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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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31/08/2023

Libia - La “furbata” con Israele colpo di grazia per il governo di Tripoli?

Le manifestazioni di protesta in Libia per l’incontro segreto avvenuto la scorsa settimana a Roma tra i ministri degli Esteri di Libia e Israele, sono arrivate fino all’assalto alla residenza dell’attuale premier Dabaiba e potrebbero avere pesanti conseguenze sulla stabilità del Governo di unità nazionale della Libia “riconosciuto” dalla comunità internazionale.

La ministra degli Esteri libica è fuggita a Londra, dopo aver lasciato il Paese a bordo di un jet privato.

Le proteste anti-governative e anti-israeliane si sono svolte sia nella capitale Tripoli che in altre città libiche come Zawiya e Misurata, sede di potenti milizie che non solo rifiutano ogni normalizzazione con Israele, ma adesso chiedono anche le dimissioni del premier “ad interim”, Abdulhamid Dabaiba.

Fonti libiche indicano che l’incontro informale tra Mangoush e Cohen era stato autorizzato dal capo dell’esecutivo, che ieri si è affrettato a visitare l’ambasciata palestinese a Tripoli, annunciando la rimozione di Mangoush dall’incarico e ribadendo un secco “no” a ogni tentativo di instaurare relazioni con Israele, ma potrebbe essere una mossa tardiva.

La Camera dei rappresentanti libica – da tempo in rotta con il premier Dabaiba – ha raccomandato che il Comitato 6+6 per redigere le “regole” per andare alle auspicate elezioni (forse nel 2024) non permetta a chi abbia avuto contatti con Israele di candidarsi alle elezioni.

Pochi giorni fa, il governo libico di Tripoli riconosciuto dalle Nazioni Unite aveva subito un duro colpo dagli Stati Uniti, che per la prima volta avevano sostenuto l’idea di insediare un nuovo governo tecnico per traghettare il Paese alle elezioni, scaricando di fatto Dabaiba.

Intanto a est della Libia l’Esercito nazionale libico (Lna) del generale Khalifa Haftar ha rafforzato i rapporti con Mosca grazie alla visita a Bengasi del viceministro russo Yunus-Bek Yevkurov.

Sul campo la Brigata Tariq bin Ziyad di Saddam Haftar, figlio dell’uomo forte della Cirenaica, ha lanciato un’operazione militare di terra e aerea contro i gruppi dell’opposizione ciadiana e le milizie delle tribù Tebu nel Fezzan, la regione meridionale libica ricca di petrolio e miniere d’oro al confine con Ciad e Niger.

È la conferma che la Libia rimane un paese instabile, teatro di scontri e divisioni tra coalizioni politiche e militari rivali, di fatto senza un governo eletto ma solo “riconosciuto” e legittimato dall’estero ma inconsistente all’interno del paese.

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28/08/2023

Incontro a Roma tra ministri degli esteri di Libia e Israele. “Blitz” pianificato da Tajani?

Ha sollevato un polverone diplomatico l’incontro che, si è saputo solo ieri, hanno avuto a Roma il ministro degli Esteri di Israele, Eli Cohen, e Najla Mangoush, l’omologa del Governo di unità nazionale della Libia (riconosciuto a livello internazionale), il primo ufficiale tra i responsabili della diplomazia dello Stato ebraico e del Paese arabo nordafricano.

Israele attraverso il suo ministero degli esteri riferisce con risalto del colloquio, lasciando intendere che si tratta di un passo verso la possibile normalizzazione dei rapporti con la Libia e, più in generale, con il mondo arabo. Ciò mentre prosegue l’occupazione militare dei Territori palestinesi, la questione che frena da anni la normalizzazione tra Israele e i Paesi arabi, con l’eccezione della firma nel 2020 degli Accordi di Abramo che hanno visto lo Stato ebraico allacciare rapporti con Emirati, Bahrain, Marocco e Sudan.

A Tripoli però si definisce “casuale e non preparato” l’incontro a Roma al quale ha partecipato il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani. Anzi, secondo un’ipotesi che circola, la riunione sarebbe stata frutto di un “blitz” pensato e realizzato proprio da Tajani, desideroso di “accelerare” la normalizzazione dei rapporti degli alleati israeliani con i Paesi arabi. La Libia in un comunicato spiega che si è trattato di un incontro nel quale non ci sarebbero state “discussioni, accordi o consultazioni”. E Manghoush, da parte sua, avrebbe rifiutato la possibilità di una normalizzazione “con l’entità sionista (Israele)” ribadendo il sostegno della Libia alla causa palestinese e a “Gerusalemme come capitale eterna della Palestina”.

La notizia dell’incontro in Italia ha suscitato immediate proteste a Tripoli dove, ieri sera, alcuni manifestanti hanno assaltato il ministero degli Esteri. E questa mattina, prima dell’alba, centinaia di manifestanti hanno dato fuoco o tentato di farlo, non è ancora ben chiaro, alla residenza del premier Abdulhamid Dabaiba. Oggi l’altro parlamento libico, quello di Tobruk, nell’est della Libia, si riunirà d’emergenza per discutere di ciò che definisce “un crimine contro il popolo libico”.

Di fronte alle proteste, la ministra Mangoush sarebbe partita qualche ora fa su di un jet privato per dirigersi in Turchia, dopo essere stata sospesa dal primo ministro il quale ha anche formato una commissione d’inchiesta che dovrà riferire sull’incontro a Roma. L’incarico ad interim di ministro degli Esteri è stato assegnato a Fattehalla Elzini.

È difficile, tuttavia, credere che Mangoush abbia accettato di parlare a Cohen senza chiedere l’autorizzazione del suo governo. Non pochi credono che l’incontro a Roma dovesse restare segreto e che sarebbe stato il governo Netanyahu a far trapelare la notizia, non resistendo alla tentazione di “far sapere” che Israele ha avviato contatti con un altro Paese arabo, oltre a quelli che ha in corso con l’Arabia Saudita per una possibile normalizzazione dei rapporti. La stampa israeliana riferisce che Cohen ha definito l’incontro “storico” e un “primo passo” verso l’apertura di relazioni tra i paesi. Cohen, aggiungono i giornali israeliani, avrebbe discusso con l’omologa libica di tutela dei siti ebraici in Libia, di progetti nell’agricoltura e per le riserve idriche e dell’invio di aiuti umanitari israeliani.

Al di là delle rivelazioni della stampa, in passato si è parlato in diverse occasioni di contatti tra il figlio di Gheddafi, Saif al Islam, e funzionari israeliani. Nel gennaio del 2022, sarebbe avvenuto un incontro all’aeroporto di Tel Aviv tra funzionari del governo libico non riconosciuto che fa capo al generale Khalifa Haftar. E sono girate voci di un meeting segreto in Giordania tra il premier Abdulhamid Dabaiba e rappresentanti israeliani.

L’accaduto potrebbe interrompere la carriera politica di Najla Mangoush, la prima donna a ricoprire il ruolo di ministro degli Esteri della Libia. Originaria di Bengasi, Mangoush è una avvocata e docente universitaria e ha ottenuto riconoscimenti accademici internazionali. Vanta inoltre un dottorato in gestione dei conflitti e della pace presso la George Mason University.

