In una cerimonia ufficiale svoltasi il 17 luglio a Dakar, capitale del Senegal, la Francia ha restituito al paese africano le due ultime basi in cui erano presenti sue forze militari. Finisce, dunque, la presenza transalpina in Africa occidentale, dopo alcuni anni in cui Parigi ha dovuto registrare una sconfitta strategica dopo l’altra del sistema della Françafrique.
Il capo di stato maggiore delle forze armate senegalesi, Mbaye Cissé, ha affermato che questo evento arriva al “culmine di diversi mesi di discussioni amichevoli e fraterne” e che il partenariato di sicurezza tra i due paesi continua. Ma ha anche sottolineato che ora la volontà è quella di consolidare “i numerosi successi ottenuti lungo il percorso verso l’autonomia strategica”.
Una tale posizione può essere compresa solo nella cornice più ampia delle vicende del Sahel e dell’Africa occidentale, dal Covid in poi. I nuovi governi che ora guidano Burkina Faso, Niger e Mali hanno costituito l’Alleanza degli Stati del Sahel e si sono posti in netta rottura con la tradizionale dominazione neocoloniale francese.
La rottura dello stallo mondiale, frantumatosi con la guerra in Ucraina, ha visto l’emergere di un mondo multipolare e, con esso, nuove opportunità di emancipazione rispetto ai precedenti padroni coloniali. Ciò non ha fatto che accelerare il processo di espulsione dei militari francesi da tutta la zona occidentale dell’Africa.
Dopo i tre paesi citati, anche il Ciad ha chiesto e ottenuto, all’inizio dell’anno, il ritiro dei soldati transalpini. Lo stesso ha fatto anche il Senegal dove, dal marzo 2024, al governo c’è Bassirou Diomaye Faye. Si tratta del presidente più giovane che il paese abbia mai avuto, e anche una figura di rottura col passato: basti pensare che fino a una decina di giorni prima dell’elezione si trovava in carcere...
Tale rottura è evidenziata anche dal tentativo attuato da Macron di salvare le apparenze della grandeur francese, quando lo scorso gennaio aveva detto a vari ambasciatori che Parigi non si stava ritirando dall’Africa, ma si stava semplicemente “riorganizzando”. La risposta era arrivata poco dopo dal primo ministro senegalese Ousmane Sonko, che ha ricordato il ruolo francese nella destabilizzazione di buona parte dell’Africa sopra l’Equatore, con conseguenze disastrose per la sicurezza.
Bisogna sottolineare che la strategia dei paesi della regione non prevede la cesura definitiva di ogni legame, nemmeno di quelli nel settore militare e della sicurezza. Prendendo ad esempio il Senegal, Parigi è ancora il principale investitore estero, con 3,5 miliardi di euro per 250 progetti nel paese africano.
Ma è sufficientemente chiaro che l’Africa occidentale non è più terreno di dominio europeo, per interposta presenza francese. Basti pensare che, proprio a fine giugno, Sonko si è recato a Pechino per firmare un partenariato strategico finalizzato a rafforzare la cooperazione nel Sud Globale.
L’area del Sahel rappresenta una regione fondamentale per la proiezione dell’imperialismo europeo, sia per le risorse che possiede, sia per il ruolo di gestione dei flussi migratori verso la più vicina periferia europea del Nord Africa. Perderla è un duro colpo, e oggi i militari francesi rimangono solo in un campo d’addestramento condiviso col Gabon, sulla costa atlantica centrale del continente, e in Gibuti, nel Corno d’Africa.
Se ne sono andati anche dalla Costa d’Avorio, anche se qui la decisione non è stata unilaterale, ma probabilmente concordata una volta che è stato considerato il clima politico generale della regione, in vista delle elezioni del prossimo autunno. Il paese rimane uno degli ultimi appigli francesi nella zona, anche se i suoi politici hanno cominciato a guardare con più interesse oltre l’Atlantico.
Ad ogni modo, le votazioni autunnali rappresenteranno un altro momento fondamentale per la definizione degli equilibri in una parte non piccola dell’Africa, e dunque degli equilibri nelle crescenti tensioni della competizione globale.
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20/07/2025
23/04/2025
Tentato golpe in Burkina Faso, sotto accusa militari con contatti in Costa d’Avorio
Lunedì sera il governo del Burkina Faso, guidato da Ibrahim Traoré, ha reso noto di aver sventato un tentantivo di colpo di stato orchestrato da alcuni militari del paese, col sostegno di altri nemici organizzatisi in Costa d’Avorio. Il Burkina Faso è uno dei perni dell’Alleanza degli Stati del Sahel (AES), nata nel settembre 2023 e che ha sostenuto posizioni nettamente anti-coloniali.
Il ministro della Sicurezza Mahamadou Sana ha dichiarato alla televisione nazionale che “il meticoloso lavoro dei servizi segreti ha portato alla luce un vasto complotto in corso contro il nostro paese [che sarebbe dovuto] culminare in un assalto alla presidenza del Burkina Faso, mercoledì 16 aprile 2025, da parte di un gruppo di soldati reclutati dai nemici della nazione”.
Alcuni gruppi armati avrebbero colpito in contemporanea per saturare la capacità di risposta delle forze di sicurezza, mentre attraverso la corruzione e la diffusione di false notizie i golpisti avrebbero tentato di indebolirne già prima del 16 aprile l’unità e la responsività. Alcune denunce hanno aiutato i servizi segreti a contrastare il tentativo di rovesciamento del governo.
Il ministro Sana ha fatto i nomi di due personalità specifiche, il maggiore Joanny Compaore e il tenente Abdramane Barry, che sarebbero state le menti dietro il fallito golpe. Una dozzina di altri ufficiali e sottoufficiali sono stati interrogati. Barry è attualmente irreperibile, mentre altri cospiratori sono riparati nella vicina Costa d’Avorio.
Lo scorso luglio, il presidente Traoré aveva detto che proprio in quel paese era stato costituito un vero e proprio “centro operativo per destabilizzare” la giunta burkinabé, in particolare ad Abidjan, la principale città ivoriana. Le accuse al paese vicino di essere coinvolto nei tentativi di destabilizzazioni del Burkina Faso sono state ribadite anche questa volta.
La Costa d’Avorio è uno stato fondamentale nel processo di ridefinizione degli equilibri della regione, e le elezioni del prossimo autunno assumeranno il sapore di un passaggio centrale per il futuro delle influenze in tutto il continente. Dati gli screzi con uno dei rappresentanti dell’AES appare chiaro come ciò sia ben chiaro a tutti gli attori della regione.
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Il ministro della Sicurezza Mahamadou Sana ha dichiarato alla televisione nazionale che “il meticoloso lavoro dei servizi segreti ha portato alla luce un vasto complotto in corso contro il nostro paese [che sarebbe dovuto] culminare in un assalto alla presidenza del Burkina Faso, mercoledì 16 aprile 2025, da parte di un gruppo di soldati reclutati dai nemici della nazione”.
Alcuni gruppi armati avrebbero colpito in contemporanea per saturare la capacità di risposta delle forze di sicurezza, mentre attraverso la corruzione e la diffusione di false notizie i golpisti avrebbero tentato di indebolirne già prima del 16 aprile l’unità e la responsività. Alcune denunce hanno aiutato i servizi segreti a contrastare il tentativo di rovesciamento del governo.
Il ministro Sana ha fatto i nomi di due personalità specifiche, il maggiore Joanny Compaore e il tenente Abdramane Barry, che sarebbero state le menti dietro il fallito golpe. Una dozzina di altri ufficiali e sottoufficiali sono stati interrogati. Barry è attualmente irreperibile, mentre altri cospiratori sono riparati nella vicina Costa d’Avorio.
Lo scorso luglio, il presidente Traoré aveva detto che proprio in quel paese era stato costituito un vero e proprio “centro operativo per destabilizzare” la giunta burkinabé, in particolare ad Abidjan, la principale città ivoriana. Le accuse al paese vicino di essere coinvolto nei tentativi di destabilizzazioni del Burkina Faso sono state ribadite anche questa volta.
La Costa d’Avorio è uno stato fondamentale nel processo di ridefinizione degli equilibri della regione, e le elezioni del prossimo autunno assumeranno il sapore di un passaggio centrale per il futuro delle influenze in tutto il continente. Dati gli screzi con uno dei rappresentanti dell’AES appare chiaro come ciò sia ben chiaro a tutti gli attori della regione.
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24/02/2025
La Francia mantiene soldati in Costa d’Avorio
La Francia ha annunciato giovedì che manterrà una presenza militare in Costa d’Avorio, lasciando sul territorio 80 soldati con funzioni principalmente di addestramento. La decisione è arrivata mentre Parigi ha ufficialmente ceduto il controllo di una base militare nella capitale economica Abidjan, nell’ambito di un più ampio ridimensionamento delle proprie forze in Africa occidentale e centrale dopo una lunga storia di colonialismo nel continente.
Durante la cerimonia di consegna della base, il ministro della Difesa francese Sébastien Lecornu ha voluto rassicurare sul ruolo della Francia nella regione. “Non stiamo scomparendo”, ha dichiarato, sottolineando che il contingente residuo fungerà da nucleo per un distaccamento congiunto, adattato alle necessità locali e costantemente rivalutato in base alle esigenze di addestramento.
Già a fine novembre, fonti di Reuters avevano riferito che Parigi stava valutando una significativa riduzione della sua presenza militare in Africa occidentale e centrale, con l’ipotesi di ridurre il contingente in Costa d’Avorio da 2.200 a circa 600 unità. A dicembre, Ouattara aveva confermato il ritiro delle truppe francesi dal Paese.
La Francia ha inoltre iniziato il ritiro delle proprie forze dal Ciad, dopo che il governo locale ha deciso di porre fine all’accordo di cooperazione in materia di difesa. In precedenza, Parigi aveva già abbandonato le proprie basi in Mali, Burkina Faso e Niger, in seguito ai colpi di Stato militari e alla crescente ondata di sentimenti anti-francesi nella regione.
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Durante la cerimonia di consegna della base, il ministro della Difesa francese Sébastien Lecornu ha voluto rassicurare sul ruolo della Francia nella regione. “Non stiamo scomparendo”, ha dichiarato, sottolineando che il contingente residuo fungerà da nucleo per un distaccamento congiunto, adattato alle necessità locali e costantemente rivalutato in base alle esigenze di addestramento.
Già a fine novembre, fonti di Reuters avevano riferito che Parigi stava valutando una significativa riduzione della sua presenza militare in Africa occidentale e centrale, con l’ipotesi di ridurre il contingente in Costa d’Avorio da 2.200 a circa 600 unità. A dicembre, Ouattara aveva confermato il ritiro delle truppe francesi dal Paese.
La Francia ha inoltre iniziato il ritiro delle proprie forze dal Ciad, dopo che il governo locale ha deciso di porre fine all’accordo di cooperazione in materia di difesa. In precedenza, Parigi aveva già abbandonato le proprie basi in Mali, Burkina Faso e Niger, in seguito ai colpi di Stato militari e alla crescente ondata di sentimenti anti-francesi nella regione.
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12/01/2020
L’unico viaggio senza ritorno di Lorenzo Bartolomeo a Parigi
Non è stato dichiarato nessun lutto nazionale. Questi si decretano per i militari morti sul campo, per i civili che han perso la vita in circostanze drammatiche o per i disastri naturali. Nessun lutto per Lorenzo Bartolomeo, ragazzo quattordicenne morto assiderato nel carrello dell’aereo dove si era nascosto per il suo unico viaggio a Parigi.
Da Abdjan, la capitale della Costa d’Avorio, sono cinque o sei ore di volo e la temperatura può scendere, secondo gli specialisti, fino a 50 gradi sotto lo zero. Lorenzo Bartolomeo, studente della scuola media, è morto a quattordici anni mentre gli ignari passeggeri a bordo, come sempre accade, si industriavano a passare il tempo in attesa dell’arrivo.
Lorenzo Bartolomeo è giunto con loro senza saperlo e forse senza volerlo. Secondo le prime ricostruzioni dell’accaduto il ragazzo ha scavalcato il muro di cinta, si è nascosto nella sterpaglia che costeggia la pista e ha poi abbracciato il carrello dell’aereo che lo ha custodito fino all’arrivo. Uno studente semplice, piuttosto silenzioso e delicato. I genitori hanno dato l’allarme non vedendolo tornare a casa da scuola nel popolare quartiere di Yopougon, ad Abidjan.
Lui era partito senza sapere o forse aveva capito quanto gli altri non osavano neppure pensare. Un’altra vita più probabile di quella che il destino, spesso cieco in Africa, gli aveva attribuito. Gli avevano detto e lui stesso aveva visto chissà quante volte, gli aerei allontanarsi verso quel mondo che vedeva in televisione e di cui i pochi amici che aveva, gli facevano immaginare.
Il ‘Plateau’ di Adidjan si vanta dei suoi grattacieli e la zona di Cocody delle ambasciate e delle residenze presidenziali. A quattordici anni già sapeva come funziona il mondo che i suoi padri gli avevano affidato. Delle lotte per la Presidenza della Repubblica e la spartizione del paese in due ne avevo solo sentito parlare perché all’epoca era troppo piccolo per sapere.
Col passare degli anni aveva capito che quelli che si trovavano in alto e i cui ritratti vedeva sorridenti nei manifesti delle campagne elettorali, avevano tradito lui e altri come lui. Parlavano di cose che lui non immaginava neppure perché le macroeconomie andavano molto bene e i poveri, invece, aumentavano.
Non aveva avuto il tempo per pensarci perché molto presto, poco dopo il decollo dell’aereo, alle 22 e 55 di quel giorno, era stanco e impaurito. Si era addormentato subito dopo e pensava a sua madre che avrebbe presto avuto notizie di lui e a suo padre che sarebbe stati fiero di avere un figlio che si sarebbe occupato di lui nella vecchiaia.
All’arrivo nell’aeroporto Roissy-Charles de Gaulle, alle 6 del giorno seguente, il suo sonno era diventato senza fine e alle 6 e 40 è stato trovato, rannicchiato come fosse nel grembo della madre. L’ultimo, che come lui, trovato in condizioni simili, rimonta al 2013.
Fanno sette anni giusti, numero biblico che indica pienezza e realizzazione di progetti che nessuno più osa immaginare impunemente. Tanto più che alcun giorno di lutto è stato finora decretato dalle autorità che, invece, si sono limitate a garantire maggiore sicurezza attorno all’aeroporto internazionale Houfouet Boigny della capitale economica.
Il ministro dei trasporti ha assicurato che saranno allontanate le costruzioni e le ditte insediatesi attorno all’aeroporto e che potrebbero facilitare il ripetersi di tali avvenimenti. Nessuna parola di compassione o di biasimo per ciò che ha costituito il movente dell’ultimo viaggio di Lorenzo Bartolomeo. Fosse stata una persona onesta avrebbe prima fatto silenzio, sarebbe andato a fare visita ai genitori del ragazzo e avrebbe proposto al Presidente della Repubblica, di dichiarare 14 anni di lutto nazionale: l’età di Lorenzo Bartolomeo.
