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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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08/02/2026

“Truppe Usa in Nigeria”

Gli Stati Uniti hanno inviato un piccolo contingente militare in Nigeria. Lo ha dichiarato martedì scorso il generale responsabile del comando statunitense per l’Africa riconoscendo così per la prima volta la presenza delle forze statunitensi nel paese africano che il giorno di Natale è stato oggetto di un bombardamento da parte dell’aviazione militare di Washington.

Alla fine di dicembre il presidente Donald Trump aveva infatti ordinato di realizzare alcuni attacchi aerei contro quelli che ha definito “obiettivi dello Stato islamico” in Nigeria – ma ad essere colpiti, secondo le testimonianze locali, erano stati alcuni villaggi dove non erano presenti gruppi jihadisti – e aveva minacciato nuove azioni militari.

Il generale Dagvin RM Anderson ha affermato che la squadra militare statunitense è stata inviata in Nigeria dopo che entrambi i paesi hanno convenuto che è necessario fare di più per combattere la minaccia terroristica nell’Africa occidentale.

«Ciò ha portato a una maggiore collaborazione tra le nostre nazioni, con l’inclusione di un piccolo team statunitense che apporta alcune capacità uniche dagli Stati Uniti», ha dichiarato ai giornalisti il capo dell’Africa Command (AFRICOM) dell’esercito statunitense, durante una conferenza stampa. Anderson non ha fornito ulteriori dettagli sulle dimensioni e la portata della missione.

La Nigeria è stata sottoposta a forti pressioni da parte di Washington affinché accetti il sostegno militare di Washington dopo che il presidente Trump ha accusato la nazione dell’Africa occidentale di non aver protetto i cristiani dai militanti islamisti che operano nel nord-ovest del paese.

Il governo nigeriano nega però qualsiasi persecuzione sistematica dei cristiani, affermando che sta già prendendo di mira i combattenti islamici e altri gruppi armati che attaccano sia i civili cristiani che quelli musulmani.

I combattenti di “Boko Haram” e dello “Stato Islamico della Provincia dell’Africa Occidentale” (ISWAP) hanno però intensificato gli attacchi contro convogli militari e civili soprattutto nelle regioni del nord-ovest che rimangono l’epicentro dell’insurrezione jihadista che dura ormai da 17 anni.

Proprio martedì scorso circa 170 persone sono state uccise nel corso di un attacco condotto da miliziani armati contro il villaggio di Woro, nello stato di Kwara, nella Nigeria centrale.

L’assalto è il più sanguinoso registrato quest’anno nel distretto al confine con lo Stato federale del Niger, un’area sempre più nel mirino di bande armate e jihadisti che fanno irruzione nei centri abitati, rapiscono i residenti e saccheggiano il bestiame.

Il portavoce della polizia statale, Adetoun Ejire-Adeyem, ha confermato la strage ma non ha fornito dettagli né sul numero esatto delle vittime né sulla matrice dell’assalto. Secondo alcuni testimoni raggiunti da Reuters, gli aggressori erano jihadisti che spesso predicavano nel villaggio e che avevano chiesto agli abitanti di rinunciare alla loro fedeltà allo Stato nigeriano e di adottare la Sharia, la legge islamica. Secondo alcuni analisti il massacro è stato effettuato da Boko Haram.

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09/09/2017

Burkina Faso: l’Africa prima preda del terrorismo jihadista


L’ennesimo “attacco jihadista alla nostra civiltà”, dello scorso 17 agosto a Barcelona, con la morte di 13 persone e il ferimento di svariate decine, era stato preceduto, il 13 agosto, dai 19 morti e 20 feriti falciati dalle armi automatiche di due giovani islamisti sul Kwame N’Krumah, gli “Champs Elysees” di Ouagadougou, capitale del Burkina Faso. I titoli a nove colonne dei quotidiani di regime, il 18 agosto, per l’attacco “ai valori del mondo occidentale”, erano stati preceduti, il 14 agosto, da distaccati titoli e scarne notizie nelle cronache “dal mondo” e, nel secondo caso, il sostantivo non era accompagnato dalla specificazione di quale “mondo” si trattasse: si dà sempre per acquisito che non sia il “nostro mondo”.

Un anno e mezzo prima, il 16 gennaio 2016, sempre a Ouagadougou, il primo pesante attacco alla capitale burkinabè, rivendicato dal gruppo Al-Mourabitoune, affiliato alla rete maghrebina di Al Qaeda, aveva provocato 29 morti e oltre 150 feriti, seguendo un copione – attacco a tre diversi ristoranti e alberghi – già visto a Parigi nel novembre 2015 e, pressoché in contemporanea, all’hotel Radisson Blu di Bamako, in Mali, rivendicato sempre da Al-Mourabitoune.

Pochi giorni fa, Amnesty International parlava di almeno 381 persone ammazzate dalla primavera scorsa a oggi – il doppio rispetto ai cinque mesi precedenti – in vari attentati suicidi portati in Camerun e Nigeria da Boko Haram, l’organizzazione jihadista con base in Nigeria affiliata allo Stato islamico. Lo scorso anno, Le Monde Afrique scriveva che, a partire dal 2009, Boko Haram avrebbe ucciso almeno 20mila persone tra Nigeria, Niger, Camerun e Ciad. Da tempo l’Unicef denuncia che sempre più bambini e bambine vengono rapiti da Boko Haram e impiegati in attentati suicidi: già tra il 2014 e il 2015 il numero delle giovani vittime costrette a compiere attentati era decuplicato: da 4 a 44 e un attacco su cinque viene fatto compiere da giovanissimi.

Gli attacchi in Burkina Faso sembrerebbero testimoniare di un allargamento “geograficamente lineare”, ora, del raggio d’azione di Boko Haram, anche se gli attentati, per la verità, pur nell’indifferenza occidentale, non hanno mai risparmiato, accanto a Nigeria, Camerun, Niger e Ciad, nemmeno Libia, Egitto, Costa d’Avorio, Mali, Somalia, Kenya, Tunisia e Burkina Faso. Il Burkina Faso, secondo Jeune Afrique, sembrerebbe oggi costituire il nuovo “anello debole” in Africa.

I due giovani attentatori del 13 agosto, arrivati in moto sul luogo dell’attacco, hanno aperto il fuoco sulla terrazza del caffé-ristorante Aziz Istanbul: a dispetto dei media fondamentalisti occidentali e del loro “scontro di civiltà”, ancora una volta l’obiettivo è stato un cosiddetto caffè “halal”, frequentato da musulmani: tra le vittime, due kuwaitiani, tra cui l’imam della Grande Moschea di Kuwait City e un imam burkinabé. Secondo Jeune Afrique, tra Gruppo di Sostegno all’Islam e ai Musulmani (GSIM) – un raggruppamento recente di Al Mourabitoune, Ansar Eddine e la katiba Macina sotto la bandiera di Al-Qaeda Maghreb Islamico – Stato islamico nel Sahara e il movimento locale Ansarul Islam, sarebbe in atto una sorta di competizione nella capacità di colpire. Tutte le organizzazioni “vogliono dimostrare di poter operare al di fuori del Mali: il Burkina Faso è dunque diventato un obiettivo prioritario. Fragile dalla caduta di Blaise Compaoré, il paese sembra costituire la preda scelta dalla piovra terrorista”, dichiara Cynthia Ohayon, del Gruppo internazionale di crisi, omettendo di dire che quella di Compaoré non era stata una “caduta”, ma una cacciata a furor di popolo del presunto assassino di Thomas Sankara.

Comunque sia, dall’inizio dell’anno si sono verificati almeno una decina d’attacchi nel paese, portati soprattutto dal Niger e dal Mali, preda preferita di Ansarul Islam, il nuovo arrivato tra i movimenti jihadisti nel Sahel. Secondo Cynthia Ohayon, il paese “paga le conseguenze del dubbio e precario accordo tra Compaoré e i gruppi jihadisti. A capo del paese per ventisette anni, mediatore nella sottoregione, l’ex capo di stato manteneva rapporti con tutti gli attori, anche i meno raccomandabili”. Iyad Ag Ghali (capo di Ansar Eddine) era di casa a Ouagadougou, dove arrivava regolarmente con i suoi uomini e qui “li si lasciava operare in traffici mafiosi: in cambio, loro non attaccavano il Burkina”.

“Caduto Compaoré, hanno perso il loro protettore”, dichiara a Jeune Afrique il colonnello a riposo Jean-Pierre Bayala. I contatti venivano mantenuti dal mauritano Mustapha Limam Chafi, influente consulente-ombra di Compaoré, che operava come emissario per il rilascio degli ostaggi. L’intero sistema di intelligence in Burkina Faso era diretto dall’ex Capo di stato maggiore Gilbert Diendéré, con agenti “in ogni villaggio, in ogni moschea. Anche in mezzo al deserto”. Un sistema di intelligence efficace, anche se artigianale, crollato con la partenza di Compaoré e l’arresto di Diendéré nel 2015, per il tentato colpo di stato; mentre la nuova Agenzia nazionale di intelligence, messa in piedi nel marzo 2016, scrive ancora Jeune Afrique, “non ha ancora raggiunto la sua velocità di crociera”.

La vulnerabilità del Burkina Faso, notano gli osservatori, è preoccupante per tutta la sottoregione ed è quindi sul confine tra Burkina Faso, Mali e Niger che è stato deciso di dislocare una forza di 5.000 uomini del G5 Sahel. Un’iniziativa, scrive Jeune Afrique, che ha il merito di essere africana, ma che non basta a rassicurare: dei 423 milioni di euro necessari, sono stati raccolti poco più di 100 milioni.

Una sorta di “piano Marshall”, come l’hanno definito in Burkina Faso, contro gli attacchi jiadisti nel Sahel, elaborato nei giorni scorsi a Ouagadougou alla presenza di esperti e militari di una dozzina di paesi del Sahel (e anche europei), cui ha partecipato anche l’ex “Sankara ghanese”, Jerry Rawlings. “Il Sahel e l’Africa occidentale in particolare sono stretti tra due macigni: il terrorismo e i trafficanti di droga”, ha affermato il professor Zakaria Ousmane Ramadane, ex funzionario di sviluppo delle Nazioni Unite, invitando “a formulare strategie innovative” e trovare “strumenti per l’analisi strategica e la prevenzione delle minacce”.

