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20/07/2025

La Francia si ritira anche dal Senegal, finisce la presenza militare in Africa occidentale

In una cerimonia ufficiale svoltasi il 17 luglio a Dakar, capitale del Senegal, la Francia ha restituito al paese africano le due ultime basi in cui erano presenti sue forze militari. Finisce, dunque, la presenza transalpina in Africa occidentale, dopo alcuni anni in cui Parigi ha dovuto registrare una sconfitta strategica dopo l’altra del sistema della Françafrique.

Il capo di stato maggiore delle forze armate senegalesi, Mbaye Cissé, ha affermato che questo evento arriva al “culmine di diversi mesi di discussioni amichevoli e fraterne” e che il partenariato di sicurezza tra i due paesi continua. Ma ha anche sottolineato che ora la volontà è quella di consolidare “i numerosi successi ottenuti lungo il percorso verso l’autonomia strategica”.

Una tale posizione può essere compresa solo nella cornice più ampia delle vicende del Sahel e dell’Africa occidentale, dal Covid in poi. I nuovi governi che ora guidano Burkina Faso, Niger e Mali hanno costituito l’Alleanza degli Stati del Sahel e si sono posti in netta rottura con la tradizionale dominazione neocoloniale francese.

La rottura dello stallo mondiale, frantumatosi con la guerra in Ucraina, ha visto l’emergere di un mondo multipolare e, con esso, nuove opportunità di emancipazione rispetto ai precedenti padroni coloniali. Ciò non ha fatto che accelerare il processo di espulsione dei militari francesi da tutta la zona occidentale dell’Africa.

Dopo i tre paesi citati, anche il Ciad ha chiesto e ottenuto, all’inizio dell’anno, il ritiro dei soldati transalpini. Lo stesso ha fatto anche il Senegal dove, dal marzo 2024, al governo c’è Bassirou Diomaye Faye. Si tratta del presidente più giovane che il paese abbia mai avuto, e anche una figura di rottura col passato: basti pensare che fino a una decina di giorni prima dell’elezione si trovava in carcere... 

Tale rottura è evidenziata anche dal tentativo attuato da Macron di salvare le apparenze della grandeur francese, quando lo scorso gennaio aveva detto a vari ambasciatori che Parigi non si stava ritirando dall’Africa, ma si stava semplicemente “riorganizzando”. La risposta era arrivata poco dopo dal primo ministro senegalese Ousmane Sonko, che ha ricordato il ruolo francese nella destabilizzazione di buona parte dell’Africa sopra l’Equatore, con conseguenze disastrose per la sicurezza.

Bisogna sottolineare che la strategia dei paesi della regione non prevede la cesura definitiva di ogni legame, nemmeno di quelli nel settore militare e della sicurezza. Prendendo ad esempio il Senegal, Parigi è ancora il principale investitore estero, con 3,5 miliardi di euro per 250 progetti nel paese africano.

Ma è sufficientemente chiaro che l’Africa occidentale non è più terreno di dominio europeo, per interposta presenza francese. Basti pensare che, proprio a fine giugno, Sonko si è recato a Pechino per firmare un partenariato strategico finalizzato a rafforzare la cooperazione nel Sud Globale.

L’area del Sahel rappresenta una regione fondamentale per la proiezione dell’imperialismo europeo, sia per le risorse che possiede, sia per il ruolo di gestione dei flussi migratori verso la più vicina periferia europea del Nord Africa. Perderla è un duro colpo, e oggi i militari francesi rimangono solo in un campo d’addestramento condiviso col Gabon, sulla costa atlantica centrale del continente, e in Gibuti, nel Corno d’Africa.

Se ne sono andati anche dalla Costa d’Avorio, anche se qui la decisione non è stata unilaterale, ma probabilmente concordata una volta che è stato considerato il clima politico generale della regione, in vista delle elezioni del prossimo autunno. Il paese rimane uno degli ultimi appigli francesi nella zona, anche se i suoi politici hanno cominciato a guardare con più interesse oltre l’Atlantico.

Ad ogni modo, le votazioni autunnali rappresenteranno un altro momento fondamentale per la definizione degli equilibri in una parte non piccola dell’Africa, e dunque degli equilibri nelle crescenti tensioni della competizione globale.

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01/01/2025

Macron s’è perso in Africa

Due secoli di influenza e presenza militare francese in Africa spazzati via da due mandati presidenziali di Emmanuel Macron. Il che dimostra, tra l’altro, la differenza che c’è tra un promettente banchiere spietato (con Rotschild, mica poco..) e un presidente imperiale vincente.

Dopo Mali, Niger e Burkina Faso, le cui giunte militari avevano cacciato le truppe francesi (ma anche quelle della UE sotto comando francese in Mali della “Operation Barkhane” e quelle tedesche e statunitensi in Niger), i militari e le basi di Parigi vengono estromessi ora anche da Senegal e Ciad.

Il paradosso apparente è che questo accade mentre lo stesso Macron stava mettendo a punto un piano per ridimensionare la presenza nelle nazioni africane che ancora accettano la sempre più ingombrante “tutela” francese.

Il 27 dicembre il nuovo primo ministro senegalese Ousmane Sonko, prigioniero politico sotto il regime pro-Parigi, ha annunciato in Parlamento la “prossima chiusura di tutte le basi militari straniere in Senegal”.

Sonko ha precisato che questa decisione è stata presa dal presidente della Repubblica, Bassirou Diomaye Faye (anche lui prigioniero politico, poi amnistiato a furor di popolo) senza rendere nota la data ma garantendo che ciò avverrà presto.

“È arrivato il momento che il Senegal gestisca la propria difesa e il proprio territorio, senza influenze esterne”, ha affermato Sonko.

La decisione non arriva certo inattesa. Già a maggio Sonko aveva messo sul tavolo la possibilità di chiudere le basi militari francesi perché la sovranità nazionale del Paese “è incompatibile con la presenza delle basi militari straniere”. Strano che non venga mai in mente ai “nazionalisti” di casa nostra, no?

Anche il governo del Ciad, fin qui il partner più stabile della Francia in Africa, ha annunciato il 28 novembre la fine della cooperazione militare con Parigi allo scopo di “ridefinire la propria sovranità” (dovranno perciò andarsene un migliaio di militari e una dozzina di velivoli).

“Il Ciad e la Francia continueranno a lavorare strettamente” ma solo per “assicurare un ritiro rapido e rispettoso delle forze francesi, preservando allo stesso tempo la sovranità di ciascun Paese”.

All’aeroporto di N’djamena sono ancora schierate le forze aeree francesi con UAV Reaper, velivoli da combattimento e arei da trasporto, ma anche questi verranno trasferiti nel porto camerunense di Douala per poi rientrare in Francia.

Un primo reparto di 120 militari francesi è già stato rimpatriato da N’Djamena prima di Natale e dallo stesso aeroporto erano rientrati in Francia il 10 dicembre 2 cacciabombardieri Mirage 2000.

Il Ciad era rimasto l’ultimo bastione della presenza francese nel Sahel dopo che Mali, Burkina Faso e Niger avevano aperto la porta alla presenza militare russa e alla cooperazione militare anche con Cina e Turchia.

Nell’aprile scorso il Ciad aveva interrotto anche la cooperazione militare con gli Stati Uniti, allontanando il centinaio di militari americani di aeronautica e forze speciali presenti a N’Djamena. Il 20 dicembre il governo del Ciad ha chiesto a Parigi di accelerare le operazioni per completarle entro il 31 gennaio.

Come detto, le decisioni di Senegal e Ciad sono arrivate ​​mentre la Francia stava cercando di rilanciare la sua influenza in declino in Africa.

“La decisione del Ciad segna l’ultimo chiodo nella bara del dominio militare postcoloniale della Francia nell’intera regione del Sahel”, ha affermato Mucahid Durmaz, analista senior presso la società di consulenza sui rischi globali Verisk Maplecroft, intervistato dall’Associated Press (AP).

Le decisioni del Senegal e del Ciad “fanno parte della più ampia trasformazione strutturale nell’impegno della regione con la Francia, in cui l’influenza politica e militare di Parigi continua a diminuire”, ha aggiunto Durmaz.

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30/11/2024

Francia estromessa anche da Ciad e Senegal

Il 28 novembre diverrà una giornata per certi versi periodizzante per la fine del dominio occidentale in Africa.

Le truppe francesi – dopo essere state cacciate grazie ai colpi di Stato dei “militari patriottici” in Mali, Burkina Faso e Niger, fortemente sostenuti dalla popolazione e poi unitisi nell’Alleanza degli Stati del Sahel – dovranno fare letteralmente “armi e bagagli” e sloggiare sia dal Ciad che dal Senegal.

L’annuncio, per quanto riguarda il Ciad, è stato dato – senza specificare le tempistiche della partenza dei militari francesi – attraverso un comunicato ufficiale questo giovedì in cui viene espressamente messa nero su bianco la volontà di mettere fine agli accordi militari con Parigi che sembra non sia stata preventivamente informata della decisione.

Un vero e proprio schiaffo in faccia alla Francia che aveva nel Ciad uno dei suoi ultimi perni nell’area ed aveva taciuto sulle criticità del processo di transizione militare triennale che ha portato alla presidenza Mahamat Idriss Déby, che era capo di quella giunta, dopo la morte in combattimento del presidente precedente, padre del nuovo presidente eletto a maggio di quest’anno.

L’aiuto militare di Parigi era stato fondamentale alla classe dirigente ciadiana per respingere l’insorgenza dei “ribelli” in due occasioni: nel 2008 e nel 2019. Ed il legame con la Francia era stato un’assicurazione sulla vita per uno dei regimi più inclini ad assecondare la strategia dell’Africa Francese anche durante gli anni della transizione.

