraeree dotate di radar per intercettare più bersagli contemporaneamente) made in Russia, riconquista che sancì la ritirata di Haftar dalla Tripolitania sia il riequilibrio delle forze in campo dopo 14 mesi di conflitto.
D’altra parte, Agenzia Nova riporta la notizia di una forte esplosione nel villaggio di Sukna, nei pressi di Jufra, sede della base aerea nelle mani dell’Lna, causata secondo la fonte da un attacco condotto da droni turchi. L’operazione, negata dagli uomini di Haftar, se confermata sarebbe la risposta diretta ai raid di Al Watiya.
La fonte ha inoltre indicato Al Jufra come prossimo terreno di iniziative delle forze Gna-turche, possibilità di non secondaria importanza considerato che Al Jufra è sia un avamposto strategico per il controllo della Mezzaluna petrolifera nelle mani di Haftar, sia perché nello scorso giugno il presidente dell’Egitto, Abdel Fatah al Sisi, aveva indicato la base di Al Jufra e la città di Sirte come la «linea rossa» la cui violazione avrebbe potuto condurre Il Cairo all’intervento diretto militare in quel che rimane della Libia.
Questi due episodi manifestano tutta la difficoltà dei negoziati che, tuttavia, continuano a ritmo serrato nei corridoi delle diplomazie internazionali, e che a dispetto del sangue che attraversa le strade libiche, da questi fatti guadagnano e perdono forza negoziale nelle trattative.
La partita in atto sulla Libia infatti sconta tutto il peso geopolitico della relazione-scontro tra la Turchia e la Russia, “amici guardinghi” in Siria ma su barricate opposte nella sponda sud del Mediterraneo, con i primi a sostegno di Serraj in compagnia delle sempre meno incisive Nazioni unite e dei qataraini, e i secondi dalla parte di Haftar insieme all’Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.
A questa contrapposizione, chiara negli intenti e negli interessi – la Turchia vuole continuare l’estrazione di gas naturali nei giacimenti marini a largo delle coste libiche, la Federazione Russa mira all’agognato accesso al Mediterraneo occidentale, l’Egitto a estendere l’area d’influenza in funzione anti-Islam politico, tutti vogliono il petrolio – vanno aggiunti i contraddittori francesi, l’inadeguatezza italiana e l’indecisione statunitense.
La Francia sostiene “ufficialmente” il governo Serraj, ma sono i maggiori indiziati per il bombardamento di Al Watiya e già erano intervenuti per sostenere militarmente Haftar, causando ad aprile la protesta ufficiale del ministro degli Affari esteri del Governo di accordo nazionale libico per la presenza di caccia francesi Rafale e di un aereo da rifornimento in volo nello spazio aereo sopra Misurata, e ritirandosi poi temporaneamente dalla missione Nato “Sea Guardian” a seguito dell’incidente di metà giugno nel Mediterraneo tra la Marina turca e quella francese.
Il governo italiano, troppo spesso in bilico tra le due posizioni sul dossier libico, da una parte incontra con Lorenzo Guerini in missione ufficiale ad Ankara il collega ministro della Difesa della Turchia, Hulusi Akar, discutendo secondo la stampa locale di temi regionali e della possibilità di cooperazione bilaterale, mentre la notizia dell’arrivo a Roma del ministro della Difesa ad interim del Governo di accordo nazionale libico, Salah Al Din Al Namroush, è stata smentita dall’emittente televisiva libica 218 Tv.
Dall’altra, ieri il Senato nella discussione, non senza sussulti, sul rifinanziamento del missioni militari all’estero, approvava tra le altre cose la necessità di intensificare l’azione diplomatica con le autorità libiche, quelle dello Gna, per rafforzare i programmi di formazione del personale della Marina militare libica nella direzione del rispetto del diritto internazionale del mare e dei diritti umani.
È su queste due direttrici che si sta sviluppando il conflitto libico, la guerra guerreggiata che a dispetto degli stop and go non concede una vera tregua alla popolazione e alle milizie/eserciti impegnati, mentre nelle stanze della politica i negoziati proseguono incessanti nel tentativo delle parti in gioco di perseguire i rispettivi interessi. Negoziati e interessi nei quali quelli che appaiono ancora ondeggianti sono quelli statunitensi dopo “la ritirata” della loro ambasciata e dei loro soldati dalla Libia.
Interessi e ingerenze esterne che in una guerra civile “conto terzi”, non coincidono mai con gli interessi del popolo.
Fonte
28/06/2020
Libia - L’Egitto punta alla divisione del paese
Solo una settimana fa, il generale/presidente egiziano Al Sisi ha parlato ai soldati di una base militare nella parte occidentale del paese, a ridosso del confine libico.
In quel contesto ha chiarito che un intervento militare egiziano diretto in Libia sarebbe legittimo, secondo le proprie esigenze di sicurezza sancite – a sua interpretazione – dalla Carta delle Nazioni unite per l’autodifesa. Nel suo discorso Al Sisi ha messo in guardia le forze del Governo di accordo nazionale (Gna) di Tripoli appoggiato dalla Turchia, dall’attaccare Sirte o Jufra. Le due località della Libia – dove si trovano le forze dell’autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna) del generale Khalifa Haftar – rappresentano una “linea rossa” per la sicurezza nazionale egiziana.
Ieri è stato invece il primo ministro egiziano, Mustafa Madbouli, a esprimere il proprio orgoglio per la piena preparazione e l’elevata efficienza dimostrate dalle unità dell’esercito e dal personale dislocato nella regione militare occidentale del paese.
In Libia, con la guerra civile in corso, la linea dei confini appare tutt’altro che chiara. Soprattutto dopo la ritirata delle forze di Haftar dalla Tripolitania. Ad Al Jufra, indicata come “linea rossa” insuperabile da Al Sisi, si troverebbero i nuovi aerei da guerra russi arrivati da poco in Libia a sostegno dell’aviazione di Haftar. L’altra città strategica, Sirte, è ancora in mano alle milizie della Cirenaica, ma potrebbe tornare sotto il controllo delle milizie di Misurata, momentaneamente alleate con il governo di Tripoli e in rotta con Haftar.
Se questo rimanesse lo statu quo, di fatto si configurerebbe la divisione in due della Libia come soluzione possibile sulla quale tutte le parti in conflitto si adeguerebbero. La Tripolitania al governo di Tripoli (quello che ogni volta ci “pappagallano” come riconosciuto dalla comunità internazionale ma sostenuto sostanzialmente dalla Turchia) e la Cirenaica in mano ad Haftar e comunque sotto il controllo dell’Egitto.
Un discorso a parte va fatto per il Fezzan, vera e propria terra di nessuno, rivendicata da Tripoli ma dominata di fatto da milizie tribali che godono di un’ampia autonomia. Occorre rammentare come questa inospitale regione ospiti i giacimenti petroliferi di Sharara ed El Feel, che da soli coprono oltre un terzo della produzione di greggio della Libia, attualmente ferma per il “blocco” imposto da Haftar attraverso le tribù a lui fedeli.
Il fronte diplomatico è in continuo movimento ma senza risultati concreti. I leader delle “due Libie” vanno e vengono dalle capitali estere o ricevono delegazioni.
Il capo di Tripoli, Sarraj, si è mostrato ad Ankara insieme ad Erodgogan, promettendo di voler proseguire la guerra fino a Bengasi, in Cirenaica.
Il vice premier del Governo di Tripoli, Ahmed Maiteeg, si è recato a Mosca insieme al ministro degli Esteri, Mohammed Siyala, incassando il via libera della Russia alle trattative. Si assiste inoltre ad un riavvicinamento tra Serraj e gli Stati Uniti e, al contrario, all’incrinatura delle vecchie buone relazioni tra USA e Haftar. Quest’ultimo è stato accusato di scambiare petrolio con il Venezuela ed è finito per questo in un dossier dell’intelligence statunitense.
Sull’altro fronte, invece, prima Khalifa Haftar e poi il presidente del parlamento di Tobruk, Aguilah Saleh, si sono recati al Cairo, in Egitto. Saleh, in una sorta di road map in 8 punti ha proposto un’intesa con il Governo di Tripoli con queste indicazioni: le tre regioni storiche della Libia, Cirenaica, Fezzan e Tripolitania, dovrebbero eleggere nuovi rappresentanti nel Consiglio di presidenza, e preparare il terreno per nuove elezioni nazionali. In quello che è sembrato un appello al governo italiano, Saleh ha affermato in un’intervista concessa in esclusiva ad Agenzia Nova il primo maggio che gli “amici della Libia nella comunità internazionale devono contribuire a riunire le parti in conflitto e non alimentare la divisione politica e aggravare la crisi”.
Secondo l’Istituto di Studi di Politica Internazionale (Ispi), la bellicosità delle dichiarazioni di Al Sisi sugli assetti libici derivano dalla diminuita fiducia nelle capacità militare del loro uomo sul campo – Haftar – ma anche dagli intrighi dei fratelli-coltelli come Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Infine, ma non certo per importanza sono un riflesso che rischia di “indebolire le stesse ambizioni egiziane in tutto il quadrante mediterraneo-mediorientale, dove da tempo Il Cairo ha un confronto serrato contro Ankara. In questo senso, la Libia è il nuovo fronte di scontro tra al-Sisi e il presidente turco Recep Tayyip Erdogan”.
Per il sito specializzato AnalisiDifesa, le crisi in Libia sarebbero addirittura tre e concomitanti: quella nelle relazioni tra gli stati mediorientali (Turchia e Qatar da una parte, Arabia Saudita, Eau ed Egitto dall’altra); quelle delle relazioni tra Stati Uniti nel Mediterraneo Sud e quella tra Turchia e Russia nel medesimo quadrante ma allargato agli assetti in Siria.
In tale contesto, l’Italia ha provato a fare qualcosa spedendo qualche giorno fa Di Maio a Tripoli, ma si è parlato più di immigrazione che degli assetti geopolitici in Libia. Su questo Di Maio ha riferito sia alla Camera sia alle Commissioni Esteri e Difesa congiunte affermando che “è nostro interesse evitare due prospettive ugualmente rischiose: da una parte un’escalation militare con interventi diretti di attori esterni, dall’altra un congelamento della situazione che si traduca in una spartizione di fatto del Paese”. Il rischio della spartizione della Libia dunque è entrato ormai nell’agenda politica.
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In quel contesto ha chiarito che un intervento militare egiziano diretto in Libia sarebbe legittimo, secondo le proprie esigenze di sicurezza sancite – a sua interpretazione – dalla Carta delle Nazioni unite per l’autodifesa. Nel suo discorso Al Sisi ha messo in guardia le forze del Governo di accordo nazionale (Gna) di Tripoli appoggiato dalla Turchia, dall’attaccare Sirte o Jufra. Le due località della Libia – dove si trovano le forze dell’autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna) del generale Khalifa Haftar – rappresentano una “linea rossa” per la sicurezza nazionale egiziana.
Ieri è stato invece il primo ministro egiziano, Mustafa Madbouli, a esprimere il proprio orgoglio per la piena preparazione e l’elevata efficienza dimostrate dalle unità dell’esercito e dal personale dislocato nella regione militare occidentale del paese.
In Libia, con la guerra civile in corso, la linea dei confini appare tutt’altro che chiara. Soprattutto dopo la ritirata delle forze di Haftar dalla Tripolitania. Ad Al Jufra, indicata come “linea rossa” insuperabile da Al Sisi, si troverebbero i nuovi aerei da guerra russi arrivati da poco in Libia a sostegno dell’aviazione di Haftar. L’altra città strategica, Sirte, è ancora in mano alle milizie della Cirenaica, ma potrebbe tornare sotto il controllo delle milizie di Misurata, momentaneamente alleate con il governo di Tripoli e in rotta con Haftar.
Se questo rimanesse lo statu quo, di fatto si configurerebbe la divisione in due della Libia come soluzione possibile sulla quale tutte le parti in conflitto si adeguerebbero. La Tripolitania al governo di Tripoli (quello che ogni volta ci “pappagallano” come riconosciuto dalla comunità internazionale ma sostenuto sostanzialmente dalla Turchia) e la Cirenaica in mano ad Haftar e comunque sotto il controllo dell’Egitto.
Un discorso a parte va fatto per il Fezzan, vera e propria terra di nessuno, rivendicata da Tripoli ma dominata di fatto da milizie tribali che godono di un’ampia autonomia. Occorre rammentare come questa inospitale regione ospiti i giacimenti petroliferi di Sharara ed El Feel, che da soli coprono oltre un terzo della produzione di greggio della Libia, attualmente ferma per il “blocco” imposto da Haftar attraverso le tribù a lui fedeli.
Il fronte diplomatico è in continuo movimento ma senza risultati concreti. I leader delle “due Libie” vanno e vengono dalle capitali estere o ricevono delegazioni.
Il capo di Tripoli, Sarraj, si è mostrato ad Ankara insieme ad Erodgogan, promettendo di voler proseguire la guerra fino a Bengasi, in Cirenaica.
Il vice premier del Governo di Tripoli, Ahmed Maiteeg, si è recato a Mosca insieme al ministro degli Esteri, Mohammed Siyala, incassando il via libera della Russia alle trattative. Si assiste inoltre ad un riavvicinamento tra Serraj e gli Stati Uniti e, al contrario, all’incrinatura delle vecchie buone relazioni tra USA e Haftar. Quest’ultimo è stato accusato di scambiare petrolio con il Venezuela ed è finito per questo in un dossier dell’intelligence statunitense.
Sull’altro fronte, invece, prima Khalifa Haftar e poi il presidente del parlamento di Tobruk, Aguilah Saleh, si sono recati al Cairo, in Egitto. Saleh, in una sorta di road map in 8 punti ha proposto un’intesa con il Governo di Tripoli con queste indicazioni: le tre regioni storiche della Libia, Cirenaica, Fezzan e Tripolitania, dovrebbero eleggere nuovi rappresentanti nel Consiglio di presidenza, e preparare il terreno per nuove elezioni nazionali. In quello che è sembrato un appello al governo italiano, Saleh ha affermato in un’intervista concessa in esclusiva ad Agenzia Nova il primo maggio che gli “amici della Libia nella comunità internazionale devono contribuire a riunire le parti in conflitto e non alimentare la divisione politica e aggravare la crisi”.
Secondo l’Istituto di Studi di Politica Internazionale (Ispi), la bellicosità delle dichiarazioni di Al Sisi sugli assetti libici derivano dalla diminuita fiducia nelle capacità militare del loro uomo sul campo – Haftar – ma anche dagli intrighi dei fratelli-coltelli come Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Infine, ma non certo per importanza sono un riflesso che rischia di “indebolire le stesse ambizioni egiziane in tutto il quadrante mediterraneo-mediorientale, dove da tempo Il Cairo ha un confronto serrato contro Ankara. In questo senso, la Libia è il nuovo fronte di scontro tra al-Sisi e il presidente turco Recep Tayyip Erdogan”.
Per il sito specializzato AnalisiDifesa, le crisi in Libia sarebbero addirittura tre e concomitanti: quella nelle relazioni tra gli stati mediorientali (Turchia e Qatar da una parte, Arabia Saudita, Eau ed Egitto dall’altra); quelle delle relazioni tra Stati Uniti nel Mediterraneo Sud e quella tra Turchia e Russia nel medesimo quadrante ma allargato agli assetti in Siria.
In tale contesto, l’Italia ha provato a fare qualcosa spedendo qualche giorno fa Di Maio a Tripoli, ma si è parlato più di immigrazione che degli assetti geopolitici in Libia. Su questo Di Maio ha riferito sia alla Camera sia alle Commissioni Esteri e Difesa congiunte affermando che “è nostro interesse evitare due prospettive ugualmente rischiose: da una parte un’escalation militare con interventi diretti di attori esterni, dall’altra un congelamento della situazione che si traduca in una spartizione di fatto del Paese”. Il rischio della spartizione della Libia dunque è entrato ormai nell’agenda politica.
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22/05/2020
Libia - Controffensiva del governo di Tripoli. Haftar in difficoltà
Le forze del Governo di accordo nazionale libico (quello di Tripoli, ndr) ieri sono riuscite a penetrare nella cittadina di Asbi’ah, a circa 120 chilometri a sud della capitale libica. Poco prima, altre milizie tripoline hanno occupato la zona di Jandouba.
L’offensiva su Asbi’ah è iniziata dopo il
fallimento delle trattative con i clan locali per evitare scontri armati e consentire nella cittadina l’ingresso delle forze del premier Fayez al Sarraj in modo pacifico. Con questo risultato, le forze del Gna sono adesso in condizione di riconquistare tutta l’area a sud di Tripoli e concentrarsi successivamente sull’ultima roccaforte degli uomini di Khalifa Haftar in Tripolitania, Tarhuna.
Intanto nei giorni scorsi, le forze affiliate al governo di Tripoli hanno annunciato la distruzione di diversi sistemi difesa di antiaerea di fabbricazione russa Pantsir in dotazione alle forze di Haftar nelle operazioni per riconquistare la base aerea di al Watiya. È evidente come il sostegno militare della Turchia stia riequilibrando le forze sul campo tra le due entità rivali.
Intanto secondo il quotidiano egiziano Mada Masr, che cita fonti libiche ed egiziane, l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti avrebbero deciso che Haftar “è a fine corsa”. Una fonte politica libica vicina allo stesso Haftar lo avrebbe rivelato al giornale Mada Masr, mentre un funzionario egiziano ha dichiarato allo stesso quotidiano che: “A questo punto l’alleanza Egitto-Emirati Arabi Uniti-Francia che ha sostenuto Haftar è chiamata a decidere la prossima mossa in vista della sconfitta di Haftar. Nessuno può ancora scommettere su Haftar”.
Decisiva per questo cambio di alleanze sarebbe stata la perdita della base aerea di al Watiyah, che Haftar aveva conquistato nel 2014, e il peggioramento dei rapporti con alcune tribù nell’Est del Paese.
Il ministro della Difesa turco, Hulusi Akar (che sostiene il governo di Tripoli) ha dichiarato che gli ultimi sviluppi in Libia hanno “significativamente cambiato” l’equilibrio di potere nell’ovest del paese dopo che Ankara ha fornito servizi di consulenza e formazione alle forze del Governo di accordo nazionale. La dichiarazione arriva proprio dopo che le forze del Gna hanno preso il controllo della base aerea di al Watiya nella Libia occidentale prima sotto il controllo delle milizie di Haftar.