Intanto, mentre i volontari dell’organizzazione statunitense “Peace Corps” hanno annunciato, a inizio settembre, la loro partenza dal Burkina Faso, in ragione proprio degli ultimi attentati, altre organizzazioni “umanitarie” fanno il loro ingresso nel paese e, più in generale, nel continente africano. Col progetto “Partenariato per la trasformazione agricola inclusiva in Africa” (PIATA), scrive africanews.com, finanziato sostanzialmente dalla Fondazione Bill et Melinda Gates, Rockefeller e Agenzia USA per lo sviluppo internazionale (USAID: l’agenzia che tanto ha fatto per lo “sviluppo democratico” in ogni parte del mondo, a cominciare dai golpe in America Latina), 280 milioni di dollari verranno stanziati per una “rivoluzione” – questa volta “verde”, dopo quelle arancioni, delle rose, dei tulipani, per la “formazione di quadri” liberali nell’ex URSS – in 11 paesi africani, tra cui Ghana, Nigeria, Mali, Burkina Faso.

Dietro l’evangelico “L’Africa ha bisogno di una rivoluzione agricola, che colleghi milioni di piccole aziende al business agroalimentare”; incuneando l’apostolico “creare catene di esteso approvvigionamento alimentare”; ricorrendo al gioco di prestigio par excellence dei “posti di lavoro e opportunità economiche per grandi segmenti della popolazione”, si affonda ben più prosaicamente con una “iniezione di risorse finanziarie nella trasformazione della catena del valore agroalimentare”.

Il tutto per “rilanciare una nuova fase di industrializzazione per l’agricoltura africana”, che spiani ancor più la strada alla penetrazione “indiretta” del capitale finanziario straniero – dato che “meno del 1% dei crediti bancari sono orientati verso il settore agricolo” – e a quello diretto dei monopoli agroalimentari occidentali che, con aperte politiche di dumping, decretano la fine di qualche milione di piccolissimi agricoltori locali, impongono a “41 milioni di piccoli proprietari” cosa produrre, ma soprattutto cosa non produrre, delle merci che devono essere importate da USA e Europa e decretano alle imprese locali tipo e misura di produzione, decidono interventi di rapina, cambi di regimi e massacri di intere popolazioni da parte di ras indigeni, imposti dai monopoli a salvaguarda dei loro extraprofitti.

Ed è su questa stessa linea che, per presentare la 2° Settimana delle attività minerarie dell’Africa occidentale, che si svolgerà dal 28 al 30 settembre a Ouagadougou, il Ministero delle miniere e delle cave ha fatto sapere che lo Stato mira a “promuovere il potenziale geologico e minerario del Burkina Faso presso investitori nazionali e internazionali”. Un settore minerario che costringe ancora molte persone a dedicarsi a scavi artigianali, che troppo spesso provocano incidenti, come la frana costata la vita a 8 persone e il ferimento ad altre 5, lo scorso 26 agosto, al campo aurifero di Nagriré, nella zona centrale del paese.

Nonostante il divieto di estrazione per lavaggio della sabbia aurifera durante i mesi invernali, scrive africa24monde, le frane sono frequenti in questo periodo e le autorità stanno lottando per controllare lo sfruttamento selvaggio dell’oro, esercitato da oltre un milione di persone, in un paese di 17 milioni di abitanti che, da “ex” colonia francese, continua a subire gli effetti del colonialismo europeo, al pari degli altri 13 paesi (Bénin, Costa d’Avorio, Guinea-Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo, che costituiscono l’Unione economica e monetaria dell’Africa occidentale e il cui istituto d’emissione è la BCEAO; Camerun, Repubblica Centrafricana, Congo, Gabon, Guinea Equatoriale e Ciad, che costituiscono la Comunità Economica e Monetaria dell’Africa Centrale, con la Banca BEAC) sottomessi al diktat del Franco CFA, cui è molto improbabile sia estraneo anche l’assassinio di Thomas Sankara e, oggi, le “imprese” di Boko Haram.

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10/10/2016

I nemici dell’Africa. Come militarizzare il Sahel

Ieri e oggi nel Niger si celebra l’ennesimo lutto nazionale. Qualcosa come 22 militari sono stati uccisi con una pallottola nella testa. Forse all’ora di pranzo o per la preghiera pomeridiana. Il ministro della difesa accusa i narco-terroristi. All’Est del Paese, verso il lago Tchad, chi uccide sono invece i membri di Boko Haram. Si stupra con disinvoltura come arma di guerra e anche come arma di pace. Ci si perpetua nel potere e nell’insieme del continente la vita dei poveri vale meno di nulla.I militari si possono aspettare un bel futuro e i conti in banca all’estero prosperano con disinvoltura. Crescono come funghi i fondamentalismi e le chiese protestanti patteggiano i clienti con i salafiti che l’Arabia Saudita finanzia. Che dire di un continente che invita e poi obbliga i migliori ad andarsene via. Si esportano bambini e mendicanti facendo dell’Occidente il Nuovo Salvatore dei Naufraghi dello Sviluppo. Ora anche le ditte e le ONG private si mettono a salvarli dalle onde complici del mare libico.Un giorno di lutto per l’Africa che vende i suoi figli e le sue figlie come schiavi. Persino la terra, sacra da sempre, diventa una mercanzia per i Mercenari d’oggi.

I primi nemici dell’Africa sono dunque gli africani stessi. A prima vista l’affermazione non fa una grinza. Anzi giustifica antichi racconti su presunte inferiorità razziali. Adesso sono orde di invasori, mandati via dai loro stessi continentali. I passeurs, i contrabbandieri e i commercianti di migranti sono africani e africane sono le politiche di spogliamento estrattivo delle risorse minerarie e forestali. Nemici per la pelle, tra l’Africa bianca, che al Nord si pavoneggia e l’Africa al di sotto di Lampedusa che nel Sahara affoga di sabbia. Contratti bidone e affari da milioni sottobanco con le compagnie petrolifere con lo Stato che spara sui propri cittadini. Sono migliaia i caschi blu per proteggere gli africani dagli africani. Sparizioni, torture, assenza di uno stato di diritto e la fabbrica di dittatori a buon mercato che non manca mai di alunni. C’è chi rimpiange l’epoca coloniale dove tutto filava liscio e c’era sicurezza sulle strade a qualunque ora. Altri invece affermano che la razza nera è dall’inizio inaffidabile e qualcosa è andato storto al momento in cui Dio concepiva gli umani. Dunque non solo oggi il lutto è legittimo ma potrebbe diventare permanente.

Solo che il Sahel è una terra di mezzo tra due sponde e l’altra riva è andata via. Le armi si fabbricano altrove e per la droga i principali acquirenti sono lontani. Le cancellerie occidentali fingono neutralità e poi usano la giustizia e il diritto a geometria variabile. Molti dei dittatori sono pedine movibili e manovrabili a seconda degli interessi delle multinazionali. I minerali sono preziosi solo quando lasciano l’Africa per essere messi all’asta dove più conviene. Si scaricano scorie di ogni natura e si trasforma l’Africa in pattumiera globale. Persino una nullità come il Niger diventa una meta di ambito pellegrinaggio. Ora a Niamey arrivano tutti quelli che contano. Cinesi e Occidentali senza dimenticare gli Indiani. Ognuno apporta la soluzione finale al malato cronico chiamato Niger di nome e Sahel di cognome. Nel caso non l’avessero capito prima c’è un problema di sicurezza e di traffici. Nulla di meglio che, senza nessun dibattito democratico, si proponga una risposta militare proporzionata. La Francia coi militari, gli Stati Uniti coi droni e prossimamente la Germania della Merkel per installare una nuova base militare. Arriva Frontex a negoziare e EUCAP a formare i guardia sabbia del Sahel. La lotta contro il terrorismo e quella contro i migranti sono fili sottili e difficili a districare. Proprio come la sabbia del Sahel.

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07/06/2016

Anche l’Ucraina tra i fornitori di armi all’Isis

Mentre le forze siriane in guerra contro l’Isis entravano nella provincia di Raqqa, almeno duemila terroristi di Al Nusra, Ahrar al-Sham e di altre formazioni della cosiddetta “opposizione moderata” bombardavano sabato scorso con artiglieria, razzi e mortai le posizioni delle milizie curde a Sheikh Maqsood, alla periferia nord di Aleppo. Le notizie parlano di almeno 40 morti tra civili e militari e oltre 100 feriti. In precedenza, un migliaio di jihadisti avevano attaccato Aleppo anche da sudovest, partendo da zone controllate dall’opposizione “moderata”. Complessivamente, nella giornata di sabato, per i bombardamenti dell’Isis su varie città siriane, sono rimaste uccise oltre 270 persone e diverse centinaia ferite.

Questo, mentre 32 militari erano stati uccisi e 67 feriti venerdì scorso a Bosso, località posta sulla frontiera tra Niger e Nigeria, in un massiccio attacco portato da diverse centinaia di terroristi di Boko Haram, la setta islamista africana affiliata a Daesh. Si tratterebbe del bilancio più pesante inflitto quest’anno da Boko Haram al Niger, in cui, nell’aprile 2015, lo stesso Boko aveva attaccato una postazione militare sul lago Ciad, facendo 74 morti, tra militari e civili. Secondo le testimonianze dei sopravvissuti, la banda islamista era pesantemente armata. Le Monde Afrique scrive che, a partire dal 2009, Boko Haram avrebbe ucciso almeno 20mila persone tra Nigeria, Niger, Camerun e Ciad.

Dunque, qui, come anche in Siria, l’armamento delle formazioni islamiste, insieme al loro finanziamento, rappresenta uno degli assi della questione. Alle varie potenze – repubbliche cosiddette “democratiche”, monarchie feudali e aperte dittature – di cui è da tempo documentato il sostegno in armi, soldi e anche reparti di soldati regolari (dalla Turchia, ad esempio) all’Isis, vanno ora ad aggiungersi anche altre fonti. Da questo punto di vista, non fanno particolarmente notizia i “lanci intelligenti” di rifornimenti statunitensi che, al pari delle loro “bombe intelligenti”, troppo spesso vanno a cadere dove non dovrebbero. E’ il caso delle armi lanciate dagli elicotteri USA e destinate alla cosiddetta “opposizione moderata” siriana a Marea e finite invece in bocca ai jihadisti.