Andando ancora indietro, bisogna ricordare che il Ciad è il paese che ha avuto il più gran numero di operazioni francesi sul suo territorio dai tempi dell’indipendenza, in cui fu amministrato per i primi 5 anni dall’esercito francese: “Limousin” (1969-1971) e “Epervier” (1986-2014).

Per questo Parigi aveva sempre tenuto un “bassissimo” profilo anche quando, in piena campagna elettorale presidenziale, era stato assassinato il capo dell’opposizione nella sede della propria formazione politica con una operazione di tipo militare da parte dell’esercito.

E pensare che il 4 ottobre Macron e Déby si erano visti all’Eliseo, e si erano pubblicamente accordati per rafforzare la propria cooperazione bilaterale a livello economico, militare e culturale.

Parigi aveva annunciato di voler ridimensionare il suo contingente di un migliaio di militari, ma non la loro partenza, come ora chiede ufficialmente il Ministro degli Esteri proprio il giorno del 66simo anniversario dell’indipendenza.

Non si tratta di una rottura netta con Parigi e si lascia la porta aperta ad un “dialogo costruttivo per esplorare nuove forme di partnership” – come recita il comunicato – ma ormai il paese ha una pluralità di partner con cui ha intensificato gli scambi, come la Turchia, l’Ungheria e soprattutto gli Emirati Arabi Uniti; deve inoltre affrontare le difficili conseguenze della guerra in Sudan e la minaccia terrorista di Boko Haram.

Inoltre l’attuale uomo forte del Ciad ha caratterizzato i propri discorsi in senso “sovranista”, non nascondendo le critiche alla Francia, per cercare di guadagnare il consenso di un’opinione pubblica che vede con grande ostilità la presenza militare francese sul proprio territorio.

Recentemente, al ritorno dal suo viaggio in Africa, Jean-Marie Bockel, inviato personale del presidente francese nel continente – nonché ex segretario di stato alla cooperazione durante la presidenza Sarkozy (2007-2012) – aveva formalizzato questa settimana al presidente francese (senza che fosse reso pubblico) il piano di ridimensionamento dell’impegno militare transalpino in Africa.

Una fonte militare confidenziale dell’AFP aveva rivelato che, nei piani di Parigi, il progetto mirava a conservare un centinaio di militari in Gabon (contro i precedenti 350), così come in Senegal (contro 350 attuali) ed in Costa d’Avorio (contro i 600 di oggi), oltre a circa trecento in Ciad.

“Wishfull thinking”, si direbbe.

Ma, come abbiamo scritto all’inizio dell’articolo, la partenza dal Ciad non è stata l’unica cattiva notizia per Parigi.

In un’intervista ufficiale a “Le Monde” il neo-eletto presidente del Senegal, Bassirou Diomaye Faye, in quella che probabilmente era stata pensata come occasione di discussione sul “massacro di Thiaroye” – avvenuto il primo dicembre del 1944 nei confronti dei soldati senegalesi che avevano combattuto per la “Francia Libera”, ammesso solo da poco come tale da Parigi – è stato più che esplicito rispetto alla prossima partenza delle truppe francesi.

Riportiamo integralmente la risposta al giornalista che chiede se la presenza di militari francesi mini oppure no la sovranità senegalese:

“Quanti soldati senegalesi ci sono in Francia? Perché ci dovrebbero essere soldati francesi in Senegal? Perché deve competere al Signor M. Bockel od ad un altro francese decidere che, in un paese sovrano e indipendente, bisognerebbe mantenere 100 soldati? Questo non corrisponde alla nostra concezione della sovranità e dell’indipendenza. Bisogna rovesciare i ruoli (...) sia che i francesi l’accettino o meno”.

Parole come pietre da parte dei uno dei leader della coalizione pan-africanista che ha vinto le elezioni presidenziali, otto mesi fa, e che nelle elezioni politiche anticipate del 17 novembre ha fatto incetta di voti ottenendo una maggioranza schiacciante, conquistando 130 seggi su 165.

Questo successo ha posto fine alla difficile coabitazione tra l’ex maggioranza eletta nel 2022, fedele al presidente uscente Macky Sall – la cui formazione ha ottenuto ora solo 16 deputati – ed alla possibilità di realizzare il proprio programma “di rottura” da parte del governo, con a capo l’ex prigioniero politico Sanko.

Sall, che ha governato il Paese dal 2012 al 2024, e che ha gestito la sua campagna elettorale dal Marocco attraverso messaggi “Whatsapp”, dovrà rispondere anche a livello giudiziario all’Alta Corte di Giustizia dell’edificazione di un sistema il cui principale beneficiario, a parte una ristretta élite a lui legata, era la Francia stessa, ora derubricata a partner come gli altri.

Se il progetto della FrançeAfrique è ormai al tramonto, lo è anche quello dell’Unione Europea che ha considerato il continente il proprio “cortile di casa”, trattandolo come una “periferia integrata” colonizzata dal proprio polo imperialista in formazione.

Il “mancato” intervento militare in Niger da parte della CEDEAO/ECOWAS, dopo il colpo di Stato in Niger che la Francia avrebbe fortemente voluto, aveva suonato le campane a morte per le aspirazioni francesi in Sahel.

Questo doppio “scacco matto alla Francia” è duro colpo per Parigi e per Bruxelles – ed in generale per il blocco euro-atlantico – ed un ottima notizia per la nuova alba dei popoli africani contro il giogo neo-colonialista che prende forma nel mondo multipolare.

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22/05/2024

L’Africa non vuole più i militari francesi e statunitensi

Mentre cresce la presenza militare russa, in Africa si estende il rifiuto di quella occidentale, considerata un indesiderabile retaggio storico del colonialismo pur giustificata dalla necessità di contrastare un tempo i movimenti guerriglieri e oggi le organizzazioni jihadiste.

Nei mesi scorsi era toccato alle truppe francesi ritirarsi da alcuni dei paesi del Sahel dopo le pressanti richieste dei governi nati dai colpi di stato militari degli ultimi anni, sostenute spesso da mobilitazioni popolari anche vigorose (anche se non sempre spontanee).

Niger: dopo i francesi tocca agli americani lasciare il paese

Alla fine del 2023 gli ultimi soldati di Parigi avevano dovuto abbandonare il Niger, uno dei paesi fino ad allora più importanti dello schieramento militare francese in Africa. Poche settimane dopo, la giunta militare di Niamey – al potere grazie al golpe del 26 luglio del 2023 – aveva chiesto anche la fine della presenza militare statunitense, accusando Washington di ingerenze negli affari interni del paese dell’Africa Occidentale, tra i maggiori produttori di uranio al mondo.

I responsabili politici e militari statunitensi avevano provato ad aprire dei negoziati con i golpisti, tentando di convincere la giunta ad accettare la permanenza di un numero limitato di truppe a stelle e strisce, ricevendo però un secco diniego.

La settimana scorsa, infine, i rappresentanti del Ministero della Difesa di Washington e di quello di Niamey, nel corso di un lungo incontro, hanno concordato che il ritiro dei mille militari statunitensi finora schierati in Niger – chiesto a gran voce da manifestazioni popolari sempre più aggressive – avverrà al massimo entro il 15 settembre prossimo.

Una nota congiunta afferma che il ritiro dei soldati statunitensi «non pregiudica la continuazione delle relazioni di sviluppo tra Stati Uniti e Niger» e che i due paesi rimangono «impegnati nel dialogo diplomatico per definire il futuro delle loro reazioni bilaterali», ma è chiaro che i golpisti hanno scelto di privilegiare le relazioni con la Russia e con la Cina e di approfondire l’integrazione con altri paesi del Sahel dove sono al potere i militari, come il Burkina Faso e il Mali.

A Niamey – dove per ora rimangono 250 soldati italiani e un centinaio di tedeschi – nelle scorse settimane sono sbarcati un centinaio di istruttori militari provenienti da Mosca e la Russia ha consegnato alla giunta un sistema di difesa antiaerea. Contemporaneamente, Niamey ha siglato un importante accordo petrolifero con Pechino.

Il Ciad chiede il ritiro dei militari di Washington

Come se non bastasse, improvvisamente, ad aprile, anche la giunta militare che guida il Ciad dopo l’auto-golpe del 2021 (al dittatore Idriss Déby, al potere da 31 anni e morto negli scontri con i ribelli, l’esercito sostituì il figlio Mahamat) ha chiesto il ritiro dei soldati di Washington, mettendo ulteriormente in crisi la strategia in Africa dell’amministrazione Biden.

Le tensioni tra i golpisti ciadiani a gli Stati Uniti erano iniziate nel 2023, quando Washington aveva avvisato che Mosca stava tramando un complotto contro la giunta – fino a quel momento in ottime relazioni con gli americani – e che aveva iniziato a sostenere i ribelli. Il governo di N’Djamena, però, non solo non ha preso contromisure contro Mosca ma ha approfondito le relazioni con la Russia. Lo scorso 24 gennaio Déby ha incontrato Vladimir Putin a Mosca, ricevendo assicurazioni sul contributo russo alla “stabilità del paese”.

In attesa di capire chi guiderà il paese nei prossimi anni – le elezioni presidenziali del 5 e 6 maggio sono state ufficialmente vinte da Déby ma sia il principale sfidante sia le opposizioni escluse dal voto contestano il risultato – il Pentagono ha “temporaneamente ritirato”, a inizio maggio, 60 dei 100 Berretti Verdi delle forze speciali finora di stanza a N’Djamena, nella speranza di aprire presto una trattativa che permetta un ritorno delle sue truppe in Ciad.