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27/08/2023

Libia - La situazione sul terreno torna a complicarsi

Le milizie dell’Esercito Nazionale Libico (LNA) del generale Khalifa Haftar ha lanciato giovedi degli attacchi aerei contro “gruppi armati stranieri al confine tra Libia e Ciad. In precedenza, le forze della Cirenaica avevano annunciato l’inizio di “un’ampia operazione militare, di terra e aerea, al confine libico-ciadiano”.

“Non permetteremo che il nostro Paese sia una base d’appoggio per qualsiasi gruppo o formazione armata che rappresenti una minaccia per i nostri vicini o lanci qualsiasi azione illegale”, ha dichiarato il portavoce del LNA Al Mismari, sottolineando che verrà preservato “il principio di non ingerenza negli affari interni dei paesi amici, fraterni e vicini e nei loro problemi politici”. L’operazione militare “via terra e via aerea non si fermerà finché non saranno raggiunti gli obiettivi fissati dal Comando generale”, ha detto il portavoce.

La ben informata agenzia Nova riferisce che giovedì 24 agosto, la Brigata Tariq bin Ziyad, guidata da Saddam Haftar, il figlio del generale Haftar, si era scontrata con alcuni gruppi armati nella città di Umm al Aranib, 250 chilometri a sud-est di Sebha, principale città della regione sud-occidentale libica del Fezzan.

La zona di confine tra Libia e Ciad è da qualche tempo teatro di rinnovate tensioni dopo che l’esercito ciadiano ha preso di mira, pochi giorni fa, il Fronte per l’alternanza e la concordia in Ciad (Fact), organizzazione paramilitare e politica di opposizione al governo militare del Ciad molto legato alla Francia e agli Stati Uniti. Nel paese ci sono migliaia di militari delle due potenze occidentali.

La situazione al confine tra Libia e Ciad si è fatta talmente tesa e confusa che l’ambasciata di Francia a Tripoli ha sentito il dovere di “smentire le false informazioni diffuse da alcuni organi di stampa e sui social network sul coinvolgimento francese nelle operazioni militari in Libia”.

Qualsiasi escalation della situazione in Niger avrà un impatto negativo sul territorio libico e sulla sicurezza della Libia. Lo ha detto Ahmed al Mismari, portavoce dell’autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna) comandato dal generale Khalifa Haftar, parlando ieri sera ai media libici e ripresi dall’agenzia Nova. “L’operazione militare che abbiamo lanciato prende di mira la regione sud-occidentale vicino ai confini con il Ciad e il Niger”, ha spiegato al Mismari, riferendosi all’avvio di una campagna di terra e aerea contro i gruppi dell’opposizione ciadiana nella regione sud-occidentale libica del Fezzan. “Questo territorio è stato testimone negli ultimi tempi dell’arrivo illegale di molte famiglie ciadiane, che hanno costituto una testa di ponte per l’immigrazione irregolare”, ha aggiunto il portavoce. La regione meridionale della Libia, a detta di Al Mismari, “è diventata un rifugio per criminali e terroristi in fuga attraverso le frontiere terrestri dei Paesi vicini”. Da parte loro, i rappresentanti dei Tebu, tribù di ceppo etiope presente nella Libia meridionale ma anche in Niger e Ciad, hanno accusato le forze di Haftar di “pulizia etnica” tramite l’insediamento, al loro posto, dei clan arabi con il pretesto di combattere i ribelli armati ciadiani.

La fortissima instabilità della zona di confine tra Libia e Ciad, soprattutto nel Fezzan, si accompagna alla secessione de facto della Libia in due entità diverse e contrapposte.

“La Libia oggi ha due governi, uno a est e uno a ovest. Se continua così, la Libia potrebbe andare verso una divisione a lungo termine perdendo la sua sovranità e integrità territoriale. Il popolo libico è molto preoccupato per questo, vuole che il Paese rimanga una nazione unita”, ha dichiarato il rappresentante speciale dell’Onu Abdoulaye Bathily.

La ex Jamahiriya libica edificata da Muammar Gheddafi, brutalmente ucciso nel colpo di stato del 2011, è sostanzialmente divisa in due coalizioni politiche e militari rivali: da una parte il Governo di unità nazionale con sede a Tripoli del premier Abdulhamid Dabaiba, riconosciuto dalla comunità internazionale e appoggiato soprattutto dalla Turchia; dall’altra il Governo di stabilità nazionale, di fatto un esecutivo parallelo basato in Cirenaica e sostenuto dall’Egitto, in cui l’uomo forte è il generale Khalifa Haftar. Per uscire dallo stallo politico, l’inviato dell’Onu aveva lanciato, il 27 febbraio scorso, un piano per redigere gli emendamenti costituzionali e le leggi elettorali necessarie per tenere elezioni “libere, inclusive e trasparenti” entro il 2023. Tuttavia, il termine ultimo proposto da Bathily per preparare la tabella di marcia è scaduto il 15 giugno e lo stesso inviato ha detto che lo “status quo” non è più tollerabile

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29/03/2021

Libia - Tangenti, segreti, torture, mafia politica, faide e patti indicibili

di Nello Scavo - L'Avvenire

Tangenti per far nominare il nuovo presidente. Faide tra milizie e accordi indicibili con governi esteri. Il flop dell’embargo sulle armi. Le violazioni dei diritti umani, i campi di tortura istituzionalizzati. Il contrabbando di petrolio, armi, droga ed esseri umani, da maneggiare come pedine nella partita per il potere interno, spaventando i governi europei disposti a fare arrivare un fiume di soldi pur di millantare d’essere riusciti a fermare gli scafisti. E poi i rimproveri per il memorandum d’intesa tra Roma e Tripoli.

La Libia raccontata nelle 548 pagine dell’ultimo rapporto degli ispettori delle Nazioni Unite è uno Stato a pezzi, sfasciato sotto la spinta di potenze esterne, cannibalizzato dalle mafie che possono contare su referenti politici interni e padrini nei palazzi presidenziali all’estero.

Nel dossier, che riassume le investigazioni dell’ultimo anno, ci sono omissis e molti fronti lasciati aperti. I tentativi di ricomposizione tra fazioni non sono facili, e forse anche per non scoraggiare un certo ritrovato attivismo della comunità internazionale il documento si tiene alla larga da previsioni catastrofiche. Ma non vuol dire scambiare la speranza con l’ottimismo.

Prendiamo i campi di prigionia, nei quali avvengono “tortura, violenza sessuale e di genere, lavoro forzato e uccisioni”. I vertici delle Forze armate di Tripoli hanno spiegato all’Onu che quelle galere “sono una necessità della politica migratoria degli stati membri dell'Unione Europea”. Cominciamo dalla fine. Dal recente negoziato per la nomina del governo unitario di transizione che dovrebbe condurre il Paese fino alle elezioni del 24 dicembre.

