I giorni passano, in Libano si combatte nonostante l’“accordo” – siglato da Israele con il presidente Aoun – che Hezbollah non ha accettato, nel Golfo regna una calma nervosa.
Trump straparla come sempre, affermando ad una certa ora che potrebbe dar ordine di riprendere gli attacchi e l’ora dopo che si potrebbe arrivare alla firma entro una settimana; anzi, che in quel caso incontrerebbe la nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, ripresosi dalle ferite subite il primo giorno di bombardamenti israelo-americani.
Il Consiglio di sicurezza di Tel Aviv “consiglia” invece di proseguire l’invasione del Libano anche a dispetto dell’ennesimo “cessate il fuoco” appena siglato e accarezza l’idea di dare un altro colpo a Teheran, facendo saltare la trattativa ufficialmente in corso. Nel corso della riunione, Netanyahu ha affermato che non metterà ai voti l’ultima versione dell’accordo di cessate il fuoco mediato dagli Usa finché Hezbollah non ne avrà accettato i termini: «al momento non c’è alcun accordo».
Merita la sottolineatura il rifiuto di Hezbollah di accettare una “tregua” che di fatto significa il congelamento del fronte e l’occupazione sionista di una vasta zona del Libano meridionale, in cui l’Idf continua a distruggere tutte le case per rendere impossibile il ritorno di oltre un milione di profughi (un abitante su cinque dell’intero Paese).
Se si dovesse dar retta alla propaganda israeliana (unica fonte accettata dai media occidentali) questo rifiuto sembrerebbe un suicidio. In realtà lo stesso Ehud Barak – ex premier nonché ex capo del nucleo delle “teste di cuoio” che nel ‘72 assaltò l’areo Sabena all’aeroporto di Lod, guidando tra gli altri il giovane Netanyahu, ora suo avversario – ammette che “Nonostante i successi militari di Israele, tra cui l’assassinio di Sayyed Hassan Nasrallah e il raggiungimento di obiettivi tra i comandanti e le infrastrutture missilistiche del movimento, Hezbollah continua a esistere e a mantenere la propria capacità operativa, ed è in grado di nuocere all’esercito israeliano e agli abitanti del nord di Israele”.
Merito anche del cambiamento tattico avvenuto nella guerra con i droni a fibra ottica – non deviabili con contromisure elettroniche – che hanno alzato notevolmente il prezzo dell’avanzata israeliana.
La critica di Barak è del resto generalizzata, nel fetido panorama politico di Tel Aviv, dove si gioca a chi è il genocida più spietato ed “efficiente” in vista delle ormai prossime elezioni politiche (ad ottobre). Il criminale di guerra e ricercato internazionale “Bibi”, infatti, è accusato di non aver mantenuto la promessa di distruggere Hamas, ottenere un “cambio di regime” in Iran, e infine anche di non aver distrutto Hezbollah.
Come si vede, spazio politico-elettorale per gestire un processo di pace, lì non c’è.
Anche il rapporto con Trump – pressato, come vedremo, da esigenze di segno opposto – è in un momento critico, dopo l’ormai celebre telefonata piena di insulti. Il timore a Tel Aviv è che “la tregua” sia un anticipo di ulteriori limiti posti all’aggressività di Israele da parte statunitense, ma è altrettanto chiaro che non è possibile approfondire lo scontro con Washington a quattro mesi dalle elezioni e soprattutto in vista di un Medio Oriente che uscirà molto cambiato dalla conclusione della guerra. E non a favore dei sionisti...
Trump, da parte sua, ha problemi ovviamente più ampi – la sua stupidità nel muovere guerra all’Iran pensando che sarebbe stata una “guerra lampo” ha messo nei guai l’economia mondiale – che vanno persino al di là delle elezioni di midterm, in cui verrà rinnovato metà del Congresso e potrebbe consegnargli un futuro da “anatra zoppa” (un presidente senza più maggioranza parlamentare, quindi limitato).
Le grandi compagnie petrolifere Usa stanno facendo pressione ormai da settimane segnalando che stanno facendo sempre più affidamento sugli stoccaggi nazionali per sostituire i prodotti che non arrivavano più dal Medio Oriente. In pratica, stanno esaurendo le scorte.
“Siamo già a livelli pericolosamente bassi”, ha detto un anonimo dirigente del settore sentito da POLITICO. “Abbiamo condiviso queste preoccupazioni ai massimi livelli del governo su ciò che ci aspetta tra metà e fine giugno... Spero che [alla Casa Bianca, ndr] stiano prestando attenzione alle scorte in questo momento. Stiamo toccando il fondo del serbatoio”.
In altri termini: bisogna riaprire Hormuz, ma con modalità che garantiscano la normale fluidità del commercio. Ossia senza azioni militari e concedendo all’Iran quel tanto di “sovranità” formale che di fatto già esercita. Poi si vedrà...
La prospettiva alternativa è da incubo per un presidente Usa: prezzi dei carburanti che si impennano ulteriormente, superando di molto quella soglia – ormai vicina – dei “5,02” dollari al gallone che segnò la fine di Biden e Kamala Harris.
Neil Chapman, vicepresidente di Exxon, ha detto a una conferenza per investitori che il Brent “datato” (a consegna stabilita) – il benchmark per i prezzi del petrolio greggio fisico – potrebbe presto raggiungere i 150 o 160 dollari al barile, se si resta fermi a Hormuz.
E anche se lo stretto fosse riaperto subito, dice un altro petroliere “anonimo”, “Non pensate che uno Stretto aperto significhi che la vostra bolletta della benzina per il 4 luglio non sarà più alta di quanto non sia oggi. Lo sarà”. Una minaccia vera, per l’automobilista Usa, ossia il termometro del consenso di massa...
Secondo i risultati di un sondaggio congiunto di The Economist e YouGov il 68% degli americani ritiene che gli Stati Uniti dovrebbero raggiungere un accordo con l’Iran il prima possibile e porre fine alla guerra. Al contrario, solo l’11% non è d’accordo con questa opinione e il 21% non ha espresso un parere in merito. Anche una parte degli elettori repubblicani è scettica sulla prosecuzione del conflitto e appoggia la scelta di perseguire una soluzione diplomatica.
Anche altri paesi importatori si trovano in condizioni simili, perché il livello dei consumi globali (circa 100 milioni di barili di greggio al giorno, senza neanche calcolare che pure il gas sta subendo processi simili) non può permettersi di fare a meno del 20% della produzione. Per qualche settimana si è “rimediato” dando fondo alle scorte, ma ora basta.
Ne deriva che l’amministrazione Trump deve arrivare ad un’intesa con Teheran, visto che qualsiasi opzione militare – fosse anche la minacciata atomica di fine marzo – renderebbe la situazione più esplosiva, non meno.
È l’esatto contrario dei “bisogni” di Israele e di Netanyahu in particolare, peraltro con un governo fatto di idioti sanguinari e millenaristi come Smotrich e BenGvir, che dei problemi globali se ne fottono allegramente, confidando ciecamente sul fatto che l’Aipac garantirà aiuti economico-militari dagli Usa per l’eternità.
Non è una situazione facile per nessuno dei protagonisti, certo, ma il ticchettio dell’orologio si è fatto più frenetico soprattutto per Washington. Deve scegliere, sapendo che comunque sarà una scelta quanto meno insoddisfacente...
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