In Ciad, tra i paesi più poveri dell’area anche se ricco di petrolio, rimangono per ora un migliaio di soldati francesi, impegnati nel contrasto alle milizie jihadiste di Boko Haram. Ma nei prossimi giorni a N’Djamena dovrebbero arrivare ben 200 militari ungheresi mentre in città ha aperto il suo primo ufficio di rappresentanza in Africa “Hungary Helps”, l’agenzia di cooperazione governativa di Budapest.

Washington punta sul Kenya

Per cercare di mantenere e se possibile rafforzare le proprie posizioni nel continente africano, obiettivo al quale l’amministrazione Biden ha dedicato grandi sforzi dopo il disinteresse dimostrato da quella Trump, la Casa Bianca sembra puntare ad un rafforzamento delle relazioni con il Kenya puntando sul presidente William Ruto, invitato a intervenire al Congresso degli Stati Uniti il prossimo 23 maggio in occasione del 60esimo anniversario dei rapporti tra i due paesi.

Alla fine di settembre del 2023, in occasione della visita a Nairobi del segretario alla Difesa Floyd Austin, gli Stati Uniti hanno siglato con il Kenya un accordo di cooperazione che prevede l’addestramento dei soldati delle Forze di difesa del Kenya (Kdf) ed un programma di assistenza finanziaria e tecnica nei prossimi cinque anni. «Il governo degli Stati Uniti apprezza profondamente la nostra partnership con il Kenya nel contrastare Al Shabaab ed è grato al Kenya per la sua leadership nell’affrontare le sfide alla sicurezza nella regione e nel mondo» ha affermato Austin nel corso di una conferenza stampa.

Nella base costiera di Manda Bay il Kenya ospita già un certo numero di militare statunitensi, e Washington spera che il paese possa diventare presto un hub del proprio schieramento militare nell’area.

Il premier senegalese: “via le truppe francesi”

Se Washington sembra aggrapparsi ad alcuni appigli per mantenere la sua presenza militare in Africa, il declino di quella francese sembra al momento inesorabile. Dopo l’estromissione dal Mali e poi dal Niger, lo schieramento militari di Parigi sembra vacillare ora anche in Senegal dopo che il nuovo premier Ousmane Sonko ne ha contestato la legittimità. «A più di sessant’anni dalla nostra indipendenza, dobbiamo interrogarci sulle ragioni per cui l’esercito francese, ad esempio, beneficia ancora di numerose basi militari nei nostri Paesi, e sull’impatto di questa presenza sulla nostra sovranità nazionale e sulla nostra autonomia strategica» ha dichiarato il capo del governo, considerato il mentore del neo-eletto presidente Bassirou Diomaye Faye, insieme al quale è stato scarcerato grazie ad un’amnistia concessa dall’ex presidente Macky Sall a poche settimane dalle elezioni generali del 24 marzo scorso. Le dichiarazioni di Sonko sono state pronunciate nel corso di una conferenza stampa congiunta tenuta con il leader della sinistra francese, Jean-Luc Melenchon, in visita a Dakar.

Pur esprimendo «il desiderio del Senegal di avere il pieno controllo, incompatibile con la presenza duratura di basi militari straniere», il premier senegalese ha affermato di voler comunque mantenere alcuni degli accordi di cooperazione militare esistenti con la Francia. Ma le sue parole sono state inequivocabili: «Possiamo stipulare accordi di difesa senza che questo giustifichi che un terzo della regione di Dakar sia oggi occupata da guarnigioni straniere». Sonko, esponente delle correnti nazionaliste e pan-africaniste, ha anche affermato di voler rafforzare i legami con Mali, Burkina Faso e Niger.

Attualmente in Senegal sono dispiegati 350 militari francesi, 260 dei quali stabilmente. Presenti nel Paese dal 2011, le truppe si occupano prevalentemente della formazione dei soldati provenienti dai Paesi della regione. La presenza francese è concentrata nella zona della capitale Dakar, e in particolare nel campo intitolato al colonnello Frederic Geille, a Ouakam, e in quello dedicato al contrammiraglio Protet, situato nel porto militare della capitale. Un piccolo distaccamento di Parigi si trova anche nell’area dell’aeroporto militare “Leopold Sedar Senghor” di Dakar.

Parigi rassegnata ad un diminuzione della sua influenza

Nel tentativo di correre ai ripari, il governo francese sta cercando di accordarsi con Washington per mantenere un piccolo contingente nelle installazioni militari africane di Washington. L’ipotesi – ha spiegato a marzo il capo di Stato maggiore francese, Thierry Burkhard – permetterebbe di «ridurre la nostra visibilità mantenendo l’impronta minima necessaria per mantenere aperto il nostro accesso» al territorio.

Emmanuel Macron sarebbe ormai rassegnato ad un’ulteriore riduzione dello schieramento francese in Africa nei prossimi anni – ad eccezione di Gibuti – ed avrebbe incaricato l’ex ministro Jean-Marie Bockel, appena nominato inviato personale del presidente nel continente, di discutere con i leader africani le nuove forme della presenza militare di Parigi nei loro paesi.

Al momento, le truppe francesi sono ufficialmente presenti in quattro diverse basi: in Senegal con 350 unità, in Costa d’Avorio con 600, in Gabon con 400 ed in Ciad con più di 1000. A Gibuti, poi, sono schierati ben 1500 soldati.

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29/04/2024

Crisi dell'egemonia Occidentale in Africa

È di pochissimi giorni fa la notizia che il Ciad, per voce del ministro delle forze armate Idriss Amine Ahmed, ha invitato il contingente militare degli Stati Uniti a fare le valigie e a lasciare il paese. Viceversa, i soldati francesi non hanno ricevuto lo stesso invito (almeno finora), anche se non è da escludere che il benservito non possa presto giungere anche a loro, dal momento che il presidente, Mahamat Idriss Deby, ha già stretto accordi con la Russia in direzione di un rafforzamento della cooperazione tra i due paesi.

Non è cosa da poco un simile ‘schiaffo’ dato agli USA da parte di un paese geograficamente centrale nell’Africa Subsahariana, anche perché non si tratta certo di un fulmine a ciel sereno.

Negli ultimi 2-3 anni, e soprattutto da un anno a questa parte, sono in aumento i paesi dell’Africa Centrale e Occidentale i quali stanno portando avanti una politica di allontanamento dai paesi europei e dagli USA, segnatamente dalla Francia, la quale, come è noto, ha mantenuto una certa egemonia nell’area fino ai giorni nostri.

Il caso più clamoroso, o quantomeno quello che ha avuto maggior risalto mediatico e che ha fatto più discutere, è stato quello del Niger. L’anno scorso l’ex premier filoccidentale Mohamed Bazoum, è stato esautorato e al suo posto è subentrata una nuova giunta, la CNSP (Consiglio Nazionale per la Salvaguardia della Patria) con a capo il neo-presidente Abdourahamane Tchiani, un generale dell’esercito. Il nuovo governo, con una decisione che ha fatto notizia, ha letteralmente espulso il contingente militare francese dal paese, suscitando l’ovvia contrarietà di Parigi, ma anche degli altri paesi della regione legati a questa. In compenso, però, ha incassato l’appoggio di altri due paesi importanti nell’area: il Mali e il Burkina Faso, i quali avevano già effettuato un passaggio simile negli anni scorsi.

I tre paesi ‘ribelli’ si sono messi in contrasto con l’Ecowas – un organismo che raccoglie i paesi dell’Africa Occidentale e che in sostanza è uno strumento dell’imperialismo euro-americano, soprattutto francese – il quale ha minacciato di adottare misure di ritorsione nei loro confronti. Per tutta risposta il Mali, il Burkina Faso e adesso anche il Niger sono usciti da quell’organismo.

Come se non bastasse, l’egemonia politico-economica e militare francese e occidentale nella zona sta subendo un altro colpo, con la recentissima elezione nel Senegal di Bassirou Diomaye Faye, nonostante i tentativi di scongiurare tale esito da parte dell’ex premier, con l’arresto di Faye (poi messo di nuovo in libertà dal tribunale) e il rinvio delle elezioni.

Il nuovo presidente del Senegal ha già espresso in modo chiaro le sue intenzioni, che sono quelle di sganciarsi dal dominio neo (post) coloniale dei paesi occidentali e di portare avanti riforme nel senso di una redistribuzione della ricchezza a favore del popolo.

Al di là dell’importanza geo-strategica, i paesi citati (quindi Mali, Burkina Faso, Niger, Senegal e Ciad, ai quali si potrebbe aggiungere anche il Sudan) hanno un peso significativo anche a livello economico, in quanto abbondanti di petrolio, gas e anche uranio.

Ma ciò che preoccupa maggiormente la Francia e gli altri paesi occidentali è anche il fattore – esempio che i paesi ‘ribelli’ possono suscitare, incoraggiando anche altri paesi dell’area ad adottare misure simili, spinti certo anche da pressioni interne.

A livello più generale una cosa appare evidente, ossia l’indebolimento dell’egemonia euro – americana nel Continente Africano e il progressivo rafforzamento di quella della Russia, della Cina e in generale dei paesi del Brics+.

Le dinamiche in corso sopra descritte infatti sarebbero state impensabili se non ci fosse stato contemporaneamente un notevole incremento dei rapporti economici, politici – e in alcuni casi perfino di collaborazione militare – da parte questi, ma anche di altri paesi africani.

Infine le due guerre in corso stanno dando un ulteriore impulso in tal senso: quella in Ucraina, in quanto Mosca è chiaramente in procinto di vincere il conflitto, nonostante abbia contro tutti i paesi occidentali, ossia quelle che fino a poco fa erano considerate le più grandi potenze economico-militari. Dimostrando così a tutto il mondo che queste non sono invincibili.

