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10/04/2024

il declino dell’imperialismo francese e la fine del Franco CFA

di Domenico Moro

Recentemente Macron, il presidente francese, ha dichiarato “Non escludo l’invio delle truppe in Ucraina, la Russia non può e non deve vincere”. Si tratta di una affermazione molto grave che, se messa in pratica, porterebbe all’allargamento della guerra in Europa. Per questa ragione, gli altri Paesi della Ue, a partire dalla Germania e dall’Italia, si sono affrettati a escludere l’intervento di truppe europee nel conflitto tra Ucraina e Russia. L’affermazione di Macron può apparire contraddittoria, anche perché nel 2022 la Francia aveva cercato di venire incontro alle ragioni della Russia, sostenendo la necessità di non umiliarla se e quando si fosse arrivati a un trattato di pace. Quali sono le ragioni che hanno portato Macron a cambiare atteggiamento e alle recenti dichiarazioni? La ragione principale è probabilmente da rintracciare nella crisi dell’imperialismo francese. In particolare, la dichiarazione di Macron è una risposta alla crescente presenza della Russia nell’area di influenza francese nelle sue ex colonie dell’Africa occidentale e equatoriale.

Per comprendere quello che sta accadendo è utile rifarsi a una categoria dell’economia e della politica, quella di imperialismo. La Francia, infatti, può essere definita, come gli Usa e più degli altri principali paesi avanzati dell’Europa occidentale, un Paese imperialista. La Francia è un paese avanzato che fa parte del centro dell’economia-mondo e che sfrutta i paesi periferici, in particolare quelli dell’Africa da cui drena ricchezze verso la propria economia. A differenza degli altri Paesi della Ue, la Francia è una grande potenza che, oltre a poter drenare ricchezza attraverso lo sfruttamento dell’Africa, ha due vantaggi: dispone di armi nucleari e ha un seggio permanente al Consiglio di sicurezza dell’Onu dove esercita il potere di veto.

La Francia è, però, una potenza e un imperialismo in crisi. I fattori che evidenziano questa crisi sono, oltre alla perdita di posizioni in Africa, la forte conflittualità sociale rappresentata dai movimenti contestativi che sono sorti negli ultimi anni in Francia, come i gilet gialli e gli imponenti scioperi contro la riforma delle pensioni. Inoltre, la Francia è minata da una forte crescita del deficit e del debito pubblico. In particolare, la Francia è tra i Paesi europei con un alto debito che si trovano schiacciati dal Patto di stabilità. Non caso, recentemente si è fatta capofila dei Paesi dell’Europa mediterranea, i quali reclamano che la spesa militare venga scorporata dal calcolo del deficit e sia finanziata con debito europeo, cioè con l’emissione di bond europei. Da ultimo, ma non per importanza, la Francia negli ultimi decenni si è caratterizzata per una forte deindustrializzazione, che ha indebolito la sua economia.

Ma torniamo alla categoria di imperialismo. L’imperialismo è una fase storica del capitalismo e si caratterizza per cinque condizioni: la forte concentrazione della produzione e del capitale, la fusione del capitale bancario con quello industriale, la grande importanza acquistata dall’esportazione di capitale in confronto all’esportazione di merci, il sorgere di associazioni internazionali di capitalisti che si ripartiscono il mondo e infine la compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze imperialistiche[i]. La Francia presenta al massimo grado queste caratteristiche. In particolare, ha settori economici molto concentrati in poche imprese giganti, che figurano tra le principali multinazionali europee, come Total, LVMH, Sanofi, Airbus, ecc.

Soprattutto l’economia francese è caratterizzata dalla prevalenza dell’esportazione di capitali rispetto all’esportazione di merci. Negli ultimi anni è cresciuto il disavanzo commerciale, che è passato dagli 83 miliardi del 2019 ai 200 miliardi di dollari del 2022[ii]. Quindi, la Francia importa molto più di quanto esporta in termini di beni, anche se può contare su un surplus nell’interscambio di servizi, che tuttavia non è in grado di compensare il disavanzo commerciale di beni. Invece, per quanto riguarda l’importazione e l’esportazione di capitali, la situazione è completamente capovolta. A questo proposito, dobbiamo fare riferimento ad uno specifico indicatore statistico: gli investimenti diretti all’estero (Ide), che rappresentano sia gli investimenti sotto forma di acquisizione di imprese estere sia quelli green field, cioè nella forma di stabilimenti costruiti ex novo all’estero. Lo stock di Ide in uscita dalla Francia nel 2022 era di 1.525 miliardi, pari al 53,53% del Pil, mentre lo stock degli Ide in entrata era di 896,7 miliardi pari al 32,22% del Pil[iii]. La percentuale di Ide in uscita sul Pil della Francia è la maggiore tra le grandi economie della Ue.

Quindi, la Francia è esportatrice netta di capitali. Viceversa, come abbiamo visto, per quanto riguarda l’interscambio di beni presenta un considerevole deficit. Ciò significa che la Francia consuma molto più di quanto produce. Il punto è che, se può fare questo, lo può fare solamente grazie alla ricchezza che drena dai Paesi periferici, in particolare dalle sue ex colonie africane. Lo strumento principale che permette questo drenaggio di ricchezza è il franco CFA.

Il franco CFA fu creato nel 1945 in seguito agli accordi di Bretton Woods con l’intenzione di legare finanziariamente le colonie africane alla Francia. L’acronimo CFA stava per Colonie francesi d’Africa. Dopo la decolonizzazione e l’indipendenza delle colonie francesi il franco CFA venne mantenuto, pur mutando il significato dell’acronimo che divenne Cooperazione finanziaria in Africa. Oggi, Il franco CFA è adottato da 14 Paesi africani suddivisi in due realtà economiche distinte, la Uemoa (Unione economica e monetaria dell’Africa Occidentale) e la Cemac (Comunità economica e monetaria dell’Africa centrale).

Quali sono le caratteristiche del franco CFA e come contribuisce a subordinare i Paesi africani alla Francia? Innanzi tutto il franco CFA, originariamente ancorato al franco, è ora ancorato all’euro da una parità stabilita dalla Francia mentre la sua convertibilità è stabilita dalle autorità monetarie francesi. Inoltre, i Paesi che adottano il franco CFA devono depositare presso il Tesoro francese la metà delle loro riserve valutarie e la Francia può intervenire nella definizione della politica monetaria della zona valutaria africana. Tra le varie conseguenze dell’ancoraggio del franco FCA all’euro c’è anche l’obbligo per i paesi che ne fanno parte di adottare le regole del Patto di stabilità europeo, in particolare il limite del 3% al deficit statale, che rappresenta un impedimento all’attuazione di quelle politiche espansive della spesa pubblica che potrebbero favorire lo sviluppo di Paesi arretrati.

Il franco CFA impedisce il cambiamento strutturale dell’economia dei Paesi che lo adottano. Ciò significa che non consente lo spostamento di risorse da settori a bassa produttività (come l’agricoltura) a settori ad alta produttività (come l’industria), mantenendo così statica e arretrata l’economia dei Paesi aderenti. Viceversa, il franco CFA permette alla Francia di perseguire i propri interessi economici, consentendo alle imprese francesi un accesso facilitato al mercato africano e alle enormi risorse naturali di quei Paesi. In particolare, vengono facilitate le multinazionali francesi che operano nel campo estrattivo e nel petrolio, come la Total, le quali beneficiano di tassi di cambio vantaggiosi.

Tuttavia il sistema basato sul franco CFA sta andando in pezzi, come scrive Alessandra Colarizi: “La Françafrique, il sistema di relazioni privilegiate intessuto da Parigi nel continente attraverso il franco CFA, garantito dal Tesoro francese, la firma di accordi militari, e la francofonia, sta attraversando una crisi esistenziale senza precedenti. Il sintomo più evidente è rintracciabile nell’accordo raggiunto dai Paesi dell’Africa occidentale il 21 dicembre 2019 per l’acquisizione di una moneta propria che permetterà (pare nel 2027) di abbandonare il franco CFA. La nuova valuta, l’ECO, potrebbe essere ancorata allo yuan cinese per evitare oscillazioni pericolose per i mercati. E c’è chi già parla di un passaggio dalla tutela francese alla tutela cinese.”[iv]

Oltre che del franco CFA, la presa imperialistica francese sull’Africa si è avvalsa anche dello strumento militare. Le truppe francesi sono intervenute in modo ricorrente dal 2002 ad oggi in Costa d’Avorio, dove nel 2011 hanno effettuato un vero colpo di stato, arrestando il presidente Laurent Gbagbo, colpevole di non essere troppo disponibile a cedere il controllo dei giacimenti di petrolio alla Total, sostituendolo con Alassane Quattara, che, da ex alto dirigente del Fondo monetario internazionale, gode della fiducia della Francia e delle altre potenze occidentali, tra le quali c’è anche l’Italia. Di recente il presidente Mattarella, durante il viaggio che lo ha portato in diversi Paesi dell’Africa Occidentale, ha incontrato Quattara, per discutere del rafforzamento della presenza italiana nel Paese africano. Del resto, l’Eni ha scoperto e sta sfruttando a Baleine il più grande giacimento di gas e petrolio della Costa d’Avorio. La Francia, inoltre, è intervenuta militarmente dal 2013 in Mali, Burkina Faso, Ciad e Niger prima con l’operazione Serval e poi con l’operazione Barkhane. La Francia ha impedito che le questioni interne al Mali venissero risolte con il solo ausilio di forze militari africane, come era previsto dall’Onu. Evidentemente lo Stato francese non poteva permettere che Paesi ricchissimi di risorse minerarie fuoriuscissero dal controllo di politici locali legati alla Francia e alle sue multinazionali. Di recente, però, anche il controllo sul piano militare sta venendo meno. Le truppe francesi sono state espulse prima da Burkina Faso e Mali e poi, a fine 2023, dal Niger.