In un’intervista rilasciata a “Bloomberg” il ministro dell’Interno del Governo di Tripli, Fathi Bashagha, ha denunciato l’invio da parte della Russia di almeno sei aerei da guerra Mig-29 e due bombardieri Su-24 alle milizie dell’Esercito nazionale libico (Lna) guidate dal rivale Khalifa Haftar. Le dichiarazioni di Bashagha giungono dopo l’annuncio da parte del capo dell’aeronautica militare delle forze di Haftar, Saqr al Jaroushi, che ha annunciato “la più grande campagna aerea della storia libica”.
A complicare la trama, ma anche a confermare come in Libia si va ormai verso l’internazionalizzazione della guerra civile, è la notizia diffusa da Tripoli secondo cui due voli della compagnia aerea privata siriana “Cham Wings” sarebbero giunti lo scorso 20 maggio a Bengasi. Uno dei due proverrebbe da Teheran e avrebbe fatto scalo a Damasco.
In Libia stanno convergendo mercenari prima impegnati nella guerra civile in Siria e che vengono utilizzati sia dal Governo di accordo nazionale di Tripoli che dall’Esercito nazionale libico di Haftar. Ma gli aerei che sarebbero giunti a Bengasi il 20 maggio, segnalano una ulteriore complicazione. Se fosse vero che uno è partito da Teheran, significa che anche la rivalità tra Iran e Arabia Saudita si starebbe manifestando anche sul teatro della guerra civile libica. Come noto l’Iran è avversario di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti che sono tra i principali sponsor del generale Khalifa Haftar.
Fonte
L’offensiva su Asbi’ah è iniziata dopo il
fallimento delle trattative con i clan locali per evitare scontri armati e consentire nella cittadina l’ingresso delle forze del premier Fayez al Sarraj in modo pacifico. Con questo risultato, le forze del Gna sono adesso in condizione di riconquistare tutta l’area a sud di Tripoli e concentrarsi successivamente sull’ultima roccaforte degli uomini di Khalifa Haftar in Tripolitania, Tarhuna.
Intanto nei giorni scorsi, le forze affiliate al governo di Tripoli hanno annunciato la distruzione di diversi sistemi difesa di antiaerea di fabbricazione russa Pantsir in dotazione alle forze di Haftar nelle operazioni per riconquistare la base aerea di al Watiya. È evidente come il sostegno militare della Turchia stia riequilibrando le forze sul campo tra le due entità rivali.
Intanto secondo il quotidiano egiziano Mada Masr, che cita fonti libiche ed egiziane, l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti avrebbero deciso che Haftar “è a fine corsa”. Una fonte politica libica vicina allo stesso Haftar lo avrebbe rivelato al giornale Mada Masr, mentre un funzionario egiziano ha dichiarato allo stesso quotidiano che: “A questo punto l’alleanza Egitto-Emirati Arabi Uniti-Francia che ha sostenuto Haftar è chiamata a decidere la prossima mossa in vista della sconfitta di Haftar. Nessuno può ancora scommettere su Haftar”.
Decisiva per questo cambio di alleanze sarebbe stata la perdita della base aerea di al Watiyah, che Haftar aveva conquistato nel 2014, e il peggioramento dei rapporti con alcune tribù nell’Est del Paese.
Il ministro della Difesa turco, Hulusi Akar (che sostiene il governo di Tripoli) ha dichiarato che gli ultimi sviluppi in Libia hanno “significativamente cambiato” l’equilibrio di potere nell’ovest del paese dopo che Ankara ha fornito servizi di consulenza e formazione alle forze del Governo di accordo nazionale. La dichiarazione arriva proprio dopo che le forze del Gna hanno preso il controllo della base aerea di al Watiya nella Libia occidentale prima sotto il controllo delle milizie di Haftar.
In un’intervista rilasciata a “Bloomberg” il ministro dell’Interno del Governo di Tripli, Fathi Bashagha, ha denunciato l’invio da parte della Russia di almeno sei aerei da guerra Mig-29 e due bombardieri Su-24 alle milizie dell’Esercito nazionale libico (Lna) guidate dal rivale Khalifa Haftar. Le dichiarazioni di Bashagha giungono dopo l’annuncio da parte del capo dell’aeronautica militare delle forze di Haftar, Saqr al Jaroushi, che ha annunciato “la più grande campagna aerea della storia libica”.
A complicare la trama, ma anche a confermare come in Libia si va ormai verso l’internazionalizzazione della guerra civile, è la notizia diffusa da Tripoli secondo cui due voli della compagnia aerea privata siriana “Cham Wings” sarebbero giunti lo scorso 20 maggio a Bengasi. Uno dei due proverrebbe da Teheran e avrebbe fatto scalo a Damasco.
In Libia stanno convergendo mercenari prima impegnati nella guerra civile in Siria e che vengono utilizzati sia dal Governo di accordo nazionale di Tripoli che dall’Esercito nazionale libico di Haftar. Ma gli aerei che sarebbero giunti a Bengasi il 20 maggio, segnalano una ulteriore complicazione. Se fosse vero che uno è partito da Teheran, significa che anche la rivalità tra Iran e Arabia Saudita si starebbe manifestando anche sul teatro della guerra civile libica. Come noto l’Iran è avversario di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti che sono tra i principali sponsor del generale Khalifa Haftar.
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07/05/2020
Libia - Neanche Serraj rispetta la tregua, e riparte il “mercato degli umani”
Nessuna tregua, ancora una volta. Chiunque fiuti una posizione militare o politica di vantaggio cerca di capitalizzarla, la soluzione pacifica è uno slogan buono solo per i giornali.
In ballo c’è il settimo paese mondiale per riserve petrolifere, ricchissimi giacimenti di gas a largo delle coste e un’ombra lunga sia sulla rotta di circa il 15% del traffico mondiale di merci, sia sulla politica mediorientale.
Fuori da questo quadro generale quanto sintetico, non si possono comprendere i continui stop and go che stanno caratterizzando queste settimane della crisi libica.
Gli stop and go militari
Il 23 aprile il Presidente della Camera dei rappresentanti (HoR) Aguila Saleh, Parlamento con sede a Tobruk, est del paese, braccio politico del l’Esercito nazionale libico (Lna) guidato da Khalifa Haftar, aveva lasciato un’intervista auspicando una soluzione che mirasse a «far uscire il paese dalla crisi con un danno minimo».
Saleh è uomo vicino ad Abdel Fattah al-Sisi, Presidente dell’Egitto dopo il colpo di stato del 2013, uno dei paesi che appoggiano l’Lna, Egitto che tuttavia insieme alla Russia, altro grande sponsor di Haftar, non aveva gradito l’auto-proclamazione da parte del Generale, siamo al 27 aprile, a «unica guida del popolo libico».
Questo significava la rottura formale (per la sostanza, ci aveva già pensato la guerra) dell’accordo siglato nel 2015 a Skhirat (Marocco) dove si certificava la divisione della Libia tra la Tripolitania, sotto la guida del Governo di accordo nazionale (Gna) guidato da Fayez al Serraj e riconosciuto dall’Onu, e la Cirenaica, controllato dall’Lna.
Ma alla fredda reazione dei suoi alleati più importanti, Haftar aveva annunciato, siamo al 29 aprile, una tregua delle operazioni militari per il periodo del Ramadan, segnando un punto di significativa debolezza soprattutto se sommato alla perdita di inizio mese in favore di Serraj di tutta la costa a ovest di Tripoli, fino alla Tunisia.
E arriviamo così a questi giorni, dove la controffensiva da parte di Serraj, chiamata ovviamente «difesa attiva», mira a ricacciare l’Lna in Cirenaica spingendosi verso il sud-ovest della regione, accerchiando Tarhuna (centro logistico) e la base aerea di Al-Watiya, colpendo i rifornimenti di armi, viveri e mercenari Janjawid reclutati in Sudan dall’alleato emiratino.
Le ragioni geopolitiche
In questa “guerra fra deboli”, gli obiettivi degli attori esterni assumono una rilevanza decisiva per la sorte del conflitto.
Dalla parte di Serraj c’è il sostegno della Turchia, che sulla Libia ha un progetto pluriennale di penetrazione politica, economica e culturale.
L’invio di armi, droni e milizie turcomanne reclutate dal campo siriano sono il braccio armato per il sovvertimento degli equilibri geopolitici nella Regione, di cui l’Islam politico è invece quello, appunto, politico.
Erdogan può contare sul Qatar, da tre anni in rotta con il resto del Golfo Persico, e ha in campo libico investimenti per oltre 20 miliardi di dollari in ambito infrastrutturale, mentre lavoratori e negozi sono da tempo, e in misura sempre maggiore, presenti sul territorio (Globalist).
Non è un caso che i primi libici a cui sarà consentito rientrare nel paese, dopo essere rimasti bloccati all’estero a causa delle restrizioni ai voli per il coronavirus, saranno quelli provenienti dal suolo turco.
Dall’altra, Haftar sta incassando un progressivo ripiego da parte della Russia, sempre più impegnata nel fronte interno dal coronavirus e dalla guerra dei prezzi sul petrolio, e dell’Egitto, che spinge per una soluzione politica del conflitto in modo da allungare la sua influenza sulla Cirenaica, evitando così anche un’eventuale debacle dell’Lna che porterebbe una scalata al potere dei Fratelli musulmani proprio ai suoi confini.
In questo, se Russia e Turchia operano una strategia di lungo respiro (nata sul campo siriano e proseguita col “Turkish stream”) di accordo-scontro che faccia comunque crescere la loro influenza nei confronti degli arretranti Stati Uniti e di un’impalpabile Unione europea, a spingere per la soluzione armata sembrerebbero rimasti solo gli Emirati arabi uniti.
L’obiettivo emiratino è quello di rintuzzare ogni forma di rinascita dell’Islam politico nella regione, rappresentato dalle milizie islamiste su cui si fonda il traballante equilibrio del governo Serraj, e di approfittare della spregiudicatezza – senza risultati – del principe ereditario Mohammed bin Salman (Arabia saudita) per assumere un ruolo di intermediario globale nel Golfo.
Le sofferenze del popolo libico e il “mercato degli umani”
Se c’è uno sconfitto, da 9 anni a questa parte, è di certo il popolo libico, che dall’assassinio di Gheddafi in poi non ha visto mantenute le promesse di “rinascita democratica” per il proprio paese.
Con il virus in piena espansione in tutto il nord Africa (esistono dei numeri, ma la guerra rende difficile la valutazione reale), secondo un rapporto del “Global health security index” di marzo, la Libia è stata identificata come uno dei 27 paesi più vulnerabili ai focolai di malattie emergenti. «Qui si combatte contro guerra, povertà e virus», affermano i medici (Middle east eye).
Ma c’è di più. Come già accennato, con la ripresa da parte del Gna delle coste nordoccidentali del paese sono tornati anche i mercanti di umani che a flotte compongono le milizie inviate da Erdogan in supporto, ebbene sì, del governo riconosciuto dalla “comunità internazionale”, quello di Serraj.
Non è un caso che dall’ingresso di Ankara nel conflitto stiano risuonando di nuovo nel nostro paese le sirene degli “sbarchi”, mentre sia l’Agenzia dell’Onu per i rifugiati (Unhcr), sia l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), lanciano appelli di sensibilizzazione, con pochi e insufficienti aiuti però da mettere in campo.
Su questo, Matteo Salvini sta tentando di riconquistare un pizzico della scena politica perduta, ma il momento critico e la battaglia che (non) combatte a livello comunitario il paese, oltre a rendere inutile ogni tentativo di mediazione politica dal parte degli Stati europei, rendono anche fuori tempo massimo gli slogan contro l’invasione rilanciati dal leader della Lega e dai quotidiani più servili.
Ma quando al governo, né Salvini ha mai preso parola contro la reale base che sostiene Serraj (anzi…), sostenuto anche dall’Italia via Onu, né il Partito democratico “de-renzizzato” e il Movimento 5 stelle hanno mai rigettato gli accordi criminali firmati dall’ex ministro dell’Interno Marco Minniti, atti a finanziare il blocco dello sbarco dei migranti sub-sahariani e mediorientali dalle coste libiche tramite la costruzione di campi di detenzione – autentici lager – direttamente in Libia.
Al contrario, questi accordi sono stati rinnovati lo scorso 2 novembre.
Ma i pur lenti tempi della geopolitica non attendono di certo l’indecenza della nostra classe dominante, e la crisi pandemica ha maledettamente accelerato i processi in corso.
Per ora, a farne le spese è di nuovo l’intero popolo libico e tutti coloro che cercano di attraversarne il territorio.
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In ballo c’è il settimo paese mondiale per riserve petrolifere, ricchissimi giacimenti di gas a largo delle coste e un’ombra lunga sia sulla rotta di circa il 15% del traffico mondiale di merci, sia sulla politica mediorientale.
Fuori da questo quadro generale quanto sintetico, non si possono comprendere i continui stop and go che stanno caratterizzando queste settimane della crisi libica.
Gli stop and go militari
Il 23 aprile il Presidente della Camera dei rappresentanti (HoR) Aguila Saleh, Parlamento con sede a Tobruk, est del paese, braccio politico del l’Esercito nazionale libico (Lna) guidato da Khalifa Haftar, aveva lasciato un’intervista auspicando una soluzione che mirasse a «far uscire il paese dalla crisi con un danno minimo».
Saleh è uomo vicino ad Abdel Fattah al-Sisi, Presidente dell’Egitto dopo il colpo di stato del 2013, uno dei paesi che appoggiano l’Lna, Egitto che tuttavia insieme alla Russia, altro grande sponsor di Haftar, non aveva gradito l’auto-proclamazione da parte del Generale, siamo al 27 aprile, a «unica guida del popolo libico».
Questo significava la rottura formale (per la sostanza, ci aveva già pensato la guerra) dell’accordo siglato nel 2015 a Skhirat (Marocco) dove si certificava la divisione della Libia tra la Tripolitania, sotto la guida del Governo di accordo nazionale (Gna) guidato da Fayez al Serraj e riconosciuto dall’Onu, e la Cirenaica, controllato dall’Lna.
Ma alla fredda reazione dei suoi alleati più importanti, Haftar aveva annunciato, siamo al 29 aprile, una tregua delle operazioni militari per il periodo del Ramadan, segnando un punto di significativa debolezza soprattutto se sommato alla perdita di inizio mese in favore di Serraj di tutta la costa a ovest di Tripoli, fino alla Tunisia.
E arriviamo così a questi giorni, dove la controffensiva da parte di Serraj, chiamata ovviamente «difesa attiva», mira a ricacciare l’Lna in Cirenaica spingendosi verso il sud-ovest della regione, accerchiando Tarhuna (centro logistico) e la base aerea di Al-Watiya, colpendo i rifornimenti di armi, viveri e mercenari Janjawid reclutati in Sudan dall’alleato emiratino.
Le ragioni geopolitiche
In questa “guerra fra deboli”, gli obiettivi degli attori esterni assumono una rilevanza decisiva per la sorte del conflitto.
Dalla parte di Serraj c’è il sostegno della Turchia, che sulla Libia ha un progetto pluriennale di penetrazione politica, economica e culturale.
L’invio di armi, droni e milizie turcomanne reclutate dal campo siriano sono il braccio armato per il sovvertimento degli equilibri geopolitici nella Regione, di cui l’Islam politico è invece quello, appunto, politico.
Erdogan può contare sul Qatar, da tre anni in rotta con il resto del Golfo Persico, e ha in campo libico investimenti per oltre 20 miliardi di dollari in ambito infrastrutturale, mentre lavoratori e negozi sono da tempo, e in misura sempre maggiore, presenti sul territorio (Globalist).
Non è un caso che i primi libici a cui sarà consentito rientrare nel paese, dopo essere rimasti bloccati all’estero a causa delle restrizioni ai voli per il coronavirus, saranno quelli provenienti dal suolo turco.
Dall’altra, Haftar sta incassando un progressivo ripiego da parte della Russia, sempre più impegnata nel fronte interno dal coronavirus e dalla guerra dei prezzi sul petrolio, e dell’Egitto, che spinge per una soluzione politica del conflitto in modo da allungare la sua influenza sulla Cirenaica, evitando così anche un’eventuale debacle dell’Lna che porterebbe una scalata al potere dei Fratelli musulmani proprio ai suoi confini.
In questo, se Russia e Turchia operano una strategia di lungo respiro (nata sul campo siriano e proseguita col “Turkish stream”) di accordo-scontro che faccia comunque crescere la loro influenza nei confronti degli arretranti Stati Uniti e di un’impalpabile Unione europea, a spingere per la soluzione armata sembrerebbero rimasti solo gli Emirati arabi uniti.
L’obiettivo emiratino è quello di rintuzzare ogni forma di rinascita dell’Islam politico nella regione, rappresentato dalle milizie islamiste su cui si fonda il traballante equilibrio del governo Serraj, e di approfittare della spregiudicatezza – senza risultati – del principe ereditario Mohammed bin Salman (Arabia saudita) per assumere un ruolo di intermediario globale nel Golfo.
Le sofferenze del popolo libico e il “mercato degli umani”
Se c’è uno sconfitto, da 9 anni a questa parte, è di certo il popolo libico, che dall’assassinio di Gheddafi in poi non ha visto mantenute le promesse di “rinascita democratica” per il proprio paese.
Con il virus in piena espansione in tutto il nord Africa (esistono dei numeri, ma la guerra rende difficile la valutazione reale), secondo un rapporto del “Global health security index” di marzo, la Libia è stata identificata come uno dei 27 paesi più vulnerabili ai focolai di malattie emergenti. «Qui si combatte contro guerra, povertà e virus», affermano i medici (Middle east eye).
Ma c’è di più. Come già accennato, con la ripresa da parte del Gna delle coste nordoccidentali del paese sono tornati anche i mercanti di umani che a flotte compongono le milizie inviate da Erdogan in supporto, ebbene sì, del governo riconosciuto dalla “comunità internazionale”, quello di Serraj.