Quella nella Striscia di Gaza, in quanto gli stessi paesi – USA in testa – continuano a sostenere, in parte ad aiutare o quantomeno a non condannare Israele, nonostante stia commettendo un vero e proprio genocidio nei confronti del popolo palestinese, il che incide non poco sul prestigio e sulla credibilità dell’Occidente.

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22/03/2024

Senegal - La posta in gioco nelle elezioni

Il 6 marzo i sette giudici della Consiglio Costituzionale hanno imposto al presidente senegalese uscente Macky Sall di indire le elezioni presidenziali prima della fine del suo mandato, che scadrà il 2 aprile.

Si è trattato di un “capovolgimento” dopo il colpo di Stato istituzionale attraverso il quale le elezioni erano state posticipate praticamente sine die.

È dal 1963, quando il paese aveva da poco acquisito l’indipendenza, che le elezioni non si erano svolte nella data prefissata.

Si tratta comunque di un posticipo rispetto alla data prevista, il 25 febbraio scorso, visto che Macky Sall aveva deciso di rinviarle – senza averne tra l’altro la facoltà giuridica – con il pretesto di un “malfunzionamento” del Consiglio Costituzionale.

L’unica ragione reale era però la possibilità che la coalizione guidata dal partito presidenziale avrebbe potute perderle a favore della montante opposizione del Pastef (formalmente bandito dal luglio 2023), i cui due principali leader erano comunque detenuti in carcere, con Ousmane Sonko impossibilitato a candidarsi per pretestuosi precedenti giuridici, e l’altro – Bassirou Diomaye Faye – anch’esso detenuto, ma comunque eleggibile.

I due principali leader dell’opposizione sono stati però scarcerati il 14 marzo, dopo l’approvazione di una “travagliata” legge sull’amnistia, ed hanno potuto iniziare la propria campagna elettorale dalla capitale della Casamance – Ziguinchor, nel sud del paese – dove Sonko è sindaco.

La loro liberazione ha visto migliaia di persone manifestare gioiosamente.

Faye, nella sua prima uscita pubblica, aveva ricordato l’approccio con cui lui e l’opposizione stanno affrontando queste elezioni presidenziali: “ricordo la formula che descrive la logica politica nella quale siamo proiettati, coscienti che il Senegal non ha bisogno di un messia, né di eroi, ma di una massa critica di cittadini che sono coscienti delle questioni fondamentali da affrontare”.

Se l’“ultra-presidenzialismo” aveva forse una qualche ragione d’essere nel paese che aveva appena conquistato l’indipendenza, per contrastare l’“etnicismo” a causa di una popolazione senza alcun livello d’istruzione, ora è invece semplicemente l’arroccamento di un ristretto establishment politico al servizio delle multinazionali francesi, teso solo al mantenimento della propria rendita di posizione e delle proprie clientele, a detrimento della maggior parte della popolazione.

In questo contesto l’Assemblea nazionale, cioè il parlamento senegalese, ha agito come appendice dell’esecutivo, con i deputati ridotti più a “leali servitori” del presidente che detentori di un mandato popolare.

In questa assenza di “bilanciamento di poteri”, sotto la chiara influenza dell’ex potenza coloniale, si è aperto un conflitto di poteri tra Consiglio Costituzionale e presidenza, segno di una frattura che attraversa la società nel suo insieme fin dentro la classe dirigente, e non solo “tra l’alto e il basso”.

Nonostante i sempre più risicati margini di agibilità politica legale, la società senegalese si è subito mobilitata per impedire che il colpo di stato istituzionale di Sall potesse realizzarsi, con una pressione costante che ha ottenuto risultati tangibili. In caso contrario, il paese sarebbe stato portato sull’orlo di una “ingovernabilità” permanente, dagli esiti incerti e probabilmente ad ulteriore drammatizzazione dello scontro politico.

È chiaro che al centro della disputa ci sono profondi interessi materiali esemplificati nella domanda: chi beneficerà dello sfruttamento delle risorse energetiche del paese – gas e petrolio – ma anche di quelle ittiche? Soprattutto, quale sarà il modello di sviluppo rispetto a quello quello fin qui dominante, del tutto funzionale a Parigi?

La crisi politica apertasi nel marzo 2021 – confermata dagli avvenimenti dell’estate del 2023 – è stata chiusa con la legge d’amnistia e uno scambio politico evidente: impunità dei responsabili del massacro da un lato e agibilità politica dall’altro. Ma comunque non placa la sete di giustizia per i 60 morti durante le manifestazioni – di cui una decina uccisi direttamente dalle forze di sicurezza – e soprattutto non ha per nulla risolto le cause che l’hanno innescata.

La volontà di riscatto e la necessità di cambiamento del corso politico passa per il 44enne Faye, che ha pagato con 335 giorni di carcere la sua coerenza politica.

Co-fondatore del Pastef nel 2014, funzionario delle imposte ed ex allievo della Scuola Nazionale d’Amministrazione (ENA), è stato il “braccio destro” e coetaneo di Sonko. Si è distinto già da molto giovane, dopo aver militato nel sindacato dei funzionari pubblici, diventando uno dei principali ideologi ed ispiratori del programma per le presidenziali del 2019.

Il Pastef ha ottenuto nel 2019 il 16% dei voti al primo turno, diventando la terza forza politica. Ma era in un contesto internazionale e regionale assai diverso, in cui la forza della Francia sembrava ancora saldamente ancorata nel paese.

Dal febbraio del 2021, con l’incarcerazione di Sonko e di altri quadri dirigenti, Faye emerge anche per il suo “sangue freddo” in una situazione non certo facile, emergendo come l’architetto di un fronte politico ampio che non marginalizza l’opposizione.

L’establishment politico muove allora ai due leader – mussulmani praticanti – l’accusa pretestuosa di essere “salafiti”, in un paese caratterizzato da confraternite sufi.

È lo stesso Faye che spiega il loro approccio politico: “noi non intendiamo rifarci a questioni religiose, etniche o identitarie. Noi abbiamo rifiutato di utilizzare le confraternite perché, dietro, c’è sempre uno scambio per ricevere quello e quell’altro. Noi non pratichiamo il proselitismo per assicurarci il favore di questo o quest’altro marabutto”.

I propri tratti distintivi li descrive lui stesso definendosi “antisistema” e “panafracanista”, facendosi portatore di sentimenti popolari diffusi soprattutto tra la gioventù del paese, gli intellettuali e gli stessi funzionari, che posso costituire quel nuovo “blocco storico” per avviare un nuovo corso politico per il paese.

In continuità con il programma del 2019, Faye vuole battersi contro la corruzione e gli interessi economici francesi in Senegal.

Auspica un’uscita dal Senegal dal franco CFA, la soppressione del posto di Primo Ministro e l’istituzione di un posto di vice-presidente eletto in tandem con il Presidente – cui vorrebbe ridurre i poteri – la sospensione dell’accordo di pesca con l’Unione Europea, la riformulazione dei contratti di sfruttamento del petrolio e del gas che dovrebbero iniziare a operare quest’anno.

Si tratta di 100.000 di barili di petrolio al giorno, circa 2,5 milioni di tonnellate l’anno (con il progetto GTA che coinvolge la Mauritania ed il Senegal), che potrebbero portare alla costruzione di un indotto considerevole per l’approvvigionamento e la raffinazione, con un “salto di qualità” per lo sviluppo del paese.

Faye, intervistato da Le Monde, non nasconde le sue intenzioni e parla apertamente dell’obiettivo di portare avanti una “rottura” in Senegal, in termini di sovranità da riacquisire anche nella scelta dei partner internazionali, a cominciare dalla relazione con i vicini, ed in alcuni casi confinanti, paesi del Sahel.

Rispetto ai rapporti con la Francia è piuttosto chiaro: “Il Senegal ha già costruito una relazione formidabile con la Francia, da molto tempo, nonostante un inizio doloroso marcato dallo schiavismo e dal colonialismo. È necessario che che questa relazione non rimanga dentro un quadro neo-colonialista che ci fa rimanere dipendenti. Noi non rinunceremo alle nostre aspirazioni al progresso, alla sovranità, alle relazioni equilibrate, rispettose e reciprocamente vantaggiose, portate avanti dalle nuove élite africane e dai popoli africani”.

Il suo avversario è il poco popolare Amadou Ba, un tecnocrate benvoluto dalle élite occidentali, che assicurerebbe la continuità della gestione politica di quella ‘modernizzazione’ che ha acuito la distanza tra la capitale, Dakar, e il resto del paese, senza risolvere i problemi della maggioranza della popolazione e “regalando” le ricchezze del paese a soggetti terzi.

Sebbene, ci siano ufficialmente una ventina candidati, è chiaro che – anche con l’uscita di scena di Karim Wade del PDS – tertium non datur. La partita elettorale estremamente polarizzata si gioca tra un’ipotesi di rottura, con Faye, o di continuità, con Ba.

Questo in un contesto di disoccupazione giovanile anche tra i settori più scolarizzati, inflazione galoppante con un costo della vita sempre più elevato, l’esplosione dei prezzi delle abitazioni, ecc., che potrebbe suggerire ai sette milioni di elettori senegalesi un “voto di vendetta” contro una classe politica percepita come corrotta e che non si è fatta problemi a “rompere” la consuetudine democratica del paese pur di restare in sella.

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15/02/2024

Senegal - L’inquietante spirale dittatoriale di Macky Sall

Sabato 3 febbraio, il Capo dello Stato senegalese ha annunciato di aver revocato il decreto che fissava la data delle elezioni presidenziali al 25 febbraio. Questa decisione giunge a poche ore dall’apertura della campagna elettorale in cui si sarebbero dovuti sfidare 20 candidati.

