Dal blocco navale, ai centri di detenzione, alla remigrazione degli stranieri, la propaganda anti-immigrati si fa sempre più aggressiva. Le destre estreme vengono premiate e creano egemonia: anche i partiti moderati le inseguono e i governi le assecondano. In questo difficile scenario, c’è un intellettuale che sostiene una tesi controcorrente. Per Emiliano Brancaccio, le destre vanno sfidate sui terreni a loro più congeniali, a partire dalla questione dell’immigrazione.
Professor Brancaccio, grazie alle campagne anti-immigrati le destre estreme continuano a raccogliere consensi. Che ne pensa?
Che ormai non si tratta solo di destre estreme. Gli immigrati sono presi di mira anche da un numero crescente di liberali. Sul Corsera, Aldo Cazzullo ha parlato con disinvoltura di “dumping sociale” causato dall’immigrazione. E non è l’unico. Pezzi di mondo liberale si stanno appropriando di alcune falsificazioni tipiche dei movimenti reazionari.
Non vorrei sembrare malizioso, ma somigliano molto a prove di dialogo politico. Mi pare l’ennesimo segno della crisi profonda in cui oggi versa il liberalismo.
Lei quindi sta dicendo che il “dumping sociale” causato dai lavoratori immigrati non esiste? E che i salari e le condizioni di vita dei lavoratori nativi non peggiorano?
Certo che peggiorano, ma non a causa degli immigrati. Soprattutto nell’epoca del calo delle nascite, l’idea che l’immigrazione causi il declino delle retribuzioni e delle condizioni di vita dei nativi non trova riscontri macroeconomici adeguati.
La più ampia meta-analisi disponibile, su 88 studi pubblicati, è giunta alla conclusione che l’impatto dell’immigrazione sui salari reali dei lavoratori nativi è mediamente zero, e nei rari casi in cui è significativamente diversa da zero, l’impatto positivo sui salari dei nativi è forte, mentre quello negativo è debole.
Persino George Borjas, l’economista citato da Trump per sostenere la campagna contro gli immigrati, non ha mai parlato di blocco dell’immigrazione, perché non avrebbe evidenze sufficienti per supportarlo.
Lei è un eminente studioso marxista. Alcuni sostengono che Marx riteneva che l’immigrazione abbattesse i salari dei nativi...
Di solito questi esegeti improvvisati citano una lettera a Meyer e Vogt in cui Marx accennò a un esercizio che noi economisti definiamo di ‘statica comparata’: vale a dire, notò che la concentrazione delle proprietà agricole irlandesi generava disoccupati ed emigranti che andavano poi a competere nel Regno Unito coi lavoratori inglesi, ma quel nesso lo esplicitava lasciando immutata l’enorme massa delle altre variabili che influiscono su di esso, e ne era pienamente consapevole.
Del resto, chi lo cita evita di aggiungere che in quella stessa lettera Marx precisava che l’antagonismo tra lavoratori inglesi e irlandesi era “alimentato artificialmente e accresciuto dalla stampa e da tutti i mezzi a disposizione delle classi dominanti”, e rappresentava “il segreto della conservazione del potere da parte della classe capitalistica”. Parole attuali, direi.
Usare il massimo teorico dell’unità internazionale dei lavoratori per sostenere le campagne anti-immigrati è dunque solo un patetico imbroglio.
Ma allora, se non è colpa degli immigrati, perché assistiamo a un declino delle retribuzioni dei lavoratori nativi?
Le analisi effettuate in questi anni chiariscono che il degrado delle condizioni salariali e di vita delle lavoratrici e dei lavoratori nativi dipende dall’abbattimento delle tutele legali contro i licenziamenti, il precariato e il lavoro nero, dall’indebolimento degli ispettorati del lavoro, dalla legislazione anti-sindacale, dal crollo degli scioperi, dallo spostamento dei carichi fiscali dal capitale al lavoro, dalla monopolizzazione dei mercati da parte delle grandi imprese.
Insomma, dal fatto che la lotta di classe la stanno vincendo i capitalisti su tutti i fronti decisivi del conflitto sociale. In un tale attacco generalizzato al lavoro, prendersela con gli immigrati è ingenuo o in malafede. Significa farsi abbagliare da quello che io chiamo il perfetto “capro espiatorio del capitale”.
Ammetterà però che esiste un problema di immigrazione irregolare...
Teniamo presente che gli irregolari rappresentano appena il 6 percento degli immigrati in Europa. Ovviamente, queste irregolarità vanno risolte, ma per farlo bisogna mettere in luce alcune loro determinanti profonde, spesso nascoste.
L’ILO e i tribunali documentano che vari imprenditori sottopongono i lavoratori irregolari a vessazioni inaccettabili in uno stato di diritto. In altre parole, sussiste un preciso interesse padronale a creare vie di accesso illegali ai lavoratori stranieri, per ricattarli e sfruttarli meglio.
Ma se al posto della regolarizzazione venisse applicata la ricetta vannacciana della “remigrazione” degli stranieri, cosa accadrebbe?
Le curve del declino demografico indicano che entro dieci anni perderemo 13 milioni di cittadini europei in età di lavoro, di cui quasi due milioni e mezzo in Italia. Anche assumendo crescita asfittica, è piuttosto improbabile che una tale caduta possa esser compensata da un boom delle nascite o della produttività del lavoro. Avremo bisogno di lavoratori immigrati anche solo per mantenere le attuali capacità produttive.
Se dunque blocchiamo l’immigrazione, potremmo trovarci dinanzi a uno shock da scarsità di popolazione, un fenomeno raro in tempo di pace. La conseguenza andrebbe dall’inflazione, alla crisi, al crollo del potere d’acquisto dei lavoratori nativi. L’opposto di quel che sostengono i propugnatori della remigrazione.
Non c’è il rischio che gli immigrati esercitino pressione sul welfare e sulla sanità?
È vero l’opposto. I media ci hanno abituati a vedere l’immigrato come un fannullone avvezzo al crimine. In realtà, in Italia il tasso di occupazione degli immigrati è il 67 percento, pressoché identico a quello dei nativi: in larghissima maggioranza, gli immigrati sono lavoratori che pagano tasse e contributi, il loro apporto produttivo sostiene lo stato sociale di cui godono i nativi, in particolare gli anziani.
Però l’allarme sugli immigrati che commettono crimini esiste? O no?
Molti sono giovani, maschi, poveri e poco istruiti, che dal punto di vista statistico potrebbe essere un mix tale da aumentare la probabilità di violazioni della legge. Ma la realtà è che non esistono relazioni statistiche significative tra aumento degli immigrati e aumento dei reati.
Uno studio recente su 23 paesi europei esaminati in un arco di 15 anni mostra che, dall’omicidio al furto d’auto, la correlazione con l’immigrazione è zero. Addirittura, tra gli immigrati regolari si registra spesso una propensione a rispettare le regole superiore rispetto ai nativi.
Quanto al dato che gli immigrati siano presenti più nella popolazione carceraria che nella popolazione totale, si deve al fatto che gli irregolari sono contati nella carceraria e non nella totale, e soprattutto all’assenza di reti di protezione legale e familiare, più che a una indimostrata propensione dello straniero a delinquere.
Eppure i media e i social battono molto sui crimini commessi da immigrati...
Studi pubblicati sulla Review of Economics and Statistics e altrove mostrano che i media hanno enormemente sovra-rappresentato i reati commessi da immigrati, determinando così uno spostamento del consenso verso politiche reazionarie.
Sappiamo bene che molte redazioni considerano notizia “appetibile” solo i reati commessi da stranieri contro i nativi, mentre snobbano i reati commessi dai nativi, soprattutto quelli di imprenditori nostrani contro lavoratori stranieri. Così facendo, si crea una gigantesca distorsione della realtà. Il tambureggiamento xenofobo di media e social non è un termometro, è una malattia di questa fase storica.
A coloro che sono tentati dalla propaganda del generale Vannacci, cosa direbbe?
Che Vannacci e sodali insistono per bloccare gli afflussi di immigrati, ma guarda caso non osano proporre il blocco dei movimenti internazionali di capitali, che oggi possono spostarsi liberamente da un paese all’altro a caccia di bassi salari, tassazione favorevole e lassismo nelle regole a tutela del lavoro e dell’ambiente, e che rappresentano una causa documentata del degrado dei redditi e delle condizioni di vita dei lavoratori nativi.
Sarebbe ora di bloccare i flussi di capitali, non di immigrati. Ma questo Vannacci non lo dirà, perché lui è solo l’ennesimo cavalier servente dei più retrivi interessi padronali.