Scrivono gli ispettori: “Durante il round iniziale del Forum di dialogo politico libico facilitato dalle Nazioni Unite, tenutosi all’inizio di novembre 2020, il gruppo (di esperti Onu, ndr) ha stabilito che ad almeno tre partecipanti sono state offerte tangenti per votare un candidato specifico come primo ministro”.

A quanto se ne sa, “i partecipanti al forum coinvolti nell’episodio sono stati categorici nel loro rifiuto delle tangenti”, segnalate all’ufficio del procuratore generale libico, “che ha ricevuto denunce da membri del Forum e gruppi della società civile sulla questione”.

Sullo sfondo il conflitto che non è ancora cronaca del passato. “I gruppi terroristici – si legge – sono rimasti attivi in ​​Libia, anche se con attività ridotte. I loro atti di violenza continuano ad avere un effetto dirompente sulla stabilità e sulla sicurezza del Paese”.

Di armi, del resto, non ne mancano. L’embargo del 2011 “che obbligava gli Stati membri delle Nazioni Unite a impedire la fornitura diretta o indiretta alla Libia rimane totalmente inefficace”. Non bastasse, “l’attuazione delle misure di congelamento dei beni e di divieto di viaggio per le persone indicate dall’Onu rimane inefficace”, ha aggiunto il gruppo di esperti riferendosi anche a trafficanti di uomini e petrolio che hanno spostato capitali e patrimoni fuori dal Paese.

Per comprendere in che modo i drammi dei migranti prigionieri influiscano sulle dispute interne e nelle relazioni internazionali, il “panel of experts” menziona una serie di passaggi. “Nel febbraio 2020 è stato rinnovato per tre anni il memorandum d’intesa Libia-Italia sulla migrazione”. L’accordo, i cui dettagli operativi non sono mai stati resi noti dai governi italiani, “prevede il supporto italiano alle autorità marittime libiche per intercettare le imbarcazioni e riportare i migranti in Libia. Nel luglio 2020 il parlamento italiano ha approvato la componente finanziaria dell’accordo”.

Un mese dopo il rinnovo del memorandum, nel marzo 2020, “l’Ue ha deciso di porre fine a un’operazione contro il contrabbando di migranti che coinvolgeva principalmente aerei di sorveglianza, nota come Operazione Sophia, e di schierare navi militari con il compito principale di sostenere l’embargo sulle armi delle Nazioni Unite, sotto il nome di Operazione Irini”.

Il risultato è stato quello di fare il solletico agli scafisti, sottrarre il Mediterraneo centrale al prevalente controllo navale italiano, e non riuscire neanche a ostacolare la consegna di armi da guerra al generale Haftar in Cirenaica e al governo centrale di Tripoli.

Nel giugno 2020 la Libia ha firmato con Malta un accordo “nel settore della lotta all’immigrazione clandestina con il quale Malta si è impegnata a finanziare due centri di coordinamento e a proporre alla Commissione europea e agli Stati membri dell’Europa l’aumento del sostegno finanziario per aiutare il governo di accordo nazionale, in particolare, nel rendere sicuri i confini meridionali della Libia e nel rafforzare le capacità di intercettazione dei migranti”. Nessun riferimento alla protezione dei diritti umani.

Nel corso dei colloqui con gli ispettori il ministro dell’Interno Fathi Bashaga, riconfermato anche nel nuovo esecutivo, “ha sottolineato che meno dello 0,5% di tutti i migranti in Libia sono detenuti in centri di detenzione (vale a dire, circa 2.000 dei 574.146 migranti presenti in Libia a novembre 2020). La stragrande maggioranza era tenuta in strutture non ufficiali in condizioni di vita degradanti”.

Tra le strutture ufficiali, che dunque ricevono sostegno dal governo centrale attraverso vari progetti di finanziamento dall’Italia e dall’Ue, il luogo peggiore resta Zawyah, il centro petrolifero sulla costa, lungo la strada tra Tripoli e il confine con la Tunisia. Il campo di prigionia si chiama “Al-Nasr”, dal nome della milizia che lo gestisce da un decennio.

“Il panel ha scoperto che il suo direttore de facto, Osama al-Kuni Ibrahim (nella foto sotto, ndr), ha commesso diverse violazioni del diritto internazionale umanitario e del diritto internazionale dei diritti umani”. Si tratta di un nome noto ai lettori di Avvenire. Nel settembre del 2019 per la prima volta abbiamo pubblicato le sue foto e ricostruita la sua storia, legata a doppio filo con il comandante “Bija” e i capi della potente milizia, i fratelli Kashlaf.

Negli ultimi mesi la milizia ha subito per mano del ministro dell’Interno Bashaga quello che sembra un avvertimento, con l’arresto nell’ottobre scorso dello stesso Bija “accusato di traffico di esseri umani e contrabbando di carburante”. Tuttavia, viene precisato, Bija si trova in “detenzione provvisoria”.

Curiosamente, le autorità non hanno fornito agli ispettori “dettagli sull’indagine riguardo le finanze e le proprietà” riconducibili a Bija. In ogni caso “le circostanze del suo arresto nell’ottobre 2020 dimostrano gli interessi contrastanti all’interno dei servizi di sicurezza del governo di accordo nazionale, a scapito dell’applicazione della legge”.

In altre parole al-Milad ha potuto godere di protezioni interne e internazionali e, al momento, anche la sua posizione giudiziaria non è delineata, tanto da definire “provvisorio” lo stato di detenzione.

A Zawyah i migranti prigionieri “hanno raccontato di atti di rapimento a scopo di riscatto, tortura, violenza sessuale e di genere, lavoro forzato e uccisioni. Il centro è ancora in funzione, nonostante le dichiarazioni che regolarmente ne annunciano la chiusura”.

Nel report viene tracciata una mappa delle “rete di Zawyah” e dei molteplici interessi del clan al-Nasr. “La brigata al-Nasr, guidata da Mohammed Al Amin Al-Arabi Kashlaf, mantiene il controllo del complesso petrolifero di Zawiyah. Fino alla sua detenzione, Abd Al-Rahman al-Milad (Bija) era il capo de facto del distaccamento della Guardia costiera libica presso il complesso petrolifero”.

Alcune nuove e più piccole bande di contrabbandieri hanno cercato di inserirsi nel business, “aumentando le tensioni con i gruppi preesistenti”. Con scarsi risultati: “La rete Zawiyah – riassume il report – ha esercitato grandi sforzi per mantenere lo status quo in città e mantiene il suo ruolo centrale e preminente nel contrabbando di carburante”.

Contrabbandieri e trafficanti possono ancora vantare un credito nei confronti del governo centrale. Durante l’aggressione del generale Haftar, la coalizione di milizie e forze armate che sosteneva il governo centrale di Tripoli (Gna), “i contrabbandieri sono diventati molto visibili nel corso della controffensiva. Il 13 aprile 2020, un video online mostrava al-Milad (Bija) unirsi all’operazione del Gna a Sabratha”, come mostra l’immagine qui sotto: l’uomo in alto cerchiato in rosso è proprio Bija durante i giorni della battaglia a sostegno del governo centrale di Tripoli.

