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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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27/05/2026

Rientrati dalla Libia in Italia gli attivisti del Convoy per Gaza. Dieci ancora nelle mani dei libici

Sono atterrati all’aeroporto di Fiumicino, sei attivisti italiani del Convoy di terra della Global Sumud Flotilla violentemente sgomberati lunedì scorso mentre erano accampati nei pressi della città libica di Sirte. Erano in attesa di avere notizie di altri 10 attivisti – tra cui 2 italiani – che stavano negoziando il passaggio della Global Sumud Land Convoy e fermati perché accusati di “ingresso illegale”.

Il convoglio della ‘Flotilla di terra’ si era fermato all’altezza di Sirte, dove si era accampata, dopo la mancata autorizzazione di attraversare la Libia per arrivare poi in Egitto e quindi al valico di Rafah che lo separa da Gaza. “Siamo preoccupati per i nostri compagni, non abbiamo più loro notizie”, hanno dichiarato gli attivisti atterrati a Fiumicino.

I due attivisti italiani tra i dieci fermati in Cirenaica e rimasti ancora in Libia sono Domenico Centrone e Leonarda Alberizia. Avevano tentato una mediazione per il passaggio del convoglio umanitario entrando volontariamente nella terra di nessuno tra le due Libie (quella di Haftar a est, quella del governo di Tripoli a ovest) con un obiettivo preciso: negoziare per trovare un varco dove i camion del Land Convoy potessero passare senza essere bloccati.

Tre giorni dopo, di loro non si sa ancora nulla. Assieme a loro ci sono attivisti di altri paesi come Alicia Armesto Nuñez (Spagna), Laura Kwoczała (Polonia), Jenelle Jones (Usa), la dottoressa Maria Paula Giménez (Argentina), il dottor Lucas Ezequiel Aguilera (Argentina), Matias Alvarez Rodriguez (Uruguay), Ana Margarida França Santana Baptista (Portogallo) e Ashraf Khoja (Tunisia).

Secondo informazioni non ufficiali diffuse dalla Flotilla, le autorità della Libia orientale avrebbero accusato i dieci di essere entrati nella zona senza autorizzazione, e sarebbero in corso le procedure per la loro espulsione. Il ministero degli Esteri del governo di Haftar ha confermato le accuse di ingresso illegale, assicurando che viene fornita “l’assistenza sanitaria e umanitaria prevista dalla legge”. Ma il consolato italiano a Bengasi, pur avendone fatto richiesta, non ha ancora ottenuto il permesso di visitarli.

“Non li sentiamo da tre giorni, neanche le famiglie hanno avuto alcun contatto e stanno impazzendo”, ha detto Maria Elena Delia, portavoce italiana del movimento. “Al momento, non sappiamo neanche ufficialmente se siano in stato di fermo, in detenzione, ci arrivano semplicemente voci”.

Fonte

13/12/2016

Libia - Petrolio, Stato Islamico e fratture interne

di Francesca La Bella

Tutti i media internazionali hanno dato notizia della presa di Sirte. La città che, dopo Raqqa, avrebbe dovuto essere la nuova capitale del Califfato è, infatti, stata conquistata dalle forze governative. Decine i cadaveri lasciati sul terreno in una battaglia durata sette mesi che ha visto, oltre alle forze interne, anche molti stranieri partecipare ai combattimenti: foreign fighters provenienti da Africa e Medio Oriente tra le file dello Stato Islamico e militari statunitensi ed europei a supporto dei governativi. Immenso per le forze interne in termini materiali e simbolici, il valore militare di una battaglia, come questa, che ha fatto pochissimi prigionieri e molte vittime. L’impatto di questo evento, trascende, però, dall’ambito militare e si evidenzia, forse in misura ancor maggiore, nel settore economico e nella disputa di potere tra gli attori della politica libica.

Per quanto riguarda il piano economico, inizialmente la condizione di disequilibrio del Paese e la perdurante lotta contro lo Stato Islamico, hanno permesso alla Libia di ottenere condizioni vantaggiose durante le discussioni sul congelamento della produzione petrolifera. Con la caduta di Sirte, però, la Noc (National Oil Company) può iniziare a sfruttare concretamente questo vantaggio, lavorando per riportare la produzione e l’esportazione libica a livelli pre-crisi. Secondo quanto dichiarato da Mustafa Sanallah, Presidente della Noc, attualmente la produzione si attesterebbe intorno ai 600.000 barili al giorno, ma l’obiettivo sarebbe quello di duplicarla nel breve periodo, raggiungendo, già nei prossimi mesi, i 900.000 barili al giorno.