Il ministro non ha capito che il viaggio senza ritorno di Lorenzo Bartolomeo rappresenta una sconfitta per tutti. Per il suo Paese anzitutto, incapace di offrire un futuro per i piccoli. Poi per l’Africa, che si è lasciata trasformare in terreno di conquista per l’orrore neoliberale. Infine per l’altro mondo, l’Occidente, che tradisce ciò che distingue la civiltà dalla barbarie: l’ospitalità dello straniero.
Lorenzo Bartolomeo non è il primo e non sarà l’ultimo ad aver scavalcato un muro di cinta e non basterà rialzarli o aggiungere fili spinati per fermare la storia. L’inchiesta per la causa del sonno senza fine di Lorenzo Bartolomeo, è stata affidata alla Gendarmeria dei Trasporti Aerei, GTA. Avrebbe dovuto essere stata invece affidata alla classe politica del paese.
Illuminante davvero uno dei commenti all’accaduto, pubblicato dal giornale francese Le Figaro: “Non poteva restare a casa sua? Noi non ne vogliamo più“. La conclusione dell’inchiesta è già scritta.
Niamey, 11 gennaio 2020
Fonte
Da Abdjan, la capitale della Costa d’Avorio, sono cinque o sei ore di volo e la temperatura può scendere, secondo gli specialisti, fino a 50 gradi sotto lo zero. Lorenzo Bartolomeo, studente della scuola media, è morto a quattordici anni mentre gli ignari passeggeri a bordo, come sempre accade, si industriavano a passare il tempo in attesa dell’arrivo.
Lorenzo Bartolomeo è giunto con loro senza saperlo e forse senza volerlo. Secondo le prime ricostruzioni dell’accaduto il ragazzo ha scavalcato il muro di cinta, si è nascosto nella sterpaglia che costeggia la pista e ha poi abbracciato il carrello dell’aereo che lo ha custodito fino all’arrivo. Uno studente semplice, piuttosto silenzioso e delicato. I genitori hanno dato l’allarme non vedendolo tornare a casa da scuola nel popolare quartiere di Yopougon, ad Abidjan.
Lui era partito senza sapere o forse aveva capito quanto gli altri non osavano neppure pensare. Un’altra vita più probabile di quella che il destino, spesso cieco in Africa, gli aveva attribuito. Gli avevano detto e lui stesso aveva visto chissà quante volte, gli aerei allontanarsi verso quel mondo che vedeva in televisione e di cui i pochi amici che aveva, gli facevano immaginare.
Il ‘Plateau’ di Adidjan si vanta dei suoi grattacieli e la zona di Cocody delle ambasciate e delle residenze presidenziali. A quattordici anni già sapeva come funziona il mondo che i suoi padri gli avevano affidato. Delle lotte per la Presidenza della Repubblica e la spartizione del paese in due ne avevo solo sentito parlare perché all’epoca era troppo piccolo per sapere.
Col passare degli anni aveva capito che quelli che si trovavano in alto e i cui ritratti vedeva sorridenti nei manifesti delle campagne elettorali, avevano tradito lui e altri come lui. Parlavano di cose che lui non immaginava neppure perché le macroeconomie andavano molto bene e i poveri, invece, aumentavano.
Non aveva avuto il tempo per pensarci perché molto presto, poco dopo il decollo dell’aereo, alle 22 e 55 di quel giorno, era stanco e impaurito. Si era addormentato subito dopo e pensava a sua madre che avrebbe presto avuto notizie di lui e a suo padre che sarebbe stati fiero di avere un figlio che si sarebbe occupato di lui nella vecchiaia.
All’arrivo nell’aeroporto Roissy-Charles de Gaulle, alle 6 del giorno seguente, il suo sonno era diventato senza fine e alle 6 e 40 è stato trovato, rannicchiato come fosse nel grembo della madre. L’ultimo, che come lui, trovato in condizioni simili, rimonta al 2013.
Fanno sette anni giusti, numero biblico che indica pienezza e realizzazione di progetti che nessuno più osa immaginare impunemente. Tanto più che alcun giorno di lutto è stato finora decretato dalle autorità che, invece, si sono limitate a garantire maggiore sicurezza attorno all’aeroporto internazionale Houfouet Boigny della capitale economica.
Il ministro dei trasporti ha assicurato che saranno allontanate le costruzioni e le ditte insediatesi attorno all’aeroporto e che potrebbero facilitare il ripetersi di tali avvenimenti. Nessuna parola di compassione o di biasimo per ciò che ha costituito il movente dell’ultimo viaggio di Lorenzo Bartolomeo. Fosse stata una persona onesta avrebbe prima fatto silenzio, sarebbe andato a fare visita ai genitori del ragazzo e avrebbe proposto al Presidente della Repubblica, di dichiarare 14 anni di lutto nazionale: l’età di Lorenzo Bartolomeo.
Il ministro non ha capito che il viaggio senza ritorno di Lorenzo Bartolomeo rappresenta una sconfitta per tutti. Per il suo Paese anzitutto, incapace di offrire un futuro per i piccoli. Poi per l’Africa, che si è lasciata trasformare in terreno di conquista per l’orrore neoliberale. Infine per l’altro mondo, l’Occidente, che tradisce ciò che distingue la civiltà dalla barbarie: l’ospitalità dello straniero.
Lorenzo Bartolomeo non è il primo e non sarà l’ultimo ad aver scavalcato un muro di cinta e non basterà rialzarli o aggiungere fili spinati per fermare la storia. L’inchiesta per la causa del sonno senza fine di Lorenzo Bartolomeo, è stata affidata alla Gendarmeria dei Trasporti Aerei, GTA. Avrebbe dovuto essere stata invece affidata alla classe politica del paese.
Illuminante davvero uno dei commenti all’accaduto, pubblicato dal giornale francese Le Figaro: “Non poteva restare a casa sua? Noi non ne vogliamo più“. La conclusione dell’inchiesta è già scritta.
Niamey, 11 gennaio 2020
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25/12/2019
Dal Franco CFA all’ECO-CFA: cambiare i simboli, mantenere il sistema?
Dopo aver sostenuto a Ouagadougou nel novembre 2017, che il franco CFA era una “moneta africana” e quindi un “non-soggetto” per la Francia, il presidente Emmanuel Macron è recentemente tornato alla realtà sotto la pressione dei movimenti panafricanisti, ansiosi di vedere l’Africa francofona tagliare i legami coloniali con l’ex metropoli.
Macron ha deciso sovranamente di apportare delle riforme all’ultima moneta coloniale ancora in circolazione nel continente africano. “È ascoltando la vostra gioventù che ho voluto dare inizio a questa riforma”, ha detto ad Abidjan, il 21 dicembre 2019, con il presidente della Costa d’Avorio, Alassane Ouattara, al suo fianco.
In primo luogo, il nome del franco CFA, che porta l’impronta delle sue origini coloniali (“franco delle colonie francesi in Africa”), sarà ribattezzato “ECO”, apparentemente dal luglio 2020 per gli otto Paesi dell’Unione Economica e Monetaria dell’Africa Occidentale (UEMOA).
In secondo luogo, la Banca Centrale degli Stati dell’Africa Occidentale (BCEAO) non sarà più tenuta a depositare la metà delle sue riserve di valuta estera presso il Tesoro francese. In terzo luogo, il governo francese non sarà più rappresentato negli organi della BCEAO. Questi sono gli annunci del duo Macron-Ouattara.
Negli ultimi decenni, la logica delle riforme del franco CFA è sempre stata quella di rendere meno visibile la vigilanza monetaria francese. All’inizio degli anni '70 la Francia, spinta da una forte domanda di decolonizzazione monetaria, ha accettato il trasferimento a Dakar e Yaoundé delle sedi delle banche centrali e l’africanizzazione del loro personale.
Nonostante questa “africanizzazione” delle istituzioni della zona del franco, la Francia ha mantenuto il controllo del sistema poiché i suoi rappresentanti avevano un veto legale negli organi della BCEAO e del BEAC (Banca degli Stati dell’Africa Centrale) e controllavano almeno il 65% delle riserve valutarie di quest’ultima, che erano depositate su un conto speciale aperto nei libri contabili del Tesoro francese, il conto delle operazioni.
Negli anni 2000, il tasso di deposito obbligatorio per le riserve esterne è stato abbassato al 50%. Le banche centrali della zona del franco sono diventate giuridicamente indipendenti nei confronti dei loro Stati membri. Tuttavia, sono rimaste sotto il controllo del Tesoro francese, la cui riduzione del numero di rappresentanti è stata “riequilibrata” con la chiusura dei loro statuti. Ad oggi, nessuna decisione di natura statutaria può essere presa da BCEAO e BEAC senza il consenso del governo francese.
Le riforme annunciate da Macron non si discostano da questa logica storica. La chiusura del conto di gestione e il ritiro del governo francese dagli organi della BCEAO equivalgono a un passaggio da un sistema di controllo diretto a una forma di controllo indiretto. La politica monetaria e di cambio in quanto tale non è influenzata da questi sviluppi.
Fintanto che viene mantenuta la parità fissa con l’euro, le riserve di valuta estera, indipendentemente dalla forma o dal luogo in cui sono detenute, serviranno innanzitutto a difendere questa parità. Queste riforme non rendono quindi la BCEAO più autonoma: rimane un’appendice della Banque de France, saldata alla politica monetaria della Banca Centrale Europea.
Va sottolineato che l’assenza di un obbligo di deposito delle riserve valutarie presso il Tesoro francese non implica necessariamente una rottura dei rapporti finanziari tra quest’ultimo e la BCEAO. Nel caso del BEAC, la parte non obbligatoria delle riserve valutarie è stata spesso investita in titoli del Tesoro francese.
Se la Francia avesse voluto davvero “rompere gli ormeggi”, per dirla alla Macron, e porre fine al franco CFA, avrebbe potuto semplicemente abolire l’accordo di cooperazione monetaria che la lega ai paesi dell’UEMOA. Ma ha scelto di rinnovarla e di mantenere il suo ruolo di “garante”. Ciò implica che essa rimane de facto sovrana sulla gestione del franco CFA rinominato ECO. Ne consegue anche che i paesi dell’UEMOA restano sotto la supervisione indiretta delle autorità dell’Eurozona in quanto vigilano sulla “garanzia” di convertibilità che si suppone sia fornita dalla Francia.
Cosa significa questa “garanzia”? La Francia promette di svolgere il ruolo del Fondo Monetario Internazionale (FMI) per i paesi che utilizzano il franco CFA fornendo loro liquidità in caso di problemi di pagamento esterno. In particolare, ogni volta che la BCEAO si trova in una situazione di zero riserve di valuta estera, il Tesoro francese si impegna a prestarle gli importi desiderati in valuta francese (prima il franco francese, ora l’euro).
Tuttavia, il funzionamento della BCEAO (e della BEAC) è impostato in modo che questa situazione si verifichi il più raramente possibile, se non mai. Non appena le sue riserve di valuta estera raggiungono un livello critico, adotta misure restrittive – limitando le possibilità di finanziamento delle economie della zona – per ricostituire i suoi attivi esterni. Grazie a questa modalità di gestione, la garanzia è stata attivata raramente per i paesi dell’UEMOA tra il 1960 e oggi.
La Francia ha onorato la sua promessa di “garanzia” solo nel periodo 1980-1993. Lo ha fatto per consentire alle imprese francesi, che prevedevano una svalutazione del franco CFA, di rimpatriare i loro capitali e redditi. Secondo la BCEAO, la “garanzia” francese all’epoca era per un importo annuo di 32 miliardi di franchi CFA, una cifra relativamente irrisoria rispetto a una fuga di capitali stimata nella zona del franco a 750 miliardi di franchi CFA solo per gli anni 1988-1989.
Dovremmo essere sorpresi nel vedere che l’importo “zero” è sistematicamente iscritto nella legge finanziaria francese sotto la “garanzia” di convertibilità? In un documento pubblicato nel 2018, intitolato “Gestione delle riserve internazionali della CEMAC”, il FMI ha osservato che “vi sono incertezze sulla capacità del Tesoro francese, che deve a sua volta rispettare le regole più ampie dell’area dell’euro, di offrire questo tipo di garanzia su larga scala per un periodo indeterminato”.
In queste circostanze, come potrebbe la Francia, che non rispetta i suoi impegni di bilancio a livello europeo, fungere da “garante”? Quando i Paesi africani hanno difficoltà economiche, come avviene attualmente nella zona CEMAC, è il FMI ad essere chiamato da Parigi a venire in soccorso e a imporre politiche di austerità, che producono sempre e ovunque gli stessi risultati: miseria e desolazione.
Quando il ministro delle Finanze francese Bruno Le Maire sostiene che la “garanzia” francese permette ai Paesi dell’UEMOA di avere la certezza di poter sempre finanziare le proprie importazioni, mostra a nolens volens la sua mancanza di considerazione per l’intelligenza collettiva dei popoli e degli economisti africani. Il desiderio di mantenere un legame formale sul piano monetario – e quindi di garantire gli interessi economici francesi – potrebbe fare a meno di una giustificazione tanto paternalistica quanto disonesta.
Perché 14 paesi con una popolazione di oltre 160 milioni di abitanti dovrebbero avere bisogno della Francia per i loro pagamenti esteri quando un piccolo paese come il Gambia batte la propria moneta nazionale senza cercare la “garanzia” di una potenza straniera?
Il concetto di “garanzia” di convertibilità utilizzato dai funzionari francesi e dai sostenitori della reliquia coloniale è tanto più assurdo in quanto viviamo dagli anni ’70 in un’era post-Gold Standard, in cui la moneta emessa dagli Stati è essenzialmente di natura fiduciaria. È chiaro che la Francia e gli adulatori del franco CFA stanno ancora lottando per uscire dal paradigma monetario del XIX secolo, il secolo coloniale per eccellenza!
Le riforme previste da Macron affrontano solo alcuni aspetti visibili del colonialismo del franco CFA che sono diventati particolarmente imbarazzanti per la Francia. Non forniscono una base credibile per parlare di fine del franco CFA. Finché esiste un legame formale di subordinazione monetaria, finché il franco CFA/ECO è saldamente ancorato all’euro e finché la Banque de France continuerà a detenere il 90% delle riserve auree monetarie della BCEAO, il colonialismo monetario avrà ancora bei giorni davanti a sé.
Tuttavia, sarebbe un errore analitico credere che le motivazioni del presidente Macron siano esclusivamente populiste. Le sue riforme mirano anche ad aggirare il progetto di integrazione monetaria così come è stato concepito finora nell’ambito della Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (CEDEAO).
I 15 paesi della CEDEAO, compresi gli otto che utilizzano il franco CFA, avevano scelto il nome ECO per la loro futura moneta unica e avevano accettato di sostenerla con un paniere di valute. Prima di poter adottare l’ECO, ciascuno di essi doveva soddisfare una serie di criteri di ingresso (i “criteri di convergenza”).
Tuttavia, secondo una recente dichiarazione del ministro delle Finanze nigeriano Zainab Ahmed, nessun paese della CEDEAO è qualificabile per l’ECO nel 2020, ad eccezione del Togo, che chiaramente non è abbastanza grande per portare avanti il progetto da solo.
