Il Governo Meloni porta al Consiglio dei Ministri un Decreto che impone un tetto del 30% agli alunni stranieri in classe, vieta niqab e burqa in aula e minaccia multe fino a 1.000 € ai genitori stranieri che non conoscono bene la lingua italiana, mentre la Lega arriva a proporre la revoca del permesso di soggiorno alle famiglie che non mandano le figlie a scuola.
È un provvedimento che classifica gli alunni e le alunne per cittadinanza e trasforma la scuola pubblica in un dispositivo di respingimento e in palcoscenico da campagna elettorale.
Lo abbiamo già scritto chiaramente e adesso lo ribadiamo: i numeri smentiscono l’allarme che il Governo agita. Le alunne che indossano il velo integrale sono solo circa 5/600 su tutto il territorio nazionale. Gli alunni con background migratorio sono circa 931 mila, l’11,6% del totale, e due terzi sono nati e cresciuti in questo Paese: sono italiani in tutto tranne che sulla carta.
Una circolare identica esiste dal 2010 ed è rimasta lettera morta, perché il problema non è mai stato di natura pedagogica: le famiglie vivono dove gli affitti costano meno, in periferie abbandonate dallo Stato. Infine, l’idea di colpevolizzare la lingua d’origine in famiglia è una vera e propria follia pedagogica, oltre che una misura punitiva e classista, nei fatti ipocrita e non applicabile.
Il Governo, invece di investire risorse su case, servizi e organici, scarica il conto sui bambini e le bambine nati o cresciuti in questo Paese con un decreto che – numeri alla mano – serve solo ad alimentare la caccia al ‘nemico interno’ invece che affrontare i veri problemi della scuola e del Paese.
Questo decreto non nasce da solo. È un altro pezzo della stessa deriva che spinge la scuola pubblica statale verso la logica della caserma e del controllo, la stessa che sindacati, associazioni, organizzazioni e collettivi studenteschi denunciano da tempo.
Chiediamo apertamente al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella di non apporre la propria firma su questo Decreto.
Selezionare i bambini e le bambine per cittadinanza viola l’articolo 34 della Costituzione, che vuole la scuola aperta a tutti, e l’articolo 3, che vieta ogni distinzione di razza e condizione personale.
Non ci sarà tetto, muro o decreto capace di fermare la mobilitazione di chi nella scuola pubblica statale ci lavora e ci crede.
La nostra risposta a questo Governo è più organico, più docenti, più ATA, per un’integrazione vera di tutte e di tutti!
Per aderire o firmare l’appello scrivere a: mattarellanonfirmi@gmail.com
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
28/09/2026
Appello: Mattarella non firmi il decreto razzista sulla scuola
07/09/2026
Una risposta di classe alla campagna della destra sulla Remigrazione
Ma per smontare questo concetto dobbiamo evidenziare quelli che sono i numeri, le statistiche, l’impatto della presenza di persone straniere in Italia.
In Italia, i lavoratori stranieri producono circa il 9% del PIL nazionale, per un valore aggiunto pari a 177 miliardi di euro all’anno. Gli occupati stranieri rappresentano oltre il 10% della forza lavoro complessiva, raggiungono il 15% se si includono gli stranieri che hanno ottenuto la cittadinanza italiana, con percentuali molto alte in settori chiave come l’agricoltura e le costruzioni, settori dove il loro contributo raggiunge rispettivamente il 18% e il 16,4%.
La Popolazione è stabile grazie alle migrazioni. Continua il calo della fecondità e aumenta la speranza di vita
Diminuiscono le nascite, stabili i decessi: nel 2025, 355mila i nati, 652mila i decessi.
Le immigrazioni dall’estero sono 440mila, le emigrazioni per l’estero 144mila.
Al 1° gennaio 2026 la popolazione residente di cittadinanza straniera è pari a 5 milioni e 560mila unità, in aumento di 188mila individui, quella di cittadinanza italiana ammonta a 53 milioni 383mila unità, in calo di 189mila individui.
Nelle classi italiane la percentuale di alunni con cittadinanza non italiana si attesta intorno all’11,6% del totale degli iscritti (circa 930.000 studenti), con punte che sfiorano quasi il 12% nei dati più recenti. Oltre la metà di questi ragazzi e ragazze è però nata in Italia.
L’Italia affronta una grave crisi di denatalità con un minimo storico di 355.000 nuovi nati registrati nel 2025, il livello più basso dal secondo dopoguerra. Il tasso di fecondità è sceso a circa 1,14 figli per donna. Oltre il 60% delle persone rinuncia ad avere figli a causa di ostacoli economici, lavorativi e sociali.
I lavoratori in meno al 2040
L’effetto sul lavoro è più ampio: entro il 2040 il numero di persone in età lavorativa si ridurrà di circa cinque milioni di unità. Questo potrebbe comportare, ha ricordato Bankitalia nella relazione 2025, una contrazione del PIL stimata nell’11%.
L’Ocse rincara addirittura la dose. Per il periodo che va dal 2023 al 2060 le stime parlano di un calo del 34% della popolazione in età lavorativa, tra i più ampi a livello internazionale. Il numero di anziani a carico per ogni persona in età lavorativa in Italia aumenterà da 0,41, cioè un anziano a carico ogni 2,4 persone in età lavorativa, a 0,76, ovvero un anziano a carico ogni 1,3 persone in età lavorativa. Se il confronto lo facciamo con i giovani, la Ragioneria generale dello Stato nelle sue ultime stime ha avvertito che nel 2080 rischiamo di avere 312 anziani ogni 100 giovani.
Tutto questo nello scenario base, ritenuto il più probabile. Senza immigrazione, cioè escludendo completamente flussi migratori in uscita e in entrata, ma considerando solo la dinamica di natalità e mortalità, l’Italia perderebbe nel 2050 ben nove milioni di residenti e 6,8 milioni di occupati.
A parità di produttività, questo comporterebbe una flessione del valore aggiunto pari al 25,6% (a 1.463 miliardi di euro).
Per quanto riguarda il gettito fiscale, alcuni dati hanno rivelato che i migranti in Italia hanno versato 80,4 miliardi di euro di tasse, di cui 11,6 miliardi di euro di imposta sul reddito delle persone fisiche, senza che ciò abbia avuto un impatto negativo sulla spesa pubblica, come quella per la sanità e le pensioni (non più del 3%). Confrontando le entrate statali (tasse e contributi previdenziali) con la spesa pubblica per i servizi sociali, l’effetto netto legato agli immigrati è positivo (+1,2 miliardi di euro).
Importante anche osservare i dati sugli infortuni sul lavoro, sia per decessi che per infortuni non mortali, i lavoratori stranieri sono coinvolti nel 25% dei casi, pur essendo solo il 10% della forza lavoro complessiva, ciò significa che i lavoratori stranieri sono impegnati nelle attività lavorative con maggior rischio di infortunio e con minor osservanza della sicurezza sul lavoro.
LAVORATORI STRANIERI: RISCHIO MORTALE PIÙ CHE DOPPIO PER TUTTO IL 2025
Sono 251 gli stranieri vittime di infortuni sul lavoro, su un totale di 1.093: 182 deceduti in occasione di lavoro e 69 in itinere. Dunque, circa una vittima su quattro è straniera. Il rischio di morte sul lavoro, poi, risulta essere più che doppio rispetto a quello dei lavoratori italiani. Infatti, gli stranieri registrano un indice di 72,4 morti ogni milione di occupati, contro il 28,8 degli italiani.
SETTORI PIÙ COLPITI NEL 2025: COSTRUZIONI E ATTIVITÀ MANIFATTURIERE
Alla fine di dicembre 2025 il settore più colpito è quello delle Costruzioni, con 148 decessi in occasione di lavoro; seguito da Attività Manifatturiere (117), Trasporti e Magazzinaggio (110) e Commercio (68).
Le denunce dei lavoratori stranieri sono 127.725 su 597.710 (circa 1 su 5).
Ma vediamo quale incidenza hanno i lavoratori stranieri nei diversi settori di lavoro:
BADANTI – In Italia, quasi il 73% delle badanti è straniero, coprendo un ruolo essenziale per l’assistenza agli anziani. Provengono in gran parte dall’Est Europa (Romania, Ucraina, Georgia, Bulgaria) e da Paesi asiatici o latinoamericani. Il loro lavoro sostiene il welfare familiare, ma è spesso regolato da norme specifiche per l’ingresso e il soggiorno.
BRACCIANTI – I braccianti stranieri in Italia rappresentano una componente fondamentale della forza lavoro agricola, con oltre 310.000 operai extracomunitari a tempo determinato registrati e un’incidenza totale che copre circa un terzo del settore. Molti di essi affrontano gravi criticità legate al caporalato, al lavoro nero e a condizioni abitative degradanti, specialmente in aree ad alta intensità produttiva come il Sud Italia e il Lazio.
RISTORAZIONE – Nel settore Alloggio e Ristorazione italiano lavorano 285.000 persone di cittadinanza non italiana. Sono il 18,5% del totale dei dipendenti del comparto, secondo i dati ISTAT del 2024. Se restringiamo lo sguardo alla sola ristorazione, escludendo gli alberghi, il dato sale al 29,8%: poco meno di un lavoratore su tre. La rilevazione è del Rapporto FIPE 2026.
EDILIZIA – Il settore delle Costruzioni, in particolare, ha registrato un’elevata incidenza di lavoratori stranieri. Tra le attivazioni di contratti per cittadini non italiani, infatti, il 34,2% si concentra nelle Costruzioni, rendendo questo comparto uno dei principali per la manodopera straniera, subito dopo l’agricoltura (40,8%).
LOGISTICA – I lavoratori stranieri rappresentano una parte essenziale della logistica in Italia. Coprono circa un terzo della forza lavoro del settore, tra magazzinieri, corrieri e autisti. Molti di loro affrontano turni duri, rischi alti e problemi di tutele, pur essendo centrali per la mobilità delle merci.
RIDERS – La maggior parte dei rider in Italia è oggi composta da lavoratori stranieri e migranti. Spesso operano in condizioni di forte precarietà con turni fino a 10 ore al giorno, paghe a cottimo tra i 2 e i 4 euro a consegna e scarsa tutela sociale, finendo talvolta al centro di inchieste per caporalato digitale.
Molti affrontano condizioni di forte precarietà, turni massacranti fino a 10-12 ore al giorno e paghe a cottimo comprese tra i 2 e i 4 euro a consegna, rischiando di cadere in forme di sfruttamento e caporalato digitale gestite da reti informali o criminali.
IRREGOLARI – sono circa 340.000 (stima in difetto) i lavoratori stranieri irregolari, 200 mila i lavoratori irregolari occupati nel settore agricolo – tra loro 55mila donne -, con un tasso di irregolarità in aumento, che ha raggiunto il 30% del totale. L’ultima stima dell’Istat risale al 2023, il fenomeno è esteso a tutta l’Italia, (dal Piemonte al Trentino, dalla Calabria alla Basilicata), tra loro molti sono migranti spinti dalla necessità di guadagnare, che in assenza di alternative accettano una retribuzione giornaliera che si aggira sui 20 euro per lavorare dalle 12 alle 14 ore nei campi senza alcuna forma di tutela.
DECRETO FLUSSI – Tra il 2026 e il 2028, si prevedono quote di ingresso così ripartite: 64.850 per l’anno 2026, 165.850 per il 2027 e 166.850 per il 2028. Tuttavia, se si confermasse il trend relativo al tasso di successo di questa complicata procedura registrato nel 2023, ogni anno verrebbero regolarizzate meno del 10% delle persone che ne avrebbero diritto, integrando nel triennio poco meno di 30.000 lavoratrici e lavoratori.
Questi sono i numeri, ma oggi come sindacato stiamo registrando numeri sicuramente più alti dovuti all’alto tasso di contrattazione irregolare, lavoro grigio, lavoro nero, sfruttamento lavorativo nelle diverse forme possibili. A ciò, aggiungiamo una politica di costante aumento di difficoltà per i cittadini stranieri: lunghe code per rilascio appuntamenti e documenti, aumento dei dinieghi alle varie forme di permesso di soggiorno, difficoltà nel rilascio della residenza, della tessera sanitaria, del conto corrente bancario.