Non è un caso che dall’ingresso di Ankara nel conflitto stiano risuonando di nuovo nel nostro paese le sirene degli “sbarchi”, mentre sia l’Agenzia dell’Onu per i rifugiati (Unhcr), sia l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), lanciano appelli di sensibilizzazione, con pochi e insufficienti aiuti però da mettere in campo.
Su questo, Matteo Salvini sta tentando di riconquistare un pizzico della scena politica perduta, ma il momento critico e la battaglia che (non) combatte a livello comunitario il paese, oltre a rendere inutile ogni tentativo di mediazione politica dal parte degli Stati europei, rendono anche fuori tempo massimo gli slogan contro l’invasione rilanciati dal leader della Lega e dai quotidiani più servili.
Ma quando al governo, né Salvini ha mai preso parola contro la reale base che sostiene Serraj (anzi…), sostenuto anche dall’Italia via Onu, né il Partito democratico “de-renzizzato” e il Movimento 5 stelle hanno mai rigettato gli accordi criminali firmati dall’ex ministro dell’Interno Marco Minniti, atti a finanziare il blocco dello sbarco dei migranti sub-sahariani e mediorientali dalle coste libiche tramite la costruzione di campi di detenzione – autentici lager – direttamente in Libia.
Al contrario, questi accordi sono stati rinnovati lo scorso 2 novembre.
Ma i pur lenti tempi della geopolitica non attendono di certo l’indecenza della nostra classe dominante, e la crisi pandemica ha maledettamente accelerato i processi in corso.
Per ora, a farne le spese è di nuovo l’intero popolo libico e tutti coloro che cercano di attraversarne il territorio.
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01/05/2020
Libia - Haftar annuncia il cessate fuoco per il Ramadan
A sole 72 ore dall’auto-proclamazione alla «guida del popolo della Libia», il Generale Khalifa Haftar, a capo dell’Esercito nazionale libico (Lna), annuncia una tregua delle operazioni militari per il periodo del Ramadan, iniziato lo scorso 24 aprile.
Un annuncio quasi più problematico di quello fatto lunedì sera, in una tv locale fedele al Generale, che già tanti dubbi aveva sollecitato circa lo “stato di salute” del fronte dell’Lna.
Molti analisti stanno descrivendo questi due passaggi come sintomatici della crescente debolezza di Haftar, anche nella sua Cirenaica. Se per adesso è comunque difficile sbilanciarci sull’esito del conflitto, mettere in ordine i pezzi del puzzle può aiutare a comprendere cosa sta accadendo in Libia, dividendo per semplicità la questione militare da quella politica.
Il fronte militare
Il Generale in aprile ha subìto la più brusca sconfitta dallo scorso giugno, quando le truppe del Governo di accordo nazionale (Gna), presieduto da Fayez al Serraj e sostenuto dalle Nazioni unite (Onu), ha ripreso il controllo delle coste a ovest della capitale Tripoli, fino al confine con la Tunisia, dove milizie berbere pro-Gna controllavano da tempo alcuni valichi strategici tra i due paesi.
La velocità con cui il Gna ha riportato sotto il suo controllo città importanti come Sabrata e Sorman fanno emergere numerosi dubbi sull’effettivo controllo da parte di Haftar sulle zone conquistate dal suo esercito, una rappresentazione di forza superiore alla realtà, secondo lo Stanford internet observatory, sostenuta da un sistema di manipolazione dell’informazione locale messo in piedi dall’alleato russo, che sul Generale ha puntato le sue fiches per trovare il tanto agognato “sbocco sul Mediterraneo”.
Ma il capovolgimento nell’ovest del paese è arrivato a mettere in discussione anche la tenuta di Tarhuna, centro logistico strategico per gli uomini dell’ex ufficiale di Gheddafi. L’incognita maggiore, sostengono alcuni analisti, è che Tarhuna e Tripoli non si sono mai fatte la guerra, quindi se il “dialogo” (se di questo mai realmente si tratta durante una guerra civile) tra i rispettivi comandi finisse con la ritirata delle truppe del Generale senza troppi strascichi, segnerebbe un punto importante per il governo di Serraj.
Tuttavia, se l’aiuto dei turcomanni islamisti reclutati dalla sconfitta in Siria e inviati da Ankara a sostegno di Tripoli sta dando i suoi effetti – tanto che un poliziotto di Sabrata ha dichiarato sul Middle Eeast Eye che potrebbe a breve ripartire il “traffico di umani” dalle coste nordoccidentali del paese, essendoci tra le milizie al servizio dello Gna molti trafficanti presenti sui taccuini dell’Onu, che pur sostiene questo governo! – alti dirigenti emiratini sono stati avvistati martedì a Khartoum (su un aereo recante il logo del Manchester Utd) per chiedere al governo sudanese nuovi mercenari per sostenere l’avanzata verso Tripoli del Generale (The Libya Observer).
Il sostegno degli Emirati arabi uniti ad Haftar è noto da tempo (sia con missili sia con droni di fabbricazione cinese), così come quello dell’Egitto, a cui si è aggiunto da poco anche quello della Siria – dove in marzo a Damasco è stata riaperta l’ambasciata emiratina – in un più lunga strategia di rappacificamento da parte di Bashar al-Assad col mondo arabo che inquadra nella Turchia (e il Qatar) il nemico comune, reo di voler sovvertire lo status quo dei rapporti di forza in Medio Oriente.
Inoltre, mercoledì il ministro degli esteri del governo di Tripoli ha inviato una lettera in Francia denunciando la presenza non autorizzata di aerei militari, francesi per l’appunto, sui cieli di Misurata, 200 km ad est di Tripoli.
Il fronte politico
Se il fronte militare non presenta certezze circa la reale forza in campo dei contendenti, oltretutto alle prese con una eterogeneità di alleati che di certo non rafforza i rispettivi comandi, quello politico si presenta altrettanto complesso, ma con un segno più nitido.
La Francia, come appena scritto, nonostante sia ufficialmente col governo riconosciuto dall’Onu, sostiene de facto Haftar, sin da quando bombardava la capitale con i suoi aerei. Nella Cirenaica il governo francese detiene molti interessi, soprattutto legati allo sfruttamento dei ricchi giacimenti petroliferi, presenti in gran quantità nell’est del paese.
Quest’atteggiamento è una cartina di tornasole delle divisioni interne all’Unione europea, incapace di giocare un ruolo anche progressivo per la soluzione pacifica del conflitto, come testimoniato dal fallimento della Conferenza di Berlino del 20 gennaio scorso e dagli accordi sottoscritti con gli emiratini, nonostante questi siedano chiaramente dall’altra parte del tavolo.
Ma alla pochezza “europea” fa da contraltare, in questi giorni, un generico dissenso da parte delle forze in campo nei confronti dell’auto-proclamazione a guida della Libia di lunedì da parte di Haftar, non appoggiata da Mosca.
Proprio un’inchiesta del New York Times mostra come le chance di vittoria accordate dalla Federazione russa al Generale, nonostante il sostegno pluriennale, non erano mai state molte, ma la titubanza statunitense nelle prime fasi dell’avanzata di Haftar avevano aperto un varco in cui Mosca si era infilata nel piano di riequilibri delle forze geopolitiche con Washington.
Ora però a un anno dall’inizio della guerra, con il prezzo del petrolio e la pandemia che picchiano duro sulle finanze del Cremlino, con Haftar dato in difficoltà anche nel tenere insieme le numerose quanto eterogenee tribù nel Fezzan – la cui riunione avvenne sotto l’unica promessa di cacciare il governo Onu, traditore sulle promesse accampate per la guerra a Gheddafi – Mosca vede di buon occhio uno stop delle operazioni militari nell’aerea, al fine di cementare i nuovi rapporti di forza comunque instauratisi nel paese.
Sulla stessa lunghezza si muove l’Egitto, la cui ombra lunga sul governo orientale di stanza a Tobruk, presieduto da Agila Saleh, vicino al presidente egiziano al-Sisi, spinge per un soluzione politica che porterebbe la Cirenaica sotto l’influenza de Il Cairo (Affari Internazionali).
Quale futuro per Haftar?
Insomma, l’Lna si presenta in questo maggio con la sconfitta militare più pesante dell’inizio della campagna e i suoi alleati più esposti (Russia ed Egitto) in progressivo convincimento della bontà di una soluzione politica alla contesa.
Dall’altra parte, la Francia non può sostenere alla luce del sole (e in solitaria) una posizione contraria a quella internazionale, e gli emiratini dovranno fare i conti, oltre che con l’impennata di contagi da coronavirus, anche con gli svolgimenti importanti che in questi giorni interessano la guerra in Yemen.
Il risultato del come back di Tripoli sembra allora risiedere più in questa congiuntura politica sfavorevole al Generale che non nella forza del comunque debole governo di Serraj, a volte disconosciuto anche dai suoi stessi sostenitori, come nel caso dell’embargo dei rifornimenti militari imposti ad ambedue le fazioni, come se il Gna non fosse il governo riconosciuto dalla comunità internazionale.
In questo quadro, spicca la debolezza degli Stati Uniti, che dall'insediamento di Trump alla Casa Bianca sono sempre meno capaci di incidere nelle dinamiche mediorientali, ridondanza di tweet lanciati dal presidente a parte.
Tuttavia, questa guerra ha abituato a repentini capovolgimenti e promesse non mantenute, come avvenuto nelle ultime ore. Quelle a venire potrebbero comunque consegnare indicazioni importanti sul futuro prossimo del conflitto.
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29/04/2020
Libia - Haftar si dichiara alla guida del Paese
Khalifa Haftar si è autoproclamato alla guida della Libia. Ieri sera il generale della Cirenaica, in un breve intervento trasmesso dalla sua tv al Hadath, ha annunciato che il suo Esercito nazionale libico (Lna) ha accettato «il mandato popolare».
«Annunciamo – ha detto – che il comando generale risponde alla volontà
del popolo, malgrado il peso e gli obblighi e la portata delle
responsabilità e che saremo soggetti alla volontà popolare».
Immediata la reazione del Governo di accordo nazionale di Tripoli (Gna) riconosciuto dalle Nazioni Unite e appoggiato militarmente dalla Turchia. «Haftar ha ancora una volta mostrato le sue intenzioni autoritarie al mondo. Non cerca neanche più di nascondere il suo disprezzo per una soluzione politica e per la democrazia in Libia», ha commentato il consigliere dello Gna, Mohammed Ali Abdallah. In un colpo solo Haftar ha dichiarato morto e sepolto l’accordo di Skhirat del 2015, sfociato nella creazione a Tripoli del governo guidato dal premier Fayez al Sarraj. «Il mio Lna – ha affermato – è orgoglioso di ricevere questo mandato a svolgere un compito storico, governare la Libia... Noi accettiamo il mandato della volontà popolare e la fine dell’accordo di Skhirat». Ha aggiunto che la sua milizia lavorerà «per mettere in campo le necessarie condizioni per la costruzione di istituzioni permanenti di uno stato civile». Già nel 2017 l’uomo forte della Cirenaica aveva proclamato la fine delle intese di Skhirat.
L’annuncio segna la fine delle residue possibilità di un accordo politico tra Haftar e al Sarraj, troppo distanti e nemici giurati per poter arrivare ad un compromesso. La parola passa di nuovo, senza limitazioni, alle armi. D’altronde la guerra tra le due parti non è mai cessata, nonostante il cessate il fuoco annunciato nei mesi scorsi. Non è servito l’appello lanciato sabato dall’Ue e dai ministri degli esteri di Italia, Francia e Germania per una «tregua umanitaria» per affrontare il coronavirus in Libia. Haftar, sostenuto dall’Egitto e gli Emirati – e dietro le quinte da Francia e Russia – ieri sera ha fatto capire che riprenderà l’offensiva verso Tripoli cominciata un anno fa.
A convincerlo a rompere gli indugi sono state le sconfitte, non decisive ma umilianti, che le sue forze hanno subito di recente. I droni forniti dalla Turchia ad Al Sarraj si sono rivelati un’arma letale contro l’Lna e potenzialmente in grado di capovolgere le sorti del conflitto sino ad oggi a favore di Haftar, giunto qualche mese fa quasi alle porte di Tripoli. Uniti ad altri armamenti messi a disposizione da Ankara e a migliaia di mercenari – in buona parte siriani – arrivati negli ultimi mesi a Tripoli, le forze di Sarraj sono state in grado di strappare al nemico 3mila kmq di territorio libico.
In un discorso televisivo per l’inizio del Ramadan, la scorsa settimana, Haftar aveva accusato al Sarraj di crimini equiparabili all’alto tradimento. «Il governo ha violato la sovranità del Paese scegliendo di allearsi con i terroristi», aveva detto, invitando poi «tutti i libici» a lottare contro il governo di Tripoli e a respingere «l’aggressione» della Turchia.
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Immediata la reazione del Governo di accordo nazionale di Tripoli (Gna) riconosciuto dalle Nazioni Unite e appoggiato militarmente dalla Turchia. «Haftar ha ancora una volta mostrato le sue intenzioni autoritarie al mondo. Non cerca neanche più di nascondere il suo disprezzo per una soluzione politica e per la democrazia in Libia», ha commentato il consigliere dello Gna, Mohammed Ali Abdallah. In un colpo solo Haftar ha dichiarato morto e sepolto l’accordo di Skhirat del 2015, sfociato nella creazione a Tripoli del governo guidato dal premier Fayez al Sarraj. «Il mio Lna – ha affermato – è orgoglioso di ricevere questo mandato a svolgere un compito storico, governare la Libia... Noi accettiamo il mandato della volontà popolare e la fine dell’accordo di Skhirat». Ha aggiunto che la sua milizia lavorerà «per mettere in campo le necessarie condizioni per la costruzione di istituzioni permanenti di uno stato civile». Già nel 2017 l’uomo forte della Cirenaica aveva proclamato la fine delle intese di Skhirat.
L’annuncio segna la fine delle residue possibilità di un accordo politico tra Haftar e al Sarraj, troppo distanti e nemici giurati per poter arrivare ad un compromesso. La parola passa di nuovo, senza limitazioni, alle armi. D’altronde la guerra tra le due parti non è mai cessata, nonostante il cessate il fuoco annunciato nei mesi scorsi. Non è servito l’appello lanciato sabato dall’Ue e dai ministri degli esteri di Italia, Francia e Germania per una «tregua umanitaria» per affrontare il coronavirus in Libia. Haftar, sostenuto dall’Egitto e gli Emirati – e dietro le quinte da Francia e Russia – ieri sera ha fatto capire che riprenderà l’offensiva verso Tripoli cominciata un anno fa.
A convincerlo a rompere gli indugi sono state le sconfitte, non decisive ma umilianti, che le sue forze hanno subito di recente. I droni forniti dalla Turchia ad Al Sarraj si sono rivelati un’arma letale contro l’Lna e potenzialmente in grado di capovolgere le sorti del conflitto sino ad oggi a favore di Haftar, giunto qualche mese fa quasi alle porte di Tripoli. Uniti ad altri armamenti messi a disposizione da Ankara e a migliaia di mercenari – in buona parte siriani – arrivati negli ultimi mesi a Tripoli, le forze di Sarraj sono state in grado di strappare al nemico 3mila kmq di territorio libico.
In un discorso televisivo per l’inizio del Ramadan, la scorsa settimana, Haftar aveva accusato al Sarraj di crimini equiparabili all’alto tradimento. «Il governo ha violato la sovranità del Paese scegliendo di allearsi con i terroristi», aveva detto, invitando poi «tutti i libici» a lottare contro il governo di Tripoli e a respingere «l’aggressione» della Turchia.
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25/04/2020
Libia - Coronavirus e Ramadan non fermano la guerra
Tra rallentamenti e rilanci, da poche settimane siamo entrati nel nono anno di guerra in Libia, da quando infatti nel febbraio del 2011 cominciò l’attacco delle forze internazionali sotto la guida delle Nazioni unite (Onu) e della Nato in supporto alle milizie anti-Gheddafi del paese.
Da quel momento in poi, 6 inviati Onu (l’ultimo dimissionario a inizio aprile, il libanese Ghassan Salamé), embarghi, risoluzioni per i controlli degli spazi aerei e marittimi si sono alternati, senza mai di fatto riuscire a convogliare verso il dialogo gli “spiriti animali” sprigionati dalla guerra al Rais.
Né tanto meno ci sono riusciti, stando alle notizie degli ultimi giorni, la Conferenza di Berlino, il pericolo dell’estensione dei contagi da coronavirus e le imminenti commemorazioni del Ramadam, che per quest’anno entra in vigore proprio il 24 aprile.
Una settimana fa infatti il Governo di accordo nazionale (Gna) guidato Fayez al Serraj, quello riconosciuto dalla “comunità internazionale”, ha inaugurato la prima controffensiva dallo scorso giugno (quando aveva riconquistato la città di Garian) sul fronte occidentale, con l’obiettivo di allargare l’aera di controllo intorno alla capitale Tripoli e costituire un blocco che si estenda fino ai confini della Tunisia, riuscendo a infliggere la peggiore sconfitta all’“uomo forte della Cirenaica” dall’inizio della campagna.
Giovedì 23 Sarraj ha infatti incontrato il parigrado tunisino Kasi Saied per «migliorare le relazioni bilaterali – i gruppi armati berberi pro-Gna controllano tutti i valichi di terra con la Tunisia, come quello di Ras Jedir e di Wazzin-Dehiba (Agenzia NOVA) – e per coordinare gli sforzi nei due paesi per affrontare la pandemia di coronavirus».
La riconquista delle città costiere nordoccidentali sta inoltre permettendo a molti lavoratori tunisini che si trovavano in territorio libico di rientrare in patria in vista dell’emergenza sanitaria. Tuttavia, la continuazione del conflitto segna l’inefficacia di qualsiasi sforzo diplomatico messo in campo negli ultimi e negli ultimissimi tempi.
Il “cessate il fuoco” è rimasta parola muta su carta, le due parti hanno continuato a ricevere materiale bellico via terra, mare e cielo, in particolare partite di droni, di provenienza emiratina per il Generale Haftar, turca per Tripoli (Ispi).
La Conferenza di Berlino di fine gennaio scorso sembra aver permesso nient’altro che la riorganizzazione delle forze di Serraj, in pieno sbandamento dinanzi l’avanzata del Generale al momento della sua convocazione, ma nulla delle promesse di pace sono fino a oggi divenute realtà.