Proprio mentre Macron, alla presenza di Ouattara, annunciava le sue riforme, i capi di Stato della CEDEAO stavano chiudendo un incontro ad Abuja, dove dovevano decidere il futuro del progetto regionale della moneta unica. Il comunicato finale della CEDEAO ha dovuto accettare il fatto compiuto: “Questa riforma della zona monetaria dell’UMOA faciliterà la sua integrazione nella futura zona monetaria della CEDEAO (ECO)”, si legge nel comunicato.
Appropriandosi indebitamente del nome ECO senza soddisfare i criteri di ingresso dell’omonima zona, Macron e i paesi dell’UEMOA, con Ouattara a capo, stanno mettendo in chiaro che non si preoccupano dell’integrazione monetaria come previsto nel quadro della CEDEAO. Ad Abidjan, Macron ha chiamato per nome quasi tutti i Paesi dell’Africa occidentale che non utilizzano il franco CFA per aderire all’UEMOA, ad eccezione di Nigeria e Ghana. Il messaggio è chiaro: si tratta di isolare il gigante nigeriano e persino il Ghana.
Questo progetto non è una novità. Si trova in un rapporto sulla zona franca dell’ex ministro francese Dominique Strauss-Kahn, pubblicato nel 2018. Negli anni '70, la Costa d’Avorio e il Senegal si erano già alleati con la Francia per far deragliare un progetto di riforma monetaria guidato dal presidente nigeriano Hamani Diori, destinato a rafforzare la cooperazione monetaria tra i Paesi dell’Africa occidentale. Quasi cinquant’anni dopo, nulla è cambiato in modo visibile.
Va sottolineato di passaggio che il sabotaggio della Costa d’Avorio non si limita al campo monetario. Ratificando, nel 2016, un accordo interinale di libero scambio con l’Unione Europea, mentre la CEDEAO opera già nel quadro di un’unione doganale, ha anche messo a repentaglio l’integrazione commerciale regionale.
Il “rapimento” dell’ECO da parte della Francia e dei paesi dell’UEMOA ha almeno un “merito”: quello di aver messo fine al ricorrente rinvio del lancio della moneta unica della CEDEAO. La passività dei capi di Stato della CEDEAO di fronte a questa diversione di obiettivi è senza dubbio una logica conseguenza del fatto che non si sono mai preoccupati di coinvolgere i loro popoli nella discussione sull’ECO e di fare un discorso veritiero.
Hanno sempre sostenuto che l’ECO – una copia grezza dell’euro che pone problemi simili al franco CFA come moneta unica – era fattibile e che stavano facendo i migliori sforzi al mondo per lanciarlo, quando avrebbero dovuto sapere che la metodologia dei criteri di convergenza, importati dall’Unione Europea, era il modo migliore per perpetuare l’immobilità monetaria. Macron e Ouattara, avendo compreso l’impasse della CEDEAO, hanno approfittato della situazione.
E, anche se è triste per i sostenitori della versione della CEDEAO, la coppia franco-ivoriana ha reso un parziale servizio ai capi di Stato della CEDEAO che logicamente hanno dovuto annunciare un ulteriore rinvio del lancio dell’ECO. Almeno, alcuni possono avere l’illusione/la speranza che le cose si “muovano” nella giusta direzione per una volta.
Nella misura in cui i paesi dell’UEMOA hanno adottato l’ECO senza soddisfare i criteri di adesione richiesti, che senso avrà chiedere agli altri sette paesi della CEDEAO di soddisfarli per far parte della zona monetaria dell’ECO? È difficile vedere come il progetto della moneta unica della CEDEAO potrà riprendersi da questo colpo di martello.
Addio franco CFA, lunga vita all’ECO CFA!
Senza dubbio una tale impresa spingerà il governo francese a considerare con benevolenza le possibili ambizioni di un terzo mandato di alcuni attuali leader dei paesi dell’UEMOA.
Le riforme di Macron non comporteranno alcun cambiamento significativo nella condotta della politica economica o nella situazione materiale della popolazione. È ironico, tuttavia, che riforme di significato essenzialmente simbolico siano fallite proprio sul piano dei simboli. Perchè Macron e Ouattara non erano le persone giuste per annunciare “la fine del franco CFA”.
L’annuncio avrebbe avuto più credibilità se fosse arrivato, per esempio, dai capi di Stato della CEDEAO e, forse, se avesse avuto l’unzione del popolo. Vedere il presidente dell’ex metropoli coloniale “decidere” la fine di una reliquia coloniale durante una revisione delle truppe francesi di stanza in Costa d’Avorio non è il modo più convincente per decretare la nuova morte della resistente “Françafrique”.
Detto questo, i numerosi movimenti panafricanisti, intellettuali, economisti, semplici cittadini che lottano per una seconda indipendenza per l’Africa possono assaporare una piccola vittoria. Queste riforme simboliche sono concessioni che devono essere apprezzate nella loro vera misura. La forza del CFA comincia a vacillare. Una battaglia è appena stata vinta. Altre dovranno essere combattute.
Sul piano economico e monetario, sarà necessario puntare a dotare il continente di valute sovrane che ne garantiscano l’indipendenza finanziaria. Oltre alla necessità di riacquistare la loro formale sovranità monetaria nei confronti del governo francese e del FMI, i paesi africani dovranno anche attuare profonde riforme del settore bancario e finanziario, che continua ad operare in modo coloniale nonostante il declino delle banche francesi. Dovranno istituire banche centrali “agenti di sviluppo”, con le quali lavorare a stretto contatto per facilitare il finanziamento delle economie, i progetti di industrializzazione, la creazione di posti di lavoro e la trasformazione ecologica. Dovranno cercare di evitare di indebitarsi in valuta estera facendo affidamento il più possibile sulla mobilitazione delle risorse interne.
Ciò implica una rottura con l’atteggiamento di organizzare tutta la politica economica intorno alla necessità di attrarre “finanziamenti esterni”. Naturalmente, tutto questo non sarà possibile senza una mobilitazione permanente dei popoli per chiedere ai “rappresentanti”/“eletti” di garantire un quadro politico più egualitario.
Sbaglieremmo a fermarci ai simboli e alla sola riforma monetaria.
di Ndongo Samba Sylla - Economista e ricercatore presso la Fondazione Rosa Luxemburg di Dakar. Traduzione a cura di Andrea Mencarelli (Potere al Popolo) della nota pubblicata qui.
Fonte
Macron ha deciso sovranamente di apportare delle riforme all’ultima moneta coloniale ancora in circolazione nel continente africano. “È ascoltando la vostra gioventù che ho voluto dare inizio a questa riforma”, ha detto ad Abidjan, il 21 dicembre 2019, con il presidente della Costa d’Avorio, Alassane Ouattara, al suo fianco.
In primo luogo, il nome del franco CFA, che porta l’impronta delle sue origini coloniali (“franco delle colonie francesi in Africa”), sarà ribattezzato “ECO”, apparentemente dal luglio 2020 per gli otto Paesi dell’Unione Economica e Monetaria dell’Africa Occidentale (UEMOA).
In secondo luogo, la Banca Centrale degli Stati dell’Africa Occidentale (BCEAO) non sarà più tenuta a depositare la metà delle sue riserve di valuta estera presso il Tesoro francese. In terzo luogo, il governo francese non sarà più rappresentato negli organi della BCEAO. Questi sono gli annunci del duo Macron-Ouattara.
Negli ultimi decenni, la logica delle riforme del franco CFA è sempre stata quella di rendere meno visibile la vigilanza monetaria francese. All’inizio degli anni '70 la Francia, spinta da una forte domanda di decolonizzazione monetaria, ha accettato il trasferimento a Dakar e Yaoundé delle sedi delle banche centrali e l’africanizzazione del loro personale.
Nonostante questa “africanizzazione” delle istituzioni della zona del franco, la Francia ha mantenuto il controllo del sistema poiché i suoi rappresentanti avevano un veto legale negli organi della BCEAO e del BEAC (Banca degli Stati dell’Africa Centrale) e controllavano almeno il 65% delle riserve valutarie di quest’ultima, che erano depositate su un conto speciale aperto nei libri contabili del Tesoro francese, il conto delle operazioni.
Negli anni 2000, il tasso di deposito obbligatorio per le riserve esterne è stato abbassato al 50%. Le banche centrali della zona del franco sono diventate giuridicamente indipendenti nei confronti dei loro Stati membri. Tuttavia, sono rimaste sotto il controllo del Tesoro francese, la cui riduzione del numero di rappresentanti è stata “riequilibrata” con la chiusura dei loro statuti. Ad oggi, nessuna decisione di natura statutaria può essere presa da BCEAO e BEAC senza il consenso del governo francese.
Le riforme annunciate da Macron non si discostano da questa logica storica. La chiusura del conto di gestione e il ritiro del governo francese dagli organi della BCEAO equivalgono a un passaggio da un sistema di controllo diretto a una forma di controllo indiretto. La politica monetaria e di cambio in quanto tale non è influenzata da questi sviluppi.
Fintanto che viene mantenuta la parità fissa con l’euro, le riserve di valuta estera, indipendentemente dalla forma o dal luogo in cui sono detenute, serviranno innanzitutto a difendere questa parità. Queste riforme non rendono quindi la BCEAO più autonoma: rimane un’appendice della Banque de France, saldata alla politica monetaria della Banca Centrale Europea.
Va sottolineato che l’assenza di un obbligo di deposito delle riserve valutarie presso il Tesoro francese non implica necessariamente una rottura dei rapporti finanziari tra quest’ultimo e la BCEAO. Nel caso del BEAC, la parte non obbligatoria delle riserve valutarie è stata spesso investita in titoli del Tesoro francese.
Se la Francia avesse voluto davvero “rompere gli ormeggi”, per dirla alla Macron, e porre fine al franco CFA, avrebbe potuto semplicemente abolire l’accordo di cooperazione monetaria che la lega ai paesi dell’UEMOA. Ma ha scelto di rinnovarla e di mantenere il suo ruolo di “garante”. Ciò implica che essa rimane de facto sovrana sulla gestione del franco CFA rinominato ECO. Ne consegue anche che i paesi dell’UEMOA restano sotto la supervisione indiretta delle autorità dell’Eurozona in quanto vigilano sulla “garanzia” di convertibilità che si suppone sia fornita dalla Francia.
Cosa significa questa “garanzia”? La Francia promette di svolgere il ruolo del Fondo Monetario Internazionale (FMI) per i paesi che utilizzano il franco CFA fornendo loro liquidità in caso di problemi di pagamento esterno. In particolare, ogni volta che la BCEAO si trova in una situazione di zero riserve di valuta estera, il Tesoro francese si impegna a prestarle gli importi desiderati in valuta francese (prima il franco francese, ora l’euro).
Tuttavia, il funzionamento della BCEAO (e della BEAC) è impostato in modo che questa situazione si verifichi il più raramente possibile, se non mai. Non appena le sue riserve di valuta estera raggiungono un livello critico, adotta misure restrittive – limitando le possibilità di finanziamento delle economie della zona – per ricostituire i suoi attivi esterni. Grazie a questa modalità di gestione, la garanzia è stata attivata raramente per i paesi dell’UEMOA tra il 1960 e oggi.
La Francia ha onorato la sua promessa di “garanzia” solo nel periodo 1980-1993. Lo ha fatto per consentire alle imprese francesi, che prevedevano una svalutazione del franco CFA, di rimpatriare i loro capitali e redditi. Secondo la BCEAO, la “garanzia” francese all’epoca era per un importo annuo di 32 miliardi di franchi CFA, una cifra relativamente irrisoria rispetto a una fuga di capitali stimata nella zona del franco a 750 miliardi di franchi CFA solo per gli anni 1988-1989.
Dovremmo essere sorpresi nel vedere che l’importo “zero” è sistematicamente iscritto nella legge finanziaria francese sotto la “garanzia” di convertibilità? In un documento pubblicato nel 2018, intitolato “Gestione delle riserve internazionali della CEMAC”, il FMI ha osservato che “vi sono incertezze sulla capacità del Tesoro francese, che deve a sua volta rispettare le regole più ampie dell’area dell’euro, di offrire questo tipo di garanzia su larga scala per un periodo indeterminato”.
In queste circostanze, come potrebbe la Francia, che non rispetta i suoi impegni di bilancio a livello europeo, fungere da “garante”? Quando i Paesi africani hanno difficoltà economiche, come avviene attualmente nella zona CEMAC, è il FMI ad essere chiamato da Parigi a venire in soccorso e a imporre politiche di austerità, che producono sempre e ovunque gli stessi risultati: miseria e desolazione.
Quando il ministro delle Finanze francese Bruno Le Maire sostiene che la “garanzia” francese permette ai Paesi dell’UEMOA di avere la certezza di poter sempre finanziare le proprie importazioni, mostra a nolens volens la sua mancanza di considerazione per l’intelligenza collettiva dei popoli e degli economisti africani. Il desiderio di mantenere un legame formale sul piano monetario – e quindi di garantire gli interessi economici francesi – potrebbe fare a meno di una giustificazione tanto paternalistica quanto disonesta.
Perché 14 paesi con una popolazione di oltre 160 milioni di abitanti dovrebbero avere bisogno della Francia per i loro pagamenti esteri quando un piccolo paese come il Gambia batte la propria moneta nazionale senza cercare la “garanzia” di una potenza straniera?
Il concetto di “garanzia” di convertibilità utilizzato dai funzionari francesi e dai sostenitori della reliquia coloniale è tanto più assurdo in quanto viviamo dagli anni ’70 in un’era post-Gold Standard, in cui la moneta emessa dagli Stati è essenzialmente di natura fiduciaria. È chiaro che la Francia e gli adulatori del franco CFA stanno ancora lottando per uscire dal paradigma monetario del XIX secolo, il secolo coloniale per eccellenza!
Le riforme previste da Macron affrontano solo alcuni aspetti visibili del colonialismo del franco CFA che sono diventati particolarmente imbarazzanti per la Francia. Non forniscono una base credibile per parlare di fine del franco CFA. Finché esiste un legame formale di subordinazione monetaria, finché il franco CFA/ECO è saldamente ancorato all’euro e finché la Banque de France continuerà a detenere il 90% delle riserve auree monetarie della BCEAO, il colonialismo monetario avrà ancora bei giorni davanti a sé.
Tuttavia, sarebbe un errore analitico credere che le motivazioni del presidente Macron siano esclusivamente populiste. Le sue riforme mirano anche ad aggirare il progetto di integrazione monetaria così come è stato concepito finora nell’ambito della Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (CEDEAO).
I 15 paesi della CEDEAO, compresi gli otto che utilizzano il franco CFA, avevano scelto il nome ECO per la loro futura moneta unica e avevano accettato di sostenerla con un paniere di valute. Prima di poter adottare l’ECO, ciascuno di essi doveva soddisfare una serie di criteri di ingresso (i “criteri di convergenza”).
Tuttavia, secondo una recente dichiarazione del ministro delle Finanze nigeriano Zainab Ahmed, nessun paese della CEDEAO è qualificabile per l’ECO nel 2020, ad eccezione del Togo, che chiaramente non è abbastanza grande per portare avanti il progetto da solo.
Proprio mentre Macron, alla presenza di Ouattara, annunciava le sue riforme, i capi di Stato della CEDEAO stavano chiudendo un incontro ad Abuja, dove dovevano decidere il futuro del progetto regionale della moneta unica. Il comunicato finale della CEDEAO ha dovuto accettare il fatto compiuto: “Questa riforma della zona monetaria dell’UMOA faciliterà la sua integrazione nella futura zona monetaria della CEDEAO (ECO)”, si legge nel comunicato.