Tutti ostacoli determinati da una politica governativa essenzialmente xenofoba, che nasconde da una parte la necessità di cavalcare la propaganda remigratoria, dall’altra la necessità di garantirsi mano d’opera a basso costo e facilmente ricattabile.
A questa condizione generale l’USB ha deciso di passare dalla fase della denuncia della privazione dei diritti di cittadinanza, alla fase di costruzione di un tessuto organizzato di lavoratori migranti che nei settori che abbiamo precedentemente indicato, possono incidere sull’economia. Abbiamo già le esperienze di lotta dei lavoratori della logistica, che ormai in tanti magazzini hanno compreso l’importanza dell’iniziativa conflittuale per ottenere i propri diritti, abbiamo l’esperienza dei braccianti di Torretta, che dal momento della loro sindacalizzazione son passati dai 3 € l’ora agli attuali 8/9, o abbiamo la vertenza dei riders che hanno accettato di affrontare la vertenza contro le aziende, unendo iniziativa conflittuale e vertenza legale, in ultimo c’è da evidenziare anche come piccole vertenze, anche di lavoratori singoli, hanno raggiunto risultati importanti praticando la lotta con il nostro sindacato.
Dobbiamo sostenere e rafforzare la sindacalizzazione dei lavoratori migranti, costruendo piattaforme di settore che coinvolgano sempre più i lavoratori sulla consapevolezza della loro funzione nell’economia.
L’idea, la proposta, è di lavorare ad una mobilitazione nazionale dei lavoratori migranti capace di rendere visibile l’importanza della loro presenza.
Immaginiamo delle giornate di lotta nei vari settori: braccianti che non raccolgono prodotti agricoli, badanti che lasciano incustoditi anziani e malati, merci che rimangono nei magazzini in prossimità delle feste di Natale, Riders che si rifiutano di portare pizze o hamburger, in una stagione in cui la propaganda razzista della destra sarà ogni giorno più forte, rappresentare e dare sostanza ad una realtà diversa è fondamentale per una forza politica che vuole rappresentare la classe nella sua interezza.
Su questo chiediamo a tutte le strutture organizzate che si occupano di Migranti di avviare un ragionamento collettivo sulla funzione lavorativa dei migranti.
Se i lavoratori stranieri si fermano l’economia italiana ha una forte battuta di arresto! L’USB per la costruzione di una campagna di sindacalizzazione conflittuale dei lavoratori migranti. Il 24 settembre assemblea nazionale online.
Fonte
03/09/2026
Cancel, woke and cultural wars: hic Rhodus, hic salta
di Alessandro Barile
La polemica sul woke ha terremotato il dibattito a sinistra e vivacizzato questo scampolo d’estate altrimenti costretto ad occuparsi di Lavitola e Ranucci e altri faccendieri della magistratura. Nella grande confusione generata soprattutto dall’articolo di Giuseppe Conte su «Repubblica», agli spernacchi della destra si è sommato il coro dei «finalmente» a sinistra: “non se ne poteva più di questa woke, torniamo ai rapporti di produzione!” – figuriamoci. Ma i conflitti culturali sono proprio una forma di questi rapporti di produzione al tempo della tarda modernità occidentale. Senza riconoscere la coincidenza tra “guerre culturali” e sfruttamento sociale non si potranno che ripetere i concetti della destra con parole “di sinistra”. Alcune scene di vita quotidiana.
Un liceo qualsiasi in una provincia qualsiasi, a Piacenza mettiamo; una classe mista di italiani, italiani razzializzati (studenti nati in Italia da genitori stranieri) e migranti in attesa di cittadinanza (studenti nati all’estero da genitori stranieri). L’intera classe si appresta a studiare Omero, la mitologia classica, la storia di Roma, il genitivo o l’aoristo – ma metà o quasi di quella classe ignora il carattere universale di questa cultura. Lo ignora anche la metà degli italiani non-razzializzati ovviamente, ma percepiscono almeno una cosa decisiva: questa storia parla di loro – perché così è stato loro trasmesso dall’edificio retorico e simbolico in cui si muovono. Ciò che è intuibile ad un italiano non-razzializzato non lo è per chi proviene da altre culture, altre lingue, altre tradizioni familiari e nazionali. Che ne sappiamo d’altronde noi di Qaddur Al-Alami o di Murasaki Shikibu? L’acculturazione attraverso i classici non dovrà per questo dismettersi – nessuno lo chiede, neanche tra i boschi del Massacchussets – ma trovare altre forme, altri sentieri; dovranno essere loro poste domande diverse e ulteriori, e tirate fuori risposte vive e spiazzanti; dovrà istituirsi un’altra relazione, che non disperda ma arricchisca la capacità del classico di parlare allo studente italiano – razzializzato o meno – del XXI secolo. È d’altronde ciò che è sempre avvenuto: il canone è un costrutto (politico)culturale, non ci è stato consegnato tale da una qualche fatidica tradizione. Proprio al fine di evitare la ghettizzazione culturale, conseguenza e premessa al tempo stesso di quella sociale, non c’è altra strada: la battaglia culturale dovrà avvenire trasformando le forme dell’insegnamento, i moduli, il linguaggio, i codici d’accesso.
Un McDonald qualsiasi in una città qualsiasi, a Napoli mettiamo; l’interno del locale è ormai diviso in due: da un lato gli avventori, dall’altro una ventina di rider con casco e zaino ad attendere la chiamata. Sono decine, a tutte le ore, sempre e soltanto stranieri. Decine di migliaia in ogni metropoli. È la nuova classe operaia nazionale, che si muove a chiamata, a cottimo, senza diritti e spesso senza contratti regolari, geolocalizzata da una app che risponde ad un padronato anonimo, disincarnato fisicamente e reincarnato nell’algoritmo, pagata miseramente e senza speranza di qualificazione lavorativa. Il rider di oggi sarà quello di domani, tra un anno, tra dieci anni. Non si parte dal basso per salire di dignità contrattuale e salariale: si rimane al piano terra. Per aspirare ad un miglioramento complessivo e collettivo, materiale, della propria condizione lavorativa, c’è l’armamentario esperienziale di due secoli di lotte: scioperi e picchetti, solidarietà operaia, manifestazioni, organizzazione, insubordinazione. Tutte forme di lotta che comportano conflitto, denunce, notifiche dalla questura, apertura di indagini e rinvii a processo, demansionamento e licenziamento sicuro. Tutte cose che l’operaio straniero senza cittadinanza, e spesso senza permesso di soggiorno permanente, non può permettersi: l’operaio straniero non attende i tempi del processo, rischia il Cpr e il rimpatrio. Per poter lottare sul piano materiale serve l’eguaglianza giuridica di tutti di fronte alla legge. Serve la cittadinanza, che è una qualificazione e un obiettivo preordinato delle lotte di classe della tarda modernità occidentale. Non c’è il salario e poi i diritti: ci sono i diritti che rendono possibile la dignità lavorativa, e questa che rende concreti i diritti.
Una qualsiasi università pubblica di una qualsiasi città, Roma ad esempio. A fronte di una popolazione romana composta per più del 15% da italiani razzializzati dalle più diverse discendenze (asiatici, slavi, maghrebini, latinoamericani eccetera), il vasto cantiere delle humanities è ancora saldamente composto da studenti, ricercatori e professori italiani, figli di italiani, bianchi (e maschi, dopo il dottorato). L’ingresso nei dipartimenti degli studi classici è ancora selezionato in base alla condizione di genere e di classe: chi altro può attendere un ventennio di precarietà prima del reclutamento attorno ai 40-45 anni? Di qui una popolazione docente che continuerà a intrattenere con i classici antichi e moderni un rapporto usurato, vecchio, incapace di parlare alla società – contribuendo così al suo definanziamento e alla sua periferizzazione culturale (e quindi accademica), divenendo passatempo specialistico. È il modello reso immortale nella figura di Peter Kien – a monito di come non usare la cultura di fronte alla trasformazione del mondo. Le opportunità di lavoro seguono il circuito “stem”, e tanti saluti alla “tradizione culturale”, al “canone” e all’intangibilità dei modelli classici. Istituire dei percorsi che possano contemperare la capacità di studio e la possibilità materiale di farlo per chi non è tradizionalmente privilegiato significa porre le basi affinché poi, a cascata, si possano comunicare i codici di aggiornamento del canone classico dall’accademia alla scuola alla società, studiarlo quindi meglio, renderlo attuale e non sepolcrale, consentendo a tutta la popolazione, e non solo a una sua quota privilegiata, di potersi confrontare con lo straordinario universo della classicità latina e greca, con la storia antica, medievale e moderna, con la filologia romanza o con l’italianistica. Per porre le fatidiche nuove domande ai classici – ovvero per mantenerli vitali – serve uno sguardo diverso, posto da persone fisicamente, materialmente e socialmente diverse. Il “merito” non risolve le cose, perché il merito è un’appendice delle condizioni di classe.
Gli esempi si potrebbero moltiplicare, ma la sostanza del discorso sarebbe la stessa: i fenomeni migratori stanno transitando verso una dimensione osmotica tra metropoli e provincia. Non si tratta più di ospitare, accogliere e assimilare, ma di ripensare la società fondata su questa diversità strutturale irriducibile alla vecchia unità culturale della modernità, costringendoci a pensarne un’altra. Non è “l’unità culturale”, il problema: è la vecchia unificazione valoriale e simbolica (un’etnia, una lingua, una tradizione letteraria, una religione eccetera) a non essere più adatta a rispondere alle sfide del presente (e del futuro). D’altra parte, già oggi la costruzione simbolica passa da Netflix e da Tik Tok molto di più di quanto possa passare da un decreto o da una riforma governativa. Se abbiamo capito che lo Stato non disperde poteri e funzioni con la globalizzazione, avremmo pure dovuto capire che lo “Stato-nazione” è un costrutto che è andato mutandosi nel tempo e disperdendo i suoi caratteri otto-novecenteschi.
La popolazione migrante, in forma inconsapevole, non organizzata e neanche pensata, sta attuando una sua “lotta per il riconoscimento”, che è sociale e culturale insieme. Sarebbe marxisticamente lodevole, ma anche astrattamente teorico, che questo “riconoscimento” fosse già adesso fondato sulle demarcazioni di classe (eppure nel settore della logistica molta strada si è fatta in tal senso, soprattutto però per la scarsa presenza di italiani nel facchinaggio, cosa che ha reso la componente migrante un’avanguardia delle lotte). La compenetrazione tra popolazione indigena, razzializzata e migrante sta infatti disfacendo le basi culturali dell’umanitarismo borghese. Il razzismo tracima dalle tradizionali nicchie neofasciste-proprietarie ai settori più vasti della società, un razzismo che non ha ancora la forza di presentarsi su basi etniche, camuffandosi da economicismo (i migranti abbassano i salari) e legalitarismo (sicurezza urbana). Le contraddizioni nella composizione migrante, pure presenti, rimangono sullo sfondo rispetto a un’identità che funziona da anticorpo e autodifesa contro la razzializzazione. Non è l’identità della “tradizione” folclorica però, che pure ha attraversato il mondo della sinistra negli anni Ottanta e Novanta; osservando da vicino le cose, si intravede un’identità che collima con il discorso anticoloniale, ovviamente nelle forme spurie e incoscienti che questo assume nella concretezza delle relazioni sociali.
Questo fa delle guerre culturali, e quindi delle polemiche attorno al woke, un fatto imponente e inaggirabile: non c’è un complotto della satanica sinistra anglosassone ad imporle nell’agenda dei movimenti, ma la realtà capitalistica che le rende un’inevitabile occasione dello scontro di classe. “Materializzare il conflitto” non basta più come slogan, perché questa materialità passa dal riconoscimento giuridico e culturale, dal potersi definire uomini e donne compartecipi del destino di una società su di un piano di parità valoriale. Queste e non altre sono le lotte di classe in Occidente, negli Stati Uniti, in Italia, qui e ora.