A sostituire la Francia, sul piano economico e militare è la Russia, come abbiamo accennato sopra, che sta rafforzando la sua presenza nell’Africa occidentale e centrale. Recentemente Putin ha concordato con la Repubblica del Congo un potenziamento della collaborazione economica e politica, e ha stabilito accordi con il Mali, con il quale ha siglato una partnership sull’industria del litio, e con il Niger, con il quale si sono rafforzati i legami su antiterrorismo, agricoltura, settore minerario ed energia.

L’imperialismo francese, come quello statunitense, è in netta difficoltà perché, grazie alla sponda offerta dai Paesi del Brics, in particolare da Cina e Russia, i paesi periferici sono entrati in una nuova fase storica, quella della decolonizzazione reale. Le economie periferiche, come quelle dell’Africa, dopo la metà del XX secolo si erano liberate dal colonialismo europeo ma solo formalmente, rimanendo legate ai Paesi colonizzatori, come la Francia. Ora siamo ad una svolta, rappresentata dalla decolonizzazione reale, ossia dalla liberazione dalla dipendenza economica e militare. Non sembra, però, che l’imperialismo occidentale voglia accettare di buon grado questa nuova situazione. Togliatti, a proposito dell’imperialismo fascista, sosteneva che l’imperialismo debole o in crisi è il più pericoloso, perché nel tentativo di affermarsi o invertire la tendenza al declino può far ricorso alla guerra. Così è accaduto nella Prima e nella Seconda guerra mondiale. A quel tempo la guerra scoppiata in Europa fu una resa dei conti relativa alla partita della spartizione delle colonie. Anche oggi la guerra in Europa rappresenta non solo lo scontro tra i due Paesi, Russia e Ucraina, ma anche il terreno sul quale l’imperialismo occidentale cerca di arrestare il proprio declino e mantenere la sua presa sulle aree periferiche e dipendenti dell’economia mondiale.

Note

[i] Lenin, L’imperialismo, fase suprema del capitalismo, in “Opere Scelte”, Editori Riuniti, Roma 1965, pagg. 638-639.

[ii] Unctad, database, Merchandise: trade balance, annual.

[iii] Oecd, data, FDI stock.

[iv] Alessandra Colarizi, Africa rossa. Il modello cinese e il continente del futuro, L’Asino d’oro edizioni, Roma 2022, pag. 81. Posted in MondoTagged Africa, colonialismo, declino dell'imperialismo francese, Franco Cfa, imperialismo occidentale, presenza della Russia in Africa

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13/02/2021

Il silenzio complice dei progressisti francesi sul franco CFA in Africa

Dopo averlo annunciato in pompa magna alla fine del 2019, il governo Macron ha presentato nei mesi scorsi a deputati e senatori una “riforma” del franco CFA dell’Africa occidentale. Il dibattito è stato cruciale per il futuro di 14 paesi africani, il cui destino è ancora guidato da questa moneta coloniale. Tanto più che i cambiamenti proposti erano minimi.

I progressisti francesi avrebbero potuto cogliere questa opportunità per dare un sostegno concreto a coloro che in Africa aspiravano alla completa indipendenza e che si battevano per porre fine alla dominazione monetaria della Francia. Con qualche rara eccezione, non l’hanno fatto.

Nell’indifferenza quasi generale, la “riforma” è stata adottata dall’Assemblea Nazionale il 9 dicembre 2020 e poi dal Senato il 28 gennaio.

Ricordiamo le osservazioni di Mongo Beti fatte diversi decenni fa: è perché “l’opinione pubblica” francese “e in primo luogo la stampa” sono rimaste inerti che il governo De Gaulle ha potuto spezzare lo slancio dei progressisti camerunesi e concedere solo una parvenza di indipendenza al Camerun nel 1960 (“Main basse sur le Cameroun. Autopsie d’une indépendance”, Maspero, 1972).

Lo scrittore anticolonialista ha denunciato la solidarietà a geometria variabile degli intellettuali francesi, che hanno sempre salvaguardato gli interessi francesi in Africa: mentre si impegnavano appassionatamente a fianco delle sinistre dell’America Latina o dell’Europa dell’Est per denunciare la dittatura nei loro paesi, non mostravano alcuna solidarietà con i camerunesi in lotta contro un regime tirannico installato e sostenuto da Parigi.

Lo stesso fenomeno è evidentemente ancora all’opera per quanto riguarda il franco CFA, creato da un decreto del generale De Gaulle nel 1945 e da allora posto sotto la supervisione del Tesoro francese: negli ultimi anni, il suo carattere retrogrado e iniquo ha suscitato poco interesse ed emozione in Francia.

Così, gli economisti eterodossi e i politici francesi che hanno affrontato la questione si possono contare sulle dita di una mano. Anche gli attivisti, compresi quelli dell’associazione Survie, sono pochi. I pochi media cosiddetti “di sinistra”, da parte loro, hanno fornito il servizio minimo. Alcuni di loro hanno persino trasmesso nel maggio 2020 l’idea che la Francia ufficialmente “agisse” per la “fine del franco CFA”, dando per scontato il resoconto ufficiale della riforma del Presidente Emmanuel Macron.

Tuttavia, la verità è ben diversa e non è difficile da stabilire: il sistema CFA è soggetto solo a leggere modifiche di natura simbolica per gli otto stati che usano il franco CFA in Africa occidentale (Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea-Bissau, Mali, Niger, Senegal, Togo), e rimane invariato per i sei paesi dell’Africa centrale che lo condividono (Camerun, Ciad, Congo, Gabon, Guinea Equatoriale, Repubblica Centrafricana). Tutto questo è chiaro dai resoconti e dalle registrazioni dei dibattiti parlamentari degli ultimi mesi.

Solo gli eletti comunisti, all’Assemblea Nazionale e al Senato, hanno davvero portato la contraddizione di fronte ad un governo determinato a preservare un sistema che viene decantato in tutto il mondo, evidenziando ai loro colleghi i limiti e le pretese della pseudo “riforma” del Presidente Macron. Hanno anche fatto degli sforzi per comunicare al di fuori delle aule parlamentari. Ma non sono riusciti a rompere il muro di indifferenza eretto intorno al franco CFA negli ultimi 75 anni e sostenuto da tutti gli strati della società francese – consciamente o inconsciamente.

La posta in gioco è alta e ci sono molte ragioni per essere indignati.

Il franco CFA è più di un’incongruenza, è una siringa piantata nelle vene dei paesi africani che succhia le loro risorse. Mantiene un sistema coloniale che non esiste altrove e la sua persistenza garantisce la persistenza della povertà e delle sue molteplici espressioni – compresa l’emigrazione forzata verso il Mediterraneo.

L’ancoraggio del franco CFA all’euro, una moneta forte, penalizza la competitività dei prezzi della produzione dei paesi che la utilizzano, favorendo economie di rendita basate sul consumo di beni importati, a scapito di una politica incentrata sull’aumento delle capacità produttive nazionali. A causa della parità fissa con l’euro, questi Stati non possono utilizzare il tasso di cambio in caso di crisi economica e sono allora costretti a ridurre la loro spesa pubblica.

Il meccanismo incoraggia anche le banche centrali della zona del franco a limitare i prestiti bancari che concedono a famiglie, imprese e governi. Di conseguenza, questi ultimi vedono la loro dinamica produttiva paralizzata e sono costretti a prendere in prestito denaro sui mercati finanziari internazionali, a tassi elevati, per finanziare il loro sviluppo. Quanto al principio del libero trasferimento, uno dei pilastri del funzionamento del sistema CFA, esso facilita colossali deflussi di capitale.

Alla fine dei conti, i paesi della zona del franco si trovano bloccati in un ruolo di produttori di materie prime e consumatori di prodotti importati. Il franco CFA contribuisce così all’aumento della disoccupazione, della povertà e della cosiddetta emigrazione “illegale”.

Probabilmente non è un caso che la maggior parte delle persone salvate nel gennaio 2021 da SOS Méditerranée provenissero da paesi francofoni, tra cui il Mali (dichiaratamente in guerra), la Costa d’Avorio (che non è in guerra) e il Senegal (nemmeno in guerra). Dei quattordici Stati membri della zona del franco CFA, nove sono ora classificati come “paesi meno sviluppati”.

L’ipocrisia dei sostenitori del sistema CFA dovrebbe essere affrontata anche da tutti coloro che hanno a cuore la democrazia, l’equità e la giustizia. Pensateci: la Francia mantiene la sua presa sul franco CFA con il pretesto che svolge un ruolo di “garante”, ma questo ruolo è in realtà fittizio!

Il Presidente maliano Modibo Keita lo disse pubblicamente nel 1962 (“La Francia garantisce solo il franco CFA perché sa che questa garanzia non funzionerà”), il giornalista francese Paul Fabra scrisse nel 1972 su Le Monde in un articolo intitolato “Zona franca o zona di povertà?” e questa realtà è stata sottolineata più volte durante i recenti dibattiti parlamentari.

Durante una sessione della Commissione delle Finanze dell’Assemblea Nazionale nel settembre 2020, un parlamentare ha spiegato che la “garanzia” francese non era stata attivata almeno dal 1994 e che si stava facendo di tutto perché non fosse più attivata.