Appropriandosi indebitamente del nome ECO senza soddisfare i criteri di ingresso dell’omonima zona, Macron e i paesi dell’UEMOA, con Ouattara a capo, stanno mettendo in chiaro che non si preoccupano dell’integrazione monetaria come previsto nel quadro della CEDEAO. Ad Abidjan, Macron ha chiamato per nome quasi tutti i Paesi dell’Africa occidentale che non utilizzano il franco CFA per aderire all’UEMOA, ad eccezione di Nigeria e Ghana. Il messaggio è chiaro: si tratta di isolare il gigante nigeriano e persino il Ghana.
Questo progetto non è una novità. Si trova in un rapporto sulla zona franca dell’ex ministro francese Dominique Strauss-Kahn, pubblicato nel 2018. Negli anni '70, la Costa d’Avorio e il Senegal si erano già alleati con la Francia per far deragliare un progetto di riforma monetaria guidato dal presidente nigeriano Hamani Diori, destinato a rafforzare la cooperazione monetaria tra i Paesi dell’Africa occidentale. Quasi cinquant’anni dopo, nulla è cambiato in modo visibile.
Va sottolineato di passaggio che il sabotaggio della Costa d’Avorio non si limita al campo monetario. Ratificando, nel 2016, un accordo interinale di libero scambio con l’Unione Europea, mentre la CEDEAO opera già nel quadro di un’unione doganale, ha anche messo a repentaglio l’integrazione commerciale regionale.
Il “rapimento” dell’ECO da parte della Francia e dei paesi dell’UEMOA ha almeno un “merito”: quello di aver messo fine al ricorrente rinvio del lancio della moneta unica della CEDEAO. La passività dei capi di Stato della CEDEAO di fronte a questa diversione di obiettivi è senza dubbio una logica conseguenza del fatto che non si sono mai preoccupati di coinvolgere i loro popoli nella discussione sull’ECO e di fare un discorso veritiero.
Hanno sempre sostenuto che l’ECO – una copia grezza dell’euro che pone problemi simili al franco CFA come moneta unica – era fattibile e che stavano facendo i migliori sforzi al mondo per lanciarlo, quando avrebbero dovuto sapere che la metodologia dei criteri di convergenza, importati dall’Unione Europea, era il modo migliore per perpetuare l’immobilità monetaria. Macron e Ouattara, avendo compreso l’impasse della CEDEAO, hanno approfittato della situazione.
E, anche se è triste per i sostenitori della versione della CEDEAO, la coppia franco-ivoriana ha reso un parziale servizio ai capi di Stato della CEDEAO che logicamente hanno dovuto annunciare un ulteriore rinvio del lancio dell’ECO. Almeno, alcuni possono avere l’illusione/la speranza che le cose si “muovano” nella giusta direzione per una volta.
Nella misura in cui i paesi dell’UEMOA hanno adottato l’ECO senza soddisfare i criteri di adesione richiesti, che senso avrà chiedere agli altri sette paesi della CEDEAO di soddisfarli per far parte della zona monetaria dell’ECO? È difficile vedere come il progetto della moneta unica della CEDEAO potrà riprendersi da questo colpo di martello.
Addio franco CFA, lunga vita all’ECO CFA!
Senza dubbio una tale impresa spingerà il governo francese a considerare con benevolenza le possibili ambizioni di un terzo mandato di alcuni attuali leader dei paesi dell’UEMOA.
Le riforme di Macron non comporteranno alcun cambiamento significativo nella condotta della politica economica o nella situazione materiale della popolazione. È ironico, tuttavia, che riforme di significato essenzialmente simbolico siano fallite proprio sul piano dei simboli. Perchè Macron e Ouattara non erano le persone giuste per annunciare “la fine del franco CFA”.
L’annuncio avrebbe avuto più credibilità se fosse arrivato, per esempio, dai capi di Stato della CEDEAO e, forse, se avesse avuto l’unzione del popolo. Vedere il presidente dell’ex metropoli coloniale “decidere” la fine di una reliquia coloniale durante una revisione delle truppe francesi di stanza in Costa d’Avorio non è il modo più convincente per decretare la nuova morte della resistente “Françafrique”.
Detto questo, i numerosi movimenti panafricanisti, intellettuali, economisti, semplici cittadini che lottano per una seconda indipendenza per l’Africa possono assaporare una piccola vittoria. Queste riforme simboliche sono concessioni che devono essere apprezzate nella loro vera misura. La forza del CFA comincia a vacillare. Una battaglia è appena stata vinta. Altre dovranno essere combattute.
Sul piano economico e monetario, sarà necessario puntare a dotare il continente di valute sovrane che ne garantiscano l’indipendenza finanziaria. Oltre alla necessità di riacquistare la loro formale sovranità monetaria nei confronti del governo francese e del FMI, i paesi africani dovranno anche attuare profonde riforme del settore bancario e finanziario, che continua ad operare in modo coloniale nonostante il declino delle banche francesi. Dovranno istituire banche centrali “agenti di sviluppo”, con le quali lavorare a stretto contatto per facilitare il finanziamento delle economie, i progetti di industrializzazione, la creazione di posti di lavoro e la trasformazione ecologica. Dovranno cercare di evitare di indebitarsi in valuta estera facendo affidamento il più possibile sulla mobilitazione delle risorse interne.
Ciò implica una rottura con l’atteggiamento di organizzare tutta la politica economica intorno alla necessità di attrarre “finanziamenti esterni”. Naturalmente, tutto questo non sarà possibile senza una mobilitazione permanente dei popoli per chiedere ai “rappresentanti”/“eletti” di garantire un quadro politico più egualitario.
Sbaglieremmo a fermarci ai simboli e alla sola riforma monetaria.
di Ndongo Samba Sylla - Economista e ricercatore presso la Fondazione Rosa Luxemburg di Dakar. Traduzione a cura di Andrea Mencarelli (Potere al Popolo) della nota pubblicata qui.
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24/12/2019
Quando l’Emmanuele arriva nel Sahel
Si tratta, naturalmente, di Emmanuel Macron, presidente della repubblica francese. Appena sbarcato ad Abidjan, in Costa d’Avorio, ha raggiunto il campo militare francese di Port Bouet, poco lontano dall’aeroporto internazionale. Si tratta del secondo contingente francese più numeroso dopo quello basato a Gibuti, nel corno dell’Africa.
Un Natale strategico, quello di Macron che, accompagnato dalla ministra della difesa Florence Parly, ha scelto di celebrare il veglione natalizio anticipato con i militari. Un Natale per così dire ‘militarizzato’, che bene corrisponde a quanto nel Sahel si è andato sviluppando in questi ultimi anni, specie dalla distruzione della Libia in poi, nel lontano 2011. Dalla Costa d’Avorio l’Emmanuele passerà per tre ore a Niamey, nel Niger, ufficialmente per rendere omaggio ai 71 militari recentemente uccisi dall’attacco rivendicato dallo Stato Islamico dell’Africa Occidentale, ad Inatès.
Pura coincidenza di date, i militari francesi dell’operazione Barhkane, che opera in un’area grande quanto l’Europa, hanno effettuato, in questi giorni, il primo tiro test di drone armato, di fabbricazione Usa. Dopo l’Algeria e dunque il deserto del Sahara negli anni sessanta col generale De Gaulle, adesso è la volta del Sahel ad essere la sede delle prime esperienze di droni armati francesi col presidente Macron.
I deserti sono dunque diventati, e non da oggi, luoghi privilegiati di addestramento, sperimentazione e messa in pratica di armi letali. Come sempre in questi casi, anche per i droni armati vengono date le più ampie garanzie di sicurezza e di un uso conforme alle norme internazionali delle guerre.
Questo principio è ben ricordato dal colonnello Hugues Pointfer, comandante della base aerea dell’operazione basata a Niamey. ‘Il drone, è un aereo con la piccola differenza che il pilota dell’aereo non si trova nel drone ma in un ufficio al suolo. Il drone non prende da solo nessuna decisione, non tira da solo, non fa nulla in modo autonomo, sono gli umani che, da lontano, prendono le decisioni che guidano le armi. Per il pilota tutto è trasparente, trovarsi a un chilometro o a mille, l’immagine è la stessa, e così pure la reattività e il funzionamento: tutto è lo stesso’.
Nei deserti si fanno esperimenti a carattere militare con l’obiettivo di riprodurre altrove. Da deserto a deserto, da armi ad armi e da natale a Natale.
C’è, com’è noto, natale e Natale. Quello che si vive e celebra nel Sahel, da parte di una minoranza cristiana, e degli altri cittadini per riflesso, è un Natale di sabbia. Un Natale disarmato e per così dire assai fedele all’originale della Palestina dell’epoca.
A dire il vero è disarmato per così dire perché, come da qualche anno a questa parte, i luoghi di culto vedranno, per la festa, i militari governativi armati bivaccare accanto ai cortili. Le luci, nel Natale di sabbia, sono del tutto inesistenti e solo si spera che la compagnia nazionale di erogazione dell’elettricità, meglio conosciuta come NIGELEC, confermi la tregua nei tagli repentini e talvolta prolungati di energia.
Un Natale fragile se ce n’è e, proprio come all’inizio, preso in ostaggio da oltre un anno attraverso il rapimento di decine di persone tra le quali alcuni chiamati a guidare le celebrazioni delle comunità. Anche allora c’erano le armi, i potenti e gli eserciti di occupazione e come allora la stessa violenza che si nutre di interessi, ipocrisie e violenza come stile di governo.
Un Natale che la sabbia ha contribuito a rendere vulnerabile e marginale, un giorno riconosciuto festivo dal calendario del Paese ma feriale nella sua attuazione popolare.
L’Emmanuele è arrivato nel Sahel. L’uno per un natale militarizzato e diplomatico, l’Altro invece, come un clandestino dichiarato illegale perché trovato senza documenti. Arriva senza annunciarsi e senza una fissa dimora.
È venuto per destabilizzare imperi, armate regolari e irregolari, assetti finanziari, politiche di sviluppo compatibile, imprese umanitarie unite, strategie di penetrazione commerciale, sfruttamento delle risorse e inquinamento delle falde acquifere.
L’altro Natale, quello vero perché messo insieme da grani di sabbia, è piccolo, indifeso e libero di scivolare tra le dita della pace.
Niamey, Natale 2019
Fonte
09/04/2018
Il Sahel è l’ultimo cimitero dei sogni
Quello di Lamine per esempio. Passato dall’Accademia di calcio in Costa d’Avorio e poi in quella del Ghana, si è poi scoperto a giocare a guardia e ladri coi gendarmi algerini. Lui, da centrocampista, si è trasformato in manovale nei cantieri della capitale. Lamine si nasconde alle forze dell’ordine che fanno collezione di migranti da deportare spostandosi al piano superiore del palazzo. Sarebbe in fuori gioco ma né l’arbitro né la moviola funzionano.
Stanco di scappare e di vivere di paura come un topo torna nella sua natale Guinea. Si smarca dopo un paio d’anni di controlli biometrici nella difesa delle biopolitiche dell’occidente. Lamine porta la maglietta numero 8 da quando era bambino. Il sogno si trova tutto nella borsa che porta con sé da Algeri. Si trova in mezzo ad abiti smessi da altri migranti partiti in Marocco, in Tunisia o Libia. Ad ognuno il suo sogno numerato. Quello di Lamine porta fortuna e alla domanda di cosa farà da grande risponde che farà il calciatore. Ha un buon destro e a diciannove anni spera di giocare in Europa, un giorno.
Chi detiene il potere lo sa. Non c’è nulla di più pericoloso dei sogni inesplosi. Da quello di M.L. King, tradito fino ad oggi nella sua patria, a quello dei palestinesi a cui si spara, senza nessuna indignazione, con pallottole reali per morti reali. Nulla di peggio che un sogno vagante, come una mina, un ordigno confezionato con anni di tentativi messi a tacere dalla sabbia o imbavagliati da reticolati elettronici.
Il ’68 aveva solo quello da offrire e cinquant’anni dopo ha fallito in tutto meno che nel ritorno della primavera. Il potere non arriva alle radici perché è superficiale e solo può controllare le apparenze della storia. Si tratta del crimine più grande per il quale non c’è amnistia possibile. L’uccisione deliberata di un sogno grida vendetta al cospetto di ogni migrante. Lui che per esportarlo rischia l’unica vita che sua madre gli ha regalato in una notte di stelle. Neppure le carceri nigerine riusciranno a detenere i sogni degli attivisti arrestati a domicilio come misura preventiva. Inutile delocalizzare i sogni e isolarli in prigioni lontane dalla capitale. Sono dei sovversivi senza dimora.
Li mettono nei centri di raccolta e poi li spediscono a casa per sbarazzarsi di loro. Torneranno tutti, non temete. Non riuscirete a fermarli, immobilizzarli, comprarli o metterli al macero. Risorgono dopo due o tre giorni non appena, per distrazione o per scelta, abbandonerete le vostre fortezze impastate di paura.
I sogni inventano nuovi cammini e sentieri per ingannare il mondo che credete di governare come un impero di pezza. I sogni d’indipendenza e di liberazione hanno fatto un lungo viaggio nel deserto e, dopo una quarantina d’anni, ancora raccontano quello che accadrà presto.
Non ci siete riusciti né con le cannoniere né coi mercati unici. Financo i missionari agivano a loro insaputa per il sistema. Con ritardo hanno scoperto che per vocazione altro non erano che dei fiancheggiatori di sogni. I sogni sono miracoli che accadono nel Sahel e non Organismi Geneticamente Modificabili da mettere nei supermercati o nelle farmacie che ‘fideizzano’ i clienti. Il cimitero di cui non si parla organizza i sogni dispersi e abbandonati nella sabbia.
Lamine è centrocampista e persegue un sogno che non l’abbandona. A quattordici anni passa un paio d’anni ospite di un’Accademia per giovani talenti in Costa d’Avorio. Si sposta nel Ghana per perfezionarsi con un’altra Accademia sportiva. Un amico calciatore, poi andato nel Marocco, l’invita a tentare la sorte in Algeria. E’ convocato al centro della panchina di una squadra di quarta divisione. Mette il sogno tra i vestiti della borsa e torna al paese per giocare con la mezz’ala rimasta di riserva.
Lamine ha incontrato tanti becchini di sogni e li ha puntualmente dribblati in velocità. Ha un buona visione di gioco e diciannove anni. Lamine è certo di giocare, un giorno, in Europa.
Niamey, Aprile, 2018
Fonte
Stanco di scappare e di vivere di paura come un topo torna nella sua natale Guinea. Si smarca dopo un paio d’anni di controlli biometrici nella difesa delle biopolitiche dell’occidente. Lamine porta la maglietta numero 8 da quando era bambino. Il sogno si trova tutto nella borsa che porta con sé da Algeri. Si trova in mezzo ad abiti smessi da altri migranti partiti in Marocco, in Tunisia o Libia. Ad ognuno il suo sogno numerato. Quello di Lamine porta fortuna e alla domanda di cosa farà da grande risponde che farà il calciatore. Ha un buon destro e a diciannove anni spera di giocare in Europa, un giorno.
