Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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11/09/2026

11 settembre 2001, 25 anni dopo le guerre americane sconvolgono ancora il mondo

 Venticinque anni fa, mentre le fiamme divoravano le Torri Gemelle e il Pentagono, sembrava di assistere all’inizio di una nuova epoca mondiale. Venticinque anni dopo, l’11 settembre resta certamente uno degli eventi che hanno maggiormente modificato la storia contemporanea, ma la direzione di quel cambiamento appare molto diversa da quella immaginata allora dagli Stati Uniti con l’uso costante della forza e della guerra.

Osama bin Laden voleva trascinare gli Stati Uniti in una guerra che ne logorasse la potenza, ne alimentasse l’ostilità verso il mondo musulmano e provocasse una reazione ampia e di lungo termine. Non riuscì a distruggere l’America. Al Qaeda fu decapitata, Bin Laden venne ucciso nel 2011 e il jihadismo globale non ha mai conquistato il potere fuori dal Medio oriente.

Allo stesso tempo la risposta statunitense all’11 settembre produsse qualcosa di molto diverso da una semplice operazione di sicurezza. Produsse una guerra globale.

È proprio questo il punto di partenza dello speciale che Foreign Affairs dedica in questi giorni al venticinquesimo anniversario. Philip H. Gordon parla di “A Quarter Century of Fear and Fantasy”, mentre Nelly Lahoud titola il suo saggio “Bin Laden’s Catastrophic Success”: Al Qaeda, sostiene già il titolo, ha cambiato il mondo, ma non nel modo che si aspettava.

La risposta immediata e la guerra senza fine

L’Afghanistan era la risposta più direttamente legata all’11 settembre. Il regime talebano aveva ospitato Bin Laden e la leadership di Al Qaeda. Nell’ottobre 2001 gli Stati Uniti e i loro alleati entrarono in guerra. Ma quella che doveva essere un’operazione contro un’organizzazione armata divenne progressivamente una guerra ventennale per costruire un nuovo Afghanistan. Quando nell’agosto 2021 gli americani se ne sono andati, i talebani sono tornati al potere. Foreign Affairs, a cinque anni dal ritiro, osserva che l’Afghanistan è praticamente scomparso dal dibattito della politica estera americana, nonostante la situazione del Paese resti drammatica. La rivista parla anche del costo del “collective forgetting”, della rimozione collettiva di quella che è stata la guerra più lunga della storia degli Stati Uniti. Vent’anni di guerra per tornare, almeno politicamente, al punto di partenza.

Poi arrivò l’Iraq

Se l’Afghanistan aveva un rapporto diretto con l’11 settembre, l’Iraq no. Saddam Hussein non aveva partecipato agli attentati. Nonostante ciò, nel 2003 George W. Bush decise l’invasione dell’Iraq, costruendo la giustificazione pubblica intorno ad inesistenti armi di distruzione di massa e alla più ampia guerra contro il terrorismo. Il punto merita di essere ricordato anche perché Foreign Affairs ha riesaminato recentemente le proprie responsabilità editoriali dell’epoca. In un articolo del 2002 Kenneth Pollack aveva sostenuto che Washington dovesse “invade Iraq, eliminate the present regime”, ammettendo tuttavia che l’invasione non fosse una componente necessaria della guerra contro il terrorismo.

Le armi di distruzione di massa non furono mai trovate. L’Iraq fu invece devastato. Il collasso delle istituzioni statali, lo scioglimento dell’esercito, la guerra settaria e l’insurrezione crearono le condizioni nelle quali Al Qaeda in Iraq poté svilupparsi. Da quella galassia jihadista sarebbe poi emerso lo Stato islamico.

È uno dei paradossi più tragici della risposta americana: una guerra dichiarata anche in nome della lotta al terrorismo contribuì a creare il terreno sul quale sarebbe nato uno dei più potenti movimenti jihadisti della storia.

Il prezzo che non entra nei comunicati

Il nuovo rapporto del Costs of War Project della Brown University, pubblicato il 2 settembre 2026, stima che le guerre post-11 settembre abbiano provocato, fino al 2023, 905.000-940.000 morti direttamente legate alla violenza bellica in Afghanistan, Iraq, Pakistan, Siria, Yemen e altri teatri. Almeno 408.749-432.093 erano civili.

Ma la guerra non uccide soltanto chi viene colpito da una bomba o da un proiettile. Distrugge ospedali, sistemi sanitari, reti idriche, economie, scuole. Produce malnutrizione e malattie. Genera migrazioni e sfollamento. Per questo la Brown University stima altre 3,6-3,8 milioni di morti indirette. Il bilancio complessivo delle morti direttamente e indirettamente riconducibili alle guerre post-11 settembre arriva così ad almeno 4,5-4,7 milioni di persone. E più di 38 milioni di persone sono state costrette a lasciare le proprie case nei diversi teatri delle guerre post-11 settembre. Sono numeri che rendono quasi impossibile parlare semplicemente di una “guerra al terrorismo”. Si è trattato di una trasformazione geopolitica di dimensioni storiche, con un costo umano enorme.

Guantanamo: l’eccezione diventata sistema

C’è poi l’altra eredità dell’11 settembre, quella che non si misura in morti ma nella trasformazione dello Stato di diritto. Guantanamo, le prigioni segrete della CIA, le extraordinary renditions, le detenzioni indefinite, gli interrogatori coercitivi, le torture. Abu Ghraib. La risposta americana non si limitò a bombardare Afghanistan e Iraq. Creò un sistema parallelo nel quale alcune delle garanzie fondamentali del diritto vennero sospese o aggirate. La Brown University sintetizza oggi questo lascito parlando di “indefinite detention, torture and mistreatment”, insieme all’espansione della sorveglianza di massa e alla militarizzazione della polizia americana.

È difficile non vedere qui una delle contraddizioni fondamentali dell’intera stagione post-11 settembre. Per “difendere la democrazia”, quella che si proclama la principale democrazia occidentale accettò pratiche incompatibili con alcuni dei principi che dichiarava di voler difendere. Per proteggere la libertà, ampliò enormemente i poteri dello Stato. Per impedire nuovi attentati, costruì una macchina di sorveglianza che modificò il rapporto tra individuo e autorità.

Una guerra senza confini

La guerra al terrorismo avrebbe dovuto avere un obiettivo preciso. Finì invece per non avere praticamente più confini geografici. Afghanistan e Iraq furono seguiti da Pakistan, Yemen, Somalia, Siria, Libia e altri teatri. Secondo il Costs of War Project, nel 2023 gli Stati Uniti conducevano attività di controterrorismo in almeno 78 Paesi. È una trasformazione straordinaria.

Quella che nel settembre 2001 sembrava una risposta emergenziale a un attacco senza precedenti è diventata, un quarto di secolo dopo, una componente strutturale della politica estera e di sicurezza americana. Il costo economico è altrettanto enorme: circa 8.000 miliardi di dollari spesi o impegnati dagli Stati Uniti per le guerre post-11 settembre, secondo la Brown University. Una cifra difficile persino da immaginare. E ancora più difficile da giustificare se la domanda è quale mondo abbia prodotto quella spesa.

Il Medio Oriente dopo l’Iraq

La guerra in Iraq non distrusse soltanto uno Stato. Contribuì a rompere gli equilibri regionali, alimentò il conflitto settario tra sunniti e sciiti, rafforzò indirettamente l’influenza iraniana e contribuì alla nascita dell’ambiente politico e militare nel quale si sviluppò lo Stato islamico (ISIS). L’invasione del 2003 fu dunque un passaggio decisivo nella trasformazione del Medio Oriente contemporaneo.

Il problema è che la regione non è diventata più stabile. La guerra in Iraq, la successiva destabilizzazione della Siria, l’ascesa dell’Isis, la crescita delle milizie regionali e le guerre successive hanno prodotto una regione nella quale la violenza è diventata una componente permanente della politica. E oggi, nel 2026, il Medio Oriente è nuovamente attraversato da una devastazione di proporzioni enormi, dalla distruzione israeliana di Gaza alle sue ripercussioni regionali.

Non è corretto attribuire all’invasione dell’Iraq la responsabilità diretta di ogni guerra successiva. Ma è altrettanto difficile negare che il sistema regionale uscito dall’intervento americano sia molto più instabile di quello che Washington dichiarava di voler costruire.

Dall’11 settembre a Gaza: il precedente della forza

Il collegamento con Gaza deve essere fatto con cautela, perché non esiste una linea diretta che colleghi l’invasione dell’Iraq alle guerre successive lanciate da Israele. Ma esiste un elemento più generale: la normalizzazione dell’uso della forza come strumento ordinario della politica internazionale. Dopo l’11 settembre, il concetto di guerra al terrorismo ha contribuito a dilatare il diritto all’autodifesa fino a includere operazioni militari lontanissime dal luogo dell’attacco originario.

Ha contribuito a rendere abituale l’uso di droni, uccisioni mirate, operazioni speciali e bombardamenti contro organizzazioni non statali. È uno dei lasciti più controversi dell’epoca Bush: l’idea che la sicurezza possa giustificare quasi indefinitamente l’eccezione. E quando un principio viene normalizzato dalla potenza più forte, inevitabilmente altri Stati lo utilizzano per giustificare le proprie azioni.

Gli Usa volevano prendere il pieno controllo del mondo usando il pretesto della guerra al terrorismo. E invece ha perso terreno, La competizione tra Stati Uniti e Cina è diventata il principale asse strategico del sistema internazionale. La Russia è tornata protagonista. Il Medio Oriente è attraversato da conflitti e crisi che hanno oltrepassato i confini regionali. Il sistema internazionale appare più fragile.

La guerra al terrorismo avrebbe dovuto consolidare l’ordine internazionale guidato dagli Stati Uniti. Invece, almeno in parte, ha contribuito a consumare risorse, credibilità e capitale politico americano. Già nel 2003, G. John Ikenberry aveva messo in guardia sulle conseguenze di quella trasformazione, parlando di una possibile “neoimperial grand strategy” destinata a provocare “antagonism and resistance” e a lasciare gli Stati Uniti in “a more hostile and divided world”.

L’11 settembre non ha distrutto l’ordine americano. Ma la risposta all’11 settembre ha contribuito a logorarlo. Questa potrebbe essere, venticinque anni dopo, la vera lezione. La minaccia jihadista era reale. Ma una cosa è rispondere al terrorismo. Un’altra è trasformare quella risposta in una guerra permanente. Una cosa è proteggere una democrazia. Un’altra è sacrificare, in nome della sua sicurezza, proprio la democrazia e i diritti. L’11 settembre 2026 il terrorismo di Al Qaeda non è più la principale minaccia strategica degli Stati Uniti. Il mondo però è attraversato da guerre, rivalità tra grandi potenze, Stati falliti, crisi umanitarie e una crescente sfiducia verso le regole internazionali*.

Fonte 

* sarebbe più corretto parlare di sfiducia nei confronti dell'ordine basato sulle regole dell'occidente capitalistico.

27/07/2026

Trump pensa all’intervento in Mali, un altro colpo all’influenza della Ue?

La stampa statunitense afferma che l’Amministrazione Trump sta valutando un intervento militare in Mali, paese dell’Africa occidentale perno dell’Alleanza degli Stati del Sahel.

Fonti locali riferiscono che il pretesto sarebbe colpire un gruppo affiliato ad al Qaida e noto come Jnim (Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin), radicato nel nord del Paese.