In un Paese che, per decenni, ha basato la propria economia (e le proprie relazioni internazionali) sugli idrocarburi, la possibilità di riprendere le estrazioni petrolifere veicola l’aspettativa di un miglioramento delle condizioni economiche interne e della possibilità di finanziamento delle necessarie opere infrastrutturali per un Paese ormai al collasso. Parallelamente apre prospettive di investimento estero, parzialmente congelato in questi anni a causa dell’instabilità interna. In questo senso, l’aumento dipenderà sia dalla capacità della Noc di mantenere attivi i pozzi sia dalla rimozione del blocco delle principali condutture che servono i settori occidentali di El Feel (Elephant Field) di proprietà ENI e Sharara, di proprietà della francese Total.

Il petrolio e la sua estrazione sono, però, anche uno dei principali terreni di scontro tra i due attori maggiormente rappresentativi della contesa politica e militare del Paese: il Governo di Fayez al Sarraj a Tripoli e il Governo (internazionalmente non riconosciuto) di Aquila Saleh a Tobruk. Più che con il Primo Ministro della Cirenaica, la contesa petrolifera si gioca, però, con Khalifa Haftar, generale del Libyan National Army (Lna), da molti anni ormai, punto di riferimento per Tobruk sia a livello nazionale sia in ambito internazionale. La vittoria di Haftar contro le Petroleum Facilities Guards (Pfg) guidate da Ibrahim Jadran a fine settembre e la consegna alla Noc dei terminal della mezzaluna petrolifera ha, infatti, messo in grande difficoltà il Governo di Tripoli, dimostratosi incapace sia di mantenere la sicurezza dei pozzi sia di impedire che altri ne prendessero il controllo. Alla luce di questo, non stupisce che, immediatamente dopo l’annuncio della vittoria a Sirte, si sia diffusa la notizia secondo la quale il ministro della Difesa del Governo di al Sarraj, Mahdi al Barghathi, avrebbe avviato un’operazione verso Ben Jawad nel tentativo di avvicinarsi alla Mezzaluna in cui sarebbero coinvolti alcuni appartenenti alle Pfg e gruppi di miliziani di Bengasi. Lo stesso Primo Ministro al Sarraj avrebbe, però, preso le distanze dall’operazione, mostrando come anche all’interno dei due schieramenti le tensioni latenti siano pronte ad esplodere.

Nonostante la vittoria di Sirte, il Governo di Accordo Nazionale (Gna) sembra, dunque, sempre più debole. Sul piano nazionale, alla fragilità del consenso interno di Tripoli, dove nelle scorse settimane si è assistito a numerosi scontri, si contrappone la solidità di Tobruk che, anche grazie ai proventi petroliferi, sta riuscendo a dare nuovo impulso all’economia della Cirenaica. In questo senso si leggano anche le parole dei delegati della Noc che hanno fermamente condannato i nuovi scontri vicino ai terminal petroliferi, dichiarando l’inizio dello stato d’emergenza per la tutela del personale impegnato nelle strutture. Guardando al piano internazionale, invece, è significativo vedere come tutte le forze stiano spingendo per un maggiore coinvolgimento di Tobruk. Così, mentre il Segretario di Stato statunitense John Kerry si è affrettato ad affermare che non ci sono piani di intervento militare in Libia perché l’obiettivo è quello di far sedere Haftar al tavolo delle trattative, il Generale libico è volato a Mosca per incontrare il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov e chiederne l’aiuto contro le forze islamiste presenti nel Paese.

La sconfitta dello Stato Islamico a Sirte anziché avere un effetto positivo sulla stabilità del Paese, sembra, dunque, aver privato i contendenti di un nemico comune contro cui lottare, aprendo ad una nuova fase di scontri per determinare chi guiderà il Paese, interloquendo con gli attori interni ed internazionali.

16/08/2016

Libia - Evaporate le milizie Isis a Sirte. Dove sono finite?