Chi detiene il potere lo sa. Non c’è nulla di più pericoloso dei sogni inesplosi. Da quello di M.L. King, tradito fino ad oggi nella sua patria, a quello dei palestinesi a cui si spara, senza nessuna indignazione, con pallottole reali per morti reali. Nulla di peggio che un sogno vagante, come una mina, un ordigno confezionato con anni di tentativi messi a tacere dalla sabbia o imbavagliati da reticolati elettronici.
Il ’68 aveva solo quello da offrire e cinquant’anni dopo ha fallito in tutto meno che nel ritorno della primavera. Il potere non arriva alle radici perché è superficiale e solo può controllare le apparenze della storia. Si tratta del crimine più grande per il quale non c’è amnistia possibile. L’uccisione deliberata di un sogno grida vendetta al cospetto di ogni migrante. Lui che per esportarlo rischia l’unica vita che sua madre gli ha regalato in una notte di stelle. Neppure le carceri nigerine riusciranno a detenere i sogni degli attivisti arrestati a domicilio come misura preventiva. Inutile delocalizzare i sogni e isolarli in prigioni lontane dalla capitale. Sono dei sovversivi senza dimora.
Li mettono nei centri di raccolta e poi li spediscono a casa per sbarazzarsi di loro. Torneranno tutti, non temete. Non riuscirete a fermarli, immobilizzarli, comprarli o metterli al macero. Risorgono dopo due o tre giorni non appena, per distrazione o per scelta, abbandonerete le vostre fortezze impastate di paura.
I sogni inventano nuovi cammini e sentieri per ingannare il mondo che credete di governare come un impero di pezza. I sogni d’indipendenza e di liberazione hanno fatto un lungo viaggio nel deserto e, dopo una quarantina d’anni, ancora raccontano quello che accadrà presto.
Non ci siete riusciti né con le cannoniere né coi mercati unici. Financo i missionari agivano a loro insaputa per il sistema. Con ritardo hanno scoperto che per vocazione altro non erano che dei fiancheggiatori di sogni. I sogni sono miracoli che accadono nel Sahel e non Organismi Geneticamente Modificabili da mettere nei supermercati o nelle farmacie che ‘fideizzano’ i clienti. Il cimitero di cui non si parla organizza i sogni dispersi e abbandonati nella sabbia.
Lamine è centrocampista e persegue un sogno che non l’abbandona. A quattordici anni passa un paio d’anni ospite di un’Accademia per giovani talenti in Costa d’Avorio. Si sposta nel Ghana per perfezionarsi con un’altra Accademia sportiva. Un amico calciatore, poi andato nel Marocco, l’invita a tentare la sorte in Algeria. E’ convocato al centro della panchina di una squadra di quarta divisione. Mette il sogno tra i vestiti della borsa e torna al paese per giocare con la mezz’ala rimasta di riserva.
Lamine ha incontrato tanti becchini di sogni e li ha puntualmente dribblati in velocità. Ha un buona visione di gioco e diciannove anni. Lamine è certo di giocare, un giorno, in Europa.
Niamey, Aprile, 2018
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13/01/2018
L’Italia concentra le spedizioni militari su Mediterraneo e Africa. Si vota la prossima settimana
La “grande proletaria si muove”. 120 soldati in Niger (diventeranno presto 470), altri 100 in Libia (ce ne sono già 700), 60 in Tunisia. Poi ce ne sono già circa 1000 in Libano. L’Italia sta riconvertendo la presenza delle missioni militari all’estero soprattutto nell’area mediterranea. Per fare fronte a questa revisione strategica, verranno ridimensionati i soldati impegnati in Afghanistan e Iraq.
Era il 1911, quando la monarchia italiana invase la Libia, con il poeta Giovanni Pascoli, massone e a suo modo progressista, che scambiò clamorosamente il colonialismo italiano con il riscatto dell’Italia, potenza minore europea, e in quanto tale ritenuta povera e proletaria rispetto agli altri Stati.
In questo continuo riemergere dell’ambizione italiana a ritagliarsi un ruolo di potenza, sia nei rapporti con il direttorio europeo franco-tedesco sia verso la nuova frontiera coloniale, a farne le spese sono stati lavoratori, disoccupati, pensionati sul “fronte interno” e saranno le popolazioni della sponda sud del Mediterraneo e dell’Africa, a pagarne i prezzi.
Nella discussione e consapevolezza pubblica sull’emergenza migranti dei mesi scorsi – oggi silenziata dalle conseguenze del pugno di ferro di Minniti sugli sbarchi – è stata debole e quasi inesistente ogni riflessione sul nuovo colonialismo europeo e di quello italiano al suo interno.
Eppure già l’aggressione alla Libia con la violenta defenestrazione di Gheddafi e Laurent Gagbo in Costa d’Avorio (nello stesso periodo del 2011), indicavano piuttosto chiaramente il processo di ri-colonizzazione che in particolare la Francia stava mettendo in campo, soprattutto nelle ex colonie dell’Africa francofona. A loro modo Gheddafi e Gbagbo si erano messi di traverso negli anni precedenti, cercando di dare vita ad una integrazione economica che puntava a sottrarre diversi stati africani all’egemonia neocoloniale francese.
Su questo rinviamo come documentazione ad alcuni articoli pubblicati sul nostro giornale negli ultimi due anni: La Franciafrica o l’impero neocoloniale francese ; Due cose sul franco Cfa (e sull’euro e l’Africa) ; La lezione del professor Macròn agli africani.
Ma quanto sta accadendo riverbererà quasi immediatamente sullo scenario politico italiano. La prossima settimana in Parlamento si vota sulla missione militare italiana in Niger. Il PD e la destra, incluso Salvini, voteranno a favore. Il come voteranno M5S e Leu sarà uno spartiacque, definitivo. Per molti lo fu il voto sulla missione militare italiana in Afghanistan durante il governo Prodi nel febbraio del 2007. Da lì è iniziata un’altra fase nelle relazioni e nella vita politica di questo paese.
Fonte
Era il 1911, quando la monarchia italiana invase la Libia, con il poeta Giovanni Pascoli, massone e a suo modo progressista, che scambiò clamorosamente il colonialismo italiano con il riscatto dell’Italia, potenza minore europea, e in quanto tale ritenuta povera e proletaria rispetto agli altri Stati.
In questo continuo riemergere dell’ambizione italiana a ritagliarsi un ruolo di potenza, sia nei rapporti con il direttorio europeo franco-tedesco sia verso la nuova frontiera coloniale, a farne le spese sono stati lavoratori, disoccupati, pensionati sul “fronte interno” e saranno le popolazioni della sponda sud del Mediterraneo e dell’Africa, a pagarne i prezzi.
Nella discussione e consapevolezza pubblica sull’emergenza migranti dei mesi scorsi – oggi silenziata dalle conseguenze del pugno di ferro di Minniti sugli sbarchi – è stata debole e quasi inesistente ogni riflessione sul nuovo colonialismo europeo e di quello italiano al suo interno.
Eppure già l’aggressione alla Libia con la violenta defenestrazione di Gheddafi e Laurent Gagbo in Costa d’Avorio (nello stesso periodo del 2011), indicavano piuttosto chiaramente il processo di ri-colonizzazione che in particolare la Francia stava mettendo in campo, soprattutto nelle ex colonie dell’Africa francofona. A loro modo Gheddafi e Gbagbo si erano messi di traverso negli anni precedenti, cercando di dare vita ad una integrazione economica che puntava a sottrarre diversi stati africani all’egemonia neocoloniale francese.
Su questo rinviamo come documentazione ad alcuni articoli pubblicati sul nostro giornale negli ultimi due anni: La Franciafrica o l’impero neocoloniale francese ; Due cose sul franco Cfa (e sull’euro e l’Africa) ; La lezione del professor Macròn agli africani.
Ma quanto sta accadendo riverbererà quasi immediatamente sullo scenario politico italiano. La prossima settimana in Parlamento si vota sulla missione militare italiana in Niger. Il PD e la destra, incluso Salvini, voteranno a favore. Il come voteranno M5S e Leu sarà uno spartiacque, definitivo. Per molti lo fu il voto sulla missione militare italiana in Afghanistan durante il governo Prodi nel febbraio del 2007. Da lì è iniziata un’altra fase nelle relazioni e nella vita politica di questo paese.
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02/04/2017
Metti, un venerdì mattina a Niamey
Olusegun non se l’aspettava. Lui, nato in Costa d’Avorio da genitori nigeriani, che in Algeria ci fosse il razzismo organizzato per i poveri. Aveva studiato informatica e, amando il calcio, grazie ad un amico pensava di farsi una carriera da giocatore nel Maghreb. Non è mai sceso in campo e invece dell’allenatore ha trovato un capo cantiere del quale si è stufato dopo sei mesi di lavoro mal pagato.
Sceglie di tornare al paese, peccato che un taxi, durante una tappa di transito, lo porta nel deserto. Assieme ad altri viaggiatori sono spogliati dei vestiti, derubati dei soldi e la ragazza del gruppo si è salvata dallo stupro solo perché ha giurato di essere incinta. Non vuole tornare a casa a mani vuote. Dice che è partito perché i suoi occhi erano stanchi di vedere la miseria della famiglia. Una decina di fratelli e sorelle di due madri diverse. Non può tornare a mani vuote dalla vergogna. Parte nel Benin e un giorno dirà alla fidanzata di raggiungerlo per sposarsi in chiesa. Era partito col suo nome e una bibbia nella borsa. Olusegun vuol dire ‘uomo che cerca’. Però torna senza nulla e nel deserto la sua bibbia si è mescolata con la sabbia.
Prima di lui è passata l’amica a scusarsi dell’aborto provocato per timore delle conseguenze. Appena più di diciassette anni e una vita scappando dalla vita. Rifugiata, persa e poi ritrovata dal destino che pedina i poveri che lo sfuggono. La complicità di un dottore, il consiglio della madre e l’inutile reticenza dell’improvvisato padre. Cammina e si sente in colpa per aver vissuto altrove. Ha perduto suo padre nella follia delle armi e da allora sente di morire per rinascere come indica il suo nome. Flora, nel deserto della vita che lei e sua madre hanno coltivato nei solchi del dolore.
Lo stesso dolore di Kimel che arriva con la figlia di dieci anni. Da qualche mese a Niamey, non riesce a pagare l’affitto malgrado il lavoro di domestica e di parrucchiera ambulante. In Guinea era commerciante, poi l’uomo che la farà diventare madre insiste per la migrazione in Algeria. Sparisce con un’altra donna e a lei non rimane che tornare alla vita di sempre. L’affitto è caro, promette che è solo per stavolta e che mendicare non fa per lei. Non rinuncerebbe mai alla sua dignità e lo fa soprattutto per sua figlia che va bene a scuola ed è intelligente.
C’è Antony che racconta la sua vita ad un giornalista e profitta per chiedere un prestito perché non mangia da ieri. Ci siamo conosciuti in carcere e da allora ha promesso di cambiare la pagina del libro rubato dal tempo. Ora si impegna secondo i giorni per i suoi fratelli liberiani e promette di smettere di bere davanti a Dio. Non dimentica la sua patria ma ha capito che la bandiera con una sola stella lo accompagna dovunque vada.
Invece Frederic ha abbandonato la bandiera ad altri ed è scappato dalla Costa d’Avorio per salvare la sua famiglia dalla repressione del potere. E’ pericoloso trovarsi nel campo sbagliato quando cambia il regime. Ha creato un ristorante con piatti tipici e con sua moglie collezionano figli per quando la storia cambierà di direzione. Invita i presenti a partecipare ad una conferenza per lanciare l’ennesima ONG che si prefigge di lottare contro la migrazione clandestina. Da rifugiato a clandestino passando per una migrazione forzata, è la sua storia che mette inscena mescolando gli attori del dramma. Dice che ha bisogno di un tavolo da ufficio e di un computer anche usato per mantenere i contatti col mondo.
Olusegun è l’ultimo a passare e, con il biglietto in mano, promette che quello sarà il suo ultimo viaggio.
Niamey, aprile 017
Fonte
Sceglie di tornare al paese, peccato che un taxi, durante una tappa di transito, lo porta nel deserto. Assieme ad altri viaggiatori sono spogliati dei vestiti, derubati dei soldi e la ragazza del gruppo si è salvata dallo stupro solo perché ha giurato di essere incinta. Non vuole tornare a casa a mani vuote. Dice che è partito perché i suoi occhi erano stanchi di vedere la miseria della famiglia. Una decina di fratelli e sorelle di due madri diverse. Non può tornare a mani vuote dalla vergogna. Parte nel Benin e un giorno dirà alla fidanzata di raggiungerlo per sposarsi in chiesa. Era partito col suo nome e una bibbia nella borsa. Olusegun vuol dire ‘uomo che cerca’. Però torna senza nulla e nel deserto la sua bibbia si è mescolata con la sabbia.
Prima di lui è passata l’amica a scusarsi dell’aborto provocato per timore delle conseguenze. Appena più di diciassette anni e una vita scappando dalla vita. Rifugiata, persa e poi ritrovata dal destino che pedina i poveri che lo sfuggono. La complicità di un dottore, il consiglio della madre e l’inutile reticenza dell’improvvisato padre. Cammina e si sente in colpa per aver vissuto altrove. Ha perduto suo padre nella follia delle armi e da allora sente di morire per rinascere come indica il suo nome. Flora, nel deserto della vita che lei e sua madre hanno coltivato nei solchi del dolore.
Lo stesso dolore di Kimel che arriva con la figlia di dieci anni. Da qualche mese a Niamey, non riesce a pagare l’affitto malgrado il lavoro di domestica e di parrucchiera ambulante. In Guinea era commerciante, poi l’uomo che la farà diventare madre insiste per la migrazione in Algeria. Sparisce con un’altra donna e a lei non rimane che tornare alla vita di sempre. L’affitto è caro, promette che è solo per stavolta e che mendicare non fa per lei. Non rinuncerebbe mai alla sua dignità e lo fa soprattutto per sua figlia che va bene a scuola ed è intelligente.
C’è Antony che racconta la sua vita ad un giornalista e profitta per chiedere un prestito perché non mangia da ieri. Ci siamo conosciuti in carcere e da allora ha promesso di cambiare la pagina del libro rubato dal tempo. Ora si impegna secondo i giorni per i suoi fratelli liberiani e promette di smettere di bere davanti a Dio. Non dimentica la sua patria ma ha capito che la bandiera con una sola stella lo accompagna dovunque vada.
Invece Frederic ha abbandonato la bandiera ad altri ed è scappato dalla Costa d’Avorio per salvare la sua famiglia dalla repressione del potere. E’ pericoloso trovarsi nel campo sbagliato quando cambia il regime. Ha creato un ristorante con piatti tipici e con sua moglie collezionano figli per quando la storia cambierà di direzione. Invita i presenti a partecipare ad una conferenza per lanciare l’ennesima ONG che si prefigge di lottare contro la migrazione clandestina. Da rifugiato a clandestino passando per una migrazione forzata, è la sua storia che mette inscena mescolando gli attori del dramma. Dice che ha bisogno di un tavolo da ufficio e di un computer anche usato per mantenere i contatti col mondo.
Olusegun è l’ultimo a passare e, con il biglietto in mano, promette che quello sarà il suo ultimo viaggio.