È d’altra parte vero che la proiezione culturale di queste lotte è sovente catturata dal ceto intellettuale – accademico e giornalistico – capace sì di amplificarne la voce, ma al tempo stesso di pervertirle, di pacificarle. Ovvero di sottrarle alla dialettica con la materialità dei rapporti sociali, declinandole in un senso esclusivamente identitario e discorsivo. La frammentazione delle codificazioni tradizionali viene assunta come valore in sé (la molteplicità e la differenza) e non come processo che ricostruisce i suoi codici identificativi (codici che dovrebbero produrre una nuova unità fondata non più sulla linea del colore ma su quella del lavoro subordinato).
Le identità, e le conseguenti identity politics, non nascono semplicisticamente dalle “guerre culturali”, ma dall’egemonia borghese che viene esercitata sulla dimensione tellurica del riconoscimento, traducendo “l’identità del razzializzato” in “preservazione della minoranza agente”. Ma quella del colonizzato, indigeno e migrante, appare piuttosto una maggioranza potenziale in-formazione. È l’egemonia culturale della piccola borghesia colta il fattore distorcente, che pensa e parla a nome delle classi subordinate perché prive di una loro indipendenza politica. Se questo è il “midollo del leone”, il campo da gioco è quello della lotta per l’egemonia, che però va combattuta sul terreno della politica e non della cultura. Come diceva Brecht, «non dobbiamo partire dalle buone vecchie cose, ma dalle cattive cose nuove». Ecco, le guerre culturali sono parte di queste cattive cose nuove su cui giocarsi la partita dell’organizzazione politica e dell’orizzonte culturale che sarà sempre più, costitutivamente, meticcio.
Fonte
25/08/2026
I cacciatori di uomini sono al lavoro
Lo scorso 17 giugno il Parlamento UE ha approvato un nuovo “regolamento sul rimpatrio” dei migranti e lo ha fatto con una maggioranza composta da conservatori, nazionalisti e fascisti.
Questo regolamento prevede l’istituzione di centri di deportazione, o “hub di ritorno”, fuori dai confini europei. La misura è stata voluta dal capogruppo del Partito Popolare, il tedesco Manfred Weber (CSU) insieme ai neonazisti dell’AfD.
Sono le forze che sperano di salvare l’UE e l'“Occidente cristiano” eliminando i “residenti illegali”. Non gli è bastato l’annegamento di decine di migliaia di persone nel Mediterraneo né i massacri nelle guerre neocoloniali dell’imperialismo dal 1991 in poi (Iraq, Afghanistan, Somalia etc.).
Chiunque sopravviva a entrambi e venga classificato come inutile sarà inviato in un campo di concentramento, in Albania o in Africa.
Giovedì, 20 deportati dagli USA e sopravvissuti all’ICE, sono sbarcati in Liberia. Paesi africani come Sierra Leone, Guinea Equatoriale, Ghana, Ruanda, Sud Sudan, Camerun, e Repubblica Democratica del Congo si sono resi disponibili.
Giornali tedeschi come Spiegel e “Report Mainz” riferiscono che la prossima settimana, una delegazione dei governi di Germania, Austria, Danimarca, Grecia e Paesi Bassi si recherà in Ruanda per negoziare la costruzione di un “hub di rimpatrio” lì. La notizia è stata confermata dalle autorità di Kigali.
Il Ruanda è un paese ideale per i progetti occidentali. Dalla fine degli anni ’80, Paul Kagame è stato l'uomo forte del paese perché è strettamente legato agli Stati Uniti. Per 30 anni ha condotto una guerra di aggressione contro la Repubblica Democratica del Congo, di cui sono cadute vittime milioni di persone, e ha assicurato, ad esempio, rifornimenti per l’azienda H. C. Starck e Goslar, fondata nel 1920 – leader mondiale del mercato del coltan.
I cacciatori di uomini dell’UE, che presto si metteranno al lavoro sul modello ICE, hanno motivo di mantenere viva la guerra predatoria di Kagame. Senza omicidi di massa e furti di minerali, non c’è hub di rimpatrio. Weber e i suoi fascisti dell’UE sanno cosa stanno facendo.
Fonte
23/08/2026
Andare ai resti. Giocarsi la vita pur di non lasciarla scorrere lungo i binari dell’insostenibile quotidianità ereditata
di Gioacchino Toni
Dato alle stampe per la prima volta da DeriveApprodi nel 2004, quando ancora gli echi della conflittualità degli anni Settanta, seppur flebili, continuavano a suscitare interesse, per quanto in ambiti sempre più ristretti, Andare ai resti. Banditi, rapinatori, guerriglieri nell’Italia degli anni Settanta di Emilio Quadrelli è stato riproposto dal medesimo editore, dopo una seconda ristampa nel 2014, in un’edizione aggiornata nel 2024, in un’epoca, l’attuale, in cui anche gli ultimi sussurri di quel decennio si sono dissolti di pari passo alla scomparsa di molti di quegli attori sociali che proprio nei Settanta avevano preferito imboccare strade senza ritorno, “andare ai resti”, giocarsi la vita pur di non lasciarla scorrere lungo i binari della triste e ingiusta quotidianità ereditata. È proprio a questi uomini e a queste donne che fa riferimento il testo.
Quanto raccontato dal volume appartiene ormai all’archeologia illegale. Leggere oggi le testimonianze di uomini e donne che hanno vissuto attivamente quella stagione e le considerazioni che ne deriva Quadrelli, che quel mondo l’ha affrontato in prima persona, consente di guardare all’universo degli anni Settanta senza ometterne le parti più “scomode” e senza i filtri delle narrazioni ufficiali celebrative dell’ordine ri-costituito, degli amarcord da anniversario e delle fantasie dietrologiche ad orologeria. Infine, riprendere Andare ai resti rappresenta anche un piccolo omaggio personale alla memoria del suo autore, Emilio Quadrelli.
Ricorrendo alle metodologie della ricerca etnografica, ovvero all’importanza che questa assegna e riconosce alla narrazione in prima persona degli attori sociali, Quadrelli ricostruisce una particolare parentesi, anomala, breve quanto intensa, del mondo della prigione e degli universi illegali dell’Italia degli anni Settanta. Una stagione capace, a suo modo e analogamente alle insorgenze sociali e politiche che attraversavano la società in quel periodo, di mettere radicalmente in discussione il passato e lo status quo, prima di essere annientata sotto i colpi dell’atomizzazione sociale – diffusa attraverso l’eroina nei quartieri , la ristrutturazione del sistema produttivo, il dilagare della malavita “massificata” e le pratiche disciplinari volte a patologizzare la conflittualità – più ancora che dalla repressione militare. Per quanto sconfitti da un mondo che per mantenersi non ha esitato a smembrare i tessuti sociali e le loro culture solidaristiche diffondendo atomizzazione, solitudine e competitività nei quartieri e sul lavoro, gli uomini e le donne che, seppur per una breve stagione, hanno messo sul piatto la loro incompatibilità con il sistema vigente, i suoi valori, le sue gerarchie e i destini tracciati, hanno scelto di vivere, a loro modo, fino in fondo.
La stagione narrata da Quadrelli prende il via alla fine degli anni Sessanta, quando, soprattutto nelle grandi città del triangolo industriale del Nord, iniziano a diffondersi forme di criminalità del tutto nuove rispetto a quelle tradizionali, che presto assumono la forma delle “batterie” di rapinatori. Per quanto anomale, queste forme di criminalità mantengono legami con l’ambiente proletario da cui provengono. La scelta di “andare ai resti”, di giocarsi tutto e vada come vada, degli uomini e delle donne delle batterie, si colloca all’interno di una visione del mondo irriducibilmente conflittuale e di una propensione a mettersi in gioco in maniera risoluta che, nel corso degli anni Settanta, attraversa una parte importante del corpo sociale, soprattutto la sua componente proletaria e giovanile.
A differenza delle abituali attività illegali praticate dagli ambienti marginali e malavitosi, che a ben vedere sono una semplice variante dell’economia politica, le “batterie” sembrano ragionevolmente rappresentarne una critica. Perciò, anziché inserirsi nella normale e consueta negoziazione delle regole del disordine come abitualmente fa la malavita tradizionale, tendono a infrangere ogni regola ordinata e a fare della sfida e del conflitto con i rappresentanti della società legittima, e in particolare con le forze dell’ordine, la cornice esistenziale del loro stile di vita. Più che ad accumulare denaro, il loro interesse s’incentra su un accumulo di potenza dove la principale posta in palio sembra essere la derisione del nemico [p. 29].
Gli uomini e le donne delle batterie non pensano alla possibilità di un altro mondo, si muovono nella convinzione che occorra confrontarsi con l’esistente per quello che è e che lo si possa fare o passando la mano o rilanciando. «Buttare sul piatto i resti rimane, in fondo, una scelta forse tragica ma non disperata» [p. 34]. Per quanto nella conflittualità espressa dalle batterie, giocata com’è a livello esistenziale, non sia possibile individuare una qualche forma di coscienza politica, è innegabile, sostiene Quadrelli, che siano in essa ravvisabili elementi di contiguità, di relazione e di scambio con le componenti politiche radicali, a partire dal comune desiderio di prendersi il mondo loro negato e di prenderselo subito; un immaginario generazionale a cui parte del cinema e della musica rock dell’epoca hanno saputo dare immagine e voce. «La figura del rapinatore finisce per incarnare al meglio questo senso di ribellione permanente al realismo del tempo presente e per rappresentare, in quanto utopia, la forma di rottura più radicale» [p. 39]. Una ribellione che ha ben poco di romantico o di disperato, mossa com’è da una dimensione ludica e beffarda dell’esistenza. «Stare in una “batteria” e “andare giù di dure” non è altro che la materializzazione, hic et nunc, di un rapporto di belligeranza dove, a ben vedere, il fine non ha alcuna finalizzazione» [pp. 41-42].
Alla cultura della malavita tradizionale, abituata a ragionare in termini opportunistici, a guardare alle istituzioni come alla “naturale” controparte del gioco a cui sottostare, senza tante storie, nei momenti in cui queste hanno la meglio, gli uomini e le donne delle batterie contrappongono un immaginario completamente diverso, sintetizzabile nella formula “o noi o loro”, in cui non esiste possibilità di dialogo né, tantomeno, di assoggettamento. Se i malavitosi tradizionali considerano il carcere una sorta di “incidente di percorso” al cui interno occorre necessariamente trovare forme di compromesso con le guardie al fine di viverlo “al meglio”, senza porsi il problema di fuggire da esso, i giovani e le giovani delle batterie, una volta in prigione, non intendono negoziare alcunché e progettano sin da subito come tornarsene a casa. Per questi uomini e queste donne, in carcere come durante una rapina, non sono contemplate vie di fuga individuali, si pensa e si agisce sempre per “portare tutti a casa”, come del resto avviene nelle organizzazioni politiche. L’agibilità, in entrambi i casi, sottolinea l’autore, è possibile soltanto in presenza di un contesto sociale disposto, in un modo o nell’altro, a supportare o, almeno, a tollerare tali condotte illegali. La stessa evasione, come ogni altra pratica sociale, «è possibile solo se è legittimata all’interno di un ambito collettivo» [p. 131] sia interno che esterno al carcere.
Il mondo delle batterie, tiene a puntualizzare Quadrelli, non è riconducibile alla figura del “selvaggio”, cara alla letteratura e agli studiosi, che merita di essere “recuperata” attraverso un paternalistico processo di “civilizzazione”. Il “barbaro” delle batterie «è sinonimo di distruzione, inciviltà, rapina e saccheggio. […] A differenza del barbaro il selvaggio accetta la logica dello scambio e dell’assoggettamento. È curabile, educabile e socialmente recuperabile» [pp. 52-53]. Ecco l’anomalia con cui le istituzioni e la malavita tradizionale si trovano ad avere a che fare, del tutto incapaci di comprenderne la cultura e la condotta: un’anomalia che porta nelle carceri la belligeranza espressa fuori da esse e che si scontra con un universo penitenziario in cui “l’uomo di rispetto” e la guardia esprimono i medesimi modelli culturali e stili di vita, incentrati sulla gerarchia e sulla pacificazione concertata del territorio, sia esso carcerario o urbano. La cultura irriducibilmente conflittuale, che non contempla mediazioni, espressa dai “duri” e dalle “dure” delle batterie è la medesima che, sin dalla fine degli anni Sessanta, inizia a manifestarsi anche sui luoghi di lavoro da parte di settori non marginali della classe operaia.