Inoltre, Parigi gestisce il sistema in modo opaco. Basta leggere il recente rapporto della Commissione Affari Esteri dell’Assemblea Nazionale sul progetto di riforma, scritto da un deputato del gruppo LREM, per rendersene conto.

“L’annuncio del 21 dicembre 2019 ad Abidjan da parte del Presidente francese Emmanuel Macron e del Presidente ivoriano Alassane Ouattara della riforma monetaria è stata una sorpresa per tutti – funzionari eletti, operatori economici, la banca centrale e la popolazione” nota il rapporto, riferendosi a “un accordo negoziato nella massima segretezza da una manciata di persone a Parigi e Abidjan”.

I leader e i cittadini dei paesi interessati dalla riforma sono stati così messi davanti al fatto compiuto dai presidenti Macron e Ouattara. Quelli degli Stati della CEDEAO (Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale), di cui sono anche membri, non hanno potuto fare a meno di notare la volontà di Parigi di silurare il proprio progetto di moneta comune (questo è uno dei tre obiettivi non dichiarati della riforma, gli altri due sono ridurre le critiche e fare qualche risparmio per il Tesoro francese).

Quanto al successivo processo di adozione di questa frettolosa “riforma”, anch’esso è stupefacente, come hanno sottolineato il senatore comunista Pierre Laurent e il deputato comunista Jean-Paul Lecoq. Quest’ultimo ha sottolineato ai suoi colleghi dell’Assemblea Nazionale quanto fosse assurdo e sospetto che la Francia fosse “il primo paese a ratificare questo accordo, quando logicamente avrebbe dovuto aspettare che lo facessero prima i paesi direttamente interessati”.

Lecoq ha dovuto precisare che la moneta è “un’istituzione politica ed economica assolutamente fondamentale, poiché è la moneta che permette a una zona di determinare e dirigere la sua economia fissando obiettivi di sviluppo”.

Tutte queste manovre del governo per prolungare la vita del franco CFA (si può aggiungere che la “riforma” è stata in parte attuata ancor prima di essere sottoposta al Parlamento francese e africano) e la finzione organizzata intorno alla cosiddetta “garanzia” francese non interessano quindi i media.

Senza ostacoli, dunque, la Francia ufficialmente continua a imporre la sua volontà agli altri (ovviamente per salvaguardare i propri interessi e quelli delle imprese francesi che operano sul continente africano e che sono i primi beneficiari del sistema).

Altrove, le reazioni sono molto diverse: giornalisti, economisti e politici di altri paesi occidentali sono scioccati quando vedono che il franco CFA esiste ancora, sessant’anni dopo l’indipendenza, e che funziona sulla base di principi stabiliti durante il periodo coloniale. In generale, non hanno paura di descriverlo come “colonialista”, “imperialista”, “disastroso”, “sistema di sfruttamento”, ecc.

In un articolo pubblicato nel dicembre 2020, il giornalista spagnolo Jaume Portell Caño identifica il franco CFA come una delle cinque cause principali della migrazione dal Senegal all’Europa, un approccio sistemico che si trova raramente nella stampa francese.

Anche gli africani anglofoni guardano con sgomento questo dominio monetario francese sui loro vicini francofoni. Nel 2018, la famosa scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie ha dichiarato: “Vedo molte differenze tra il mondo anglofono e quello francofono nell’occupazione dello spazio in Africa. Il franco CFA ancorato al franco francese (ora l’euro, ndr), per esempio, mi sembra completamente retrogrado”.

Il fatto che le relazioni della Francia con i paesi della zona del franco siano così imperfette e malsane è l’altra ragione che dovrebbe sfidare i progressisti francesi. Perché il cambiamento non verrà dai leader africani: poiché la maggior parte di loro o sono indebitati con le autorità francesi (che spesso li hanno aiutati a prendere il potere e a rimanerci a lungo) o temono le rappresaglie, non correranno il rischio di dispiacere Parigi. Né si muoveranno perché fanno generalmente parte della piccola élite africana che trae qualche beneficio dal sistema CFA.

Ecco perché gli attivisti, gli economisti, i politici, i giornalisti e i cittadini dei paesi africani che chiedono l’abolizione del franco CFA da diversi decenni hanno bisogno della mobilitazione dei loro colleghi francesi ed europei.

Il franco CFA non è una questione accessoria o esotica che riguarderebbe solo i paesi africani, che dovrebbe essere lasciata ai funzionari del Ministero dell’Economia francese o alle lobby franco-africane o tenuta relegata in fondo alle notizie. È la chiave di volta del dominio che la Francia continua ad esercitare su Stati formalmente indipendenti.

Fino a quando tutti i progressisti francesi perderanno interesse per questo, rafforzeranno con il loro silenzio lo Stato francese nella sua scelta di perseguire la sua logica coloniale in Africa.

Fonte

25/12/2019

Dal Franco CFA all’ECO-CFA: cambiare i simboli, mantenere il sistema?

Dopo aver sostenuto a Ouagadougou nel novembre 2017, che il franco CFA era una “moneta africana” e quindi un “non-soggetto” per la Francia, il presidente Emmanuel Macron è recentemente tornato alla realtà sotto la pressione dei movimenti panafricanisti, ansiosi di vedere l’Africa francofona tagliare i legami coloniali con l’ex metropoli.

Macron ha deciso sovranamente di apportare delle riforme all’ultima moneta coloniale ancora in circolazione nel continente africano. “È ascoltando la vostra gioventù che ho voluto dare inizio a questa riforma”, ha detto ad Abidjan, il 21 dicembre 2019, con il presidente della Costa d’Avorio, Alassane Ouattara, al suo fianco.

In primo luogo, il nome del franco CFA, che porta l’impronta delle sue origini coloniali (“franco delle colonie francesi in Africa”), sarà ribattezzato “ECO”, apparentemente dal luglio 2020 per gli otto Paesi dell’Unione Economica e Monetaria dell’Africa Occidentale (UEMOA).

In secondo luogo, la Banca Centrale degli Stati dell’Africa Occidentale (BCEAO) non sarà più tenuta a depositare la metà delle sue riserve di valuta estera presso il Tesoro francese. In terzo luogo, il governo francese non sarà più rappresentato negli organi della BCEAO. Questi sono gli annunci del duo Macron-Ouattara.

Negli ultimi decenni, la logica delle riforme del franco CFA è sempre stata quella di rendere meno visibile la vigilanza monetaria francese. All’inizio degli anni '70 la Francia, spinta da una forte domanda di decolonizzazione monetaria, ha accettato il trasferimento a Dakar e Yaoundé delle sedi delle banche centrali e l’africanizzazione del loro personale.

Nonostante questa “africanizzazione” delle istituzioni della zona del franco, la Francia ha mantenuto il controllo del sistema poiché i suoi rappresentanti avevano un veto legale negli organi della BCEAO e del BEAC (Banca degli Stati dell’Africa Centrale) e controllavano almeno il 65% delle riserve valutarie di quest’ultima, che erano depositate su un conto speciale aperto nei libri contabili del Tesoro francese, il conto delle operazioni.

Negli anni 2000, il tasso di deposito obbligatorio per le riserve esterne è stato abbassato al 50%. Le banche centrali della zona del franco sono diventate giuridicamente indipendenti nei confronti dei loro Stati membri. Tuttavia, sono rimaste sotto il controllo del Tesoro francese, la cui riduzione del numero di rappresentanti è stata “riequilibrata” con la chiusura dei loro statuti. Ad oggi, nessuna decisione di natura statutaria può essere presa da BCEAO e BEAC senza il consenso del governo francese.

Le riforme annunciate da Macron non si discostano da questa logica storica. La chiusura del conto di gestione e il ritiro del governo francese dagli organi della BCEAO equivalgono a un passaggio da un sistema di controllo diretto a una forma di controllo indiretto. La politica monetaria e di cambio in quanto tale non è influenzata da questi sviluppi.

Fintanto che viene mantenuta la parità fissa con l’euro, le riserve di valuta estera, indipendentemente dalla forma o dal luogo in cui sono detenute, serviranno innanzitutto a difendere questa parità. Queste riforme non rendono quindi la BCEAO più autonoma: rimane un’appendice della Banque de France, saldata alla politica monetaria della Banca Centrale Europea.

Va sottolineato che l’assenza di un obbligo di deposito delle riserve valutarie presso il Tesoro francese non implica necessariamente una rottura dei rapporti finanziari tra quest’ultimo e la BCEAO. Nel caso del BEAC, la parte non obbligatoria delle riserve valutarie è stata spesso investita in titoli del Tesoro francese.

Se la Francia avesse voluto davvero “rompere gli ormeggi”, per dirla alla Macron, e porre fine al franco CFA, avrebbe potuto semplicemente abolire l’accordo di cooperazione monetaria che la lega ai paesi dell’UEMOA. Ma ha scelto di rinnovarla e di mantenere il suo ruolo di “garante”. Ciò implica che essa rimane de facto sovrana sulla gestione del franco CFA rinominato ECO. Ne consegue anche che i paesi dell’UEMOA restano sotto la supervisione indiretta delle autorità dell’Eurozona in quanto vigilano sulla “garanzia” di convertibilità che si suppone sia fornita dalla Francia.

Cosa significa questa “garanzia”? La Francia promette di svolgere il ruolo del Fondo Monetario Internazionale (FMI) per i paesi che utilizzano il franco CFA fornendo loro liquidità in caso di problemi di pagamento esterno. In particolare, ogni volta che la BCEAO si trova in una situazione di zero riserve di valuta estera, il Tesoro francese si impegna a prestarle gli importi desiderati in valuta francese (prima il franco francese, ora l’euro).