Professore, lei però affronta la questione da un punto di vista puramente razionale, usando dati scientifici. Magari il problema è proprio che l’irrazionalità imperversa...
È così. Ma l’unica arma per contrastare l’andazzo è portare alle estreme conseguenze la nostra razionalità critica. Dobbiamo tornare a indagare sui fattori introspettivi che alimentano la nuova psicologia di massa autoritaria, e che scatenano l’attrazione di tanta gente verso i pifferai della violenza dei forti contro i deboli, delle ronde notturne di quelli che vanno a spaccar teste allo straniero di turno e che invocano una ritornante ondata di pogrom e deportazioni.
Dobbiamo contrastare la tendenza ricordando il monito di Lukács, più che mai attuale: se non viene combattuto e sconfitto, questo dilagante irrazionalismo nero ci farà precipitare in una nuova epoca di orrore.
Quale proposta avanzerebbe in tema di immigrazione?
Un immediato “ius soli”, ma non basta. Bisogna portare avanti i programmi dell’ILO per la regolarizzazione di chi dimostri che svolge lavoro nero, per la responsabilità degli appaltatori lungo tutta la filiera del processo produttivo, e così via.
In altre parole: non solo pieni diritti civili e politici ma anche diritti del lavoro, sindacali e sociali. Solo così si ricaccia la xenofobia nel dimenticatoio della storia e si costruisce la coesione tra lavoratrici e lavoratori di ogni colore e provenienza, per l’unità di classe del futuro.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
05/07/2026
La realtà che Vannacci, Cazzullo e i ‘rossobruni’ non raccontano
02/07/2026
Remigrazione? I lavoratori stranieri versano 12,6 miliardi di Irpef
Questo è quanto rivelano i dati elaborati dalla Fondazione Leone Moressa di Mestre per il Rapporto annuale 2026 sull’Economia dell’immigrazione, che sarà presentato a ottobre e che sono stati anticipati da il Sole 24 Ore.
I cittadini nati all’estero ma che risiedono in Italia (includendo anche quanti hanno acquisito la cittadinanza italiana) sono 5.156.370 ossia il 9,4% della popolazione.
I loro redditi dichiarati nel 2025 (riferiti all’anno di imposta 2024) ammontano a 87,9 miliardi. La crescita è stata costante negli ultimi undici anni: i redditi dichiarati dagli stranieri valevano infatti 46,6 miliardi nel 2014 (55,7 miliardi se rivalutati all’inflazione con l’indice Foi).
L’Irpef complessivamente versata dagli immigrati vale 12,6 miliardi, il 6,4% dell’imposta netta totale dichiarata che ammonta a 197,4 miliardi. In pratica, pur considerando i valori monetari rivalutati al 2024, negli ultimi dieci anni c’è stato un aumento consistente sia nel volume dei redditi (+57,8% dal 2014), che nel volume dell’Irpef (+55%). I contribuenti stranieri o naturalizzati hanno un reddito medio di 17.670 euro, contro i 26.920 dichiarati dai nati in Italia.
Il 38,2% dei contribuenti stranieri si colloca nella fascia fino a 10mila euro (in questa fascia gli italiani sono il 23,4%); il 40,1% è nella fascia fra 10mila e 25mila euro. Solo il 2,5% supera i 50mila euro annui (contro l’8,4% dei nati in Italia).
I lavoratori immigrati risultano concentrati nei settori a più bassa qualificazione e retribuzione, come lavoro domestico, logistica, agricoltura, edilizia e ristorazione, caratterizzati da bassi salari, maggiore discontinuità occupazionale e limitate possibilità di progressione professionale.
“A questo – sottolinea il presidente della Fondazione Moressa – si aggiungono fattori come il mancato riconoscimento dei titoli di studio acquisiti all’estero, le barriere linguistiche, la segregazione occupazionale e una più elevata incidenza fra gli immigrati del part-time involontario”.
I contribuenti immigrati che hanno dichiarato il reddito medio più alto sono in Lombardia, Emilia Romagna, Veneto e Friuli Venezia Giulia (oltre 18 mila euro), dunque in linea con la dinamica dei redditi dell’Italia.
I più “poveri” sono in Calabria, con poco più di 11 mila euro annui (anche qui in linea con quanto accade anche per i contribuenti nati in Italia).
La Regione con l’Irpef maggiore versata dagli immigrati resta la Lombardia, sia a livello di volume totale (3,4 miliardi), sia come valore pro-capite (3.940 euro).
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18/06/2026
Vento di destra nel Parlamento europeo, approvata la “Remigrazione”
Il testo infatti è stato votato congiuntamente da Ppe, Ecr, Patrioti e ultradestra, confermando ormai la piena convergenza delle forze reazionarie nelle sedi europee. Hanno votato contro i socialisti, i verdi e la sinistra. In pratica è saltata la cosiddetta “maggioranza Ursula” in cui convivono conservatori e socialisti.
Tutte e tutti coloro che ancora si illudono sul carattere progressivo delle istituzioni europee, hanno ricevuto l’ennesima mattonata in faccia. Come diceva un grande della storia, “Gli stati uniti d’Europa o saranno reazionari o non saranno”, e i fatti si sono incaricati di dargli ragione.
Il testo elaborato dalla destra europea, e di cui uno dei relatori è stato Ciriani di Fratelli d’Italia, estende anche le possibilità di individuare per le espulsioni degli immigrati un “Paese di ritorno”, includendo non solo lo Stato di origine ma anche Paesi terzi. In pratica è il “modello Albania” voluto dal governo Meloni, fino ad oggi contestato in Parlamento e nei tribunali ma che ora ha il via libera a livello del parlamento di Strasburgo e dovrà essere approvato dall’Unione Europea in sede di consiglio.
Peggiorano anche i criteri per le espulsioni degli immigrati rispetto a quella che era l'attuale normativa. Il testo approvato dal Parlamento europeo dà infatti priorità al rimpatrio coercitivo piuttosto che alla partenza volontaria. Non solo. Con il nuovo regolamento europeo ci sarà un aumento del periodo di detenzione per gli immigrati, che può arrivare fino a 24 mesi, con la possibilità di trattenere anche famiglie con bambini e minori ma escludendo i minori non accompagnati.
La profonda regressione economica, sociale, civile e politica dell’Europa vede di nuovo convergere le forze reazionarie – moderate o estremiste che siano – contro i nuovi capri espiatori, in questo caso gli immigrati, mentre le forze “progressiste” ancora si trastullano su un’illusione europeista come “antidoto” ai fantasmi del passato e che invece ha assunto caratteri sempre più regressivi, guerrafondai e reazionari.
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13/06/2026
Un’Europa in crisi cerca i suoi nuovi capri espiatori, come negli anni '30 del '900
Le fiamme di Belfast dopo i tumulti razziali di Southampton mandano un segnale che va ben compreso.
Quanto accaduto in Gran Bretagna, dove gli stranieri (europei inclusi) sono circa 13 milioni su 70 milioni di abitanti, sembra voler anticipare lo scenario al quale prepararci anche in Francia, Germania, Italia, Spagna.
Strumentalizzando e utilizzando come una clava la questione degli immigrati, le “destre di sistema” e le “destre antisistema”, messe insieme diventano “sistema”, convergendo sempre più sistematicamente in molti ambiti nella individuazione degli immigrati come “capro espiatorio” per la profonda crisi economica, sociale e civile che attanaglia l’Europa.
Questa convergenza tra liberali e fascisti in materia di immigrazione, l’abbiamo vista spesso in sede di Parlamento europeo, mentre si manifesta come “competizione a tempo” nei periodi pre-elettorali.
E la vediamo agire e funzionare nelle sedi istituzionali europee proprio perché l’Unione Europea ha cessato da tempo di essere un antidoto contro razzismo e guerre per diventarne invece una incubatrice seriale.
Del resto “la bestia” è rimasta ancora feconda proprio qui, nel cuore dell’Europa, esattamente in quel quadrante che ne è stato, appunto, l’incubatore negli anni Trenta.
Anche un secolo fa (o quasi) l’Europa era alle prese con le pesanti conseguenze economiche e sociali della crisi del 1929 e prima ancora delle ferite irrisolte della Prima Guerra Mondiale a causa del Trattato di Versailles. Anche allora, come oggi, sull’Europa incombeva un clima di guerra che di lì a pochi anni si sarebbe scatenata in tutto il continente.
Negli anni Trenta, al rancore e al malessere della piccola borghesia quanto delle classi popolari, per anni venne dato in pasto il capro espiatorio degli ebrei, e non solo in Germania.
Tutti i problemi venivano addebitati alla finanza ebraica o agli insegnanti, medici, commercianti o artigiani di origine ebraica.