Il 15 aprile 2020 un altro boss, al-Fitouri, “ne ha seguito l’esempio ed è apparso in un video online in cui ha dichiarato la sua cooperazione con il Gna”.

Molte immagini di uno dei fratelli Kashlaf  “sono circolate online mostrandolo presumibilmente a Sabratha o a Surman”, a riprova della “illegalità dilagante che ha avuto luogo intorno alla metà di aprile come parte dell’operazione del Gna”.

Le esportazioni illecite di petrolio sono in calo, ma a causa del Covid. Al contrario non diminuiscono le operazioni dei trafficanti di esseri umani. Che i campi di prigionia ufficiali siano ingestibili anche a causa del sovraffollamento lo ha ammesso anche il colonnello Abdallah Toumia capo della guardia costiera di Tripoli: “Ha affermato al panel che a causa del sovraffollamento dei centri di detenzione, la Guardia costiera libica è stata talvolta costretta a lasciarle andare i migranti”.

Un “rilascio” che non ha nulla a che fare con la “liberazione”. Poiché in queste circostanze, appena fuori dai porti di sbarco, i trafficanti attendono i migranti “rilasciati” per catturarli e condurli nelle prigioni clandestine. Ma a chi gli chiede il perché le gattabuie per stranieri non siano ancora state chiuse, il colonnello Mabrouk Abdelhafid, capo del Direttorato anti-immigrazione illegale, risponde “collegando la necessità dei centri di detenzione alla politica migratoria degli Stati membri dell’Unione Europea, sottolineando che il 99% dei migranti presenti nei centri di detenzione erano stati intercettati in mare e consegnati dalla Guardia Costiera libica. Mentre ha respinto l’idea di chiudere tutti i centri di detenzione, ha presentato al panel una politica di riorganizzazione, che avrebbe dovuto interrompere le reti di contrabbando e consentire un migliore controllo da parte della Direzione”.

A scaricare le responsabilità ancora una volta sui Paesi europei è proprio l’uomo forte del nuovo governo, il ministro dell’Interno Fathi Bashagha, che ha mantenuto l’incarico nell’esecutivo di transizione dopo essere uscito perdente nella corsa presidenziale.

Incontrando il “panel” delle Nazioni Unite è stato categorico “ha riconosciuto le sfide poste dalla situazione dei centri di detenzione – si legge –. Ma ha anche legato l’attività delle prigioni alla pressione esercitata da alcuni Paesi europei per impedire ai migranti di attraversare il Mediterraneo”. In particolare alludendo all’Italia.

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08/07/2020

Libia - Aspri combattimenti e negoziati segreti

Torna a salire la tensione sul territorio libico, dove raid aerei, ritrovamenti di fosse di cadaveri ed esplosioni nelle aree urbane segnano gli ultimi giorni di un conflitto che, seppur mai sopito, aveva conosciuto una relativa tregua nelle ultime settimane.

Relativa, perché episodi di guerriglia urbana e attacchi spot non hanno mai smesso di interessare soprattutto la faglia che segna il confine tra l’avanzata delle forze alleate al Governo di accordo nazionale (Gna) e quelle dell’autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna) del generale Khalifa Haftar.

I fatti ci dicono che il 4 luglio un misterioso raid aereo ha colpito la base militare Al Watiya, 130 chilometri a ovest di Tripoli, controllata dagli uomini di Fayez al Sarraj, quella base ad alto valore simbolico, oltre che logistico, riconquistata dalle milizie inviate dalla Turchia a metà maggio in cui furono ritrovati due sistemi Pantsir (batterie contraeree dotate di radar per intercettare più bersagli contemporaneamente) made in Russia, riconquista che sancì la ritirata di Haftar dalla Tripolitania sia il riequilibrio delle forze in campo dopo 14 mesi di conflitto.

D’altra parte, Agenzia Nova riporta la notizia di una forte esplosione nel villaggio di Sukna, nei pressi di Jufra, sede della base aerea nelle mani dell’Lna, causata secondo la fonte da un attacco condotto da droni turchi. L’operazione, negata dagli uomini di Haftar, se confermata sarebbe la risposta diretta ai raid di Al Watiya.

La fonte ha inoltre indicato Al Jufra come prossimo terreno di iniziative delle forze Gna-turche, possibilità di non secondaria importanza considerato che Al Jufra è sia un avamposto strategico per il controllo della Mezzaluna petrolifera nelle mani di Haftar, sia perché nello scorso giugno il presidente dell’Egitto, Abdel Fatah al Sisi, aveva indicato la base di Al Jufra e la città di Sirte come la «linea rossa» la cui violazione avrebbe potuto condurre Il Cairo all’intervento diretto militare in quel che rimane della Libia.

Questi due episodi manifestano tutta la difficoltà dei negoziati che, tuttavia, continuano a ritmo serrato nei corridoi delle diplomazie internazionali, e che a dispetto del sangue che attraversa le strade libiche, da questi fatti guadagnano e perdono forza negoziale nelle trattative.

La partita in atto sulla Libia infatti sconta tutto il peso geopolitico della relazione-scontro tra la Turchia e la Russia, “amici guardinghi” in Siria ma su barricate opposte nella sponda sud del Mediterraneo, con i primi a sostegno di Serraj in compagnia delle sempre meno incisive Nazioni unite e dei qataraini, e i secondi dalla parte di Haftar insieme all’Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.

A questa contrapposizione, chiara negli intenti e negli interessi – la Turchia vuole continuare l’estrazione di gas naturali nei giacimenti marini a largo delle coste libiche, la Federazione Russa mira all’agognato accesso al Mediterraneo occidentale, l’Egitto a estendere l’area d’influenza in funzione anti-Islam politico, tutti vogliono il petrolio – vanno aggiunti i contraddittori francesi, l’inadeguatezza italiana e l’indecisione statunitense.

La Francia sostiene “ufficialmente” il governo Serraj, ma sono i maggiori indiziati per il bombardamento di Al Watiya e già erano intervenuti per sostenere militarmente Haftar, causando ad aprile la protesta ufficiale del ministro degli Affari esteri del Governo di accordo nazionale libico per la presenza di caccia francesi Rafale e di un aereo da rifornimento in volo nello spazio aereo sopra Misurata, e ritirandosi poi temporaneamente dalla missione Nato “Sea Guardian” a seguito dell’incidente di metà giugno nel Mediterraneo tra la Marina turca e quella francese.

Il governo italiano, troppo spesso in bilico tra le due posizioni sul dossier libico, da una parte incontra con Lorenzo Guerini in missione ufficiale ad Ankara il collega ministro della Difesa della Turchia, Hulusi Akar, discutendo secondo la stampa locale di temi regionali e della possibilità di cooperazione bilaterale, mentre la notizia dell’arrivo a Roma del ministro della Difesa ad interim del Governo di accordo nazionale libico, Salah Al Din Al Namroush, è stata smentita dall’emittente televisiva libica 218 Tv.