La situazione in Mali

Nel nord del Mali imperversano la guerriglia separatista e gli attacchi di matrice jihadista, i quali hanno trasformato il Paese, e i vicini come il Niger, in una delle aree con la maggior concentrazione di attacchi terroristici al mondo.

Nel 2025 i miliziani regionali di al-Qaida avevano paralizzato il Paese con un blocco del carburante, mentre nella scorsa primavera avevano coordinato una serie di attacchi su scala nazionale, arrivando a combattere anche nelle strade della capitale Bamako e a uccidere il ministro della Difesa Camara in un attentato suicida nel nord.

L’idea dell’amministrazione Trump

Il Washington Post riferisce che tra i maggiori sostenitori negli Usa dell’intervento militare c’è Sebastian Gorka, senior director per l’antiterrorismo del Consiglio per la Sicurezza nazionale.

L’intervento statunitense farebbe del Mali l’ottavo Paese contro cui Trump ha ordinato attacchi, dopo Yemen, Somalia, Siria, Iran, Iraq, Nigeria e Venezuela.

Se il funzionario citato dal Post attribuisce la responsabilità dell’instabilità regionale soprattutto ai partner russi – “Mosca si è dimostrata un partner della sicurezza inefficace per il Mali, ci auguriamo che gli altri paesi africani ne prendano atto” –, l’obiettivo di fondo Usa dell’opzione maliana potrebbe essere di nuovo l’Unione Europea.
 
Russia e Usa attivi in Mali... 

Dal 2025 gli Stati Uniti hanno intensificato la condivisione di informazioni di intelligence con il governo maliano nell’ambito di un’iniziativa dell’Amministrazione per aumentare l’influenza nel Paese, da quattro anni passato “armi e bagagli” sotto la diretta influenza di Mosca, soprattutto in ambito militare, dopo la cacciata della Francia.

Una cooperazione ancora limitata, quella Usa-Mali, lontana per esempio dalla partnership di sicurezza con la Nigeria, sfociata lo scorso anno in attacchi aerei e una missione terrestre statunitense che ha portato all’uccisione di uno dei massimi leader dell’Isis in Africa.

Il tutto mentre gli Africa Corps, il gruppo di contractors ex Wagner confluiti sotto il ministero della Difesa russo dopo l’eliminazione del leader Prigožin, collabora spalla a spalla con l’esercito di Bamako per riguadagnare al fondamentalismo islamico il territorio perso nel nord del Mali.

...mentre l’UE si allontana

Dall’altra parte, il solco tra il Mali ed Europa si fa sempre più profondo.

Come riporta Nigrizia, l’Ue ha convocato a Bruxelles l’ambasciatore del Burkina Faso per protestare contro l’espulsione di due diplomatici della delegazione europea a Ouagadougou.

L’episodio si inserisce in un lungo deterioramento delle relazioni che ha allontanato la giunta militare del capitano Ibrahim Traoré dai suoi ormai ex interlocutori occidentali.

Già il 26 giugno il Burkina Faso aveva annunciato l’interruzione delle relazioni diplomatiche con la Francia, accusata di ingerenza negli affari interni e di un atteggiamento ostile nei confronti del governo.

Pochi giorni prima, il 18 giugno, il Parlamento europeo aveva approvato una risoluzione a larghissima maggioranza che denunciava il peggioramento della situazione dei diritti umani in Mali, il tutto condito dalla solita preoccupazione europea per la crescente influenza russa nel Paese.

L’importanza del Sahel per gli interessi UE 

Non è un mistero che Bruxelles consideri la regione strategica per i propri interessi. Da tale prospettiva, il Sahel è un territorio cruciale per la gestione dei flussi migratori che che arrivano dall’Africa occidentale – prima di tentare di attraversare il deserto e sfuggire ai lager italiani in Libia.

Ma l’intera regione è ricca anche di materie prime cruciali nella produzione odierna, come il petrolio in Nigeria o l’uranio in Niger.

Forza lavoro giovane, oro nero o alternativa nucleare per il fabbisogno energetico, una estrema quanto efficace sintesi di tutto quello che manca disperatamente al continente europeo per poter pensare di competere nell’arena internazionale.

Il bersaglio è di nuovo l’UE?

L’ingresso yankee nella gestione di questi interessi potrebbe essere l’ennesima pistola puntata dall’amministrazione Trump alla tempia dell’Unione Europea e degli Stati che ne fanno parte.

L’indicazione del nemico nei jihadisti di Jnim, rei inoltre di rapito il missionario statunitense Kevin Rideout, non sembra infatti mettere Usa e Russia su un terreno di diretta ostilità, al netto della “normale” competizione per l’influenza nell’area che emerge dalle parole di Gorka riportate in apertura.

Vale “appena” la pena di ricordare come il sostegno della junta golpista di Kiev ai gruppi armati separatisti dell’area sia aumento, e ben documentato, significativamente negli ultimi mesi.

In sintesi, una sorta di “incubo geopolitico” potrebbe prendere forma nell’area, dove ucraini e gruppi jihadistai combatterebbero per rovesciare una alleanza militare anticoloniale, invisa all’Unione Europea, ma sostenuta a vario titolo dagli Stati Uniti e dalla Federazione russa.

Sembra proprio che la “guerra mondiale a pezzi” scatenata dal golpe del Maidan continui ad allargare le faglie dello scontro...

Fonte

10/05/2026

Il Mali dopo i nuovi attacchi del 25 aprile

Che cosa è possibile dire dagli attacchi che hanno visto agire alcuni giorni fa congiuntamente le forze antigovernative del FLA (Fronte per la liberazione dell’Azawad, ultima denominazione dei gruppi ribelli del nord, maggioritariamente tuareg) e le milizie del JNIM (Gruppo di Sostegno all’Islam e ai musulmani, ramo di Al-Qaida nel Maghreb)?

Oltre dodicimila combattenti, secondo le prime stime, hanno in poche ore colpito in modo chirurgico da Kidal a Gao, da Mopti a Bamako, e a Kati, “città guarnigione”, l’esplosione di una cisterna ha ucciso il ministro della difesa Sadio Camara e ferito il responsabile dei servizi di intelligence, il generale Modibo Keita. Per comprendere quanto accaduto bisogna fare un passo indietro e ripercorrere quella che è una storia postcoloniale non molto diversa da quanto accaduto in altri paesi (il Sudan o la Repubblica Democratica del Congo).

Appena dopo l’indipendenza, già nel 1962-1963, si erano andati costituendo i primi gruppi tuareg indipendentisti, intolleranti verso i confini coloniali e l’ordinamento di un paese sospeso tra istanze panafricaniste e l’idea di uno stato centralizzato. Il governo di Modibo Keita prima, quello di Moussa Toure poi, malgrado le profonde differenze, non riusciranno a sedare la resistenza, e la violenta repressione alimenterà solo il progetto separatista di alcuni gruppi, che esploderà nuovamente nel 1990 con l’attacco alla caserma di Menaka e l’uccisione di decine di militari.

Ma a quest’ultima si arriva dopo un processo nel quale ha un ruolo decisivo anche le siccità del 1973-4 e del 1984. I giovani tuareg che dal Mali e dal Niger emigreranno in quegli anni in Libia seguendo le reti di alleanza esistenti fra tribù e clan, saranno accolti da Gheddafi e addestrati a Beni Walid all’interno della Legione Verde. Molti di loro saranno poi inviati a combattere nella guerra contro il Chad.

Il contesto politico sempre più ostile convince Gheddafi della necessità di costruire una strategia regionale (nasce il progetto dell’Unione del Maghreb Arabo). Ed è di quegli anni la scelta di far ritornare i tuareg in Mali e in Niger per rivendicare il possesso delle terre. La ribellione, guidata da Iyad Ag-Ghali, sarà contenuta da Moussa Traoré al prezzo di molte vittime, ma gli accordi durano poco perché Traoré verrà qualche mese dopo rovesciato da un colpo di stato (è il marzo 1991).

Quando riprende, la rivolta tuareg dei Movimenti Unificati del Fronte dell’Azawad (MFUA) avrà una diversa fisionomia: frammentata in quattro gruppi maggiori (il Movimento popolare dell’Azawad, MPA, diretto da Ag-Ghali; il Fronte popolare di liberazione dell’Azawad, FPLA, nella regione di Timbuctù; l’Armata Rivoluzionaria di Liberazione dell’Azawad, ARLA, costituita essenzialmente da membri della tribù Imghad; il Fronte Islamico Arabo dell’Azawad, FFIA), vedrà da questo momento una vertigine di alleanze a carattere “etnico-tribale” comporsi e dissolversi secondo le circostanze.

Ma è impossibile offrire un’interpretazione univoca di un progetto di indipendenza che ha radici eterogenee e si nutre spesso di legami familiari, e altrettanto impossibile è lasciarsi sedurre da un’interpretazione che veda quella dei tuareg come la ribellione di “una società contro lo stato”.

Le alleanze che avrebbero costruito negli anni, oltre che con la Libia di Gheddafi, con l’Algeria, ma soprattutto con la Francia, rivelano la grande capacità di sfruttare gli interessi di attori diversi e ottenere supporto militare, economico, logistico o mediatico senza però avere la forza di venirne a capo una volta per tutte. Lo dimostreranno gli anni seguenti, scanditi dall’ingresso del fronte jihadista, che pone agli stessi Tuareg non pochi problemi, e di miliziani provenienti da altri paesi (Sudan).

Agli inizi del 2012 l’erede della galassia dei movimenti secessionisti del nord proclama l’indipendenza dell’Azawad, la vasta regione che da Tessalit, Kidal e Menaka si estende sino a Timbuctu e Gao (quasi i due terzi del paese, largamente desertici, ma ricchissimi di risorse naturali). Con il Movimento Nazionale di Liberazione dell’Azawad, MPLA, operano le milizie Ansar Dine (“Ausiliari della regione Islamica”, al comando di Iyad Ag-Ghali).

Il progetto di uno stato islamico non troverà nella comunità internazionale alcun riconoscimento, ma queste milizie che arrivano sino a Segou sulle loro moto o sui pick-up 4X4 armati con mitragliatrici e lanciarazzi sottratti all’esercito regolare costituiscono una seria minaccia all’integrità territoriale del paese, tanto più che l’esercito regolare arretra, abbandona mezzi e armi, e nel caos rivela ancora una volta che l’addestramento francese non ha avuto altro effetto che quello di creare un esercito fragile e dipendente.

In questo clima di sfiducia, un giovane militare sino a quel momento sconosciuto, Amadou Sanogo, di origine dogon, prende il potere e pone fine al governo di Amani Toumani Toure (ATT). Sanogo finirà poi agli arresti, in una isolata località ai confini con la Guinea, ma intanto il presidente ad interim invoca l’intervento aereo dei francesi per fermare l’avanzata dei ribelli.

Holland accorre in modo trionfale: comincia l’operazione Serval (dall’agosto 2014 il suo nome diventerà Barkhane), affiancata dal luglio dello stesso anno dalle forze dell’ONU. Come sempre la fantasia militare è all’opera, ma con una semantica che vale la pena sottolineare: il nome di un felino dell’Africa subsahariana (serval), il termine con cui si indicano le dune mobili dal profilo a mezzaluna creato dai venti (barkhane), sono l’atto di imperio linguistico di chi si sente da tempo padrone di quei luoghi.

La presenza francese si fa via via più invadente. Le elezioni del nuovo presidente Ibrahima Aboubacar Keita (IBK) consentono al paese una relativa stabilità, ma le critiche all’autonomia del presidente, considerato da molti un fantoccio nelle mani dei francesi, si fanno sempre più aspre.