Tuttavia, il funzionamento della BCEAO (e della BEAC) è impostato in modo che questa situazione si verifichi il più raramente possibile, se non mai. Non appena le sue riserve di valuta estera raggiungono un livello critico, adotta misure restrittive – limitando le possibilità di finanziamento delle economie della zona – per ricostituire i suoi attivi esterni. Grazie a questa modalità di gestione, la garanzia è stata attivata raramente per i paesi dell’UEMOA tra il 1960 e oggi.

La Francia ha onorato la sua promessa di “garanzia” solo nel periodo 1980-1993. Lo ha fatto per consentire alle imprese francesi, che prevedevano una svalutazione del franco CFA, di rimpatriare i loro capitali e redditi. Secondo la BCEAO, la “garanzia” francese all’epoca era per un importo annuo di 32 miliardi di franchi CFA, una cifra relativamente irrisoria rispetto a una fuga di capitali stimata nella zona del franco a 750 miliardi di franchi CFA solo per gli anni 1988-1989.

Dovremmo essere sorpresi nel vedere che l’importo “zero” è sistematicamente iscritto nella legge finanziaria francese sotto la “garanzia” di convertibilità? In un documento pubblicato nel 2018, intitolato “Gestione delle riserve internazionali della CEMAC”, il FMI ha osservato che “vi sono incertezze sulla capacità del Tesoro francese, che deve a sua volta rispettare le regole più ampie dell’area dell’euro, di offrire questo tipo di garanzia su larga scala per un periodo indeterminato”.

In queste circostanze, come potrebbe la Francia, che non rispetta i suoi impegni di bilancio a livello europeo, fungere da “garante”? Quando i Paesi africani hanno difficoltà economiche, come avviene attualmente nella zona CEMAC, è il FMI ad essere chiamato da Parigi a venire in soccorso e a imporre politiche di austerità, che producono sempre e ovunque gli stessi risultati: miseria e desolazione.

Quando il ministro delle Finanze francese Bruno Le Maire sostiene che la “garanzia” francese permette ai Paesi dell’UEMOA di avere la certezza di poter sempre finanziare le proprie importazioni, mostra a nolens volens la sua mancanza di considerazione per l’intelligenza collettiva dei popoli e degli economisti africani. Il desiderio di mantenere un legame formale sul piano monetario – e quindi di garantire gli interessi economici francesi – potrebbe fare a meno di una giustificazione tanto paternalistica quanto disonesta.

Perché 14 paesi con una popolazione di oltre 160 milioni di abitanti dovrebbero avere bisogno della Francia per i loro pagamenti esteri quando un piccolo paese come il Gambia batte la propria moneta nazionale senza cercare la “garanzia” di una potenza straniera?

Il concetto di “garanzia” di convertibilità utilizzato dai funzionari francesi e dai sostenitori della reliquia coloniale è tanto più assurdo in quanto viviamo dagli anni ’70 in un’era post-Gold Standard, in cui la moneta emessa dagli Stati è essenzialmente di natura fiduciaria. È chiaro che la Francia e gli adulatori del franco CFA stanno ancora lottando per uscire dal paradigma monetario del XIX secolo, il secolo coloniale per eccellenza!

Le riforme previste da Macron affrontano solo alcuni aspetti visibili del colonialismo del franco CFA che sono diventati particolarmente imbarazzanti per la Francia. Non forniscono una base credibile per parlare di fine del franco CFA. Finché esiste un legame formale di subordinazione monetaria, finché il franco CFA/ECO è saldamente ancorato all’euro e finché la Banque de France continuerà a detenere il 90% delle riserve auree monetarie della BCEAO, il colonialismo monetario avrà ancora bei giorni davanti a sé.

Tuttavia, sarebbe un errore analitico credere che le motivazioni del presidente Macron siano esclusivamente populiste. Le sue riforme mirano anche ad aggirare il progetto di integrazione monetaria così come è stato concepito finora nell’ambito della Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (CEDEAO).

I 15 paesi della CEDEAO, compresi gli otto che utilizzano il franco CFA, avevano scelto il nome ECO per la loro futura moneta unica e avevano accettato di sostenerla con un paniere di valute. Prima di poter adottare l’ECO, ciascuno di essi doveva soddisfare una serie di criteri di ingresso (i “criteri di convergenza”).

Tuttavia, secondo una recente dichiarazione del ministro delle Finanze nigeriano Zainab Ahmed, nessun paese della CEDEAO è qualificabile per l’ECO nel 2020, ad eccezione del Togo, che chiaramente non è abbastanza grande per portare avanti il progetto da solo.

Proprio mentre Macron, alla presenza di Ouattara, annunciava le sue riforme, i capi di Stato della CEDEAO stavano chiudendo un incontro ad Abuja, dove dovevano decidere il futuro del progetto regionale della moneta unica. Il comunicato finale della CEDEAO ha dovuto accettare il fatto compiuto: “Questa riforma della zona monetaria dell’UMOA faciliterà la sua integrazione nella futura zona monetaria della CEDEAO (ECO)”, si legge nel comunicato.

Appropriandosi indebitamente del nome ECO senza soddisfare i criteri di ingresso dell’omonima zona, Macron e i paesi dell’UEMOA, con Ouattara a capo, stanno mettendo in chiaro che non si preoccupano dell’integrazione monetaria come previsto nel quadro della CEDEAO. Ad Abidjan, Macron ha chiamato per nome quasi tutti i Paesi dell’Africa occidentale che non utilizzano il franco CFA per aderire all’UEMOA, ad eccezione di Nigeria e Ghana. Il messaggio è chiaro: si tratta di isolare il gigante nigeriano e persino il Ghana.

Questo progetto non è una novità. Si trova in un rapporto sulla zona franca dell’ex ministro francese Dominique Strauss-Kahn, pubblicato nel 2018. Negli anni '70, la Costa d’Avorio e il Senegal si erano già alleati con la Francia per far deragliare un progetto di riforma monetaria guidato dal presidente nigeriano Hamani Diori, destinato a rafforzare la cooperazione monetaria tra i Paesi dell’Africa occidentale. Quasi cinquant’anni dopo, nulla è cambiato in modo visibile.

Va sottolineato di passaggio che il sabotaggio della Costa d’Avorio non si limita al campo monetario. Ratificando, nel 2016, un accordo interinale di libero scambio con l’Unione Europea, mentre la CEDEAO opera già nel quadro di un’unione doganale, ha anche messo a repentaglio l’integrazione commerciale regionale.

Il “rapimento” dell’ECO da parte della Francia e dei paesi dell’UEMOA ha almeno un “merito”: quello di aver messo fine al ricorrente rinvio del lancio della moneta unica della CEDEAO. La passività dei capi di Stato della CEDEAO di fronte a questa diversione di obiettivi è senza dubbio una logica conseguenza del fatto che non si sono mai preoccupati di coinvolgere i loro popoli nella discussione sull’ECO e di fare un discorso veritiero.

Hanno sempre sostenuto che l’ECO – una copia grezza dell’euro che pone problemi simili al franco CFA come moneta unica – era fattibile e che stavano facendo i migliori sforzi al mondo per lanciarlo, quando avrebbero dovuto sapere che la metodologia dei criteri di convergenza, importati dall’Unione Europea, era il modo migliore per perpetuare l’immobilità monetaria. Macron e Ouattara, avendo compreso l’impasse della CEDEAO, hanno approfittato della situazione.

E, anche se è triste per i sostenitori della versione della CEDEAO, la coppia franco-ivoriana ha reso un parziale servizio ai capi di Stato della CEDEAO che logicamente hanno dovuto annunciare un ulteriore rinvio del lancio dell’ECO. Almeno, alcuni possono avere l’illusione/la speranza che le cose si “muovano” nella giusta direzione per una volta.

Nella misura in cui i paesi dell’UEMOA hanno adottato l’ECO senza soddisfare i criteri di adesione richiesti, che senso avrà chiedere agli altri sette paesi della CEDEAO di soddisfarli per far parte della zona monetaria dell’ECO? È difficile vedere come il progetto della moneta unica della CEDEAO potrà riprendersi da questo colpo di martello.

Addio franco CFA, lunga vita all’ECO CFA!

Senza dubbio una tale impresa spingerà il governo francese a considerare con benevolenza le possibili ambizioni di un terzo mandato di alcuni attuali leader dei paesi dell’UEMOA.

Le riforme di Macron non comporteranno alcun cambiamento significativo nella condotta della politica economica o nella situazione materiale della popolazione. È ironico, tuttavia, che riforme di significato essenzialmente simbolico siano fallite proprio sul piano dei simboli. Perchè Macron e Ouattara non erano le persone giuste per annunciare “la fine del franco CFA”.

L’annuncio avrebbe avuto più credibilità se fosse arrivato, per esempio, dai capi di Stato della CEDEAO e, forse, se avesse avuto l’unzione del popolo. Vedere il presidente dell’ex metropoli coloniale “decidere” la fine di una reliquia coloniale durante una revisione delle truppe francesi di stanza in Costa d’Avorio non è il modo più convincente per decretare la nuova morte della resistente “Françafrique”.

Detto questo, i numerosi movimenti panafricanisti, intellettuali, economisti, semplici cittadini che lottano per una seconda indipendenza per l’Africa possono assaporare una piccola vittoria. Queste riforme simboliche sono concessioni che devono essere apprezzate nella loro vera misura. La forza del CFA comincia a vacillare. Una battaglia è appena stata vinta. Altre dovranno essere combattute.