L’universo carcerario degli anni Settanta delle principali grandi città del triangolo industriale ne riflette le specificità territoriali e produttive. Alle Nuove di Torino i prigionieri più giovani, perlopiù di origine meridionale, tendono a replicare le pratiche di insubordinazione espresse dall’operaio-massa che contraddistingue il tessuto produttivo del territorio. A San Vittore a Milano il mondo delle batterie si trova a fare i conti, oltre che con la presenza di una preesistente malavita professionale “elitaria”, incline a contribuire al mantenimento dell’ordine carcerario, con il “gangsterismo urbano” i cui membri se da un lato guardano al modello degli “uomini d’onore”, dall’altro mantengono caratteristiche tipiche del mondo della strada. «Si pensano eroi pur agendo da mercanti» [p. 109] e ciò li mantiene in bilico, al momento delle scelte, tra la compatibilità mercantile e la generosità eroica e solidale di chi viene dalla strada. Il carcere di Marassi di Genova, all’opposto di quanto avviene a Torino, è invece contraddistinto dalla presenza di soggetti soprattutto autoctoni sia tra le fila della criminalità tradizionale che in quella delle batterie, in linea con la diversa composizione del mondo del lavoro dei due territori: l’operaio-massa dequalificato, spesso di provenienza meridionale, nella città della Fiat, e una composizione operaia ancora di tipo qualificato nel genovese.
«Il carcere non è un blocco sociale omogeneo e al suo interno si riproducono, per di più in forma amplificata, le identiche contraddizioni presenti nel mondo sociale esterno. Un aspetto completamente trascurato dai movimenti politici, che iniziano a guardare al mondo carcerario con un certo interesse» [p. 117]. Ragionando su un astratto “movimento carcerario”, tali movimenti, sostiene Quadrelli, faticano ad andare oltre a una dimensione populista incurante della reale composizione del corpo prigioniero nei diversi istituti di pena.
Nel momento in cui le prigioni iniziano a riempirsi di detenuti e detenute per motivi politici è inevitabile che questo universo incontri quello delle batterie di cui, pur con altre finalità, tutto sommato, condivide l’irriducibile avversione al potere e l’insofferenza per la condizione di detenzione. Al di là di singoli casi, il rapporto delle batterie con la politica, sostiene Quadrelli, «sembra segnato da un completo disincanto e da una sorta di equidistanza tra la destra e la sinistra. Un’impressione che solo in parte corrisponde alla realtà. Il loro agire è, in ogni caso, istintivamente portato a schierarsi contro il potere infischiandosene delle offerte di collaborazione che questo, non raramente, gli offre» [p. 124]. Se difficilmente sono andati in porto i tentativi di parte neofascista e di apparati dello Stato di ricorrere alla manovalanza delle batterie di rapinatori, ciò, sostiene l’autore, è dovuto più alla «distanza culturale che separa questi gruppi da qualunque ipotesi di potere» [p. 124] che non a prese di posizione ideologiche.
Nemmeno l’apertura delle carceri speciali, per quanto riduca drasticamente le possibilità di fuga, doma del tutto il “modo d’essere” degli uomini e delle donne delle batterie e della guerriglia. Più che l’inasprimento delle forme di detenzione, a modificare le cose all’interno degli speciali è, secondo Quadrelli, il prendere piede di un sempre più ossessivo meccanismo di controllo tra gli stessi prigionieri:
Cominciano a formarsi, all’interno delle carceri speciali, dei dispositivi di controllo che non casualmente si definiranno come comitati di salute pubblica, incaricati di passare al setaccio i comportamenti quotidiani di ogni prigioniero. Un meccanismo contorto, paranoico e grottesco al contempo [...]. Un clima che incrina e azzera quello che era stato il collante principale della comunità prigioniera: la fiducia [p. 165].
All’idea di giustizia vigente sino ad allora tra i banditi e i guerriglieri prigionieri basata sulla netta distinzione “noi/loro”, si «sovrappone, pur mantenendone alcune retoriche formali, una giustizia modellata su organismi autonomi e dotati di un potere/sapere autoreferenziale», un meccanismo che concentra il potere nelle mani di una casta burocratica di detenuti che non ammette negoziazioni in quanto deriva il suo giudizio da «un’indagine “scientificamente” accertata» [p. 169]. In men che non si dica il potere effettivo scivola nelle mani di piccoli e insignificanti funzionari che, inaspettatamente, scoprono di disporre, letteralmente, della vita e della morte dei compagni di detenzione, e infine il meccanismo giunge, per inerzia, a funzionare autonomamente. I primi ad entrare nel mirino di questo meccanismo sono i politici.
L’avversario politico inizia a perdere la dignità del contendente di pari grado per diventare l’altro, lo straniero, il diverso, l’anormale. La sua “errata” impostazione politica è tale perché viziata da un’anomalia di fondo che, non raramente, presenta tratti oscuri e ambigui. Il compito della nuova macchina governativa sarà proprio quello di scoprire e rendere inoffensivi i nemici interni [p. 173].
Un simile meccanismo cancella il concetto di biografia e storia individuale, sostiene Quadrelli, una biografia al contempo individuale e collettiva. Alla luce della macchina del controllo, le biografie perdono d’importanza, le identità dei prigionieri sono azzerate e riscritte sulla base delle osservazioni e delle indagini interne svolte da un manipolo di piccoli funzionari che alimentano la propria funzione nello scovare a tutti i costi la “cancrena” da cui liberare l’universo carcerario.
Prima di implodere definitivamente, la “comunità” utilizza i processi di epurazione come una sorta di pozione magica. Sullo sfondo vi è la restaurazione immaginaria di una comunità purificata, senza macchie e senza colpe. I primi a essere colpiti devono essere gli “infami”. Ben presto, però, il termine perde ogni riferimento empiricamente accertabile per modellarsi su chiunque non rientri nei canoni, che peraltro sembrano mutare di continuo, della “comunità”. Avversari, gruppi troppo autonomi, improbabili responsabili del fallimento di fantomatiche evasioni pagano con la vita il bisogno di sangue che, sempre di più, la “comunità immaginata” sembra richiedere [p. 193].
Il carcere passa presto sotto al controllo delle “masse senza storia”, provenienti soprattutto dalle fila della Nco cutoliana e dalla Nuova Famiglia, portatrici di una mentalità incompatibile con quella introdotta nelle carceri dai banditi che mina definitivamente la coesione tra i prigionieri. Mentre le batterie si legittimavano socialmente nell’affrontare il “nemico esterno”, i giovani camorristi individuano il loro obiettivo strategico all’interno del loro mondo. È insomma lo scontrarsi di due modelli sociali, due stili di vita e culture che attraversano l’interno come l’esterno del carcere. Scrive a tal proposito Quadrelli che il conflitto tra questi due blocchi sociali
può essere letto come uno degli aspetti che hanno caratterizzato il passaggio dall’epoca in cui la centralità della fabbrica disegnava e influenzava, in un processo a cascata, gli stili di vita di gran parte delle classi sociali subalterne o dei ribelli transfughi delle classi sociali benestanti, a un’epoca in cui, con il venir meno della centralità politica del proletariato industriale, decade ed evapora un modello sociale e culturale incentrato sulla solidarietà e la cooperazione, lasciando affiorare uno stile di vita che, fuor di metafora, ricorda le logiche evocate dallo stato di natura. In questo processo elementi di arcaicità si saldano con le più innovative pratiche cosiddette postmoderne. La condotta delle masse camorriste sembra mostrare chiaramente il riaffiorare di elementi arcaici nella definizione dei nuovi stili di vita metropolitani [p. 198].
A palesare la portata della trasformazione è il differente rapporto che banditi e camorristi instaurano con il territorio in cui vivono: un rapporto di appartenenza, internità e inclusione per i primi e di pura dominazione per i secondi. Se l’universo dei banditi è «impregnato di tempo storico e di memorie di classe», quello delle masse camorriste è pervaso «da una dimensione atemporale e da un pragmatismo tanto cinico quanto rozzo». Queste ultime «crescono in una sorta di limbo astorico dove tutto va “come è sempre andato”» [p. 204] in cui non è contemplata nemmeno l’idea di emanciparsi da esso.
I camorristi, al pari di qualunque massa, anche nei momenti di massima potenza ed espansione manterranno sempre un oggettivo rapporto di subordinazione con il potere legittimo. Questo, più che il risultato di una connivenza al vertice tra criminalità organizzata e apparati istituzionali – tesi buona per tutte le stagioni e che finisce con lo spiegare sempre tutto e nulla – sembra essere piuttosto il tradizionale e scontato comportamento delle masse perennemente estranee alle trasformazioni storiche e sociali. Rinchiuse nella loro arcaicità, osservano impotenti e disinteressate l’accadere del mondo, nel quale il loro spazio sembra essere sempre troppo stretto. La subordinazione al potere, pertanto, più che l’effetto di accordi strategici appare come un dato di fatto inamovibile [pp. 217-218].
Nelle carceri maschili, ad un certo punto, la “fratellanza” tra detenuti viene spazzata via dalla violenza cieca e indiscriminata delle vendette interne, dalle imposizioni gerarchiche camorriste e dalle pratiche “epurative” di alcuni settori della lotta armata alla paranoica ricerca di un “nemico interno” da sanzionare o eliminare per “risanare” il corpo politico carcerario. In ambito femminile, invece, la “sorellanza” che si è creata tra le prigioniere a partire dai primi anni Settanta, una volta emarginata la vecchia criminalità, resiste più a lungo. Quadrelli ritiene «che nel quadro dell’obiettiva subordinazione socio-culturale in cui le donne sono storicamente confinate le loro scelte non convenzionali finiscono con l’essere sempre più radicali e meno inclini alle negoziazioni rispetto a quelle dei colleghi maschi» [p. 239]. Non è un caso che il pentitismo, sia politico che comune, abbia toccato soltanto marginalmente l’universo femminile e che questo non abbia sostanzialmente conosciuto la ferocia “epurativa” dei maschili né il fenomeno della cogestione delle rivolte dei politici con i camorristi.
A differenza degli uomini che, anche quando imboccano vie estreme non sono mai considerati fuori posto, l’insubordinazione femminile entra immediatamente in rotta di collisione, ancora prima che con la legge, con un ruolo sociale e culturale. [...] Per questo quando le donne infrangono le regole lo fanno con una coerenza e una determinazione sconosciuta ai mondi maschili, il che contribuisce a rendere pressoché inossidabile il legame di “sorellanza”. Ancora prima di essere delle comuni o delle politiche, le bandite o guerrigliere sono donne che hanno scelto, e per farlo non hanno dovuto semplicemente infrangere la legge ma battersi e modificare i micro rapporti di potere della vita quotidiana, i condizionamenti culturali e i modelli di gerarchia considerati inamovibili [pp. 239-240].
A partire dalle testimonianze raccolte, l’autore ritiene che, mentre per i detenuti maschi la rivolta contro il carcere si manifesta come una lotta di potere, per le donne, invece, lo scontro con l’istituzione totale diviene «pratica di liberazione finalizzata alla disarticolazione dei rapporti di dominio» [p. 254]. Quella espressa dalle donne sarebbe dunque, sostiene Quadrelli, una sorta di “inimicizia esistenziale”, non dissimile da quella del colonizzato nei confronti del mondo coloniale, che può evolversi anche in forme politiche. È a partire dallo scarto tra affermazione di potere (maschile) e pratica di liberazione (femminile) che, secondo l’autore, si spiega la tenuta più estesa della sorellanza tra le detenute rispetto alla fratellanza nelle sezioni maschili.