Un duro colpo al patto fra il Mali e la Francia arriva quando quest’ultima impedisce all’esercito regolare di entrare a Kidal, quartier generale delle forze ribelli controllata dal MPLA invocando motivi di sicurezza e rendendo impossibile sia il controllo della città che le elezioni. Kidal è tutt’oggi una ferita non cicatrizzata, l’immagine di una sovranità nazionale offesa da una potenza straniera.

Non è un caso che la sua riconquista con l’aiuto delle truppe mercenarie russe Wagner nel 2023 sarà celebrata come un riscatto, così come non sorprende che la sua caduta dieci giorni fa nelle mani delle forze ribelli sia stata ripresa dai media francesi infinite volte per umiliare il governo di transizione guidato da Assimi Goïta ed annunciare che ormai i due terzi del paese sono sotto il controllo dei ribelli.

Quando i risultati elettorali che avevano riconfermato IBK furono contestati e il presidente deposto (colpo di stato del 2020, con il forte appoggio della società civile, rappresentata dal Mouvement du 5 juin – Rassemblement des forces patriottiques), un nuovo governo di transizione guidato da Bah Ndaw dovrebbe permettere il ritorno alla democrazia.

Ma nel 2021 un nuovo colpo di stato interrompe il processo, e Bah Ndaw è accusato di aver tradito gli accordi: il ministero della difesa sarebbe dovuto andare a Camara, quello dell’intelligence a Keita (incarichi poi confermati dal governo di transizione). Per una strana coincidenza, sono proprio loro ad essere vittima degli attentati di questi giorni, gli stessi che avevano condotto il processo di alleanza con la Russia e definitivamente spezzato quel che restava dei legami con la Francia.

Dal 2016 nelle aree centrali del paese (regione di Mopti, ansa del Niger) entra in scena un nuovo alleato: il Front de Libération du Macina (Katiba Macina), al comando di Amadou Kouffa. L’area, che vede preponderante la popolazione Peul aveva conosciuto da sempre un complesso sistema d'uso delle terre da parte di pastori e contadini, secondo un equilibrio non del tutto privo di conflitti ma in grado di autoregolarsi ed evitare eccessi (sapienti tecniche di coltivazione e di pascolo avevano reso possibile lo sfruttamento delle risorse di un territorio periodicamente inondato dal Niger).

Ma i conflitti generati dalla riduzione delle terre coltivabili e dei pascoli, e il capovolgimento delle tradizionali gerarchie, avrebbero finito con l’alimentare un’economia di guerra spesso banalizzata nel vocabolario di un conflitto etnico-religioso ricalcato sulle linee di antichi conflitti (i Peul, pastori, da un lato; i Dogon, contadini, dall’altro).

Nel nuovo scenario, segnato dalla comparsa di una milizia di autodifesa dogon (i Dan Nan Ambassagou, “i cacciatori che si confidano a Dio”), il FLA (Fronte di Liberazione dell’Azawad, ultima denominazione dei movimenti indipendentisti tuareg) può contare ora su un nuovo alleato: l’Ucraina, come veniva ammesso nel corso di un servizio delle televisione francese del luglio 2025, ricevendo da un paese diventato centrale nella circolazione mondiale delle armi quegli aiuti (addestramento militare in Europa, droni, attrezzature logistiche) che la Francia non può dare alla luce del sole.

L’obiettivo è far cadere l’attuale giunta al potere e indurre i russi a lasciare il paese. Che la Francia abbia sostenuto in passato i gruppi tuareg è noto da sempre (sin dal 2012, il suo appoggio diplomatico e mediatico è stato evidente). Ma l’alleanza fra i Tuareg e i loro sostenitori internazionali (Algeria, Francia) da un lato, e i gruppi che predicano la sharia e sono affiliati ad Al-Qaida nel Magreb dall’altro, sebbene difficile e non priva di rischi non è più fonte d’imbarazzo dopo l’incontro fra Trump e il nuovo presidente siriano, Aḥmad Ḥusayn al-Shara, membro di un gruppo legato a Al-Qaida e considerato solo qualche mese fa un pericoloso terrorista.

È stridente la libertà con la quale le definizioni di terrorismo siano in Occidente volatili e piegate agli interessi del momento, mentre rimane sempre lo stesso il vocabolario che delegittima i dirigenti africani ridicolizzando i loro sforzi per reagire alla minaccia della povertà, della crisi ecologica o della violenza.

Una tagliente denuncia di questo colonialismo semantico e delle ipocrisie che lo sostengono è stata offerta dal discorso di Jean Emmanuel Ouedraogo, primo ministro del Burkina Faso all’ONU nel settembre 2025, e più recentemente da Bassoma Bazié, sempre per il Burkina Faso, a Lomé, di fronte ai rappresentanti della CEDEAO nell’aprile scorso.

Perché tra i mutamenti più significativi della regione, avvertiti con preoccupazione da Parigi, vi è stata la nascita di una nuova entità: l’Alliance des États du Sahel (Burkina Faso, Mali, Niger), poco importa se al prezzo di alleanze che hanno anch’esse il loro costo (quelle con la Cina e la Russia).

La galassia di acronimi, le definizioni provvisorie di “terrorista”, “ribelle” o “jihadista”, di alleato o mercenario, dicono però poco o nulla di ciò che è diventata la vita in questo paese, segnato da anni di violenze compiute da tutte le milizie (dai jihadisti del Katiba Macina ai mercenari di Wagner e dell’Africa Corps, così come dai Dan Nan Ambassagou).

I furti di milioni di capi di bestiame, l’uccisione di animali e la distruzione dei granai, l’impossibilità di lavorare nei campi o frequentare le scuole (un gran numero delle quali è stato chiuso nei villaggi dove è stata imposta la sharia), i continui assalti ai mezzi di trasporto, hanno stravolto il paesaggio sociale e trasformato anche i vicini in possibili nemici (il clima di sospetto trova espressione negli arresti di militari e personalità politiche in questi giorni, accusati di complicità con i terroristi). Due storicità sembrano così duellare da tempo senza incontrarsi, e in questo duello il Mali sembra essere oggi il luogo dove si giocano il destino e il futuro dell’intero continente africano.

Mentre il neocolonialismo e il capitalismo estrattivista non fanno che affondare in modo sempre più aggressivo i loro artigli sulle risorse naturali (petrolio, litio e gas in Mali; oro in Mali e Burkina Faso; uranio in Niger), i paesi africani lottano per affermare una sovranità sempre negata, sempre assoggettata, sempre ridicolizzata.

Il progetto anticoloniale dei loro leader (come Ibrahim Traoré, che in Burkina Faso assume esplicitamente il ruolo di erede di Sankara) urta l’arroganza dei governi occidentali: che se continuano ad umiliare le élite politiche di questi paesi, non hanno mai esitato ad assassinarne i leader quando scomodi.

Quanto alle reciproche accuse di manipolazione dell’informazione, solo in apparenza si è di fronte allo stesso problema. Se in Mali il potere della giunta militare ricorre alla censura e, certo, anche all’intimidazione o al silenziamento delle voci critiche, i media occidentali (e quelli francesi, in particolare) operano con infinite risorse una duplice operazione: non si accontentano di offrire degli eventi informazioni e analisi di segno opposto, ma aggiungono come un metatesto il cui progetto è far vacillare l’idea stessa di un paese sovrano.

Sulla riva di un tempo ferito dal caos, dall’isolamento (le difficoltà di approvvigionamento di carburante e beni alimentari), dagli indicatori di povertà, dalla nostalgia di lingue e saperi erosi dalla violenza dell’estrattivismo come dalla curiosa indifferenza del turismo (e ciò vale per i Tuareg come per le altre popolazioni di questa regione: Peul, Dogon, Bozo...), si intravede però il coraggio e l’ostinazione di donne e uomini che non intendono cedere alla paura, alla minaccia, e per i quali l’alleanza dei connazionali della diaspora rimane fondamentale.

Fonte

28/04/2026

Mali - Il paese è spaccato in due

A partire da sabato 25 aprile, è partita un’offensiva militare coordinata tra gruppi separatisti e jihadisti contro le autorità del Mali. L’escalation segna un momento centrale per le sorti del governo guidato dal colonnello e presidente Assimi Goita, alla guida del paese dal golpe militare del 2021 che ha espresso una netta cesura col sistema neocoloniale della Françafrique.

Tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025, il governo maliano aveva cambiato approccio verso le multinazionali occidentali dell’oro, mentre poco dopo l’Alleanza degli Stati del Sahel, l’AES (che unisce Mali, Niger e Burkina Faso, e di cui Goita è stato presidente fino alla fine del 2025) ha deciso di integrare ancora di più i suoi membri con un passaporto biometrico, una stazione televisiva e un’unità militare comuni.

Queste brevi righe di introduzione servono a far capire l’importanza del Mali nell’asse anticoloniale nato tra le sabbie del Sahel, un’asse che ha rappresentato una significativa battuta d’arresto per l’imperialismo europeo in Africa, agito soprattutto per interposta presenza – e sistema monetario – francese.

I risvolti degli eventi in corso in questi giorni sono perciò di fondamentale importanza non solo per la stabilità della regione, ma anche per gli assetti di tutto il quadrante che va dal Mediterraneo fino al Golfo Persico, visti i fili delle forze in azione che arrivano fino a Israele e agli Emirati Arabi Uniti.

Per ora ci limiteremo a riportare gli eventi e gli attori in campo, in attesa di notizie più precise di fronte ad avvenimenti che risultano ancora piuttosto convulsi.

I fatti e i protagonisti

Le violenze sono esplose nelle prime ore di sabato. I testimoni hanno riferito di forti esplosioni e conflitti a fuoco prolungati iniziati intorno alle 06:00 del mattino vicino alla base militare di Kati, situata a breve distanza dalla capitale Bamako, nel sud del paese. Kati non è solo un centro nevralgico dell’esercito, ma ospita anche la residenza di Goita. Come hanno riportato fonti militari ad Al Jazeera, il Ministro della Difesa, Sadio Camara, è rimasto ucciso durante gli assalti.

Lo Stato Maggiore delle Forze Armate del Mali ha inizialmente parlato di “gruppi terroristici non identificati” che avrebbero preso di mira diverse caserme sia nella capitale che nelle province interne. Ma quali siano questi gruppi è piuttosto chiaro a tutti gli osservatori della regione, e sono arrivate poi anche rivendicazioni ufficiali: Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (JNIM), braccio locale di Al Qaida, e separatisti Tuareg del Movimento Nazionale di Liberazione dell’Azawad, anche se non si esclude la partecipazione di altre milizie.

Il Movimento dell’Azawad ha risaputamente aumentato la propria capacità bellica sfruttando anche legami con arsenali di contrabbando provenienti dalla Libia, dove il controllo dei flussi di armamenti è venuto meno con lo smembramento del paese in potentati locali successivo all’aggressione occidentale. I separatisti hanno rivendicato la presa di posizioni strategiche a Kidal e Gao, nelle zone più interne del Sahara.