Una parziale novità in fatto di forniture di armi ed equipaggiamenti è invece data dal fatto che, tra i “benefattori” dell’Isis, compaia ora anche una repubblica golpista. In uno dei depositi di armi dell’Isis scoperti in Siria dalle forze governative, scrive la russa RT, sono state rinvenute lastre per blindatura dei veicoli e materiale esplosivo di fabbricazione ucraina. Gli scambi di favori in uomini, mezzi e finanziamenti tra Kiev e Ankara sono noti da tempo e non stupisce che, tra una triangolazione e l’altra, i destinatari finali compaiano dopo alcuni passaggi. Ciò che desta un po’ di meraviglia è che del materiale bellico ucraino risulti efficace per l’Isis.

Alla fine dell’Urss, scrive infatti RT, circa 3 milioni di persone lavoravano in Ucraina in 3.594 imprese del complesso militare industriale in senso lato, di cui  circa 1,5 milioni erano occupate in 700 imprese esclusivamente belliche. Nel 2013, rimanevano solo 140 imprese, di cui 134 statali e, dall’inizio della guerra nel Donbass, circa 30 di queste lavorano alla produzione di guerra o alla riparazione dei mezzi bellici. Tradizionalmente, il grosso della produzione militare ucraina è sempre stato per l’export; nel 2015, le fonti ufficiali ucraine parlavano di contratti per 1,3 miliardi di $, anche se, secondo il Sipri, tale quota era appena di 323 milioni. La drastica riduzione sarebbe dovuta alla insoddisfazione di vari acquirenti internazionali per la qualità dei prodotti – ad esempio i carri “Oplot-T” forniti alla Thailandia, i MiG-21 alla Croazia, i blindati “Butsefal” all’Iraq – che sarebbero il risultato di assemblaggi di pezzi più vecchi o semidistrutti. In tale situazione, scrive RT, pur se, secondo il Sipri, all’Ucraina andava il 3% dell’export mondiale di armi tra il 2010 e il 2014 e il paese occupava il nono posto al mondo, l’obiettivo posto da Poroshenko di entrare tra i primi cinque esportatori mondiali di armi pare oggi non così vicino come poteva apparire appena due anni fa.

In ogni caso, quantomeno fino a che non comincerà a essere effettiva la ristrutturazione delle forze armate e del complesso militare-industriale ucraino secondo gli standard Nato, in base al Bollettino strategico di difesa firmato oggi da Petro Poroshenko, c’è comunque da sperare che i materiali bellici ucraini che finiranno in mano all’Isis siano della stessa qualità ed efficienza di quanto venduto a Thailandia e Croazia.

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19/05/2016

Dalla Nigeria alla Libia, Boko Haram si allarga

di Rita Plantera

Benché non si sappia molto sulla portata reale della cooperazione tra Boko Haram e l’Is, ci sarebbero però report a cui tanto funzionari dell’amministrazione americana quanto quelli dell’Onu fanno riferimento nel lanciare l’allarme circa la crescente presenza di Daesh nel Nord Africa e l’alleanza con l’Islamic State’s West Africa Province (Iswap), la nuova denominazione adottata da Boko Haram da quando a marzo 2015 ha lasciato Al-Qaeda per giurare fedeltà allo Stato Islamico, che potrebbero preannunciare una svolta a sud e costituire una corsia preferenziale verso la regione del Sahel dove creare la base di lancio per attacchi ben più ampi.

Proprio tali voci ha citato recentemente il vice segretario di Stato americano Antony Blinken sostenendo che Boko Haram (alias Iswap) stia inviando – a riprova di una più stretta cooperazione tra i due gruppi terroristici – i suoi miliziani in Libia per unirsi ai jihadisti dello Stato Islamico.

«Abbiamo visto che la capacità di Boko Haram di comunicare è migliorata. Sembra che abbiano beneficiato di assistenza da Daesh». «Questi sono tutti elementi che suggeriscono che ci sono più contatti e una maggiore cooperazione», ha detto Blinken durante la conferenza stampa nel corso del summit internazionale sulla sicurezza tenutosi ad Abuja la scorsa settimana. Aggiungendo come l’amministrazione Usa stia considerando le richieste di materiale militare avanzato dal governo nigeriano tra cui la vendita di aerei di attacco leggero A-29 Super Tucano.

A dirsi preoccupato e allarmato sui legami tra lo Stato Islamico – che ha rinsaldato la sua presenza in Libia – e i jihadisti di Boko Haram è stato sabato scorso anche il Consiglio di Sicurezza dell’Onu che ha fatto notare come in Nigeria ci siano 2,2 milioni di sfollati interni dopo sette anni di rivolta Boko Haram. Mentre nella regione del Lago Ciad sono circa in 4,2 milioni a soffrire – per la stessa ragione – una crisi di sicurezza alimentare. Lo sanno bene gli Stati Uniti che a fine aprile si sono impegnati a donare 40 milioni di dollari in aiuti umanitari ai Paesi che si affacciano sul lago e sono impegnati nella lotta a Boko Haram.

Da Abuja si sono aggiunte le preoccupate dichiarazioni del presidente francese Hollande, secondo cui Boko Haram «resta ancora una minaccia» nonostante «notevoli risultati» raggiunti nella lotta contro i miliziani di Abubakar Shekau su cui pende una taglia di 7 milioni di dollari del governo Usa.

Il Camerun dal 2015 è impegnato insieme a Ciad, Niger, Nigeria e Benin in una task force regionale formata da 8700 soldati e istituita sotto l’egida dell’Unione Africana. A sostegno della quale già a ottobre sorso il presidente Obama ha inviato soldati e droni di sorveglianza in supporto alle operazioni di intelligence.

Eppure le dichiarazioni e i timori di funzionari e capi di governo occidentali non sorprendono così tanto se si considera che già a novembre 2015 il Global Terrorism Index pubblicato dall’Institute for Economic and Peace (Iep) rivelava come due soli gruppi jihadisti siano responsabili di oltre la metà (51%) dei decessi attribuiti ad azioni terroristiche, vale a dire Boko Haram e Daesh.

Addirittura, malgrado lo scalpore mediatico che ruota attorno all’Is, il gruppo islamista nigeriano sarebbe responsabile di 6.644 morti nel 2014, con un incremento del 317% rispetto all’anno precedente.

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30/03/2016

L’Isis arretra: molto bene, ma non facciamoci troppe illusioni

A quanto pare le truppe siriane di Assad hanno riconquistato Palmira e si apprestano, congiuntamente alle forze irachene, ad attaccare Raqqa, capitale del Califfato. Nella ripresa delle forze di Assad è palese l’effetto della campagna russa partita a ottobre. Nello stesso tempo si annuncia la resa di Boko Haram (o forse solo del suo capo, non si capisce bene) ed in Europa c’è stata una vasta retata che ha portato all’arresto di centinaia di presunti jhiadisti (vedremo poi se verranno riconosciuti tali, tutti o in parte ed in che proporzioni). Tutte ottime notizie, se troveranno conferma, e non possiamo che esserne compiaciuti. Però, non facciamoci troppe illusioni: non è la fine della Jhiad e l’uscita dal tunnel è ancora molto lontana.
 
In primo luogo, anche se Raqqa fosse presa (come ci auguriamo che accada al più presto) questo non significa la fine del Califfato che continuerebbe ad avere territori abbastanza estesi, anche se magari frammentati. Inoltre, ricordiamoci che l’Isis, quando era ancora Aqi (Al Quaeda in Iraq), era giunta alle soglie di Baghdad per poi dover recedere davanti all’avanzata di Petraeus, e tornò alla clandestinità più completa con grande agilità. La principale caratteristica che distingue l’Isis da Al Quaeda ed alle altre forme di Jhiad è il suo carattere “anfibio”, per il quale passa molto velocemente dal campo aperto della sovranità al sommerso della clandestinità, per poi tornare a spuntare alla luce del sole. Dunque, è del tutto ragionevole attendersi che, anche se l’attuale territorio del Califfato fosse interamente occupato da curdi, siriani ed iracheni, questo non significherebbe la fine delle ostilità, ma il passaggio ad una fase di guerriglia.

Poi non dimentichiamoci che l’Isis è presente in modo organizzato in almeno 28 paesi (stando ai giornali, ma è lecito sospettare che lo sia anche in altri), per cui, anche una sconfitta sullo scenario siriano ed iracheno potrebbe coincidere con l’emergere dell’Isis in altra parte del pianeta. E, infine, l’Isis non è la jihad ma solo una sua componente: allo stato dei fatti la più rilevante e pericolosa, ma, comunque non l’unica. E questo è ancora più vero sul terreno europeo, dove gli attentati potrebbero tranquillamente proseguire molto a lungo anche ad opera di cellule spontanee ed isolate.

E qui veniamo alle recenti retate, che sono un’ottima notizia in se, ma suscitano qualche perplessità. Se in pochi giorni dalla strage di Bruxelles la polizia mette dentro tanti sospetti terroristi, sorge una domanda: come hanno fatto in così poco tempo ad identificarli? E le risposte possibili sono solo due: o già erano noti – ma allora, perché si è aspettata la strage per muoversi? I terroristi vanno arrestati prima degli attentati, dopo è sempre una sconfitta –. Oppure i servizi e la polizia hanno messo insieme un po’ di soliti noti tenuti in freezer per l’occasione giusta, ci hanno mescolato un po’ di personaggi vagamente sospettati (magari anche terroristi veri, ma su cui non ci sono prove e che finiranno per uscire), poi un po’ di gente a casaccio ed ha fornito il tutto in pasto all’opinione pubblica per dimostrare che stanno facendo qualcosa. Tanto, poi nessuno si prende la briga di sapere che fine hanno fatto questi arrestati (condannati definitivi? Assolti? Espulsi? Morti? Chissà!) e l’importante è dare adesso qualcosa a giornali e televisioni. Solo che in questo modo si danneggiano le indagini, si mandano in bestia quelli che non c’entrano e le loro famiglie e si raccoglie molto poco. Speriamo non vada così, però tutto questo ci suggerisce un dubbio ulteriore.