Dall’altra, ieri il Senato nella discussione, non senza sussulti, sul rifinanziamento del missioni militari all’estero, approvava tra le altre cose la necessità di intensificare l’azione diplomatica con le autorità libiche, quelle dello Gna, per rafforzare i programmi di formazione del personale della Marina militare libica nella direzione del rispetto del diritto internazionale del mare e dei diritti umani.

È su queste due direttrici che si sta sviluppando il conflitto libico, la guerra guerreggiata che a dispetto degli stop and go non concede una vera tregua alla popolazione e alle milizie/eserciti impegnati, mentre nelle stanze della politica i negoziati proseguono incessanti nel tentativo delle parti in gioco di perseguire i rispettivi interessi. Negoziati e interessi nei quali quelli che appaiono ancora ondeggianti sono quelli statunitensi dopo “la ritirata” della loro ambasciata e dei loro soldati dalla Libia.

Interessi e ingerenze esterne che in una guerra civile “conto terzi”, non coincidono mai con gli interessi del popolo.

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27/12/2019

Libia - Si profila l'invio di truppe turche e Tripoli

di Roberto Prinzi

L’invio di soldati turchi in Libia a sostegno del Governo d’Accordo nazionale libico (Gna), sotto assedio da aprile da parte del generale della Cirenaica Haftar, ha ora una data. A rivelarla è stata ieri il presidente turco Erdogan durante un incontro ad Ankara con i membri del suo partito (Akp). «Siccome ora c’è un invito , noi lo accetteremo. Presenteremo una mozione per mandare lì le truppe non appena il Parlamento riprenderà i lavori» ha detto il leader islamista, che poi ha aggiunto: «Se Dio vuole, la bozza passerà in Parlamento l’8 o 9 gennaio».

Per la verità, al momento Tripoli non ha confermato di aver fatto ufficialmente richiesta di militari turchi, possibilità prevista nel memorandum di sicurezza turco-libico siglato lo scorso 27 novembre. Fathi Bashagha, ministro degli Interni del Gna, si è limitato infatti a dire che «se la situazione peggiorerà, avremo il diritto di difendere Tripoli e i suoi abitanti».

Erdogan, ad ogni modo, tira dritto per la sua strada. Due giorni fa si è recato a sorpresa in Tunisia dove ha incontrato il suo omologo tunisino Kais Saied per discutere della questione libica. I due capi di stato – riferirà alla stampa lo stesso presidente turco – hanno discusso di come giungere a un cessate-il-fuoco in Libia così da portare al tavolo delle trattative le parti rivali, il Gna di Tripoli guidato dal premier al-Sarraj e il governo di Tobruk situato nell’est del Paese.

Sempre a Tunisi, al termine di una riunione avvenuta tre giorni fa tra il presidente tunisino Saied e i rappresentanti del Consiglio Supremo delle tribù e delle città libiche, è stata approvata la Dichiarazione di pace tunisina che chiede a «tutti i libici di sedersi al tavolo di dialogo» perché «la soluzione è interna alla Libia» e deve avvenire «nel rispetto della legittimità internazionale libica che si basa sulla legittimità popolare».

Di maggior peso geopolitico sono stati però i tre giorni d’incontri a Mosca tra delegati russi e turchi nel corso dei quali si è discusso di Siria e Libia. Sulla questione libica, Russia e Turchia hanno concordato di cooperare per trovare una «rapida soluzione alla crisi del Paese», sebbene il Cremlino non abbia nascosto la sua opposizione al dispiegamento di militari turchi. Alle «preoccupazioni» russe, ha risposto ieri Erdogan: «Le truppe turche in Libia possono rappresentare un cambiamento» ha detto, prima di attaccare i sostenitori esteri di Haftar (tra cui la Russia): «Aiutano un signore della guerra. Noi, invece, rispondiamo all’invito del governo legittimo della Libia».

Sul terreno, intanto, si continua a combattere. Il giorno di Natale almeno 4 civili sono stati uccisi in un’esplosione nel mercato di Tagiura (distretto di Tripoli), area controllata dalle forze filo al-Sarraj. Non cessano poi i raid aerei di Haftar: tre giorni fa è stata colpita la strada che collega il centro di Tripoli all’aeroporto internazionale a sud della capitale e sono stati presi di mira gruppi armati affiliati al Gna nella città di Amamra, a sud-est della città di Msallata. Tre civili sono stati uccisi invece ieri nella città di Zawiyah, nel nord ovest del Paese. Otto i feriti.

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15/12/2019

Libia - Haftar annuncia la battaglia decisiva per Tripoli

di Roberto Prinzi

Si fa sempre più teso il clima in Libia dove forze del generale Haftar si sono dette l’altro ieri pronte ad «affrontare in modo ostile qualsiasi nave turca che si avvicinerà alle coste libiche». L’ammiraglio Faraj al-Mahdawi, capo di stato maggiore delle forze navali dell’autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna), non ha usato giri di parole: «Ho ricevuto ordini chiari di distruggere qualsiasi nave turca che dovesse venire a effettuare attività di ricerca di petrolio all’interno dei confini marittimi libici».

L’AGGRESSIVITÀ degli uomini di Haftar, uomo forte del governo di Tobruk nell’est del Paese – amministrazione parallela e rivale a quella di Tripoli del Governo di accordo nazionale (Gna) riconosciuto internazionalmente – nasce dai memorandum d’intesa siglati lo scorso 27 novembre da Turchia e il Gna in campo marittimo e militare. Uno dei quali, in particolare, prevede l’istituzione di una nuova giurisdizione nelle acque di competenza a livello commerciale e securitario che di fatto taglia fuori Creta e Cipro a tutto vantaggio della Turchia.

LA PROTESTA DELLA GRECIA è stata immediata e furiosa: Atene ha parlato di accordo «nullo» e fatto «in cattiva fede» e ha espulso l’ambasciatore libico. L’intesa ha generato contrarietà anche in Europa dove il nuovo Alto rappresentante dell’Unione europea, Josep Borrell, ha auspicato una posizione unitaria di Bruxelles su questa questione. Rammarico per la mossa turca-libica è stata espresso dall’inviato Onu in Libia Ghassan Salamah che teme ora un nuovo stop al processo politico. A partire dalla conferenza sulla Libia prevista a Berlino per gennaio.

DA ROMA IL MINISTRO degli Esteri Di Maio parla di «accordi non legittimi perché non considerano la Grecia e quanto deciso passa vicino alle isole greche», ha detto il titolare della Farnesina. Un commento condivisibile se non fosse che a parlare è il ministro di un Paese che è il primo sponsor di Tripoli e di al-Sarraj, premier riconosciuto internazionalmente ma assai meno in Libia.

La mossa del suo Gna non è altro che l’ennesimo schiaffo libico all’Italia. Sbeffeggiato recentemente due volte da Haftar con l’abbattimento di un drone italiano e dall’attacco al giacimento di al-Feel (al sud) in cui opera anche l’Eni, il governo Conte non ha alcun peso su quanto avviene sull’altra sponda del Mediterraneo.