Sul piano economico e monetario, sarà necessario puntare a dotare il continente di valute sovrane che ne garantiscano l’indipendenza finanziaria. Oltre alla necessità di riacquistare la loro formale sovranità monetaria nei confronti del governo francese e del FMI, i paesi africani dovranno anche attuare profonde riforme del settore bancario e finanziario, che continua ad operare in modo coloniale nonostante il declino delle banche francesi. Dovranno istituire banche centrali “agenti di sviluppo”, con le quali lavorare a stretto contatto per facilitare il finanziamento delle economie, i progetti di industrializzazione, la creazione di posti di lavoro e la trasformazione ecologica. Dovranno cercare di evitare di indebitarsi in valuta estera facendo affidamento il più possibile sulla mobilitazione delle risorse interne.

Ciò implica una rottura con l’atteggiamento di organizzare tutta la politica economica intorno alla necessità di attrarre “finanziamenti esterni”. Naturalmente, tutto questo non sarà possibile senza una mobilitazione permanente dei popoli per chiedere ai “rappresentanti”/“eletti” di garantire un quadro politico più egualitario.

Sbaglieremmo a fermarci ai simboli e alla sola riforma monetaria.

di Ndongo Samba Sylla - Economista e ricercatore presso la Fondazione Rosa Luxemburg di Dakar. Traduzione a cura di Andrea Mencarelli (Potere al Popolo) della nota pubblicata qui.

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22/01/2019

Parigi “irritata” con il M5S per la denuncia della moneta coloniale in Africa

L’ambasciatore d’Italia in Francia, Teresa Castaldo, è stata convocata al ministero degli Affari Esteri francese, a seguito delle parole del vicepremier e ministro del lavoro Luigi Di Maio sulla Francia, che userebbe “il franco delle colonie” per finanziare il suo debito pubblico a spese dei Paesi africani. Lo ha riferito una fonte del governo locale.

L’ambasciatrice italiana è stata chiamata per chiarimenti sulle parole di Di Maio, che ha accusato la Francia di “impoverire l’Africa” e aggravare la crisi dei migranti, ha spiegato una fonte governativa all’Afp.

Oltre a Di Maio, anche l’altro leader del M5S – Di Battista – ci era andato giù pesante contro la Francia e il suo dominio economico/finanziario sulle ex colonie in Africa.

Ma l’offesa a “le Roi” Macron non è stata digerita dal “partito trasversale dell’establishment”. Infatti i primi a levare gli scudi contro i due M5S non sono state le autorità francesi ma giornali italiani come La Repubblica e Il Sole 24 Ore con titoli e articoli frontali contro Di Maio e Di Battista. Una zelanteria decisamente degna di miglior causa.

Il franco CFA (che significava inizialmente “franco delle colonie francesi d’Africa”) è il nome di due valute comuni a diversi Paesi africani, create per l’appunto nel 1945 dal governo di Parigi nelle colonie, la cui convertibilità esterna è garantita dal Tesoro francese. Oggi viene utilizzata in 14 Paesi africani, quasi tutti francofoni, e quasi tutti ex colonie francesi (fanno eccezione la Guinea equatoriale, ex colonia spagnola, e la Guinea-Bissau, ex colonia portoghese).

Com’è noto, non siamo affatto teneri con i dirigenti M5S per i disastri politici che stanno combinando in alleanza con la Lega, ma su questo tema dobbiamo ammettere che qualche ragione ce l’hanno. Anche se la banalizzano facendone un uso solo strumentale.*

Negli anni abbiamo documentato ampiamente il tallone di ferro coloniale che la Francia ha mantenuto sulle sue ex colonie, un dominio di cui il Cfa (insieme alle frequenti e ripetute spedizioni militari che Parigi ha inviato in Costa d’Avorio, Mali, Niger, e ancora prima in Ciad e poi in Libia) è uno strumento decisivo.

* Per la precisione: è vero che il franco Cfa è agganciato all’euro, con cambio fisso e quindi “strozza” le economie di quei paesi; è vero che è la Banca di Francia a stampare quelle due monete (Cfa Cemac e Cfa Uemoa) e a detenere il loro fondo comune di riserva di moneta estera, stimato in 10 miliardi di euro. Vero, insomma, che la Francia “ci guadagna” non poco e mantiene forzosamente quei paesi sotto la propria sfera di influenza. Ma da quei paesi proviene una parte non maggioritaria dei migranti che salgono sui barconi. L’assoluta maggioranza viene da Iraq, Siria, Sudan, Eritrea e Somalia (le ultime due ex colonie italiane).

Quindi i due pentastellati hanno detto una cosa vera (sfruttamento francese di una parte dell’Africa) per sostenere una tesi prevalentemente falsa (facendo dello sfruttamento francese l’UNICA causa dell’immigrazione dall’Africa)...

Il mondo è complesso, e ogni riduzione è una deformazione...

Per chi vuole approfondire ecco una breve rassegna degli articoli che abbiamo pubblicato sulla materia.

La generosa spesa pubblica di Parigi grazie al tallone di ferro sulle ex colonie in Africa

Il colonialismo della moneta. Il caso del Cfa in Africa

Due cose sul Franco CFA (sull’euro e l’Africa)

La Franciafrica o l’impero coloniale francese

Fonte

04/10/2018

La “generosa spesa pubblica” di Parigi. Grazie al tallone di ferro sulle ex colonie in Africa

Costa d’Avorio, Mali, Niger, Camerun, Ciad, Gabon, Guinea Equatoriale, Repubblica Centrafricana, Repubblica del Congo, Benin, Burkina Faso, Guinea Bissau, Niger, Senegal e Togo. Sembra una geografia di altri tempi e altri luoghi, eppure è questo l’elenco dei paesi africani, ex colonie francesi, sui quali la Francia esercita ancora oggi un controllo praticamente assoluto. Con tanto di presenza di soldati sul terreno e di intervento militare qualora un capo di stato deragli dall’asfissiante perimetro economico e geopolitico deciso da Parigi. L’ex presidente ivoriano Gbagbo, nel 2011 in contemporanea all’aggressione alla Libia, è stato deposto militarmente con l’aiuto dei soldati francesi ed è ancora in carcere in attesa di un processo ovviamente “per crimini contro l’umanità”.

Lo strumento intorno al quale ruota l’intero sistema del controllo francese sui 14 Paesi africani è il franco coloniale, detto franco Cfa, moneta che la Francia ha imposto alle sue colonie nel 1945, subito dopo l’accordo di Bretton Woods, che ha regolato il sistema monetario dopo la Seconda guerra mondiale. L’acronimo Cfa inizialmente stava a significare “Colonie francesi d’Africa”, ma negli anni Sessanta, a seguito della decolonizzazione e dell’indipendenza dei paesi africani anche della “francofonia” il suo significato è diventato: “Comunità finanziaria africana”.

Ma la fine del regime coloniale si è rivelata solo formale, in quanto il franco Cfa ha conservato tutti i vincoli ferrei che aveva fin dall’inizio sulle economie locali. Stiamo parlando di 14 Stati dell’area subsahariana e del Centro Africa, con una popolazione di circa 160 milioni di unità, per i quali la moneta ufficiale è il franco Cfa, che viene però coniata e stampata in Francia, che ne ha stabilito le caratteristiche e ne detiene il monopolio.

Ma quali sono questi vincoli ferrei ai quali sono sottoposte le ex colonie francesi in Africa? Il primo vincolo del franco Cfa è l’obbligo per i 14 paesi africani di depositare il 50% delle loro riserve monetarie presso il Tesoro francese. In pratica, quando uno dei 14 paesi del franco Cfa esporta verso un paese diverso dalla Francia, e incassa dollari o euro, ha l’obbligo di trasferire il 50% di quanto incassato presso la Banca di Francia.

All’inizio la quota che i paesi africani dovevano trasferire in Francia era pari al 100% dell’incasso, nel tempo (1973) è scesa al 65%, infine nel 2005 è scesa al 50%. Scrive il quotidiano economico Italia Oggi che, per esempio, “se il Camerun, previo un esplicito permesso francese, esporta vestiti confezionati verso gli Stati Uniti per un valore di 50mila dollari, deve trasferirne 25 mila alla Banca centrale francese”.

Non solo. Gli accordi monetari sul franco Cfa prevedono che vi siano rappresentati dello Stato francese, con diritto di veto, sia nei consigli d’amministrazione sia in quelli di sorveglianza delle istituzioni finanziarie delle 14 ex colonie.

Grazie a questo trasferimento di ricchezza monetaria, la Francia gestisce praticamente il 50% delle valute estere delle 14 ex colonie, investendoli massicciamente in titoli di Stato francesi. Anche grazie a questi Parigi ha potuto finanziare per decenni una spesa pubblica generosa, anche forzando i vincoli di Maastricht.

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23/03/2018

Il colonialismo della moneta. Il caso del Cfa in Africa

I rapporti colonialisti (sfruttamento brutale spesso militarizzato) di alcuni paesi dell’Unione Europea con l’Africa sembravano morti e sepolti con la seconda guerra mondiale. E invece non sono mai finiti, dopo la breve stagione della decolonializzazione, delle guerriglie di liberazione, del “movimento dei paesi non allineati”, dell’indipendenza politica cui non riusciva a far seguito l’indipendenza anche economica.

E proprio l’economia, e addirittura la moneta – come nel caso del Cfa francese (rimasto in vita nonostante la Francia sia entrata nell’euro, e quindi non disponga più di alcuna “sovranità monetaria”) – sono stati i vincoli pratici attraverso cui il colonialismo e ritornato sul continente nero. Poi, certo, anche qualche guerra ogni tanto aiuta a far capire meglio chi comanda. Ma sono i contratti capestro, le merci e la corruzione a fare la quotidianità dei rapporti coloniali.