Le forze russe e il sostegno ucraino al terrorismo

Per molti analisti, il controllo di Kidal equivale, simbolicamente e militarmente, al controllo dell’intero nord del Mali, dove il governo faceva anche affidamento sulle forze russe post-Wagner, ovvero il Corpo Africano delle Forze Armate di Mosca. Il comunicato diffuso ieri dall’unità sembrerebbe confermare quantomeno una ritirata strategica:
“In conformità con una decisione congiunta della leadership della Repubblica del Mali, le unità del Corpo Africano che erano state stazionate e combattevano nell’insediamento di Kidal hanno lasciato la località insieme ai militari dell’Esercito del Mali. I militari feriti e le attrezzature pesanti sono stati evacuati per primi. Il personale continua a svolgere la missione di combattimento assegnata. La situazione nella Repubblica del Mali rimane difficile”.
A inizio aprile, Radio France International aveva confermato la presenza di centinaia di ufficiali ucraini in Libia, per contrastare l’influenza del Cremlino nel paese e per monitorare e colpire le operazioni della flotta russa nell’area. Già dal 2024 l’AES aveva posto Kiev sotto accusa all’ONU per il suo sostegno ai gruppi jihadisti del Sahel, e difatti, dal 2023, il JNIM è riuscito a condurre attacchi con droni, di cui è possibile che le forniture e le tecnologie siano arrivate proprio dal paese dell’Est Europa.

I fili che arrivano fino al Golfo Persico

Tra le fonti economiche del JNIM e dei separatisti c’è, tra le altre cose, anche il contrabbando di oro dalle tante miniere della regione. Il centro internazionale dello smercio illegale del metallo prezioso sono gli Emirati Arabi Uniti, che sfruttano questo ruolo informale anche nei rapporti, militari ed economici, con le RSF del Sudan. L’oro arriva poi spesso in Europa, coinvolgendo nel traffico anche Tel Aviv e Berna.

È insomma un quadro articolato, quello che parte dagli assalti di questi di giorni. Esso ha importanti legami con l’intera cornice strategica ed economica afferente alla “Eurafrica”, con l’aggiunta dell’Asia Occidentale. Per ora, comunque, l‘esercito maliano ha dichiarato di aver respinto gli assalti, ma la situazione sul terreno rimane volatile. Da Bamako e Kati si trovano sui social immagini di abitazioni distrutte e strade bloccate dai soldati.

Le condanne internazionali contro gli attacchi sono giunte dall’Unione Africana, dall’Organizzazione della Cooperazione Islamica e persino dall’Ufficio degli Stati Uniti per gli Affari Africani, ma una soluzione politica appare impossibile. Non è da escludere che alcune delle forze in campo tra gli assalitori si stiano muovendo anche senza una completa copertura da parte degli imperialisti occidentali, che comunque hanno da guadagnare dall’indebolimento del governo Goita.

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17/02/2026

Il Niger si prepara “alla guerra contro la Francia”. La posta in gioco sull’uranio nigerino

Venerdì scorso, il leader della giunta al potere in Niger, il generale Abdourahamane Tiani, ha rinnovato le accuse secondo cui la Francia sarebbe dietro l’attacco del 29 gennaio all’aeroporto di Niamey, un attacco rivendicato dagli jihadisti dello Stato Islamico nel Sahel.

Ha descritto l’incidente come parte di una “malata agenda di destabilizzazione”, sostenendo che il suo apparente obiettivo di paralizzare il trasporto aereo del Niger fosse infine fallito. Ma ha anche accusato direttamente quelli che ha definito “gli sponsor di questi mercenari” facendo i nomi di Macron e dei presidenti della Costa d’Avorio Quattara e del Benin Patrice Talon. “Li abbiamo sentiti abbaiare abbastanza, ora si preparino a sentirci ruggire” ha dichiarato Tiani in un discorso tenuto durante un raduno allo stadio di Njamey,

Parigi ha ripetutamente negato qualsiasi coinvolgimento attraverso il portavoce delle forze armate francesi, colonnello Guillaume Vernet, il quale ha definito le accuse come parte di una “guerra informativa”.

Il Financial Times titola che in Niger ci sono “Mille tonnellate di uranio nel mirino dell’Isis”. Il riferimento è alla spedizione di circa 1.000 tonnellate di “yellow cake” (concentrato di uranio) bloccato all’aeroporto di Niamey da diverse settimane e oggetto, appunto, delle tensioni tra Francia e Niger.

“Ci troviamo di fronte a persone che, a causa dei nostri beni, della nostra ricchezza, vogliono a tutti i costi riportarci alla situazione che li ha resi prosperi”, ha affermato un altro membro della giunta nigerina, il generale Amadouu Ibro, l’11 febbraio scorso.

Lo stesso Ibro, membro della giunta al potere in Niger dal 2023, ha invitato la popolazione “a prepararsi a una guerra con la Francia”.

Il Niger accusa regolarmente Parigi di voler destabilizzare il paese e il capo della giunta, il generale Aboudrahamane Tiani, ha designato direttamente il presidente francese Emmanuel Macron come “lo sponsor” dei jihadisti dello Stato Islamico che hanno attaccato l’aeroporto internazionale di Niamey alla fine di gennaio.

Gli ultimi soldati francesi della missione Barkhane, hanno lasciato il Niger alla fine del 2023. E la Francia da allora non ha mai smesso di pensare a come rimettere sotto controllo l'ex colonia africana.

Secondo Jeune Afrique, Niamey rivendica una politica di sovranità, in particolare sulle materie prime, ed ha nazionalizzato Somaïr, una sussidiaria del colosso francese Orano (la ex Areva, ndr), che a sua volta ha avviato diverse azioni legali contro il governo. Il Niger ha annunciato alla fine del 2025 la sua intenzione di mettere l’uranio prodotto sul mercato internazionale.

Il giornale francese La Tribune riferisce che il presidente nigerino Abdourahamane Tiani ha riaffermato la posizione di Niamey riguardo all’uranio prodotto ad Arlit prima della nazionalizzazione. “Niamey non torna indietro sulla nazionalizzazione, ma distingue tra l’uranio prodotto prima dell’acquisizione della miniera, che considera rimborsabile in proporzione alla precedente partecipazione di Orano, e quello estratto successivamente, che sostiene essere esclusivamente nigerino”.

Si tratta del 63,4% di 156.231 tonnellate di uranio prodotte prima della nazionalizzazione della francese Orano. Per la nuova giunta nigerino tutto quello prodotto successivamente è di proprietà del Niger.

È bene rammentare che se la Francia ha dovuto ritirare il suo contingente militare dal Niger, l’Italia è ancora presente su quel territorio.

L’Italia infatti dal 2018 ha circa 250 soldati nel paese africano ingaggiati nella cosiddetta Missione bilaterale di supporto in Niger (Misin), una presenza militare ufficialmente finalizzata “all’addestramento e alla formazione delle forze di sicurezza locali, al supporto logistico e alla cooperazione con le autorità nigerine nel contrasto al terrorismo, al traffico illecito e ai flussi migratori”.

È altrettanto utile rammentare che il Niger è il settimo produttore mondiale di uranio – il secondo in Africa, dopo la Namibia – con circa il 5% della produzione mineraria globale nel 2022, pari a circa 2.020 tonnellate di uranio. L’uranio nigerino, tra l’altro, è anche quello di qualità più alta del continente africano. Basta questo per capire quale sia veramente la posta in gioco in questo paese africano.

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08/02/2026

“Truppe Usa in Nigeria”

Gli Stati Uniti hanno inviato un piccolo contingente militare in Nigeria. Lo ha dichiarato martedì scorso il generale responsabile del comando statunitense per l’Africa riconoscendo così per la prima volta la presenza delle forze statunitensi nel paese africano che il giorno di Natale è stato oggetto di un bombardamento da parte dell’aviazione militare di Washington.

Alla fine di dicembre il presidente Donald Trump aveva infatti ordinato di realizzare alcuni attacchi aerei contro quelli che ha definito “obiettivi dello Stato islamico” in Nigeria – ma ad essere colpiti, secondo le testimonianze locali, erano stati alcuni villaggi dove non erano presenti gruppi jihadisti – e aveva minacciato nuove azioni militari.

Il generale Dagvin RM Anderson ha affermato che la squadra militare statunitense è stata inviata in Nigeria dopo che entrambi i paesi hanno convenuto che è necessario fare di più per combattere la minaccia terroristica nell’Africa occidentale.

«Ciò ha portato a una maggiore collaborazione tra le nostre nazioni, con l’inclusione di un piccolo team statunitense che apporta alcune capacità uniche dagli Stati Uniti», ha dichiarato ai giornalisti il capo dell’Africa Command (AFRICOM) dell’esercito statunitense, durante una conferenza stampa. Anderson non ha fornito ulteriori dettagli sulle dimensioni e la portata della missione.

La Nigeria è stata sottoposta a forti pressioni da parte di Washington affinché accetti il sostegno militare di Washington dopo che il presidente Trump ha accusato la nazione dell’Africa occidentale di non aver protetto i cristiani dai militanti islamisti che operano nel nord-ovest del paese.

Il governo nigeriano nega però qualsiasi persecuzione sistematica dei cristiani, affermando che sta già prendendo di mira i combattenti islamici e altri gruppi armati che attaccano sia i civili cristiani che quelli musulmani.

I combattenti di “Boko Haram” e dello “Stato Islamico della Provincia dell’Africa Occidentale” (ISWAP) hanno però intensificato gli attacchi contro convogli militari e civili soprattutto nelle regioni del nord-ovest che rimangono l’epicentro dell’insurrezione jihadista che dura ormai da 17 anni.

Proprio martedì scorso circa 170 persone sono state uccise nel corso di un attacco condotto da miliziani armati contro il villaggio di Woro, nello stato di Kwara, nella Nigeria centrale.

L’assalto è il più sanguinoso registrato quest’anno nel distretto al confine con lo Stato federale del Niger, un’area sempre più nel mirino di bande armate e jihadisti che fanno irruzione nei centri abitati, rapiscono i residenti e saccheggiano il bestiame.

Il portavoce della polizia statale, Adetoun Ejire-Adeyem, ha confermato la strage ma non ha fornito dettagli né sul numero esatto delle vittime né sulla matrice dell’assalto. Secondo alcuni testimoni raggiunti da Reuters, gli aggressori erano jihadisti che spesso predicavano nel villaggio e che avevano chiesto agli abitanti di rinunciare alla loro fedeltà allo Stato nigeriano e di adottare la Sharia, la legge islamica. Secondo alcuni analisti il massacro è stato effettuato da Boko Haram.

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26/01/2026

Siria - Regge il cessate il fuoco, ma le aree curde sono allo stremo

Continua l’evoluzione preoccupante degli eventi del nord-est della Siria. Al culmine dell’offensiva qaedista di metà mese e della defezione di massa delle tribù sunnite affiliate alle Forze Democratiche Siriane (FDS), queste ultime hanno perso quasi tutto il territorio che controllavano: permangono solo due enclavi, una nell’area di Qamishlo ed Al-Hasaka ed una nei dontorni di Kobane/Ain al Arab.

L’unico freno momentaneo nei confronti delle bande jihadiste viene posto, per il momento, dagli USA, che il 24 gennaio hanno imposto un prolungamento del cessate il fuoco di altri 15 giorni per effettuare il trasporto dei prigionieri dell’Isis in Iraq.

Durante la ritirata precipitosa delle milizie curde, infatti, si sono verificate fughe di prigionieri dell’ex stato islamico dalle prigioni di Al-Shaddadi eAl-Aqtan, la cui entità reale è impossibile da stabilire; inoltre, vi sono stati tentativi di fuga anche dal famigerato campo profughi di Al-Howl, un vero e proprio campo di concentramento in cui sono stipati in uno stato di prigionia di fatto migliaia di famiglie di diversa nazionalità – compresi bambini nati lì dentro – ritenute legate in qualche modo all’Isis, ma mai condannate da nessun tribunale.