Se Di Maio, infatti, parla di «soluzione politica e non militare», di tutt’altro avviso sono gli altri attori regionali. Il presidente turco Erdogan tre giorni fa ha detto che Ankara ha diritto di dispiegare le sue truppe in Libia qualora Tripoli lo richiedesse. Un annuncio che ha scatenato l’ira di Haftar che, sostenuto da Emirati Arabi Uniti, Egitto, Giordania, Russia e Francia, da ormai otto mesi prova a penetrare senza riuscirci nel cuore della capitale per espugnare i «terroristi».

HAFTAR SA BENISSIMO che un’eventuale presenza turca impedirebbe il raggiungimento del suo obiettivo, proprio ora che sembra essere vicino grazie al contributo di contractor russi del gruppo Wagner. Di fronte alle minacce dell’ammiraglio di Haftar al-Mahdawi, Ankara ha fatto però oggi un passo indietro con il suo ministro degli Esteri Cavusoglu spiegando che «l’accordo di sicurezza non include alcuna clausola sull’invio di truppe».

Toni distensivi li usano gli Usa che con il Segretario di Stato Mike Pompeo si dicono pronti a lavorare con i russi per organizzare un tavolo negoziale che riunisca tutte le parti coinvolte nel conflitto in corso in Libia. Una posizione condivisa a parole anche dal Cremlino che però continua ad aiutare Haftar militarmente.

LA SITUAZIONE UMANITARIA nel Paese nel frattempo si fa sempre più drammatica. I dati pubblicati dall’Onu parlano da soli: 647 vittime civili dall’inizio dell’offensiva di Haftar su Tripoli lo scorso 4 aprile; 61 casi di attacchi contro strutture mediche e il loro personale, un aumento del 69% rispetto allo stesso periodo del 2018. Questa è la Libia «liberata» dalla guerra della Nato del 2011.

AGGIORNAMENTO:

Il Generale Haftar ha annunciato ieri una “battaglia decisiva verso il cuore della capitale Tripoli”. “È arrivata l’ora zero. Avanzate nostri eroi” ha detto durante un discorso pubblico. L’uomo forte della Cirenaica e capo dell’autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna) ha fatto sapere di “aver ordinato ai soldati di rispettare le case e le proprietà private”.

La risposta del Governo di Accordo nazionale (Gna) sostenuto dalla comunità internazionale (e soprattutto dall’Italia) è stata immediata: “Siamo pronti a respingere qualunque tentativo compiuto dal leader golpista Haftar” ha detto sugli schermi della Tv Ahrar il ministro degli interni del Gna Fathi Bashaga.

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22/12/2017

Libia - Sarraj gioca la carta internazionale per salvare il suo governo

di Francesca La Bella

Per un Paese che ormai da anni non riesce a trovare una stabilità non dovrebbe stupire, ma la settimana in corso ha visto mutamenti tanto repentini da poter essere considerati inconsueti anche in un contesto come quello libico. Il 17 dicembre cadeva, infatti, il secondo anniversario degli accordi di Skhirat che portarono alla nomina del primo ministro Fayez al Sarraj e alla nascita del Governo di Accordo Nazionale (Gna).

Secondo quanto previsto dall’accordo stesso, il governo avrebbe dovuto essere provvisorio in quanto finalizzato alla creazione delle condizioni necessarie per una transizione efficace verso unità e pacificazione. Sfruttando la ricorrenza, il principale avversario del governo internazionalmente riconosciuto, il generale Khalifa Haftar, ha dato vigore alle proprie critiche al Gna, invocando immediatamente il diritto dei libici a votare un proprio esecutivo e la necessità di chiudere l’esperienza Gna.

Secondo le dichiarazioni del portavoce del parlamento Aquila Saleh, le elezioni sarebbero effettivamente state calendarizzate per il 2018, ma, mentre da Tobruk si chiedono le immediate dimissioni di Sarraj, il premier e il suo governo sembrano intenzionati a traghettare la Libia fino alle urne. In questo modo il Gna spera di mantenere saldo il proprio controllo della capitale Tripoli e di riuscire a circoscrivere eventuali vuoti amministrativi pericolosi per la tenuta del Paese.

In quest’ottica, Sarraj, probabilmente conscio della debolezza intrinseca del Gna, sembra essersi rivolto verso l’esterno per ridare vigore alle proprie politiche. Accusato dai propri avversari interni di essere una creazione occidentale, nata in esilio e aliena alle reali dinamiche territoriali, la compagine di governo sembra aver messo da parte le esitazioni ed aver consapevolmente scelto di giocare la carta dell’appoggio internazionale per tentare di uscire da una fase di grande difficoltà.

Già alcuni giorni prima delle dichiarazioni di Haftar, Sarraj aveva invocato l’aiuto occidentale per trovare una soluzione definitiva alla questione immigrazione. Dopo gli accordi che hanno bloccato migliaia di migranti in partenza verso l’Europa all’interno dei confini libici, il Gna si trova oggi a confrontarsi con una situazione esplosiva. Sotto questa luce si leggano l’incontro di inizio mese tra Sarraj e il ministro degli Interni italiano Marco Minniti e le parole del ministro degli Esteri Mohamed Taher Siala.

Rispondendo in merito alle accuse di Amnesty International, il ministro ha chiesto esplicitamente l’aiuto europeo per gestire i flussi migratori in entrata e uscita dal Paese. Da un lato ha, dunque, invitato i governi europei ad accogliere coloro che possono ottenere asilo, e dall’altro ha domandato assistenza per le procedure di rimpatrio e per rinforzare la sicurezza dei propri confini.

Quest’ultimo punto risulta particolarmente interessante valutando un altro evento pressoché contemporaneo a queste dichiarazioni: l’incontro G5 Sahel. Il 13 dicembre nel castello di La Celle Saint-Cloud, alle porte di Parigi, si è tenuto un vertice tra Italia, Francia, Germania, Mali, Burkina Faso, Mauritania, Niger e Ciad nel quale è stato deciso un piano di intervento di assistenza ai cinque Paesi africani in funzione anti-terrorismo. La contemporaneità degli eventi risulta particolarmente significativa in quanto i cinque Paesi sono tra i principali porti di partenza dei migranti rinchiusi nei centri di detenzione libici e, data la mancanza di sicurezza interna, luoghi dove è difficile il rimpatrio coatto. L’interdipendenza tra le dinamiche interne di tutti questi Paesi e la Libia risulta così evidente e il governo libico potrebbe cercare di sfruttare questa occasione per riacquisire credito agli occhi degli attori internazionali.

In quest’ottica i rappresentanti del Gna incontrano ministri e capi di stato chiedendo di rinnovare il proprio appoggio al Gna come nel caso della visita del Ministro degli Esteri libico a Mosca o l’incontro dello stesso Taher Siala con l’omologo francese Jean-Yves Le Drian. In altri casi Sarraj stesso spende parole a favore di Tripoli per impedire che il fronte cirenaico si rafforzi come nel caso della visita in Algeria degli scorsi giorni.