Come per i combattenti vietnamiti, e qua la relazione donne/popoli colonizzati sfuma fino a confondersi, resistere è già vincere. Resistere, non tanto per affermare un improbabile rapporto di potere, ma per testimoniare una presenza, un modello di relazione, un’identità irriducibile alle logiche del dominio. Nei maschili l’obiettiva impossibilità di continuare a combattere, sul piano militare, finisce con il fare implodere gran parte dei rapporti sociali e dei legami solidali, dando il via a un gioco al massacro dove l’unica logica sembra essere: solo i più forti sopravvivono. In altre parole, solo la forza individuale può garantire la possibilità di affermazione e sopravvivenza. Nelle donne tende a prevalere, invece, un io collettivo. Perché esse saggiamente sanno che si è deboli o forti come collettività e comunità [pp. 256-257].
Le carceri femminili iniziano a popolarsi di detenute politiche dopo il 1977, quando ormai, sostiene Quadrelli, a differenza della generazione precedente, la scelta di imbracciare le armi più che da solide motivazioni ideologiche deriva dalla rabbia, dall’odio, dall’insofferenza e dall’impazienza di buttare tutto all’aria. Stando a diverse testimonianze raccolte dall’autore, la “sorellanza” all’interno dei femminili inizia a sgretolarsi soltanto dopo il 1983, e se tali sezioni, come detto, sono toccate soltanto marginalmente dal “pentitismo” e dalla deriva “epurativa” di alcune formazioni guerrigliere, a far implodere i vincoli di solidarietà concorrono piuttosto in maniera rilevante le logiche di governamentalità assunte dall’istituzione totale volte a patologizzare ogni forma di conflittualità isolando l’individuo dalla sua appartenenza ad ambiti collettivi.
A differenza delle sezioni maschili, in cui i vincoli di solidarietà sono già allentati da derive interne al corpo detenuto, quelle femminili reggono fino ai primi anni Ottanta, per poi crollare con il mutare della composizione del corpo prigioniero, sempre più composto da tossicodipendenti, e con il prendere piede del processo di medicalizzazione dei soggetti conflittuali. Fino a tutti gli anni Settanta i comportamenti conflittuali, in tutte le loro molteplici espressioni, sono interpretati come varianti, più o meno estreme, di conflitto sociale e come tali vengono contrastati dalle istituzioni. Con il passaggio al nuovo decennio l’idea stessa di “conflitto” viene accantonata in favore di quella di “disagio”, dunque i comportamenti considerati illegittimi
non sono più trattati in termini di repressione, o meglio non solo, ma prevalentemente di cura. Le pratiche illegali, indipendentemente dalla loro natura, non configurano più, pertanto, l’esistenza di un’altra città, di un’altra morale o di stili di vita forse illegittimi, ma profondamente radicati e completamente normali in determinati mondi sociali. [...] Spostando l’attenzione dal conflitto alla patologia esplicitamente si ammette che la società è una ed è tale perché comunemente condivide un unico insieme di valori. [...] Compito prioritario della società, la cui unicità è indiscutibile, è educare tutti i suoi figli e riportarli nell’ambito dei valori comuni [pp. 266-267].
Gli anni Ottanta si aprono dunque con un vero e proprio cambio di paradigma di controllo sociale derivato, sottolinea Quadrelli, non da un progetto pianificato a tavolino, ma dal constatare empiricamente, strada facendo, l’efficacia di «un intervento improvvisato che inizia a prendere forma nel momento in cui il fenomeno eroina assume sempre più i tratti dell’emergenza. Da “corpo ribelle”, il mondo carcerario si trasforma in “corpo malato”, sostanzialmente docile e mansueto» [p. 270]. Insomma, a mandare in frantumi il mondo della “sorellanza” sono soprattutto l’eroina, la medicalizzazione del conflitto, la rilegittimazione della malavita tradizionale e, a partire dalla metà del decennio, la presenza sempre più massiccia all’interno delle carceri di donne straniere portatrici di culture e condotte aliene a quel mondo, con il conseguente riemergere dell’importanza della linea del colore anche all’interno del corpo prigioniero.
Più che le leggi sui “pentiti” e i “dissociati” – strumenti che «appartengono alla tradizionale gestione e risoluzione dei conflitti, politici e sociali, all’interno dei quali la relazione di inimicizia è giocata in tutta la sua intensità» [pp. 279-280] –, la «stragrande maggioranza dei guerriglieri, ma anche dei banditi e dei rapinatori, troverà all’interno della nuova legge penitenziaria lo strumento, apparentemente tecnico, per porre fine allo stato di guerra degli anni precedenti» [pp. 281-282]. Una tecnica disciplinare capace di estendersi all’intero corpo sociale tutto sommato, sostiene Quadrelli, «non dissimile da quella messa in atto dai comitati di salute pubblica all’interno delle carceri che, non incidentalmente, si preoccupa in prima battuta di azzerare le biografie individuali sedimentate dagli eventi storici per sostituirle con le biografie legittime costruite dal potere-sapere degli apparati di controllo» [p. 282]. Una riforma penitenziaria che, spostando «l’ordine del discorso dalla storia al patologico, dal pubblico al privato, dal collettivo all’individuale» [p. 282], «non ha sicuramente contribuito a decarcerizzare la società ma, semmai, a dilatare, estendere, fino a rendere normale e trasparente la forma carcere ben oltre le sole mura penitenziarie» [p. 287].
Il capitolo introduttivo1 di cui si avvale la nuova edizione (2024) del volume di Quadrelli, steso per l’occasione insieme a Bruno Turci, avvalendosi di diverse testimonianze, puntualizza come l’episodio dell’uccisione di Francis Turatello, avvenuta nell’estate del 1981 nel carcere di Nuoro, sia dunque da leggere come manifestazione non dell’inizio della fine di una stagione particolare della criminalità di questo Paese, ma come evento permesso da una fine avvenuta già da almeno un paio di anni. La figura di Turatello «non ha nulla di romantico e solo in parte ha a che fare con la cornice culturale ed esistenziale delle batterie degli anni Settanta. Turatello è figlio di un’altra epoca anche se, non diversamente dalle batterie, rappresenta una rottura radicale rispetto ai mondi tradizionali della malavita» [p. 7]. Si tratta di un gangster interessato a fare soldi fornendo, con le sue bische, un servizio che, per quanto illegale, appare legittimo agli occhi della maggioranza della popolazione milanese, un uomo di potere, certo, che però non esercita in maniera dittatoriale, alla maniera della criminalità organizzata, più propenso al “vivi e lascia vivere” e che ognuno si occupi del proprio settore senza interferire con quello altrui. «Turatello è figlio di quella mentalità dove l’essere un “bravo ragazzo”, di qua la sua obiettiva affinità elettiva, culturale più che esistenziale, con il mondo delle batterie, è il solo e unico passaporto che conta» [p. 9]. Ed è per questo che, nonostante amasse dichiararsi di destra, non si è prestato alle richieste di collaborazione dello Stato per darsi da fare all’epoca del sequestro Moro «perché lui è un “bravo ragazzo” e “bravi ragazzi” sono i brigatisti mentre, per definizione, chi sta con lo Stato è solo un infame» [p. 22]. In un mondo ormai cambiato, dentro e fuori dal carcere, in cui la ventata di illegalità barbarica è stata rimossa, e con essa il senso di appartenenza collettiva e l’idea stessa di lotta, la “nuova società” degli anni Ottanta
può certo felicemente convivere con ogni forma di organizzazione criminale, ma non può tollerare gangster e banditi. È il tempo storico di Turatello a venir meno e, con questo, quello di un’intera tragica epopea. Ma il tempo storico che segna la fine dell’epopea di Turatello è esattamente il tempo storico entro il quale tutti noi siamo costretti, così come quella tragica epopea è stata per intero anche la nostra epopea poiché, tutti, siamo stati da una parte o dall’altra della barricata. Del resto, in mezzo, può starci solo la barricata [p. 23].
Ecco perché quell’uccisione, che soltanto pochi anni prima sarebbe stata impensabile all’interno delle carceri, secondo Quadrelli, Turci e diversi altri intervistati, segna un’avvenuta trasformazione e non il suo inizio.
L’ultima parte del volume è dedicata allo spaesamento esistenziale patito dagli uomini e dalle donne che hanno vissuto conflittualmente gli anni Settanta e all’avvento di un nuovo tipo di illegalità di cui sono portatori soprattutto soggetti immigrati. Nel momento in cui l’ordine che hanno osato infrangere è stato ristabilito in forme nuove, per certi versi ancora peggiore di quello dell’ancien regime precedente, banditi e guerriglieri, privati della loro identità personale e collettiva, incapaci di riconoscersi nel nuovo panorama carcerario, all’uscita si ritrovano catapultati in un mondo completamente mutato in cui non esiste più quel contesto sociale che aveva legittimato o, almeno, tollerato le loro vecchie scelte. Comune a molti uomini e donne intervistati è la lucida consapevolezza che la loro nuova condizione di vita, grigia, competitiva, gerarchizzata e individualizzata, non è una sorta di pena accessoria a cui sono condannati per il loro passato turbolento, ma è la tragica normalità vissuta da tutti e tutte fuori dal carcere.
Circa il nuovo tipo di illegalità immigrata, occorre tener presente che il volume è stato steso da Quadrelli all’inizio del nuovo millennio e che nel frattempo il fenomeno ha inevitabilmente subito evoluzioni. L’autore inquadra il nuovo contesto immigrato all’interno di una realtà più generale in cui
il problema intorno al quale ruotano le esistenze di ampie quote di popolazione subordinata [consiste nella] assenza di una dimensione storica propria all’interno della quale esercitare la particolarità dei propri diritti. Una condizione che attraversa, con diversi gradi d’intensità, l’insieme delle classi subalterne. La reale differenza tra i barbari di ieri e la moltitudine selvaggia di oggi non è che lo scarto tra un’epoca in cui le classi sociali subalterne ponevano al centro della loro pratica sociale e politica l’affermazione dei propri diritti e una dove l’idea stessa di imporli è svanita. [...] La tendenza è la ricerca di vie di fuga individuali o di forme di microdominazione nei confronti di chi si mostra più debole. In tutto ciò non vi è nulla di nuovo ma il bieco e realistico riconoscimento degli inossidabili rapporti di dominazione [p. 329].
La generazione che si è spesa “andando ai resti” negli anni Settanta, oltre che per l’irriducibilità conflittuale con cui è scagliata contro l’esistente, si è contraddistinta anche per aver partorito figure di analisti sociali capaci di offrire chiavi di lettura non convenzionali ancora preziose. Emilio Quadrelli è l’espressione esemplare di un universo conflittuale che, con tutti i limiti e le tragedie di quella stagione, merita ancora oggi di essere conosciuto.
Note
1) Si veda a tal proposito lo scritto pubblicato in due parti uscito su “Carmillaonline”: Emilio Quadrelli e Bruno Turci, Il mondo della prigione tra alterità e realismo storico. La morte di Francis Turatello / 1, «Carmillaonline», 25 Febbraio 2023 e Emilio Quadrelli e Bruno Turci, Il mondo della prigione tra alterità e realismo storico. La morte di Francis Turatello / 2, «Carmillaonline», 28 Febbraio 2023
22/08/2026
Le “sboronate” della Meloni sull’immigrazione provocano danni
Dal resto d’Europa infatti i governi si apprestano a rinviare in Italia i migranti che qui erano sbarcati e poi transitati in quelli che erano i loro paesi di destinazione o di richiesta di asilo. Ed in particolare da quei paesi “frugali” e nordici che non hanno mai perso occasione per accanirsi contro i cosiddetti paesi PIGS euromediterranei. La decisione del governo italiano di sospendere il trattato di Shengen contro la Spagna ha aperto un vero e proprio vaso di Pandora.
Gli Stati europei in questione fanno riferimento alla recente normativa – il nuovo Patto Ue su migrazioni e asilo – entrato in vigore il 12 giugno 2026 – e che la Meloni aveva firmato sbandierandolo come una vittoria della linea italiana sull’immigrazione.
La fregola di vedersi legittimare i centri di detenzione ed espulsione aperti in Albania “socializzando” l’esperimento “con” altri paesi (europei) e “in” altri paesi (africani), ha fatto perdere di vista tutti gli effetti collaterali del nuovo patto europeo sull’immigrazione.