L’antiebraismo viveva e agiva sottotraccia in tutte le società europee, alimentato da pregiudizi e dicerìe assai diffusi anche nella popolazione cattolica o protestante.
Bastò poco per far sì che questo diventasse “il problema” e quindi la causa di tutto da dare in pasto a società impoverite, rancorose, incerte sul futuro, alla ricerca di un responsabile dei propri guai che non fossero i ricchi, ben protetti dalla gendarmeria e viventi in mondi, quartieri, circoli separati dal resto della società.
Il “nemico sociale” contro cui accanirsi era quello più a portata di mano, che aveva il negozio nello stesso quartiere, i figli a scuola con i propri, che abitava spesso nello stesso caseggiato.
Il “nemico politico” allora erano i comunisti, non a caso accomunati dalla propaganda delle destre e dei movimenti nazifascisti, ai “giudei”. Tant’è che furono i primi a finire nei lager nazisti.
Oggi contro gli immigrati extracomunitari in Europa si sta respirando un’aria fetida e fin troppo simile a quella degli anni Trenta.
Gli immigrati oggi sono un nemico facile da dare in pasto al rancore, sul quale è facile poter disporre o creare artificiosamente pretesti per reazioni feroci e di massa. Innanzitutto perché hanno un colore diverso e ben identificabile. Oggi, diversamente dagli anni Trenta, gli ebrei sono ormai considerati “bianchi”, occidentali, convergenti con le destre in quanto anti-islamici. Al momento c’è un altro capro espiatorio su cui accanirsi, ancora più facilmente rispetto a quello antico.
Secondo perché sono troppi gli immigrati che vengono lasciati allo sbando in mezzo alla strada senza uno straccio di tetto o di prospettiva, se non quella di poter tornare al proprio paese.
Terzo, appunto, gli immigrati sono “a portata di mano”. Spesso invisibili sul piano di soluzioni dignitose o almeno decenti, ma ben visibili sui territori, nelle città e nelle periferie, spesso ridotti a vivere sulla strada e in quanto tali percepiti come più molesti.
Ai telegiornali “ansiogeni” (pubblici e privati), che ormai vivono quasi esclusivamente sulla paura e la cronaca nera, si sono aggiunti schiere di improbabili influencer, abili nello squadrismo mediatico e nell’allarmismo di bassa lega sui social media, utili per alimentare ossessioni e seminare discordia, decisivi nella diffusione di notizie incendiabili, spesso false, esagerate, manipolate.
Quando non è un fatto di cronaca “vera” – che provoca il dovuto orrore e ripudio di per sé – la leva razziale prova sempre a fare capolino e a disegnarne i contorni, magari per essere smentita il giorno dopo. Ma spesso il lavoro sporco è più semplice e la verità arriva tardivamente.
Seminare l’allarme e le paure è un gioco facile, ripristinare i fattori di razionalità in un’epoca caratterizzata dagli shock emotivi e dall’analfabetismo di ritorno è molto più difficile.
Infine, l’altra leva su cui agisce il sistema convergente delle “destre di sistema e di quelle antisistema”, è indicare oggi – come negli anni Trenta si faceva con i comunisti – “la sinistra” come la responsabile della presenza di immigrati nelle nostre città.
Ed è così che di fronte alle contraddizioni sostanziali, alle crescenti ingiustizie e disuguaglianze sociali, all’immiserimento crescente dovuto ai bassi salari o alla scarsità di abitazioni e servizi, il tema principale dell’agenda politica – e sul quale la destra vuole inchiodare il dibattito pubblico – diventa sempre quello della “sicurezza” e, di conseguenza, di quegli immigrati che ne rappresentano il capro espiatorio a portata di mano, che consentono di fare gruppo – o meglio, branco – perché facilmente identificabili e di prossimità.
Le forze di classe, i sindacati, le organizzazioni di una sinistra degna di questo nome, hanno di fronte un problema enorme.
Le destre in Europa hanno trovato oggi una parola d’ordine e una sintesi che può funzionare a livello di massa: la “remigrazione”.
Ideata di recente dai tedeschi di Alternative fur Deutschland, (che incredibile coincidenza!!) è stata ripresa dai movimenti di destra nel resto del continente, Italia inclusa.
Contrapporre a questa parola d’ordine i crismi della razionalità (ruolo ormai decisivo dei lavoratori stranieri in molti settori del mondo del lavoro, argine alla denatalità e alla crisi demografica, il fatto che ci sono più italiani che emigrano all’estero che immigrati che arrivano in Italia etc.) non ha altrettanta efficacia.
Il nemico ha “fatto sistema” e costruito una narrazione semplificata che ostacola ogni ragionamento o argomentazione basata sul senso, rendendo risibili anche i richiami religiosi che si rivelano inefficaci davanti alla percezione – per quanto distorta – di una materialità dei propri interessi e della propria condizione di vita.
Del resto i tagli al welfare voluti dall’Europa, hanno reso l’accessibilità ai servizi o alle abitazioni più scarsa, innescando una “competizione in basso” sul poco rimasto o il sempre meno a disposizione: dalle prestazioni sociali alle case popolari.
Appellarsi ancora all’accoglienza, all’integrazione, alla pace o alle meraviglie dell’interculturalità non regge più al confronto/scontro con la narrazione razzista e a quella suprematista che ormai ispira anche le “guerre di civiltà” che contrappongono l’Occidente al resto del Mondo.
La soluzione o le soluzioni non potranno usufruire della invidiabile categoria della semplicità, ma dovranno prevedere di mettere in campo tutte le opzioni: da quelle relative alla gestione razionale dei flussi migratori e dell’esistenza dignitosa per chi è già arrivato nel paese (da un contratto regolare di lavoro a un tetto sulla testa) fino all’affrontamento con i gruppi razzisti e neofascisti, perché non basterà solo la battaglia delle idee.
Infine, e non certo per importanza, chi oggi vuole costringere con la forza gli immigrati alla “remigrazione”, sono gli stessi che hanno creato o accettato le condizioni affinché milioni di giovani italiani emigrassero all’estero. Hanno una visione meramente regressiva, adatta solo per un paese in declino. E su un contributo dalle istituzioni europee sarà bene non farsi illusioni, al contrario. Per questo vanno contrastati, affrontati... e fermati.
Nota
In termini percentuali, in media, circa il 6,4% dei residenti in un Paese dell’UE è cittadino di un Paese extracomunitario, si tratta di quasi 29 milioni di persone su 450 milioni di abitanti dei paesi aderenti all’Unione Europea.
Gli immigrati “irregolari” secondo le stime Eurostat a gennaio 2026 erano circa 1 milione. Le stime ottenute con altri sistemi di rilevamento sono più alte. La stima tra 2,6 e 3,2 milioni di irregolari in 12 paesi europei (tra cui Italia, Francia, Germania e Spagna) proviene dal progetto MIrreM (Measuring Irregular Migration and related Policies) .
Questo progetto, coordinato dall’Università di Oxford viene co-finanziato dall’Unione Europea. MIrreM stima il fenomeno presunto (tutti gli irregolari, intercettati e non). Il suo dato (2,6-3,2 milioni) è più completo come concetto, ma è meno preciso perché frutto di un calcolo indiretto.
Fonte
11/06/2026
Rabbia e pogrom razzisti a Belfast. La destra britannica soffia sul fuoco
Ci sono stati 12 agenti di polizia feriti e 16 arresti nella seconda notte di disordini in Irlanda del Nord dopo l’attacco con coltello avvenuto a Belfast da parte di un immigrato. Il 44enne ha perso un occhio e ha riportato gravi ferite, mentre l’aggressore, un sudanese di 30 anni, Hadi Alodid, è stato trattenuto in custodia cautelare.
La famiglia della vittima, Stephen Ogilvie, ha fatto appello alla calma in una dichiarazione che sottolineava il “contributo profondamente prezioso” che i migranti danno al paese. Allo stesso tempo, la sindaca di Belfast, Róis-Máire Donnelly, appartenente allo Sinn Féin, ha ricevuto minacce di morte dopo aver condannato pubblicamente le violenze contro le comunità migranti.
Mercoledì la Polizia dell’Irlanda del Nord ha impiegato gli idranti per sedare le proteste durante una seconda notte di rivolte anti-immigrazione a Belfast. I manifestanti sventolavano bandiere britanniche, un simbolo niente affatto digeribile per quella parte della comunità nordirlandese non certo filo-unionista.
Molti erano mascherati e hanno lanciato mattoni e petardi contro la polizia antisommossa alla rotonda Sandyknowes a Newtownabbey, alla periferia della città. I manifestanti anti-immigrazione ieri pomeriggio hanno organizzato una manifestazione a Dublino con una grande folla che si è riversata su Leinster House.