Niamey, aprile 017
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14/03/2016
Come leggere i nuovi attentati ad Ankara ed in Costa d’Avorio
A poche ore di distanza, un’auto imbottita di esplosivo si schianta contro un tram ad Ankara, facendo decide di morti ed un commando armato di kalashnikov sbarca all’improvviso su una spiaggia ivoriana e massacra i turisti che trova. La singolare coincidenza di tempi farebbe pensare ad attentati coordinati fra loro, ma così non è (o, per lo meno, non ci sono elementi di sorta che lo facciano pensare), si tratta di un caso, che però lascia pensare: significa che la densità degli attentati, ormai è tale che può verificarsi anche una coincidenza del genere.
Segno che la Jihad ormai dilaga: è il frutto velenoso di 25 anni di guerre sbagliate che, scaturite da un disegno di dominio mondiale, lasciano il Mondo molto più lacerato ed insicuro di quanto non fosse prima.
Ma, al di là di questa considerazione generale, dobbiamo cercare di capire il significato politico di questi avvenimenti. Più semplice è il caso ivoriano, rivendicato da Morabitun e da Al Quaeda del Maghreb islamico, che sono un po’ la stessa cosa, perché Morabitun è nell’orbita di Al Quaeda. Dunque, l’azione risponde ad disegno di rilancio del gruppo di Al Zwuairi messo in ombra dai successi del rivale Califfato. Resta semmai da capire sino a che punto le due organizzazioni sono in conflitto fra loro e sino a che punto c’è una, sia pur momentanea, intesa. Di fatto, entrambi confluiscono nel comune disegno di generalizzazione della Jihad che sta avendo successo, al di là delle sorti di ogni singola organizzazione che la anima.
Meno semplice è decrittare il caso turco: la versione ufficiale parla di un attentato dei curdi del Pkk, partito di cui avrebbe fatto parte una ragazza, che ha partecipato all’attentato, restando uccisa. Per carità: persino il potere, talvolta, può non mentire e le versioni ufficiali possono rispondere al vero e, peraltro, il Pkk ha fatto numerosi attentati in Turchia ed oggi avrebbe anche più ragioni per farlo, data l’aggressione turca al popolo curdo. E, infatti, Erdogan non ha perso tempo e non ha atteso neppure l’esito delle indagini, per un nuovo raid contro i curdi. Dunque, questo è solo un capitolo della guerra curdo-turca. Ma non è detto che le cose stiano proprio così.
In primo luogo, ricordiamo che in tempi recenti, ci sono stati attentati che sarebbero stati compiuti dall’Isis, per cui potrebbe trattarsi di una nuova azione di questa marca. Ma la polizia turca lo escluderebbe per l’identificazione dell’attentatrice che sarebbe del Pkk. Però è sempre possibile un errore (più o meno voluto). Devo dire, tuttavia che la posta Isis, in questo caso non convince molto neppure me, tuttavia, non si può escluderla a priori. Dunque resterebbe la pista Pkk? Ci sono aspetti della versione ufficiale che non convincono. In primo luogo la velocità con cui la polizia turca ha imboccato questa pista: praticamente neppure 1 ora dopo la deflagrazione. Tutto si basa sull’identificazione della ragazza morta a bordo dell’auto dell’attentato: ma in che stato era il viso dopo l’esplosione? Doveva essere ben conservato per una identificazione così rapida e sicura. Strano, dato che, dopo lo scoppio, l’auto è stata avvolta dalle fiamme. Magari qualche istante registrato dalle fotocamere? Non sappiamo, ci limitiamo a registrare un punto non spiegato. Peraltro, doveva trattarsi di una attivista abbastanza nota, data la velocità dell’identificazione ma, ovviamente, questo non esclude che comunque possa esserci stato un errore nell’attribuzione della persona al Pkk, cosa improbabile ma pur sempre possibile.
Va detto che non c’è stata rivendicazione alcuna, anche se questo non vuol dire nulla e che questa potrebbe giungere abbastanza presto.
Più che altro, quello che lascia perplessi è l’uso abbinato di attentatori suicidi e di autobomba. Sin qui ci sono stati attentati in cui dei kamikaze sono andati a schiantarsi con un’auto imbottita di tritolo, ma questo è accaduto quando si trattava di obiettivi come posti di guardia, comandi militari, palazzi di governo ecc. protetti da sacchi di sabbia e guardia armata, per cui era impossibile parcheggiare l’auto nelle vicinanze. Ma qui abbiamo un obiettivo “aperto” ed intercambiabile come una fermata di tram: perché spendere due militanti, mentre si poteva benissimo parcheggiare l’auto lì vicino? E, poi, perché due? Se la memoria non ci inganna, non ci sono precedenti di autobombe guidate con più persone a bordo: basta il pilota. Anche i terroristi (per usare questo termine discutibile) sanno far di conto e non buttano via un militante disposto a farsi saltare in aria, quando potrebbero usarlo per un altro attentato.
E qui sorge un altro sospetto: che possa essersi trattato di qualcosa di diverso da quel che sembra. Erdogan ha bisogno di proseguire la sua guerra ai curdi perché teme che possa sorgere un Kurdistan indipendente che porti allo smembramento della Turchia, ma questo finisce per diventare un aiuto indiretto all’Isis, cosa difficile da far digerire agli alleati della Nato, mentre si infittiscono le voci di quelli che si chiedono che senso abbia la sua presenza nel blocco militare euro-americano. Insomma, ci vuole un alibi per poter bombardare a man salva i curdi. Cosa di meglio di un attentato per mano curda?
Insomma, una cosa assai familiare per chi sa cosa significa “strategia della tensione”.
Sulle modalità dell’attentato nel quale coinvolgere una militante del Pkk poi potremmo sbizzarrirci elencando almeno sei trame diverse, ma per ora vediamo cosa viene fuori.
Fonte
Segno che la Jihad ormai dilaga: è il frutto velenoso di 25 anni di guerre sbagliate che, scaturite da un disegno di dominio mondiale, lasciano il Mondo molto più lacerato ed insicuro di quanto non fosse prima.
Ma, al di là di questa considerazione generale, dobbiamo cercare di capire il significato politico di questi avvenimenti. Più semplice è il caso ivoriano, rivendicato da Morabitun e da Al Quaeda del Maghreb islamico, che sono un po’ la stessa cosa, perché Morabitun è nell’orbita di Al Quaeda. Dunque, l’azione risponde ad disegno di rilancio del gruppo di Al Zwuairi messo in ombra dai successi del rivale Califfato. Resta semmai da capire sino a che punto le due organizzazioni sono in conflitto fra loro e sino a che punto c’è una, sia pur momentanea, intesa. Di fatto, entrambi confluiscono nel comune disegno di generalizzazione della Jihad che sta avendo successo, al di là delle sorti di ogni singola organizzazione che la anima.
Meno semplice è decrittare il caso turco: la versione ufficiale parla di un attentato dei curdi del Pkk, partito di cui avrebbe fatto parte una ragazza, che ha partecipato all’attentato, restando uccisa. Per carità: persino il potere, talvolta, può non mentire e le versioni ufficiali possono rispondere al vero e, peraltro, il Pkk ha fatto numerosi attentati in Turchia ed oggi avrebbe anche più ragioni per farlo, data l’aggressione turca al popolo curdo. E, infatti, Erdogan non ha perso tempo e non ha atteso neppure l’esito delle indagini, per un nuovo raid contro i curdi. Dunque, questo è solo un capitolo della guerra curdo-turca. Ma non è detto che le cose stiano proprio così.
In primo luogo, ricordiamo che in tempi recenti, ci sono stati attentati che sarebbero stati compiuti dall’Isis, per cui potrebbe trattarsi di una nuova azione di questa marca. Ma la polizia turca lo escluderebbe per l’identificazione dell’attentatrice che sarebbe del Pkk. Però è sempre possibile un errore (più o meno voluto). Devo dire, tuttavia che la posta Isis, in questo caso non convince molto neppure me, tuttavia, non si può escluderla a priori. Dunque resterebbe la pista Pkk? Ci sono aspetti della versione ufficiale che non convincono. In primo luogo la velocità con cui la polizia turca ha imboccato questa pista: praticamente neppure 1 ora dopo la deflagrazione. Tutto si basa sull’identificazione della ragazza morta a bordo dell’auto dell’attentato: ma in che stato era il viso dopo l’esplosione? Doveva essere ben conservato per una identificazione così rapida e sicura. Strano, dato che, dopo lo scoppio, l’auto è stata avvolta dalle fiamme. Magari qualche istante registrato dalle fotocamere? Non sappiamo, ci limitiamo a registrare un punto non spiegato. Peraltro, doveva trattarsi di una attivista abbastanza nota, data la velocità dell’identificazione ma, ovviamente, questo non esclude che comunque possa esserci stato un errore nell’attribuzione della persona al Pkk, cosa improbabile ma pur sempre possibile.
Va detto che non c’è stata rivendicazione alcuna, anche se questo non vuol dire nulla e che questa potrebbe giungere abbastanza presto.
Più che altro, quello che lascia perplessi è l’uso abbinato di attentatori suicidi e di autobomba. Sin qui ci sono stati attentati in cui dei kamikaze sono andati a schiantarsi con un’auto imbottita di tritolo, ma questo è accaduto quando si trattava di obiettivi come posti di guardia, comandi militari, palazzi di governo ecc. protetti da sacchi di sabbia e guardia armata, per cui era impossibile parcheggiare l’auto nelle vicinanze. Ma qui abbiamo un obiettivo “aperto” ed intercambiabile come una fermata di tram: perché spendere due militanti, mentre si poteva benissimo parcheggiare l’auto lì vicino? E, poi, perché due? Se la memoria non ci inganna, non ci sono precedenti di autobombe guidate con più persone a bordo: basta il pilota. Anche i terroristi (per usare questo termine discutibile) sanno far di conto e non buttano via un militante disposto a farsi saltare in aria, quando potrebbero usarlo per un altro attentato.
E qui sorge un altro sospetto: che possa essersi trattato di qualcosa di diverso da quel che sembra. Erdogan ha bisogno di proseguire la sua guerra ai curdi perché teme che possa sorgere un Kurdistan indipendente che porti allo smembramento della Turchia, ma questo finisce per diventare un aiuto indiretto all’Isis, cosa difficile da far digerire agli alleati della Nato, mentre si infittiscono le voci di quelli che si chiedono che senso abbia la sua presenza nel blocco militare euro-americano. Insomma, ci vuole un alibi per poter bombardare a man salva i curdi. Cosa di meglio di un attentato per mano curda?
Insomma, una cosa assai familiare per chi sa cosa significa “strategia della tensione”.
Sulle modalità dell’attentato nel quale coinvolgere una militante del Pkk poi potremmo sbizzarrirci elencando almeno sei trame diverse, ma per ora vediamo cosa viene fuori.
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20/02/2016
Le tasche vuote di Ali
Non portava nemmeno una borsa di plastica. Ciabatte di gomma arrostita, pantaloni consumati dal viaggio e una maglietta rossa sportiva. E’ tutto quello che Ali si porta a casa. Aiutante tipografo e soprattutto laterale sinistro. Sfornato dalle centinaia di scuole calcistiche di Abidjan, in Costa d’Avorio. Dice di abitare ai ‘220 logements’, nella capitale economica del paese in crescita a due cifre. Troverà fatto il terzo ponte sulla laguna e il presidente riconfermato per un secondo mandato. Tutti contenti a parte lui che era partito a 16 anni per pagare la scuola ai fratelli lasciati a casa. Il solito mediatore di giovani talenti lo aiuta per il viaggio in Tunisia e poi sparisce nel nulla. Nessuna squadra lo prova perché minorenne. Invece per i cantieri edili l’età di Alì va bene e decide poi di partire per la Libia con 800 euro. Il guadagno di un anno di lavoro.
Alì è arrestato per mancanza di documenti e, dopo essere stato derubato, con altri 30 migranti è deportato e poi abbandonato nel deserto al confine con l’Algeria. Voleva andare in Italia perché tifa per la Juventus, squadra che adora e che afferma trovarsi nella città di ‘Juve’. Una volta in Algeria non gli rimane che tornare al paese di origine e ricominciare a giocare da ‘laterale’. Proprio come nella storia, c’è il centro, la periferia e i ‘laterali’, che vivono ai margini di tutto. Alì, dopo la separazione dei genitori, ha vissuto con la madre fino all’età di sette anni. Lei si è risposata e lui coi fratelli sono tornati alla casa del padre. Anch’egli, risposatosi, è pensionato dopo aver lavorato per anni nel Porto Autonomo di Abidjan. Ormai anziano non riesce ad occuparsi dei figli e per questo Alì ha fatto l’ala. Così si trasformano i laterali migranti di una volta.
Il viaggio di ritorno da Algeri è durato più del previsto perché Alì ha dovuto vendere tutto. Altri come lui l’hanno aiutato per raggiungere Agadez, dove la missione cattolica gli ha pagato il viaggio fino a Niamey. Una volta arrivato in stazione non sapeva come rintracciare la cattedrale del quartiere Zongo. I taxi e altra gente fingono di non sapere dove si trova il noto edificio di culto dei cristiani. Ha camminato, chiesto, supplicato e infine trovato ciò che cercava. Indossava un paio di occhiali a lenti verdi che un migrante gli ha regalato ad Arlit, non lontano dalla frontiera con l’Algeria. Li portava per dare un altro colore a questa tappa della sua vita. Nella seconda tasca c’era un cellulare irregolare sfuggito al controllo della dogana. Regalo di un altro migrante, senza credito, giusto per fare compagnia al viaggio di ritorno
Alì ha ora 19 anni. Vuole ancora giocare al calcio e tifa la Juve degli innumerevoli scudetti. Tipografo quanto basta per scrivere la sua vita sull’inchiostro dopo averla cancellata sulla sabbia. Le tasche di Alì erano vuote e non portava con sé neanche una maglietta di ricambio. Quanto ai soldi aveva conservato solo il resto della colazione offerta dalla ditta Migranti Anonimi. Una Società per Azioni volta a destabilizzare il sistema di controllo globale della mobilità. Sfacciatamente libero di tornare al paese e di ricominciare da diciannove, anni che ha messi insieme con fatica. Una maglietta sportiva e pantaloni clandestini almeno quanto lui. Tipografo, laterale sinistro, figlio e fratello di mezzo, partito in attacco da tre anni. L’avvenire e il passato di Alì stanno nelle sua tasche vuote. Per ricordo ha scritto sulla mano il suo indirizzo di posta elettronica e giura di rispondere appena arrivato al paese.
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31/08/2015
I cellulari di re Yannick
Hanno ucciso i suoi genitori a Abidjan-Cocody durante la guerra del 2011. Le elezioni in Costa d’Avorio si erano concluse come molti temevano. Una lotta per il potere senza esclusione di colpi. I genitori di Yannick si sono trovati dalla parte dei perdenti, quella di Laurent Gbagbo, attualmente detenuto alla Corte Penale Internazionale dell’Aia. Yannick, da buon figlio unico, si occupava della vecchia nonna materna. Per questo ha deciso di lasciare il suo paese per andare in Algeria e forse un giorno in Europa. Coi cellulari si arriva dappertutto, basta comporre il prefisso giusto.
