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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

02/06/2026

“Washington, abbiamo un problema...”

Riassumere le ultime 24 ore della guerra in Medio Oriente è relativamente semplice, trarne qualche conclusione attendibile un po’ meno.

Andiamo con ordine, seguendo l'andamento del tempo.

Dopo diversi giorni passati a ricevere dagli Usa “correzioni restrittive” al Memorandum di intesa concordato dagli stessi negoziatori statunitensi, mentre Israele allargava oltre ogni immaginazione la sua invasione del Libano, l’Iran ha deciso che “dal momento che il Libano faceva parte delle precondizioni del cessate il fuoco, e poiché questo cessate il fuoco è stato violato su tutti i fronti, incluso il Libano, il team negoziale iraniano fermerà i colloqui e scambierà testi con gli Stati Uniti attraverso il mediatore”.

Il gioco era diventato di fatto insostenibile, con Israele che considera il Libano “fuori” dalla trattativa tra Usa e Iran, da cui è stato escluso per decisione di Trump, e quindi conquistabile a piacere, persino al di là della strombazzata “necessità di disarmare Hezbollah”. Rendendo così palese quel che tutti – Tel Aviv in testa – provavano a negare: Israele non ha alcuna “necessità di difendersi”, ma soltanto una pervicace volontà di espansione militare in tutto il Medio Oriente, fino ai limiti di una “Grande Israele” vagamente accennata in alcuni versetti biblici particolarmente deliranti.

Teheran ha insomma voluto far pesare quanto formalmente – ma non concretamente, con azioni conseguenti – concordato con Washington e ricordato sinteticamente dal ministro degli esteri Abbas Araghci: “Il cessate il fuoco tra l’Iran e gli Stati Uniti è inequivocabilmente un cessate il fuoco su tutti i fronti, compreso il Libano. La sua violazione su un fronte costituisce una violazione del cessate il fuoco su tutti i fronti. Gli Stati Uniti e Israele sono responsabili delle conseguenze di qualsiasi violazione”.

A rendere più “persuasiva” l’argomentazione, il comando delle Guardie Rivoluzionarie faceva sapere che “Considerate le ripetute violazioni del cessate il fuoco da parte del regime israeliano, avvertiamo i residenti delle regioni settentrionali e degli insediamenti militari nei territori occupati che, qualora la minaccia di bombardare Beirut e i sobborghi si concretizzasse, dovranno abbandonare la zona”. I missili erano insomma già sulle rampe di lancio...

Contemporaneamente andava montando una fin troppo tiepida iniziativa del resto dell’Occidente, con la Francia che chiedeva una riunione urgente del Consiglio di Sicurezza dell’Onu (è uno dei cinque membri con diritto di veto, non un paese qualsiasi), Gran Bretagna e Germania che manifestavano “disagio”, i Paesi arabi in fibrillazione (l’eventuale ripresa della guerra nel Golfo sarebbe un disastro e la “condiscendenza” con Israele ormai impraticabile).

Persino l’impalpabile eloquio di Mattarella arrivava a definire l’attacco al Libano “brutale”, come se esistessero invece bombardamenti “gentili” (forse ricordava la Jugoslavia del ‘99).

Netanyahu e la sua banda di genocidi intanto tiravano dritto, dando ordine di attaccare anche i quartieri sciiti di Beirut, la capitale che Trump aveva “garantito” sarebbe stata risparmiata.

Complicava la situazione “Narco” Rubio, misteriosamente investito del ruolo di “ministro degli esteri” Usa, con dichiarazioni che facevano chiaramente intendere che questa accresciuta offensiva sionista era appoggiata dagli Stati Uniti: “Per far progredire i colloqui, gli Stati Uniti hanno proposto una sequenza chiara: Hezbollah deve cessare tutti gli attacchi contro Israele. In cambio, Israele si asterrà dall’escalation a Beirut”. L’esatto opposto di quel che stava accadendo sul campo.

A quel punto Trump avrebbe preso il telefono in piena notte e “strapazzato” Netanyahu, in quelle ore alle prese con le proteste degli ebrei ultra-ortodossi che rifiutano di fare il servizio militare e considerano lo Stato di Israele in contraddizione con l’ebraismo (“Bibi” ha fatto sparare anche contro di loro, nelle strade, fortunatamente con cannoni ad acqua...)

Il condizionale è comunque d’obbligo, perché la ricostruzione della telefonata arriva da Axios, testata statunitense che ha affidato il tema al “giornalista” Barak Ravid, già ufficiale della famigerata Unità 8200 dell’intelligence israeliana, e quindi altamente sospettabile (un eufemismo!) di costruire una “narrativa” utile soprattutto a Tel Aviv.

Secondo questa ricostruzione, comunque, i toni della telefonata sarebbero stati da saloon texano, con Trump che dice: “Sei fottutamente pazzo. Saresti in prigione se non fosse per me. Ti sto salvando il culo. Tutti ti odiano adesso. Tutti odiano Israele per questo. Che cazzo stai facendo?”

Subito dopo il tycoon ha pubblicato il milionesimo post su Truth assicurando di aver sentito anche “esponenti di Hezbollah” che si sarebbero detti pronti ad accettare un “cessate il fuoco immediato”, se l’Idf si fosse fermato. Come sempre il diavolo sta nei dettagli: quali sono i confini entro cui vale – se vale – il “cessate il fuoco”?

Il deputato di Hezbollah, Hassan Fadlallah, spiegava subito dopo che quello accettato dal suo movimento e da Israele riguarda tutto il Libano, non soltanto Beirut. 

È appena il caso di ricordare che teoricamente sarebbe già in vigore un “cessate il fuoco” imposto da Trump a seguito dei primi colloqui tra Libano e Israele, avvenuti alla Casa Bianca in aprile, e poi esteso.

Quanto conti la ricostruzione della telefonata fatta dal “fido” Ravid Barak lo si può capire dall’affermazione subito dopo fatta da Netanyahu: “La nostra posizione rimane la stessa”.

E infatti stamattina le forze israeliane hanno continuato i loro attacchi nel Libano meridionale, bombardando con l’artiglieria i pressi di Nabatieh e colpendo i villaggi di Shukin e Kafr Tibnit. I droni israeliani hanno anche effettuato tre attacchi sulla città di Tallet Tol, nel distretto di Nabatieh.

In questo quadro, dunque, appare quanto meno velleitaria la “rassicurazione” che Trump ha voluto trasmettere soprattutto ai “mercati”: «Accordo con l’Iran forse già la prossima settimana». A strettissimo giro, però, è arrivata la risposta da Teheran: «Gli Stati Uniti esigono la nostra resa totale e la nazione iraniana non si arrenderà mai – ha dichiarato Mohammad Jafar Assadi, vice del comando militare Khatam al-Anbiya – Senza resa, la guerra è inevitabile. Quindi aspettiamo e la guerra non ci spaventa».

Se gli Usa non sono in grado – per incapacità o per scelta dissimulata – di mettere la museruola al loro “miglior alleato”, nessuna pace, sia pure temporanea, sarà mai possibile.

Washington, abbiamo un problema... ma grosso.

Fonte

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