I paesi di origine di questi prigionieri rifiutano i rimpatri e alle milizie curde era affidato il compito di controllarli e tenerli nel limbo legale in cui si trovano oramai da più di 10 anni.

Il controllo di questo campo, per altro, era uno dei motivi con cui il Pentagono giustificava il prolungarsi dell’“alleanza” con i Curdi e della presenza militare nel nord-est della Siria; infatti Washington ora sta valutando il ritiro completo dal paese.

Il fatto che ora si stia provvedendo a trasferire i prigionieri in Iraq la dice lunga, inoltre, sul reale livello di fiducia delle gerarchie militari statunitensi nei confronti del regime di Al-Jolani come partner della “coalizione anti-Isis”.

Cionondimeno, l’abbandono nei confronti delle Ypg/Ypj, seppur fra qualche mal di pancia, specie in ambienti neoconservatori e filo-israeliani, è ormai consolidato. Lo ha decretato l’inviato USA Tom Barrack, come al solito, con un lungo post su X: 
“Storicamente, la presenza militare statunitense nella Siria nord-orientale è stata giustificata principalmente come una partnership anti-ISIS. Le Forze Democratiche Siriane (SDF), guidate dai curdi, si sono dimostrate il partner di terra più efficace nella sconfitta del califfato territoriale dell’ISIS entro il 2019, detenendo migliaia di combattenti e familiari dell’ISIS in prigioni e campi come al-Hol e al-Shaddadi. All’epoca, non esisteva uno stato siriano centrale funzionante con cui collaborare. 
Oggi la situazione è radicalmente cambiata. La Siria ha ora un governo centrale riconosciuto che ha aderito alla Coalizione Globale per Sconfiggere l’ISIS (divenendone il 90° membro alla fine del 2025), segnando una svolta verso ovest e una cooperazione con gli Stati Uniti nella lotta al terrorismo.
Questo cambia la logica del partenariato USA-SDF: lo scopo originario delle SDF come principale forza anti-ISIS sul terreno è in gran parte venuto meno.
Abbiamo collaborato attivamente con il governo siriano e la leadership delle SDF per garantire un accordo di integrazione, firmato il 18 gennaio, e per definire un percorso chiaro per un’attuazione tempestiva e pacifica. L’accordo integra i combattenti delle SDF nell’esercito nazionale (come individui, il che rimane una delle questioni più controverse), cede infrastrutture chiave (giacimenti petroliferi, dighe, valichi di frontiera) e cede il controllo delle prigioni e dei campi dell’ISIS a Damasco. 
Questa integrazione, sostenuta dalla diplomazia statunitense, rappresenta la più grande opportunità finora per i curdi di garantire diritti e sicurezza duraturi all’interno di uno Stato-nazione siriano riconosciuto”.
Secondo diversi analisti, il cambio di linea statunitense sarebbe maturato il 6 gennaio a Parigi, quando il regime sionista e quello qaedista di Al-Jolani hanno stipulato un accordo di de-escalation ed hanno messo in piedi un meccanismo di comunicazione – quindi ancora un accordo completo di reciproco riconoscimento – grazie proprio alla mediazione USA. A quel punto anche Israele avrebbe abbandonato i curdi per “accontentarsi” del controllo dell’area drusa.

Su questo tema, l’avvocato di Ocalan – Faik Özgür Erol – ha riportato una dichiarazione del leader curdo durante un colloquio in carcere, che concorda con quest’analisi: “Il processo iniziato con l’Accordo di Parigi mira a trasformare la Siria settentrionale in Siria meridionale. È chiaro che mentre Israele ha preso le alture del Golan e Suwayda, ad al-Sharaa è stata promessa l’area tra i fiumi Eufrate e Tigri. Sarebbe un errore storico per la Turchia considerare questo processo a suo favore”.

La nuova linea degli USA, dunque, è l’integrazione delle milizie curde e delle sue strutture amministrative all’interno dello stato siriano. Facile da mettere su carta, ma non così facile da applicare: non si vede come si possano convincere migliaia di combattenti legati alla storia e identità del movimento di liberazione curdo a subordinarsi alle gerarchie militari dei loro carnefici salafiti.

Sia gli USA che la Turchia preferirebbero tale scenario a quello dello scontro finale, con la caduta delle due enclavi ancora in mano alle Ypg/Ypj dopo un assedio militare.

In particolare, Ankara non vuole tirare troppo la corda nei confronti della propria minoranza curda per non mettere a rischio il processo di disarmo del PKK, il cui scopo finale è attirare verso l’area governativa il consenso dei curdi, non alienarselo.

Tuttavia, nei giorni scorsi si sono riviste le scene di più di 10 anni fa, alla vigilia della rottura del precedente processo di pace: decine di migliaia di abitanti del sud-est del paese si sono riversati sul confine siriano per tentare di correre in aiuto dei curdi siriani, bloccati dalla polizia.

Del resto, la situazione di assedio in cui si trova Kobane/Ain-al-Arab non è così diversa rispetto al 2014: acqua ed elettricità sono state staccate e solo la mobilitazione internazionale, probabilmente, ha convinto le autorità qaediste ad aprire corridoi umanitari verso la città. Si segnalano casi di morti per fame e per freddo, proprio come avviene a Gaza.

I margini di manovra per Mazloum Abdi e le dirigenze curde sono però molto stretti: i rapporti di forza militari sono ampiamente sfavorevoli, dopo lo sfarinamento delle Forze Democratiche Siriane, in quanto sono rimasti legati al progetto confederale solo i nuclei originari delle Ypg/Ypj; un numero insufficiente per reggere lo scontro essendo anche venuto meno il supporto militare statunitense.

Al momento, stanno provando a guadagnare tempo e salvare qualche margine di autonomia sui territori ancora controllati, cercando sponde in quei settori degli apparati militari di Stati Uniti ed Israele che non hanno condiviso la linea dell’abbandono della causa curda. Al-Jolani, però, sembra disposto a concedere solo posizioni nei ministeri e nei governatorati, nell’ambito di una struttura statale molto centralizzata, senza concedere autonomie speciali al nord-est.

È fondamentale, ora, per la compagine curda, cercare di resistere, per poi rilanciarsi sul medio periodo, contando sull’incapacità, già ampiamente dimostrata, del governo centrale di controllare tutto il territorio, magari effettuando anche una ricalibratura delle alleanze regionali: gli USA hanno più volte dimostrato la loro totale inaffidabilità. Le forze che combattono davvero l’integralismo salafita sono altre.

In tal senso, un altro aspetto che va tenuto in considerazione è la possibile estensione del conflitto all’Iraq, dove le minacce di bloccare le entrate petrolifere e le pressioni statunitensi nell’ambito della partita che si sta giocando per la formazione del nuovo governo, potrebbero aver bisogno di un braccio armato jihadista.

Nello scontro in corso, le forze politiche filo-iraniane sono determinate a non cedere di un centimetro: continuano a proporre Maliki – l’esponente dei partiti sciiti più legato all’Iran – come Primo Ministro, in luogo del moderato Suidani, ed hanno dispiegato le Forze di Mobilitazione Popolare (PMF) al confine con la Siria per rispondere ad una serie di minacce diffuse via internet da milizie qaediste inquadrate nell’esercito siriano.

“Questa è propaganda debole e codarda. Ora siamo al confine. Lasciateli venire e tentare di nuovo la fortuna; si troveranno di fronte al ruolo eroico delle forze di sicurezza irachene e di Hashd al-Shaabi [PMF]” ha dichiarato all’agenzia curda Rudaw Abu al-Hassanein, comandante della Brigata al-Tufuf delle PMF.

In generale, gli sviluppi siriani vengono osservati con molta apprensione in Iraq, anche in riferimento alle minacce USA nei confronti dell’Iran: eventuali incursioni dal lato siriano potrebbero essere usate come un diversivo per tenere occupate le PMF, impedendo loro di concentrarsi sulle istallazioni militari americane, in caso di conflitto con l’Iran.

Ancora una volta, dunque, l’estremismo salafita si dimostra braccio armato degli interessi dell’imperialismo.

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24/12/2025

Gaza, il governo per procura di Israele collassa insieme alle milizie

L’assassinio della scorsa settimana di Yasser Abu Shabab, il trentaduenne leader delle “Forze Popolari” sostenute da Israele, una milizia che opera nella zona di Rafah, nella parte meridionale della Striscia di Gaza, è più di un semplice omicidio di stampo mafioso. La sua uccisione per mano dei suoi stessi miliziani scontenti è una chiara rappresentazione di una politica che sta fallendo.

Per mesi Israele ha messo insieme una squallida alleanza di criminali condannati, ex affiliati dell’Isis e collaboratori opportunisti, presentandoli come l’embrione di un governo locale alternativo ad Hamas a Gaza, mentre li utilizzava per orchestrare la fame e compiere attacchi per conto di Israele. Ora, questo tentativo di coltivare una rete di bande criminali come subappaltatori della sua occupazione sta crollando in lotte intestine paranoiche e caos sanguinoso.

Lo stesso Abu Shabab era un trafficante di droga condannato con legami documentati con l’Isis nel Sinai. Condannato da un tribunale di Gaza nel 2015 a 25 anni di carcere, ne ha scontati otto prima di fuggire nel caos seguito al 7 ottobre. È poi riapparso a Gaza sotto la protezione dell’esercito israeliano per guidare una banda di 120 combattenti, parte di quella che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha ammesso essere una strategia esplicita per armare i clan di Gaza e contrastare Hamas.

Secondo il giornalista investigativo di Gaza Mohammed Othman, la morte di Abu Shabab è stata decisa quando l’esercito israeliano ha scoperto il mese scorso il cibo che aveva fornito alla sua banda all’interno di un tunnel di Hamas.

Israele ha imposto rapidamente delle restrizioni ai membri del gruppo, limitando i loro spostamenti a Rafah, riducendo le loro razioni alimentari e impedendo ai loro leader più fidati di entrare e uscire da Israele.

Le tensioni all’interno della banda sono esplose. Nel giro di pochi giorni, dopo un’indagine interna, il vice capo e leader de facto della banda Ghassan Duhaini ha arrestato Jum’aa Abu Sunaima, il cui fratello Mahmoud supervisionava la distribuzione di cibo alla banda di Abu Shabab e ad altre famiglie della zona, con l’accusa che Jum’aa stesse dirottando il cibo ai militanti di Hamas.

Mahmoud si è recato a casa di Abu Shabab per chiedere il rilascio di suo fratello, ma gli è stato detto che Jum’aa aveva tre opzioni: rimanere in detenzione, essere consegnato all’esercito israeliano o essere giustiziato.

Lo scontro si è inasprito, Mahmoud ha estratto un fucile automatico e ha aperto il fuoco. Abu Shabab è rimasto gravemente ferito ed è deceduto in seguito alle ferite riportate dopo essere stato trasportato all’ospedale Soroka nella città israeliana di Be’er Sheva, mentre sia Mahmoud che Jum’aa sono rimasti uccisi negli scontri.

All’uccisione di Abu Shabab è seguita una serie di violenze di rappresaglia. Secondo Othman e altre fonti locali, Duhaini, ferito alla gamba sinistra durante lo scontro, è stato curato in Israele ed è tornato per compiere una serie di esecuzioni, uccidendo le guardie del corpo di Abu Shabab per non essere intervenute, nonché l’uomo armato, suo fratello detenuto e diverse altre persone.