Ma adesso gli altri stati europei, proprio in base a questa nuova misura, vogliono riportare in Italia i migranti che rientrano nella cosiddetta categoria dei “dublinanti”, cioè le persone entrate in Europa passando per il nostro Paese e che, in base agli accordi di Dublino, avrebbero dovuto fare richiesta di asilo in Italia.
L’Austria ha dichiarato che quattro persone, dal 12 giugno a oggi, sono state trasportate dall’Austria in Italia, non è ancora chiaro se il governo austriaco intenda rispedire in Italia solo i migranti che sono arrivati in territorio austriaco dopo il 12 giugno, cioè da quando le nuove regole sono entrate in vigore.
Il nuovo patto europeo siglato il 12 giugno scorso ha rivisto alcune regole sui migranti ed ha accelerato anche le procedure di rimpatrio. Quest’ultimo aspetto aveva fatto parlare la Meloni di “vittoria della linea dell’Italia sui rimpatri”, ma esattamente come avvenuto per il Regolamento di Deblino, la Meloni e il suo staff non avevano badato ai dettagli fino a quando non si sono rivelati.
Secondo il governo italiano l’accordo determinerebbe una sanatoria rispetto ai cosiddetti «migranti secondari», ovvero i dublinanti, e quindi l’Italia non intende prendere in considerazione le richieste precedenti alla data del 12 giugno.
Il problema è che la regola decisiva è rimasta quella che ha ispirato il regolamento di Dublino, mai rimesso in discussione dal governo Meloni e, per amor della verità, neanche da quelli precedenti.
Secondo il regolamento di Dublino il Paese responsabile di seguire la domanda d’asilo di un migrante è il suo “Paese di primo ingresso” in Europa, cioè il primo in cui è stato identificato. Questo significa, nella grandissima maggioranza dei casi, che la responsabilità ricade su Stati di frontiera come l’Italia, la Spagna o la Grecia.
Il nuovo Patto ha inserito alcuni meccanismi di solidarietà da parte degli altri Stati, secondo cui alcuni di essi, possono scegliere di rifiutare l’accoglienza e in cambio pagare il Paese di primo ingresso, entro certe quote, ma questo meccanismo non è vincolante. Di contro gli Stati rivieraschi come l’Italia sono tenuti a rispettare gli obblighi se vogliono avere accesso a questi meccanismi di solidarietà.
Secondo quanto riferisce l’Eurostat dal 2023 al 2025 l’Italia ha ricevuto circa 110mila richieste – 43mila nel 2023, 43mila nel 2024, 24mila nel 2025 – di riammissione in Italia di migranti dagli altri Paesi europei ma ne ha accettate solo 300 circa.
Sia in base al regolamento di Dublino che al Patto europeo del 12 giugno 2026, gli Stati in cui vivono i migranti sbarcati in Italia, adesso hanno il diritto di rimandarli nel Paese di primo ingresso. E, dal 12 giugno con il nuovo patto europeo, l’Italia non ha più giustificazioni per rifiutarsi. Era responsabilità delle autorità italiane assicurare che i dublinanti chiedessero asilo qui. Il governo Meloni, scoperta la fregatura, sta cercando di mettere una toppa sostenendo che possono essere inviati in Italia solo i migranti che sono entrati negli altri Stati Ue dopo il 12 giugno 2026.
Fonte
19/08/2026
Sull’immigrazione l’Europa implode. Meloni ha innescato la miccia
La Spagna ha reagito adottando la medesima misura nei confronti degli arrivi dall’Italia; alcuni paesi come la Danimarca hanno espresso sostegno alla linea del governo italiano; altri, come la Germania, hanno invece criticato la decisione e rilanciato come una clava i meccanismi del Trattato di Dublino sugli arrivi. Il governo tedesco ha infatti annunciato l’intenzione di rimandare in Italia migliaia di migranti, in base alla riforma di Dublino.
Il risultato di queste mosse è stato dunque trasformare una crisi alla frontiera esterna dell’Europa (Ceuta) in una crisi all’interno dell’Europa.
A questo punto il governo italiano ha gettato altra benzina sul fuoco andando alla carica sulle attività delle Ong tedesche nel Mediterraneo.
Il ministero dell’Interno ha infatti diffuso nuovi dati sugli arrivi di migranti a bordo delle navi di soccorso delle varie Ong. Secondo le autorità italiane, dall’ottobre 2022, ossia da quando il governo guidato dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni è entrato in carica, circa 42.300 persone sono arrivate in Italia a bordo di queste imbarcazioni e di queste, circa 22.500 sarebbero state portate nei porti italiani da organizzazioni umanitarie tedesche. A queste si aggiungono circa 4.500 persone soccorse da organizzazioni europee a bordo di navi battenti bandiera tedesca.
Secondo questi calcoli, alla Germania sarebbe quindi riconducibile quasi il 64 per cento degli arrivi di migranti in Italia attraverso navi private di soccorso. Il governo italiano ha dunque chiesto alla Germania un “maggiore coinvolgimento finanziario” per i soccorsi effettuati nel Mediterraneo dalle organizzazioni umanitarie tedesche come ritorsione verso la ripresa dei trasferimenti di migranti dalla Germania verso l’Italia.
Inutile dire che questa mossa ha creato ulteriori tensioni tra Roma e Berlino. L’Unione Europea che adula se stessa come la terra dei diritti ormai riesce solo a pensare ed agire in termini di discriminazione e guerra.
Intanto il PD e il PSOE, ovvero il Partito Democratico italiano e il Partito Socialista spagnolo, due giorni fa hanno scritto una lettera al presidente del Partito Socialista europeo, Stefan Löfven, per criticare la prima ministra socialdemocratica danese, Mette Frederiksen. I due partiti in particolare accusano i socialdemocratici danesi di essersi schierati con Giorgia Meloni sulla questione di Ceuta invece di sostenere Sanchez.
Insomma, sulla questione immigrati si litiga anche all’interno delle famiglie politiche europee.
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16/08/2026
Immigrati. La Meloni gonfia il petto con Sanchez, Merz le strilla nelle orecchie
Il dossier migranti continua a dividere i governi europei con un livello di scontro che non si vedeva da tempo.
Prima ci sono state le “muscolari” reazioni del governo Meloni contro la Spagna per la crisi di Ceuta. Roma ha sospeso il trattato di Schengen per chi proviene dalla Spagna e la Spagna ha fatto altrettanto per chi proviene dall’Italia. Dunque due importanti governi della Ue hanno messo in discussione uno dei trattati europei più importanti.
Ma è stato anche un altro trattato europeo – quello di Dublino – che ha scatenato un acceso scontro diplomatico, questa volta tra Germania e Italia.
Al centro infatti ci sono i cosiddetti “dublinanti” cioè i richiedenti asilo entrati nell’Unione Europea attraverso Italia o Grecia. La Germania ha chiesto all’Italia di riprendere i trasferimenti previsti dal nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, entrato in vigore nel giugno 2026. In pratica di riprendersi gli immigrati giunti in Germania ma sbarcati in Italia.
La risposta del governo italiano è stata che non c’è alcuna base per i ritorni, citando a tale proposito un accordo raggiunto a dicembre 2025 ma che dovrebbe essere superato e aggiornato proprio da quello sottoscritto a giugno di quest’anno, anche dal governo italiano.
È dunque in corso un braccio di ferro che ha tutte le caratteristiche di un caso diplomatico destinato a durare.
Come noto il trattato di Dublino stabilisce che il primo Stato membro in cui un richiedente asilo entra nell’Unione Europea è responsabile dell’esame della sua domanda. Questo principio ha da sempre penalizzato i paesi di primo ingresso come Italia, Grecia, Spagna, che si trovano geograficamente esposti alle rotte migratorie dal Mediterraneo e dall’Africa subsahariana.
Il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, entrato formalmente in vigore a giugno 2026, ha ridefinito alcune delle regole introducendo meccanismi di solidarietà obbligatoria tra gli Stati membri e nuove procedure di frontiera. Ma ha anche riaffermato, in linea di principio, che le regole di Dublino continuano ad applicarsi: un immigrato arrivato per la prima volta in Italia o in Grecia può essere trasferito di nuovo in questi paesi da parte di altri Stati membri che nel frattempo lo hanno accolto.
Il governo tedesco di Friedrich Merz ha dichiarato di voler iniziare subito i trasferimenti verso Italia e Grecia dei migranti che hanno fatto il loro primo ingresso nell’UE attraverso questi paesi. Un portavoce del Ministero dell’Interno tedesco ha precisato che gli accordi conclusi nel 2025 (a cui fa riferimento il governo italiano, ndr) stabilivano che le regole di Dublino sarebbero state riapplicate a partire dall’entrata in vigore del sistema comune europeo di asilo, avvenuta appunto a giugno 2026.
Ma lo scontro tra Italia e Germania non avviene a freddo né entro un vuoto pneumatico.
La recente crisi migratoria a Ceuta ha riaperto in tutta Europa il dibattito sulla gestione delle frontiere esterne dell’Unione. Le immagini di migliaia di persone che tentano di attraversare il confine tra Marocco e l’exclave spagnola in Africa, hanno avuto un impatto mediatico e politico significativo, spingendo diversi governi come quello italiano a manovre di propaganda e a polemizzare piuttosto strumentalmente con il governo spagnolo. Ma la legge del contrappasso non fa mai sconti.
Infatti la Germania ha utilizzato questo contesto per giustificare la propria svolta verso politiche di respingimento più aggressive ma prendendo di petto proprio l’Italia (oltre ovviamente gli altri paesi europei rivieraschi).
Il fatto che il governo tedesco abbia scelto questo momento per riaprire il dossier dei “dublinanti” contro l’Italia indica che la questione migratoria è diventata, in tutta Europa, un terreno di strumentalizzazione e scontro politico permanente, indipendentemente dalla specificità geografica dei singoli episodi.
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08/08/2026
La guerra dei vendi-patria alla Spagna
Appare infatti surreale che due paesi della cosiddetta Unione Europea si trattino a pesci in faccia a partire da un evento che con assoluta certezza è stato provocato da un paese terzo ed estraneo alla Ue come il Marocco.
L’«invasione di Ceuta» da parte di cittadini-sudditi marocchini, infatti, già dopo le prime 48 ore si era rivelata una provocazione organizzata dalla monarchia al potere, che aveva fatto circolare la notizia dell’abolizione dei controlli sulla frontiera con l’exclave spagnola per un giorno.
Come sappiamo, i governi di destra occidentali hanno colto la palla al balzo per attaccare frontalmente il governo di Madrid incolpandolo di scarsa determinazione nel contenimento dell’immigrazione (in realtà per un provvedimento che garantiva il permesso di soggiorno – non “la cittadinanza” – ai lavoratori del “sommerso” ricattati da imprenditori-schiavisti).
La UE nel complesso lì aveva dovuto fare marcia indietro dopo la riunione dei ministri dell’interno comunitari, che avevano appreso e verificato come nessuno – dicasi NESSUNO – dei circa 60.000 marocchini entrati a Ceuta era poi passato in Spagna. Quindi NESSUNO sarebbe prima o poi migrato in altri paesi della stessa UE.
L’unico governo rimasto «fermo» sulla posizione fasulla è stato non per caso quello italiano, apparentemente sotto la sferza competitiva dei vannacciani che crescono nei sondaggi a forza di cazzate sulla «remigrazione» dei «non italici». Ma se un governo ragiona allo stesso livello subumano di una pseudo-formazione che, tra le proposte “economiche”, prevede un futuro da raccoglitori di pomodori nei campi al posto dei “remigrati”, non sta messo proprio bene...
Il top è stato raggiunto con la sospensione del trattato di Shengen relativamente alla sola Spagna, seguito ovviamente dalle proteste di Madrid e dalla minaccia di applicare «ritorsioni proporzionate», ossia controlli alle frontiere sui cittadini di questo sfortunato paese. Il che, in piene vacanze estive (per chi riesce ancora a pagarsele), è un problemino per l’economia turistica (l’unica risorsa ancora in relativa crescita per questo declinante paese).