Mercoledì sera si sono verificati tumulti anche a Derry, dove la polizia ha segnalato che cassonetti, oggetti e auto erano stati incendiati sulla Ardmore Road, mentre altre proteste, come quella di Stormont, si sono svolte pacificamente. Secondo Junge Welt, quotidiano tedesco, fautori dei pogrom sarebbero stati gruppi paramilitari lealisti come l’UVF e l’UDA.
Il gruppo rap nordirlandese Kneecap ha dichiarato di “essere solidale” con le persone colpite da “violenza, intimidazione, minacce e sfollamento forzato” a Belfast e che le persone dietro le manifestazioni “non si preoccupano della loro comunità e sono motivate dal razzismo”. I raid a Newtonabbey infatti avevano cercato di colpire le abitazioni per immigrati che venivano segnalati sui social media. Anche la coalizione United Against Racism sta organizzando manifestazioni di risposta ai pogrom razzisti contro gli immigrati.
Fonti locali riferiscono che la folla aveva tentato di colpire un hotel che ospita immigrati, ma che questo era già stato chiuso dalla polizia. Il Chimney Corner Hotel era già stato oggetto di numerose proteste anti-immigrati nel corso di diversi mesi, dal 2025 all’inizio di quest’anno.
L’Irish Times riferisce che alcuni cittadini ugandesi, Sumayah Nakazibwe e Stella Ariokot sono rimasti barricati nella loro casa vicino a Crumlin Road, nel nord di Belfast, sentendo odore di fumo che penetrava nelle loro case e osservando le fiamme lambire i muri delle proprietà vicine.
“Tutto è iniziato come se la gente marciasse e basta, ragazzi tra i nove e i vent’anni”, ha detto Nakazibwe. “Indossavano tutti il nero e indossavano la maschera”.
Dalla finestra avevano visto la folla che bruciava le gomme di un autobus. “E poi raccolsero i bidoni fuori e iniziarono a bruciarli anche loro e abbiamo pensato, forse non degenererà”.
Poi i manifestanti si sono diretti nella loro strada, dove famiglie rumene e nigeriane vivono accanto a famiglie britanniche e irlandesi.
“Hanno iniziato a bruciare, a lanciare bombe molotov le auto”.
Nella notte di martedì sono stati segnalati scontri anche in Scozia tra polizia e manifestanti a Glasgow, dove due agenti di polizia e tre persone sono rimasti feriti. La polizia ha dichiarato che alcuni cittadini sono stati “attaccati a causa del colore della loro pelle”. La Moschea Centrale di Glasgow è stata costretta a chiudere i fedeli all’interno in risposta a una protesta che ha marciato lungo Buchanan Street e che si ritiene mirasse a raggiungere la moschea.
La Gran Bretagna è ancora alle prese con durissime polemiche sui fatti di Southampton – dove un inglese è stato ferito da un immigrato indiano ma poi è stato lasciato morire ammanettato dai poliziotti – che a ben guardare chiama in causa più l’atteggiamento della polizia che l’aggressione. Una dinamica che ha consentito però alla destra britannica di soffiare sul fuoco e farlo dilagare anche nell’Irlanda del Nord.
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07/02/2026
Italia - Milioni di lavoratori in pensione, i bassi salari dietro al crollo demografico
Vediamo alcuni di questi numeri. Secondo un’elaborazione di Adapt basata sui dati Istat, l’Italia vedrà oltre 4 milioni di persone andare finalmente in pensione entro il prossimo decennio. Nonostante i continui aumenti dell’età pensionabile e i tanti impedimenti per usufruire di un’uscita anticipata dal lavoro, alla fine circa un quinto degli attuali occupati potranno finalmente entrare in quiescenza.
Oggi, i lavoratori tra i 55 e i 64 anni rappresentano il 23% del totale. Non può dunque sorprendere che il pensionamento si avvicina per molti di loro. Mentre comparti come quelli legati a servizi digitali e attività con maggiori risvolti artistici può contare su una forza lavoro in genere più giovane, il cuore produttivo e amministrativo del paese si trova in tutt’altra condizione.
Nella Pubblica Amministrazione e nell’istruzione l’età media dei lavoratori supera i 50 anni. Nella manifattura ci sono 872 mila lavoratori tra i 55 e i 64 anni, il che significa che quasi un quinto del totale è prossimo alla pensione. Per riassumere, la PA, la scuola e l’industria perderanno il 18,6% di coloro che sono impegnati in questi settori.
Senza un ricambio generazionale adeguato, la loro uscita per pensionamento creerà voragini difficili da colmare. Al contrario, percorsi impossibili e costosi, insieme a prospettive retributive terribili spingono molti giovani a lasciare il paese, mentre, sul lungo termine, nemmeno i nuovi nati danno speranze.
Il numero di nascite è ormai stabilmente sotto la soglia delle 400mila unità l’anno, con un tasso di fecondità che nel 2024 ha toccato il minimo storico. Questo dato, unito alla difficoltà d’ingresso nel mercato del lavoro non solo dei giovani, ma nello specifico anche delle donne in generale, crea un corto circuito. Con un tasso di occupazione femminile al 54% (che precipita al 43,1% al Sud), l’Italia è 12 punti sotto la media UE.
C’è poi il nodo migranti. I prenditori italiani hanno usato a lungo gli stranieri, magari ancor più facilmente ricattabili se irregolari, per fare profitto pagando salari da fame. Ma lo spostamento a destra dell’opinione pubblica, attentamente alimentato per creare le condizioni di repressione di qualsiasi tentativo di alzare la testa, ha anche prodotto una narrazione ideologica in cui lo straniero è un problema.
Un altro cortocircuito di un sistema al degrado. Oggi, il 10,5% degli occupati è straniero, e quello che probabilmente si vedrà in futuro è il tentativo di tenere insieme la criminalizzazione dell’immigrato insieme alla volontà di attirare forza lavoro qualificata per colmare i gap che si andranno automaticamente a creare con i giovani italiani incentivati a fuggire da un paese che non gli offre nulla (già oggi ci sono 1,4 milioni NEET).
Infine, pochi giorni fa è uscito un articolo molto dettagliato su Il Sole 24 Ore che ha evidenziato un dato di fatto, che però la politica si ostina a voler nascondere (basta sentire le dichiarazioni di Giorgia Meloni): il crollo demografico deriva dal lavoro sottopagato. Lo mostra l’incrocio dei dati Istat e dei report dell’Area Studi di Mediobanca.
L’economia italiana non è affatto in crisi, se guardata dal lato dei capitali. Nel 2023, la quota dei profitti (il rapporto tra risultato lordo di gestione e valore aggiunto) ha superato il 46%, un picco storico. Il risultato lordo di gestione delle società finanziarie ha sfiorato i 480 miliardi di euro.
Di contro, la quota di ricchezza destinata ai salari è sprofondata al suo minimo storico, circa il 39% del PIL. Nonostante lo shock energetico e l’inflazione, gli imprenditori hanno saputo proteggere i propri margini di guadagno traslando i costi sui prezzi finali. E anche la storiella dei bassi salari a causa della bassa produttività viene smontata: visti i margini di profitto, vuol dire che una parte di quel “valore” prodotto potrebbe tranquillamente andare in tasca ai lavoratori.
A dirlo sono i paragoni con alcuni paesi altamente industrializzati dell’Asia, in genere visti come la punta di diamante della produttività. Se guardiamo al rapporto tra PIL e ore lavorate, l’Italia risulta statisticamente più produttiva di colossi come Giappone e Corea del Sud (il Belpaese produce 74/75 dollari ogni ora contro i 51/69 del Giappone e 47/64 della Corea del Sud).
La produttività italiana è addirittura cinque volte maggiore di quella cinese, ai primi posti per automazione dei processi produttivi e dove i salari nelle più importanti città ormai raggiungono livelli occidentali, ma con un minor costo della vita.
Scrivono su Il Sole: “poiché il PIL è, semplificando, la somma dei profitti, delle rendite e dei salari, se un’azienda ha un potere di mercato enorme (un monopolio, un marchio di lusso, o tariffe energetiche gonfiate), quella risulterà ‘produttiva’, anche se i suoi dipendenti lavorano esattamente come quelli di una ditta concorrente”.
Stando agli autori dell’articolo de Il Sole, in molti di questi paesi si preferisce una più alta occupazione al poter scrivere un numero alto sulle tabelle ministeriali. Non solo come strumento di ammortizzazione sociale, ma anche perché ciò permette di mantenere attivo il ciclo economico e di valorizzazione, con un ritorno sull’intera collettività. Insomma, la manfrina della produttività nasconde in realtà una scelta politica.