A Abidjan Yannick vende cellulari. Nokia e Samsung, naturalmente fabbricati in Cina, con un piccolo margine di guadagno su ogni pezzo venduto a seconda della prestazione. Non è molto, appena il necessario per mantenere la nonna, tra l’altro ammalata e dunque senza lavoro. I contatti telefonici e col net l’hanno convinto a partire con lo scopo di tentare il suo futuro. Abbandona la Costa d’Avorio per il Ghana, il Togo, il Benin e il Niger. Dopo un anno di transito raggiunge Algeri. Una volta sul posto si accorge che nulla era come gli avevano raccontato. Gli amici di sempre erano scomparsi.
Aveva portato con lui alcuni cellulari e un po' di soldi. Pensava di continuare il suo commercio ad Algeri, la capitale. Niente di tutto ciò. Yannick è nero, senza documenti, cristiano e soprattutto povero. Ciò gli basta per capire in fretta che non c’è posto per lui e l’eventuale commercio di telefoni. Non gli rimane altro che fare il manovale in un cantiere edile. Dopo qualche settimana un blocco gli frantuma un dito della mano. Passa qualche giorno all’ospedale per curare la ferita. Trova il tempo propizio per riflettere. Decide di tornare alla casella di partenza, la Costa d’Avorio.
Un’associazione con sede ad Algeri gli paga il viaggio di ritorno. I soldi finiscono prima del previsto e Yannick non si scoraggia. Vende l’ultimo cellulare che gli rimane. Alla frontiera col Niger, non ha nulla da dare ai poliziotti e allora comincia a vendere i vestiti che aveva nella borsa. Lo fermano due giorni al confine finché altri migranti come lui non organizzano una raccolta di soldi per lui. Il viaggio per Agadez è ancora lungo e Yannick ha fame. Non ricorda quando ha mangiato per l’ultima volta. Ha persino dimenticato cosa sia una vita normale per un comune cittadino. La libertà è tutto quanto gli resta.
Yannick vende anche la borsa con gli ultimi vestiti che aveva serbato per il ritorno alla capitale del suo paese. Possiede appena il biglietto che gli hanno acquistato e niente di più. Sua nonna l’aspetta così come le nuove elezioni presidenziali il prossimo mese di ottobre. Gli stessi candidati di sempre e i suoi genitori che non ci sono più per la prossima campagna elettorale. Li hanno uccisi entrambi a Cocody nei pressi della Grande Moschea adiacente all’Hotel del Golfo. L’attuale presidente della Costa d’Avorio ne era diventato il capo. E’ nell’Hotel in questione che si era autoproclamato presidente della repubblica, aspettando il seguito della saga elettorale.
Giunto a Niamey Yannick diceva di voler tornare al suo paese. Sostiene che nel proprio paese ognuno è re. Non si è re che nel proprio paese, affermava. Altrove non si è che schiavi. Yannick era stanco del viaggio. Era stanco per le violenze della polizia di frontiera del Niger. Era stanco del disprezzo della gente di Algeri. Era stanco di essere stato sfruttato sul cantiere. Si sentiva una nullità da quando dormiva sul luogo di lavoro come la maggior parte degli stranieri. Yannick non possiede nulla da proteggere o da difendere, Yannick è come un re vestito da migrante. Porta in lui la libertà.
Fonte
A Abidjan Yannick vende cellulari. Nokia e Samsung, naturalmente fabbricati in Cina, con un piccolo margine di guadagno su ogni pezzo venduto a seconda della prestazione. Non è molto, appena il necessario per mantenere la nonna, tra l’altro ammalata e dunque senza lavoro. I contatti telefonici e col net l’hanno convinto a partire con lo scopo di tentare il suo futuro. Abbandona la Costa d’Avorio per il Ghana, il Togo, il Benin e il Niger. Dopo un anno di transito raggiunge Algeri. Una volta sul posto si accorge che nulla era come gli avevano raccontato. Gli amici di sempre erano scomparsi.
Aveva portato con lui alcuni cellulari e un po' di soldi. Pensava di continuare il suo commercio ad Algeri, la capitale. Niente di tutto ciò. Yannick è nero, senza documenti, cristiano e soprattutto povero. Ciò gli basta per capire in fretta che non c’è posto per lui e l’eventuale commercio di telefoni. Non gli rimane altro che fare il manovale in un cantiere edile. Dopo qualche settimana un blocco gli frantuma un dito della mano. Passa qualche giorno all’ospedale per curare la ferita. Trova il tempo propizio per riflettere. Decide di tornare alla casella di partenza, la Costa d’Avorio.
Un’associazione con sede ad Algeri gli paga il viaggio di ritorno. I soldi finiscono prima del previsto e Yannick non si scoraggia. Vende l’ultimo cellulare che gli rimane. Alla frontiera col Niger, non ha nulla da dare ai poliziotti e allora comincia a vendere i vestiti che aveva nella borsa. Lo fermano due giorni al confine finché altri migranti come lui non organizzano una raccolta di soldi per lui. Il viaggio per Agadez è ancora lungo e Yannick ha fame. Non ricorda quando ha mangiato per l’ultima volta. Ha persino dimenticato cosa sia una vita normale per un comune cittadino. La libertà è tutto quanto gli resta.
Yannick vende anche la borsa con gli ultimi vestiti che aveva serbato per il ritorno alla capitale del suo paese. Possiede appena il biglietto che gli hanno acquistato e niente di più. Sua nonna l’aspetta così come le nuove elezioni presidenziali il prossimo mese di ottobre. Gli stessi candidati di sempre e i suoi genitori che non ci sono più per la prossima campagna elettorale. Li hanno uccisi entrambi a Cocody nei pressi della Grande Moschea adiacente all’Hotel del Golfo. L’attuale presidente della Costa d’Avorio ne era diventato il capo. E’ nell’Hotel in questione che si era autoproclamato presidente della repubblica, aspettando il seguito della saga elettorale.
Giunto a Niamey Yannick diceva di voler tornare al suo paese. Sostiene che nel proprio paese ognuno è re. Non si è re che nel proprio paese, affermava. Altrove non si è che schiavi. Yannick era stanco del viaggio. Era stanco per le violenze della polizia di frontiera del Niger. Era stanco del disprezzo della gente di Algeri. Era stanco di essere stato sfruttato sul cantiere. Si sentiva una nullità da quando dormiva sul luogo di lavoro come la maggior parte degli stranieri. Yannick non possiede nulla da proteggere o da difendere, Yannick è come un re vestito da migrante. Porta in lui la libertà.
Fonte
09/06/2014
Il neo-colonialismo francese e la defenestrazione del presidente della Costa d’Avorio
La defenestrazione e l’arresto del Presidente della Costa d’Avorio Laurent Gbagbo nel settembre del 2011 ad opera dell’esercito francese si configura – secondo il giudizio di tutte le fonti indipendenti riportate più sotto in appendice – come un vero colpo di stato – ammantato di false motivazioni “umanitarie” – attuato per difendere gli interessi neo-coloniali della Francia.
Questa vicenda si iscrive in un quadro di innumerevoli interventi simili (anch’essi riportati sinteticamente in appendice) con cui la Francia, massima potenza coloniale dell’Africa settentrionale ed occidentale, dopo essere stata costretta a concedere l’indipendenza ad una serie di sue ex-colonie, ha cercato di mantenerne l’effettivo controllo economico e politico. Anche l’attacco ad un paese indipendente come la Libia attuata dal Presidente Sarkozy, che pure non era stata una colonia francese, si iscrive in questo quadro.
Sarà utile quindi ricordare per sommi capi la storia della Costa d’Avorio (il vero gioiello dell’ex-impero coloniale francese in quanto paese più ricco dell’Africa occidentale) a partire dal conseguimento dell’indipendenza ottenuta nel 1960.
Dopo questa data, per oltre 30 anni, dal 1960 al 1993, il paese è stato controllato dal Presidente-padrone Felix Houphouet-Boigny, stretto alleato e garante degli interessi dell’ex potenza coloniale, la Francia, che tuttora continua a controllare tutta l’economia della Costa d’Avorio, ed in particolare la produzione e l’esportazione del cacao, di cui il paese è il massimo produttore mondiale. Le compagnie monopolistiche francesi ne ricavano circa 2,5 miliardi di Euro l’anno.
La gestione autoritaria ed asservita alla Francia di Houphouet-Boigny fece sorgere movimenti anticolonialisti e di opposizione. Uno di questi è il Fronte Popolare Ivoriano (FPI), di tendenze socialiste, fondato nel 1982 da un professore di storia dell’università di Abidjan, Laurent Gbagbo, divenuto poi Presidente con le elezioni del 2000 come vedremo più avanti.
Gbagbo, più volte arrestato in C. d’Avorio, fu poi costretto all’esilio in Francia dal 1982 al 1988, dove godeva di una certa protezione da parte del Presidente socialista Mitterand (ultimo Presidente francese a mantenere almeno una patina di “sinistra”) e dove strinse amicizia con vari esponenti socialisti come Labertit ed Emanuelli. Il Fronte Popolare Ivoriano aderì infatti all’Internazionale Socialista, da cui verrà espulso solo molti anni dopo quando i poteri forti francesi ed internazionali avranno già deciso la defenestrazione di Gbagbo.
Nel 1990, in seguito ad una grave crisi economica dovuta alla caduta del prezzo del cacao, Houphouet –Boigny nomina come Primo Ministro l’economista Alassan Quattarà, vice-direttore del Fondo Monetario Internazionale, e già vice-direttore della Banca Centrale degli Stati Africani dell’Ovest (BCEAO). Quattarà (che diverrà in seguito l’implacabile nemico di Laurent Gbagbo), convinto monetarista e liberista (ha studiato all’Università di Pennsylvania negli USA) e uomo di fiducia della grande finanza internazionale, attua una durissima politica di austerità e promuove numerose privatizzazioni che favoriscono le grandi compagnie francesi.
Tra i beneficiari della politica di Quattarà ricordiamo France-Telecom che guadagna il monopolio delle telecomunicazioni, la soc. Bouygues che guadagna il monopolio dell’acqua e dell’energia idroelettrica di cui la C. d’Avorio è ricca, e la soc. monopolista del cacao e del cioccolato, la Barry-Collebaut.
Quattarà ha fondato il partito Repubblicani della C. d’Avorio (RDR) forte tra le tribù musulmane del Nord al confine con il Burkina-Faso (dove il noto Presidente progressista ed anti-colonialista Thomas Sankara è stato assassinato già nel 1987) e tra i numerosi immigrati dallo stesso Burkina-Faso. Il Sud del paese, dove si trova la città più importante di Abidjan, è invece cristiano.
Alla morte di H.-Boigny, Quattarà viene escluso dal potere – a causa di una lotta intestina – dal delfino del vecchio presidente, Debiè, che assume la presidenza all’insegna della cosiddetta “Ivorità” che esclude dal voto i cittadini di origine straniera (circa il 25% della popolazione), ma nel 1999 Debiè è cacciato da un colpo di stato militare diretto dal generale Guei.
Nel 2000 Guei e Laurent Gbagbo si confrontano in elezioni contestate e caratterizzate da disordini. Alla fine prevale Gbagbo che diviene Presidente grazie soprattutto all’appoggio delle etnie del Sud e della popolazione di Abidjan. Il programma socialisteggiante di Gbagbo prevede la promozione di un sistema di istruzione pubblico gratuito e di un servizio sanitario nazionale. Gbagbo inoltre rivendica una maggiore autonomia ed indipendenza economica del paese ed offende il Presidente francese Chirac rifiutandosi di recarsi a rendergli omaggio a Parigi.
I Francesi assumono Quattarà come loro uomo di fiducia. Nella notte tra il 18 ed il 19 settembre 2002 mercenari di vari paesi (Liberia, Burkina Faso, Sierra Leone) addestrati ed armati dai Francesi invadono alcune regioni del Nord della C. d’Avorio in nome di Quattarà, dove trovano appoggio tra le tribù locali, dando origine ad una guerra civile che – tra alti e bassi – durerà fino all’11 settembre del 2011, data della caduta di Gbagbo.
Già nel corso del 2002 i ribelli stanno per essere sopraffatti dall’esercito ivoriano, ma i Francesi (le cui truppe non hanno mai lasciato la C.d’Avorio sin dal giorno dell’indipendenza), con la scusa di interporsi, li aiutano a superare la crisi bloccando le truppe fedeli a Gbagbo e facendo affluire su autocarri dell’esercito francese armi e rinforzi per i ribelli dai paesi limitrofi. L’operazione delle truppe francesi è definita “Operazione Licorne”.
Nel gennaio del 2003, su pressioni della Francia, si raggiunge un accordo tra le parti (accordi di Linas-Marcoussis) e viene nominato un governo di riconciliazione nazionale guidato dal Primo Ministro Seydou Diarra, ma gli accordi falliscono essenzialmente per il rifiuto dei ribelli di disarmarsi e la guerra riprende. Intanto è creata il 13 maggio 2003 una missione “di pace” dell’ONU (MINUCI) costituita essenzialmente da soldati francesi, già autorizzati ad intervenire a partire dal 4 febbraio, e con la partecipazione di truppe africane francofone (CEDEAO).
Nel 2004, in seguito ad uno strano “incidente” da molti considerata una provocazione deliberata, aerei governativi bombardano per “errore” un accampamento francese uccidendo 9 soldati. La rappresaglia francese distrugge completamente l’aviazione governativa indebolendo il governo.
Nel 2005 e 2006 Gbagbo riceve dall’ONU e dall’Unione Africana l’autorizzazione a continuare a governare, anche dopo la fine del mandato, in attesa di stabilizzare la situazione.
Nel 2007 viene tentato un nuovo accordo. Il portavoce dei ribelli Guillaume Soro, uomo di fiducia di Quattarà e dei Francesi, è nominato Primo Ministro e nel governo entrano vari esponenti dei fronti armati ribelli ( MPCI, MPIGO, MJP). Si affronta il problema di assicurare piena cittadinanza agli immigrati presenti specie al Nord, come richiesto dall’opposizione. Ma i ribelli non disarmano e successivamente la guerra riprende.
Nel 2008 è scoperto nel golfo di Abidjan un enorme giacimento petrolifero che si aggiunge alle ricchezze di cui il paese abbonda (gas, ferro, cobalto, oro, diamanti, manganese, bauxite, rame, cacao, caffè, frutta tropicale, mais, zucchero, cotone, gomma, energia idroelettrica, ecc.). Gbagbo fa capire che la francese Total non ha il diritto di gestire il giacimento, ma che deve mettersi in concorrenza con compagnie russe, cinesi ed indiane, che offrono condizioni migliori. Gbagbo dichiara anche che i grandi lavori pubblici non sono appannaggio automatico di aziende francesi, ma che saranno oggetto di gare d’appalto cui possono partecipare anche Cinesi o Giapponesi, o altri. Vengono inoltre alzati i dazi sull’esportazione del cacao, fatto che danneggia le compagnie francesi esportatrici.