Ha anche lanciato attacchi contro le case del clan Abu Sunaima, ferendo diversi residenti, confiscando telefoni, aggredendo donne e mettendo le famiglie sotto sequestro. Il clan ha poi rilasciato una dichiarazione pubblica confermando la morte di Jum’aa e Mahmoud e suggerendo implicitamente che i due fossero responsabili della morte di Abu Shabab.

Questa implosione coglie una profonda verità sull’esperimento di Israele a Gaza: affidando l’occupazione di una popolazione assediata ai collaboratori più violenti e opportunisti, Israele non produrrà un’alternativa stabile al governo di Hamas. Al contrario, una tale strategia non fa altro che favorire una mini-economia da signori della guerra, preparando il terreno per cicli infiniti di violenza vendicativa.

Il rapporto di Israele con le bande criminali di Gaza è iniziato quasi immediatamente dopo l’invasione di Rafah da parte dell’esercito nel maggio 2024. I membri delle bande hanno presto iniziato a saccheggiare i convogli di aiuti umanitari con quella che i testimoni hanno descritto come una protezione israeliana passiva e a volte attiva: i furti potevano avvenire a meno di 100 metri dai carri armati israeliani, con le truppe che sparavano solo quando la polizia locale o i volontari tentavano di intervenire.

L’accordo serviva agli obiettivi strategici di Israele, aggravando la fame a Gaza e scaricando la colpa sui gruppi locali, preservando al contempo una plausibile negabilità. Al culmine della crisi della scorsa estate, quasi il 90% dei convogli umanitari delle Nazioni unite è stato intercettato prima di raggiungere i centri di distribuzione.

Nel novembre 2024, una nota interna delle Nazioni Unite ha identificato le Forze Popolari di Abu Shabab come le principali responsabili. Il gruppo aveva costruito un complesso militare fortificato con magazzini e carrelli elevatori per immagazzinare gli aiuti rubati, che poi rivendevano sul mercato nero a prezzi esorbitanti.

Più tardi quello stesso mese, i militanti di Hamas hanno teso un’imboscata a un’unità di Abu Shabab all’ospedale europeo di Khan Younis, uccidendo circa 20 dei loro combattenti, tra cui il fratello del capo della banda e contabile, Fathi. Dopo l’attacco, l’esercito israeliano ha ampliato la sua collaborazione con Abu Shabab, che ora aveva motivi altamente personali per vendicarsi di Hamas.

Israele ha successivamente impiegato le Forze Popolari e altre bande per attività di spionaggio, raccolta di informazioni, rapimenti, omicidi e bonifica di aree pericolose prima dell’arrivo delle forze israeliane.

Un alto dirigente di Hamas a Doha mi ha recentemente riferito che quando le Brigate Al-Qassam di Hamas si sono scontrate con il clan Dogmoush in ottobre, i militanti hanno recuperato liste israeliane di persone da rapire, interrogare e assassinare, insieme a ingenti somme di denaro, armi e veicoli.

Nel maggio 2025, Israele ha ulteriormente formalizzato la sua collaborazione. L’esercito ha fornito ai membri delle bande uniformi con la bandiera palestinese per dare l’impressione di una forza di sicurezza legittima e ha incaricato loro di costruire un grande campo tendato nella parte orientale di Rafah, vicino al confine egiziano.

Due mesi dopo, il ministro della difesa israeliano Israel Katz ha parlato del suo piano di concentrare lì 600mila abitanti di Gaza, impedendo loro di tornare nella parte centrale e occidentale della Striscia, e Abu Shabab ha ribadito gli stessi obiettivi demografici in un editoriale pubblicato sul Wall Street Journal a suo nome.

Ben presto è apparsa una pagina Facebook che promuoveva l’area «sicura» della banda sia in arabo che in inglese, offrendo persino stipendi mensili compresi tra mille e 1.500 dollari alle nuove reclute. Secondo un ex membro della banda che ha parlato con Mohammed Othman, i civili che si sono trasferiti lì sono stati effettivamente tenuti in ostaggio, gli è stato impedito di tornare a ovest o di contattare le loro famiglie.

Anche gli Emirati arabi hanno iniziato a sostenere Abu Shabab, cercando di creare rivali locali ad Hamas. Un diplomatico arabo mi ha detto che Abu Dhabi preferiva un «caos simile a quello del Sudan» a qualsiasi scenario in cui Hamas sopravvivesse alla guerra.

A giugno Duhaini è apparso in un video accanto a un veicolo con targa degli Emirati, con in mano un fucile serbo nuovo di zecca che, secondo una fonte del Wsj, si può trovare solo in due paesi del Medio Oriente: Israele e gli Emirati arabi.

Entro l’estate, tuttavia, Israele stava vivendo il rimorso dell’acquirente. Le fila di Abu Shabab non crescevano e pochi civili si trasferivano nel loro campo. La situazione è peggiorata ulteriormente dopo che il deputato dell’opposizione israeliana ed ex ministro della difesa Avigdor Liberman ha inavvertitamente violato la censura militare criticando Netanyahu per aver armato «l’equivalente dell’Isis a Gaza».

Netanyahu ha successivamente confermato alcuni elementi di questa versione, spingendo la famiglia Abu Shabab e il clan Tarabin a rinnegare pubblicamente Abu Shabab e a bollarlo come collaborazionista.

Anche il reclutamento da parte della banda del noto critico di Hamas, Momen Al-Natour, ha avuto un effetto contrario. Dopo che hanno pubblicato delle foto con lui, la sua famiglia lo ha denunciato e presto è fuggita da Gaza per sfuggire all’orbita della banda.

Dal cessate il fuoco di ottobre, Israele ha mantenuto il controllo delle aree spopolate oltre la cosiddetta «linea gialla», che ora rappresentano più della metà del territorio di Gaza. Qui, secondo diverse fonti locali, Israele ha rapidamente trovato un altro impiego per il gruppo di Abu Shabab e altre cinque bande proxy, che partecipano a operazioni mordi e fuggi e missioni di caccia ai tunnel per sradicare i militanti di Hamas a Rafah.

Prima di essere ucciso, Abu Shabab era anche coinvolto nei piani di Israele per costruire la “Nuova Rafah”, un villaggio Potemkin destinato a mascherare il rifiuto di Israele di consentire la ricostruzione nella parte occidentale di Gaza.

Secondo un giornalista europeo, poco prima della sua morte Abu Shabab stava discutendo con Duhaini un piano per formare un «governo di transizione di Gaza orientale», vagamente ispirato alle Forze di supporto rapido del Sudan. Alla fine di novembre, la banda ha anche pubblicato un filmato in cui si presentava come un braccio del Consiglio di pace e della Forza di stabilizzazione internazionale di Trump.

Israele ha promosso con insistenza la banda presso i decisori politici americani e i media israeliani hanno persino riferito che Abu Shabab ha incontrato Jared Kushner presso il Centro di coordinamento civile-militare dell’esercito americano nel sud di Israele, cosa che il Dipartimento di Stato americano ha negato.

Da allora la leadership delle Forze Popolari è passata a Duhaini, ex comandante di Jaysh Al-Islam a Rafah, una fazione radicale che ha giurato fedeltà all’Isis nel 2015 ed è stata responsabile del rapimento del giornalista della BBC Alan Johnston nel 2007.

Fonti di Gaza affermano che Duhaini è stato arrestato due volte da Hamas prima della guerra e in precedenza ha prestato servizio nel settore della sicurezza dell’Autorità Palestinese. Suo fratello, militante della Jihad islamica, è morto in una prigione di Hamas.

Un altro comandante chiave della banda di Abu Shabab è Essam Nabahin, un agente dell’Isis che ha combattuto l’esercito egiziano nel Sinai alla fine degli anni 2010. Dopo essere riapparso a Gaza nel 2022, è stato arrestato per aver ucciso un agente di polizia, ma è fuggito dalla prigione il 7 ottobre. Altri membri delle Forze popolari hanno storie altrettanto violente o criminali, tra cui traffico di droga, omicidio e violenza sessuale.

La seconda banda più grande è guidata da Ashraf Al-Mansi, che opera da una scuola abbandonata a Beit Lahiya, nel nord di Gaza. Una fonte con sede a Gaza ha riferito che Al-Mansi proviene da una famiglia vicina ad Hamas: suo zio, imam di una moschea di Hamas, è stato ucciso da Fatah nel 2007 e suo padre è stato arrestato da Israele. Al-Mansi si è poi dedicato allo spaccio di droga e ha preso le distanze da Hamas.

Uno dei suoi luogotenenti più noti, Abu Anas Zeidan, è un ex jihadista salafita che faceva parte dell’Isis prima di unirsi al gruppo di Al-Mansi. Un’altra figura di spicco è Hussam Al-Astal, ex membro delle forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese e forse il leader della banda più visibile dopo Abu Shabab, grazie alle sue apparizioni sui media israeliani e internazionali.

Hamas lo aveva precedentemente incarcerato per presunta partecipazione all’assassinio dell’ingegnere palestinese Fadi Al-Batsh in Malesia nel 2018, compiuto dal Mossad. Come molti altri, è fuggito dalla prigione dopo il 7 ottobre e ora guida una milizia di cento uomini tra Khan Younis e Rafah, nota come Counter-Terrorism Strike Force.

Nonostante la sua notorietà mediatica, Al-Astal è estraniato dalla sua famiglia. Suo fratello Nidal è un alto comandante delle Brigate Al-Qassam ed è anche imparentato con l’importante leader di Hamas, Yunis Al-Astal.

Un ex vicino di Al-Astal mi ha informato che Israele ha ucciso sua figlia in un attacco a una tenda durante la guerra e che suo genero è stato ucciso mentre cercava aiuto dalla Gaza Humanitarian Foundation. La moglie e i figli sopravvissuti di Al-Astal si sono rifiutati di raggiungerlo a Khan Younis e la famiglia allargata di Al-Astal lo ha formalmente ripudiato.

Nella parte orientale della città di Gaza, Rami Heles, un altro ex ufficiale di sicurezza dell’Autorità Palestinese, guida un gruppo più piccolo. Una quinta banda, nella parte orientale di Khan Younis, è guidata da Shawqi Abu Nusaira, un funzionario in pensione dell’Autorità Palestinese che ha trascorso oltre un decennio nelle prigioni israeliane e che, secondo quanto riferito, sarebbe responsabile della recente esecuzione di un presunto membro di Hamas.

Sebbene Abu Nusaira abbia formato la milizia alla fine di novembre, fonti di sicurezza a Gaza affermano che si aspettano che sciolga il suo gruppo e chieda clemenza sulla scia della morte di Abu Shabab, data l’assenza di qualsiasi vendetta personale contro Hamas.

Una sesta fazione, molto più piccola, è emersa nella parte orientale di Rafah dopo la morte di Abu Shabab. Il gruppo, che si autodefinisce “Forza di difesa popolare”, ha pubblicato un unico video in cui minaccia Hamas, ma la sua leadership rimane sconosciuta.

L’uccisione di Abu Shabab ha inferto un duro colpo alla strategia di governo per procura di Israele a Gaza, per almeno tre motivi. In primo luogo, Abu Shabab era il volto della campagna propagandistica israeliana che rivendicava il successo nella deradicalizzazione di alcuni abitanti di Gaza e nella creazione di «comunità alternative sicure» per loro nella parte orientale di Gaza, una narrativa che Israele usa per giustificare l’imprigionamento e il continuo bersagliamento di circa due milioni di persone nelle rovine della metà occidentale dell’enclave.