Secondo quanto riportato da Al-Araby Al-Jadeed e da Libya Observer, il premier libico in visita ad Algeri, avrebbe chiesto ai funzionari algerini di esercitare una maggiore pressione sull’Egitto perché ritiri il suo sostegno diretto da Haftar. Sarraj e il Gna cercano, dunque, di tessere una fitta rete di relazioni che permetta loro di reggere la forza politica e militare di Haftar e di Tobruk che, nei mesi, hanno continuato il loro avanzamento territoriale e diplomatico. Il risultato potrebbe, però, non essere quello desiderato.

13/12/2016

Libia - Petrolio, Stato Islamico e fratture interne

di Francesca La Bella

Tutti i media internazionali hanno dato notizia della presa di Sirte. La città che, dopo Raqqa, avrebbe dovuto essere la nuova capitale del Califfato è, infatti, stata conquistata dalle forze governative. Decine i cadaveri lasciati sul terreno in una battaglia durata sette mesi che ha visto, oltre alle forze interne, anche molti stranieri partecipare ai combattimenti: foreign fighters provenienti da Africa e Medio Oriente tra le file dello Stato Islamico e militari statunitensi ed europei a supporto dei governativi. Immenso per le forze interne in termini materiali e simbolici, il valore militare di una battaglia, come questa, che ha fatto pochissimi prigionieri e molte vittime. L’impatto di questo evento, trascende, però, dall’ambito militare e si evidenzia, forse in misura ancor maggiore, nel settore economico e nella disputa di potere tra gli attori della politica libica.

Per quanto riguarda il piano economico, inizialmente la condizione di disequilibrio del Paese e la perdurante lotta contro lo Stato Islamico, hanno permesso alla Libia di ottenere condizioni vantaggiose durante le discussioni sul congelamento della produzione petrolifera. Con la caduta di Sirte, però, la Noc (National Oil Company) può iniziare a sfruttare concretamente questo vantaggio, lavorando per riportare la produzione e l’esportazione libica a livelli pre-crisi. Secondo quanto dichiarato da Mustafa Sanallah, Presidente della Noc, attualmente la produzione si attesterebbe intorno ai 600.000 barili al giorno, ma l’obiettivo sarebbe quello di duplicarla nel breve periodo, raggiungendo, già nei prossimi mesi, i 900.000 barili al giorno.

In un Paese che, per decenni, ha basato la propria economia (e le proprie relazioni internazionali) sugli idrocarburi, la possibilità di riprendere le estrazioni petrolifere veicola l’aspettativa di un miglioramento delle condizioni economiche interne e della possibilità di finanziamento delle necessarie opere infrastrutturali per un Paese ormai al collasso. Parallelamente apre prospettive di investimento estero, parzialmente congelato in questi anni a causa dell’instabilità interna. In questo senso, l’aumento dipenderà sia dalla capacità della Noc di mantenere attivi i pozzi sia dalla rimozione del blocco delle principali condutture che servono i settori occidentali di El Feel (Elephant Field) di proprietà ENI e Sharara, di proprietà della francese Total.

Il petrolio e la sua estrazione sono, però, anche uno dei principali terreni di scontro tra i due attori maggiormente rappresentativi della contesa politica e militare del Paese: il Governo di Fayez al Sarraj a Tripoli e il Governo (internazionalmente non riconosciuto) di Aquila Saleh a Tobruk. Più che con il Primo Ministro della Cirenaica, la contesa petrolifera si gioca, però, con Khalifa Haftar, generale del Libyan National Army (Lna), da molti anni ormai, punto di riferimento per Tobruk sia a livello nazionale sia in ambito internazionale. La vittoria di Haftar contro le Petroleum Facilities Guards (Pfg) guidate da Ibrahim Jadran a fine settembre e la consegna alla Noc dei terminal della mezzaluna petrolifera ha, infatti, messo in grande difficoltà il Governo di Tripoli, dimostratosi incapace sia di mantenere la sicurezza dei pozzi sia di impedire che altri ne prendessero il controllo. Alla luce di questo, non stupisce che, immediatamente dopo l’annuncio della vittoria a Sirte, si sia diffusa la notizia secondo la quale il ministro della Difesa del Governo di al Sarraj, Mahdi al Barghathi, avrebbe avviato un’operazione verso Ben Jawad nel tentativo di avvicinarsi alla Mezzaluna in cui sarebbero coinvolti alcuni appartenenti alle Pfg e gruppi di miliziani di Bengasi. Lo stesso Primo Ministro al Sarraj avrebbe, però, preso le distanze dall’operazione, mostrando come anche all’interno dei due schieramenti le tensioni latenti siano pronte ad esplodere.

Nonostante la vittoria di Sirte, il Governo di Accordo Nazionale (Gna) sembra, dunque, sempre più debole. Sul piano nazionale, alla fragilità del consenso interno di Tripoli, dove nelle scorse settimane si è assistito a numerosi scontri, si contrappone la solidità di Tobruk che, anche grazie ai proventi petroliferi, sta riuscendo a dare nuovo impulso all’economia della Cirenaica. In questo senso si leggano anche le parole dei delegati della Noc che hanno fermamente condannato i nuovi scontri vicino ai terminal petroliferi, dichiarando l’inizio dello stato d’emergenza per la tutela del personale impegnato nelle strutture. Guardando al piano internazionale, invece, è significativo vedere come tutte le forze stiano spingendo per un maggiore coinvolgimento di Tobruk. Così, mentre il Segretario di Stato statunitense John Kerry si è affrettato ad affermare che non ci sono piani di intervento militare in Libia perché l’obiettivo è quello di far sedere Haftar al tavolo delle trattative, il Generale libico è volato a Mosca per incontrare il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov e chiederne l’aiuto contro le forze islamiste presenti nel Paese.

La sconfitta dello Stato Islamico a Sirte anziché avere un effetto positivo sulla stabilità del Paese, sembra, dunque, aver privato i contendenti di un nemico comune contro cui lottare, aprendo ad una nuova fase di scontri per determinare chi guiderà il Paese, interloquendo con gli attori interni ed internazionali.

17/10/2016

Libia, ancora scontri a Tripoli. Al Serraj sempre più debole

Sembrava destinato a fallire in poche ore il tentato golpe realizzato durante la notte tra venerdì e sabato in Libia dalle milizie dell’ex premier islamista Khalifa al Ghwell. Ma ancora questa mattina gli islamisti hanno attaccato con armi leggere e lanciarazzi la base navale di Busitta, dove si trova una delle residenze del capo del cosiddetto Governo di Accordo Nazionale, al Serraj, sorretto dall’Unione Europea, dagli Stati Uniti e dall’Onu. Secondo le informazioni a disposizione l’attacco non avrebbe provocato alcuna vittima.