E forse difficilmente poteva essere il contrario, in una Conferenza presieduta da tutti gli attori “esterni” (ma non per questo meno interessati) al conflitto, che non è pero riuscita a riunire in uno stesso tavolo i diretti contendenti.
Il fallimento della Conferenza fa il paio con quello dei sogni di “grandezza geopolitica” dell’Unione europea, un’accozzaglia di interessi nazionali (oltre che di classe) ben delineati nei Trattati che la costituiscono, impegnata inoltre in questi giorni nel difficile fronte interno a seguito delle misure asimmetriche messe in campo per contrastare la pandemia, che non può giocare un ruolo significativo in assenza di una strategia unitaria da mettere sul piatto.
Ma fa il paio anche con quello dell’Onu. Le Nazioni unite sono all’ennesimo fallimento, come in Siria e in Yemen, solo per citare gli ultimi. In Libia ci siano in circolazione 20 milioni di armi, a fronte di una popolazione di 6 milioni di abitanti, una parte sì figlia dell’arsenale di Gheddafi saccheggiato dalle milizie, ma un’altra ben corposa conseguente all’impossibilità di fermare il rifornimento della fazioni in campo.
«In coincidenza dell’avvio del Ramadan, il mese sacro per le comunità islamiche di tutto il mondo, l’Italia sostiene con convinzione l’appello lanciato dalla rappresentante speciale aggiunta del segretario generale delle Nazioni Unite, Stephanie Williams, per una tregua umanitaria in Libia», recita la nota della Farnesina rilasciata la mattina del 24 aprile.
Nelle file della diplomazia italiana, e non solo, preoccupa l’escalation ideologica che sarebbe alla base del sempre maggiore investimento che gli Emirati arabi uniti stanno attuando, di concerto con l’Egitto – e secondo l’organo d’informazione “Middle east eye” col sostegno anche del Mossad – sul Generale Haftar, per sconfiggere le organizzazioni islamiste che sostengono il debole governo di Tripoli, a cui invece il supporto dei turcomanni inviati da Ankara è ripagato con l’unificazione delle Zone economiche esclusive marittime a nord di Tripoli, ricca di risorse e crocevia commerciale decisivo nel collegamento tra l’Asia e il Vecchio continente.
Le pressioni emiratine ed egiziane sono riuscite inoltre a far rigettare via Stati Uniti la candidatura dell’ex ministro degli esteri algerino, nonché inviato di pace per l’Unione africana, Ramtane Lamamra, considerato troppo vicino ai desiderata di Tripoli.
Ragioni ideologiche dunque, in sostegno alle sempre presenti motivazioni commerciali – oltre alle già citate, ricordiamo anche i ricchi giacimenti petroliferi sotto il controllo attuale del Generale, che peraltro continua il blocco delle esportazioni del petrolio libico – quadro che non fa ben sperare per una risoluzione pacifica del conflitto.
Neanche in tempi di pandemia e di Ramadam.
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Da quel momento in poi, 6 inviati Onu (l’ultimo dimissionario a inizio aprile, il libanese Ghassan Salamé), embarghi, risoluzioni per i controlli degli spazi aerei e marittimi si sono alternati, senza mai di fatto riuscire a convogliare verso il dialogo gli “spiriti animali” sprigionati dalla guerra al Rais.
Né tanto meno ci sono riusciti, stando alle notizie degli ultimi giorni, la Conferenza di Berlino, il pericolo dell’estensione dei contagi da coronavirus e le imminenti commemorazioni del Ramadam, che per quest’anno entra in vigore proprio il 24 aprile.
Una settimana fa infatti il Governo di accordo nazionale (Gna) guidato Fayez al Serraj, quello riconosciuto dalla “comunità internazionale”, ha inaugurato la prima controffensiva dallo scorso giugno (quando aveva riconquistato la città di Garian) sul fronte occidentale, con l’obiettivo di allargare l’aera di controllo intorno alla capitale Tripoli e costituire un blocco che si estenda fino ai confini della Tunisia, riuscendo a infliggere la peggiore sconfitta all’“uomo forte della Cirenaica” dall’inizio della campagna.
Giovedì 23 Sarraj ha infatti incontrato il parigrado tunisino Kasi Saied per «migliorare le relazioni bilaterali – i gruppi armati berberi pro-Gna controllano tutti i valichi di terra con la Tunisia, come quello di Ras Jedir e di Wazzin-Dehiba (Agenzia NOVA) – e per coordinare gli sforzi nei due paesi per affrontare la pandemia di coronavirus».

La riconquista delle città costiere nordoccidentali sta inoltre permettendo a molti lavoratori tunisini che si trovavano in territorio libico di rientrare in patria in vista dell’emergenza sanitaria. Tuttavia, la continuazione del conflitto segna l’inefficacia di qualsiasi sforzo diplomatico messo in campo negli ultimi e negli ultimissimi tempi.
Il “cessate il fuoco” è rimasta parola muta su carta, le due parti hanno continuato a ricevere materiale bellico via terra, mare e cielo, in particolare partite di droni, di provenienza emiratina per il Generale Haftar, turca per Tripoli (Ispi).
La Conferenza di Berlino di fine gennaio scorso sembra aver permesso nient’altro che la riorganizzazione delle forze di Serraj, in pieno sbandamento dinanzi l’avanzata del Generale al momento della sua convocazione, ma nulla delle promesse di pace sono fino a oggi divenute realtà.
E forse difficilmente poteva essere il contrario, in una Conferenza presieduta da tutti gli attori “esterni” (ma non per questo meno interessati) al conflitto, che non è pero riuscita a riunire in uno stesso tavolo i diretti contendenti.
Il fallimento della Conferenza fa il paio con quello dei sogni di “grandezza geopolitica” dell’Unione europea, un’accozzaglia di interessi nazionali (oltre che di classe) ben delineati nei Trattati che la costituiscono, impegnata inoltre in questi giorni nel difficile fronte interno a seguito delle misure asimmetriche messe in campo per contrastare la pandemia, che non può giocare un ruolo significativo in assenza di una strategia unitaria da mettere sul piatto.
Ma fa il paio anche con quello dell’Onu. Le Nazioni unite sono all’ennesimo fallimento, come in Siria e in Yemen, solo per citare gli ultimi. In Libia ci siano in circolazione 20 milioni di armi, a fronte di una popolazione di 6 milioni di abitanti, una parte sì figlia dell’arsenale di Gheddafi saccheggiato dalle milizie, ma un’altra ben corposa conseguente all’impossibilità di fermare il rifornimento della fazioni in campo.
«In coincidenza dell’avvio del Ramadan, il mese sacro per le comunità islamiche di tutto il mondo, l’Italia sostiene con convinzione l’appello lanciato dalla rappresentante speciale aggiunta del segretario generale delle Nazioni Unite, Stephanie Williams, per una tregua umanitaria in Libia», recita la nota della Farnesina rilasciata la mattina del 24 aprile.
Nelle file della diplomazia italiana, e non solo, preoccupa l’escalation ideologica che sarebbe alla base del sempre maggiore investimento che gli Emirati arabi uniti stanno attuando, di concerto con l’Egitto – e secondo l’organo d’informazione “Middle east eye” col sostegno anche del Mossad – sul Generale Haftar, per sconfiggere le organizzazioni islamiste che sostengono il debole governo di Tripoli, a cui invece il supporto dei turcomanni inviati da Ankara è ripagato con l’unificazione delle Zone economiche esclusive marittime a nord di Tripoli, ricca di risorse e crocevia commerciale decisivo nel collegamento tra l’Asia e il Vecchio continente.
Le pressioni emiratine ed egiziane sono riuscite inoltre a far rigettare via Stati Uniti la candidatura dell’ex ministro degli esteri algerino, nonché inviato di pace per l’Unione africana, Ramtane Lamamra, considerato troppo vicino ai desiderata di Tripoli.
Ragioni ideologiche dunque, in sostegno alle sempre presenti motivazioni commerciali – oltre alle già citate, ricordiamo anche i ricchi giacimenti petroliferi sotto il controllo attuale del Generale, che peraltro continua il blocco delle esportazioni del petrolio libico – quadro che non fa ben sperare per una risoluzione pacifica del conflitto.
Neanche in tempi di pandemia e di Ramadam.
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02/03/2020
Come perdere la Libia una seconda volta
di Alberto Negri
L’Italia potrebbe perdere la Libia per la seconda volta, dopo la caduta e l’uccisione di Gheddafi nel 2011, e vedere bloccata la pipeline Greenstream di Mellitah che porta il gas dalla Libia a Gela in Sicilia.
L’Esercito nazionale libico (Lna) del generale Khalifa Haftar intende avviare un’operazione militare nella città costiera di Zuara, 100 chilometri a ovest di Tripoli, con l’obiettivo di controllare il valico di frontiera di Ras Jedir con la Tunisia e il complesso energetico di Mellitah di proprietà dell’italiana Eni in joint venture con la National Oil Corporation (Noc) libica. È opportuno ricordare che l’Eni con le sue attività di estrazione di gas e petrolio garantisce alla Libia la fornitura dell’80 per cento dell’energia elettrica sia in Tripolitania che in Cirenaica e gran parte delle entrate che tengono in piedi le amministrazioni di Tripoli e Bengasi.
È con questi soldi che i due governi concorrenti pagano dipendenti pubblici e le milizie impiegate in un conflitto ormai diventato una guerra internazionale per procura. Soprattutto con l’ingresso diretto sul campo della Turchia che per appoggiare il governo Sarraj di Tripoli ha inviato truppe, armi e centinaia di jihadisti da opporre al generale Haftar sostenuto dai mercenari russi, dall’Egitto, dagli Emirati e dall’Arabia Saudita.
Il generale Haftar, rivale del governo Sarraj è ai ferri corti con Tripoli e il cessate il fuoco concordato alla conferenza di Berlino ormai regge soltanto sulla carta, al punto che la Camera dei rappresentanti di Tobruk ha deciso di sospendere la sua partecipazione al dialogo politico libico di Ginevra tenuto sotto l’egida delle Nazioni Unite.
Il generale Haftar intanto, secondo l’'Agenzia Nova, ha spostato un ingente quantitativo di unità militari nelle basi sotto il suo controllo presso Al Wattia, Al Ajaylat, Sabratha e Sorman, a ovest di Tripoli. Le forze di Haftar considerano Zuara, attualmente sotto controllo del forze alleate del governo di accordo nazionale (Gna) di Tripoli, come un target strategico.
Il sindaco di Zuara, Farhat Bualshwashi, ha lanciato un appello al governo Sarraj per fornire ogni tipo di sostegno alla città prima che venga presa da Haftar.
La Libia vive sotto costante ricatto petrolifero ed energetico perché Haftar ha deciso di chiudere i terminali per l’export in Cirenaica. Il carburante in Libia – nono Paese al mondo per riserve petrolifere – viene venduto fino a oltre dieci volte il prezzo normale. Secondo la Noc, “la produzione, il trasporto e la fornitura di petrolio e gas continuano a essere fortemente ridotti a causa della situazione di sicurezza in atto in tutta la Libia”. La produzione petrolifera è scesa a quota 122mila barili al giorno mentre la restrizione forzata della produzione a causa del blocco dei terminal di esportazione ha causato perdite pari a 1,8 miliardi di dollari.
Ma Tripoli non è sotto minaccia soltanto di Haftar: stanno affiorando gravi incrinature interne. In una conferenza stampa il ministro degli Interni Fathi Bashagha – che aveva invitato qualche giorno fa gli Stati Uniti a stabilire una base militare in Libia per contrastare l’influenza crescente della Russia – ha accusato una milizia di Tripoli di aver cospirato contro il suo ministero. Bashagha ha denunciato, senza per altro farne il nome pubblicamente, che la milizia islamista Nawasi comandata da Mustafa Gaddur – cugino di Hafed Gaddur, ex ambasciatore in Italia e ora a Bruxelles – avrebbe contattato l’intelligence italiana per aiutare a coordinare un incontro con il direttore dell’intelligence degli Emirati Arabi Uniti Mohamed bin Rashid, dopo che le forze di Tripoli si erano ritirate e avevano perso importanti aree a Tripoli nelle battaglie contro il generale Haftar.
La brigata Nawasi, composta da oltre 700 uomini che vanta al suo interno anche una componente di salafiti madkhaliti, opera a Tripoli nella zona di Abu Seta a Tripoli. Meno di 100 metri separano il quartier generale della brigata Nawasi dalla base navale di Abu Seta, dove si trovano i membri del Consiglio presidenziale, Sarraj compreso. La milizia ha diversi checkpoint e pattuglie nell’area, incluso un checkpoint vicino a Libyana Company, il più grande operatore di telefonia mobile in Libia. Tutte queste zone sono alla portata della milizia e le hanno permesso di svolgere un ruolo militare importante nella capitale. La milizia Nawasi ricatta Tripoli e si è dichiarata ostile alla presenza dei mercenari siriani inviati da Erdogan. Le sorti del governo di Tripoli appaiono sempre più incerte e non si escludono colpi di scena.
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L’Italia potrebbe perdere la Libia per la seconda volta, dopo la caduta e l’uccisione di Gheddafi nel 2011, e vedere bloccata la pipeline Greenstream di Mellitah che porta il gas dalla Libia a Gela in Sicilia.
L’Esercito nazionale libico (Lna) del generale Khalifa Haftar intende avviare un’operazione militare nella città costiera di Zuara, 100 chilometri a ovest di Tripoli, con l’obiettivo di controllare il valico di frontiera di Ras Jedir con la Tunisia e il complesso energetico di Mellitah di proprietà dell’italiana Eni in joint venture con la National Oil Corporation (Noc) libica. È opportuno ricordare che l’Eni con le sue attività di estrazione di gas e petrolio garantisce alla Libia la fornitura dell’80 per cento dell’energia elettrica sia in Tripolitania che in Cirenaica e gran parte delle entrate che tengono in piedi le amministrazioni di Tripoli e Bengasi.
È con questi soldi che i due governi concorrenti pagano dipendenti pubblici e le milizie impiegate in un conflitto ormai diventato una guerra internazionale per procura. Soprattutto con l’ingresso diretto sul campo della Turchia che per appoggiare il governo Sarraj di Tripoli ha inviato truppe, armi e centinaia di jihadisti da opporre al generale Haftar sostenuto dai mercenari russi, dall’Egitto, dagli Emirati e dall’Arabia Saudita.
Il generale Haftar, rivale del governo Sarraj è ai ferri corti con Tripoli e il cessate il fuoco concordato alla conferenza di Berlino ormai regge soltanto sulla carta, al punto che la Camera dei rappresentanti di Tobruk ha deciso di sospendere la sua partecipazione al dialogo politico libico di Ginevra tenuto sotto l’egida delle Nazioni Unite.
Il generale Haftar intanto, secondo l’'Agenzia Nova, ha spostato un ingente quantitativo di unità militari nelle basi sotto il suo controllo presso Al Wattia, Al Ajaylat, Sabratha e Sorman, a ovest di Tripoli. Le forze di Haftar considerano Zuara, attualmente sotto controllo del forze alleate del governo di accordo nazionale (Gna) di Tripoli, come un target strategico.
Il sindaco di Zuara, Farhat Bualshwashi, ha lanciato un appello al governo Sarraj per fornire ogni tipo di sostegno alla città prima che venga presa da Haftar.
La Libia vive sotto costante ricatto petrolifero ed energetico perché Haftar ha deciso di chiudere i terminali per l’export in Cirenaica. Il carburante in Libia – nono Paese al mondo per riserve petrolifere – viene venduto fino a oltre dieci volte il prezzo normale. Secondo la Noc, “la produzione, il trasporto e la fornitura di petrolio e gas continuano a essere fortemente ridotti a causa della situazione di sicurezza in atto in tutta la Libia”. La produzione petrolifera è scesa a quota 122mila barili al giorno mentre la restrizione forzata della produzione a causa del blocco dei terminal di esportazione ha causato perdite pari a 1,8 miliardi di dollari.
Ma Tripoli non è sotto minaccia soltanto di Haftar: stanno affiorando gravi incrinature interne. In una conferenza stampa il ministro degli Interni Fathi Bashagha – che aveva invitato qualche giorno fa gli Stati Uniti a stabilire una base militare in Libia per contrastare l’influenza crescente della Russia – ha accusato una milizia di Tripoli di aver cospirato contro il suo ministero. Bashagha ha denunciato, senza per altro farne il nome pubblicamente, che la milizia islamista Nawasi comandata da Mustafa Gaddur – cugino di Hafed Gaddur, ex ambasciatore in Italia e ora a Bruxelles – avrebbe contattato l’intelligence italiana per aiutare a coordinare un incontro con il direttore dell’intelligence degli Emirati Arabi Uniti Mohamed bin Rashid, dopo che le forze di Tripoli si erano ritirate e avevano perso importanti aree a Tripoli nelle battaglie contro il generale Haftar.
La brigata Nawasi, composta da oltre 700 uomini che vanta al suo interno anche una componente di salafiti madkhaliti, opera a Tripoli nella zona di Abu Seta a Tripoli. Meno di 100 metri separano il quartier generale della brigata Nawasi dalla base navale di Abu Seta, dove si trovano i membri del Consiglio presidenziale, Sarraj compreso. La milizia ha diversi checkpoint e pattuglie nell’area, incluso un checkpoint vicino a Libyana Company, il più grande operatore di telefonia mobile in Libia. Tutte queste zone sono alla portata della milizia e le hanno permesso di svolgere un ruolo militare importante nella capitale. La milizia Nawasi ricatta Tripoli e si è dichiarata ostile alla presenza dei mercenari siriani inviati da Erdogan. Le sorti del governo di Tripoli appaiono sempre più incerte e non si escludono colpi di scena.
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24/02/2020
Libia - Il governo di Tripoli chiede agli Usa di insediare base militare nel paese
Il ministro dell’Interno e capo della sicurezza in Libia, Fathi Bashagha, ha invitato gli Stati Uniti a stabilire una base nel Paese nordafricano per contrastare l’influenza crescente della Russia nell’intero continente.
