Bruxelles ha infine risposto alle richieste del governo Meloni sul fronte del caro-energia, anche se non si tratta di un assegno in bianco. E non si tratta nemmeno di una risposta formale alla lettera inviata da Palazzo Chigi lo scorso 18 maggio a Palazzo Berlaymont, ma è integrata nel Pacchetto di Primavera del Semestre Europeo.
Ieri, mercoledì 3 giugno, la Commissione Europea ha deciso un’apertura parziale sulla flessibilità fiscale, come richiesto dall’Italia, prevedendo una sorta di “mini-clausola” per l’energia, integrata però al perimetro della difesa. Non si tratta, dunque, di una nuova deroga a sé stante, quanto piuttosto di un’estensione delle maglie della clausola di salvaguardia già prevista per le spese per la difesa, che possono arrivare fino all’1,5% del PIL annuo.
Lo spazio di manovra delineato da Bruxelles si articola su paletti ben precisi per il triennio 2026-2028: un margine annuo dello 0,3% del PIL, che per l’Italia è calcolabile tra i 6,5 e i 7 miliardi di euro. C’è anche un tetto massimo cumulativo di spesa sul settore, pari allo 0,6% del PIL. Insomma, l’Italia potrebbe spingersi a spendere tra i 13 e i 14 miliardi nel triennio cominciato a febbraio, sul tema energia.
Ma non c’è libertà di scelta in cosa spendere. La linea della Commissione, ribadita dal commissario all’Economia Valdis Dombrovskis, è chiara: “si tratta di uno shock dell’offerta e non si può risolvere uno shock dell’offerta stimolando la domanda”. Tradotto: non solo le misure dovranno essere temporanee e mirate, ma soprattutto gli strumenti pensati non possono essere indirizzati a calmierare i prezzi, e dunque ad aiutare i portafogli delle famiglie in difficoltà.
La flessibilità potrà essere così usata per investimenti volti a ridurre la dipendenza dai combustibili fossili: incentivi per l’acquisto di veicoli elettrici, pannelli solari e batterie; ammodernamento delle reti elettriche e sistemi di accumulo; efficientamento energetico. Non si potrà invece impegnare per finanziare sussidi generalizzati e bonus a pioggia, e neanche il taglio delle accise.
Proprio sulle accise il Consiglio dei Ministri si riunisce oggi, dato che la misura è in scadenza il prossimo 6 giugno, e si prevede che verrà varato un sistema di voucher da circa 500 milioni di euro destinato esclusivamente alle fasce più deboli per sostenere le spese di benzina e bollette. Del resto, il problema per i bilanci familiari è ora, e non si risolve chiedendo di comprare una macchina elettrica.
Ma tolte le vicende “giornaliere” del governo, è bene comprendere in che traiettoria generale si inserisce la flessibilità acconsentita da Bruxelles. Perché, ci mancherebbe: alla fine il taglio delle accise è un altro modo per trasferire risorse pubbliche agli speculatori, mentre invece investire in una reale transizione energetica sarebbe la via giusta.
Eppure, questa strada è stata abbandonata dalla UE, perché anche la farsa del Green Deal (che era un modo per ridare fiato all’economia, senza davvero cambiare modello) è stata nei fatti ipotecata per rilanciare il Vecchio Continente attraverso il riarmo. E infatti, quello 0,6% del PIL potrà essere usato solo all’interno dell’attivazione della clausola di salvaguardia per le spese militari, cosa che l’Italia non ha ancora fatto.
Il Belpaese si trova ancora sotto procedura per deficit eccessivo a causa del disavanzo al 3,1% registrato nel 2025. Il che non impedisce “legalmente” di chiedere la clausola, ma nei fatti significa innescare un circolo vizioso sul debito che può risultare disastroso. La clausola permette di scorporare le spese militari dal calcolo della spesa primaria netta, e consente così di evitare la procedura nel caso in cui si superi il 3% di deficit.
Le spese, però, non vengono cancellate dal deficit nominale. Per chi è già sotto procedura, perciò, diventa più difficile scendere di nuovo sotto il 3%. Senza contare che visto l’allarmismo continuo sui conti pubblici italiani e la crescita asfittica, una prospettiva del genere potrebbe rendere molto più costoso finanziare sul mercato il debito pubblico, peggiorando ulteriormente i conti di Roma.
Tuttavia il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha detto di essere “soddisfatto perché la Commissione, impensabile fino a qualche mese fa, ha recepito le nostre proposte, frutto di un lavoro lungo, serio e riservato”. Anche se, di fatto, Roma non avrà margini di spesa aggiuntivi, e dovrà accedere alla clausola che fino a oggi ha evitato per legittimi timori. Al governo non sono costretti a spendere tutti i soldi previsti dalla nuova flessibilità, ma agli occhi degli investitori e dell’opinione pubblica sarà all’interno di questo schema bellicista.
Inoltre, vari analisti sono convinti che ora il governo chiederà anche i circa 10 miliardi del SAFE lasciati in sospeso come arma negoziale proprio rispetto alla flessibilità sull’energia. Riassumendo, l’esecutivo aveva detto di non poter “dire ai cittadini che i soldi ci sono solo per la difesa“, e così lo hanno fatto facendo sembrare di aver detto il contrario.
La narrazione che emerge da questa vicenda è quella di una Commissione che si mostra capace di ascoltare, mentre Palazzo Chigi può rivendicare straordinarie capacità di trattativa. Nella realtà dei fatti, Roma e Bruxelles si sono allineate per far meglio digerire ai cittadini di tutta la UE un’ulteriore spinta verso il riarmo e la difesa europea.
Dombrovskis, sotto sotto, lo ha pure detto: “come noto, le due principali priorità di questo ciclo politico sono la competitività dell’economia europea e la sicurezza. Sicurezza e difesa sono elementi importanti. È fondamentale che tutti gli Stati membri contribuiscano al rafforzamento delle capacità europee di sicurezza e difesa”. A pagare, ovviamente, sono sempre le classi popolari.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
04/06/2026
Flessibilità UE sull’energia se si spende in armi. Roma e Bruxelles sulla stessa linea
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