Le milizie dell’Isis (Daesh in arabo) in Libia avevano il loro quartier generale nel centro congressi Ouagadogu di Sirte, eredità e omaggio del panafricanismo libico dell’epoca gheddafiana. Ed è proprio in questo covo che i servizi segreti libici avrebbero trovato nomi e piani d'attacco in Italia. Secondo fonti non confermate si parla anche di jihadisti attivi sul territorio italiano, tra cui spicca il nome di Abu Nasim, che viveva a Milano nel quartiere popolare di San Siro. A Sirte i servizi segreti libici avrebbero trovato appunti, taccuini scritti a mano, fogli volanti, che ora si sta cercando di decifrare e mettere insieme, e che potrebbero contenere la prova che le minacce del Daesh "approdare a Roma" non siano solo propaganda.

Sui muri dell’ex quartier generale dei jihadisti dello Stato islamico a Sirte, sono state trovate scritte inquietanti come: “Questo è il porto marittimo dello Stato islamico, il punto di partenza verso Roma... con il permesso di dio”. Ad alzare il livello di allarme è arrivata anche la notizia che l'Isis si sarebbe appellata ai lupi solitari negli Usa e in Europa, Italia compresa, ad entrare in azione e ad attaccare "i miscredenti". A riferirlo è la pagina web specializzata – Site – che riporta il messaggio jihadista intitolato 'Come On Rise' diffuso attraverso al-Thabaat, media vicino al network dello Stato islamico. Tra i Paesi europei citati ci sono il Belgio, la Danimarca, la Francia, la Spagna e, appunto, l'Italia.

L'ipotesi di un arrivo di miliziani di Daesh via mare da Sirte è stata però ridimensionata dal ministro dell'Interno, Angelino Alfano, nella conferenza stampa di Ferragosto sulla sicurezza, in cui ha parlato di "smentita" arrivata dalla Libia. In una dichiarazione all'agenzia libica Lana, il portavoce delle operazioni militari delle forze governative libiche, col. Reda Eissa, ha detto che stanno "ripulendo totalmente" il litorale di Sirte, proprio per impedire ai miliziani dell'Isis di prendere il mare. Eissa ha confermato che fuori dalle acque territoriali libiche stazionano le unità militari della forza navale internazionale.

Resta però aperto il problema di che fine abbiano fatto i miliziani di Daesh che controllavano Sirte. Si parlava di seimila miliziani che però dopo i bombardamenti Usa e l’arrivo delle milizie del “governo” libico, sono come evaporati. Quindi o erano sopravalutate le cifre sparate in precedenza oppure l’assedio “liberatore” di Sirte ha lasciato una ampia via di fuga a migliaia di uomini armati. Secondo alcune fonti locali una parte si sarebbe diretta verso la porosa frontiera con la Tunisia e un’altra verso i paesi subsaharani limitrofi al confine meridionale della Libia (Ciad, Niger), altri ancora sarebbero tornati ai loro villaggi di origine sul territorio libico.

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03/08/2016

Libia, la nuova (finta) guerra al terrore

di Michele Paris

A pochi mesi dalla sua definitiva uscita di scena, il presidente americano Obama ha aggiunto questa settimana una nuova voce al suo già lungo elenco di guerre scatenate, ereditate o intensificate a partire dal 2009. I bombardamenti iniziati lunedì sulla città di Sirte, in Libia, per stessa ammissione del Pentagono segnano l’avvio di un’altra “campagna prolungata”, ufficialmente contro lo Stato Islamico (ISIS), e sembrano rappresentare l’esito più appropriato del dibattito interno al Partito Democratico negli Stati Uniti durante e dopo la recente convention di Philadelphia, caratterizzata da un’impronta insolitamente patriottica e guerrafondaia.

A livello formale, l’intervento americano è stato richiesto dal primo ministro libico, Fayez al-Sarraj, dopo che le fazioni armate alleate del suo “governo di accordo nazionale” stanno combattendo da mesi gli uomini del “califfato” nella città dove Gheddafi era stato barbaramente assassinato nell’autunno del 2011. A Sirte, i militanti fondamentalisti avevano fissato il proprio quartier generale in Libia a partire dallo scorso anno e le loro postazioni erano già state colpite da sporadiche incursioni americane, tra cui la più recente, almeno tra quelle riconosciute ufficialmente, nel mese di febbraio.

L’inaugurazione della nuova campagna militare americana in Libia è stata accompagnata dalle solite manovre di propaganda che avevano segnato le precedenti avventure belliche all’estero. La giustificazione per l’intervento, ad esempio, è stata ancora una volta la necessità di combattere forze terroristiche come l’ISIS.