Bashagha, che è ministro del governo di accordo nazionale con sede a Tripoli, ha dichiarato che il suo esecutivo ha proposto di ospitare una base Usa dopo che il segretario alla Difesa Mark Esper ha presentato i suoi piani per ridimensionare la presenza militare degli Stati Uniti nel continente e ridispiegare i contingenti a livello globale per meglio contrastare la minaccia di Russia e Cina agli interessi americani.
Il governo di Tripoli è impegnato da mesi nel tentativo di respingere l’offensiva delle truppe fedeli al generale Khalifa Haftar, sostenute dai mercenari russi. “Il ridispiegamento non ci è chiaro”, ha detto Bashagha, durante un’intervista telefonica con Bloomberg. “Ma speriamo che la ridistribuzione includa la Libia in modo da non lasciare spazi che la Russia possa sfruttare”.
Bashagha ha avvertito che l’appoggio della Russia ad Haftar fa parte di una più ampia spinta per accrescere l’influenza di Mosca nel mondo. “I russi non sono in Libia solo per Haftar”, ha detto. “Hanno una grande strategia in Libia e Africa”.
“La Libia è importante nel Mediterraneo: ha ricchezza di petrolio e una costa di 1.900 chilometri e porti che consentono alla Russia di vederla come la porta per l’Africa”, ha insistito ancora il ministro dell’Interno di Tripoli. “Se gli Stati Uniti chiedessero una base, come governo libico non ci dispiacerebbe, per combattere il terrorismo, la criminalità organizzata e mantenere a distanza i paesi stranieri che intervengono” direttamente nella crisi libica. “Una base americana porterebbe alla stabilità”, ha commentato Bashagha.
Dal canto suo l’Esercito nazionale libico di Khalifa Haftar si è detto pronto ad attuare un cessate-il-fuoco soltanto se i mercenari stranieri lasceranno il Paese nordafricano. “Il cessate-il-fuoco è il risultato di una serie di condizioni... che comprendono il ritiro dei mercenari siriani e turchi, l’arresto del trasferimento di armi turche, l’eliminazione dei gruppi terroristici”, ha sottolineato Haftar, “Solo quando saranno raggiunte, potremo parlare di cessate-il-fuoco”.“Purtropppo il cessate-il-fuoco temporaneo è utilizzato dalla Turchia e dal governo Sarraj per trasferire un cospicuo numero di mercenari siriani, soldati turchi, terroristi e armi a Tripoli, via mare e via terra”.
Fonte
Bashagha, che è ministro del governo di accordo nazionale con sede a Tripoli, ha dichiarato che il suo esecutivo ha proposto di ospitare una base Usa dopo che il segretario alla Difesa Mark Esper ha presentato i suoi piani per ridimensionare la presenza militare degli Stati Uniti nel continente e ridispiegare i contingenti a livello globale per meglio contrastare la minaccia di Russia e Cina agli interessi americani.
Il governo di Tripoli è impegnato da mesi nel tentativo di respingere l’offensiva delle truppe fedeli al generale Khalifa Haftar, sostenute dai mercenari russi. “Il ridispiegamento non ci è chiaro”, ha detto Bashagha, durante un’intervista telefonica con Bloomberg. “Ma speriamo che la ridistribuzione includa la Libia in modo da non lasciare spazi che la Russia possa sfruttare”.
Bashagha ha avvertito che l’appoggio della Russia ad Haftar fa parte di una più ampia spinta per accrescere l’influenza di Mosca nel mondo. “I russi non sono in Libia solo per Haftar”, ha detto. “Hanno una grande strategia in Libia e Africa”.
“La Libia è importante nel Mediterraneo: ha ricchezza di petrolio e una costa di 1.900 chilometri e porti che consentono alla Russia di vederla come la porta per l’Africa”, ha insistito ancora il ministro dell’Interno di Tripoli. “Se gli Stati Uniti chiedessero una base, come governo libico non ci dispiacerebbe, per combattere il terrorismo, la criminalità organizzata e mantenere a distanza i paesi stranieri che intervengono” direttamente nella crisi libica. “Una base americana porterebbe alla stabilità”, ha commentato Bashagha.
Dal canto suo l’Esercito nazionale libico di Khalifa Haftar si è detto pronto ad attuare un cessate-il-fuoco soltanto se i mercenari stranieri lasceranno il Paese nordafricano. “Il cessate-il-fuoco è il risultato di una serie di condizioni... che comprendono il ritiro dei mercenari siriani e turchi, l’arresto del trasferimento di armi turche, l’eliminazione dei gruppi terroristici”, ha sottolineato Haftar, “Solo quando saranno raggiunte, potremo parlare di cessate-il-fuoco”.“Purtropppo il cessate-il-fuoco temporaneo è utilizzato dalla Turchia e dal governo Sarraj per trasferire un cospicuo numero di mercenari siriani, soldati turchi, terroristi e armi a Tripoli, via mare e via terra”.
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23/01/2020
Libia - Tregua fragile, ambizioni forti
Sembrerebbe superfluo ma non lo è affatto. La recente Conferenza di Berlino sulla Libia è avvenuta esattamente nella città di una analoga conferenza di Berlino, quella del 1884-85 con la quale le maggiori potenze europee si spartirono l’Africa attraverso l’espansione coloniale.
Un secolo dopo occorre però fare i conti, anche in questo caso, con la Turchia e con il convitato di pietra della Russia che mai era arrivata a determinare gli assetti nel Mediterraneo occidentale e in Africa.
Un comandante dell’Esercito nazionale libico (LNA) del generale Khalifa Haftar ha riferito al quotidiano panarabo edito a Londra di proprietà saudita “Asharq al Awsat” che “la tregua annunciata domenica 12 gennaio è ufficiosamente crollata”. Il sito Analisi Difesa riferisce che nel frattempo, Yusuf al Amin, comandante dell’asse di Ain Zara (un quartiere sud di Tripoli) delle forze fedeli ad al-Sarraj, ha dichiarato ai media libici che le sue forze “hanno risposto a un tentativo di avanzata” dell’LNA su più assi nella capitale.
Alla conferenza di Berlino è stato firmato un corposo documento conclusivo in ben 55 punti da tutti i paesi presenti ma non dai protagonisti della guerra civile cioè Fayez al-Sarraj e Khalifa Haftar. Si tratta di un testo che non scontenta nessuno ma che non accontenta pienamente nessuno. Secondo indiscrezioni riportate dall’agenzia Askanews il presidente egiziano Abdel Fatah al Sisi sarebbe “sul punto di ritirare il proprio sostegno” al generale Khalifa Haftar e di trovare un sostituto, perchè “infastidito” dalla sua incapacità di prendere il controllo della capitale libica dopo nove mesi di offensiva militare. A scriverlo è il Middle East Eye, citando fonti algerine ed egiziane. Se avesse avuto successo, non ci sarebbe stato l’intervento turco: “Invece ha quasi trascinato l’Egitto in una guerra regionale con la Turchia” ha fatto trapelare una fonte diplomatica egiziana.
Inoltre si vanno delineando le conseguenze del blitz di Haftar che venerdì scorso, alla vigilia della conferenza di Berlino, aveva fatto bloccare le esportazioni petrolifere degli impianti finiti sotto il suo controllo. La produzione di petrolio della Libia toccherà “in pochi giorni” il punto più basso mai raggiunto dalla caduta di Muammar Gheddafi, nel 2011, perchè il blocco dei terminal dell’export ha comportato una rapida cessazione delle attività produttive. Stando a quanto precisato al Financial Times da Mustafa Sanalla, presidente del colosso petrolifero libico Noc (National Oil Corporation), la produzione è già passata da circa 1,3 milioni di barili al giorno a soli 400.000 barili da venerdì scorso, quando le forze del generale Khalifa Haftar hanno bloccato i terminal, e arriverà a toccare, “in pochi giorni” o al massimo settimane, i 72.000 barili.
Sul piano di un possibile intervento esterno per “assicurare” la tregua in Libia va segnalata l’ipotesi avanzata dall’Alto rappresentante della politica estera e di sicurezza dell’Ue Josep Borrell, il quale dovrebbe presentare una proposta per una “missione europea di salvaguardia del cessate il fuoco” in Libia, sotto l’egida delle Nazioni Unite, in occasione del prossimo Consiglio Affari esteri di febbraio. In quella sede dovrebbe presentare anche una proposta per rilanciare il mandato dell’operazione Sophia, per il monitoraggio nel Mar Mediterraneo dell’embargo sulle armi. Ma il problema, come abbiamo visto, è che in Libia ancora non si può parlare di un vero e proprio cessate il fuoco, ma solo di una tregua, perché le due parti in conflitto, Serraj e Haftar, non hanno sottoscritto la dichiarazione della Conferenza di Berlino.
Contro l’ipotesi di una missione europea si schiera però il presidente turco Erdogan, il quale ha affermato che: “Visto che è coinvolta l’Onu, non è corretto che l’Ue intervenga come coordinatore del processo” di pace in Libia.
Dei 55 punti contenuti nel documento nessuno parla infatti di forze multinazionali schierate sul terreno per assicurare la tregua. Su questo si era palesata la disponibilità di alcuni paesi europei, e soprattutto dell’Italia ma la cosa non ha avuto finora seguito. Dal punto di vista militare nell’accordo raggiunto alla Conferenza di Berlino, vi sono tre aspetti che potrebbero richiedere il ricorso ad assetti militari: il monitoraggio del cessate il fuoco (si badi bene che si parla di “monitoraggio” e non di “imposizione”); l’embargo sulle armi; il “security sector reform” (ovvero la ristrutturazione del sistema di difesa e sicurezza nazionale della Libia).
Insomma, come prevedibile già dall’aggressione alla Libia nel 2011, questo lembo di terra ricchissimo di petrolio e alla nostre porte di case, rischia di diventare un test rilevante nelle relazioni tra le varie potenze interessate all’area. La storia sta marciando all’indietro di un secolo. Un brutto segno.
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Un secolo dopo occorre però fare i conti, anche in questo caso, con la Turchia e con il convitato di pietra della Russia che mai era arrivata a determinare gli assetti nel Mediterraneo occidentale e in Africa.
Un comandante dell’Esercito nazionale libico (LNA) del generale Khalifa Haftar ha riferito al quotidiano panarabo edito a Londra di proprietà saudita “Asharq al Awsat” che “la tregua annunciata domenica 12 gennaio è ufficiosamente crollata”. Il sito Analisi Difesa riferisce che nel frattempo, Yusuf al Amin, comandante dell’asse di Ain Zara (un quartiere sud di Tripoli) delle forze fedeli ad al-Sarraj, ha dichiarato ai media libici che le sue forze “hanno risposto a un tentativo di avanzata” dell’LNA su più assi nella capitale.
Alla conferenza di Berlino è stato firmato un corposo documento conclusivo in ben 55 punti da tutti i paesi presenti ma non dai protagonisti della guerra civile cioè Fayez al-Sarraj e Khalifa Haftar. Si tratta di un testo che non scontenta nessuno ma che non accontenta pienamente nessuno. Secondo indiscrezioni riportate dall’agenzia Askanews il presidente egiziano Abdel Fatah al Sisi sarebbe “sul punto di ritirare il proprio sostegno” al generale Khalifa Haftar e di trovare un sostituto, perchè “infastidito” dalla sua incapacità di prendere il controllo della capitale libica dopo nove mesi di offensiva militare. A scriverlo è il Middle East Eye, citando fonti algerine ed egiziane. Se avesse avuto successo, non ci sarebbe stato l’intervento turco: “Invece ha quasi trascinato l’Egitto in una guerra regionale con la Turchia” ha fatto trapelare una fonte diplomatica egiziana.
Inoltre si vanno delineando le conseguenze del blitz di Haftar che venerdì scorso, alla vigilia della conferenza di Berlino, aveva fatto bloccare le esportazioni petrolifere degli impianti finiti sotto il suo controllo. La produzione di petrolio della Libia toccherà “in pochi giorni” il punto più basso mai raggiunto dalla caduta di Muammar Gheddafi, nel 2011, perchè il blocco dei terminal dell’export ha comportato una rapida cessazione delle attività produttive. Stando a quanto precisato al Financial Times da Mustafa Sanalla, presidente del colosso petrolifero libico Noc (National Oil Corporation), la produzione è già passata da circa 1,3 milioni di barili al giorno a soli 400.000 barili da venerdì scorso, quando le forze del generale Khalifa Haftar hanno bloccato i terminal, e arriverà a toccare, “in pochi giorni” o al massimo settimane, i 72.000 barili.
Sul piano di un possibile intervento esterno per “assicurare” la tregua in Libia va segnalata l’ipotesi avanzata dall’Alto rappresentante della politica estera e di sicurezza dell’Ue Josep Borrell, il quale dovrebbe presentare una proposta per una “missione europea di salvaguardia del cessate il fuoco” in Libia, sotto l’egida delle Nazioni Unite, in occasione del prossimo Consiglio Affari esteri di febbraio. In quella sede dovrebbe presentare anche una proposta per rilanciare il mandato dell’operazione Sophia, per il monitoraggio nel Mar Mediterraneo dell’embargo sulle armi. Ma il problema, come abbiamo visto, è che in Libia ancora non si può parlare di un vero e proprio cessate il fuoco, ma solo di una tregua, perché le due parti in conflitto, Serraj e Haftar, non hanno sottoscritto la dichiarazione della Conferenza di Berlino.
Contro l’ipotesi di una missione europea si schiera però il presidente turco Erdogan, il quale ha affermato che: “Visto che è coinvolta l’Onu, non è corretto che l’Ue intervenga come coordinatore del processo” di pace in Libia.
Dei 55 punti contenuti nel documento nessuno parla infatti di forze multinazionali schierate sul terreno per assicurare la tregua. Su questo si era palesata la disponibilità di alcuni paesi europei, e soprattutto dell’Italia ma la cosa non ha avuto finora seguito. Dal punto di vista militare nell’accordo raggiunto alla Conferenza di Berlino, vi sono tre aspetti che potrebbero richiedere il ricorso ad assetti militari: il monitoraggio del cessate il fuoco (si badi bene che si parla di “monitoraggio” e non di “imposizione”); l’embargo sulle armi; il “security sector reform” (ovvero la ristrutturazione del sistema di difesa e sicurezza nazionale della Libia).
Insomma, come prevedibile già dall’aggressione alla Libia nel 2011, questo lembo di terra ricchissimo di petrolio e alla nostre porte di case, rischia di diventare un test rilevante nelle relazioni tra le varie potenze interessate all’area. La storia sta marciando all’indietro di un secolo. Un brutto segno.
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22/01/2020
Libia - Ilcessate il fuoco non piace agli sponsor di Haftar
di Michele Giorgio
A Berlino presto si terrà una seconda conferenza sulla Libia a livello di ministri degli esteri il cui obiettivo sarà trasformare il cessate il fuoco in un armistizio. Lo ha annunciato ieri a Bruxelles, con parecchia enfasi, il ministro degli esteri tedesco Heiko Maas. Secondo il capo della diplomazia tedesca, il risultato «più importante» dell’incontro a Berlino di due giorni fa è che gli Stati sostenitori delle parti in conflitto hanno deciso di fermare gli aiuti in armi e mercenari.
Cecità politica o sincero ottimismo? Le considerazioni di Maas sono molto distanti dalla realtà sul terreno e non riflettono i risultati effettivi raggiunti dalla conferenza in Germania. Ben pochi credono che la formazione della commissione militare che dovrebbe incontrarsi nei prossimi giorni – composta da cinque fedelissimi del Gna del premier El Sarraj e cinque delegati dell’uomo forte della Cirenaica Khalifa Haftar – riuscirà davvero a definire le modalità per consolidare e rendere permanente il cessate il fuoco co-sponsorizzato da Russia e Turchia il 12 gennaio.
Non ci vuole molto a capire che la cessazione delle ostilità serve a El Sarraj, la parte palesemente più debole. Perché gli consente di guadagnare tempo e di consolidare la sua precaria situazione, grazie all’aiuto della Turchia (e ai fondi del Qatar). Non ad Haftar, convinto di poter arrivare con i suoi soldati fino a Tripoli e di prendere il controllo del paese con la benedizione dei suoi sponsor: Egitto ed Emirati in testa e subito dopo Francia e Russia. Che il cessate il fuoco possa rivelarsi di breve durata è il timore del presidente turco Erdogan, nemico giurato di Haftar e angelo custode di El Sarraj al quale ha già mandato in soccorso mercenari siriani (anche se continua a negarlo). Erdogan non cessa di chiedere che il comandante dell’Esercito nazionale libico (Lna), ossia Haftar, metta definitivamente fine all’offensiva militare verso Tripoli lanciata il 4 aprile del 2018. Lo ha fatto anche ieri al termine dell’incontro che ha avuto con il protetto El Sarraj.
L’embargo internazionale sulle forniture di armi alle fazioni in lotta in Libia è un altro punto vago e fragile emerso dalla conferenza di Berlino: già esisteva ma pochi l’hanno rispettato. E che avvenga ora è assai improbabile. Lo stesso vale per il ritorno a un processo politico sotto l’egida delle Nazioni Unite, per il rispetto dei diritti umani e per le garanzie di sicurezza delle infrastrutture petrolifere libiche. È bastato nel weekend un ordine di Haftar per bloccare metà dei porti e dei giacimenti petroliferi della Libia. «L’incontro a Berlino ha toccato tanti punti critici ma i meccanismi di attuazione delle conclusioni del vertice non sono affatto chiari e praticabili», avverte Khaled al Montassar, analista e docente universitario libico.
Se l’obiettivo principale era quello di porre fine allo scontro tra Haftar ed El Sarraj e creare le basi per la riconciliazione, allora il summit in Germania è in gran parte fallito. I due avversari hanno rifiutato di incontrarsi e non sembrano avere alcuna voglia di farlo in futuro. Sui social qualcuno non ha mancato di far notare che la conferenza di Berlino non ha aiutato la riconciliazione tra libici e neppure quella tra gli occidentali, al di là delle dichiarazioni positive rilasciate dai vari leader presenti, dal francese Macron all’italiano Conte. Secondo Jalel Harchaoui, ricercatore del Clingendael Institute intervistato dalla Agenzia Nova, gli sponsor esteri di Haftar hanno fatto di tutto per evitare che a Berlino venisse firmato un accordo per un vero cessate il fuoco in Libia.