Quanto 25 anni fa cadde l’Urss, non fu affatto una buona notizia per i nostri servizi: venuto meno “il” nemico, si cominciava a parlare di conversione dei servizi nella lotta anticrimine e nella guerra economica, ma si trattava di cose assai vaghe e che, peraltro, accendevano forti rivalità con gli organi di polizia giudiziaria. Per qualche anno fu vita grama che faceva intravedere tagli di organici e di bilanci, carriere rallentate eccetera. Poi sorse l’astro brillante del terrorismo islamico: un nemico vero, preciso, minaccioso, non una cosa indeterminata e di poco effetto psicologico ed avere un nemico fa comodo... E fu di nuovo primavera di soldi e carriere.

Chissà, forse i servizi non hanno poi tutta questa fretta di sconfiggere tale nemico, senza il quale si rischia di tornare ai tempi grami. Certo ci sono Cina e Russia, ma quelli sono ossi troppo duri e poi, essendo degli Stati regolari, la politica vuol dirigere lei le cose a modo suo, il mondo degli affari ha le sue esigenze e magari può frenare. Il mondo della globalizzazione è così strano che l’alleato di oggi fa presto a diventare il nemico di domani e vice versa. Mentre il terrorista è sempre un bel tipo di nemico: niente complicazioni diplomatiche o di affari (per lo meno alla luce del sole), tutto campo di azione dei servizi. Non è che i servizi ci si stiano affezionando un po’ troppo a questo carissimo nemico?

28/03/2016

Quel terrore jihadista in Africa e Asia che non fa notizia

Infischiandosene dei vaneggiamenti elargiti al mondo dai più sottili rappresentanti dell’intelligence (!) ucraina, sulla “guerra ibrida di Mosca” dietro le bombe di Bruxelles, qualcuno va direttamente al cuore della faccenda.

L’inglese The Guardian riporta le dichiarazioni fatte, “in via confidenziale”, dal re di Giordania Abd Allah II ai Congressisti USA, circa il ruolo della Turchia negli attentati in Europa occidentale. Secondo il monarca giordano, Erdoğan propone da tempo una soluzione “islamista radicale” dei problemi nella regione mediorientale e la penetrazione dei terroristi sul territorio europeo rappresenta parte della politica turca. Abd Allah II avrebbe parlato anche del ruolo delle Forze speciali britanniche (SAS) in Libia da inizio 2016 e del lavoro di altri reparti militari di Sua maestà nella formazione di un battaglione meccanizzato nel sud della Siria, completato con le forze che combattono il governo di Damasco. Abd Allah ha detto ai Congressisti che forze giordane, britanniche e keniane sono pronte a varcare la frontiera con la Somalia per colpire le formazioni di al-Shabab.

L’Africa, appunto. A dispetto di quanto propinatoci dai portavoce della “civiltà occidentale minacciata” dall’Islam e dai suoi seguaci in guerra contro le “libertà democratiche liberali”, la rivista AfriqueAsie riprende un grafico – pubblicato dal parigino Marianne.net – in cui si mostra come il continente africano sia stato quello di gran lunga più colpito dal terrore jihadista a partire dal 2015. Abd Allah Soidri scrive che, in questo periodo, “gli attentati compiuti da organizzazioni terroristiche islamiste hanno toccato una ventina di paesi in Europa, Asia e Africa ed è proprio in quest’ultimo continente che si sono registrati il maggior numero di attacchi e di vittime”. Non che questa sia una notizia di prima mano: le tragiche statistiche riportate dai media più o meno obiettivi ne parlano da sempre; ma non fa male ricordarlo a quanti si sbracciano nella difesa dei “sacri valori della libertà democratica occidentale”.

Nelle immagini che ci vengono presentate, degli attentati di Parigi dello scorso novembre o di quelle di Bruxelles dei giorni scorsi, si parla esclusivamente delle vittime europee, mentre altrettanto numerose sarebbero state quelle africane e asiatiche. “Ciò che colpisce guardando la mappa, è il numero di attacchi terroristici nel continente africano”, scrive Soidri; “La maggior parte degli attentati sono concentrati in Nigeria, Camerun e Ciad. In questa zona, Boko Haram semina il terrore a colpi di attacchi portati da giovanissimi kamikaze e di massacri nei villaggi, come a Baga tra il 6 e l’8 gennaio 2015. Si stima che, escludendo gli attentati in Turchia e Iraq, in tali attacchi siano rimaste uccise quasi duemila persone e, forse cinque volte tanto, ferite. Anche Africa occidentale, orientale e settentrionale sono colpiti dalla follia terrorista. Tra i paesi colpiti, Libia, Egitto, Costa d’Avorio, Mali, Somalia e Kenya”. In Asia, nonostante la morte di Osama bin Laden, i talebani sono ancora attivi: in Pakistan hanno attaccato un istituto universitario e un centro di vaccinazione anti-poliomielite, uccidendo 36 persone. Su 38 attacchi registrati, 25 sono stati portati da Daesh e Boko Haram, dopo che quest’ultima formazione giurò fedeltà a Daesh un anno fa. A esser colpiti, scrive ancora Soidri, sono stati in larga parte civili, ma, tra i religiosi, ci sono anche le minoranze musulmane sciite, con attentati nelle moschee il venerdì, giorno di preghiera. Non solo dunque i seguaci occidentali della sacra romana chiesa!

Béchir Ben Yahmed, fondatore, nel 1960, della rivista Jeune Afrique e oggi presidente del gruppo omonimo, in un articolo pubblicato appena due giorni prima degli attentati di Bruxelles, constatava come “gli attentati terroristici dei jihadisti vengano portati sempre più spesso nell’Africa settentrionale e subsahariana”. Senza contare quelli di Boko Haram in Nigeria e nei paesi limitrofi, l’elenco dei più recenti attacchi mostra come, a fronte degli attentati in Francia (gennaio, agosto e novembre 2015), quelli compiuti in vari paesi africani siano molto più numerosi. Dunque: Egitto (l’Airbus russo in ottobre 2015); Tunisia (marzo, giugno, novembre 2015; marzo 2016); Mali (novembre 2015, marzo 2016); Burkina Faso (gennaio 2016); Costa d’Avorio (marzo 2016). “Gli autori”, scrive Ben Yahmed, sono gli uomini di “Al-Qaeda, inventore del terrorismo cieco e i suoi discepoli di Daesh, ancor meno scrupolosi. Sembrano impegnati in una macabra esagerazione”, pur che il mondo parli di loro. Hanno scelto come terreno di operazioni tutti paesi cui avevano accesso, mirando ad alberghi o centri d’affari. In una situazione in cui si tende a dare sempre più poteri ai Ministeri degli interni e ai servizi di sicurezza, dice Ben Yahmed, è forse il caso di “fermarsi e domandarci chi siano e quanti siano questi terroristi. E’ purtroppo vero che sono più numerosi, meglio equipaggiati e forse più motivati oggi di quanto lo fossero 25 anni fa, quando Al-Qaeda faceva le sue prime vittime. Ciò significa che 25 anni di di lotta per contenerlo sono stati un fallimento? Oppure, la rinascita è stata innescata da nuovi argomenti di malcontento”. Secondo Ben Yahmed, i terroristi pronti a uccidere e a morire, possono esser stimati a meno di 100.000 in tutto il mondo; sono molti, considerato che erano meno di 10.000 all’inizio del secolo, ma sono pochi, se si considera il fenomeno come una “malattia dell’Islam”, a fronte del miliardo e mezzo di musulmani”. I terroristi di oggi, “se usano l’Islam come copertura politica e quadro ideologico, sono uomini e donne di tutti i paesi. Hanno 15 anni, raramente o mai più di 30: sono nostri figli o nostri fratelli e sorelle, in ribellione contro di noi e contro il sistema in cui abbiamo trovato la nostra posizione e da cui si sentono respinti”. Immobile per quasi dieci secoli, l’Islam dà i primi segni di un lento risveglio, afferma Ben Yahmed; “ma, nella sua parte araba, in cui i regimi, monarchici o repubblicani, sono per lo più dittatoriali e opprimenti, il petrolio e il suo smercio accrescono le disuguaglianze, cresce anche la resistenza contro i governi e contro l’Occidente che li protegge. Questo insieme di fattori ha portato ad Al-Qaeda e poi a Daesh. Sono riusciti a innescare una parte della gioventù euro-americana in cerca di nuove avventure. Quanto ai giovani africani, molti di loro si sentono esclusi dai sistemi dei loro rispettivi paesi e tra essi, una minoranza sogna la rivincita e vede la possibilità di farlo sotto la bandiera delle filiali africane di Al Qaeda o di Daesh”.

Un’analisi, per quanto possa condividersi e molto carente in fatto di sostegni internazionali e potenze beneficiarie dell’azione islamista, comunque molto diversa da quella di chi continua a volerci convincere di un attacco storico portato ai “nostri” valori, per difender”ci” dal quale ogni misura debba essere accettata.

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01/02/2016

Nigeria - 86 morti, ennesima carneficina di Boko Haram

Oggi le parole del generale Rabe Abubakar risuonano come una tetra premonizione: sabato il portavoce della Difesa nigeriana, avvertiva delle nuove tattiche messe in atto da Boko Haram nel paese, attentati suicidi nel nord portati avanti da donne che si confondono tra la gente.

“Al Dipartimento della Difesa è stato reso noto che Boko Haram ha ora adottato un nuovo metodo: si vestono come pazzi per accedere a aree pubbliche per detonare bombe. Due kamikaze uomini, vestiti come donne con problemi mentali, hanno portato a termine un attacco suicida a Gombi. Cinque persone sono morte e molte altre ferite”.

Poche ore dopo arrivava l’ennesima strage: sabato sera 86 persone sono state massacrate da miliziani di Boko Haram nel villaggio di Dalori, vicino alla città di Maiduguri (dove il gruppo islamista è nato e si è sviluppato), nel nord della Nigeria. A raccontare la carneficina è stato uno dei sopravvissuti, Alamin Bukura, che ha parlato al telefono con l’Ap. Si era arrampicato su un albero per scampare ai terroristi: da lì ha sentito la gente gridare, tra loro tanti bambini, mentre i miliziani lanciavano dentro le case ordigni incendiari. Quattro ore di attacco, un tempo infinito: bambini e adulti sono morti bruciati, arsi vivi. Poi, gli attentati suicidi: donne, come avvertiva il Dipartimento della Difesa. Tre kamikaze donne si sono fatte saltare in aria nel villaggio vicino, la comunità di Gamori.