In realtà, il caos che sta vivendo Sirte e l’intera Libia è il risultato proprio del disastroso precedente intervento occidentale nel 2011 per rovesciare il regime di Gheddafi. Gli Stati Uniti e i loro alleati appoggiarono una “rivoluzione” immaginaria nel paese nord-africano, contando su gruppi di ispirazione apertamente fondamentalista.

Alla caduta di Gheddafi, mentre la Libia precipitava nell’anarchia e nelle violenze di innumerevoli milizie armate, la CIA avrebbe poi utilizzato il paese come base di partenza per uomini e armi diretti in Siria con l’obiettivo di replicare lo stesso schema destabilizzante ai danni del regime di Bashar al-Assad.

Questo piano, assieme al contributo degli alleati americani nel Golfo Persico, ha finito per favorire l’arrivo dell’ISIS in Libia, dove gli stessi Stati Uniti intendono ora consolidare la propria presenza attraverso un nuovo rovinoso conflitto.

La sconfitta dell’ISIS non è che un obiettivo tutt’al più secondario per Washington e la profondissima crisi in cui versa la Libia non sarà in nessun modo alleviata dalle bombe americane. L’intervento sembra piuttosto doversi collegare all’evoluzione del quadro mediorientale, segnato da sviluppi ben poco favorevoli agli USA, dal cambio di rotta strategico di Erdogan in Turchia ai successi delle forze russo-siriane contro i “ribelli” sostenuti dall’Occidente e dalle monarchie del Golfo.

A questi eventi, l’amministrazione Obama intende rispondere in maniera tutt’altro che rassegnata. L’assurda logica dell’apparato militare americano prevede un’escalation bellica senza fine e, in quest’ottica, la guerra bis in Libia potrebbe essere solo l’inizio di una nuova accelerazione dell’impegno militare nell’immediato futuro, soprattutto in caso di successo di Hillary Clinton nelle presidenziali di novembre.

Ugualmente consolidate sono poi le modalità pseudo-legali con cui la nuova guerra è stata lanciata in seguito alla decisione del presidente Obama. Come l’intervento in Iraq e in Siria contro l’ISIS, anche i bombardamenti in Libia non sono stati autorizzati da un voto del Congresso, come previsto dalla Costituzione americana. La Casa Bianca ritiene d’altra parte che ciò non sia necessario, dal momento che ormai praticamente ogni missione di guerra sembra trovare un fondamento legale nella “Autorizzazione all’Uso della Forza” (AUMF), approvata dal Congresso nel 2001, per colpire i terroristi considerati responsabili degli attentati dell’11 settembre.

Ancora meno riguardo che per un Congresso tutto sommato compiacente, il governo statunitense lo ha mostrato nei confronti dei propri cittadini. I preparativi per l’offensiva su Sirte in Libia, anche se evidentemente in corso da tempo, non sono stati discussi o presentati pubblicamente, tantomeno prima, durante o dopo la convention Democratica.

Per bombardare l’ISIS in Libia, gli Stati Uniti hanno avuto inoltre bisogno di una richiesta d’aiuto proveniente dall’autorità governativa di questo paese. A livello formale ciò è avvenuto, ma il concetto di governo nella Libia odierna risulta alquanto sfumato. Il governo di unità nazionale del premier Sarraj è stato imposto dalle potenze straniere in seguito a un “accordo” mediato dalle Nazioni Unite per risolvere il conflitto tra due entità contrapposte che rivendicavano il diritto di governare e legiferare.

La stessa invenzione di un nuovo governo con pieni poteri aveva il preciso scopo di istituire un’autorità riconosciuta internazionalmente che potesse chiedere un intervento militare esterno in Libia, dapprima per far fronte all’emergenza rifugiati e più tardi alla minaccia dell’ISIS.

Dopo mesi dall’arrivo a Tripoli, il governo di Sarraj continua però a faticare a imporre la propria autorità e solo alcuni gruppi armati gli hanno assicurato il proprio sostegno. Gli stessi governi occidentali che lo hanno creato a tavolino mantengono - o hanno mantenuto fino a poco tempo fa - un atteggiamento ambiguo.

Alcune registrazioni relative al controllo del traffico aereo sulla Libia, ottenute dalla testata on-line Middle East Eye e pubblicate a inizio luglio, avevano rivelato come USA, Francia, Gran Bretagna e Italia insistevano nel garantire il loro appoggio alle forze del generale libico Khalifa Hiftar, nonostante a quest’ultimo fosse stato chiesto ufficialmente di riconoscere il nuovo governo installato a Tripoli.