Come ogni volta che viene fatta una mossa antidemocratica sbagliata, Macky Sall promette un “dialogo nazionale”: “Mi impegnerò in un dialogo nazionale aperto, al fine di creare le condizioni per un’elezione libera, trasparente e inclusiva”. Ufficialmente, la decisione è giustificata da uno pseudo conflitto tra l’Assemblea nazionale e il Consiglio Costituzionale iniziato pochi giorni fa.

Infatti, la pubblicazione da parte del Consiglio Costituzionale delle 20 candidature, convalidate il 20 gennaio di quest’anno, ha dato origine a un reclamo da parte di un candidato non vincitore, Karim Wade, figlio dell’ex presidente Abdoulaye Wade, ed ex ministro della Cooperazione e dei Trasporti. Egli ha presentato al Parlamento una richiesta di commissione d’inchiesta, che è stata approvata con 120 voti favorevoli e 24 contrari.

La richiesta di Karim Wade riguarda due giudici del Consiglio Costituzionale accusati di “corruzione”. La denuncia riguarda anche il primo ministro Amadou Ba, anch’egli candidato della maggioranza presidenziale e scelto dallo stesso Macky Sall. Il voto su questa commissione parlamentare d’inchiesta era scontato, in quanto la risoluzione che ne proponeva la creazione era stata presentata dal partito presidenziale, il Parti Démocratique Sénégalais (PDS).

Ecco quindi che i deputati della maggioranza e del partito al potere decidono di istituire una commissione d’inchiesta contro il loro stesso candidato. Si tratta di una storia molto densa, che nasconde una macchinazione ai vertici. L’unica ragione per cui esiste questa commissione d’inchiesta è permettere a Macky Sall di rinviare le elezioni presidenziali e di rimanere al potere abbastanza a lungo da assicurare una vittoria certa al suo attuale delfino.

Nel frattempo, i deputati della maggioranza hanno presentato “un progetto di legge costituzionale in deroga all’articolo 31 della Costituzione”, che sarà sottoposto all’Assemblea questa settimana.

Un piano così massiccio si spiega solo con l’impasse politica delle autorità senegalesi e dei loro sponsor internazionali, l’Unione Europea in generale e la Francia in particolare, che sono stati costretti a rendersi conto che il successore scelto da Macky Sall non aveva alcuna possibilità di vittoria.

Questo li ha portati a rischiare una crisi politica e un’esplosione sociale piuttosto che cedere il potere. Per la prima volta dal 1963, le elezioni presidenziali sono state rinviate per mantenere al potere i sostenitori della Françafrique. La reazione popolare non si è fatta attendere.

Il giorno successivo all’annuncio del rinvio delle presidenziali, i gendarmi hanno usato i lacrimogeni per disperdere migliaia di manifestanti nella capitale, che protestavano contro il rinvio delle elezioni. Indossando bandiere senegalesi e maglie della nazionale di calcio, i manifestanti hanno scandito “Macky Sall dittatore”.

Le autorità senegalesi hanno anche sospeso la Walf TV con la motivazione che le immagini delle manifestazioni costituivano “incitamento alla violenza”: “In accordo con il Consiglio nazionale per la regolamentazione audiovisiva, il ministero ha ordinato alle emittenti della Walf TV di tagliare temporaneamente il segnale per incitamento alla violenza”.

L’ordine temporaneo è diventato rapidamente permanente, poiché poche ore dopo l’interruzione temporanea, il gruppo Walf ha annunciato sui social network di essere stato “definitivamente privato della sua licenza dallo Stato”.

Le autorità senegalesi stanno prendendo una decisione pericolosa e piena di conseguenze. Il popolo senegalese è destinato a scendere in piazza, come ha fatto dal 2021 ogni volta che il capo dello Stato ha cercato di imporre un’elezione presidenziale truccata in anticipo.

La decisione del Presidente di rinviare le elezioni è un rischio reale. Questo può essere compreso solo collocando la decisione nel suo contesto storico e regionale. Il contesto storico è quello di un processo elettorale con molteplici colpi di scena, una vera e propria saga di determinazione a non andarsene da parte di chi è attualmente al potere e dei suoi sponsor esterni.

Il primo episodio della saga è stato l’annuncio della candidatura di Macky Sall per un terzo mandato presidenziale, in contrasto con le disposizioni della Costituzione.

Sebbene egli stesso avesse denunciato la candidatura del suo predecessore Abdoulaye Wade per un terzo mandato nel 2012 e sebbene la Costituzione vigente del 2016, cioè quella del suo mandato, stabilisca che “nessuna persona può candidarsi per più di due mandati consecutivi”, il presidente Macky Sall ha sostenuto che la Costituzione del 2016 aveva azzerato i contatori e che quindi il suo primo mandato, iniziato nel 2012, non doveva essere conteggiato.

Per più di un anno, il popolo senegalese ha reagito a questa proposta di violazione della Costituzione con manifestazioni di massa che sono state duramente represse.

Il secondo episodio della saga è la decisione di eliminare a tutti i costi il candidato patriottico dell’opposizione, Ousmane Sonko, leader del PASTEF (Patriotes Africains du Sénégal pour le travail, l’éthique et la fraternité), che ha grandi possibilità di vincere se le elezioni fossero veramente democratiche.

Questo candidato, che sta sviluppando un programma per rompere la dipendenza neocoloniale e puntare sullo sviluppo economico, è particolarmente popolare tra i giovani, che vedono in lui un’alternativa all’esilio forzato e alla morte nel deserto e nel Mediterraneo nel tentativo di raggiungere l’Europa.

La Francia, ovviamente, è particolarmente preoccupata per questa candidatura. I tribunali saranno quindi chiamati a vietare la candidatura di Ousmane Sonko, arrivato terzo alle elezioni presidenziali del 2019 con il 15% dei voti. Nel febbraio 2021 è stato accusato di “stupro e minacce di morte”. È stato assolto da queste accuse il 1° giugno 2023, ma condannato a due anni di reclusione per “corruzione di giovani”.

Questa condanna lo rende ineleggibile, afferma il Ministro della Giustizia senegalese: “La condanna dell’oppositore Ousmane Sonko in un affare di moralità è definitiva e lo rende ineleggibile per le elezioni presidenziali del 2024. Non c’è nessun complotto per estromettere un candidato alle presidenziali”.

Come se non bastasse, nel maggio 2023 Sonko è stato nuovamente condannato per diffamazione nei confronti del Ministro del Turismo a una pena detentiva di sei mesi con sospensione condizionale. Questa decisione è stata confermata dalla Corte Suprema senegalese nel gennaio 2024.

Durante questa farsa giudiziaria, sono state organizzate manifestazioni popolari a sostegno di Sonko, chiedendo la sua liberazione e la revoca della ineleggibilità. La repressione della polizia è stata particolarmente violenta e ha provocato decine di morti, centinaia di feriti e centinaia di arresti.

Per citare solo un esempio delle manifestazioni del maggio-giugno 2023, Human Rights Watch descrive il bilancio: “Le autorità senegalesi dovrebbero immediatamente condurre un’indagine indipendente e credibile sulle violenze commesse durante le manifestazioni che hanno avuto luogo in tutto il Paese. Si parla di almeno 16 morti e decine di feriti”.

La portata delle proteste ha costretto Macky Salle ad annunciare, all’inizio di luglio 2023, che non si sarebbe candidato per un terzo mandato. Ma questo non era ancora sufficiente per il clan di Sall e i suoi sponsor internazionali. Temendo che i tribunali avrebbero contestato l’ineleggibilità di Ousmane Sonko, quest’ultimo è stato nuovamente accusato e incriminato a fine luglio per “incitamento all’insurrezione e cospirazione”.

Allo stesso tempo, il suo partito PASTEF è stato sciolto. Il ministro dell’Interno Antoine Félix Diome ha annunciato “lo scioglimento per decreto del PASTEF per i frequenti appelli a movimenti insurrezionali, che costituiscono una violazione permanente e grave degli obblighi dei partiti politici”. Nonostante la sua ineleggibilità, Ousmane Sonko continua a far paura. Dal carcere, ha invitato a votare per il numero 2 del suo partito, Bassirou Diomaye Faye.

Il terzo episodio della saga è l'entrata in scena del delfino di Macky Sall e dei suoi sponsor internazionali. Si tratta dell’attuale primo ministro, Amadou Ba. La campagna pre-elettorale ha presto rivelato che questo candidato non aveva alcuna possibilità di vittoria. Queste possibilità sono ancora più remote se si considera lo spettro della candidatura di Ousmane Sonko.

Due sentenze, quella del tribunale di Ziguinchor dell’ottobre 2023 e quella del tribunale di Dakar del dicembre 2023, hanno ripristinato il diritto di Ousmane Sonko a candidarsi alle elezioni presidenziali.

La Commissione elettorale nazionale autonoma deve ora prendere una decisione. Il presidente Macky Sall ha semplicemente deciso di licenziare 12 membri della Commissione e ha nominato un nuovo presidente, Abdoulaye Sylla, che ci si aspettava fosse più docile. Non resta che l’atto finale, ovvero il rinvio delle elezioni per dare il tempo di trovare un successore più credibile.

Il contesto di questa frenesia di potere in Senegal è anche quello della regione. I colpi di Stato patriottici in Mali, Burkina Faso e Niger hanno inferto un duro colpo all’imperialismo francese in Africa.