Quasi inutile dar conto del florilegio di sciocchezze dette nei comunicati italioti, vera summa della retorica fascistoide applicata ad una guerra dove fortunatamente non si spara: “L’Italia non accetta ultimatum o richieste dall’estero in materia di sicurezza nazionale e controllo delle frontiere”. Controlli che rimarranno in vigore “almeno fino al 15 agosto e, in ogni caso, fino a quando non saranno completamente esclusi i rischi per la sicurezza e il terrorismo per l’Italia”, aggiungendo che in quella data è prevista una nuova “ondata migratoria” a Ceuta.
L’unica cosa seria è il riferimento esplicito alla data del 15 agosto, quando il governo marocchino promuoverà una nuova ondata di «invasori». Cosa che, secondo logica geopolitica, avrebbe dovuto provocare una «ferma protesta» italiana ed europea contro Mohammed VI, sovrano-scafista che ha evidentemente diversi interessi per usare i suoi sudditi come «proiettili» in una guerra ibrida vera, non farlocca come i «droni russi» (in realtà ucraini) su paesi europei.
In una classe politica continentale che ha abolito la conoscenza della Storia e si affida ormai solo a slogan muscolari che contrassegnano l’assenza di neuroni funzionanti, diversi esperti hanno cominciato a vedere ciò che dovrebbe essere evidente: questa crisi somiglia come un gemello monozigote a quella del 1975, quando il Marocco promosse la «Marcia verde» alla frontiera con il Sahara spagnolo approfittando della lunga malattia del dittatore Francisco Franco, che indeboliva oggettivamente la possibile risposta di Madrid.
Quella crisi terminò con il controllo di fatto di quell’area da parte marocchina, la resistenza dei Sahrawi appoggiati dall’Algeria, ecc. Quella «ripresa di sovranità», per quanto contrastata dalla popolazione locale, sembrava comunque inserirsi nel processo di decolonizzazione ormai quasi completato, che bene o male aveva portato al movimento dei «Paesi non allineati» con i due schieramenti geopolitici principali (la Nato e il Patto di Varsavia).
Ora Mohammed VI, figlio di quel re – Hassan II – ripete la mossa contando però su uno schieramento di alleati decisamente differente. La sovranità spagnola su Ceuta è per esempio messa apertamente in discussione dai due principali alleati-padroni della monarchia marocchina: Usa e Israele.
Per vostra informazione, dal 2020, il Marocco e gli Stati Uniti hanno stretto legami notevolmente più stretti. In quell’anno, Trump ha compiuto un passo storico riconoscendo le rivendicazioni di Rabat sul territorio conteso del Sahara Occidentale in cambio della normalizzazione delle relazioni tra Marocco e Israele.
La scorsa settimana, Trump ha ribadito tale riconoscimento in una dichiarazione rilasciata dall’ambasciata statunitense a Rabat, proprio mentre i migranti affluivano a Ceuta. Rabat ha manifestato la propria soddisfazione per la decisione annunciando di aver intitolato al presidente un’importante autostrada.
Ad alimentare le preoccupazioni della Spagna riguardo ai territori in Nord Africa, l’ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite, Danny Danon, ha reagito alle immagini dell’afflusso di migranti della scorsa settimana replicando alle critiche di Madrid sulla guerra a Gaza e la Cisgiordania, oltre che sulla guerra all’Iran, e contestando la presenza spagnola a Ceuta e Melilla.
“Forse, prima di continuare a farci la morale, è ora che [Sanchez, ndr] spieghi al mondo perché mantiene ancora enclavi coloniali in Africa”, ha scritto su X.
Vista da questo punto di osservazione decisamente meno provinciale si constata che è in corso una vera e propria guerra ibrida occidentale contro il governo di Madrid, tiepidamente “liberal-democratico” ma colpevole di non essersi allineato totalmente con Washington e Tel Aviv. Guerra in cui la destra franchista di Vox – col leader Abascal – fa da sponda interna, senza neanche accorgersi che questo ruolo di “vendi-patria” è l’opposto della presunta identità “nazionalista” che rivendica a fini elettorali.
Guerra, infine, cui partecipa, con la pochezza che lo contraddistingue, anche il governo Meloni.
L’alleanza dei «vendi-patria» procede così, usando teste di turco sempre differenti.
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05/08/2026
Ceuta. Lo zampino degli apparati marocchini dietro “l’assalto dei migranti”
Secondo alcuni media spagnoli, tra le decine di migliaia di migranti penetrati nella exclave di Ceuta, la Guardia Civil di Madrid avrebbe identificato alcuni agenti dei servizi segreti del Marocco.
Coloro che erano responsabili del sistema di telecamere, in coordinamento con il comando della Guardia Civil, sono riusciti a riconoscerli fin dalle prime ore di giovedì 30 luglio. “L’individuazione è stata possibile grazie al monitoraggio in tempo reale dei movimenti lungo il perimetro di confine, effettuato tramite la rete di telecamere installate nella zona”.
La connivenza delle forze di sicurezza marocchine con il massiccio afflusso di migranti a Ceuta sarebbe dimostrata anche da diversi video che mostrano un atteggiamento decisamente passivo da parte dei poliziotti marocchini mentre i migranti avanzavano verso il confine.
Anche il New York Times, ha raccolto la testimonianza di uno dei migranti entrati a Ceuta nei giorni scorsi, Youssef Aloui, il quale racconta che gli agenti non avrebbero cercato di fermare i migranti e, anzi, li avrebbero indirizzati. “Continuavano a dirci: ‘Andate di qua, di qua’”.
Fonti dei servizi segreti spagnoli corroborano le osservazioni fatte dalla Guardia Civil e inquadrano ciò che accade in un’operazione di guerra ibrida. A loro avviso, un’azione di tale portata non poteva essere condotta senza l’intervento dei servizi segreti del regime marocchino.
Secondo gli analisti spagnoli operazioni simili si sarebbero verificate anche in altri periodi di forte pressione migratoria ai confini di Ceuta e Melilla, con presunti agenti marocchini integrati nei gruppi di migranti. L’obiettivo dei servizi segreti di Rabat sarebbe quello di raccogliere informazioni sulla capacità di reazione delle forze di sicurezza della Spagna di fronte all’afflusso di persone dal Marocco.
È diventata idea piuttosto diffusa che il Marocco sfrutti periodicamente la leva dei flussi migratori per fare pressione sulla Spagna relativamente alla questione del Sahara Occidentale (territorio conteso e rivendicato da Rabat). Due giorni prima dell’ondata di massa sulla frontiera di Ceuta, il premier spagnolo Sanchez era in Algeria – storica rivale del Marocco sulla questione Sharawi e non solo – per un incontro ufficiale. Una mossa niente affatto gradita dalle autorità marocchine.
Ma l’apertura o chiusura del rubinetto dei flussi migratori di massa è un’arma non certo esclusiva del Marocco. Lo hanno fatto sistematicamente la Turchia e la Libia per estorcere finanziamenti ai paesi europei di frontiera e alla stessa Unione Europea.
Infine, e non certo per importanza, le reazioni di governi di destra come quello statunitense, israeliano, italiano – tutti ostili a Sanchez – su quanto accaduto a Ceuta, indicano una coincidenza “di vedute” e di interessi con la mossa delle autorità marocchine. A pensarla male si fa peccato ma...
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03/08/2026
Gli immigrati in Italia, tra integrazione, indifferenza e razzismo
Perché gli immigrati scelgono di venire in Italia
Il nostro Paese viene scelto dagli immigrati come destinazione perché ci vive la loro famiglia (20,5%) o amici/conoscenti (18,4%). Diffusa l’idea che in Italia c’è benessere economico (15,5%) e che il nostro sia un paese accogliente con gli stranieri (10,6%). Per alcuni era impossibile recarsi altrove (Convenzione di Dublino) (10%), ed un 9,8% ritiene che in Italia ci sia la possibilità di trovare lavoro, mentre per l’8,8% è stata determinante.
Oltre un terzo degli immigrati sono arrivati in Italia tramite permesso/carta di soggiorno (36,3%), un quinto tramite sbarco/ingresso clandestino (20,7%) ed un altro quinto tramite richiesta di asilo (19,4%). Oltre a questi canali più diffusi, l’8,6% riferisce di essere giunto tramite ricongiungimento famigliare, il 3,1% con permesso di soggiorno turistico, il 2,7% con permesso per motivi di studio; il 9,2% indica altre modalità.
Sono più numerosi tra gli uomini che tra le donne coloro che ammettono di essere arrivati nel nostro Paese con sbarco o ingresso clandestino (23,8% contro 15,3%) e con permesso/carta di soggiorno (38,9% contro 31,7%). Le immigrate riferiscono, invece, con frequenza maggiore di essere arrivate tramite ricongiungimento famigliare (16,9% contro 3,9%).
L’arrivo clandestino viene citato in percentuale superiore alla media da chi arriva dall’Egitto (52,9%), Bangladesh (38,5%), Marocco (26,7%), Pakistan (26,3%), Nigeria (25%). Gli ingressi per ricongiungimento familiare risultano più frequenti tra chi proviene da Ecuador (25%), Filippine (20%), Albania (16,7%), Ucraina (14,3%); le richieste di asilo, invece, tra gli originari di Nigeria (50%), Marocco (40,0%), Senegal (33,3%).
Gli stranieri privi di permesso di soggiorno rappresentano il 15,5%. Tra questi è più elevata la percentuale di chi è arrivato da 3-5 anni (il 30,9% contro il 27,3% dei regolari), da meno di un anno (16% contro 8% dei regolari) e da 1-2 anni (23,5% contro 18,6%); il contrario si riscontra per i residenti da più di 6 anni (vive in Italia da più di 10 anni il 20,9% dei possessori di permesso di soggiorno, a fronte dell’11,1% di chi ne è privo). “La regolarità, prevedibilmente, rappresenta un elemento di stabilità sul territorio”, si legge nel rapporto.
Quanto alla permanenza in Italia, il 27,8% degli immigrati interpellati da Eurispes vive in Italia da 3-5 anni, il 24,2% da 6-10 anni, il 19,4% da 1-2 anni ed un altro 19,4% da più di 10 anni, il 9,2% da meno di un anno. La maggioranza degli immigrati racconta dunque una permanenza nel nostro Paese di media durata, tra i 3 e i 10 anni, un quinto, invece, una permanenza ormai lunga, superiore al decennio.
Sono, d’altra parte, numerosi gli immigrati di recente arrivo (il 28,6% da meno di 2 anni), a conferma della notevole mobilità dei flussi migratori.
Come sono arrivati in Italia
Un terzo dei migranti presenti in Italia ha organizzato il suo viaggio di arrivo nel Belpaese da solo; in quasi tre casi su dieci, invece, tramite intermediari a pagamento. Secondo i dati, il 33,4% dei migranti intervistati ha organizzato da solo la propria emigrazione, più di uno su 5 si è affidato ad intermediari del proprio paese dietro pagamento (21,3%) e quasi un altro quinto lo ha fatto tramite parenti/amici che già vivevano in Italia (19,2%).
Altri sono emigrati tramite il decreto flussi (15%) e, più raramente, attraverso intermediari italiani dietro pagamento (6,5%) o attraverso istituzioni religiose (2,9%). D’altronde, le modalità attraverso le quali gli stranieri giungono nei Paesi europei possono essere non del tutto trasparenti e regolari, elemento che induce una parte di loro a non indicare con precisione i canali utilizzati.
Considerando i Paesi d’origine, si registrano percentuali superiori alla media di migranti che affermano di aver organizzato da soli la propria emigrazione tra chi viene dall’Ucraina (57,1%), dall’Albania (44,4%), dalla Nigeria (41,7%), dall’Egitto (41,1%), dalla Moldavia (40%).
Da segnalare anche l’elevata percentuale di stranieri provenienti dalla Cina (54,2%) e dalle Filippine (40%) giunti nel nostro Paese tramite parenti/amici che già vivevano qui; al contrario, il valore risulta decisamente basso tra i soggetti ucraini, peruviani, senegalesi, albanesi, marocchini.