Sul terreno restano 86 morti e decine di feriti, molti dei quali con ustioni gravissime. Nessuno è riuscito a fermarli e i miliziani di Boko Haram, arrivati a bordo di moto e auto per portare la morte a Dalori, sono fuggiti dopo la carneficina e dopo aver tentato di colpire anche un vicino campo profughi, dove vivono 25mila persone. L’obiettivo è una città, Maiduguri, in cui vivono 2.6 milioni di persone, la metà dei quali profughi di guerra e che Boko Haram attacca per riprenderne il controllo: cacciati tre anni fa, portano morte per destabilizzare la città e le comunità circostante, il nord est della Nigeria, da cui l’esercito è riuscito a farli uscire negli ultimi anni.

Di certo a destabilizzare un paese in aperto conflitto, da sei anni, con gli islamisti è anche la crisi economica: con un deficit di 11 miliardi di dollari, oggi la Nigeria va a caccia di prestiti di emergenza per coprire il gap ampliato dal crollo del prezzo del petrolio. Il ministro delle Finanze, Kemi Adeosun, ha fatto sapere di aver chiesto a Banca Mondiale e Banca Africana di Sviluppo 3.5 miliardi di dollari. Denaro necessario a sostenere i progetti infrastrutturali avviati per ridare spinta all’economia interna, la più ampia di tutto il continente che vive per l’80% sulle royalty per le estrazioni.

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12/12/2015

Il Sahel e le anime morte

Messe insieme fanno oltre 300. Le anime morte per Boko Haram nella zona di Diffa, all’estremo sud-est del Niger. Uno stillicidio quasi quotidiano dal mese di febbraio di quest’anno. Pochi ogni volta e molti, troppi, quando messi assieme. Almeno contassero quanto altre anime morte. Le vite contadine sono invisibili come le loro morti. Nikolaj Gogol, drammaturgo russo e autore dello scritto omonimo aveva colto nel segno. Morire come si vive: contano i luoghi e le circostanze. Attorno al lago Tchad e alla frontiera con la Nigeria per esempio. Liste inesistenti e inedite di donne, vecchi e bambini. Gli uomini rischiano grosso dalle due parti, accusati di fiancheggiamento, imprigionati o sfollati altrove. Anime morte o moribonde nei mezzi di comunicazione. Le anime morte del Sahel non hanno acquirenti. Morti invisibili perché invisibili da vivi.

Sono le parole, infatti, le prime a morire. Anime morte di cui i poteri sono il principale mandante, i giornalisti gli esecutori e i lettori in-consapevoli consumatori. I ‘nostri’ vengono barbaramente uccisi e gli altri invece ‘abbattuti’. Si abbattevano gli animali o gli aerei nemici. E i bombardamenti sono chiamati in francese ‘frappes’, colpi, botte. Termine che risulta innocentato rispetto alle vittime collaterali di ogni singola bomba. I cimiteri più grandi sono quelli delle parole. Non parliamo poi della ‘guerra globale’ al terrorismo fino alla vittoria certa e totale. Il nemico sarà eliminato e la zona disinfestata dal male. Le parole sono trappole mortali o aperture per leggere altrimenti la realtà. Gabbie o sentieri che i partigiani conoscono bene per averli frequentati. Nessuno ha mai pubblicato i nomi e la professione dei 300 di Diffa.

Anime morte da svendere al momento di fare il punto sulla situazione securitaria nel paese. Le ONG premono per fare progetti e interventi in linea con le emergenze umanitarie. Intanto si contano a migliaia i rifugiati e gli sfollati. Numeri e statistiche per organizzare gli aiuti e correggere quelle precedenti per chiedere quanto occorre ai donatori, pubblici e privati. Anime così diverse dai morti di Charlie Hebdo, per essere ‘charlie’ o del Bataclan, per diventare ‘parigi’ o ‘americani’ dopo le torri gemelle. E nessuno che si sogni di diventare ‘diffa’ o ‘tchad’, visto che nella capitale Djamena i morti si contano a decine. Anime morte due volte e seppellite di nascosto senza fiori, lumini o scritte. Non è nella tradizione musulmana. Bastano le lacrime di coloro che rimangono e le promesse dei politici di ‘fare pulizia’ ai portatori di bombe artigianali.

Al Bataclan c’erano direttori di ristorante, padri di bambini, commercialisti, fans di rock, amanti di rugby, ingegneri, musicisti, impiegati della dogana, architetti, dottori in arti plastiche, insegnanti e maestri di conferenze. Soprattutto sono stati uccisi a Parigi, città che guarda il mondo. Ci sono parole per raccontarli e servizi televisivi per scavarne il passato e sondarne il futuro. Morti che contano perché contati in ‘contanti’. A Diffa ci sono caserme, poveri, venditori di pesci affumicati e peperoncini, il cui commercio è stato vietato. Lo stato di urgenza è in vigore da alcuni mesi e anche le moto sono state sequestrate. Le altre anime morte erano contadini i cui nomi sono scritti sulla polvere che il vento spinge lontano. Di sicuro si incontreranno, con le altre nel mare, una domenica mattina.

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25/11/2015

La jihad africana tra Al-Qaeda, Daesh e gruppi separatisti locali

di Rita Plantera

Sono cominciati ieri i tre giorni di lutto a Bamako come nel resto del Mali, tra misure di sicurezza ancora più strette (già subito attivate soprattutto intorno agli alberghi e alle banche) da quando la sera stessa dell’attentato è stato decretato lo stato d’emergenza per dieci giorni.

Le indagini, intensificate (con perquisizioni domiciliari), continuano (nell’incertezza del numero e della nazionalità degli attentatori) e seguono «diverse piste» tra il sospetto che i responsabili dell’attentato (21 i morti, 170 gli ostaggi) abbiano beneficiato di complicità interne: «Ciò che è chiaro è che hanno usufruito di complicità per venire in albergo, e di complicità per commettere il crimine», sostiene Boubacar Sidiki Samaké, procuratore capo del pool anti-terrorismo di Bamako e responsabile dell’inchiesta (che vede il coinvolgimento peraltro della missione dell’Onu in Mali, Minusma). E rende noto altresì come nella hall del Radisson sia stata trovata una valigia zeppa di granate.

Tre i presunti complici ricercati. Mentre un altro gruppo si sarebbe aggiunto ad Al Mourabitoune e ad Al-Qaeda in the Islamic Maghreb (Aqim) nel rivendicare l’assalto al Radisson. Si tratterebbe del Front de Libération du Macina (Flm), un nuovo gruppo integralista emergente a cui vengono attribuiti una serie di attentati che stanno contribuendo a spostare il conflitto islamista dal remoto nord verso le zone più popolate del centro e del sud del Mali. Reclutando adepti tra i Fulani – un’etnia di circa 20.000 membri sparsi tra l’Africa Occidentale e Centrale – l’Flm rischierebbe così di contribuire fortemente a regionalizzare il conflitto islamico. Con tutto ciò che questo comporta.

L’attacco di venerdì scorso al Radisson hotel – il più prestigioso di Bamako e un crocevia di presenze occidentali e non, tra diplomatici, uomini d’affari di mezzo mondo e imam locali – ha reso più vulnerabili non solo i già fragili equilibri interni dell’ex colonia francese ma l’intera regione del Sahel e quei Paesi a sud del Sahara come Nigeria, Camerun, Somalia da lungo tempo esposti alla minaccia di gruppi integralisti legati ad Al-Qaeda. Come riferisce l’Agence de gestion des situations d’urgence (Nema) e l’esercito, sarebbero 8 i morti e 7 i feriti dell’attentato kamikaze (attribuito a Boko Haram) a Maiduguri (nel nord-est della Nigeria) di domenica passata. Quattro civili avrebbero perso la vita sabato scorso nel villaggio di Nigue – nel nord del Camerun – ad opera di 4 kamikaze che si sospetta fossero militanti di Boko Haram.

E ritornando indietro nel tempo, la lista sarebbe ancora più lunga.
In Mali le operazioni militari francesi Serval e Barkhane hanno maggiormente destabilizzato (a dispetto delle ragioni contrarie per cui invece vennero lanciate) lo scenario geopolitico seguito al colpo di stato del 2012 e al disfacimento del regime libico di Gheddafi, creando le condizioni per il proliferare di gruppi separatisti e islamisti. Nel Sahel la presenza militare francese, rafforzata con l’operazione Barkhane (attualmente sono circa 3.500 le truppe francesi di stanza nel nord del Mali), e il protagonismo francese di lunga data nell’accaparramento delle risorse naturali hanno agito da fattore di attrazione di una miriade di gruppi e cellule integraliste che non perdono occasione per dichiarare guerra alla Francia. E del resto, quest’ultima intervenendo militarmente in Mali nel 2013 ha dichiarato guerra ad Al-Qaeda (su mandato Onu e con il sostegno dell’Europa) nell’Africa Sub-sahariana, facendosi scudo dell’antiterrorismo delle reali ragioni della politica della Françafrique.

La dinamica dell’assalto all’hotel Radisson (tra cui il rilascio degli ostaggi previa recitazione del Corano) fa pensare alla matrice al-qaedista più che a quella daeshana, benché alcuni gruppi terroristici africani come Boko Haram abbiano nei mesi scorsi giurato fedeltà al Califfo abbandonando la galassia Al-Qaeda (ma forse non le guidelines?). In questo quadro l’attentato in Mali si inserirebbe allora in una strategia di marcatura del territorio e di competizione tra i due colossi della jihad, da un lato Al-Qaeda e dall’altro Daesh. Cosa che profilerebbe una lotta intestina tra i due principali attori che rivendicano le stesse ragioni nella jihad globale all’Occidente.

Alle ragioni dei jihadisti si aggiungano poi le ragioni dei gruppi separatisti locali con le loro pretese e rivendicazioni territoriali e politico-etniche. Così in Mali, dove ai jihadisti si oppongono i gruppi per l’autonomia del nord del Mali della Coordination of Azawad Movements (Cam). E in quest’ottica non sarebbe da escludere allora che l’attentato al Radisson sia un tentativo di destabilizzazione del processo di pace iniziato a giugno scorso con gli accordi di Algeri tra il governo del Mali e il Cam.