La richiesta di ritiro delle truppe francesi da questi tre Paesi, la creazione dell’Alleanza degli Stati del Sahel come parte di un progetto federale, le nuove alleanze internazionali di questi Paesi, la decisione comune di lasciare la CEDEAO (Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale), la decisione di armonizzare le politiche economiche e finanziarie per arrivare alla creazione di una moneta comune abbandonando il franco CFA, ecc. sono tutte misure che stanno causando enormi preoccupazioni a Bruxelles e Parigi.

Gli “alleati affidabili” stanno diminuendo rapidamente. Gli unici pilastri importanti rimasti sono la Costa d’Avorio e il Senegal. Se quest’ultimo dovesse cadere democraticamente, sarebbe una ferita mortale per il neocolonialismo nella regione e un esempio per le altre regioni del continente. È quindi urgente che Bruxelles e Parigi mettano un uomo “sicuro” alla guida del Senegal, anche a costo di sacrificare l’immagine di un Senegal democratico che ha richiesto tanto tempo per essere costruita.

Le due capitali sanno di essere minacciate in Senegal dalla crescente opposizione al neocolonialismo francese. Movimenti e campagne come “France dégage” o “Auchan dégage” esistono da diversi anni. Durante le proteste popolari del 2021 e del 2023, diversi rivenditori francesi sono stati saccheggiati. Tra questi, Orange, Auchan e Total. Due eventi significativi hanno ricordato l’importanza che la Francia attribuisce alle prossime elezioni presidenziali senegalesi.

Il primo è stata la nomina, lo scorso novembre, da parte dello stesso Emmanuel Macron, del presidente Macky Sall a inviato speciale del Patto di Parigi per il Pianeta e i Popoli in occasione del 6° Forum della Pace di Parigi. Questa onorificenza, che arriva in un momento in cui Macky Sall è ancora in carica, suona come una ricompensa per il servizio reso.

Il secondo fatto è il ricevimento del candidato premier da parte del presidente Macron e del primo ministro Borne nel dicembre 2023. L’opinione pubblica senegalese non si sbaglia nell’analizzare questa calorosa accoglienza come un riconoscimento e un’approvazione del candidato senegalese.

La posta in gioco in Senegal è niente meno che il futuro del neocolonialismo nella regione. È la portata della posta in gioco che spiega i rischi assunti da Macky Sall con l’appoggio di Bruxelles e Parigi.

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08/02/2024

Senegal: il colpo di Stato istituzionale della Françafrique

Sabato 3 febbraio, a tre settimane dal primo turno delle elezioni presidenziali, alle quali non si sarebbe potuto neanche presentare, il capo di Stato senegalese Macky Sall ha rinviato lo scrutino sine die. Il 4 febbraio doveva iniziare la campagna elettorale.

Le motivazioni del presidente sono state, all’apparenza, alquanto bizzarre: «le opinioni contrastanti tra l’Assemblea nazionale ed il Consiglio costituzionale, in aperto conflitto rispetto ad un supposto affare di corruzione di giudici».

Lunedì 5, differenti fonti riferivano di un probabile rinvio di sei mesi, con ipotetico vuoto di potere che si sarebbe concretizzato dal 2 aprile, giorno della fine del mandato di Sall; ma erano previsioni “per difetto”, essendo state rimandate a dicembre le consultazioni.

Si è aperta così una inedita crisi istituzionale, e bisogna andare al 1962, due anni dopo l’indipendenza del paese, con lo scontro tra l’allora presidente Léopold Sédar Senghor ed il presidente del consiglio dei ministri, Mamadou Dia, per trovarne una simile.

La decisione presa da Sall non ha alcune base giuridica valida; siamo di fronte ad un vero e proprio “colpo di Stato istituzionale”, visto il suo carattere unilaterale ed anti-costituzionale.

Facciamo un breve sintesi del modo in cui si è giunti a questa forzatura.

Il 3 luglio scorso Sall scioglie i dubbi, dichiarando che non si presenterà per il terzo mandato, dopo la prima elezione nel 2012 e poi nel 2019, decidendo di non appoggiarsi ad una interpretazione capziosa secondo cui la revisione costituzionale del 2016 gli avrebbe concesso la possibilità di candidarsi, azzerando il conto dei suoi mandati.

Una decisione presa anche per placare gli animi rispetto alla seconda ondata di manifestazioni soffocate nel sangue nel giro di pochi anni: 56 morti, secondo Amnesty International, dal 2021 ad oggi.

La scelta di un successore è tutt’altro che scontata e lineare, e la decisione presa a settembre da Sall in favore di Amadou Ba – un tecnocrate senza base elettorale nel paese, già ministro dell’economia (2013-2019), poi fino al 2020 degli Affari Esteri e successivamente Primo Ministro – non ha un consenso unanime neanche all’interno del partito presidenziale, Alliance pour la République (APR), né nella coalizione di cui fa parte.

Ba è un successore gradito agli occhi della cosiddetta “comunità internazionale” (la parte occidentale, ovvio), ma non è detto possa essere effettivamente eletto, specie se si dovesse andare al ballottaggio, visto il precedente dello stesso Sall che, allora nella versione di “outsider”, nel 2012 riuscì a battere il presidente uscente Abdoulaye Wade (2000-2012) solo al secondo turno.

L’opposizione disponeva di una figura carismatica che gode di un consenso crescente, come il giovane Ousmane Sonko.

Ex ispettore fiscale, Sonko appare sulla scena politica nel 2014 come “lanceur d’allerte” denunciando delle irregolarità nelle attribuzioni di permessi di esplorazione petrolifera, affermando il proprio profilo di “incorruttibile”; sviluppa nel tempo un discorso “anti-sistema” che seduce una buona parte della popolazione senegalese, tra cui, in particolare, le nuove generazioni sempre più inclini alla ritrovata sensibilità panafricanista.

È alla testa del PASTEF (Patriotes africains du Sénégal pour le travail, l’éthique e la fraternité), la maggiore coalizione politica d’opposizione.

Nel 2022 è eletto sindaco della propria città, Ziguinchor, e alcuni a lui vicini si impongono nei comuni della periferia di Dakar, la capitale.

Per Sall, così come per l’establishment economico – tra cui le multinazionali francesi – prosperato grazie all’attuale modalità della gestione della “cosa pubblica”, Sonko diviene una minaccia.

Così come era successo con i due principali rivali di Sall nelle elezioni del 2019 (Karim Wade, figlio del vecchio presidente e Khalifa Sall), lo strumento giudiziario è stato attivato producendo delle condanne che impediscono a Sonko di presentarsi alle elezioni.

In questo caso però non solo vengono colpiti ripetutamente Sonko o i dirigenti di spicco del PASTEF, ma tutta l’opposizione, in una torsione autoritaria evidente ma completamente ignorata dalla cosiddetta “comunità internazionale”.

Non proprio casualmente Sonko, nel 2023, viene condannato due volte.

La sua seconda condanna, a giugno, fa da detonatore per una serie di mobilitazioni che vengono violentemente represse e portano alla “dissoluzione” per via amministrativa del PASTEF, reso nei fatti illegale.

Queste condanne hanno portato alla dichiarazione di ineleggibilità di Sonko per 5 anni, nel gennaio scorso, e il Consiglio Costituzionale ha così rigettato la sua candidatura.

Ma la vittoria per il candidato prescelto da Sall non sarebbe stata comunque scontata.

Il piano B del PASTEF si è concretizzato con la candidatura di Bassirou Diomaye Faye, autorizzato a presentarsi nonostante sia imprigionato da aprile con l’accusa di «attentato alla sicurezza dello Stato, appello all’insurrezione e associazione a delinquere».

Un prigioniero politico co-fondatore del PASTEF che gli analisti davano come possibile vincitore scelto da Sonko, che ha annunciato la sua decisione in un video.

Un incubo per Sall nonché per la sua maggiore “tutrice”, la Francia, parecchio preoccupata per i discorsi antimperialisti di Sonko e del suo “sostituto”, visto che è già stata cacciata dal Sahel e può ormai appoggiarsi solo su Ciad e Costa d’Avorio, oltre al Senegal.

Per evitare questo scenario, Sall ha pensato di “cooptare” il suo vecchio avversario, figlio del precedente presidente – Abdoulaye Wade – che viveva in esilio in Qatar ma che è potuto rientrare, senza scontare la pena cui era stato anche lui condannato, nel giugno scorso.

Sarebbe stato libero di presentarsi alle elezioni a nome del Parti démocratique sénégalais (PDS), partecipando in caso di ballottaggio ad una alleanza con Ba contro il PASTEF, ma il 20 gennaio scorso il Consiglio Costituzionale ha deciso diversamente: ha dovuto infatti invalidarne la candidatura per la sua doppia nazionalità, franco-senegalese.

Una decisione formalmente ineccepibile, considerato che chi ha una doppia nazionalità non può presentarsi per dirigere il paese, e che la sua rinuncia alla “nazionalità straniera” – controfirmata dal Primo ministro francese Attal – è solo del 16 gennaio, ossia tre settimane dopo la sua candidatura ufficiale.

Un piano teoricamente “ben congegnato”, ma che si è rivelato un pasticcio politico-legale su cui era impossibile sorvolare.

Un vero e proprio rompicapo politico che Sall ha voluto risolvere con una forzatura senza precedenti, di cui si “vociferava” da giorni, aprendo così una crisi istituzionale per mano del PDS, i cui deputati hanno chiesto una Commissione d’Inchiesta sul Consiglio Istituzionale, sostenuta anche da una parte della maggioranza, cioè dai deputati della coalizione che ha eletto l’attuale presidente.

Sall, tre giorni dopo, ha preso la palla al balzo dichiarando che tali ‘supposizioni’ potrebbero «nuocere gravemente alla credibilità dello scrutinio installando i germi di un contenzioso pre e post-elettorale».