I residenti di origine straniera che dichiarano con maggior frequenza di essere emigrati attraverso intermediari del proprio Paese dietro pagamento sono quelli provenienti da Perù (100%), Marocco (46,6%), Egitto (35,3%), Senegal (33,3%), India (33,3%).
La maggioranza degli immigrati dichiara di voler restare in Italia per sempre (52%) e quasi un terzo intende restare almeno per diversi anni (30,9%). Solo uno su 10 pensa di lasciare l’Italia: il 5,6% per spostarsi in un altro Paese e un 4,8% per tornare nel proprio Paese d’origine. A questi si aggiunge un 6,7% che non sa che cosa farà.
Nel complesso, evidenzia il rapporto Eurispes, la larghissima maggioranza dei migranti (82,9%) ha intenzione di rimanere a vivere in Italia ancora a lungo o per sempre. Il nostro Paese è dunque visto soprattutto come un luogo stabile di approdo, molto più che di passaggio.
Tra chi ha intenzione di emigrare in un altro Paese, la destinazione più citata è la Germania (48,3%). Seguono il Regno Unito (13,8%) e la Francia (13,8%), gli Stati Uniti (10,3%), la Spagna (6,9%) e, infine, Svezia e Canada (entrambe 3,4%).
La povertà, con quasi un quarto delle risposte (23,3%), è la ragione per la quale si è lasciato il paese d’origine. Seguono la mancanza di lavoro (18,5%), la speranza di trovare condizioni di vita migliori (14,8%), il ricongiungimento famigliare (10,3%), la mancanza di libertà nel paese d’origine (9,4%), la guerra o i gravi disordini (8,9%), il fatto di essere stato vittima di persecuzioni (5,7%), i problemi ambientali/climatici (afa, siccità, inondazioni, ecc.) (5,2%) o, più raramente, l’essere stato vittima di discriminazioni (religiose, di genere, ecc.) (2%).
Immigrati e lavoro
Il 78,1% degli immigrati ha un lavoro in Italia, il 13,2% non lo ha ma lo sta cercando, l’8,6% non lo sta cercando. Secondo i dati della ricerca, gli uomini che lavorano sono più numerosi rispetto alle donne: 83,1% vs 69,3%. Tra chi ha un permesso di soggiorno la percentuale di chi lavora è più elevata rispetto a chi ne è privo (80,7% vs 64,2%).
Mentre il 22,2% di chi non ha il permesso di soggiorno sta cercando una occupazione, il 13,6% non la cerca. Il 93,4% degli immigrati occupati afferma di svolgere un solo lavoro, il 6,6% dichiara di svolgerne più di uno. È possibile, inoltre, che tale valore sia sottostimato, poiché spesso si tratta di lavoro nero e sommerso.
La condizione lavorativa dei residenti stranieri in Italia mostra una quota prevalente di rapporti di lavoro stabili (62,4%), mentre il 32,4% dichiara un impiego periodico o stagionale e il 5,2% un’occupazione saltuaria o occasionale.
Questa evidenza suggerisce come, per la maggioranza degli stranieri occupati, l’inserimento nel mercato del lavoro italiano abbia assunto una configurazione tendenzialmente continuativa, sebbene una quota non trascurabile, pari a oltre un terzo del campione, si trovi in una condizione di precarietà temporale legata alla natura stagionale o periodica dell’attività svolta.
La somma delle due categorie non stabili raggiunge infatti il 37,6%, a indicare come oltre un terzo dei lavoratori stranieri operi al di fuori di un orizzonte occupazionale pienamente consolidato.
La quota di occupazione stabile cresce in modo pressoché lineare al crescere del livello di istruzione. Tra chi non possiede alcun titolo o ha la sola licenza elementare, la quota di lavoro stabile si ferma al 32,3%, mentre sale al 54,9% tra i diplomati con licenza media, al 73,6% tra i diplomati di maturità, fino a raggiungere il 93,5% tra i laureati. Lo scarto tra gli estremi della distribuzione supera dunque i 60 punti percentuali.
La distribuzione delle professioni svolte prevalentemente in Italia dai residenti stranieri evidenzia una concentrazione significativa in alcune categorie occupazionali: operai (20,4%) e lavoratori agricoli (12,8%).
Su livelli intermedi si collocano alcune professioni legate ai servizi alla persona e alla ristorazione: badante e domestico/addetto alle pulizie raggiungono entrambi il 6,9%, valore identico a quello degli impiegati privati, mentre cameriere/aiuto in cucina si attesta al 5,9%, scaricatore/facchino e rider/fattorino al 5,4% ciascuno, e cuoco/pizzaiolo al 5,2%. Si tratta di un insieme di occupazioni che, pur diversificate per natura, condividono caratteristiche di bassa qualificazione e ridotta stabilità contrattuale.
Le professioni a maggiore qualificazione restano marginali nella distribuzione complessiva: il libero professionista raccoglie il 4,2%, l’imprenditore il 2,2% e l’impiegato pubblico appena lo 0,7%, quest’ultimo tra i valori più contenuti dell’intera distribuzione. Anche le attività commerciali, sia in forma di esercizio fisso che ambulante, si mantengono su quote ridotte, rispettivamente al 3,7% e all’1%.
Il lavoro nero
Il 24,3% degli immigrati ha ricevuto almeno una proposta di lavoro illegale (escluso il lavoro nero) nel corso della propria esperienza in Italia. Secondo i dati della ricerca, le modalità attraverso cui i residenti stranieri hanno trovato il proprio lavoro attuale evidenziano un ruolo nettamente prevalente delle reti relazionali informali: il 47,7% ha trovato lavoro soprattutto tramite parenti o amici, il 29% tramite un proprio connazionale.
Sommando queste due modalità, oltre tre quarti degli intervistati hanno individuato il proprio lavoro attraverso canali relazionali di natura personale o comunitaria, configurando un meccanismo di accesso al mercato del lavoro fortemente mediato da legami sociali piuttosto che da canali istituzionali.
La distribuzione delle tipologie contrattuali tra i lavoratori stranieri in Italia evidenzia la prevalenza di contratti a tempo indeterminato, indicata dal 37,5% degli immigrati, seguita dal 30,8% che dichiara un contratto a tempo determinato.
Sommando le due tipologie di contratto stabile e a termine, il 68,3% degli intervistati dispone di una forma contrattuale riconosciuta, mentre forme più precarie come l’apprendistato e il contratto atipico raccolgono incidenze marginali, rispettivamente l’1,5% e il 3,7%.
Un dato di particolare rilievo riguarda la quota di chi dichiara di non avere alcun contratto, pari al 23,8%, a cui si aggiunge lo 0,7% in attesa di regolarizzazione.
Quasi un quarto dei lavoratori stranieri si trova dunque in una condizione priva di tutela contrattuale formale, un dato che segnala la persistenza di un’area significativa di lavoro irregolare o non formalizzato all’interno della popolazione straniera occupata in Italia. Questa dimensione contrattuale si riflette anche nella valutazione che gli intervistati danno del proprio guadagno mensile.
La valutazione del guadagno mensile da parte dei lavoratori stranieri restituisce un giudizio prevalentemente positivo, con oltre la metà degli intervistati, pari al 52,1%, che ritengono il proprio stipendio sufficiente. Una quota significativa, pari al 30,5%, lo giudica invece scarso, mentre le posizioni estreme raccolgono incidenze più contenute: il 12% si dichiara soddisfatto e il 5,4% lo ritiene assolutamente insufficiente.
Il giudizio sul comportamento del datore di lavoro nei confronti dei lavoratori stranieri risulta prevalentemente positivo, con la maggioranza degli immigrati, pari al 54,1%, che lo definisce corretto. Una quota più contenuta, pari all’8,8%, attribuisce al proprio datore di lavoro un atteggiamento di sostegno, descrivendolo come una figura che cerca di aiutare.
Sul fronte delle valutazioni negative, il 19,7% giudica il comportamento del proprio datore di lavoro non corretto, mentre il 6,4% dichiara di subire maltrattamenti, un dato che, pur restando contenuto in termini percentuali, segnala la presenza di forme di abuso che coinvolgono una quota non trascurabile di lavoratori stranieri.
Le donne straniere occupate in Italia esprimono un giudizio sensibilmente più positivo sul comportamento del proprio datore di lavoro rispetto agli uomini. Il 67,9% delle lavoratrici definisce corretto l’atteggiamento del datore di lavoro, contro il 47,5% degli uomini, con uno scarto superiore ai 20 punti percentuali.
Sul fronte opposto, quasi un quarto degli uomini (23,9%) giudica non corretto il comportamento del datore di lavoro, a fronte del 10,7% delle donne.
Tra i lavoratori uomini risultano inoltre più frequenti le segnalazioni di maltrattamenti (7,6% contro 3,8%) e la condizione di assenza di un datore di lavoro (14,1% contro 4,6%). Le donne, invece, indicano più spesso un datore di lavoro disponibile ad aiutarle (13% contro 6,9%).
Secondo Eurispes, il dato va letto anche alla luce della forte presenza femminile in settori come il lavoro domestico e l’assistenza alla persona, caratterizzati da dinamiche relazionali e contrattuali specifiche.
L’indagine mette inoltre in evidenza il peso della regolarità del soggiorno nelle condizioni lavorative: tra chi possiede un permesso di soggiorno, il 55,2% valuta corretto il comportamento del proprio datore di lavoro, quota che scende al 46,2% tra gli irregolari.
Ancora più marcata la differenza sul fronte dei maltrattamenti: il 15,4% di chi è privo di permesso dichiara di subirne, contro il 5,1% di chi è in regola. Per Eurispes, la mancanza del permesso di soggiorno rappresenta dunque un importante fattore di vulnerabilità ed esposizione a forme di abuso sul lavoro.
Il rapporto segnala infine uno scarso ricorso agli strumenti di tutela. L’80,8% degli immigrati afferma di non essersi mai rivolto a sindacati, patronati o altre agenzie di supporto. Tra le motivazioni principali, il 39,2% sostiene di non averne avuto bisogno, mentre il 24% ritiene che queste strutture non possano essere utili.
Un ulteriore 21,3% dichiara di non sapere a chi rivolgersi, evidenziando un deficit informativo. La mancanza di fiducia nelle istituzioni di tutela riguarda il 12,2% degli intervistati, mentre barriere linguistiche e condizione di irregolarità incidono in misura marginale, rispettivamente con l’1,8% e lo 0,3% delle risposte.
Il razzismo, prevalente nel Nord Ovest e al Centro Italia
Riguardo al giudizio sull’atteggiamento degli italiani nei confronti degli stranieri, prevale la percezione di indifferenza (22,3%), insieme alla sensazione di atteggiamento amichevole, avvertito da uno straniero su cinque (20,3%). Seguono comportamenti di comprensione/solidarietà (14,6%), ostilità (14,2%) e diffidenza (13,1%).
Un immigrato su dieci percepisce atteggiamenti razzisti (10%), l’egoismo si ferma al 2,9% e l’atteggiamento compassionevole/pietoso al 2,1%.
Guardando all’insieme delle valutazioni positive e di quelle negative e considerando tra queste anche l’indifferenza, queste ultime superano le prime (62,5% contro 37%). Il Nord-Ovest è l’unica area geografica in cui domina la percezione di ostilità (22%) e, insieme al Centro è l’area che ottiene nel complesso meno risposte positive.
Sono soprattutto gli uomini ad affermare di essere stati testimoni di episodi di razzismo: il 66% contro il 43,4% delle donne. Ancora una volta è il Nord-Ovest a raccogliere il maggior numero di indicazioni in questo senso (64,9%), anche se il fenomeno appare diffuso in tutte le regioni. Le esperienze personali rappresentano una ulteriore conferma del fenomeno: la maggioranza degli immigrati è stata vittima in prima persona di episodi di razzismo almeno una volta (53,2%).
Nel dettaglio il 24% qualche volta, il 19,8% una sola volta e il 9,4% molte volte. Nel dettaglio i comportamenti razzisti subìti sono: la scortesia (55,7%); seguono con distacco la derisione (38,8%), gli insulti a sfondo razzista (35,3%) e l’esclusione (31,5%), mentre è stato vittima di aggressione fisica il 14% del campione.
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