Hiftar è un ex alto ufficiale dell’esercito di Gheddafi diventato dissidente e “asset” della CIA. Dopo la caduta del regime, il generale aveva lasciato l’esilio americano per tornare in Libia nel tentativo di imporsi come nuovo uomo forte nel caos provocato dall’intervento internazionale. Hiftar ha poi cominciato a svolgere un ruolo importante nel combattere le milizie islamiste nell’est del paese e proprio per questa ragione ha continuato a ottenere il supporto dei governi occidentali malgrado il suo rifiuto a sottomettersi al gabinetto guidato da Sarraj.

Secondo quanto dichiarato dai governi di Libia e Stati Uniti, infine, l’intervento militare di Washington si limiterà alle incursioni aeree, mentre non è previsto l’invio di truppe da combattimento. Lo stesso primo ministro ha assicurato che le operazioni “saranno limitate a Sirte e ai sobborghi della città” e il supporto internazionale sul campo sarà soltanto di natura “tecnica e logistica”.

Queste rassicurazioni hanno tuttavia poco o nessun valore, vista anche la totale dipendenza dall’Occidente del governo Sarraj, e servono solo a contenere l’ostilità della popolazione libica verso un nuovo intervento di forze straniere. Gli USA e i loro alleati stanno studiando infatti da tempo la possibilità di inviare un contingente militare di terra in Libia e, non appena saranno create le condizioni, ciò potrebbe avvenire senza troppi impedimenti da parte delle autorità locali.

D’altra parte, anche se clandestinamente, un certo numero di militari stranieri è presente da tempo in Libia, come ha confermato la notizia dell’uccisione di tre soldati delle forze speciali francesi in questo paese, annunciata dal presidente Hollande il 21 luglio scorso.

La vicenda aveva creato un certo imbarazzo a Parigi e aveva provocato la dura condanna da parte di quello stesso primo ministro Sarraj che, meno di due settimane più tardi, ha invocato le bombe americane sulla già martoriata città di Sirte.

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10/06/2016

Libia - Sirte vicina alla liberazione, ma l'Isis non è sconfitto

Le forze governative libiche sono entrate a Sirte, roccaforte dello Stato Islamico nel paese. Questa mattina i militari hanno raggiunto il centro della città: cadrà, dicono fonti militari, entro pochi giorni. Il governo ha assunto il controllo della costa, così da impedire ai miliziani islamisti di fuggire via mare.
 
Dopo Palmira in Siria e Ramadi in Iraq, con le controffensive sulla siriana Raqqa e l’irachena Fallujah in corso, l’Isis non è mai stato sotto pressione come oggi. 

L’avanzata libica è stata festeggiata subito dagli Stati Uniti (che stanno pesantemente bombardando la zona per coprire le truppe di terra libiche), sia per la probabile vittoria militare che per il significato politico che la città riveste, avendo dato i natali all'ex dittatore Gheddafi.

A ciò si somma il raggiungimento del primo vero risultato militare archiviato dal Gna, il governo di unità nazionale voluto dall'ONU e ad oggi preda dello scontento interno: “L’operazione non durerà ancora molto – ha detto Mohamad Ghassri, portavoce delle forze governative – Penso che potremo annunciare la liberazione di Sirte entro due o tre giorni”. La città era caduta in mano islamista a febbraio del 2015, qualche mese dopo l’ingresso a Derna.

Il punto che il premier Serraj potrebbe segnare a breve ne rafforza la posizione, sia all’interno che all’esterno. Soprattutto alla luce delle dichiarazioni rilasciate la scorsa settimana: la Libia non vuole un intervento militare esterno, un’operazione a cui l’Europa punta da tempo sia per mettere in sicurezza (e quindi controllare) i pozzi petroliferi, sia per fermare i flussi di profughi e migranti che dal paese nordafricano si imbarcano per le coste italiane. Dichiarazioni che si scontrano con i continui rapporti che arrivano dalla Libia e che raccontano di truppe statunitensi, britanniche e francesi già attive sul territorio.