Paradossalmente per risolvere una crisi istituzionale, Sall ha deciso così di aprirne un’altra, probabilmente più grave se si considera la reattività della piazza contro la decisione e l’ulteriore livello di delegittimazione per una leadership politica arroccata al potere.

Domenica a Dakar, una manifestazione è stata dispersa solo con l’uso di gas lacrimogeni.

Ma la repressione non si è limitata alle strade, con internet “oscurato” – come è avvenuto a giugno – e l’università di Dakar che rimane chiusa da allora. Studenti e organizzazioni sindacali rimangono però ‘vigili e critici’ rispetto al corso “bonapartista” scelto da Sall.

La cinquantina di deputati dell’opposizione che, cantando ripetutamente l’inno nazionale, facevano ostruzionismo all’approvazione della legge che posticipava le elezioni al 15 dicembre, sono stati evacuati manu militari dai reparti speciali della gendarmerie a viso coperto.

Non certo una immagine di “rispetto delle istituzioni rappresentative”. Per la cronaca, la legge è stata poi votata con 105 voti a favore contro uno solo contrario.

Lo stesso dispositivo legislativo dà a Sall la possibilità di restare in carica fino all’insediamento del successore. Una sorta di “stato d’eccezione permanente” che liquida le residuali garanzie istituzionali.

È una “rottura storica” con la prassi per cui, dal 1963, le elezioni si sono tenute sempre nella data prevista e con l’istituzione del multipartitismo integrale – nel 1981 sotto la presidenza di Abdou Diouf.

Come è stato scritto, riferendosi a Sall, nel preoccupato editoriale di lunedì su Le Monde: «Nel mentre il paese ha i nervi a fior di pelle, a causa delle sue manovre e di una opposizione sempre più radicale, in un contesto di povertà endemica dove la gioventù è lasciata senza altre prospettive che l’emigrazione, rischia di mettere fuoco alle polveri».

Gli fa eco il giudizio di Francis Laloupo, analista geopolitico, che afferma: «c’è una grande rabbia oggi in Senegal. Il popolo si sente tradito. La democrazia senegalese è considerata come un patrimonio collettivo e a questo riguardo ogni cittadino si sente ferito. Oggi, nulla garantisce che i senegalesi si rassegneranno alla decisione del posticipo delle elezioni al 15 dicembre, come è stato votato all’Assemblea Nazionale».

Siamo convinti che quest’atto di forza si rivelerà un boomerang non solo per il presidente uscente ed il suo entourage, corrotto fino al midollo e pronto a sacrificare le più banali garanzie democratiche per godere di una rendita politica che la popolazione vuole legittimamente sottrargli.

Sarà l’ennesimo passo falso per uno dei residui perni dell’“Africa Francese” nella regione.

Come afferma una delle figure più in vista del nuovo panafricanismo: “finiranno per comprendere”.

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04/08/2023

Senegal - Il golpe lo ha fatto il presidente filofrancese arrestando il leader dell’opposizione

In Senegal continuano le proteste popolari contro l’arresto del leader dell’opposizione e sfidante alle elezioni presidenziali Ousmane Sonko. Manifestazioni sono ancora in corso sia nella capitale Dakar che a Ziguinchor, la città di cui è sindaco Ousmane Sonko, arrestato la scorsa settimana.

Le ultime proteste sono state innescate dallo scioglimento imposto dal governo del partito di Sonko, i “Patrioti africani del Senegal per il lavoro, l’etica e la fraternità” (Pastef).

Il ministro dell’Interno, Antoine Felix Abdoulaye Diome, ha motivato la decisione accusando Sonko e il suo partito di aver incitato disordini durante le violente proteste del mese scorso a Dakar contro l’eventuale ricandidatura ad un terzo mandato del presidente uscente Macky Sall.

Il Pastef, da parte sua, ha rilasciato un comunicato durissimo nel quale denuncia che la stabilità del Senegal “è ormai compromessa, perché il popolo non accetterà mai questa definitiva decadenza del potere nei confronti del favorito”, cioè l’attuale presidente Sall strettamente legato alla Francia.

Nei giorni scorsi le proteste si erano estese anche a Parigi, dove la comunità senegalese era scesa in piazza contro l’arresto di Sonko e la complicità della Francia con il governo di Sall.

Sonko, in carcere da alcuni giorni, ha iniziato uno sciopero della fame sostenendo che la sua detenzione sia avvenuta “sulla base di falsità” e ha dichiarato di attendere la notifica ufficiale dello scioglimento del suo partito per poterlo combattere con “mezzi legali”.

I sostenitori di Pastef accusano il partito al governo del presidente Sall, l’Alleanza per la Repubblica (Apr), di aver cercato di mettere da parte il suo popolare avversario, che è arrivato terzo alle elezioni presidenziali del 2019, con accuse inventate prima del voto di febbraio.

È la terza volta che un partito politico viene bandito in Senegal da quando ha ottenuto l’indipendenza dalla Francia, nel 1960. Gli altri sono avvenuti prima dell’introduzione del multipartitismo negli anni ’70.

I “campioni” di democrazia dell’Occidente in Africa hanno moltissimi scheletri nell’armadio, in Senegal come in Niger. Contrapporli ai golpisti è decisamente un volgare esempio di “doppio standard”.

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01/08/2023

Francia - Esplode la rabbia senegalese

Ci sono stati scontri e disordini a Parigi dopo la diffusione della notizia dell’arresto del leader dell’opposizione senegalese Ousmane Sonko, e la messa al bando del suo partito. La polizia è intervenuta con il lancio di gas lacrimogeni. Già ieri in Senegal manifestanti hanno bruciato le bandiere della Francia accusando Parigi di complicità con il presidente liberticida in carica. A Parigi è presente una numerosissima comunità senegalese.

L’annuncio dell’arresto di Sonko è arrivato ieri, lunedì, a fine pomeriggio, quando il ministro dell’Interno senegalese, Antoine Félix Diome ha annunciato che i “Patrioti del Senegal per il lavoro, l’etica e la fraternità” (Pastef) sono stati sciolti per decreto governativo. Le autorità vogliono così assestare un colpo mortale a Ousmane Sonko, il più serio rivale del partito al governo per le elezioni presidenziali del febbraio 2024. Poche ore prima, il presidente di Pastef era stato arrestato e portato nel carcere di Sébikotane.

Gli scontri a Parigi sono avvenuti dopo il colpo di Stato in Niger, che ha sancito la destituzione del presidente filofrancese Mohamed Bazoum. Tra le autorità francesi in molti cominciano a temere che anche il Senegal possa essere uno dei prossimi paesi africani ed ex colonia francofona, a scivolare nell’orbita filorussa.

Il leader dell’opposizione senegalese Ousmane Sonko, arrestato in Senegal, aveva presentato in Francia una denuncia penale per “crimini contro l’umanità” contro il presidente filofrancese Macky Sall, richiedendo un’indagine alla Corte penale internazionale. Sonko sostiene che gli scontri mortali seguiti alla sua condanna al carcere questo mese sono l’ultimo passo di “un attacco generalizzato e sistematico alla popolazione civile” del Senegal dal marzo 2021.

Lo scorso 22 giugno il presidente senegalese Sall era a Parigi per il vertice globale sulla finanza climatica convocato dal presidente Emmanuel Macron e si era incontrato con le autorità francesi.

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14/06/2023

Senegal - Il paese è pronto a ribellarsi ancora

Domenica a Genova centinaia di senegalesi sono scesi in piazza per protestare contro la violenta repressione del governo del Senegal contro l’opposizione. La situazione nel paese, dopo l’arresto del leader dell’opposizione Ousmane Sonko, continua ad essere esplosiva. Pubblichiamo qui di seguito un interessante articolo di Valeria Cagnazzo da Pagine Esteri che ricostruisce bene la situazione in Senegal.

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Senegal. Morti e feriti nelle proteste, la deriva autoritaria di Macky Sall

di Valeria Cagnazzo

È solo apparente la calma che regna nelle ultime ore in Senegal, a una settimana dagli scontri che hanno infiammato le strade di Dakar e delle più importanti città del Paese provocando morti, almeno 390 feriti e decine di arresti.

Secondo le fonti ufficiali del governo, le vittime delle rivolte di inizio giugno sarebbero 16, almeno 19 secondo l’opposizione, e Amnesty International parla addirittura di 23 persone uccise.

Adesso che i roghi di pneumatici sono spenti e la rabbia dei più giovani è momentaneamente arginata, è tempo di fare i conti con il sangue versato in questi giorni in una violenza senza precedenti per un Paese baluardo di stabilità nel continente e dalla lunga tradizione democratica. Basterebbe poco, d’altronde, come una dichiarazione del Presidente Macky Sall, per far esplodere di nuovo gli scontri.

Le proteste erano scoppiate l’1 giugno scorso, quando il tribunale di Dakar aveva emesso la sua condanna nei confronti di Ousmane Sonko, leader del partito Pastef (Patrioti africani del Senegal per il lavoro, l’etica e la fratellanza) particolarmente amato dai più giovani e fermo oppositore del Presidente in carica, Macky Sall.

La sentenza, due anni di carcere per il politico quarantottenne con l’accusa di aver “favorito la corruzione giovanile”, è arrivata a due anni di distanza dalla prima imputazione del leader dell’opposizione.

Nel marzo 2021, infatti, Sonko, che oltre a guidare il suo partito è anche sindaco della cittadina di Ziguinchor, era stato denunciato per stupro da una dipendente del centro massaggi “Sweet Beauté” che frequentava abitualmente per lombalgia cronica. L’1 giugno, l’accusa di stupro, che gli sarebbe valsa 5 anni di carcere, è di fatto caduta, ma l’ha sostituita una condanna per “corruzione di individui di età inferiore ai 21 anni”.