In secondo luogo, oltre a promettere potere, denaro e cibo, Israele ha attirato queste bande offrendo loro protezione da Hamas, intervenendo militarmente in diverse occasioni per difenderle dagli attacchi. Ma quella promessa è ormai priva di significato, ora che la minaccia di violenza è emersa dalle file delle bande stesse.

Non esiste alcuna ideologia o causa che unisca i membri della banda se non il guadagno materiale immediato, il che significa che qualsiasi disputa tra i membri della banda può avere esiti fatali. Infatti, nel caos seguito alla morte di Abu Shabab, diversi membri della banda sono fuggiti nella parte occidentale di Gaza e si sono consegnati alle forze di sicurezza di Hamas in cambio di clemenza e si prevede che altri si uniranno a loro presto.

In terzo luogo, la morte di Abu Shabab ha scatenato una lotta di potere tra Duhaini, che guida l’ala militare della banda, e Humaid Al-Sufi, capo dell’ala civile. La fazione di quest’ultimo ha diffuso voci secondo cui Duhaini sarebbe responsabile della morte di Abu Shabab. La famiglia Al-Duhaini è la più piccola della tribù Tarabin, largamente superata in numero dalla famiglia Al-Sufi, il che rende difficile per gli altri accettare l’ascesa al trono di Duhaini.

La fuga paranoica dei membri della banda verso Hamas in cerca di clemenza, le nascenti guerre di successione, il tradimento viscerale all’interno dei ranghi di Abu Shabab: questi segnali non indicano solo il crollo di una forza proxy, ma il fallimento dell’intera premessa cinica.

Rifiutando sia il governo di Hamas che il ritorno dell’Autorità Palestinese, Israele è stato costretto a negoziare con i reietti di Gaza, uomini la cui unica causa comune con Israele (e Netanyahu in particolare) era la disperazione condivisa di sfuggire al giorno della resa dei conti. Con la morte di Abu Shabab, il modello delle bande si rivela una strategia priva di visione e di principi, una testimonianza schiacciante del fallimento della visione di Israele per il futuro di Gaza.

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15/12/2025

Siria - Attentato contro soldati USA. Al Jolani rimane inaffidabile

Brutto colpo per la credibilità di Al-Jolani e del suo governo qaedista. Il 13 dicembre, nei pressi di Palmira un attentatore ha aperto il fuoco contro una pattuglia americana che, in compagnia di personale siriano, stava effettuando attività di “key leader engagement”, ovvero incontri con capi tribali locali per ottenere appoggio nell’ambito della lotta contro le cellule dormienti dell’Isis, che operano in quelle aree.

Parliamo di una zona desertica situata al centro della Siria, nel governatorato di Homs, in cui è schierata la settantesima divisione dell’esercito siriano, ex Esercito Siriano Libero, formata e addestrata proprio dagli USA nella base di Al-Tanf dal 2016.

Il bilancio finale è di tre statunitensi morti, due militari ed un civile (che faceva l’interprete) e cinque feriti, due soldati siriani e tre statunitensi. Anche l’attentatore è stato ucciso sul posto.

Si tratta delle prime perdite per gli USA, dalla caduta del regime baathista.

Immediatamente Trump ha scritto un post su Truth in cui ha incolpato l’Isis e si è mostrato benevolo verso Al-Jolani, descrivendolo come “estremamente arrabbiato e turbato da questo attacco”; il tycoon ha però, dovuto ammettere che le forze siriane “non controllano pienamente” l’area dove è avvenuto il fatto. Ovviamente, ha concluso che “ci saranno gravi ritorsioni”.

Ma contro chi? Dopo qualche tira e molla informativo, le autorità qaediste hanno dovuto ammettere che l’attentatore fosse un membro delle proprie forze di sicurezza interne. Che, però, “stava per essere licenziato a causa delle sue visioni estremiste”. Così ha provato a cavarsela il Ministero dell’Interno di Damasco.

Anche a Washington l’imbarazzo è evidente. Mentre si cerca di dipingere il governo siriano come affidabile e come risultato di un modello di cambio di regime che collima con le priorità strategiche attuali, non avendo implicato un intervento diretto, ecco che emergono gli “scheletri nell’armadio”: buona parte delle milizie che formano le forze armate delle nuove autorità di Damasco agiscono ancora secondo i dettami della loro ideologia estremista salafita, forse conservando anche legami organizzativi con l’Isis.

In tal senso, si ricorda che uno dei “risultati” della visita effettuata da Al-Jolani alla Casa Bianca non più tardi di un mese fa è stato l’ingresso formale della Siria nella rediviva “coalizione internazionale anti-Isis a guida USA”.

Il colpo per la credibilità di Damasco è forte e potenzialmente disastroso specialmente alla luce del fatto che nei giorni precedenti era arrivata la prima, vera vittoria al Congresso: la Camera dei Rappresentanti, infatti, aveva votato per la rimozione del Caesar Act, senza inserire alcuna condizione di reintroduzione automatica, come, invece, chiedono Israele e le Forze Democratiche Siriane (FDS), secondo i quali, appunto, la revoca delle sanzioni dovrebbe essere subordinata all’adesione reale di Damasco alla lotta ai residui dello stato islamico e al rispetto delle minoranze (anche se fa un pò ridere che quest’ultima richiesta provenga da uno stato di apartheid come Israele).

Ora è prevedibile che la lobby sionista torni alla carica al Senato per apportare delle modifiche al provvedimento.

In tal senso, il solito Jerusalem Post, in un articolo di analisi quasi gongolante per quanto accaduto a Palmira, si sofferma sulla presenza, nell’esercito siriano, di ufficiali già in passato sanzionati dagli USA per la loro condotta estremistica, provenienti specialmente dalle milizie filoturche, ed invita ad “imparare la lezione”, privilegiando la collaborazione con le FDS.

L’attentato di Palmira e, in generale, la continua dimostrazione di inaffidabilità da parte di Damasco potrebbero avere conseguenze proprio sulla questione dell’integrazione delle FDS nelle strutture centrali siriane.

Si rafforza, infatti, la posizione di quanti, specialmente all’interno del Pentagono, premono affinché la presenza militare nel nord-est continui ad essere finanziata anziché venire diminuita drasticamente – come chiedono gli esponenti più vicini a Trump, quali Tom Barrack – in quanto le FDS continuano a dimostrarsi le milizie più affidabili.

Di riflesso, si rafforzano anche le rivendicazioni di decentramento molto spinto da parte delle FDS stesse, in contrapposizione alle spinte centraliste provenienti specialmente da Ankara, che teme l’emersione di analoghe rivendicazioni autonomiste nelle aree curde all’interno dei propri confini.

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10/12/2025

Benin: fallito il golpe militare

Sono dodici i militari attualmente in custodia cautelare con l’accusa di coinvolgimento nel tentativo di colpo di stato che il 7 dicembre ha scosso il Benin. La mattina di domenica scorsa, infatti, un gruppo di uomini in uniforme mimetica ha occupato gli studi della televisione nazionale ORTB e ha annunciato la sospensione della Carta costituzionale e la chiusura delle frontiere terrestri e dello spazio aereo sul Paese. Sempre in diretta TV, gli ammutinati hanno annunciato l’istituzione di un “Comitato nazionale per la rifondazione”, prima di sospendere le trasmissioni. Il golpe non è durato, però, che poche ore, prima che il Presidente Patrice Talon dichiarasse il ripristino dell’ordine nel Paese. In soccorso del governo beninese sarebbe intervenuta la Nigeria, anche con l’invio di due aerei militari.

Alla guida del fallimentare colpo di stato beninese spicca la figura dell’ufficiale Pascal Tigri, comandante delle Forze speciali, un organo militare dipendente dalla Guardia Nazionale impiegato per difendere il Paese dagli attacchi sempre più frequenti dei corpi armati jihadisti provenienti dalle frontiere con il Niger e con il Burkina Faso. Lo stesso capo della Guardia Nazionale, Faizou Gomina, insieme al capo di stato maggiore dell’esercito beninese, Abou Issa, era stato messo in custodia dagli uomini di Pascal Tigri nella giornata di domenica.

Ricalcando i proclami degli ammutinati in Mali, Niger e Burkina Faso, Pascal Tigri ha parlato di un “deterioramento della situazione della sicurezza” in Benin. Il colpo di Stato beninese si iscrive in un quadro di altissima tensione che coinvolge i Paesi della regione a causa delle violenze e dalle incursioni frequenti delle forze jihadiste, contro le quali i governi nazionali sembrerebbero agire con politiche deboli e inefficaci. A scapito di civili, spesso vittime di attentati o costretti ad abbandonare le proprie case per sfuggire agli agguati sanguinosi dei jihadisti, e degli stessi militari. Nel mese di aprile 2025, almeno 70 soldati delle forze di Tigri erano rimasti uccisi in uno scontro con i jihadisti, e nell’ultimo anno decine di militari hanno perso la vita o sono rimasti feriti negli scontri con i gruppi armati fondamentalisti, che dai Paesi del nord mirano a espandersi adesso anche in Benin.

Circa un anno fa, il Benin era già stato interessato da un altro tentativo di golpe. Nella notte tra il 23 e il 24 settembre 2024, i presunti cospiratori Olivier Boko, un influente uomo d’affari, e Oswald Homeky, ex ministro dello sport, entrambi vicini al Presidente Talon, furono prelevati dalle loro abitazioni e arrestati. L’accusa era di aver tentato di corrompere con una cifra di quasi 2 milioni e mezzo di dollari il colonnello Djimon Dieudonne Tevoedjre, capo della sicurezza di Talon, che, invece, aveva denunciato il piano al Presidente. Boko, Homeky e Rock Nieri, un imprenditore parente di Boko, erano stati condannati a vent’anni di carcere e a pagare multe per una cifra totale che si avvicina a 100 milioni di dollari.

Anche in questo caso, Talon ha dichiarato che i responsabili del tentativo di golpe non resteranno impuniti, ma gli attori e le modalità di quanto avvenuto domenica sono diversi, e rispecchiano un quadro di instabilità regionale che, a causa delle violenze jihadiste, ha ormai superato i confini del Sahel. Per questo motivo, quello in Benin è solo il più recente di una serie di golpe che si succedono in quest’area dell’Africa da alcuni anni. Nel 2021 in Mali un colpo di stato militare aveva rovesciato il governo di Bah Ndaw. Con le stesse motivazioni degli ammutinati beninesi, nel 2022 anche nel vicino Burkina Faso i soldati guidati da Paul-Henri Sandaogo Damiba, riuniti nel Movimento Patriottico per la Salvaguardia e la Restaurazione, avevano deposto il Presidente Kaboré. L’anno dopo, in Niger, a due anni da un altro tentativo di golpe, la guardia presidenziale prese poi in custodia il Presidente Mohamed Bazoum e proclamò il governo a guida Tchiani, capo della giunta militare organizzata nel “Consiglio nazionale per la salvaguardia della patria”.

L’obiettivo politico proclamato da ogni forza golpista che nella regione ha provato o è riuscita a salire al potere è sempre quello di garantire sicurezza alla popolazione e proteggerla dalla violenza jihadista che oramai dilaga nel Sahel e non solo. In un decennio, con un trend in vertiginoso aumento, in Africa, si sono effettivamente registrate almeno 150.000 morti legate ad attacchi jihadisti. Tra il 2020 e il 2022, le cifre delle vittime dei jihadisti sono aumentate del 60%. Solo l’anno scorso sono state uccise oltre 22.000 persone.