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08/09/2015

Lo Stato Islamico in Libia

di Francesca La Bella

Da alcuni mesi alla già difficile situazione libica si è aggiunto un nuovo fattore destabilizzante: la penetrazione dello Stato Islamico. Grazie alla mancanza di strutture statuali solide, il gruppo jihadista è riuscito a radicarsi sempre più in Libia trovando base prima a Derna e poi a Sirte, città portuali nel nord del Paese. La mancanza di uno Stato centrale forte non è, però, l’unico aspetto che ha favorito l’espansione dello Stato Islamico: in un contesto bellico fortemente frammentato il reclutamento è stato più semplice rispetto a situazioni con una maggiore definizione degli schieramenti; i deficit nel controllo territoriale sia del Governo di Tobruk sia di quello stanziato a Tripoli, sia dei gruppi minori, ha consentito un più agevole accesso alle armi ed una maggiore porosità dei confini; dopo anni di battaglie e di mancanza di prospettive di lungo termine, la vittorie sul campo dello Stato Islamico in Iraq e Siria hanno, anche solo per emulazione, portato molti a volgersi verso il progetto di Califfato, considerato un’opzione percorribile per la costruzione di una nuova Libia.

Questo fenomeno ha suscitato grande preoccupazione nell’occidente in generale e nell’Europa in particolare. Il timore di infiltrazioni jihadiste attraverso i canali della migrazione e il presunto controllo dello Stato Islamico sui flussi migratori sono stati punti centrali nella discussione del Vecchio Continente portando sostegno alla teoria della necessità di un nuovo intervento, inizialmente diplomatico, nel Paese. Ad approfondire i timori europei ha contribuito anche la rivendicazione d'inizio mese con la quale lo Stato Islamico ha riconosciuto la paternità dell’attacco al quartier generale, situato a Tripoli, della compagnia petrolifera di gestione del terminal di Mellitah. Un attacco senza reali danni a strutture e persone, ma chiaramente diretto agli interessi dell’italiana ENI nel Paese e spia di una presenza del gruppo nella capitale.

Un eventuale intervento europeo, mirato alla salvaguardia degli investimenti internazionali in Libia, potrebbe, però, essere un fattore di ulteriore destabilizzazione del Paese. Il finanziamento e l’armamento dei diversi soggetti che, a seconda del contesto, hanno garantito la sicurezza di alcune aree strategiche del Paese, ha, infatti, negli anni favorito una sempre maggiore frammentazione della società locale, minando possibili soluzioni di lungo periodo.

Le problematiche interne alla Libia date dalla sempre maggiore forza del gruppo sono, però, ben più ampie dei possibili riflessi di questa presenza sulla sicurezza dei confini e degli investimenti europei. Gli scontri per il controllo di Derna prima e di Sirte in seguito tra Stato Islamico e milizie locali hanno fatto crescere esponenzialmente il numero di vittime, anche e soprattutto, civili sul campo e le azioni armate del gruppo non sono circoscritte alle due cittadine. Se di pochi giorni fa è la notizia di morti e feriti negli scontri a Benghazi, numerose sono state, in questi mesi, le rivendicazioni di rapimenti e decapitazioni di abitanti locali, lavoratori stranieri e immigrati provenienti principalmente da Paesi del Corno d’Africa.

Quella dello Stato Islamico libico si configura, dunque, come una lotta di ampio raggio contro concorrenti, opposizioni e minoranze che pone problemi rilevanti per la stabilità presente e futura del Paese. Alla luce di questo contesto sembra, infatti, impossibile pensare ad un coinvolgimento del gruppo in trattative e piani di pacificazione nazionale, lasciando, di conseguenza, alcuni territori scoperti da una possibile normalizzazione della situazione.

A questo si aggiunga che il radicamento territoriale dello Stato Islamico ha consentito, attraverso confini sempre più permeabili, l’ingresso di militanti armati provenienti dai Paesi vicini. Sarebbe questo il caso dei circa 200 appartenenti a Boko Haram che, passando per il territorio del Niger, avrebbero raggiunto Sirte il mese scorso. Secondo fonti locali, a seguito dell’adesione al progetto di Califfato del gruppo nigeriano a marzo di quest’anno, i legami tra i due gruppi sarebbero diventati sempre più solidi fino a giungere ad una vera e propria partnership strategica con l’invio di un nutrito gruppo di membri dello Stato Islamico dell’Africa Occidentale (denominazione acquisita da Boko Haram dopo l’alleanza siglata con lo Stato Islamico) a sostegno dell’azione del gruppo libico a Sirte. La notizia, per quanto non verificata, apre ad un’analisi sul potere di attrazione del modello Stato Islamico e alla conseguente creazione di reti tra i diversi gruppi che vi fanno riferimento. 

Laddove i sistemi statuali falliscono e gli interventi interni ed internazionali, come nel caso libico, ambiscono a creare un nuovo sistema di controllo che sostituisca quello precedente, senza eliminare le cause del dissesto socio-politico e senza agire in favore di un mutamento delle condizioni di debolezza economica ed istituzionale pregresse, un sistema chiaro e definito come quello del Califfato rischia di diventare un modello che suscita consenso.

24/07/2015

Boko Haram colpisce anche in Camerun

di Rita Plantera

«Invo­lon­ta­ria­mente, e ose­rei dire non inten­zio­nal­mente, l’applicazione del Leahy Law Amend­ment da parte del governo degli Stati Uniti ha aiu­tato e favo­rito i ter­ro­ri­sti di Boko Haram». Con que­sta cri­tica lan­ciata dallo Uni­ted Sta­tes Insti­tute for Peace mer­co­ledì scorso, il pre­si­dente della Nige­ria Muham­madu Buhari ha con­cluso la sua visita di quat­tro giorni alla Casa Bianca.

Sotto accusa dun­que l’amministrazione di Obama e la legge Leahy, che impe­di­rebbe al governo ame­ri­cano la ven­dita di armi ai Paesi che vio­lano i diritti umani. Eppure, durante que­sta prima visita del pre­si­dente nige­riano alla Casa Bianca dopo la sua ele­zione a marzo scorso il pro­blema sicu­rezza è stato al cen­tro dei col­lo­qui. A Buhari, che si è gua­da­gnato la pre­si­denza attra­verso una con­sul­ta­zione elet­to­rale demo­cra­tica (prima tran­si­zione paci­fica del potere per la Nige­ria), Obama - oltre a rico­no­scer­gli «una chiara agenda» nella lotta con­tro Boko Haram non­ché uno sforzo con­si­de­re­vole per sra­di­care la cor­ru­zione - ha pro­messo un forte soste­gno militare.

Una pro­messa e un impe­gno rin­no­vato quello degli Usa che hanno già inve­stito (da quando Buhari è stato eletto) 5 milioni di dol­lari a favore di una task force mul­ti­na­zio­nale con­tro Boko Haram. Stra­te­gie di buona con­dotta nell’intento di miglio­rare le rela­zioni eco­no­mi­che con la Nige­ria - il più grande pro­dut­tore di petro­lio dell’Africa - soprat­tutto da quando quelle con altri Paesi afri­cani come Egitto e Suda­frica si sono raf­fred­date. Sono migliaia le vit­time e con­ti­nui gli attac­chi di Boko Haram - ormai non solo più di natura locale bensì tran­sfron­ta­liera - nel corso degli ultimi sei anni, sia nelle zone rurali ed urbane soprat­tutto del nord-est, sia lungo i con­fini con i Paesi limitrofi.

Nelle due ultime set­ti­mane in par­ti­co­lare, in rap­pre­sa­glia a un’offensiva mili­tare lan­ciata dai governi regio­nali nel corso di quest’anno, gli attac­chi kami­kaze e i raid nei vil­laggi si sono intensificati.

Mer­co­ledì scorso, in due diversi atten­tati attri­buti a Boko Haram, più di 40 per­sone sono rima­ste uccise e più di 90 ferite. È suc­cesso nel nord della Nige­ria, presso due sta­zioni dell’autobus nella città di Gombe (circa 29 i morti e 60 i feriti) già tea­tro di un altro attacco in un mer­cato lo scorso venerdì (50 i morti); e nel Came­run set­ten­trio­nale, nella capi­tale della regione del Far North, Maroua (appena oltre il con­fine con Gombe), quar­tier gene­rale delle ope­ra­zioni dell’esercito came­ru­nense nell’ambito della forza mul­ti­re­gio­nale con­tro il gruppo isla­mi­sta (circa 13 morti e 32 feriti). E ancora, sono migliaia e migliaia gli sfol­lati che dalla Nige­ria si river­sano ai con­fini con Came­run e Niger, secondo quanto reso noto recen­te­mente dall’Ufficio dell’Alto Com­mis­sa­rio delle Nazioni Unite per i Rifu­giati (Unhcr).

Secondo quanto segna­lato dalle auto­rità, circa 2.500 nige­riani sono arri­vati a Diffa nel sud del Niger negli ultimi giorni, peg­gio­rando una situa­zione uma­ni­ta­ria già disa­strosa. Que­sto a seguito dei com­bat­ti­menti intorno alla città nige­riana di Dama­sak, con i rifu­giati che arri­vano nei vil­laggi di Che­ti­mari e Gaga­mari in Niger, dove più di 100.000 nige­riani si sono rifu­giati a par­tire dalla metà del 2013.
Secondo le orga­niz­za­zioni uma­ni­ta­rie, si stima che circa 150 mila per­sone si siano river­sate a Diffa negli ultimi due anni, aumen­tando di un terzo la popo­la­zione di una regione che sof­fre ter­ri­bil­mente la scar­sità di cibo e dipende in gran parte dagli aiuti umanitari.

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06/07/2015

Nigeria - Ramadan di sangue

Una kamikaze, forse una ragazzina, ha fatto strage ieri in una moschea nigeriana nel villaggio di Malari, vicino a Maiduguri, capitale del Borno, lo Stato nigeriano a maggioranza islamica dove il gruppo è più attivo. Ma le notizie non sono ancora confermate e si parla anche di due donne kamikaze in un mercato della stessa cittadina. Si tratta comunque del quarto attacco in una settimana, con un bilancio di oltre 160 morti.
 