Il verdetto ha raggiunto Sonko nella sua casa di Ziguinchor e ha generato in poche ore manifestazioni nelle piazze e proteste sempre più violente nelle strade e nelle Università, per quella che è stata definita una “condanna politica” per eliminare l’oppositore più pericoloso di Macky Sall.

Dall’inizio dei suoi problemi giudiziari, Sonko si è sempre dichiarato innocente, puntando il dito contro il Presidente Sall per aver confezionate accuse contro di lui con l’obiettivo di estrometterlo dalle prossime elezioni presidenziali, che si terranno nel febbraio 2024 e che lo vedevano tra i favoriti.

Alle elezioni del 2019, Sonko si era collocato al terzo posto, con oltre il 15% dei voti. Il leader di Partef piace soprattutto ai giovani, perché parla di giustizia sociale e di lavoro in un Paese in cui il 40% della popolazione vive sotto la soglia di povertà e sono soprattutto loro a dover emigrare.

Parla anche di onestà e di trasparenza, Sonko, accusando l’attuale leadership di corruzione e il Presidente Sall di voler trasformare una democrazia storica in un regime autoritario, soprattutto da quando ha annunciato di volersi candidare alle presidenziali correndo per il suo terzo mandato consecutivo.

Sono proprio le prossime elezioni il nodo principale delle tensioni nel Paese, in cui il malcontento, la crisi economica e la fragilità politica crescente covavano da anni.

Quando Sall ha annunciato di essere pronto a candidarsi di nuovo, Sonko e tutta l’opposizione hanno gridato al rischio di dittatura, come lo stesso Sall avrebbe d’altronde potuto prevedere. A niente è valso il tentativo del Presidente, a fine maggio, di promuovere un progetto di “dialogo nazionale”, completamente boicottato dalle opposizioni.

Salito al potere nel 2012 per un mandato di sette anni, Macky Sall era stato rieletto nel 2019, per restare in carica fino al 2024. Cinque anni per il secondo mandato e non più sette perché nel 2016 una riforma costituzionale aveva modificato la durata della carica presidenziale.

Un altro articolo nella Costituzione vieta chiaramente che un Presidente possa restare in carica per più di due mandati consecutivi. Con un artificio che non dev’essere stato apprezzato dai partiti di opposizione né dalla popolazione senegalese, Sall ha cercato di giustificare il suo desiderio di correre come Presidente per la terza volta utilizzando proprio la riforma del 2016 come espediente: la modifica della durata del mandato rispetto al suo precedente incarico avrebbe azzerato la conta dei suoi mandati a partire da quello durato di cinque anni, ovvero di quello che rispetta la Costituzione attuale.

I primi sette anni di Presidenza sarebbero con questo cavillo, secondo Sall, escludibili dalla conta dei suoi incarichi. Secondo questo ragionamento a detta di molti capzioso, se dovesse vincere le elezioni di febbraio 2024, si ritroverebbe a governare per la seconda, e non la terza volta.

Una motivazione che non deve, però, aver convinto troppo il suo Paese. La condanna al carcere di Sonko ha lanciato nelle strade giovani manifestanti che non chiedevano soltanto l’immediato rilascio del loro leader, ma accusavano anche l’attuale Presidente di voler instaurare un regime dittatoriale e di minacciare con la sua sete di potere la democrazia senegalese.

Le rivolte non hanno riguardato solo il Senegal, ma anche i giovani della diaspora: i consolati di Milano, di New York, di Bordeaux sono stati presi d’assalto dai manifestanti anti-Sall, tanto che Dakar ha dovuto momentaneamente chiudere le sue ambasciate nel mondo per evitare ulteriori violenze.

In Senegal, la repressione delle proteste è stata durissima. In tre giorni, gli scontri hanno provocato almeno venti morti, centinaia sono stati i manifestanti feriti o quelli condotti in carcere. I due poli si accusano a vicenda di aver usato squadroni di uomini armati vestiti in abiti civili per attaccare i manifestanti o le forze di sicurezza, a seconda della provenienza dell’accusa.

Alcuni testimoni hanno raccontato di uomini armati di pistole o coltelli che a decine uscivano dai pick up per compiere attacchi mirati ai manifestanti. Nei giorni delle proteste, nel Paese è stato sospeso l’accesso a Facebook, Whatsapp e Twitter: per motivi di sicurezza, secondo quanto dichiarato dal governo, per impedire che i social media venissero utilizzati per incitamento alla violenza.

Solo mercoledì 7 giugno, il Presidente Sall si è pubblicamente pronunciato sulle violenze che avevano investito il suo Paese, condannandole come un “tentativo di seminare il terrore e paralizzare il Paese”, e ha invitato l’opposizione a lavorare insieme per “mantenere il rispetto della legge e il desiderio condiviso di vivere in pace, stabilità e solidarietà”.

Non ha fatto, però, nessun riferimento alle prossime elezioni. Eppure “Basterebbe che un uomo dicesse: rinuncio al terzo mandato, che disonorerebbe la mia parola, il mio Paese e la sua Costituzione, perché la collera che si esprime nelle strade si attenuasse. Quest’uomo, è il presidente della Repubblica”.

È quanto hanno scritto in questi giorni tre eminenti intellettuali del Paese, Boubacar Boris Diop, Felwine Sarr e Mohamed Mbougar Sarr, in una lettera aperta di denuncia della “deriva autoritaria del Presidente, l’anacronistica limitazione di libertà acquisite e il crescente clima di repressione in cui versa il Paese”. È Macky Sall, secondo gli scrittori, il responsabile del sangue versato in Senegal e la più grave minaccia per la sua democrazia.

“In realtà siamo tutti, da mesi, testimoni della hubris di un potere che imprigiona o manda in esilio gli opponenti più minacciosi”, si legge nel manifesto, “reprime le libertà (soprattutto quella di stampa) e tira su la sua fazione con una rivoltante impunità. Siamo anche testimoni degli errori di uno Stato desideroso di restare forte a tutti i costi – e il costo è quello del sangue, della dissimulazione, della menzogna – dimenticando che uno Stato forte è uno Stato giusto, e che l’ordine si mantiene con l’equità”.

Già altri oppositori prima di Sonko erano stati, infatti, arrestati e allontanati dalla scena pubblica, e tra maggio e giugno il clima si è fatto ancora più pesante. Aliou Sané, leader di Y’en a Marre, un gruppo di rapper e giornalisti senegalesi, è stato arrestato il 29 maggio mentre si recava a fare visita a Ousmane Sonko, a cui era stato impedito di lasciare la sua casa per evitare tensioni, con l’accusa di aver partecipato a manifestazioni non autorizzate e disturbo della quiete pubblica.

Due giorni dopo, Bentaleb Sow prima e Moustapha Diop dopo, membri del gruppo di opposizione FRAPP, sono stati arrestati.

“Noi ci teniamo a mettere in allerta sull’uso eccessivo della forza nella repressione della rivolta popolare in corso”, scrivono nel manifesto i tre intellettuali, che puntano il dito contro “la frenesia accumulatrice di una casta che si arricchisce illegalmente, coltiva un egoismo indecente e, quando la si interpella o gliene si chiede conto, risponde con il disprezzo, la forza, o, peggio, con l’indifferenza”, e accusano il governo di “governare con la violenza e con la forza, una cosa che il regime attuale sta metodicamente mettendo in atto da tempo. L’intimidazione delle voci dissidenti, la violenza fisica, la privazione della libertà sono state una tappa importante del saccheggio delle nostre libertà democratiche”.

I firmatari sono Mohamed Mbougar Sarr, classe 1990, premio Goncourt per “La più recondita memoria degli uomini”, Felwine Sarr (1972) accademico, musicista e scrittore, autore, tra gli altri, di “Afrotopia” (2016), saggio sulla decolonizzazione della conoscenza nel continente africano, e Boubakar Boris Diop (1946), vincitore nel 2021 del Neustadt International Prize for Literature, scrittore, autore di teatro e giornalista ex direttore del quotidiano Le Matin.

Anche diverse ONG per i diritti umani hanno denunciato la deriva autoritaria e la violenza della repressione di Macky Sall.

Amnesty International ha sollecitato le autorità senegalesi “ad avviare immediatamente un’indagine indipendente e trasparente sulla morte di almeno 23 persone, tra cui tre bambini, nella repressione delle proteste del 1° e del 2 giugno”. In particolare, anche per Amnesty sarà da chiarire la “presenza di uomini armati in abiti civili in appoggio alle forze di sicurezza, ampiamente documentata dalle immagini filmate”.

Il 4 giugno scorso le autorità hanno negato il coinvolgimento di forze di sicurezza governative prive di identificativo negli scontri e hanno parlato di “forze occulte” venute dall’estero per infiltrarsi tra i manifestanti, ma le accuse da parte di Amnesty e Human Rights Watch rimangono pesantissime.

Più che pacificata, la situazione in Senegal è dunque solo momentaneamente congelata. Sonko non è ancora in carcere ma non può lasciare il suo domicilio, i suoi collaboratori lo dichiarano “rapito dallo Stato” e i suoi sostenitori aspettano che venga scagionato. Il Paese vigila e sembra pronto a ribellarsi ancora, se necessario.

Dopo la “tempesta”, come hanno definito le proteste i tre scrittori, il primo passo verso una pace sociale sarebbe probabilmente la rinuncia da parte di Macky Sall alle prossime presidenziali. A seguire, si dovrà fare i conti con il malessere profondo che il Paese covava da tempo e che le manifestazioni pro-Sonko hanno portato a galla: la crisi dello stato di diritto e la sete di una maggiore giustizia sociale, prima di tutto.

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