Hanno agito, sostiene, affinché non ci sia alcun ostacolo alla guerra. «Adesso Haftar è a pochi metri dal traguardo ma se si fa la pace perde e loro vogliono che lui vinca», spiega. Il più grande ostacolo alla fine del conflitto in Libia, afferma Harchaoui, è la totale impunità per chi vi partecipa. «Se si vuole risolvere la crisi – avverte – bisogna avviare un meccanismo in grado di introdurre misure spiacevoli per chi viola le regole e le risoluzioni». Ma ciò non avverrà. E non è di aiuto l’atteggiamento ambiguo dell’Unione europea indicato dall’intenzione di far rivivere l’Operazione Sophia annunciata da Josep Borrell. L’Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue, la vorrebbe orientata al controllo dei flussi illegali di armi verso la Libia. Ma quella missione era e resterà rivolta al controllo dei flussi migratori e ben poco al traffico di armi.
Fonte
A Berlino presto si terrà una seconda conferenza sulla Libia a livello di ministri degli esteri il cui obiettivo sarà trasformare il cessate il fuoco in un armistizio. Lo ha annunciato ieri a Bruxelles, con parecchia enfasi, il ministro degli esteri tedesco Heiko Maas. Secondo il capo della diplomazia tedesca, il risultato «più importante» dell’incontro a Berlino di due giorni fa è che gli Stati sostenitori delle parti in conflitto hanno deciso di fermare gli aiuti in armi e mercenari.
Cecità politica o sincero ottimismo? Le considerazioni di Maas sono molto distanti dalla realtà sul terreno e non riflettono i risultati effettivi raggiunti dalla conferenza in Germania. Ben pochi credono che la formazione della commissione militare che dovrebbe incontrarsi nei prossimi giorni – composta da cinque fedelissimi del Gna del premier El Sarraj e cinque delegati dell’uomo forte della Cirenaica Khalifa Haftar – riuscirà davvero a definire le modalità per consolidare e rendere permanente il cessate il fuoco co-sponsorizzato da Russia e Turchia il 12 gennaio.
Non ci vuole molto a capire che la cessazione delle ostilità serve a El Sarraj, la parte palesemente più debole. Perché gli consente di guadagnare tempo e di consolidare la sua precaria situazione, grazie all’aiuto della Turchia (e ai fondi del Qatar). Non ad Haftar, convinto di poter arrivare con i suoi soldati fino a Tripoli e di prendere il controllo del paese con la benedizione dei suoi sponsor: Egitto ed Emirati in testa e subito dopo Francia e Russia. Che il cessate il fuoco possa rivelarsi di breve durata è il timore del presidente turco Erdogan, nemico giurato di Haftar e angelo custode di El Sarraj al quale ha già mandato in soccorso mercenari siriani (anche se continua a negarlo). Erdogan non cessa di chiedere che il comandante dell’Esercito nazionale libico (Lna), ossia Haftar, metta definitivamente fine all’offensiva militare verso Tripoli lanciata il 4 aprile del 2018. Lo ha fatto anche ieri al termine dell’incontro che ha avuto con il protetto El Sarraj.
L’embargo internazionale sulle forniture di armi alle fazioni in lotta in Libia è un altro punto vago e fragile emerso dalla conferenza di Berlino: già esisteva ma pochi l’hanno rispettato. E che avvenga ora è assai improbabile. Lo stesso vale per il ritorno a un processo politico sotto l’egida delle Nazioni Unite, per il rispetto dei diritti umani e per le garanzie di sicurezza delle infrastrutture petrolifere libiche. È bastato nel weekend un ordine di Haftar per bloccare metà dei porti e dei giacimenti petroliferi della Libia. «L’incontro a Berlino ha toccato tanti punti critici ma i meccanismi di attuazione delle conclusioni del vertice non sono affatto chiari e praticabili», avverte Khaled al Montassar, analista e docente universitario libico.
Se l’obiettivo principale era quello di porre fine allo scontro tra Haftar ed El Sarraj e creare le basi per la riconciliazione, allora il summit in Germania è in gran parte fallito. I due avversari hanno rifiutato di incontrarsi e non sembrano avere alcuna voglia di farlo in futuro. Sui social qualcuno non ha mancato di far notare che la conferenza di Berlino non ha aiutato la riconciliazione tra libici e neppure quella tra gli occidentali, al di là delle dichiarazioni positive rilasciate dai vari leader presenti, dal francese Macron all’italiano Conte. Secondo Jalel Harchaoui, ricercatore del Clingendael Institute intervistato dalla Agenzia Nova, gli sponsor esteri di Haftar hanno fatto di tutto per evitare che a Berlino venisse firmato un accordo per un vero cessate il fuoco in Libia.
Hanno agito, sostiene, affinché non ci sia alcun ostacolo alla guerra. «Adesso Haftar è a pochi metri dal traguardo ma se si fa la pace perde e loro vogliono che lui vinca», spiega. Il più grande ostacolo alla fine del conflitto in Libia, afferma Harchaoui, è la totale impunità per chi vi partecipa. «Se si vuole risolvere la crisi – avverte – bisogna avviare un meccanismo in grado di introdurre misure spiacevoli per chi viola le regole e le risoluzioni». Ma ciò non avverrà. E non è di aiuto l’atteggiamento ambiguo dell’Unione europea indicato dall’intenzione di far rivivere l’Operazione Sophia annunciata da Josep Borrell. L’Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue, la vorrebbe orientata al controllo dei flussi illegali di armi verso la Libia. Ma quella missione era e resterà rivolta al controllo dei flussi migratori e ben poco al traffico di armi.
Fonte
21/01/2020
Libia - Dalla Conferenza di Berlino poco o niente
Occorre leggere tra le righe la dichiarazione pubblica resa dalla sola Angela Merkel per capire come è andata la conferenza di Berlino sulla Libia.
“Tutti gli Stati sono d’accordo che abbiamo bisogno di una soluzione politica e che non ci sia alcuna chance per una soluzione militare”, ha affermato la Merkel al termine della conferenza, ma questo era il ritornello che sentiamo ormai da mesi e non ha prodotto nulla di concreto.
“Abbiamo messo a punto un piano molto ampio, tutti hanno collaborato in modo molto costruttivo, tutti sono d’accordo sul fatto che vogliamo rispettare l’embargo delle armi con maggiori controlli rispetto al passato”. E poi arriva la mezza ammissione che a Berlino di passi avanti non se ne sono fatti: “non abbiamo risolto tutti i problemi” sulla Libia ma “abbiamo creato lo spirito, la base per poter procedere sul percorso Onu designato da Salamé” ha detto la Merkel.
La risoluzione finale della conferenza è composta da quasi sei pagine di documento con sette titoli e 55 punti. Nessuna decisione, invece, è stata presa sull’eventuale invio di una forza militare internazionale di pace, sotto l’egida dell’Onu (ipotesi sostenuta dall’Italia ma che trova gli altri Stati europei piuttosto riluttanti). Dell’ipotesi si è certamente discusso, ma tale possibilità per ora è rimasta fuori dal documento finale.
“Esortare le parti libiche a fermare tutte le ostilità contro le strutture petrolifere del paese”. È’ questo uno dei punti contenuti nella bozza della dichiarazione finale della Conferenza di Berlino, secondo le ultime anticipazioni riportate da Al Arabiya. È evidente come la principale preoccupazione dei governi che hanno partecipato alla conferenza fosse proprio quella di mettere al riparo gli impianti petroliferi dalle sorti della guerra civile in Libia.
Sull’accordo raggiunto alla Conferenza di Berlino, però, non ci sono le firme né di Sarraj né di Haftar, quest’ultimo presente alla conferenza ma non partecipante ai lavori. “È stato raggiunto solo un accordo verbale, mediato, sul monitoraggio della tregua. Questo è l’unico passo avanti, il resto sono chiacchiere di vanesi personaggi politici che coprono l’enorme difficoltà a raggiungere un’intesa politica” commenta un autorevole osservatore come Alberto Negri.
In mattinata su un quotidiano tedesco era uscita un'intervista con il presidente del governo di Tripoli Serraj. “L’Europa deve fare autocritica. Gli europei sono arrivati troppo tardi“, ha affermato il premier libico Fayez al Sarraj al giornale Welt am Sonntag. Sarraj si mostra deluso anche per le divergenze delle posizioni tra vari Stati in Europa sulla questione libica, con la Francia più favorevole al rivale Haftar. “Ci saremmo aspettati che la Ue si schierasse in modo chiaro contro l’offensiva di Khalifa Haftar, e che aiutasse a risolvere la crisi attuale”. “L’Europa purtroppo ha avuto finora un ruolo molto modesto. Anche se alcuni Paesi hanno un rapporto speciale con la Libia e sono nostri vicini con molti interessi in comune”, ha aggiunto Sarraj.
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“Tutti gli Stati sono d’accordo che abbiamo bisogno di una soluzione politica e che non ci sia alcuna chance per una soluzione militare”, ha affermato la Merkel al termine della conferenza, ma questo era il ritornello che sentiamo ormai da mesi e non ha prodotto nulla di concreto.
“Abbiamo messo a punto un piano molto ampio, tutti hanno collaborato in modo molto costruttivo, tutti sono d’accordo sul fatto che vogliamo rispettare l’embargo delle armi con maggiori controlli rispetto al passato”. E poi arriva la mezza ammissione che a Berlino di passi avanti non se ne sono fatti: “non abbiamo risolto tutti i problemi” sulla Libia ma “abbiamo creato lo spirito, la base per poter procedere sul percorso Onu designato da Salamé” ha detto la Merkel.
La risoluzione finale della conferenza è composta da quasi sei pagine di documento con sette titoli e 55 punti. Nessuna decisione, invece, è stata presa sull’eventuale invio di una forza militare internazionale di pace, sotto l’egida dell’Onu (ipotesi sostenuta dall’Italia ma che trova gli altri Stati europei piuttosto riluttanti). Dell’ipotesi si è certamente discusso, ma tale possibilità per ora è rimasta fuori dal documento finale.
“Esortare le parti libiche a fermare tutte le ostilità contro le strutture petrolifere del paese”. È’ questo uno dei punti contenuti nella bozza della dichiarazione finale della Conferenza di Berlino, secondo le ultime anticipazioni riportate da Al Arabiya. È evidente come la principale preoccupazione dei governi che hanno partecipato alla conferenza fosse proprio quella di mettere al riparo gli impianti petroliferi dalle sorti della guerra civile in Libia.
Sull’accordo raggiunto alla Conferenza di Berlino, però, non ci sono le firme né di Sarraj né di Haftar, quest’ultimo presente alla conferenza ma non partecipante ai lavori. “È stato raggiunto solo un accordo verbale, mediato, sul monitoraggio della tregua. Questo è l’unico passo avanti, il resto sono chiacchiere di vanesi personaggi politici che coprono l’enorme difficoltà a raggiungere un’intesa politica” commenta un autorevole osservatore come Alberto Negri.
In mattinata su un quotidiano tedesco era uscita un'intervista con il presidente del governo di Tripoli Serraj. “L’Europa deve fare autocritica. Gli europei sono arrivati troppo tardi“, ha affermato il premier libico Fayez al Sarraj al giornale Welt am Sonntag. Sarraj si mostra deluso anche per le divergenze delle posizioni tra vari Stati in Europa sulla questione libica, con la Francia più favorevole al rivale Haftar. “Ci saremmo aspettati che la Ue si schierasse in modo chiaro contro l’offensiva di Khalifa Haftar, e che aiutasse a risolvere la crisi attuale”. “L’Europa purtroppo ha avuto finora un ruolo molto modesto. Anche se alcuni Paesi hanno un rapporto speciale con la Libia e sono nostri vicini con molti interessi in comune”, ha aggiunto Sarraj.
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19/01/2020
Libia - Haftar si presenta alla conferenza di Berlino con la pistola sul tavolo
A Berlino si è aperta la conferenza internazionale sulla guerra civile in Libia. Ma alla vigilia della conferenza, il generale Haftar ha fatto bloccare l’export di petrolio libico.
Secondo una fonte della Libyan National Oil Corporation (Noc), il Noc fermerà tutte le esportazioni di greggio dai porti e terminal della Libia centrale e orientale. L’emittente Libia Alahrar, riferisce che la produzione di petrolio della Libia diminuirà di almeno 700.000 barili al giorno, il che equivale a oltre 47 milioni di dollari al giorno. L’Unsmil, la missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia, si è detta “profondamente preoccupata” per l’interruzione della produzione di petrolio in Libia e ha sottolineato come esso possa infliggere un “colpo durissimo alla situazione economico finanziaria già deteriorata del paese”.
Con questa pistola posata sul tavolo, la Conferenza di Berlino dovrà discutere intorno ad un documento basato su sei punti: il cessate il fuoco in Libia, l’embargo sulle armi, la ripresa del processo politico per arrivare a un governo unificato, riforme nel campo della sicurezza, riforme economiche, rispetto dei diritti umani. Ma in giornata se ne è aggiunto un settimo, provocato proprio dalla forzatura unilaterale esercitata da Haftar, ossia il divieto di attaccare, danneggiare o bloccare le strutture petrolifere.
Un testo, è circolato sui media internazionali, ma fino all’ultimo potrebbe ancora subire limature e cambiamenti e su cui restano al lavoro gli inviati dei paesi partecipanti al summit e che hanno visto l’elenco allungarsi per non scontentare o tenere fuori nessuno: Algeria, Cina, Egitto, Francia, Germania, Italia, Russia, Turchia, Emirati Arabi Uniti, Regno Unito, Onu, Unione africana, Unione europea Lega araba e Usa.
Alla conferenza di Berlino sulla Libia l’Italia chiederà che “l’Ue parli con una sola voce, di fermare la vendita di armi, di far rispettare le sanzioni previste dall’embargo delle Nazioni Unite”, ha annunciato su Facebook il ministro degli Esteri Luigi Di Maio che si trova nella capitale tedesca con il premier Conte. Un insospettabile riconoscimento alla posizione dell’Italia è venuto dal ministro degli Esteri russo Lavrov, che in una conferenza stampa secondo il quale in Libia “L’errore principale non è stato commesso dall’Italia – dice Lavrov – ma dai nostri colleghi dell’alleanza Atlantica, che hanno avuto un ruolo decisivo nel decidere di bombardare la Libia nel 2011 e sovvertire il regime. Il ruolo principale non lo ha avuto l’Italia, per quello che so; non dirò chi l’ha avuto, ma tutti lo sanno”.
Fonte
Secondo una fonte della Libyan National Oil Corporation (Noc), il Noc fermerà tutte le esportazioni di greggio dai porti e terminal della Libia centrale e orientale. L’emittente Libia Alahrar, riferisce che la produzione di petrolio della Libia diminuirà di almeno 700.000 barili al giorno, il che equivale a oltre 47 milioni di dollari al giorno. L’Unsmil, la missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia, si è detta “profondamente preoccupata” per l’interruzione della produzione di petrolio in Libia e ha sottolineato come esso possa infliggere un “colpo durissimo alla situazione economico finanziaria già deteriorata del paese”.
Con questa pistola posata sul tavolo, la Conferenza di Berlino dovrà discutere intorno ad un documento basato su sei punti: il cessate il fuoco in Libia, l’embargo sulle armi, la ripresa del processo politico per arrivare a un governo unificato, riforme nel campo della sicurezza, riforme economiche, rispetto dei diritti umani. Ma in giornata se ne è aggiunto un settimo, provocato proprio dalla forzatura unilaterale esercitata da Haftar, ossia il divieto di attaccare, danneggiare o bloccare le strutture petrolifere.
Un testo, è circolato sui media internazionali, ma fino all’ultimo potrebbe ancora subire limature e cambiamenti e su cui restano al lavoro gli inviati dei paesi partecipanti al summit e che hanno visto l’elenco allungarsi per non scontentare o tenere fuori nessuno: Algeria, Cina, Egitto, Francia, Germania, Italia, Russia, Turchia, Emirati Arabi Uniti, Regno Unito, Onu, Unione africana, Unione europea Lega araba e Usa.
Alla conferenza di Berlino sulla Libia l’Italia chiederà che “l’Ue parli con una sola voce, di fermare la vendita di armi, di far rispettare le sanzioni previste dall’embargo delle Nazioni Unite”, ha annunciato su Facebook il ministro degli Esteri Luigi Di Maio che si trova nella capitale tedesca con il premier Conte. Un insospettabile riconoscimento alla posizione dell’Italia è venuto dal ministro degli Esteri russo Lavrov, che in una conferenza stampa secondo il quale in Libia “L’errore principale non è stato commesso dall’Italia – dice Lavrov – ma dai nostri colleghi dell’alleanza Atlantica, che hanno avuto un ruolo decisivo nel decidere di bombardare la Libia nel 2011 e sovvertire il regime. Il ruolo principale non lo ha avuto l’Italia, per quello che so; non dirò chi l’ha avuto, ma tutti lo sanno”.
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15/01/2020
Conferenza di Berlino. Verso la spartizione della Libia?
Sulla conferenza sulla Libia a Berlino del 19 gennaio si addensano annunci di interesse e scetticismi dichiarati. Gli Usa hanno fatto sapere che saranno presenti con il segretario di stato Usa Mike Pompeo e il consigliere per la sicurezza nazionale Robert O’Brien. Si tratta di una presenza qualificata che dimostrerebbe l’intenzione americana di rientrare in gioco nella crisi libica e contrastare il crescente protagonismo diplomatico di Mosca.
Il generale Khalifa Haftar ieri ha deciso di accettare l’invito a partecipare alla conferenza di Berlino ma aveva lasciato Mosca senza firmare l’accordo di cessate il fuoco con il governo guidato da al-Sarraj. Haftar, dopo aver chiesto una notte di tempo per meditare sul testo dell’accordo, ha affermato, secondo Al Arabiya, che il documento proposto ignora molte richieste dell’esercito nazionale libico.