E tornando al tema del crollo demografico, anche questo non si risolve invocando i “valori della famiglia”, ma affrontando la questione salariale. Il valore aggiunto prodotto dall’Italia esiste, ma viene drenato da costi energetici folli, rendite immobiliari e margini aziendali record. Bisogna smettere di parlare di “scarsa produttività” e iniziare a parlare di relazioni industriali che favoriscano i salari al profitto.
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24/01/2026
Mitologie maranza
Da qualche tempo a sinistra si sta maneggiando con una certa disinvoltura il tema “maranza” che, dietro all’evocazione giovanilista e spregiudicata, rimanda ad una questione epocale: il destino sociale delle cosiddette seconde generazioni, che influirà sempre più nel dibattito pubblico e nell’agenda dei governi.
Il bilancio di questa discussione è abbastanza deludente: una cosa sono le riflessioni articolate che stanno dentro buoni libri – vedi i lavori di Bouteldja o di Anna Curcio –, nei quali si ragiona sui processi di razzializzazione intrinsechi al sistema capitalistico; una cosa sono le fascinazioni e le suggestioni spacciate frettolosamente per analisi o proclami politici. Fino a poco tempo fa si diceva: meno male che non abbiamo le banlieue; dopo la tragedia di Rami si scopre che ci sono le banlieue e adesso tutti a correre alla ricerca del mitico maranza da trascinare sul terreno della rivoluzione 4.0. L’ennesima riproposizione della caccia al nuovissimo “soggetto rivoluzionario” in cui ci dilettiamo da alcuni decenni.
Quindi il tema è: l’immaginario collettivo maranza – come i ragazzi si auto-percepiscono e come vengono percepiti dagli altri – apre delle prospettive di emancipazione, per quei mondi e per la società nel suo insieme? Il “maranzismo”, inteso come forma di aggregazione e autoidentificazione, è utile a chi si riconosce in questa rappresentazione?
È bene partire da un dato: la presunta “identità maranza” non ha niente a che vedere né con Franz Fanon né con i ragazzi delle magliette a strisce di piazza Statuto; i maranza non sono le nuove Pantere nere magicamente germogliate nelle nostre città. Maranza è un insulto razzista: lo vogliamo far diventare una categoria rivoluzionaria? In base a quali argomenti o aspettative? Non è che lo stigma – solo perché agitato dai benpensanti – automaticamente cambia senso e verso di marcia.
In realtà il dispositivo politico e comunicativo che sta dietro certe aspettative ingenue, si rifà ad alcuni elementi reali della storia del '900. Snodi politici e culturali in cui si assunse un’identità socialmente negativa o addirittura criminalizzata – quasi sempre uno stereotipo identitario etnico – e anziché negarla, si cercò di costruire su di essa una leva, un piano di appoggio, che producesse un moto di orgoglio e coscienza emancipatrice nei soggetti che la subivano. L’esempio classico è quello del movimento nero americano negli anni '60: lo stereotipo del negro ghettizzato e criminale, si rovescia nel nero è bello e nel black power. Assumere, quindi, lo stigma come punto di forza, rovesciarlo di senso e trasformarlo in un dispositivo di contro-produzione di soggettività. Anche la narrazione dell’operaio massa meridionale dei nostri anni '60/'70, rispondeva a questo meccanismo: il terrone stigmatizzato per la sua ignoranza politica e la sua disaffezione sindacale, trasformava questo suo presunto ritardo in un più radicale rifiuto della disciplina di fabbrica e in ultima analisi del lavoro. Quindi i neri non dovevano rinunciare alla loro negritudine e i terroni non dovevano settentrionalizzarsi: la loro differenza socio-etnica non era più ghetto o zavorra, ma diventava arma da rovesciare contro l’ordine capitalistico e le linee del colore che lo strutturavano.
I tempi però sono un po’ cambiati. Gli anni '60 del '900 sono lontani come la Belle Epoque. Niente permane delle categorie sociopolitiche di quell’era. E il cambio radicale di contesto, ridefinisce i meccanismi di formazione delle coscienze e delle identità metropolitane. La dialettica stigma-rivolta non funziona più. La cosiddetta identità maranza, lungi dall’essere potenziale elemento di riscatto e ribellione, dentro la rappresentazione permanente della società dello spettacolo, sta diventando la più classica delle narrazioni tossiche. Una trappola simbolica e politica, un ghetto mentale in cui migliaia di ragazzi potrebbero autocompiacersi di restare: se parlano tutti di me, girano serie tv patinate su quelli come me e a 14 anni attiro gli sguardi timorosi del resto del mondo, perché dovrei rovesciare “in altro” il mio essere maranza? È l’effetto Gomorra, il racconto estetizzante e venefico delle periferie napoletane, che è stato oggetto di critiche durissime da parte di tutti quelli che praticano attivismo sociale, civico o politico dentro i quartieri popolari. Il “maranzismo” mette in scena la rappresentazione di una Gomorra etnica, quindi anche più pericolosa, in cui decine di migliaia di ragazzini subiscono i loro processi di soggettivazione e di crescita, dentro una spirale di consumismo esasperato e prona assuefazione al modello cucito loro addosso.
I nostri slogan di qualche decennio fa, cominciavano con “USCIRE DAL GHETTO ROMPERE LA GABBIA...” che era una bella dichiarazione programmatica: le nostre rivendicazioni, i nostri minuscoli bastioni metropolitani, non potevano diventare il comodo rifugio identitario con cui separarci dal resto della società. C’era l’idea che l’identità (che era comunque fortemente ideologica e universalistica) potesse diventare un trampolino di lancio per andare oltre e proiettarsi sul mondo. Perché oggi qualcuno pensa di inchiodare questi ragazzi nella loro mattonella identitaria e invitarli a “rimanere nel ghetto” – sperando che il ghetto produca controcultura, contropotere o Dio sa cosa? Ritiriamo fuori la retorica sulle “classi pericolose” e sul loro potenziale sovversivo? Ancora – nel 2026! – come se fossimo negli anni del Quartetto Cetra e non in quelli dell’omologazione più totalizzante della storia umana, in cui etiche, linguaggi ed estetiche sono livellate e profilate dalla macchina comunicativa – per cui “si è maranza” anche se non lo si sceglie.
Cerchiamo di evitare paralleli insensati con i nostri anni '60 o '70. Lo so che la tentazione neo-romantica è tanta (oh, che belle le batterie di rapinatori nei quartieri ai tempi nostri...), ma quella stagione, in cui anche l’illegalità sottoproletaria ebbe un ruolo e un respiro, non c’entra nulla con il mondo di oggi e con la “suggestione maranza”. Quella che i media stanno costruendo è una identità dell’esclusione: ma è una esclusione iper-spettacolarizzata, totalmente funzionale all’agenda politica delle zone rosse – un trappolone in cui migliaia di adolescenti rischiano di rimanere impigliati per sempre. È la rappresentazione di una visibilità numericamente irrisoria, ma enfatizzata e trasformata in emergenza sociale proprio grazie alla continua rielaborazione del modello e del messaggio. Dobbiamo dirlo che i bordi sfrangiati della metropoli, oggi, non stanno generando potenzialità rivoluzionarie o solidali ma disvalori tribali, che stanno attirando su questi ragazzi l’odio del 95% della società: ed è preoccupante che – al netto dell’opinione dei benpensanti – sono oggi i normali coetanei di questi giovani che cominciano ad attribuire certi comportamenti ad una “vocazione predatoria” di segno etnico, con l’addensarsi di un diffuso razzismo popolare e il rischio di reazioni altrettanto tribali che stanno incubando nei quartieri. Che identità stiamo appiccicando addosso a questi ragazzini? Una identità da ladri di collanine, outfit costosi come un mese di stipendio e bullismo insensato? Perché lo stereotipo maranza è quello. È così che il sistema li sta disegnando. E più lo accreditiamo, questo stereotipo, più lo consolidiamo e gli diamo corpo, più divora la vita dei ragazzi come un eggregore maligno. Ci interessa tenerlo in piedi? Sperando che sbocci in una qualche contronarrazione rivoluzionaria?