Il bilancio delle vittime di ieri, invece, è di almeno 12 morti e, secondo alcune testimonianze, la kamikaze avrebbe avuto circa 15 anni. È stata notata dagli avventori della moschea, che hanno cercato di allontanarla, ma si è fatta saltare in aria prima di essere isolata. La giovane età dell’attentatrice ha fatto pensare alle centinaia di donne e ragazze nigeriane rapite dal gruppo islamista Boko Haram, affiliatosi all’Isis all’inizio dell’anno, che sta seminando terrore nel Paese e che in passato ha impiegato la tattica degli attentati suicidi.

Non ci ancora rivendicazioni dell’attacco, compiuto il giorno dopo il massacro di almeno 140 persone per mani dei miliziani di Boko Haram. Gli uomini di Abubakar Shekau hanno passato per le armi i fedeli riunitisi in preghiera nelle moschee di Kukawa.

 Boko Haram porta avanti la sua “guerra santa” con l’intenzione di imporre una stretta e fanatica versione della sharia alla popolazione. Le moschee, più che le chiese, entrano spesso nel mirino di questa setta. Secondo Amnesty International, negli ultimi sei anni sono stati almeno 17mila i musulmani uccisi dai miliziani e un milioni e mezzo di persone hanno dovuto abbandonare le proprie case per sfuggire alle carneficine.

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19/06/2015

Profughi, la fuga e la solidarietà

C’è un corto circuito assoluto fra la solidarietà di molti e il cinismo crescente attorno ai drammi del mondo. Il tormento di milioni che vagano e muoiono sfuggendo da morti sicure e il desiderio di sicurezza, di esistenza serena e pacifica degli abitanti di comunità, finora, protette. Costoro vedono i primi come assalitori, disinteressandosi degli altrui assalitori: i combattenti di tutte le guerre, quelle definite criminali e quelle benedette come sante o percepìte come necessarie. Tutto ciò affermano i politici che governano e i media che divulgano il pensiero corrente. Jihadisti dell’Isis uguale oscurantisti oppressori e assassini. Cosa peraltro vera. Ma soltanto loro? Se la dichiarazione partisse dai partigiani del Rojava che ostacolano gli uomini in nero, difendendo la propria esperienza di società alternativa, non farebbe una grinza. Ascoltarlo dai governanti occidentali che si disinteressano del problema o pensano di risolverlo bombardando dai cieli, leggerlo nei comunicati di certi emiri del Golfo finanziatori di Al-Baghdadi, sentirlo dagli Erdoğan di turno o dalle Intelligence che brigano per sostenere l’ennesimo incendio mediorientale, è perlomeno stonato.

La realtà è evidente, eppure si sorvola. Si guardano gli effetti, strabordanti, incessanti, ma si tralasciano le cause. Se per l’Europa vagano undici milioni di siriani è perché una guerra, inizialmente civile poi organizzata da partner d’ogni sponda, è in corso da oltre quattro anni. E’ perché il satrapo di casa, Asad, sta ancora al suo posto, e chi lo combatte più che di libertà e giustizia è assetato di potere. E tutti lo sono di sangue, dei nemici e di chi può solo essere vittima. Duecento, trecentomila sono già morti, gli altri fuggono. Anche far fuori il leader dittatore non serve a ricostruire una società migliore. I libici non ci sono riusciti, tornando all’antico tribalismo clanista cui s’aggiungono i semi avvelenati del jihadismo armato che s’insinua in ogni crepa di sistemi decotti come sono i residui del panarabismo. Cosa dovrebbero fare gli iracheni che hanno subìto le smanie conquistatrici di Saddam, i piani sterminatori dei liberatori a stelle e strisce (desertum fecerunt et pacem appellaverunt) e sono stipati in enclavi e aree di conquista? Oltre quattro milioni di loro fuggono. Ovviamente lo fa chi riesce a mettere via quel denaro con cui ci s’infila nel barcone del trafficante o sotto il camion che arriva a Patra e riparte verso ovest.

Storie conosciute, già narrate dieci anni or sono, che si sono ingigantite perché in Afghanistan le ‘missioni di pace’ combattono ancora, perché i governi, che votiamo - oppure no - lì mantengono presenze militari e appoggiano politici locali che lavorano per gli affari del capitale globale, non certo per il popolo che dicono di rappresentare. E’ come da noi, con la differenza che in quell’orizzonte deflagrano bombe. E quelle genti prima di morire, se possono, vanno via. I businessmen, bianchi e occidentali e i raìs locali, che quattro anni addietro festeggiavano la nascita del Sud Sudan non si ponevano il problema della destabilizzazione economica che ne scaturiva attorno al controllo delle riserve petrolifere. Dal conflitto alla conseguente dispersione oggi si contano due milioni e mezzo di profughi sudanesi. Per tacere di nigeriani, congolesi, maliani in fuga da Boko Haram e fondamentalismi vari ma anche dalla miseria che Onu, Fao, Ong mondiali né possono né vogliono sradicare. Perché è il colonialismo di ritorno, sono i grandi del mondo, gli aderenti a vecchi e nuovi G8 e la Cina e l’India che fanno da sé, a stabilire nuove iniquità.

Perciò i sessanta milioni che oggi invadono le Ventimiglia d’Europa, anche solo per transitare, si troveranno nuovi muri di Orbàn oppure di Obama, che non hanno risolto nulla. Servono solo a preservare egoismi, a simboleggiare false soluzioni che anziché andare alla causa dei problemi (riequilibrio economico e redistribuzione della ricchezza globale) li perpetuano. Così a milioni continueranno a fuggire e arrivare sotto le nostre abitazioni. Cosa che ci mette in fibrillazione, perché le città ordinate sono preferibili a quelle soffocate. Ma non è la massa di migranti o rifugiati ad averle ridotte a vestigia d’abbandono, sono gli amministratori che votiamo, oppure no, e che riescono anche con l’1% del suffragio, dato da famili e clienti, a piazzare i propri affari in un mondo diventato una partita di giro. Anche sull’emergenza profughi. Voti più business e periodiche, evanescenti vetrine (Expo, Giubileo, Giochi Olimpici) accanto alle quali trova posto qualche sentimento solidale che in questi giorni, nelle italianissime stazioni Centrale e Tiburtina, ha mostrato più cuore che rancore. I cittadini, che umanamente incrociano occhi e mani di fratelli più sfortunati in attesa di vita, sono tutti – migranti e residenti – vittime dei padroni delle altrui esistenze. Ai mortali resta il libero arbitrio, di fuggire e solidarizzare.

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02/04/2015

Nigeria - Chi è il neo presidente Muhammadu Buhari

“Avete votato per il cambiamento e adesso il cambiamento è arrivato”. Con queste parole il neo presidente nigeriano, Muhammadu Buhari (53,9 % delle preferenze), ha accolto la vittoria nella sede del suo partito, l’All Progressive Congress (Apc), nella capitale Abuja. Politico di lungo corso, noto per la sua lotta alla corruzione, ha già guidato la Nigeria sotto il regime militare negli anni Ottanta. Ha promesso alla Nigeria sviluppo economico, lavoro, pulizia della macchina statale.

Oggi la commissione elettorale ha ufficializzato la sua elezione contro il presidente uscente Goodluck Jonathan (44,9%), del Partito Democratico Popolare nigeriano alla guida del paese dal 1999, che si è congratulato con lui e ha esortato i suoi seguaci ad accettare il verdetto delle urne. Il timore di violenze ha segnato l’intera tornata elettorale. Nel 2011 morirono circa mille persone e in 65.000 furono sfollate a causa degli scontri nel Nord musulmani del Paese, dopo la sconfitta di Buhari. Non è la prima volta, infatti, che il nuovo capo dello Stato nigeriano si candida alla guida del Paese. Era già accaduto nel 2003 e nel 2007.

Questa volta, però, il fattore Boko Haram, la setta islamista affiliatasi di recente al sedicente Stato Islamico, ha avuto un ruolo nella sconfitta di Jonathan, la cui politica contro il gruppo armato che ha messo a ferro e fuoco le aree settentrionali della Nigeria è risultata inefficace. Boko Haram ha versato sangue durante le operazioni di voto: ha attaccato i seggi al Nord, ha decapitato decine di persone, ha aperto il fuoco sugli elettori in fila ai seggi.

La recente campagna dell’esercito nigeriano, coadiuvato dai soldati inviati dal Ciad e dal Niger, che ha ricacciato i miliziani da alcune città e aree del Nord non ha aiutato la campagna elettorale di Jonathan, come forse si aspettava. Nel Nord povero e a maggioranza islamica è il musulmano Buhari ad avere seguito e non il cristiano Jonathan, originario del Sud più ricco e a maggioranza cristiana. Ma Boko Haram adesso rappresenta una sfida anche per il neo presidente.

Buhari, classe 1942, è attivo nella vita politica del Paese dal 1976, dopo essere entrato nelle Forze armate. Ha guidato il Paese dal dicembre del 1983 ad agosto nel 1985, dopo il sanguinoso golpe militare dell’83, guadagnandosi la reputazione di integerrimo persecutore della corruzione, uno dei più annosi problemi del Paese.

L’economia nigeriana si basa quasi esclusivamente sui proventi delle estrazioni petrolifere, di cui il sottosuolo è ricco, ma l’iniqua distribuzione della ricchezza fa della Nigeria uno degli Stati più poveri al mondo, ed anche uno dei più segnati dalla corruzione. Durante il suo precedente mandato, Buhari mandò dietro le sbarre centinaia di politici, funzionari e uomini d’affari per reati di corruzione. Fu anche un periodo caratterizzato dall’austerità economia e dal contrasto al traffico di droga e di armi, per cui furono mandate a morte decine di persone. Alcuni hanno giudicato positivamente quelle politiche, per la “pulizia” operata nell’amministrazione. Per altri, invece, furono commesse diverse violazioni dei diritti umani.

