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08/06/2026

Export di armi israeliane da record. L’Europa primo acquirente, complice del genocidio

I fatti contano molto più delle parole. Per questo le vuote parole delle cancellerie occidentali sulla contrarietà alle politiche israeliane, che non si traducono mai in nessuna misura economica o diplomatica concreta, lasciano il tempo che trovano, e anzi esprimono l’ignobile ipocrisia dei governi nostrani.

Basta poi vedere la quantità di armamenti che vengono acquistati da Tel Aviv per capire che Israele è un pilastro fondamentale della tendenza alla guerra dell’imperialismo occidentale. Lo Stato ebraico ha registrato il massimo storico assoluto nelle esportazioni di sistemi d’arma, con l’export militare che ha toccato quota 19,2 miliardi di dollari: un aumento di quasi il 30% rispetto all’anno precedente.

Il complesso militare-industriale israeliano sta letteralmente volando negli ultimi anni. La quota delle esportazioni è più che raddoppiata in cinque anni e addirittura quadruplicata nell’ultimo decennio. E nonostante le tante dichiarazioni che millantano una ferma opposizione alle continue aggressioni illegali di Israele, come quella che continua in Libano nonostante il “cessate il fuoco”, sono proprio i governi europei a essere i primi acquirenti degli strumenti bellici di Tel Aviv. L’Europa rappresenta il 36% degli acquisti totali.

Con la scusa della “minaccia russa”, costruita ad arte da una disinformazione martellante e continua, il Vecchio Continente sviluppa la sua fisionomia guerrafondaia con acquisti per 6,9 miliardi di dollari. E pensare che c’è stato un calo rispetto al 2024, quando la cifra raggiungeva i 7,9 miliardi (il 54% dell’export bellico), ma in pratica solo per il fatto che quel dato era gonfiato dal mega-acquisto tedesco dei missili Arrow 3, un contratto da 4,6 miliardi.

Secondo Il Fatto Quotidiano, oggi i maggiori acquirenti europei sono Finlandia, Grecia, Polonia e Romania. Oltre il Vecchio Continente, spiccano le vendite nell’area dell’Asia-Pacifico (32% del totale, in netto aumento) e nei paesi arabi firmatari degli Accordi di Abramo e, in generale, che hanno normalizzato i rapporti con Israele (Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Marocco).

Il cuore dell’export israeliano è negli armamenti tecnologicamente all’avanguardia: sistemi missilistici, razzi e difesa aerea; sistemi di sorveglianza e puntamento bersagli; radar, guerra elettronica, sistemi di controllo e comunicazione. Quote minori, seppur significative, riguardano droni e UAV (4% dei prodotti esportati), satelliti e tecnologie spaziali (3%), veicoli militari blindati (2%) e sistemi di intelligence e cybersicurezza (2%).

Tutti strumenti e soluzioni che, si vantano gli stessi sionisti, hanno il “pregio” di essere state testate sul campo dell’occupazione, contro i palestinesi. Il governo israeliano fa ammissione esplicita del legame tra le operazioni di pulizia etnica in corso e il successo commerciale, con il ministro della Difesa Israel Katz che parla di “un filo conduttore chiaro e inequivocabile”.

Nel comunicato ufficiale del dicastero appena citato, viene messo nero su bianco che gli accordi per l’esportazione di materiale militare sono uno strumento per “promuovere gli obiettivi di politica estera”. E cioè, per blindare la propria posizione internazionale e garantirsi un’immunità di fatto, nonostante la sfilza infinita di crimini contro l’umanità.

Sulla base di queste parole, risulta ancora più evidente perché è fondamentale continuare la mobilitazione per la rottura di tutti gli accordi (non solo quelli bellici) con Israele: è proprio su questo tipo di legami che si fonda l’accondiscendenza verso Tel Aviv, e sui guadagni che il genocidio può portare. Se le capitali europee sono complici, agli attivisti spetta riscattare i propri popoli.

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