Mettendo subito in chiaro che non c’è un numero “razionale” di vittime del terrorismio sionista, è sicuramente significativo lo studio da poco rilasciato da Oxfam, che sottolinea come tra il 2023 e la fine del 2025 l’esercito e i coloni israeliani hanno ucciso più palestinesi di quanti ne siano stati uccisi nei 17 anni precedenti messi insieme.
Sulla base dei dati delle Nazioni Unite, l’organizzazione no-profit ha calcolato che tra il 2006 e il 2022 sono stati registrati 1.036 morti, tra cui 225 bambini, nella West Bank. Ma nei tre anni successivi, la conta è arrivata a 1.244 morti, di cui 268 erano bambini. A dimostrazione che il problema non è Hamas (che lì non governa), ma è un ragionato progetto di pulizia etnica che colpisce tutto il popolo palestinese.
L’attenzione internazionale è rimasta focalizzata sulla striscia di Gaza, data anche la ferocia del genocidio in atto, ma in Cisgiordania si è consumata un’altrettanto violenta ondata di occupazioni e omicidi che non ha precedenti. Amnesty International e diverse altre ONG non hanno esitato a definire l’azione nella West Bank come un “progetto di Stato” volto alla pulizia etnica e all’annessione di quei territori.
Ci sono altri dati che danno la misura dei crimini israeliani. Su un arco di vent’anni, il 22% delle vittime palestinesi (più di una su cinque) è composto da minorenni. Oltre alle perdite umane, la Cisgiordania è sottoposta a una continua frammentazione del territorio: sono 925 le barriere e i checkpoint, permanenti o temporanei, un dato superiore del 43% rispetto alla media annuale degli ultimi vent’anni.
Tel Aviv procede anche alla diretta distruzione dei mezzi di sussistenza della popolazione locale, e a una “nakba” su più piccola scala, ma sempre più estesa. Negli ultimi tre anni, quasi 46 mila palestinesi sono stati sfollati a causa di operazioni militari, demolizioni di case e violenze dei coloni. Una cifra impressionante se paragonata ai 13 mila sfollati complessivi dei 14 anni precedenti.
Nei primi mesi del 2026 questa tendenza ha vissuto una drammatica accelerazione della pulizia etnica. Nel primo trimestre dell’anno in corso sono stati registrati oltre 540 attacchi da parte dei coloni, che hanno causato 33 morti. Più di 2.200 persone sono state costrette ad abbandonare le proprie terre, mentre sono state distrutte oltre 60 infrastrutture idriche e igienico-sanitarie, compromettendo l’accesso all’acqua in 32 comunità palestinesi.
Bushra Khalidi, responsabile delle politiche umanitarie di Oxfam International, ha denunciato che questi numeri rappresentano “il costo umano dell’impunità, della violenza e della crudeltà israeliana, che si manifestano sotto gli occhi di tutti, mentre i leader mondiali distolgono lo sguardo”.
Non è solo Oxfam a denunciare il pericolo per la pace e i diritti umani rappresentato dal sionismo internazionale. L’ultimo rapporto di Explosive Weapons Monitor, organizzazione che monitora l’effetto delle armi esplosive nel mondo, l’IDF è responsabile di oltre la metà di tutte le morti civili causate da questo tipo di armamenti nel 2025.
Lo studio evidenzia che l’uso di armi esplosive negli attacchi contro gli aiuti umanitari è aumentato del 52% nel 2025, e il 90% di essi è avvenuto nei territori palestinesi, con il chiaro obiettivo di affamare sistematicamente la loro popolazione. L’organizzazione denuncia la progressiva normalizzazione delle sofferenze inflitte ai civili nei conflitti odierni.
Intanto, Tel Aviv è in procinto di approvare uno stanziamento di 350 milioni di dollari per creare 61 nuovi insediamenti illegali nella West Bank. Dietro questo piano di colonizzazione c’è ovviamente il ministro delle Finanze Smotrich, e le nuove strutture sono pensate per dare continuità territoriale all’occupazione sionista, e per mettere un’ulteriore pietra tombale su qualsiasi ipotesi di stato palestinese.
A rimarcare che il primo nemico di qualsiasi soluzione pacifica della questione palestinese, secondo la formula di “due popoli, due stati”, è proprio Israele.
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