Nell’85 fu deposto da un altro golpe militare guidato da Ibrahim Babangida, uno dei tanti colpi di Stato che hanno segnato la storia della Nigeria. Quest’anno, per la prima volta, un partito di opposizione ha preso democraticamente il potere. Per alcuni analisti è il segno di una maturazione di questa giovane democrazia che fa i conti con povertà e divisioni etnico-religiose.

Boko Haram resta una sfida per il  neo presidente. Un generale musulmano che forse ha qualche chance in più di Jonathan di fermare l’avanzata dei jihadisti, per la sua fede e la sua influenza nelle regioni settentrionali, dove la popolazione si sente discriminata dal governo centrale. In queste aree alla violenza dei miliziani islamisti, si è spesso aggiunta quella delle forze di sicurezza e dei militari accusati da diverse Ong internazionali di violazioni e abusi contro la popolazione civile.

Ma la sfida che pone Boko Haram deve essere affrontata incidendo anche sull’economia nigeriana, penalizzata da scarsi investimenti in settori che non siano quello petrolifero, da alti tassi di disoccupazione e dal malfunzionamento di una macchina statale infiltrata dalla corruzione.

“È tempo di sanare le ferite”, ha detto Buhari.

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30/03/2015

Nigeria al voto nel sangue

di Federica Iezzi

Problemi tecnici e ritardi hanno avviato la macchina elettorale del parlamento federale e del nuovo presidente in Nigeria. Dopo un rinvio di sei settimane per ragioni di sicurezza, urne aperte dalle 8 alle 13 dello scorso sabato, per i 70 milioni di elettori. Rallentamenti nelle procedure a causa dello sperimentale iter di registrazione dei votanti, tramite carte biometriche con le impronte digitali. Nuovo sistema progettato contro i brogli.

A causa dei recenti attacchi dei jihadisti di Boko Haram, in alcune zone del Paese, le operazioni di voto sono state sospese e rimandate a domenica. In più di 300 seggi, sui 150 mila presenti in tutto il territorio, si è continuato invece a votare. Dall’apertura dei seggi, almeno 41 persone sono state uccise nell’area di Gombe e Borno, nel nordest nigeriano, roccaforte dei militanti islamici, e nello stato di Rivers, nel sud-est del Paese.

Nei villaggi di Dukku, Birin Fulani, Tilen, Shole, Birin Bolawa e Buratai  si sono susseguiti attacchi e minacce dei militanti di Boko Haram ai funzionari elettorali. In quest’ultima località venerdì scorso i miliziani di Abubakr Shekau avevano decapitato una trentina di persone con una motosega, mentre nella provincia di Gombe avevano aperto il fuoco sulla gente in fila ai seggi.

Urne rubate e sospetti di ritardi in alcuni seggi elettorali, hanno peggiorato lo stato di veridicità delle operazioni. I confini nazionali sono chiusi da mercoledì scorso. Il traffico si è fermato nelle grandi città del Paese fino alle cinque del pomeriggio, con posti di blocco davanti ogni seggio. Ma centinaia di migliaia di nigeriani sono andati a votare, nonostante le minacce di Boko Haram.

Sono 14 i candidati alla carica di Presidente, tra cui per la prima volta anche una donna, Remi Sonaiya, del partito KOWA. Ma a contendersi davvero il mandato sono l’attuale presidente Goodluck Jonathan, impopolare e ampiamente accusato di corruzione, cristiano del sud, beneficiario dei ricchi introiti delle esportazioni petrolifere e il generale Muhammadu Buhari, forte del sostegno del nord islamico della Nigeria, area abbandonata dal governo centrale di Abuja e protagonista di una feroce dittatura militare nei primi anni ’80.

Una sfida che si ripete, dato che erano finiti al ballottaggio anche nel 2011. In quell’occasione vinse la popolarità di Jonathan. Almeno 800 civili, in seguito ai risultati di quelle elezioni, persero la vita durante violenti scontri. E gli sfollati interni furono 65.000.

In questi ultimi mesi, non sono mancate le critiche pesanti del generale Buhari al governo Jonathan, accusato di non saper interrompere la scia di sangue dipinta tragicamente dai combattenti di Boko Haram, che dal 2002 hanno ucciso più di 10.000 civili, di cui 1000 solo durante quest’anno.

Il nord, a maggioranza musulmana, sembra essere il territorio sotto il controllo di Buhari e del suo partito di opposizione, l’All Progressives Congress, mentre Jonathan e il Partito Democratico Popolare hanno maggiore sostegno nel sud, prevalentemente cristiano.

Oltre alle elezioni presidenziali, i nigeriani sono chiamati a votare per i governatori di 36 stati, per i rappresentanti dei 109 seggi del Senato e dei 360 dell’Assemblea Nazionale. L’annuncio dei risultati è atteso entro 48 ore dalla chiusura dei seggi. Senza il nome di un vincitore, le sorti della Nigeria saranno in mano al ballottaggio tra sette giorni. Il nuovo governo entrerà in carica alla fine di maggio.

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25/03/2015

Nigeria - Centinaia di bambini nelle mani di Boko Haram

di Sonia Grieco

Stanno lasciando una scia di sangue e orrore i miliziani di Boko Haram, in ritirata dalle località del nord-est della Nigeria, che l’esercito nigeriano, coadiuvato dai soldati inviati dal Ciad e dal Niger, ha riconquistato all’inizio del mese. Aumenta il timore di nuove violenze e attentati in vista della tornata elettorale di sabato prossimo.

Sono almeno 500 i bambini che mancano all’appello nella città di Damasak, centro commerciale dello stato settentrionale del Borno, patria della setta jihadista, 60 chilometri dal confine con il Niger. Abbandonando la città occupata alla fine dell’anno scorso, i miliziani capeggiati dall’imam-guerriero Abubakar Shekau hanno portato con sé centinaia di bambini sotto gli undici anni. È quanto riferiscono gli abitanti che negli ultimi mesi hanno vissuto sotto il dominio dei jihadisti alleatisi con lo Stato Islamico qualche settimana fa.

Il senatore del Borno, Maina Maaji Lawan, ha detto alla Bbc che quello di Damasak è un caso tipico. I bambini più piccoli “sono messi in scuole coraniche e i maschi tra i 16 e i 25 anni vengono arruolati e indottrinati per diventare un canale di rifornimento per le orribili missioni” di Boko Haram che si sta facendo conoscere per le atrocità verso la popolazione civile. È di pochi giorni fa la notizia del ritrovamento di una fossa comune proprio nella zona di Damasak: un centinaio i corpi rinvenuti.

Sono migliaia le vittime di questa insurrezione armata nel nord-est della Nigeria, iniziata nel 2009. I miliziani, oltre che per le razzie e gli assassini, sono saliti agli onori della cronaca per i continui rapimenti di donne, uomini e bambini. Sono centinaia le donne, anche bambine, sequestrate per diventare mogli, schiave o concubine dei jihadisti nigeriani. Negli ultimi giorni è stata diffusa la notizia di una strage di mogli-schiave a Bama, riconquistata dall’esercito la settimana scorsa, uccise dai mariti-miliziani prima di fuggire per evitare che cadessero nelle mani degli “infedeli”. L’impatto sulla popolazione civile è terribile, molte famiglie sono state divise e sono migliaia gli sfollati. Ma il bilancio di questo conflitto è ancora provvisorio e si continuano a scoprire fosse comuni e decine di cadaveri nei pozzi.

A marzo è iniziata l’offensiva congiunta, terrestre e aerea, patrocinata dall’Unione Africana, che vede impegnati 10mila uomini inviati da Ciad, Camerun, Niger, Nigeria e Benin. L’esercito nigeriano ha ripreso il controllo delle città di Yobe e Adamawa e ha respinto i miliziani dalla propria roccaforte, lo Stato del Borno, liberando anche la città di Bama. Successi militari che però non mettono al sicuro la popolazione locale, spesso finita nel mirino anche delle forze di sicurezza. Le violenze, gli abusi, le esecuzioni sommarie, le detenzioni arbitrarie perpetrate dai soldati nigeriani in passato, ancor prima dell’apparizione di Boko Haram, sono state denunciate da diverse organizzazioni internazionali, che hanno puntato il dito contro la corruzione nelle Forze armate e le politiche del presidente candidato Goodluck Jonathan.

Il capo di Stato uscente ha assicurato: “Non impiegheremo più di un mese” per sconfiggerli. Soltanto propaganda elettorale, tuonano i detrattori che ricordano le promesse non mantenute del presidente e l’inefficacia delle sue politiche contro i jihadisti. Questa accelerazione dell’offensiva a Nord sembra fornire a Jonathan materiale da campagna elettorale e consente all’esercito di installarsi in un’area dove il presidente ha scarso seguito. Nelle zone settentrionali del Paese, a maggioranza musulmana, molti non sono riusciti a ritirare la scheda elettorale e quindi non voteranno. Si parla di 19 milioni di persone che non potranno esercitare il diritto di voto su quasi 70 milioni di elettori. In queste aree povere e marginalizzate dal governo di Abuja, la popolazione si sente bistrattata rispetto alle regioni più ricche del Sud cristiano, bacino elettorale del cristiano Jonathan, esponente del Partito Democratico Popolare nigeriano, alla guida del paese dal 1999.

Le radici di questa insurrezione armata stanno proprio nell’arretratezza economica di un’ampia parte del territorio, trascurato dal governo centrale, se non addirittura discriminato. Non sono state messe in campo politiche economiche per il nord-est. Non sono stati creati sviluppo e lavoro per i giovani di quelle zone, costretti a scegliere tra la povertà e la promessa di un bottino di guerra offertagli da Boko Haram. In generale, la Nigeria, che è il maggiore produttore di petrolio del continente, non ha sviluppato politiche economiche che includano altri settori produttivi oltre a quello petrolifero, su cui vertono gli interessi delle multinazionali del greggio e di una classe politica corrotta.

Goodlauck Jonathan ha un temibile avversario, il musulmano Mohammadu Buhari  che ha il suo seguito al Nord, ma per gli analisti difficilmente riuscirà a sconfiggere il presidente. Nell’orizzonte nigeriano sembra stagliarsi un Jonathan bis. Intanto, la Nigeria si avvicina al voto (rinviato dal 24 febbraio al 28 marzo) con il timore di nuove stragi e attentati. Boko Haram sta subendo un duro colpo, ma resta la minaccia più temibile per il Paese.

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