Chiaro che ogni epoca ha avuto i suoi maranza. La società adulta – in rapido invecchiamento – in generale guarda sempre ai giovani con diffidenza, timore, ostilità. È un fatto generazionale che si ripete ciclicamente e che va accettato come naturale. Ma qui è l’identificazione tra “gioventù pericolosa” e appartenenza etnica, a rendere la miscela esplosiva. Persino negli anni del boom della tossicodipendenza da eroina – quando migliaia di ragazzi si svegliavano la mattina con l’unica priorità di procurarsi i soldi per una dose – non c’era l’intolleranza e il fastidio di massa che si avverte oggi. Era diffusa l’idea che i giovani tossici non erano mostri ma “figli nostri”, si sentiva in qualche modo il peso delle responsabilità collettive, sistemiche. Adesso no. Le persone normali, anche grazie a campagne mediatiche di enorme impatto e investimento, sono state indotte a pensare di essere al centro di un’invasione aliena, rifiutando di misurarsi con “l’italianità” di soggetti che vengono visti come stranieri, pur essendo nati e cresciuti dietro l’angolo.
Il “maranzismo” è un’offesa verso due generazioni: quella operaia dei padri, venuta qui venti o trent’anni fa, lavorando duramente, nella speranza di un futuro migliore per i figli; e quella dei figli, che sbattono il muso contro le aporie e le ipocrisie della cosiddetta integrazione. Entrambi, padri e figli, stanno facendo i conti con una disillusione epocale. I padri hanno pensato che bastasse assicurare ai figli un po’ di benessere, ospedali migliori e centri commerciali ingioiellati; i figli hanno creduto – più o meno fino alle scuole medie – di potersi considerare italiani come gli altri, salvo poi scoprirsi destinati ad una scolarizzazione più povera e ad un mercato del lavoro più dequalificato. Ed entrambi – padri e figli – hanno esercitato i loro rispettivi ruoli nello sradicamento più desolante, senza le reti parentali o di quartiere su cui avrebbero potuto contare nei paesi di origine. Hanno imparato ad essere genitori – e figli – nel vuoto delle periferie più tristi della Padania industriale.
Crogiolarsi nel proprio essere maranza, magari anche con una spruzzatina di tafferugli da corteo – giusto un paio di volte all’anno – significa arrendersi allo stato di cose presenti. Significa adattarsi alla prigione simbolica che è stata costruita intorno a quelle vite. Significa suonare stancamente lo spartito che è stato già scritto. Ma è davvero questa la storia che si sta imbastendo per queste seconde generazioni? E noi, cosa abbiamo da dire a questa gioventù metropolitana? Speriamo che la Palestina o la rabbia dei 17 anni li faccia pendere dalla nostra parte? Per fare cosa?
Tra l’altro il dibattito sull’“islamo-gauchisme”, la saldatura tra istanze della sinistra radicale e le periferie islamizzate – che si sta gonfiando anche in Italia, su spinta dei giornali di destra – esprime e misura la preoccupazione dei poteri metropolitani su alcuni fenomeni epocali di ricomposizione e unità; ma le inquietudini dei governi non sono mica in relazione all’“identità maranza”: quella è ampiamente sotto controllo, gestita e utilizzata alla bisogna, derubricata al capitolo “ordine pubblico e contrasto alla microcriminalità”. Anzi, più si diffondono comportamenti, pratiche e modelli aggregativi riferibili a quell’identità, più lontani e travagliati si fanno i passaggi di maturazione e intersezionalità politica.
Io spero che presto ci sia un candidato sindaco “maranza”, un leader sindacale “maranza”, un’avanguardia di classe diretta dai “maranza”. Ma questo presuppone proprio lo smontaggio dell’identità maranza, a partire dalla necessità di spingere questi ragazzi a uscire dai branchi, a incontrare i loro coetanei – di tutti i colori della metropoli – e a sottrarsi alle narrazioni tossiche che li vogliono spauracchio dell’ordine pubblico, ladruncoli da immortalare o mettere al centro delle campagne elettorali.
In questo sforzo può aiutare l’intelligenza politica (pochissima) che è rimasta a sinistra, i pochi avamposti sociali ancora attivi. Ma possono aiutare anche le moschee e l’identità religiosa: a Malcom X i maranza non sarebbero piaciuti, posso assicurarlo. Questi ragazzi sono vittima di uno sradicamento valoriale terribile e l’Islam può essere l’ancoraggio che li sottrae al nichilismo metropolitano, che fa loro riscoprire la dimensione comunitaria al posto di quella micro tribale – una identità orgogliosa, che ti fa attraversare il tempo e la società in cui vivi a fronte alta, anziché con la testa incappucciata infilata tra le spalle. Provate a confrontarvi con ragazzi religiosamente consapevoli, che hanno scelto di abbracciare la loro storia, le proprie radici, affrontando un viaggio a ritroso che ricuce le ferite dello sradicamento: è lì che si può incontrare una ricchezza di valori che, nei contesti giusti (vedi il movimento pro-pal) ha prodotto alchimie positive, protagonismi, arricchimenti, rifiuto delle luci artificiali del consumismo becero che imprigiona e motiva tanti coetanei che hanno la medesima biografia ma restano bloccati nel nulla, nel vuoto rabbioso, nell’incapacità di dare un nome alla sensazione di esclusione e incompiutezza in cui stanno crescendo.
Lo so, sono parole da vecchio barbagianni. Molti continueranno ad essere attratti dal mito dei maranza, rinverdendo vecchi sogni abortiti. Adesso l’urgenza è fermare l’onda xenofoba che sta sommergendo questi ragazzi, ingannati dalle luci artificiali dei media e dell’immaginario ingombrante che gli si sta cucendo addosso. Smontiamo “i maranza” – cioè la rappresentazione balorda di queste giovani vite – e ragioniamo con Mohamed, Mustafà, Medhi, Ibrahim, Ali e Omar... Rispettiamo le loro storie complicate, il dolore della solitudine e della mancanza di radici, l’assenza dei padri, la durezza oggettiva delle periferie. Non proviamo a usarli. Hanno davvero un mondo da conquistare, se escono dalla partitura che è stata scritta per loro.
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28/12/2025
New York - “Proteggiamo i nostri vicini dall’ICE”
Il suono è lo stesso, ice, ma non si riferisce a pericolosi lastroni di ghiaccio, bensì a qualcosa di ben più letale: l’Immigration and Custom Enforcement, la famigerata agenzia deputata al controllo dell’immigrazione che dall’avvento di Trump al governo sta traumatizzando le città americane.
Il volantino è un vero e proprio mini-manuale di istruzioni. Dice come riconoscere un agente dell’ICE e come comportarsi. La cosa più importante è essere pronti a raccogliere informazioni. Quanti sono. Che cosa fanno. Dove e in che direzione si muovono. Come sono vestiti. Se indossano il passamontagna e il giubbotto anti proiettile. Orario dell’avvistamento. Che equipaggiamento portano (armi, manette, bastoni, ecc.). Se si è in sicurezza, cioè se loro non ti vedono, fare foto e video. Infine inoltrare i dati raccolti al network del quartiere (di cui è dato il numero in hotline).
La sezione dedicata al fischietto è commovente e meriterebbe un posto al museo dadaista (se esistesse). Illustra due codici. Codice Numero 1: bwee! bwee! bwee! Soffiare a ripetizione significa: l’ICE è stato avvistato in zona, state allerta. Codice Numero 2: bweeeeeeeeeeeeeeeeeeee !!! Emettere un suono forte e continuativo significa l’ICE sta effettuando un arresto – massima allerta e pronti ad attivare il servizio legale, di cui ovviamente il manuale fornisce il numero.
Come me anche gli altri passanti ritirano entusiasti il kit anti ICE. Mi chiedo se avremo mai l’occasione e la freddezza di usarlo. Non lo so. Non nascondo che mi piacerebbe assistere alla scena di un gruppo di cittadini che armati di fischietti riescono a gabbare gli energumeni dell’ICE e proteggere i loro vicini di casa, di negozio, di strada.
Perché queste sono le vittime di ICE: il signore gentile che ti saluta mentre spazza la strada dalle foglie, la signora che pulisce le scale del condominio e ti fa la cortesia di raccogliere il tuo pacco mentre sei in vacanza, la ragazza che serve ai tavoli della tua trattoria preferita, il ragazzo che ti shakera alla perfezione la margarita al cocktail bar dell’angolo, il garzone che ti porta la spesa a casa, la mamma del nuovo amichetto di tuo figlio e così via; uomini, donne, famiglie uguali e mischiate a milioni di altre, che da un anno a questa parte vivono nel terrore di essere scoperte come migranti irregolari.
So bene che la propaganda anti-immigrazione italiana e non solo racconta che gli Stati Uniti a causa del lassismo dei democratici (che sono sì lassi e infingardi, ma per altro) sono stati invasi da milioni di immigrati, ovviamente brutti, sporchi e cattivi e che il governo Trump finalmente fa quello che anche da noi si dovrebbe fare, ossia rimandarli a casa loro. Peccato che ciò non corrisponda al vero e che questa sia casa loro.