Qui una testimonianza lucida e appassionata della “sorpresa” con cui si scoprono queste cose, nel mentre siamo tutti soffocati dalla “narrazione” della “civiltà europea”.

*****

L’altra sera sera, proprio mentre il mondo scopriva i reali motivi per cui la Francia di feccia-Sarkozy avesse deciso di scatenare l’inferno in Libia, sono andato a una cena con discussione organizzata da un collettivo di migranti del West e Centro Africa francofoni qui a Berlino: il Corasol. Il dibattito era sul CAF: il Franco Centro Africano. Vale a dire la moneta utilizzata in 14 stati africani ancora oggi.

Incredibile per me che non ne sapevo nulla è stato capire quanto 14 stati, formalmente indipendenti dal 1960, siano ancora oggi colonie francesi e quindi europee de facto, per via monetaria ed economica. Parliamo di Camerun, Ciad, Gabon, Guinea Equatoriale, Repubblica Centrafricana, Repubblica del Congo, Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo.

Questi paesi, un po’ come la Grecia della Troika, non hanno alcuna libertà economica, non hanno libertà di poter commerciare tra loro, le loro monete vengono anche materialmente prodotte in Francia (cioè in Unione Europea), le loro banche centrali, le loro istituzioni economiche e finanziarie devono ancora oggi prevedere la presenza di un rappresentante francese con diritto di veto.

La moneta ad uso coloniale è usata da centinaia di milioni di africani e il 65% degli interessi su ogni scambio, deposito ed operazione va dritta dritta nelle casse dello stato francese.

Estrazione pura di ricchezza, dai molti (poveri e africani) ai pochi (ricchi e bianchi europei).

La moneta è legata con un cambio fisso in Euro (1 euro vale 655 CAF) e per essere cambiata in Yuan, Dollari, Pesos ecc deve essere prima tramutata in Euro. Questi vincoli economici coloniali rendono queste economie sempre più indebitate con l’UE malgrado non spendano nulla e le vincolano ad una moneta forte come l’euro che rende impossibile qualunque export e limitato qualunque import (ad un Camerunense conviene comprare pomodori cinesi invece che i propri).

Merci e capitali Westafricani e Centroafricani DEVONO, non “possono” ma DEVONO, passare per Parigi e Francoforte, gli esseri umani ovviamente no, a loro tocca morire nel deserto o nel Mediterraneo o essere chiamati con disprezzo “migranti economici”!

Per me che non conoscevo la questione, una verità odiosa e sconvolgente che mi da un motivo in più per tirare una testata al primo coglione cui sento dire “aiutiamoli a casa loro”.

Nella storia, da Lumumba a Sankara, fino al recente ministro dell’economia del Mali tre anni fa o alla Costa d’Avorio 7 anni fa, chiunque abbia provato a liberarsi da questo giogo economico ha pagato con la vita sua o della gente del suo paese.

di Michele Carella da Facebook

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30/11/2017

La lezione del professor Macron agli africani

L’Unione Europea fa la corte all’Unione Africana. In Senegal, prima del vertice di Abidjan, i rappresentanti dell’UE vanno di villaggio in villaggio per informare i giovani dei loro progetti, con l’obiettivo di scoraggiare l’emigrazione. In una dichiarazione comune del presidente della Commissione europea e di quello della Commissione Africana, l’UE promette aiuti per 31 miliardi di euro fino al 2020 «per dare una chance alla gioventù africana».

Ai Paesi dove l’emigrazione è più massiccia arriveranno fondi per la formazione professionale e lo sviluppo di piccole e medie imprese. E, naturalmente, per blindare le frontiere. Un particolare di cui nel documento non si fa parola. In sintesi, l’UE dà i soldi e gli Stati africani si riprendono i migranti. Una cosa che fanno già – discretamente – dato che sono nell’impossibilità di offrire un futuro ai loro giovani.

Il vertice UE-AU coincide con un viaggio in Africa del presidente francese, Emmanuel Macron, che ha tenuto martedì un discorso di quasi tre ore a 800 studenti dell’università di Ouagadougou, capitale del Burkina Faso. Macron era atteso da dimostranti del sindacato degli studenti e dell’organizzazione democratica della gioventù, che manifestano contro la sua visita. Rimproverano alla Francia il saccheggio delle risorse del loro Paese, una presenza militare insopportabile e il mantenimento del franco CFA, moneta coloniale. Sono stati dispersi dai gas lacrimogeni.

Un blogger del Senegal scrive: «cosa mi aspetto da Macron? Niente. Aspetto qualcosa da quelli che ho eletto. Nulla da un presidente straniero». Nel suo discorso, Macron parla di emigrazione, lotta contro il terrorismo e l’oscurantismo, demografia ed ambiente. Parla di istruzione, di uguaglianza fra i sessi, promette di restituire le opere d’arte, di concedere più visti per gli studenti e di prolungare i loro permessi di soggiorno. Tenta di sottolineare con formule-choc le nuove relazioni franco-africane. Secondo lui, la Francia non avrebbe più una politica africana e non sarebbe là per impartire lezioni. Un passaggio molto applaudito.

Per molti, si tratta di un un déjà-vu. Macron non è certo il primo presidente francese a parlare di un nuovo inizio. E’ nuovo il suo stile disteso, il gioco piuttosto libero delle domande e delle risposte con gli studenti (quelli selezionati per dialogare con lui), ma per il resto niente è cambiato. Per quanto riguarda la promessa dell’apertura degli archivi francesi relativamente all’assassinio di Thomas Sankara, l’attesa è d’obbligo. Se uno dei suoi presunti assassini, Blaise Compaoré, ha potuto restare al potere quasi trent’anni è «merito» della Francia. Ed è la Francia presieduta da François Hollande che ha protetto la sua fuga in Costa d’Avorio, paese che gli ha concesso la cittadinanza. Vi risiede tuttora, indisturbato.

Il «professor» Macron parla con arroganza e disprezzo del franco CFA, la moneta africana stampata a Parigi fin dal primo giorno dell’indipendenza delle sue ex colonie dell’Africa occidentale, dichiarando che è compito degli statisti africani di abbandonare quella valuta, se lo desiderano. Ma il problema è proprio quello: è Macron a proteggerli. Et pour cause!...

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Unione Europea e Unione Africana sulle macerie di un continente

L’Unione europea e l’Unione africana si ritrovano nel loro 5° summit dal 29 al 30 novembre ad Abidjan (Costa D’Avorio), a distanza di 17 anni dall’accordo adottato in sostituzione della Convenzione di Lome (Togo) del 1975, sulle macerie di scelte politico-economiche e ambientali imposte all’Africa non senza la complicità di alcuni dirigenti africani.

L’accordo di Cotonou (Benin) del 2000, firmato tra la Ue e il gruppo degli stati dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico, con scadenza nel mese di febbraio del 2020 mirava, secondo i suoi promotori, a sradicare la povertà poggiando su tre pilastri:

• la cooperazione allo sviluppo
• la cooperazione economica e commerciale
• la dimensione politica

Oggi il contesto non è quello della Conferenza di Berlino, tenutasi dal 15 novembre 1884 al 26 febbraio 1885, con la spartizione del continente africano tra Germania, Francia, Portogallo, Italia, Spagna, Danimarca, Belgio, Olanda, Austria, Turchia (allora Impero ottomano), Russia, Gran Bretagna e Stati Uniti senza che gli africani potessero dire una sola parola mentre venivano decisi il presente e il futuro di un intero continente.

Dopo 132 anni da quella conferenza, l’Africa vive ancora, insieme alle sue popolazioni, con un cappio al collo nonostante la crescita macroeconomica. L’Africa oggi ha circa 1,25 miliardi di abitanti, sul totale di 7,5 miliardi della popolazione mondiale, il 60% dei quali ha meno 25 anni.

L’impoverimento sistematico e continuo del continente africano è ascrivibile ai danni del fenomeno coloniale e neo coloniale, ma anche a fattori quali i conflitti geopolitici, spesso orchestrati direttamente o indirettamente da chi oggi alza muri e fili spinati. Non è infatti casuale che 489 milioni delle 815 milioni di persone ridotte alla fame vivano in paesi colpiti da conflitti.

Non bastasse questo quadro, va denunciato come nuovi fenomeni quali la sottoscrizione di accordi iniqui – spesso sotto ricatto – stanno facendo sprofondare ancora di più nella miseria e nel caos l’intero continente insieme alla sua giovane popolazione.

L’indipendenza economica continua ad essere ostacolata, eppure essa sola è “il preludio di una lotta nuova e più complessa per la conquista del diritto di gestire le nostre questioni economiche e sociali, fuori dalle pressioni schiaccianti ed umilianti della dominazione e dell’intervento neocolonialista” come diceva Kwame Nkrumah.

A tal proposito è da notare che dal 1945, la moneta di scambio dei paesi dell’Africa occidentale e dell’Africa centrale continua ad essere il Franco CFA (franco delle colonie francesi africane). Oggi, il valore del franco CFA, con il suo collegamento all’euro, è determinato molto di più dagli avvenimenti in seno alla zona euro (1 euro = 655,957 F CFA) che dalla congiuntura in seno ai paesi dove viene utilizzata questa moneta, come sottolineato dall’economista Kako Nubukpo.