Nel 2010 si raggiunge un nuovo accordo e vengono indette nuove elezioni in cui il 31 ottobre Gbagbo risulta in testa al primo turno con il 38% contro il 32% di Quattarà. Nel ballottaggio del 28 novembre la “Commissione Elettorale Indipendente” (dove i sostenitori di Quattarà sono in maggioranza) dichiara vincitore Quattarà con il 54,1% contro il 46,9% di Gbagbo. La Corte Costituzionale, fedele a Gbagbo, però annulla i risultati in molti collegi del Nord controllati militarmente dai ribelli dove sarebbero avvenuti gravissimi brogli e dove i voti plebiscitari per Quattarà sono in numero superiore agli stessi votanti iscritti negli elenchi. E’ segnalato il caso di un collegio elettorale in cui si sono avuti 160.000 voti (tutti per Quattarà) contro un numero di aventi diritto di appena 5000. La Corte dichiara vincitore Gbagbo, mentre il Presidente francese Sarkozy, la UE, la Sig.ra Ashton, Ban Ki-Moon, Barak Obama, ecc. dichiarano di riconoscere la vittoria di Quattarà . L’ex-Presidente del Sud-Africa Thabo Mbeki prende invece posizione a favore di Gbagbo.
La guerra riprende con intervento diretto della Francia che ha avuto un mandato dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU per l’eliminazione delle “armi pesanti” (Risoluzione 1975). L’esercito francese (come farà anche nel caso della Risoluzione per una “No Fly Zone” in Libia) interpreta questo mandato a modo suo bombardando solo le truppe fedeli a Gbagbo, colpendo lo stesso palazzo presidenziale ad Abidjan ed infine dando l’assalto al bunker dove si trova Gbagbo. Il Presidente viene catturato dai Francesi e poi consegnato agli uomini di Quattarà insieme alla moglie Simone. Molti suoi sostenitori sono uccisi o torturati. Durante l’avanzata dei ribelli, favorita dalle truppe francesi, le popolazioni delle etnie fedeli a Gbagbo (Betè e Guerè) subiscono massacri come quello di Duekouè, dove 800 civili sono uccisi, molte volte bruciati vivi, le donne violentate e i loro bambini sgozzati.
Ma sono Gbagbo e la moglie a finire davanti alla Corte Internazionale dell’Aja, quella Corte nota per perseguitare senza remissione tutti i nemici della NATO (come Serbi e simili), ma nota anche per dichiarasi “incompetente” se ad essere denunciati sono militari della NATO (come quelli che uccisero deliberatamente 15 giornalisti della TV Jugoslava).
Senza voler considerare Gbagbo un santo, quanto sopra scritto mostra chiaramente per quali motivi e da chi l’ex-Presidente ivoriano è stato defenestrato. Tutta la vicenda getta un’ombra livida su tutto l’operato del Neo-Colonialismo francese, già attivo in Libia, Siria, Mali e molti altri paesi, come riportato più sotto in appendice.
Enzo Brandi (Redazione di Sibialiria)
Fonte
Questa vicenda si iscrive in un quadro di innumerevoli interventi simili (anch’essi riportati sinteticamente in appendice) con cui la Francia, massima potenza coloniale dell’Africa settentrionale ed occidentale, dopo essere stata costretta a concedere l’indipendenza ad una serie di sue ex-colonie, ha cercato di mantenerne l’effettivo controllo economico e politico. Anche l’attacco ad un paese indipendente come la Libia attuata dal Presidente Sarkozy, che pure non era stata una colonia francese, si iscrive in questo quadro.
Sarà utile quindi ricordare per sommi capi la storia della Costa d’Avorio (il vero gioiello dell’ex-impero coloniale francese in quanto paese più ricco dell’Africa occidentale) a partire dal conseguimento dell’indipendenza ottenuta nel 1960.
Dopo questa data, per oltre 30 anni, dal 1960 al 1993, il paese è stato controllato dal Presidente-padrone Felix Houphouet-Boigny, stretto alleato e garante degli interessi dell’ex potenza coloniale, la Francia, che tuttora continua a controllare tutta l’economia della Costa d’Avorio, ed in particolare la produzione e l’esportazione del cacao, di cui il paese è il massimo produttore mondiale. Le compagnie monopolistiche francesi ne ricavano circa 2,5 miliardi di Euro l’anno.
La gestione autoritaria ed asservita alla Francia di Houphouet-Boigny fece sorgere movimenti anticolonialisti e di opposizione. Uno di questi è il Fronte Popolare Ivoriano (FPI), di tendenze socialiste, fondato nel 1982 da un professore di storia dell’università di Abidjan, Laurent Gbagbo, divenuto poi Presidente con le elezioni del 2000 come vedremo più avanti.
Gbagbo, più volte arrestato in C. d’Avorio, fu poi costretto all’esilio in Francia dal 1982 al 1988, dove godeva di una certa protezione da parte del Presidente socialista Mitterand (ultimo Presidente francese a mantenere almeno una patina di “sinistra”) e dove strinse amicizia con vari esponenti socialisti come Labertit ed Emanuelli. Il Fronte Popolare Ivoriano aderì infatti all’Internazionale Socialista, da cui verrà espulso solo molti anni dopo quando i poteri forti francesi ed internazionali avranno già deciso la defenestrazione di Gbagbo.
Nel 1990, in seguito ad una grave crisi economica dovuta alla caduta del prezzo del cacao, Houphouet –Boigny nomina come Primo Ministro l’economista Alassan Quattarà, vice-direttore del Fondo Monetario Internazionale, e già vice-direttore della Banca Centrale degli Stati Africani dell’Ovest (BCEAO). Quattarà (che diverrà in seguito l’implacabile nemico di Laurent Gbagbo), convinto monetarista e liberista (ha studiato all’Università di Pennsylvania negli USA) e uomo di fiducia della grande finanza internazionale, attua una durissima politica di austerità e promuove numerose privatizzazioni che favoriscono le grandi compagnie francesi.
Tra i beneficiari della politica di Quattarà ricordiamo France-Telecom che guadagna il monopolio delle telecomunicazioni, la soc. Bouygues che guadagna il monopolio dell’acqua e dell’energia idroelettrica di cui la C. d’Avorio è ricca, e la soc. monopolista del cacao e del cioccolato, la Barry-Collebaut.
Quattarà ha fondato il partito Repubblicani della C. d’Avorio (RDR) forte tra le tribù musulmane del Nord al confine con il Burkina-Faso (dove il noto Presidente progressista ed anti-colonialista Thomas Sankara è stato assassinato già nel 1987) e tra i numerosi immigrati dallo stesso Burkina-Faso. Il Sud del paese, dove si trova la città più importante di Abidjan, è invece cristiano.
Alla morte di H.-Boigny, Quattarà viene escluso dal potere – a causa di una lotta intestina – dal delfino del vecchio presidente, Debiè, che assume la presidenza all’insegna della cosiddetta “Ivorità” che esclude dal voto i cittadini di origine straniera (circa il 25% della popolazione), ma nel 1999 Debiè è cacciato da un colpo di stato militare diretto dal generale Guei.
Nel 2000 Guei e Laurent Gbagbo si confrontano in elezioni contestate e caratterizzate da disordini. Alla fine prevale Gbagbo che diviene Presidente grazie soprattutto all’appoggio delle etnie del Sud e della popolazione di Abidjan. Il programma socialisteggiante di Gbagbo prevede la promozione di un sistema di istruzione pubblico gratuito e di un servizio sanitario nazionale. Gbagbo inoltre rivendica una maggiore autonomia ed indipendenza economica del paese ed offende il Presidente francese Chirac rifiutandosi di recarsi a rendergli omaggio a Parigi.
I Francesi assumono Quattarà come loro uomo di fiducia. Nella notte tra il 18 ed il 19 settembre 2002 mercenari di vari paesi (Liberia, Burkina Faso, Sierra Leone) addestrati ed armati dai Francesi invadono alcune regioni del Nord della C. d’Avorio in nome di Quattarà, dove trovano appoggio tra le tribù locali, dando origine ad una guerra civile che – tra alti e bassi – durerà fino all’11 settembre del 2011, data della caduta di Gbagbo.
Già nel corso del 2002 i ribelli stanno per essere sopraffatti dall’esercito ivoriano, ma i Francesi (le cui truppe non hanno mai lasciato la C.d’Avorio sin dal giorno dell’indipendenza), con la scusa di interporsi, li aiutano a superare la crisi bloccando le truppe fedeli a Gbagbo e facendo affluire su autocarri dell’esercito francese armi e rinforzi per i ribelli dai paesi limitrofi. L’operazione delle truppe francesi è definita “Operazione Licorne”.
Nel gennaio del 2003, su pressioni della Francia, si raggiunge un accordo tra le parti (accordi di Linas-Marcoussis) e viene nominato un governo di riconciliazione nazionale guidato dal Primo Ministro Seydou Diarra, ma gli accordi falliscono essenzialmente per il rifiuto dei ribelli di disarmarsi e la guerra riprende. Intanto è creata il 13 maggio 2003 una missione “di pace” dell’ONU (MINUCI) costituita essenzialmente da soldati francesi, già autorizzati ad intervenire a partire dal 4 febbraio, e con la partecipazione di truppe africane francofone (CEDEAO).
Nel 2004, in seguito ad uno strano “incidente” da molti considerata una provocazione deliberata, aerei governativi bombardano per “errore” un accampamento francese uccidendo 9 soldati. La rappresaglia francese distrugge completamente l’aviazione governativa indebolendo il governo.
Nel 2005 e 2006 Gbagbo riceve dall’ONU e dall’Unione Africana l’autorizzazione a continuare a governare, anche dopo la fine del mandato, in attesa di stabilizzare la situazione.
Nel 2007 viene tentato un nuovo accordo. Il portavoce dei ribelli Guillaume Soro, uomo di fiducia di Quattarà e dei Francesi, è nominato Primo Ministro e nel governo entrano vari esponenti dei fronti armati ribelli ( MPCI, MPIGO, MJP). Si affronta il problema di assicurare piena cittadinanza agli immigrati presenti specie al Nord, come richiesto dall’opposizione. Ma i ribelli non disarmano e successivamente la guerra riprende.
Nel 2008 è scoperto nel golfo di Abidjan un enorme giacimento petrolifero che si aggiunge alle ricchezze di cui il paese abbonda (gas, ferro, cobalto, oro, diamanti, manganese, bauxite, rame, cacao, caffè, frutta tropicale, mais, zucchero, cotone, gomma, energia idroelettrica, ecc.). Gbagbo fa capire che la francese Total non ha il diritto di gestire il giacimento, ma che deve mettersi in concorrenza con compagnie russe, cinesi ed indiane, che offrono condizioni migliori. Gbagbo dichiara anche che i grandi lavori pubblici non sono appannaggio automatico di aziende francesi, ma che saranno oggetto di gare d’appalto cui possono partecipare anche Cinesi o Giapponesi, o altri. Vengono inoltre alzati i dazi sull’esportazione del cacao, fatto che danneggia le compagnie francesi esportatrici.
Nel 2010 si raggiunge un nuovo accordo e vengono indette nuove elezioni in cui il 31 ottobre Gbagbo risulta in testa al primo turno con il 38% contro il 32% di Quattarà. Nel ballottaggio del 28 novembre la “Commissione Elettorale Indipendente” (dove i sostenitori di Quattarà sono in maggioranza) dichiara vincitore Quattarà con il 54,1% contro il 46,9% di Gbagbo. La Corte Costituzionale, fedele a Gbagbo, però annulla i risultati in molti collegi del Nord controllati militarmente dai ribelli dove sarebbero avvenuti gravissimi brogli e dove i voti plebiscitari per Quattarà sono in numero superiore agli stessi votanti iscritti negli elenchi. E’ segnalato il caso di un collegio elettorale in cui si sono avuti 160.000 voti (tutti per Quattarà) contro un numero di aventi diritto di appena 5000. La Corte dichiara vincitore Gbagbo, mentre il Presidente francese Sarkozy, la UE, la Sig.ra Ashton, Ban Ki-Moon, Barak Obama, ecc. dichiarano di riconoscere la vittoria di Quattarà . L’ex-Presidente del Sud-Africa Thabo Mbeki prende invece posizione a favore di Gbagbo.
La guerra riprende con intervento diretto della Francia che ha avuto un mandato dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU per l’eliminazione delle “armi pesanti” (Risoluzione 1975). L’esercito francese (come farà anche nel caso della Risoluzione per una “No Fly Zone” in Libia) interpreta questo mandato a modo suo bombardando solo le truppe fedeli a Gbagbo, colpendo lo stesso palazzo presidenziale ad Abidjan ed infine dando l’assalto al bunker dove si trova Gbagbo. Il Presidente viene catturato dai Francesi e poi consegnato agli uomini di Quattarà insieme alla moglie Simone. Molti suoi sostenitori sono uccisi o torturati. Durante l’avanzata dei ribelli, favorita dalle truppe francesi, le popolazioni delle etnie fedeli a Gbagbo (Betè e Guerè) subiscono massacri come quello di Duekouè, dove 800 civili sono uccisi, molte volte bruciati vivi, le donne violentate e i loro bambini sgozzati.
Ma sono Gbagbo e la moglie a finire davanti alla Corte Internazionale dell’Aja, quella Corte nota per perseguitare senza remissione tutti i nemici della NATO (come Serbi e simili), ma nota anche per dichiarasi “incompetente” se ad essere denunciati sono militari della NATO (come quelli che uccisero deliberatamente 15 giornalisti della TV Jugoslava).
Senza voler considerare Gbagbo un santo, quanto sopra scritto mostra chiaramente per quali motivi e da chi l’ex-Presidente ivoriano è stato defenestrato. Tutta la vicenda getta un’ombra livida su tutto l’operato del Neo-Colonialismo francese, già attivo in Libia, Siria, Mali e molti altri paesi, come riportato più sotto in appendice.
Enzo Brandi (Redazione di Sibialiria)
Fonte
13/04/2011
Finché c'è guerra c'è speranza.
Mentre gli occhi del mondo sono puntati con più o meno interesse sulla infame situazione in Libia, poco sì dice e ancor meno sì conosce circa la crisi in Costa d'Avorio.
Dal poco che ho desunto parallelizzando il dipanarsi dei due scenari, ho la netta impressione che gli storici (e bastardi) mastini del colonialismo europeo siano tornati a mordere l'osso con forza, pretendendo una più "equa" spartizione del bottino altrui, che negli ultimi decenni era stato depredato prevalentemente dagli Stati Uniti.
Ennesima dimostrazione che questi anni di crisi, al posto di connotarsi come epoca di radicale superamento del sistema che ci ha condotti al tracollo (costantemente mistificato dalla disinformazione delle cifre), divengono semplice palcoscenico per la recrudescenza di di tutti quei fattori che il tracollo l'hanno direttamente provocato.
Dal poco che ho desunto parallelizzando il dipanarsi dei due scenari, ho la netta impressione che gli storici (e bastardi) mastini del colonialismo europeo siano tornati a mordere l'osso con forza, pretendendo una più "equa" spartizione del bottino altrui, che negli ultimi decenni era stato depredato prevalentemente dagli Stati Uniti.
Ennesima dimostrazione che questi anni di crisi, al posto di connotarsi come epoca di radicale superamento del sistema che ci ha condotti al tracollo (costantemente mistificato dalla disinformazione delle cifre), divengono semplice palcoscenico per la recrudescenza di di tutti quei fattori che il tracollo l'hanno direttamente provocato.
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