La maggior parte dei braccati dall’ICE vive stabilmente negli Stati Uniti da molti anni, anche trenta o quaranta, lavora, produce reddito, paga le tasse, affitta case, guida una macchina, possiede conti in banca e manda i figli (americani) a scuola. Capite dunque che cosa significa la frase della signora: “Proteggiamo i nostri vicini”?
Forse qualche lettore si starà chiedendo perché queste persone non si regolarizzano. In Italia tanti da irregolari trovano un lavoro con contratto e iniziano un faticoso, lungo e difficile percorso di regolarizzazione che nel tempo, e purtroppo solo per pochi, se è loro desiderio investire il proprio futuro nel Belpaese, li porterà alla naturalizzazione. Negli Stati Uniti non è così.
Forse sarà un retaggio puritano, ma se hai commesso l’errore di far scadere il visto d’ingresso non puoi riscattarti; devi andartene dal Paese. Per la verità c’è un modo legale per iniziare da capo il percorso di immigrazione: arruolarsi! O tu clandestino o tuo figlio/a, appena raggiunta la maggiore età, potete scegliere la via dell’esercito e andare a morire per una patria che non vi voleva.
Non credo che avrò mai la soddisfazione di assistere alla messa in fuga degli agenti dell’ICE sul campo e so che alla tv come sui giornalacci continueranno a giustificare la caccia al clandestino come giusta e necessaria, ma so anche che c’è un umanità nuova e sveglia, che avanza e aumenta di giorno in giorno, che silenziosamente si organizza per resistere, per aiutarsi l’un l’altro, per sostenere i propri membri più deboli e in difficoltà.
So anche che il fenomeno dei quartieri contro l’ICE non è un’eccezione di Brooklyn e di New York City perché è stato eletto Mamdani, dato che si sta diffondendo a macchia d’olio nelle principali città del Paese. Nel sud della California, tartassata dall’ICE e pure dalla Guarda Nazionale, gruppi di cittadini hanno preso l’abitudine di appostarsi di fronte a grandi magazzini, come Office Depot, Target ecc., così se l’ICE viene avvistata c’è tempo di avvisare i lavoratori dentro il negozio.
L’emergenza sveglia l’essere umano; l’emergenza fa nascere la comunità, la ricompatta. Non importa se non avremo mai l’occasione di usare il fischietto e probabilmente continueremo a essere impotenti davanti alle scorribande dell’ICE. Ma sappiamo che non lo saremo per sempre e possedere quel fischietto, tenerlo nella borsetta o in tasca, rappresenta la possibilità di riscatto di un intero gruppo sociale, anzi di più, della comunità umana che fa onore al nome che porta e rifiuta la barbarie, che si ribella a chi vuole farci tornare indietro, in una società rozza e brutale.
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27/08/2025
Gli USA in corsa verso l'oscurantismo
Nessun discorso infatti, per quanto ben costruito e cesellato, può risultare efficace per colpire l’attenzione di chiunque. Anche Shakespeare e Sofocle, in fondo, non parlano a tutti.
Quelle carogne di “influencer” affittati per occupare uno spazio mediatico già molto affollato – che comincia a pendere dalla parte contraria a Israele, nonostante la poderosa macchina dell’Hasbara e i suoi terminali nelle redazioni mainstream – non avevano alcuna possibilità di far cambiare idea a chi guarda foto e filmati dalla Striscia e ne trae l’inevitabile certezza: è in corso un genocidio, attuato con bombardamenti, spari, torture sui prigionieri anche bambini e fame. Mancano le camere a gas, unica differenza “tecnica” con l’Olocausto.
Il loro “target” non è affatto l’opinione pubblica mondiale, ma l’elettorato statunitense, e in special modo quello trumpiano. Anche all’interno di quel mondo fetido, evidentemente, qualche crepa si andava creando. E dato che si tratta del principale pilastro di consenso su cui sì àncora il sostegno Usa al genocidio, era necessario mettere in campo uno show di attorucoli che sanno come parlare a quel mondo.
La qualità dello spettacolo, come sempre quando si fa un investimento “commerciale”, è proporzionale alla cultura del pubblico di riferimento...
Bisogna insomma guardare a quel che sta accadendo in America per capire almeno in parte fino a che punto è in crisi l’egemonia “culturale” sul mondo e le forme che va assumendo la “risposta Maga” alla crisi.
La testata Axios, che ha ormai sostituito il “bideniano” POLITICO come credibilità informativa, ha stilato una sintetica lista delle principali iniziative trumpiane per riscrivere l’identità culturale degli Stati Uniti. Che poi significa, a cascata, tentare di ridisegnare il volto dell’intero Occidente euro-atlantico, visto il ruolo ricoperto sia a livello finanziario che militare dagli USA...
“Nel racconto del MAGA, l’America è l’erede delle antiche civiltà europee, costruita su una fondazione giudeo-cristiana di identità bianca, meritocrazia, ruoli di genere tradizionali e famiglia nucleare”.
Sembra un discorso general-generico, magari un po’ tradizionalista e “salviniano”, ma a ben guardare già a questo livello viene operata una drastica amputazione proprio dell’identità occidentale classica. Che non è soltanto “giudaico-cristiana”, come ripetono gli ascari fascistoidi dalle nostre parti, ma forse soprattutto greco-romana.
La differenza culturale principale sta nella diversa strutturazione valoriale tra un mondo da “ordinare” secondo i dettami di un dio assoluto che si occupa fin nei dettagli delle vicende umane, sovraordinando “comandamenti” alle leggi che elaborano e, all’opposto (o comunque diversamente), un mondo in cui molti “dei specializzati” (guerra, amore, caccia, agricoltura, ecc.) si occupano sostanzialmente dei fatti loro con qualche incursione-commistione con le vicende di alcuni umani, che peraltro vivono secondo le proprie regole, cambiandole anche spesso.
È la differenza tra l’obbedienza e la scelta, con tutte le conseguenze del caso, anche tragiche.
Una religione monoteista è già di per sé una mezza gabbia in cui gli umani si ritrovano a vivere “conformandosi” o “dannandosi”, ma si arriva facilmente alla follia – e allo sfruttamento furbesco della credulità popolare – quando si assume il “testo sacro” fondativo come comandamenti da prendere alla lettera.
Abbiamo sperimentato, nel cristianesimo, la difficoltà di accedere al metodo scientifico ogni qual volta l’osservazione empirica entrava in contrasto con la Bibbia (Copernico, Giordano Bruno e Galilei ne sanno qualcosa). Se poi si assume – come avviene tra i “cristiani evangelici” o gli ebrei ortodossi – il Vecchio Testamento come “verità rivelata” e indiscutibile, allora il pateracchio diventa evidente. E pericoloso.
Se “il popolo di dio” viene reinterpretato da “insieme dei credenti” (per scelta e per fede) a “comunità superiore”, legata da vincoli di sangue e/o di obbedienza a prescindere, ecco che si creano le basi per un suprematismo millenarista fondato su... chiacchiere.
Se vi preoccupa questo passaggio dalle argomentazioni classiche sulle strategie imperialistiche alle fantasie simil-religiose... avete perfettamente ragione: dovete preoccuparvi.
L’“America in versione Maga” si va costituendo come una formazione para-religiosa. In cui – non è inutile ribadirlo – gli interessi materiali dominanti si ammantano di credenze “giudaico-evangeliche” per strutturare un consenso interno che altrimenti la loro politica reale (concentrazione della ricchezza in poche mani, abbandono di ogni prospettiva “redistributiva” in termini di salario e welfare, ecc.) metterebbe in forse.
“Quella visione del mondo sta guidando sempre di più le politiche governative”, avverte Axios, altrimenti risulterebbe inspiegabile l’attenzione presidenziale posta – ad esempio – sulle... mostre museali.
“Trump ha ordinato allo Smithsonian Institution di revisionare le mostre che l’amministrazione ritiene problematiche per ‘tono, contesto storico e allineamento con gli ideali americani’.Attendiamoci che questa revisione tocchi presto Hollywood, con la riabilitazione dei western alla John Wayne, quando i pellirosse venivano descritti come “terroristi” ante litteram, e la cancellazione dalle videoteche di film come Soldato blu o Piccolo grande uomo, come Amistad o Il colore viola, ecc....
Trump sostiene che ci sia stato un ‘diffuso sforzo di riscrivere la storia della nostra Nazione’ dipingendola come irrimediabilmente razzista o oppressiva – incluso, dice, un’eccessiva focalizzazione su ‘quanto fosse brutta la schiavitù’.
Un funzionario della Casa Bianca ha dichiarato che Trump intende espandere la revisione dell’ideologia ‘woke’ ad altri musei oltre lo Smithsonian – un livello di supervisione senza precedenti da parte di un presidente USA.”