Il premier del governo di Tripoli Fayez al Sarraj si è recato oggi nuovamente a Istanbul dopo i colloqui a Mosca sul cessate il fuoco in Libia. Sarraj era stato l’ultima volta due giorni fa a Istanbul per un colloquio di 2 ore e mezza con Erdogan. Sarraj,d iversamente da Haftar, ha firmato l’accordo sulla tregua in Libia, mentre Erdogan ha promesso di “infliggere una lezione” al generale Khalifa Haftar qualora dovesse rompere o non accettare la tregua. “Se Haftar continua così, la conferenza di Berlino non avrà senso”, ha detto il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu.
La conferenza di Berlino sulla Libia come noto si dovrebbe tenere domenica 19 gennaio. La lista dei partecipanti si è allungata perché a questo punto nessuno intende rimanere fuori dalla definizione dei nuovi assetti in Libia ma anche nel Mar Mediterraneo dove le esplorazioni sui giacimenti di gas sui fondali stanno creando tensioni tra diversi stati rivieraschi.
E l’Italia? Per l'ex potenza coloniale in Libia le ambizioni si intersecano con le difficoltà incontrate, sia per causa propria sia per il “fuoco amico” come quello della Francia.
Il premier Conte, è stato in visita al Cairo confermando che “è arrivato l’invito della cancelliera Merkel” e che la conferenza dovrebbe tenersi come previsto domenica 19 gennaio.
Conte evoca la prospettiva degli “scarponi sul terreno” non escludendo la possibilità di mandare altri soldati italiani anche in Libia. Circa 250 in silenzio, già ce ne sono da un paio d’anni con la scusa di proteggere un ospedale a Misurata. “Ne discuteremo a Berlino – ha precisato – e se ci saranno le premesse l’Italia è disponibile. Ma non manderemo uno solo dei nostri ragazzi se non in un contesto di sicurezza e con un mandato chiaro”.
La Germania che ospiterà la conferenza, attraverso il portavoce della Merkel Steffen Seibert ha fatto sapere che il summit è stato preceduto da un processo in corso da tempo, “la cancelliera e il ministro degli Esteri lavorano da settimane a questo processo internazionale”.
Dal canto suo la Russia propone di “unire gli sforzi” compiuti dagli europei e dai vicini della Libia, nonché quelli di Russia e Turchia, e agire così “in un’unica direzione” per spingere “tutte le parti libiche a raggiungere accordi piuttosto che sistemare le cose militarmente”. Putin e Merkel si sono sentiti al telefono e il presidente russo ha aggiornato la cancelliera tedesca sugli incontri tenutosi a Mosca a cui hanno partecipato i leader delle parti coinvolte nel conflitto libico.
Decostruendo tutto il lavorìo diplomatico di queste settimane e incrociandolo con la situazione militare sul campo, l’ipotesi che sembra prendere corpo, e che sarà il convitato di pietra alla conferenza di Berlino, sembra essere quello della spartizione “de facto” della Libia tra Cirenaica (Haftar) e Tripolitania (Serraj) con il Fezzan (il sud della Libia) destinato a rimanere come adesso: una no man zone, una terra di nessuno, contesa e contendibile.
Fonte
Il generale Khalifa Haftar ieri ha deciso di accettare l’invito a partecipare alla conferenza di Berlino ma aveva lasciato Mosca senza firmare l’accordo di cessate il fuoco con il governo guidato da al-Sarraj. Haftar, dopo aver chiesto una notte di tempo per meditare sul testo dell’accordo, ha affermato, secondo Al Arabiya, che il documento proposto ignora molte richieste dell’esercito nazionale libico.
Il premier del governo di Tripoli Fayez al Sarraj si è recato oggi nuovamente a Istanbul dopo i colloqui a Mosca sul cessate il fuoco in Libia. Sarraj era stato l’ultima volta due giorni fa a Istanbul per un colloquio di 2 ore e mezza con Erdogan. Sarraj,d iversamente da Haftar, ha firmato l’accordo sulla tregua in Libia, mentre Erdogan ha promesso di “infliggere una lezione” al generale Khalifa Haftar qualora dovesse rompere o non accettare la tregua. “Se Haftar continua così, la conferenza di Berlino non avrà senso”, ha detto il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu.
La conferenza di Berlino sulla Libia come noto si dovrebbe tenere domenica 19 gennaio. La lista dei partecipanti si è allungata perché a questo punto nessuno intende rimanere fuori dalla definizione dei nuovi assetti in Libia ma anche nel Mar Mediterraneo dove le esplorazioni sui giacimenti di gas sui fondali stanno creando tensioni tra diversi stati rivieraschi.
E l’Italia? Per l'ex potenza coloniale in Libia le ambizioni si intersecano con le difficoltà incontrate, sia per causa propria sia per il “fuoco amico” come quello della Francia.
Il premier Conte, è stato in visita al Cairo confermando che “è arrivato l’invito della cancelliera Merkel” e che la conferenza dovrebbe tenersi come previsto domenica 19 gennaio.
Conte evoca la prospettiva degli “scarponi sul terreno” non escludendo la possibilità di mandare altri soldati italiani anche in Libia. Circa 250 in silenzio, già ce ne sono da un paio d’anni con la scusa di proteggere un ospedale a Misurata. “Ne discuteremo a Berlino – ha precisato – e se ci saranno le premesse l’Italia è disponibile. Ma non manderemo uno solo dei nostri ragazzi se non in un contesto di sicurezza e con un mandato chiaro”.
La Germania che ospiterà la conferenza, attraverso il portavoce della Merkel Steffen Seibert ha fatto sapere che il summit è stato preceduto da un processo in corso da tempo, “la cancelliera e il ministro degli Esteri lavorano da settimane a questo processo internazionale”.
Dal canto suo la Russia propone di “unire gli sforzi” compiuti dagli europei e dai vicini della Libia, nonché quelli di Russia e Turchia, e agire così “in un’unica direzione” per spingere “tutte le parti libiche a raggiungere accordi piuttosto che sistemare le cose militarmente”. Putin e Merkel si sono sentiti al telefono e il presidente russo ha aggiornato la cancelliera tedesca sugli incontri tenutosi a Mosca a cui hanno partecipato i leader delle parti coinvolte nel conflitto libico.
Decostruendo tutto il lavorìo diplomatico di queste settimane e incrociandolo con la situazione militare sul campo, l’ipotesi che sembra prendere corpo, e che sarà il convitato di pietra alla conferenza di Berlino, sembra essere quello della spartizione “de facto” della Libia tra Cirenaica (Haftar) e Tripolitania (Serraj) con il Fezzan (il sud della Libia) destinato a rimanere come adesso: una no man zone, una terra di nessuno, contesa e contendibile.
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14/01/2020
Haftar non firma il cessate il fuoco, la Ue prepara i militari
Follow the money, quando vuoi capire cosa c’è in ballo al di sotto di mosse altrimenti incomprensibili. Ma segui anche il percorso delle armi, quando il minuetto della diplomazia palesemente non determina più le relazioni tra Paesi o frammenti di questi.
La Libia è esplosa quando quell’ambizioso imbecille di Nicolas Salkozy ha deciso di buttar giù militarmente Muammar Gheddafi per prendere possesso in via privilegiata dei terminali di petrolio e gas fin lì gestiti prevalentemente dall’Eni. Il “geniale” e ricattatissimo Silvio Berlusconi gli andò dietro (contro “gli interessi dell’Italia”), in un’operazione folle che non prevedeva nessun regime change credibile. Destabilizzare un equilibrio – gestito con indubbia “durezza” – in un mosaico di tribù è dar vita a una guerra civile infinita, non certo a una “più avanzata democrazia”.
Da allora è successo di tutto. E siamo arrivati al vertice di Mosca, ieri, in cui il padrone della situazione sul piano militare – il generale Haftar – si è rifiutato di sottoscrivere un cessate il fuoco contrattato tra Vladimir Putin e Reyyip Erdogan, neo sponsor principale del “sindaco di Tripoli”, Al Serraj.
Sui media mainstream si sprecano le interpretazioni interessate, univocamente orientate a dimostrare che “gli altri” (Russia, Turchia, Egitto, Emirati, ecc.) agiscono solo sulla base degli “interessi”, mentre l’Italia e l’Unione Europea avrebbero come faro la “legalità internazionale” e naturalmente “la pace”.
Menzogne.
Da anni la Libia è vista da tutti come un forziere, un tesoro pressoché indifeso ma pericoloso. Sembra una contraddizione, ma non lo è. La libia è indifesa perché lì è stato distrutto lo Stato, con l’abbattimento violento di Gheddafi. È stata con lui annientata l’infrastruttura amministrativa, l’esercito, la polizia, l’autonomia decisionale – ripetiamo – in una società fatta di tribù, dove l’appartenenza si misura su una base simil-familiare estesa.
Ma è anche un posto pericoloso perché ogni tribù ha le sue milizie armate. Certamente in modo insufficiente per ricostruire l’unità del Paese o contrastare un’invasione straniera. Ma abbastanza da rendere la vita degli occupanti molto difficile, se non impossibile.
Haftar è il più forte dei “capi-milizia”, è riuscito a federare di nuovo tribù diverse, ma anche lui dipende per le armi dai rifornimenti stranieri – Egitto e Russia, in primo luogo; ma anche Francia (alla faccia dell’unità europea...) – che dovrà ripagare con contratti di sfruttamento delle risorse energetiche.
Al Serraj è invece solo un fantoccio portato lì dalle truppe Usa ed europee, fatto sbarcare dopo giorni perché nessuno – neanche a Tripoli – era disposto ad accettarlo come “capo”. Lui, ancora più di Haftar, deve ripagare l’appoggio straniero con promessa di contratti di sfruttamento delle stesse risorse.
Peggio. La sua debolezza politica, tribale e militare lo ha condotto a cercare l’appoggio della Turchia, l’unico paese, per il momento, disposto a mandare proprie truppe sul terreno, oltre che a rifornimenti militari.
Un “tradimento” degli sponsor occidentali che ha momentaneamente congelato gli appoggi sia diplomatici che in armi, e che sembra costringere ora l’Unione Europea a un intervento militare vero e proprio: il primo in completa autonomia anche dal tradizionale leader delle avventure militari, gli Stati Uniti.
Sono quasi costretti a farlo perché il “traditore” Al Serraj ha promesso a Erdogan qualcosa che stravolge la “legalità internazionale”, estendendo la propria “sovranità” (concetto ridicolo per un fantoccio che controlla a malapena una città sotto assedio) sulle acque territoriali fino a farle confinare con quelle turche (altrettanto estese arbitrariamente). Il che pesta ovviamente i piedi a mezzo Mediterraneo, a cominciare dai paesi membri dell’Unione Europea che a questo punto chiedono una tutela militare dei propri interessi: Grecia, Cipro, Malta.
Per non parlare dell’Egitto e persino di Israele, che stava procedendo nello stesso senso (espropriando di fatto la fascia costiera di Gaza e “invadendo” la Zee destinata a Cipro).
Come si vede, nulla di quel che viene raccontato sui media mainstream corrisponde a quel che avviene davvero. Solo propaganda per preparare la popolazione al “fatto nuovo”: stiamo entrando in una spirale di guerra estremamente pericolosa, in un paese “alle porte di casa” di cui qualche “geniale” fascioleghista si era occupato solo ai fini di “limitare gli sbarchi” (come del resto il “democratico” Minniti prima di lui).
Per chi vuole seguire nei dettagli the money, a proposito del bubbone libico, consigliamo l’analisi di Guido Salerno Aletta, come sempre chiaro ed efficace.
Guido Salerno Aletta – Milano Finanza
La questione libica investe ormai gli equilibri di tutto il Mediterraneo: non si tratta più solo della instabilità interna, del conflitto tra le fazioni e le tribù e della rivalità tra Italia e Francia, che risale allo “schiaffo di Tunisi” di fine Ottocento; è tutto il contesto geopolitico delle alleanze in corso ad essere cambiato.
Gli Usa si sono ritirati dallo scacchiere, mentre la Russia si è messa comoda al tavolo. La Turchia si sta mettendo in mezzo, non solo in senso politico ma geografico, dacché cerca di creare un vero e proprio asse marittimo che taglia in due il Mediterranei centrale, con ambizioni neo-ottomane.
Non solo Ankara ha proceduto alla formalizzazione di un accordo di assistenza militare con il governo di Tripoli, ma ha manifestato unilateralmente la pretesa di sfruttare le risorse energetiche sottomarine che invece spettano a Cipro e Grecia, con un accordo contestualmente raggiunto con Tripoli sulle rispettive giurisdizioni marittimi. Passando per meridiani, si crea una zona economica esclusiva che congiunge senza soluzione di continuità le coste turche a quelle libiche, in violazione delle Convenzioni internazionali.
La Turchia si attribuisce autonomamente non solo la possibilità di estrazione di gas e petrolio in un’area strategica per più nazioni del Mediterraneo orientale, ma soprattutto un potere decisionale sui gasdotti che attraverseranno quei tratti di mare. Ostacola da subito il passaggio dell’Eastmed, proveniente dai giacimenti israeliani già in produzione, per il quale l’Accordo doveva essere firmato ad Atene il 2 gennaio scorso, alla presenza del premier greco Kyriakos Mitsotakis, di quello israeliano Benjamin Netanyahu e del presidente cipriota Nikos Anastasiades. Successivamente anche l’Italia dovrebbe congiungersi al progetto.
La reazione di Atene all’accordo turco-libico sulla giurisdizione marittima è stata violentissima: l’ambasciatore di Tripoli ad Atene è stato espulso, per quella che il Ministro degli Esteri ellenico ha definito “un’aperta violazione del diritto di navigazione e dei diritti sovrani di Grecia e di altri Paesi”.
Il titolare della Farnesina, Luigi Di Maio, ha stigmatizzato gli accordi, definendoli non legittimi: è inaccettabile che due Stati come la Turchia e il Governo libico decidano quali siano i limiti delle acque territoriali.
Come sempre, l’Unione europea traccheggia: Josep Borrell, Alto Rappresentante per la politica estera, ha detto di aspettarsi “una posizione comune dopo l’analisi del memorandum d’intesa. La priorità principale è l’unità. Non possiamo pensare di essere un attore globale, se non abbiamo posizioni comuni”.
L’Italia si trova a che fare con due questioni nuove, parimenti spinose: da una parte, l’arroganza turca; dall’altra, il voltafaccia del Presidente libico al Serraij, che pure ha solitariamente sostenuto per anni.
Non solo costui ci ha rimproverato di non avergli fornito il supporto militare che ci aveva richiesto per contenere gli attacchi del generale Khalif Haftar, talché alla fine si è dovuto affidare all’aiuto turco, ma addirittura, piccato per la presenza a Roma di quest’ultimo, questa settimana non si è fermato a Roma, di ritorno da Bruxelles, per incontrare il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte che lo aveva invitato.
L’errore non è stato quello protocollare, d’aver ricevuto prima di lui, che è il Presidente legittimo della Libia, il suo rivale ed aggressore Haftar, ma il fatto stesso di averlo invitato nonostante il voltafaccia nei nostri confronti, consumato con il duplice Accordo con Ankara: non ci può più essere equidistanza di fronte ad atteggiamenti così impudenti.
Della intenzione della Turchia di essere protagonista nella soluzione della vicenda libica, ostacolando le pretese di Haftar, c’era stata una chiara avvisaglia già nel corso della Conferenza di Palermo tenutasi a metà novembre del 2018: dopo che Haftar aveva manifestato la sua insoddisfazione lasciando in anticipo i lavori della Conferenza, che infatti si concluse senza giungere ad una dichiarazione finale, anche la delegazione turca decise di abbandonarli “con profondo disappunto” per non essere stata coinvolta alla riunione informale del mattino con al Serraj e Haftar, sottolineando lo sgarbo compiuto da quest’ultimo nei nostri confronti: “Qualcuno all’ultimo minuto ha abusato dell’ospitalità italiana”, affermò il vicepresidente turco, Fuat Oktay, senza però nominare Haftar.
Ed aggiunse: “Non si può pensare di risolvere la crisi in Libia coinvolgendo le persone che l’hanno causata ed escludendo la Turchia. Per questo lasciamo questo incontro profondamente delusi”.
E’ la politica estera italiana ad essere inadatta ai tempi di cambiamento in cui viviamo. Si trastulla, percorrendo tutte le strade possibili, anche se sono contraddittorie e ci portano ad un vicolo cieco.
Il coro che si leva più numeroso è quello di coloro che invocano una soluzione da parte di Bruxelles, a cominciare dal Commissario europeo Paolo Gentiloni e dal Presidente dell’Europarlamento David Sassoli. Il fallimento europeo, nonostante le ripetute sollecitazioni italiane ad affrontare i temi di nostra preoccupazione, è sotto gli occhi di tutti: a partire dal Migration Compact, il non paper che fu presentato da Matteo Renzi nel suo ruolo di Presidente di turno del Consiglio europeo nel 2016, e che dedicava alla stabilizzazione della Libia il paragrafo conclusivo. Nulla si è fatto sulla questione delle quote migranti, nè sulla revisione dell’Accordo di Dublino.
Se le soluzioni politiche europee non arrivano mai, le proposte di azione militare congiunta arrivano quando è ormai troppo tardi: il generale Claudio Graziano, presidente del Comitato militare dell’Unione, in questi giorni ha avanzato l’ipotesi di rivitalizzare la missione Sophia Eunavformed, che fu già messa in campo per garantire la sicurezza marittima europea: “sarebbe importantissima come segnale europeo e come effetto deterrenza”.
Pro domo sua, ha ripreso una posizione già sostenuta a margine della Conferenza di Berlino sulla sicurezza, svoltasi il 26-27 novembre nella capitale tedesca: Sophia è “una risposta europea a una crisi internazionale” Inoltre, grazie all’operazione, “attraverso un comando in Italia che rappresenta l’Europa, è possibile avere rapporti con un paese certamente in grave crisi” come la Libia. Servirebbe innanzitutto per contrastare chi intende violare l’embargo delle armi per e dalla Libia, creando una sorta di “blocco navale”: peccato che ci siano alcuni Paesi, anche europei, che fanno arrivare aiuti militari di straforo e che ora c’è addirittura la Turchia che vanta un accordo formale con il governo di Tripoli.
Abbiamo già visto che cosa è successo al largo di Cipro, quando una nave militare turca ha costretto una piattaforma di prospezione petrolifera italiana ad allontanarsi: prima di mandare le cannoniere, bisogna attivare una serie di contromisure legali, economiche e finanziarie. Solo una azione politica fondata su forti interessi può sostenere successive prove di forza.