Conflitti a fuoco sono avvenuti anche in altre zone della città e in queste ore si combatte vicino alla sede della Sesta brigata nell’area di Zawia al Dahamani. La Sesta brigata è guidata da Abdelhakim Belhaj, ex comandante di al Qaeda in Afghanistan, arrestato dalla Cia nel 2004, consegnato a Muammar Gheddafi e poi rilasciato dallo stesso rais nel 2010. Belhaj è stato fra i protagonisti della cosiddetta “rivoluzione” del 2011 a Bengasi. Da Bengasi Belhaj si è poi spostato a Tripoli nel 2012 e ha finora tenuto un basso profilo. Ma ora le sue milizie sono state coinvolte nello scontro tra al Serraj e l’ex premier al Ghwell destituito nel marzo scorso al momento dell’insediamento del nuovo esecutivo patrocinato da numerose potenze desiderose di imporre un certo ordine in una Libia spaccata da quando la Nato, nel 2011, sostenne con una campagna di bombardamenti la ribellione degli islamisti contro il regime di Gheddafi.

Ma la stabilità è lungi dall’essere tornata in Libia e il maldestro golpe di venerdì notte lo dimostra, preoccupando non poco le varie potenze interessate a imporre un ordine necessario a sfruttare adeguatamente il petrolio e il gas del paese.

Le milizie islamiste agli ordini di al Ghwell, del vice primo ministro del disciolto Congresso Nazionale Generale, Awad Abdul Saddeq, dell’ex capo della Guardia Presidenziale Ali Ramali e di altri esponenti del governo di transizione avevano occupato un certo numero di edifici pubblici, tra cui il Consiglio di Stato, e una emittente televisiva dalla quale i golpisti avevano lanciato un loro messaggio ad una nazione che di fatto non esiste più, frammentata com’è in clan, tribù, fazioni dietro le quali operano per interposta persona le varie potenze straniere e le multinazionali energetiche. Al Ghwell, accusando il Governo di Accordo Nazionale di non essere altro che lo strumento delle varie potenze che si spartiscono le ricchezze del paese, ha chiesto ad Abdullah al Thinni, capo del governo parallelo insediato a Tobruk, di unirsi all’iniziativa per destituire al Serraj, ma senza successo. Poi, nel giro di poche ore, la reazione delle milizie lealiste – anch’esse, per lo più, egemonizzate dalle correnti islamiste ed in particolare dai Fratelli Musulmani – ha costretto i golpisti a ritirarsi dalla maggior parte degli edifici precedentemente occupati. Ma il golpe ha lasciato dietro di sé numerosi strascichi, come dimostrano gli scontri armati di oggi, mentre secondo alcune voci al Ghwell avrebbe abbandonato Tripoli.

Quale che sia l’esito finale della sollevazione degli ambienti legati al precedente governo quanto avvenuto dimostra per l’ennesima volta l’estrema debolezza del Governo di Accordo Nazionale imposto dalla maggior parte delle potenze occidentali in Libia e spacciato come la carta risolutiva che avrebbe restituito al paese unità, ordine e stabilità. Anche la giustificazione che il nuovo esecutivo avrebbe rafforzato la lotta contro le milizie del Califfato perde valore visto che, a parecchi mesi dall’inizio dei combattimenti a Sirte e all’impiego non solo delle milizie di al Serraj ma anche dei commando e dei corpi speciali di vari paesi europei e degli Stati Uniti, i jihadisti controllano ancora una parte importante della città ed altre località.

Per non parlare della sfida lanciata lo scorso mese dalle milizie agli ordini del generale Khalifa Haftar e fedeli al parlamento di Tobruk che con una repentina offensiva hanno occupato tutti i terminal petroliferi della Cirenaica, sfidando l’autorità di al Serraj in quella parte del paese e mettendolo in una scomoda posizione rispetto ai propri padrini internazionali. L’inviato dell’Onu per la Libia, Martin Kobler, avrà pure definito il governo di al Serraj “l’unica autorità legittima” del paese, ma la realtà è assai lontana dall’essere tale e di fatto il suo governo controlla poco più di un terzo della Libia.

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15/10/2016

Golpe islamista in Libia, paese nel caos

Altro che ‘unità nazionale’, il complesso rompicapo costruito a fatica negli ultimi anni dalle varie potenze occidentali e non per dare un minimo di stabilità alla Libia dopo averla letteralmente mandata in pezzi con l’invasione militare del 2011 sembra destinato a fallire. Se finora i principali problemi erano venuti dal governo alternativo insediato in Cirenaica e il cui capo di stato maggiore, generale Haftar, aveva sfidato militarmente le truppe fedeli al governo di accordo nazionale di Tripoli e aveva occupato vari terminal petroliferi, ora sono gli islamisti a tentare di scalzare il premier Fayez al Serraj dal potere.

Durante la notte le milizie islamiste agli ordini dell’ex primo ministro Khalifa al Ghwell hanno realizzato un tentativo di colpo di stato. I miliziani golpisti – affermando in un messaggio televisivo di agire “per la salvezza della Libia” – hanno occupato per alcune ore alcuni ministeri in città, il palazzo del Consiglio di Stato, numerosi edifici amministrativi e una televisione, stabilendo il loro quartier generale all’Hotel Rixos.

Nel corso di una sorta di conferenza stampa i membri dell'ex governo e Congresso libico hanno annunciato il ritorno in carica dei loro organismi, chiedendo a tutti gli impiegati pubblici di fare di nuovo riferimento a loro. Due esponenti della giunta golpista hanno affermato che "il Congresso nazionale è ancora in vigore ed ha ripreso in carico le sue responsabilità costituzionali, legali e politiche".

Nel corso della notte l’islamista al Ghwell ha avvertito Serraj e i suoi ministri che devono considerarsi "sospesi dalle loro funzioni", ha proclamato lo stato d'emergenza ed ha chiesto ad Abdullah al-Thinni, che guida il governo libico di al-Baida, legato al Parlamento ribelle di Tobruk, che non riconosce il governo di al Tripoli, di aderire alla sua iniziativa e di formare insieme a lui un governo di unità nazionale. Ma finora dalla Cirenaica non è giunta alcuna risposta.

Questa mattina, secondo testimoni locali, i miliziani controllavano ancora la zona attorno all’Hotel Rixos e pattugliavano le strade con fuoristrada dotati di mitragliatrici ma avevano dovuto abbandonare la sede del Consiglio di Stato ed altri edifici. Infatti la milizia che “protegge” il Consiglio di Stato e che da sei mesi è senza stipendio aveva deciso in un primo tempo di sostenere il putsch, ma poi si è tirata indietro dopo l’intervento di alcuni notabili fedeli all’attuale capo del Gna.

Durante la notte il Governo di Accordo Nazionale (formato, controllato e sostenuto da Ue e Stati Uniti) si è riunito di urgenza a Tripoli assieme agli esponenti del Consiglio di Stato ed ha ovviamente ordinato l’arresto dei leader della ribellione, a partire da al Ghwell.

Ieri pomeriggio si erano già verificati alcuni scontri armati fra le milizie fedeli ad al Serraj e quelle agli ordini di al Ghwell, ex leader del disciolto Governo di Salvezza Nazionale libico, composto dai Fratelli Musulmani e da altre fazioni islamiste (parte delle quali passate poi a sostenere il nuovo esecutivo di 'accordo nazionale') ma deposto in maniera relativamente incruenta quando gli sponsor occidentali imposero al Serraj nel marzo scorso.

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