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11/11/2025

Al Qaeda entra alla Casa Bianca


Un quarto di secolo dopo l’abbattimento delle Torri Gemelle e l’avvio della “guerra infinita contro il terrorismo” (slogan di George W. Bush), Al Qaeda entra col tappeto rosso alla Casa Bianca.

Ieri l’ex “terrorista” Al Jolani, tornato al suo vero nome – Ahmed al-Shara – è stato ricevuto da Donald Trump nello studio ovale in qualità di presidente della “nuova Siria”, dopo la fuga di Assad.

Solo 11 mesi fa Al Jolani – già sulla poltrona più alta di Damasco – era ancora inseguito con una taglia da 10 milioni di dollari stanziata proprio dagli Stati Uniti in quanto capo riconosciuto dell’ala siriana di Al Qaeda, che aveva organizzato su incarico di Al Baghdadi (poi ucciso in Iraq).

Il suo nome è stato cancellato dalla lista ufficiale dei “terroristi” solo pochi giorni fa, quando stava in pratica salendo sull’aereo per gli Stati Uniti (dove peraltro era già stato senza problemi, parlando all’Onu).

Prima dell’ingresso alla Casa Bianca, come propaganda vuole, Al Jolani si è anche fatto riprendere mentre finge di giocare a basket insieme ai generali Brad Cooper (capo del Comando Centrale degli Stati Uniti) e Kevin Lambert (comandante della coalizione internazionale anti-ISIS in Iraq), che per anni gli avevano ufficialmente “dato la caccia”, ma in realtà lo avevano rifornito e finanziato – insieme ad Erdogan – come pilastro della destabilizzazione del regime alawita, sostenuto dalla Russia.

L’incontro sembra confermare le voci secondo cui si starebbero da qualche tempo svolgendo negoziati USA-Siria per stabilire una presenza aerea all’aeroporto internazionale di Damasco, per aiutare a monitorare il corridoio Israele-Siria. Evidente il vantaggio reciproco: l’aeronautica statunitense guadagna una base importante e il nuovo regime siriano incassa una polizza assicurativa contro possibili nuovi attacchi israeliani (Tel Aviv non segue pedissequamente la diplomazia Usa e continua a bombardare chi vuole).

Garanzia ballerina, certo, come è stato dimostrato di recente con l’attacco israeliano in Qatar, dove pure c’è una grandissima base statunitense, poco prima del “cessate il fuoco” a Gaza, nel fallito tentativo di eliminare la delegazione di Hamas ai negoziati (una specialità esclusiva dei sionisti: far fuori quelli con cui si sta discutendo di “pace”).

Le foto dell’incontro, in ogni caso, dimostrano che la definizione di “terrorista” è sempre stata un’etichetta altamente elastica, da affibbiare – o togliere – ai “nemici”. Poi, quando per qualche motivo, ri-diventano “alleati”... scurdammece o’ passato.

È appena il caso di ricordare che Al Qaeda – fondata da Osama Bin Laden con finanziamenti sauditi e statunitensi per condurre la guerra anti-sovietica in Afghanistan negli anni '80 – era diventata ad un certo punto il “nemico esistenziale” di Washington e dell’Occidente, giustificando così l’intervento militare in Afghanistan (per venti anni, fino alla ingloriosa fuga da Kabul) e in molti altri paesi musulmani.

Ma niente è per sempre. Ascoltare i cronisti italioti chiamare ora l’esperienza passata di Al Jolani come quella di un “guerrigliero”, non ha prezzo...

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14/05/2025

Burkina Faso: la rivoluzione silenziata

A differenza di altre dittature militari che hanno invaso il continente africano, spesso sostenute e finanziate dalle potenze occidentali, i governi dei paesi del Sahel paesi hanno abbracciato un programma di ricostruzione nazionale, recupero dei beni statali, spesso da mani occidentali private, e difesa della sovranità nazionale e dei diritti del loro popolo.

Il caso del Burkina Faso è particolarmente interessante. Dal 30 settembre 2022, in seguito al colpo di Stato contro il presidente ad interim Paul-Henri Sandaogo, il giovane capitano Ibrahim Traoré governa il Paese. Traoré è uno dei tanti ufficiali addestrati nella lotta contro il jihadismo nel nord del Paese, profondamente deluso dalla corruzione dilagante e dalla mancanza di equipaggiamento efficace per le unità che hanno affrontato i terroristi.

Traoré è emerso come un leader dalla chiara vocazione panafricana, fortemente influenzato dall’esempio del grande leader rivoluzionario burkinabé Thomas Sankara, che promosse negli anni ’80 un ambizioso programma di trasformazione economica e sociale del suo Paese, interrotto dal suo assassinio nel 1987 promosso e finanziato dalla Francia.

Durante i suoi quattro anni di mandato, Sankara stabilì strette relazioni con Cuba, arrivando persino a fondare nel Paese dei Comitati per la Difesa della Rivoluzione, ispirati all’esperienza cubana. Promosse campagne di vaccinazione di massa contro la poliomielite, la meningite, la febbre gialla e il morbillo.

Ha inoltre promosso l’alfabetizzazione, ha compiuto passi importanti verso il riconoscimento della parità di genere e ha sostenuto un forte programma panafricano e antimperialista.

Non è un caso che sia Sankara che Traoré provengano dai ranghi dell’esercito. È una situazione comune a molti paesi africani e ad altre latitudini. Nelle società così disorganizzate dalla povertà e dalla negligenza del governo, con limitate opportunità di accesso all’istruzione e alla cultura, la vita militare diventa spesso una delle poche opzioni per costruire un futuro stabile.

All’interno di questa istituzione non solo vengono fornite opportunità educative, ma la struttura del dominio della società, in quanto strumento di dominio di classe, viene anche esposta più apertamente.

L’esercito proviene dal popolo, ma è spesso costretto a confrontarsi con esso per difendere gli interessi del capitale straniero o nazionale. E quanto più il Paese è povero e corrotto, tanto più i militari sperimentano in prima persona l’abbandono e il disprezzo dei loro comandanti e delle élite a cui sono subordinati.

È un terreno fertile per la reazione e, di conseguenza, per la proliferazione di personaggi militari opportunisti e fanatici del colpo di stato. È anche uno spazio in cui può maturare, all’interno di un settore, una concezione rivoluzionaria della società e del Paese.

La ricomparsa dell’esempio di Sankara nella pratica attuale del presidente Traoré dimostra la vitalità delle idee, anche quando vengono tradite e si cerca di seppellirle. E oggi, come quarant’anni fa, le sfide per portare avanti un progetto sovrano di giustizia sociale in Africa, contro le vecchie potenze coloniali, sono immense.

Traoré ha già dovuto affrontare diversi tentativi di colpo di stato e minacce di intervento straniero. Il jihadismo, molto probabilmente fomentato dall’esterno, ha aumentato le ostilità contro il governo, complicando ulteriormente la già complessa situazione della sicurezza del Paese.

Nonostante ciò, nei suoi tre anni alla guida, Traoré ha raggiunto traguardi concreti che hanno un impatto sulla qualità della vita del popolo burkinabé e hanno implicazioni significative per il suo futuro. Sul fronte economico, il PIL del Paese è cresciuto tra il 2022 e il 2024, passando da circa 18,8 miliardi di dollari nel 2022 a 22,1 miliardi di dollari nel 2024.

Il governo del Burkina Faso ha rifiutato i prestiti del FMI e della Banca Mondiale, interrompendo esplicitamente i suoi legami finanziari con l’Europa e gli Stati Uniti. Sono stati compiuti progressi anche nel recupero delle risorse nazionali, come l’oro, con la creazione di una società mineraria statale e l’apertura della prima raffineria d’oro del Paese nel novembre 2023. In precedenza, il minerale veniva esportato non raffinato, a prezzi molto più bassi.

Il governo ha investito anche nello sviluppo agricolo, distribuendo più di 400 trattori, 239 coltivatori, 710 motopompe e 714 motociclette ai produttori rurali. È stato inoltre facilitato l’accesso a sementi migliorate e ad altri input agricoli.

Sebbene i numeri siano ancora modesti, la produzione di colture chiave è aumentata, come i pomodori, che sono aumentati da 315.000 tonnellate nel 2022 a 360.000 nel 2024, e il miglio, che è aumentato da 907.000 tonnellate nel 2022 a 1,1 milioni nel 2024.

Nel paese sono stati inoltre inaugurati due stabilimenti di trasformazione del pomodoro, che hanno persino lanciato sul mercato un proprio marchio di pomodori in scatola, e un secondo stabilimento di trasformazione del cotone.

Sono stati promossi i lavori stradali, ampliando le strade esistenti e costruendone di nuove, avvalendosi, ove possibile, di ingegneri burkinabé per l’esecuzione dei progetti. È in costruzione anche il nuovo aeroporto di Ouagadougou-Donzin, con una capacità stimata di un milione di passeggeri all’anno. Ha inoltre ridotto del 30% gli stipendi dei ministri e dei parlamentari e aumentato del 50% quelli dei dipendenti pubblici.

In politica estera, il suo governo ha adottato diverse misure coraggiose, in un contesto in cui le contraddizioni geopolitiche globali si stanno acuendo. Con l’intenzione di rompere definitivamente con il dominio neocoloniale francese, nel 2023 ha espulso dal paese le forze francesi, comprese quelle che avevano partecipato all’operazione antiterrorismo Sabre.

Dopo aver abbandonato la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale, ha creato, insieme al Niger e al Mali, l’Alleanza del Sahel, che include diverse clausole per contribuire allo sviluppo e alla difesa reciproca. In netto distacco dall’Occidente, ha rafforzato i legami economici e di sicurezza con la Russia, tra cui un accordo per la costruzione di una centrale nucleare nel Paese, e con la Cina, Paese che promuove numerosi investimenti nel territorio burkinabé.

Anche se alcuni di questi risultati potrebbero essere un po’ esagerati, la verità è che il Burkina Faso sta attraversando una profonda trasformazione economica, politica e sociale, con misure concrete che si traducono in una migliore qualità della vita per la sua popolazione e in una migliore ridistribuzione della ricchezza nazionale. Naturalmente, le sfide di un programma di questo tipo sono immense.

Il 3 aprile 2025, durante l’audizione delle Forze Armate del Senato, il comandante generale dell’AFRICOM Michael Langley ha accusato il regime del Burkina Faso di essere stato corrotto dalla Cina e di aver utilizzato “le sue riserve auree per proteggere il regime della giunta”, il che potrebbe aprire la porta a future azioni di Washington contro il governo del Burkina Faso.

Il pericolo più immediato oggi, come già accennato, deriva dall’aumento esponenziale dell’attività dei gruppi jihadisti nel Paese.

Come tante altre trasformazioni rivoluzionarie del passato, ciò che sta accadendo in Burkina Faso è coperto da un velo di silenzio e di diffamazione da parte delle grandi potenze occidentali, che si apprestano senza dubbio ad applicare a Ibrahim Traoré la stessa soluzione che un tempo applicarono a Sankara.

Rompere questo velo di silenzio è un dovere fondamentale di solidarietà per tutti i rivoluzionari. Non dimentichiamo di parlare del Burkina Faso e dell’immenso lavoro di trasformazione intrapreso dal suo popolo.

In un’epoca in cui il capitalismo aspira a presentare le rivoluzioni come reliquie del passato, processi come questo continuano a ricordarci l’importanza del compito rivoluzionario.

Più di un secolo dopo, la catena imperialista continua a spezzarsi nei suoi anelli più deboli.

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