Così la vita monetaria ed economica alle Comores ed in quattordici Stati in Africa (Benin, Burkina Faso, Camerun, Costa d’Avorio, Gabon, Guinea-Bissau, Guinea equatoriale, Mali, Niger, Repubblica Centrafricana, Repubblica del Congo, Senegal, Ciad, Togo) resta legata, dopo più di settant’anni “dall’indipendenza”, a una politica monetaria imposta dalla Francia. Quindi un controllo totale e sistematico anche attraverso i depositi bancari obbligatori presso la Banca Centrale francese.

Parliamo quindi di accordi firmati in un’ottica di dominazione mentre risorse naturali e umane vengono saccheggiate. In altri termini parliamo di processi di colonizzazione che possiamo sintetizzare nelle parole di Aimé Césaire: “Tra il colonizzatore e il colonizzato, c’è posto solo per il lavoro duro, l’intimidazione, la repressione, la polizia, l’imposta, il ladrocinio, lo stupro, le imposizioni culturali, il disprezzo, la sfiducia, l’alterigia, la sufficienza, la villania, élites senza cervello, masse avvilite. Nessuno spazio per il contatto umano, ma rapporti di dominazione e di sottomissione che trasformano l’uomo colonizzatore in pedina, in maresciallo, in guardia-ciurme, in frusta e l’indigeno in strumento di produzione. Adesso tocca a me porre un’equazione: colonizzazione = cosificazzione”.

L’appuntamento di Abidjan, che va letto anche in ottica di riposizionamento rispetto alla presenza di alcuni paesi dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud-Africa) quali la Cina in particolare sul Continente, vede al centroquesti temi:

• pace e sicurezza;
• governance, democrazia, diritti umani, migrazioni e mobilità
• investimenti e commercio
• sviluppo di competenze
• creazione di posti di lavoro

Come già avvenuto in più circostanze, si tratta di “maquillage” linguistico per camuffare e manipolare la realtà rispetto alle disuguaglianze sociali con tassi di disoccupazione equiparabili ad una bomba a orologeria. Proprio le scelte economiche, attraverso la balcanizzazione dell’Africa da parte di multinazionali europee, asiatiche, e statunitensi, trasformano l’intera popolazione africana in dannati della globalizzazione, con la fuga di persone di ogni età verso i confini militarizzati da parte della stessa Ue.

Occorre prendere atto della dimensione disumana e ricattatoria di questi vari accordi, compresa la Strategia comune Ue – Africa del 2007 e l’accordo firmato al vertice di La Valletta (Malta) nel 2015, che dovrebbero portare l’Italia, insieme alla Ue e all’Unione Africana, ad interrogarsi sulle proprie responsabilità morali davanti ai corpi senza vita migliaia di persone morte nel Mediterraneo e nel deserto. Tuttavia questi governanti non sembrano aver l’intenzione di interrogarsi sulle conseguenze del loro operato e della distanza che li separa dal popolo. Già Thomas Sankara, assassinato 30 anni fa, diceva che: “Preferiamo un passo col popolo che dieci passi senza il popolo”.

Le popolazioni, preso atto di questa distanza, hanno avviato processi di costruzione di una coscienza collettiva attraverso iniziative sociali, culturali e di piazza contro l’operato dei dirigenti europei ed africani. La ricerca di convergenze tra i dannati delle politiche di austerità, sia in Africa che in Europa, non può che essere un obiettivo da perseguire. Prova di questa convergenza, oltre alle infinite denunce contro questi accordi e contro ogni forma di schiavitù, è il Summit alternativo “Europa-Africa” in corso sempre in Costa D’Avorio, che vede la partecipazione di delegazioni della CISPM (Coalizione Internazionale Sans Papiers, Migranti, Rifugiati e Richiedenti Asilo), di studenti, contadini, associazioni per la giustizia sociale, di movimento di donne, di lavoratori e disoccupati. Tante le iniziative e gli argomenti al centro dei lavori: giovani e disoccupazione, debiti e nuove forme di colonizzazione, guerre, ambiente, agricoltura, accordi bilaterali e militarizzazione delle frontiere, accaparramento delle terre e sovranità alimentare, lotte sindacali e sociali, libertà di circolazione e di residenza, risorse miniere e naturale, ecc...

Il Summit alternativo “Europa-Africa” va a rafforzare un processo che si vuole popolare coinvolgendo tutti gli esclusi e dannati della globalizzazione, indipendentemente dal colore della pelle, proprio come diceva Toma Sankara: “Le masse popolari in Europa non sono opposte alle masse popolari in Africa ma quelli che vogliono sfruttare l’Africa, sono gli stessi che sfruttano l’Europa; abbiamo un nemico comune”.

E la manifestazione del 16 dicembre prossimo a Roma sarà un’altra occasione per fa vivere questa necessità di convergenza, poiché le popolazioni in Africa come in Europa sono col cappio al collo per via delle stesse politiche che stanno generando guerra alle persone e Continenti impoveriti.

Coalizione Internazionale Sans Papiers e Migranti (Cispm).

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09/09/2017

Burkina Faso: l’Africa prima preda del terrorismo jihadista


L’ennesimo “attacco jihadista alla nostra civiltà”, dello scorso 17 agosto a Barcelona, con la morte di 13 persone e il ferimento di svariate decine, era stato preceduto, il 13 agosto, dai 19 morti e 20 feriti falciati dalle armi automatiche di due giovani islamisti sul Kwame N’Krumah, gli “Champs Elysees” di Ouagadougou, capitale del Burkina Faso. I titoli a nove colonne dei quotidiani di regime, il 18 agosto, per l’attacco “ai valori del mondo occidentale”, erano stati preceduti, il 14 agosto, da distaccati titoli e scarne notizie nelle cronache “dal mondo” e, nel secondo caso, il sostantivo non era accompagnato dalla specificazione di quale “mondo” si trattasse: si dà sempre per acquisito che non sia il “nostro mondo”.

Un anno e mezzo prima, il 16 gennaio 2016, sempre a Ouagadougou, il primo pesante attacco alla capitale burkinabè, rivendicato dal gruppo Al-Mourabitoune, affiliato alla rete maghrebina di Al Qaeda, aveva provocato 29 morti e oltre 150 feriti, seguendo un copione – attacco a tre diversi ristoranti e alberghi – già visto a Parigi nel novembre 2015 e, pressoché in contemporanea, all’hotel Radisson Blu di Bamako, in Mali, rivendicato sempre da Al-Mourabitoune.

Pochi giorni fa, Amnesty International parlava di almeno 381 persone ammazzate dalla primavera scorsa a oggi – il doppio rispetto ai cinque mesi precedenti – in vari attentati suicidi portati in Camerun e Nigeria da Boko Haram, l’organizzazione jihadista con base in Nigeria affiliata allo Stato islamico. Lo scorso anno, Le Monde Afrique scriveva che, a partire dal 2009, Boko Haram avrebbe ucciso almeno 20mila persone tra Nigeria, Niger, Camerun e Ciad. Da tempo l’Unicef denuncia che sempre più bambini e bambine vengono rapiti da Boko Haram e impiegati in attentati suicidi: già tra il 2014 e il 2015 il numero delle giovani vittime costrette a compiere attentati era decuplicato: da 4 a 44 e un attacco su cinque viene fatto compiere da giovanissimi.

Gli attacchi in Burkina Faso sembrerebbero testimoniare di un allargamento “geograficamente lineare”, ora, del raggio d’azione di Boko Haram, anche se gli attentati, per la verità, pur nell’indifferenza occidentale, non hanno mai risparmiato, accanto a Nigeria, Camerun, Niger e Ciad, nemmeno Libia, Egitto, Costa d’Avorio, Mali, Somalia, Kenya, Tunisia e Burkina Faso. Il Burkina Faso, secondo Jeune Afrique, sembrerebbe oggi costituire il nuovo “anello debole” in Africa.

I due giovani attentatori del 13 agosto, arrivati in moto sul luogo dell’attacco, hanno aperto il fuoco sulla terrazza del caffé-ristorante Aziz Istanbul: a dispetto dei media fondamentalisti occidentali e del loro “scontro di civiltà”, ancora una volta l’obiettivo è stato un cosiddetto caffè “halal”, frequentato da musulmani: tra le vittime, due kuwaitiani, tra cui l’imam della Grande Moschea di Kuwait City e un imam burkinabé. Secondo Jeune Afrique, tra Gruppo di Sostegno all’Islam e ai Musulmani (GSIM) – un raggruppamento recente di Al Mourabitoune, Ansar Eddine e la katiba Macina sotto la bandiera di Al-Qaeda Maghreb Islamico – Stato islamico nel Sahara e il movimento locale Ansarul Islam, sarebbe in atto una sorta di competizione nella capacità di colpire. Tutte le organizzazioni “vogliono dimostrare di poter operare al di fuori del Mali: il Burkina Faso è dunque diventato un obiettivo prioritario. Fragile dalla caduta di Blaise Compaoré, il paese sembra costituire la preda scelta dalla piovra terrorista”, dichiara Cynthia Ohayon, del Gruppo internazionale di crisi, omettendo di dire che quella di Compaoré non era stata una “caduta”, ma una cacciata a furor di popolo del presunto assassino di Thomas Sankara.

Comunque sia, dall’inizio dell’anno si sono verificati almeno una decina d’attacchi nel paese, portati soprattutto dal Niger e dal Mali, preda preferita di Ansarul Islam, il nuovo arrivato tra i movimenti jihadisti nel Sahel. Secondo Cynthia Ohayon, il paese “paga le conseguenze del dubbio e precario accordo tra Compaoré e i gruppi jihadisti. A capo del paese per ventisette anni, mediatore nella sottoregione, l’ex capo di stato manteneva rapporti con tutti gli attori, anche i meno raccomandabili”. Iyad Ag Ghali (capo di Ansar Eddine) era di casa a Ouagadougou, dove arrivava regolarmente con i suoi uomini e qui “li si lasciava operare in traffici mafiosi: in cambio, loro non attaccavano il Burkina”.