Ovviamente la ripresa di Sirte, sicuramente importante, non segnerà la fine del “califfato” nel paese. Il timore è che si possa assistere ad uno scenario simile a quello attuale iracheno: alla perdita di territori strategici, l’Isis reagisce con attacchi terroristici nelle zone che non controlla ma dove sa arrivare con facilità, come Baghdad e i suoi quartieri sciiti, target di numerosi attentati e di centinaia di morti. In Libia potrebbe accadere lo stesso: attacchi contro giacimenti petroliferi, in particolare, soprattutto nei pressi di città come Misurata e Tripoli.

Inoltre, da tempo lo Stato Islamico è in grado di attrarre nuovi miliziani nel territorio libico, molti dei quali provenienti dai paesi sud-sahariani e altri ritiratisi dai campi di battaglia siriano e iracheno per muoversi verso le nuove roccaforti. Ad oggi, secondo i dati in mano alle intelligence straniere, l’Isis godrebbe di circa 5mila miliziani in Libia, un numero che forse ne sottostima la reale portata e che comunque potrebbe rafforzarsi dopo l’ordine impartito da al-Baghdadi: in caso di eccessiva pressione tra Siria e Iraq, meglio ritirarsi verso la Libia.

Ancora una volta a pagare le spese delle operazioni in corso contro lo Stato Islamico sono i civili: nei giorni scorsi almeno 6mila famiglie hanno lasciato Sirte, cercando di fuggire da quella che si prospetta come la battaglia finale. Secondo quanto riportato dall’Onu, in moltissimi si sono rifugiati in scuole, edifici pubblici, università nel tentativo di salvarsi dalla furia islamista. Il bilancio totale è impressionante: sarebbero circa 435mila gli sfollati interni in Libia, su una popolazione totale di sei milioni.

Fonte

20/08/2015

Rompicapo Libia: la strana legge del silenzio sui decapitati di Sirte

Presentiamo la traduzione di questo interessante articolo, importante anche per capire in quale contesto si muove l’immigrazione clandestina dalla Libia.

Per una migliore comprensione pubblichiamo una mappa dell’attuale controllo del territorio nel Paese nordafricano e ricordiamo che attualmente in Libia - divisa in zone d’influenza dei diversi clan tribali e delle loro milizie- coesistono due differenti governi: uno con sede a Tobruk (“Consiglio dei deputati)”, che gode del riconoscimento internazionale e in particolare degli Stati Uniti e dell’Egitto (il territorio che controlla è quello colorato in rosa nella cartina tratta da Wikipedia) e uno con sede a Tripoli (“Nuovo Congresso generale nazionale”), espressione dei Fratelli Musulmani e appoggiato dal Qatar e dalla Turchia (in verde). Altre zone del Paese sono invece sotto il controllo delle forze tuareg (arancio) e dello Stato Islamico (grigio). Da notare la presenza di gruppi integralisti salafiti che però in Libia, diversamente che altrove, sono in contrasto con i jihadisti. Un rompicapo... (red.)

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Nicolás Beau (*)

(Mondafrique)

I dodici uomini decapitati dallo Stato Islamico il 14 agosto a Sirte non hanno ottenuto le prime pagine dei mezzi di comunicazione a causa della presenza di sostenitori di Gheddafi?

Quello che è successo a Sirte per tutta la settimana è davvero inaudito e tuttavia, questa volta, l’opinione pubblica internazionale non ha provato quasi nessun orrore. La città costiera di Sirte, culla del defunto dittatore libico Muhammar Gheddafi, è nelle mani dello Stato Islamico (ISIS) dallo scorso mese di giugno. Venerdì 14 agosto, dopo la preghiera, la decapitazione di dodici uomini da parte dell’ISIS avrebbe dovuto incendiare i mezzi di comunicazione internazionali. Tanto più che questo nuovo crimine dell’ISIS è stato accompagnato per tutta la settimana precedente da violenti combattimenti che hanno causato la morte di quasi 200 persone solo nella città di Sirte.

Queste nuove scosse nel centro del caos libico hanno suscitato solo un modesto comunicato dell’agenzia AFP il venerdì e oltretutto diverse ore dopo i drammatici avvenimenti. Il giorno seguente alle decapitazioni, sabato 15 agosto, sono state diffuse alcune notizie brevi, ma senza analisi, su diversi mezzi di informazione. Perché stavolta questa mancanza di clamore dopo una nuova atrocità dello Stato Islamico?