E’ parimenti illusorio, da parte italiana, appoggiare il cosiddetto processo di Berlino che dovrebbe approdare ad una Conferenza sulla Libia, che era stata inizialmente prevista per la metà del mese in corso. La Germania, soprattutto dopo l’entrata in scena della Turchia nello scacchiere libico, ha una triplice debolezza negoziale. per via della cospicua colonia di turchi e di tedeschi di recente ascendenza turca che vivono colì, ed a cui lo stesso Presidente Erdogan ha rivolto appelli di solidarietà in qualche occasione; a motivo delle interdipendenze commerciali e finanziarie strettissime; a causa dell’ospitalità offerta dalla Turchia a centinaia di migliaia di profughi non solo siriani, che sono pronti a riprendere la via balcanica per cercare asilo in Germania. Con la Turchia di mezzo, la Germania non ha perso solo la terzietà, ma è sotto ricatto politico.
C’è invece l’occasione per creare un fronte unico mediterraneo per contrastare le iniziative turche, mettendo l’Italia in asse con la Grecia, Cipro, l’Egitto e la Francia, considerando il comune interesse di Israele. E’ il generale Haftar che può trovare ora nell’Italia un punto di riferimento.
D’altra parte, neppure la Russia appare in grado di fare tutto da sola, chiedendo congiuntamente alla Turchia il cessate il fuoco alle parti in conflitto in Libia, con decorrenza da questa prossima domenica, visto che il Presidente Vladimir Putin manovrerebbe entrambi i contendenti: non solo il generale Haftar, che da anni beneficia di aiuti russi, ma indirettamente anche il Presidente al Serraj per il tramite della Turchia, dove ha appena inaugurato quella parte del gasdotto che in passato era stato immaginato come South Stream.
Il diniego che è stato già espresso da Haftar alla richiesta di cessate il fuoco la dice tutta sul fatto che in Libia i giochi sono più aperti che mai: per Haftar, nel nuovo contesto, il sostegno della Russia si palesa insufficiente, al pari di quello ricevuto dalla Francia. D’altra parte, nessun Paese europeo, e di certo non l’Egitto, è disponibile a sostenere una presenza turca così prepotente nel Mediterraneo.
La mossa di al Serraj, per le violazioni del diritto internazionale marittimo che derivano dall’Accordo stretto con Ankara, gli ha fatto perdere quel poco di credibilità che ancora aveva. Per di più, si è alienato il sostegno del nostro governo, che pure in questi ultimi giorni si era prodigato con un incontro recentissimo ad Ankara per aprire un tavolo tecnico con Turchia e Russia, e che neppure aveva firmato le conclusioni dell’incontro tenutosi in Egitto, in quanto critiche verso il governo di Tripoli per via dell’accordo stretto con la Turchia. L’arroganza non paga.
Può essere che stavolta Francia e Italia, da tempo in competizione sulla questione libica, siano costrette a mettersi d’accordo per delineare i nuovi equilibri nel Mediterraneo. D’altra parte, furono loro ad iniziare lo smantellamento dell’Impero Ottomano su queste sponde: prima l’una con la Tunisia, e poi l’altra con la Libia. L’interesse comune è di stabilizzare l’area nel rispetto dei diritti di tutti i popoli, evitando vecchie e nuove prepotenze.
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La Libia è esplosa quando quell’ambizioso imbecille di Nicolas Salkozy ha deciso di buttar giù militarmente Muammar Gheddafi per prendere possesso in via privilegiata dei terminali di petrolio e gas fin lì gestiti prevalentemente dall’Eni. Il “geniale” e ricattatissimo Silvio Berlusconi gli andò dietro (contro “gli interessi dell’Italia”), in un’operazione folle che non prevedeva nessun regime change credibile. Destabilizzare un equilibrio – gestito con indubbia “durezza” – in un mosaico di tribù è dar vita a una guerra civile infinita, non certo a una “più avanzata democrazia”.
Da allora è successo di tutto. E siamo arrivati al vertice di Mosca, ieri, in cui il padrone della situazione sul piano militare – il generale Haftar – si è rifiutato di sottoscrivere un cessate il fuoco contrattato tra Vladimir Putin e Reyyip Erdogan, neo sponsor principale del “sindaco di Tripoli”, Al Serraj.
Sui media mainstream si sprecano le interpretazioni interessate, univocamente orientate a dimostrare che “gli altri” (Russia, Turchia, Egitto, Emirati, ecc.) agiscono solo sulla base degli “interessi”, mentre l’Italia e l’Unione Europea avrebbero come faro la “legalità internazionale” e naturalmente “la pace”.
Menzogne.
Da anni la Libia è vista da tutti come un forziere, un tesoro pressoché indifeso ma pericoloso. Sembra una contraddizione, ma non lo è. La libia è indifesa perché lì è stato distrutto lo Stato, con l’abbattimento violento di Gheddafi. È stata con lui annientata l’infrastruttura amministrativa, l’esercito, la polizia, l’autonomia decisionale – ripetiamo – in una società fatta di tribù, dove l’appartenenza si misura su una base simil-familiare estesa.
Ma è anche un posto pericoloso perché ogni tribù ha le sue milizie armate. Certamente in modo insufficiente per ricostruire l’unità del Paese o contrastare un’invasione straniera. Ma abbastanza da rendere la vita degli occupanti molto difficile, se non impossibile.
Haftar è il più forte dei “capi-milizia”, è riuscito a federare di nuovo tribù diverse, ma anche lui dipende per le armi dai rifornimenti stranieri – Egitto e Russia, in primo luogo; ma anche Francia (alla faccia dell’unità europea...) – che dovrà ripagare con contratti di sfruttamento delle risorse energetiche.
Al Serraj è invece solo un fantoccio portato lì dalle truppe Usa ed europee, fatto sbarcare dopo giorni perché nessuno – neanche a Tripoli – era disposto ad accettarlo come “capo”. Lui, ancora più di Haftar, deve ripagare l’appoggio straniero con promessa di contratti di sfruttamento delle stesse risorse.
Peggio. La sua debolezza politica, tribale e militare lo ha condotto a cercare l’appoggio della Turchia, l’unico paese, per il momento, disposto a mandare proprie truppe sul terreno, oltre che a rifornimenti militari.
Un “tradimento” degli sponsor occidentali che ha momentaneamente congelato gli appoggi sia diplomatici che in armi, e che sembra costringere ora l’Unione Europea a un intervento militare vero e proprio: il primo in completa autonomia anche dal tradizionale leader delle avventure militari, gli Stati Uniti.
Sono quasi costretti a farlo perché il “traditore” Al Serraj ha promesso a Erdogan qualcosa che stravolge la “legalità internazionale”, estendendo la propria “sovranità” (concetto ridicolo per un fantoccio che controlla a malapena una città sotto assedio) sulle acque territoriali fino a farle confinare con quelle turche (altrettanto estese arbitrariamente). Il che pesta ovviamente i piedi a mezzo Mediterraneo, a cominciare dai paesi membri dell’Unione Europea che a questo punto chiedono una tutela militare dei propri interessi: Grecia, Cipro, Malta.
Per non parlare dell’Egitto e persino di Israele, che stava procedendo nello stesso senso (espropriando di fatto la fascia costiera di Gaza e “invadendo” la Zee destinata a Cipro).
Come si vede, nulla di quel che viene raccontato sui media mainstream corrisponde a quel che avviene davvero. Solo propaganda per preparare la popolazione al “fatto nuovo”: stiamo entrando in una spirale di guerra estremamente pericolosa, in un paese “alle porte di casa” di cui qualche “geniale” fascioleghista si era occupato solo ai fini di “limitare gli sbarchi” (come del resto il “democratico” Minniti prima di lui).
Per chi vuole seguire nei dettagli the money, a proposito del bubbone libico, consigliamo l’analisi di Guido Salerno Aletta, come sempre chiaro ed efficace.
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La questione della Libia è esplosa
Guido Salerno Aletta – Milano Finanza
La questione libica investe ormai gli equilibri di tutto il Mediterraneo: non si tratta più solo della instabilità interna, del conflitto tra le fazioni e le tribù e della rivalità tra Italia e Francia, che risale allo “schiaffo di Tunisi” di fine Ottocento; è tutto il contesto geopolitico delle alleanze in corso ad essere cambiato.
Gli Usa si sono ritirati dallo scacchiere, mentre la Russia si è messa comoda al tavolo. La Turchia si sta mettendo in mezzo, non solo in senso politico ma geografico, dacché cerca di creare un vero e proprio asse marittimo che taglia in due il Mediterranei centrale, con ambizioni neo-ottomane.
Non solo Ankara ha proceduto alla formalizzazione di un accordo di assistenza militare con il governo di Tripoli, ma ha manifestato unilateralmente la pretesa di sfruttare le risorse energetiche sottomarine che invece spettano a Cipro e Grecia, con un accordo contestualmente raggiunto con Tripoli sulle rispettive giurisdizioni marittimi. Passando per meridiani, si crea una zona economica esclusiva che congiunge senza soluzione di continuità le coste turche a quelle libiche, in violazione delle Convenzioni internazionali.
La Turchia si attribuisce autonomamente non solo la possibilità di estrazione di gas e petrolio in un’area strategica per più nazioni del Mediterraneo orientale, ma soprattutto un potere decisionale sui gasdotti che attraverseranno quei tratti di mare. Ostacola da subito il passaggio dell’Eastmed, proveniente dai giacimenti israeliani già in produzione, per il quale l’Accordo doveva essere firmato ad Atene il 2 gennaio scorso, alla presenza del premier greco Kyriakos Mitsotakis, di quello israeliano Benjamin Netanyahu e del presidente cipriota Nikos Anastasiades. Successivamente anche l’Italia dovrebbe congiungersi al progetto.
La reazione di Atene all’accordo turco-libico sulla giurisdizione marittima è stata violentissima: l’ambasciatore di Tripoli ad Atene è stato espulso, per quella che il Ministro degli Esteri ellenico ha definito “un’aperta violazione del diritto di navigazione e dei diritti sovrani di Grecia e di altri Paesi”.
Il titolare della Farnesina, Luigi Di Maio, ha stigmatizzato gli accordi, definendoli non legittimi: è inaccettabile che due Stati come la Turchia e il Governo libico decidano quali siano i limiti delle acque territoriali.
Come sempre, l’Unione europea traccheggia: Josep Borrell, Alto Rappresentante per la politica estera, ha detto di aspettarsi “una posizione comune dopo l’analisi del memorandum d’intesa. La priorità principale è l’unità. Non possiamo pensare di essere un attore globale, se non abbiamo posizioni comuni”.
L’Italia si trova a che fare con due questioni nuove, parimenti spinose: da una parte, l’arroganza turca; dall’altra, il voltafaccia del Presidente libico al Serraij, che pure ha solitariamente sostenuto per anni.
Non solo costui ci ha rimproverato di non avergli fornito il supporto militare che ci aveva richiesto per contenere gli attacchi del generale Khalif Haftar, talché alla fine si è dovuto affidare all’aiuto turco, ma addirittura, piccato per la presenza a Roma di quest’ultimo, questa settimana non si è fermato a Roma, di ritorno da Bruxelles, per incontrare il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte che lo aveva invitato.
L’errore non è stato quello protocollare, d’aver ricevuto prima di lui, che è il Presidente legittimo della Libia, il suo rivale ed aggressore Haftar, ma il fatto stesso di averlo invitato nonostante il voltafaccia nei nostri confronti, consumato con il duplice Accordo con Ankara: non ci può più essere equidistanza di fronte ad atteggiamenti così impudenti.
Della intenzione della Turchia di essere protagonista nella soluzione della vicenda libica, ostacolando le pretese di Haftar, c’era stata una chiara avvisaglia già nel corso della Conferenza di Palermo tenutasi a metà novembre del 2018: dopo che Haftar aveva manifestato la sua insoddisfazione lasciando in anticipo i lavori della Conferenza, che infatti si concluse senza giungere ad una dichiarazione finale, anche la delegazione turca decise di abbandonarli “con profondo disappunto” per non essere stata coinvolta alla riunione informale del mattino con al Serraj e Haftar, sottolineando lo sgarbo compiuto da quest’ultimo nei nostri confronti: “Qualcuno all’ultimo minuto ha abusato dell’ospitalità italiana”, affermò il vicepresidente turco, Fuat Oktay, senza però nominare Haftar.
Ed aggiunse: “Non si può pensare di risolvere la crisi in Libia coinvolgendo le persone che l’hanno causata ed escludendo la Turchia. Per questo lasciamo questo incontro profondamente delusi”.
E’ la politica estera italiana ad essere inadatta ai tempi di cambiamento in cui viviamo. Si trastulla, percorrendo tutte le strade possibili, anche se sono contraddittorie e ci portano ad un vicolo cieco.
Il coro che si leva più numeroso è quello di coloro che invocano una soluzione da parte di Bruxelles, a cominciare dal Commissario europeo Paolo Gentiloni e dal Presidente dell’Europarlamento David Sassoli. Il fallimento europeo, nonostante le ripetute sollecitazioni italiane ad affrontare i temi di nostra preoccupazione, è sotto gli occhi di tutti: a partire dal Migration Compact, il non paper che fu presentato da Matteo Renzi nel suo ruolo di Presidente di turno del Consiglio europeo nel 2016, e che dedicava alla stabilizzazione della Libia il paragrafo conclusivo. Nulla si è fatto sulla questione delle quote migranti, nè sulla revisione dell’Accordo di Dublino.
Se le soluzioni politiche europee non arrivano mai, le proposte di azione militare congiunta arrivano quando è ormai troppo tardi: il generale Claudio Graziano, presidente del Comitato militare dell’Unione, in questi giorni ha avanzato l’ipotesi di rivitalizzare la missione Sophia Eunavformed, che fu già messa in campo per garantire la sicurezza marittima europea: “sarebbe importantissima come segnale europeo e come effetto deterrenza”.
Pro domo sua, ha ripreso una posizione già sostenuta a margine della Conferenza di Berlino sulla sicurezza, svoltasi il 26-27 novembre nella capitale tedesca: Sophia è “una risposta europea a una crisi internazionale” Inoltre, grazie all’operazione, “attraverso un comando in Italia che rappresenta l’Europa, è possibile avere rapporti con un paese certamente in grave crisi” come la Libia. Servirebbe innanzitutto per contrastare chi intende violare l’embargo delle armi per e dalla Libia, creando una sorta di “blocco navale”: peccato che ci siano alcuni Paesi, anche europei, che fanno arrivare aiuti militari di straforo e che ora c’è addirittura la Turchia che vanta un accordo formale con il governo di Tripoli.
Abbiamo già visto che cosa è successo al largo di Cipro, quando una nave militare turca ha costretto una piattaforma di prospezione petrolifera italiana ad allontanarsi: prima di mandare le cannoniere, bisogna attivare una serie di contromisure legali, economiche e finanziarie. Solo una azione politica fondata su forti interessi può sostenere successive prove di forza.
E’ parimenti illusorio, da parte italiana, appoggiare il cosiddetto processo di Berlino che dovrebbe approdare ad una Conferenza sulla Libia, che era stata inizialmente prevista per la metà del mese in corso. La Germania, soprattutto dopo l’entrata in scena della Turchia nello scacchiere libico, ha una triplice debolezza negoziale. per via della cospicua colonia di turchi e di tedeschi di recente ascendenza turca che vivono colì, ed a cui lo stesso Presidente Erdogan ha rivolto appelli di solidarietà in qualche occasione; a motivo delle interdipendenze commerciali e finanziarie strettissime; a causa dell’ospitalità offerta dalla Turchia a centinaia di migliaia di profughi non solo siriani, che sono pronti a riprendere la via balcanica per cercare asilo in Germania. Con la Turchia di mezzo, la Germania non ha perso solo la terzietà, ma è sotto ricatto politico.
C’è invece l’occasione per creare un fronte unico mediterraneo per contrastare le iniziative turche, mettendo l’Italia in asse con la Grecia, Cipro, l’Egitto e la Francia, considerando il comune interesse di Israele. E’ il generale Haftar che può trovare ora nell’Italia un punto di riferimento.
D’altra parte, neppure la Russia appare in grado di fare tutto da sola, chiedendo congiuntamente alla Turchia il cessate il fuoco alle parti in conflitto in Libia, con decorrenza da questa prossima domenica, visto che il Presidente Vladimir Putin manovrerebbe entrambi i contendenti: non solo il generale Haftar, che da anni beneficia di aiuti russi, ma indirettamente anche il Presidente al Serraj per il tramite della Turchia, dove ha appena inaugurato quella parte del gasdotto che in passato era stato immaginato come South Stream.
Il diniego che è stato già espresso da Haftar alla richiesta di cessate il fuoco la dice tutta sul fatto che in Libia i giochi sono più aperti che mai: per Haftar, nel nuovo contesto, il sostegno della Russia si palesa insufficiente, al pari di quello ricevuto dalla Francia. D’altra parte, nessun Paese europeo, e di certo non l’Egitto, è disponibile a sostenere una presenza turca così prepotente nel Mediterraneo.
La mossa di al Serraj, per le violazioni del diritto internazionale marittimo che derivano dall’Accordo stretto con Ankara, gli ha fatto perdere quel poco di credibilità che ancora aveva. Per di più, si è alienato il sostegno del nostro governo, che pure in questi ultimi giorni si era prodigato con un incontro recentissimo ad Ankara per aprire un tavolo tecnico con Turchia e Russia, e che neppure aveva firmato le conclusioni dell’incontro tenutosi in Egitto, in quanto critiche verso il governo di Tripoli per via dell’accordo stretto con la Turchia. L’arroganza non paga.
Può essere che stavolta Francia e Italia, da tempo in competizione sulla questione libica, siano costrette a mettersi d’accordo per delineare i nuovi equilibri nel Mediterraneo. D’altra parte, furono loro ad iniziare lo smantellamento dell’Impero Ottomano su queste sponde: prima l’una con la Tunisia, e poi l’altra con la Libia. L’interesse comune è di stabilizzare l’area nel rispetto dei diritti di tutti i popoli, evitando vecchie e nuove prepotenze.
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