“Caduto Compaoré, hanno perso il loro protettore”, dichiara a Jeune Afrique il colonnello a riposo Jean-Pierre Bayala. I contatti venivano mantenuti dal mauritano Mustapha Limam Chafi, influente consulente-ombra di Compaoré, che operava come emissario per il rilascio degli ostaggi. L’intero sistema di intelligence in Burkina Faso era diretto dall’ex Capo di stato maggiore Gilbert Diendéré, con agenti “in ogni villaggio, in ogni moschea. Anche in mezzo al deserto”. Un sistema di intelligence efficace, anche se artigianale, crollato con la partenza di Compaoré e l’arresto di Diendéré nel 2015, per il tentato colpo di stato; mentre la nuova Agenzia nazionale di intelligence, messa in piedi nel marzo 2016, scrive ancora Jeune Afrique, “non ha ancora raggiunto la sua velocità di crociera”.

La vulnerabilità del Burkina Faso, notano gli osservatori, è preoccupante per tutta la sottoregione ed è quindi sul confine tra Burkina Faso, Mali e Niger che è stato deciso di dislocare una forza di 5.000 uomini del G5 Sahel. Un’iniziativa, scrive Jeune Afrique, che ha il merito di essere africana, ma che non basta a rassicurare: dei 423 milioni di euro necessari, sono stati raccolti poco più di 100 milioni.

Una sorta di “piano Marshall”, come l’hanno definito in Burkina Faso, contro gli attacchi jiadisti nel Sahel, elaborato nei giorni scorsi a Ouagadougou alla presenza di esperti e militari di una dozzina di paesi del Sahel (e anche europei), cui ha partecipato anche l’ex “Sankara ghanese”, Jerry Rawlings. “Il Sahel e l’Africa occidentale in particolare sono stretti tra due macigni: il terrorismo e i trafficanti di droga”, ha affermato il professor Zakaria Ousmane Ramadane, ex funzionario di sviluppo delle Nazioni Unite, invitando “a formulare strategie innovative” e trovare “strumenti per l’analisi strategica e la prevenzione delle minacce”.

Intanto, mentre i volontari dell’organizzazione statunitense “Peace Corps” hanno annunciato, a inizio settembre, la loro partenza dal Burkina Faso, in ragione proprio degli ultimi attentati, altre organizzazioni “umanitarie” fanno il loro ingresso nel paese e, più in generale, nel continente africano. Col progetto “Partenariato per la trasformazione agricola inclusiva in Africa” (PIATA), scrive africanews.com, finanziato sostanzialmente dalla Fondazione Bill et Melinda Gates, Rockefeller e Agenzia USA per lo sviluppo internazionale (USAID: l’agenzia che tanto ha fatto per lo “sviluppo democratico” in ogni parte del mondo, a cominciare dai golpe in America Latina), 280 milioni di dollari verranno stanziati per una “rivoluzione” – questa volta “verde”, dopo quelle arancioni, delle rose, dei tulipani, per la “formazione di quadri” liberali nell’ex URSS – in 11 paesi africani, tra cui Ghana, Nigeria, Mali, Burkina Faso.

Dietro l’evangelico “L’Africa ha bisogno di una rivoluzione agricola, che colleghi milioni di piccole aziende al business agroalimentare”; incuneando l’apostolico “creare catene di esteso approvvigionamento alimentare”; ricorrendo al gioco di prestigio par excellence dei “posti di lavoro e opportunità economiche per grandi segmenti della popolazione”, si affonda ben più prosaicamente con una “iniezione di risorse finanziarie nella trasformazione della catena del valore agroalimentare”.

Il tutto per “rilanciare una nuova fase di industrializzazione per l’agricoltura africana”, che spiani ancor più la strada alla penetrazione “indiretta” del capitale finanziario straniero – dato che “meno del 1% dei crediti bancari sono orientati verso il settore agricolo” – e a quello diretto dei monopoli agroalimentari occidentali che, con aperte politiche di dumping, decretano la fine di qualche milione di piccolissimi agricoltori locali, impongono a “41 milioni di piccoli proprietari” cosa produrre, ma soprattutto cosa non produrre, delle merci che devono essere importate da USA e Europa e decretano alle imprese locali tipo e misura di produzione, decidono interventi di rapina, cambi di regimi e massacri di intere popolazioni da parte di ras indigeni, imposti dai monopoli a salvaguarda dei loro extraprofitti.

Ed è su questa stessa linea che, per presentare la 2° Settimana delle attività minerarie dell’Africa occidentale, che si svolgerà dal 28 al 30 settembre a Ouagadougou, il Ministero delle miniere e delle cave ha fatto sapere che lo Stato mira a “promuovere il potenziale geologico e minerario del Burkina Faso presso investitori nazionali e internazionali”. Un settore minerario che costringe ancora molte persone a dedicarsi a scavi artigianali, che troppo spesso provocano incidenti, come la frana costata la vita a 8 persone e il ferimento ad altre 5, lo scorso 26 agosto, al campo aurifero di Nagriré, nella zona centrale del paese.

Nonostante il divieto di estrazione per lavaggio della sabbia aurifera durante i mesi invernali, scrive africa24monde, le frane sono frequenti in questo periodo e le autorità stanno lottando per controllare lo sfruttamento selvaggio dell’oro, esercitato da oltre un milione di persone, in un paese di 17 milioni di abitanti che, da “ex” colonia francese, continua a subire gli effetti del colonialismo europeo, al pari degli altri 13 paesi (Bénin, Costa d’Avorio, Guinea-Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo, che costituiscono l’Unione economica e monetaria dell’Africa occidentale e il cui istituto d’emissione è la BCEAO; Camerun, Repubblica Centrafricana, Congo, Gabon, Guinea Equatoriale e Ciad, che costituiscono la Comunità Economica e Monetaria dell’Africa Centrale, con la Banca BEAC) sottomessi al diktat del Franco CFA, cui è molto improbabile sia estraneo anche l’assassinio di Thomas Sankara e, oggi, le “imprese” di Boko Haram.

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31/08/2017

Due cose sul Franco CFA (e sull’euro e l’Africa)


L’arresto in Senegal del militante panafricano Kemi Seba (nella foto), di nazionalità francese, reo di aver bruciato, durante una manifestazione, alcune banconote di franchi CFA, ha riaperto il dibattito su questa moneta considerata da molti lo strumento principale con cui quale la Francia (ma ora tutti i paesi della zona euro) esercitano il neo colonialismo nell’Africa francofona.

Il Franco CFA nasce nel 1945 con gli accordi di Bretton Wood; infatti all’epoca si chiamava Franco delle Colonie Francesi Africane. Successivamente nel 1958 cambia nome e diventa Franco della Comunità Francese dell’Africa.

Fino a qui tutto normale se non per due piccoli particolari. 1) il Franco CFA è una moneta ancorata ad un cambio fisso, prima con il Franco Francese e ora con l’Euro. 2) La piena convertibilità del Franco CFA è garantita dal Ministero del Tesoro francese, che però chiede il deposito, presso un conto del ministero, del 65% delle riserve estere dei paesi aderenti all’unione monetaria.

Dietro questi due tecnicismi si nasconde il diavolo del colonialismo. Infatti il cambio fisso azzera il rischio di cambio per gli investimenti delle multinazionali occidentali nel paesi dell’Unione monetaria. Non basta, il cambio fisso (per giunta garantito dal Ministero del Tesoro francese) favorisce l’accumulo nei forzieri delle banche occidentali di immensi tesori frutto della corruzione dei governanti locali (spesso dittatorelli amici dei nostri governi).

Come se non bastasse, tutto questo avviene a scapito dell’economia reale locale, soffocata dalla rigidità del cambio con una moneta fortissima come l’Euro.

Il secondo punto probabilmente è anche peggio del primo. Quale nazione sovrana depositerebbe, a garanzia della convertibilità della propria moneta, ben il 65% delle proprie riserve estere presso il ministero del Tesoro di uno stato estero per giunta quello del paese ex coloniale? Nessun paese sovrano farebbe mai una cosa del genere, che consegna le chiavi dello sviluppo (o del sottosviluppo) ad una nazione straniera.

Pensiamo basti questo per chiarire come il colonialismo sia ancora un fenomeno reale e pervasivo che tarpa le ali di una qualsiasi opportunità di sviluppo dei paesi africani. Con buona pace di tanti soloni che parlano senza sapere di cambi e monete, e che credono che agli africani sia data una grande opportunità nel venire in Europa (spesso a vendere asciugamani e accendini nelle nostre piazze) grazie alla possibilità di inviare nei loro paesi, a tasso di cambio fisso, rimesse che consentono alle loro famiglie in Africa di campare con pochi euro.

Grazie a questo sistema le nostre multinazionali hanno invece l’opportunità, a rischio di cambio pari a zero, di depredare le immense riserve di materie prime dell’Africa Occidentale: uranio, metalli rari, oro, petrolio, gas ma anche legname pregiato e derrate alimentari.

Bell’affare per noi, non certamente per gli africani che ci vendono il “coccobello” sulle nostre spiagge.

Non basta di certo la carità di alcune ONG per sanare questa forma di neocolonialismo monetario, che azzera le possibilità di sviluppo dei paesi dell’Africa francofona.

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