Gheddafi, il ritorno

Dopo la condanna a morte questa estate di Saif al Islam, il focoso primogenito di Gheddafi, i nuclei della «resistenza verde» che raggruppano i fedeli del defunto leader della Jamahiriya si sono manifestati in diverse città libiche, in particolare a Sirte, Bani Walid, Sebha, Tarkuna e Bengasi. Pochissima eco hanno avuto queste manifestazioni duramente represse a Sirte dai jihadisti dello Stato Islamico e disperse dalle forze di Fajr Libya, le milizie islamiste che occupano, in particolare, le regioni di Trípoli e Misurata.

Ma la settimana scorsa la situazione si è complicata ulteriormente a Sirte. Gli scontri e le esecuzioni di chi manifestava in memoria di Gheddafi si sono moltiplicate. Uno dei capi religiosi della città, lo sceicco Khaled Al-Farjane, appartenente alla grande tribù Al-Farjane che una volta non era totalmente ostile al vecchio potere, ha preso posizione a favore della libertà di espressione. Scelta sbagliata, lo sceicco è stato giustiziato giovedì 13 agosto da alcuni malviventi dello Stato Islamico. Il giorno successivo è scoppiato il grande incendio. Lo Stato Islamico ha arrestato un centinaio di persone e si è dedicato, senza alcun preavviso, al suo sport favorito: la decapitazione di innocenti. Per aggiungere altro orrore i jihadisti hanno finito varie decine di feriti all’ospedale.

Nel cuore del caos politico

Con i tragici avvenimenti di Sirte siamo arrivati al centro della complessità libica. Sul terreno, le fazioni presenti si dividono secondo linee di demarcazione sfumate e fluttuanti. A Sirte le forze dello Stato Islamico approfittano della benevolenza del Governo «islamista» di Tripoli, che se ne guarda bene dallo scontrarsi frontalmente con i jihadisti, essendo felice di disporre di efficaci cani da guardia contro i ribelli incontrollabili. Un’altra sorpresa, anche questa a Sirte e rispetto allo Stato Islamico, è che abbiamo scoperto legami di solidarietà insospettati tra i «salafiti» ostili alla jihad, i rappresentanti delle tribù e i nostalgici del vecchio ordine gheddafista.

In ogni caso è certo che se gli ex baathisti pro-Saddam Hussein sono riusciti a stabilire alleanze in Iraq con lo Stato Islamico, i fedeli di Gheddafi sono in Libia i suoi principali avversari.

Tra persone rispettabili

Nemmeno il Governo legittimo di Tobruk, come quello non riconosciuto di Tripoli, desidera veramente tenere in considerazione la realtà del Paese «reale». A Tobruk nessuno vuole aderire apertamente ai nuclei fedeli al vecchio regime, anche se molti ex gheddafisti lottano a fianco del generale Khalifa Hafter, alleato del Governo legittimo di Tobruk. Ma non è il caso per quest’ultimo di rivendicare una simile alleanza con il diavolo verde, mentre negozia a Ginevra con l’ONU e gli statunitensi. Tra persone rispettabili. Così l’ambasciatore del Governo di Tobruk a Parigi ha deplorato i gravi incidenti di Sirte e ha pianto le vittime ma quasi senza fornire dettagli, con molta fretta di voltare pagina.

Quanto al Governo di Tripoli, non legittimo, che si basa su un movimento «islamista» dai contorni confusi, sembra appoggiare i «salafiti» di Sirte nella loro lotta contro lo Stato Islamico. Così, il martedì le autorità di Tripoli hanno annunciato il lancio di un’«operazione per liberare Sirte». Il ministero della Difesa ha precisato che «i giovani e gli abitanti di Sirte» avrebbero partecipato a questa offensiva appoggiati dall’aviazione. Ma sul terreno nulla indica che le milizie di Tripoli siano disposte ad aiutare gli anti-ISIS, piuttosto il contrario.

(*) Ex collaboratore di Le Monde, Libération e Le Canard Enchainé, Nicolás Beau è stato redattore capo di Bakchich. È professore associato dell’Institut Maghreb (París VIII) e autore di diversi libri, Papa Hollande au Mali, Le vilain petit Qatar, La régente de Carthage (La découverte, Catherine Graciet) e Notre ami Ben Ali (La Découverte con Jean Pierre Tuquoi).

Fonte: http://mondafrique.com/lire/politique/2015/08/18/etrange-omerta-sur-les-decapites-de-syrte

Traduzione per Senzasoste Andrea Grillo 20\08\2015

Fonte