Ma ci sono in atto misure meno fantasiose e più immediate, che riguardano questioni cruciali come la cittadinanza, il controllo delle piattaforme social e dunque la libertà di pensiero ed espressione in qualsiasi forma.
“Lo U.S. Citizenship and Immigration Services (USCIS) ha annunciato la scorsa settimana che sottoporrà i richiedenti per l’immigrazione legale a screening per individuare ‘ideologie anti-americane’, incluse le opinioni espresse sui social media.Perché “I benefici dell’America non dovrebbero essere dati a coloro che disprezzano il paese”, ha dichiarato in una nota il portavoce dell’USCIS, Matthew Tragesser. Si comincia con i titolari di visto, ma già si alza la pressione sugli “americani storici”.
Tutti i 55 milioni di attuali titolari di visto saranno sottoposti a ‘verifica continua’ per ‘qualsiasi indicazione di ostilità verso i cittadini, la cultura, il governo, le istituzioni o i principi fondanti degli Stati Uniti”.
Essere o diventare “americani”, insomma, non dipenderà più da un fatto (l’esser figli di cittadini Usa) o dall’acquisizione in base a condizioni oggettive uguali per tutti (studio, lavoro, permanenza, persecuzioni, asilo, ecc.), ma dalle opinioni – inevitabilmente soggettive e persino variabili nel tempo – sulla storia politica del paese. Ovvero dall’identificazione o meno con l’universo culturale “Maga” o giù di lì.
“L’USCIS sta anche ampliando il requisito del ‘buon carattere morale’ per i richiedenti la cittadinanza, legando questo vago standard al ‘comportamento, l’adesione alle norme sociali e i contributi positivi’ di un individuo.È prevista insomma una revisione drastica dell’anagrafe generale, uno “sfoltimento” della popolazione legale su base ideologica, e viene ammesso esplicitamente, come un programma politico. “Penso che dobbiamo semplicemente evolverci oltre l’idea che solo perché hai i documenti in ordine, sei un americano”, ha detto l’influencer “Maga” Charlie Kirk in un suo podcast della scorsa settimana. “Devi avere il tuo spirito completamente coinvolto”.
Il Dipartimento di Giustizia continua a perseguire il divieto della cittadinanza per diritto di nascita (birthright citizenship) per i figli di immigrati privi di documenti – un diritto sancito dal 14° Emendamento – dando priorità alla denaturalizzazione per i cittadini naturalizzati che commettono determinati reati”.
È l’incerta ideologia del governo attuale, insomma, a delineare il modo di pensare della popolazione futura, non quella popolazione nel suo insieme a decidere quali ideologie sono dominanti, ammissibili, tollerate. Una specie di “congelamento” dell’evoluzione politica e storica, una “fissità” che non lascia inevitabilmente spazio alla stessa possibilità di affrontare i problemi sempre nuovi e diversi che un paese deve affrontare nel rapporto col resto del mondo.
En passant, la natura del concetto di “libertà” si restringe in modo estremo, al punto da coincidere – di fatto – con la sola “libertà di impresa”. Ideologia razzista/suprematista e ideologia di classe, del resto, coincidono.
Pensare di poter restare “egemoni” con questa strumentazione indifferente al mutare dei tempi dovrebbe sollevare inquietudine anche nella classe momentaneamente dirigente, magari anche solo perché si rischia di ritrovarsi senza strumenti culturali davanti all’insorgere di imprevisti.
Ma l’elenco degli “ordini operativi” su questo fronte indica l’esatto opposto. Trump ha infatti:
– “firmato un ordine esecutivo che dichiara l’inglese lingua ufficiale degli Stati Uniti – elevandolo da strumento pratico a marcatore di identità e appartenenza”. Rendendo così “illegali”, o quanto meno sconsigliate, tutte le lingue originarie delle centinaia di milioni di immigrati (spagnolo, italiano, tedesco, gaelico, ecc.) e forse persino le lingue dei nativi che abitavano l’America prima dell’invasione dei bianchi genocidi europei.
– Storia: “Ha ripristinato i nomi confederati alle basi militari statunitensi e ha ordinato il ritorno di alcuni monumenti confederati, condannando la loro rimozione come cancellazioni della ‘eredità’”. Come se la guerra di secessione di un secolo e mezzo fa non ci fosse stata o fosse stata vinta dagli schiavisti...
– Esercito: “Ha ripristinato il divieto per i soldati transgender, allineando il servizio militare alle norme di genere tradizionali”, rovesciando così non solo le “esagerazioni woke” che avevano caratterizzato – strumentalmente, certo – il recente sentiment culturale occidentale, ma l’intero processo evolutivo sulla libertà sessuale degli ultimi 70 anni.
– Rifugiati: “Ha creato eccezioni per gli agricoltori bianchi sudafricani mentre riduceva drasticamente l’ammissione di rifugiati da altre parti”. A conferma del fatto che il suprematismo bianco – ebrei compresi, a differenza del nazismo storico, dal che deriva la piena condivisione del sionismo – è in effetti il fondamento ideologico e psichiatrico del nuovo “regime”.
– Architettura: Ha ordinato che i nuovi edifici federali aderiscano a stili “classici”. Immaginiamo cosa potrà accadere con le “commissioni esaminatrici” dei nuovi progetti delle archistar Usa...
Anche secondo Axios, in effetti, “il progetto di Trump mina gli ideali che l’America ha a lungo celebrato come rifugio per immigrati, terra di opportunità per gli emarginati e paese che trae forza dal suo pluralismo”. Ma come si vede è una critica che resta “tutta interna” alla immarcescibile volontà di preservare una eccezionalità, o supremazia, statunitense.
Il punto chiave – per “osservatori esterni” che, come noi, magari vogliono rompere definitivamente con l’imperialismo Usa – è che questa “revisione istituzionalizzata dell’identità americana” cancella di fatto, forse persino involontariamente, il cosiddetto “soft power” statunitense. Ovvero la possibilità concreta per gli Usa di rappresentare qualcosa di “attrattivo” anche per chi non è nato o vive lì.
Essere dominati nell’immaginario di Hollywood e dintorni era – ed è ancora, in qualche misura – una “condizione a contorno” del dominio brutale del business e dell’esercito statunitense, un modo di renderlo più “accettabile” e persuasivo.
Se resta solo la forza, giustificata con i versetti del Vecchio Testamento, diventa tutto meno complicato da comprendere. Perché non resta granché da “condividere”, distinguere, articolare, ecc. Siamo nel terzo millennio, sappiamo cose che tre millenni fa erano inconcepibili...
La pretesa di continuità dell’Impero si presenterà forse anche come una ultima “guerra di religione”, l’apocalisse sognata dai più ritardati pastori evangelici. Ma fortunatamente il Medioevo è definitivamente alle nostre spalle. Non prevarranno...
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16/06/2025
USA - Trump ordina di rafforzare la caccia agli immigrati. Cresce la violenza politica nel paese
In un messaggio pubblicato sulla piattaforma sociale Truth, il presidente USA ha lodato il lavoro degli agenti dell’Ice e ha duramente criticato i suoi detrattori, che lo accusano di tendenze autoritarie: “Ogni giorno, gli uomini e le donne coraggiosi dell’Ice sono vittime di violenze, minacce e molestie da parte dei politici democratici radicali, ma nulla ci fermerà dall’eseguire la nostra missione”.
Secondo un piano delineato dal consigliere della Casa Bianca Stephen Miller, l’obiettivo minimo dell’amministrazione sarebbe di almeno 3.000 arresti al giorno di immigrati irregolari, dando priorità agli individui con precedenti penali. Trump ha accusato le città governate dai democratici di essere “il cuore del potere della sinistra radicale”, sostenendo che gli immigrati irregolari vengano usati per “aumentare la base elettorale, truccare le elezioni e far crescere lo Stato assistenziale, sottraendo lavoro e benefici ai cittadini americani”. Il presidente ha poi concluso: “Questi democratici radicali odiano il nostro Paese e vogliono distruggere le nostre città”.
Manifestazioni contro Trump all’insegna dello slogan “No Kings” si sono svolte in decine di città statunitensi.
Nel paese intanto cresce il livello di violenza politica.
Dopo l’assassinio della parlamentare democratica Melissa Hortman in Minnesota da parte di un seguace trumpista, a Salt Lake City durante una manifestazione “No Kings” contro Trump, un uomo è stato ucciso a colpi di arma da fuoco e un altro è rimasto ferito. La polizia non ha ancora chiarito la dinamica dei fatti.
L’uomo accusato di aver assassinato la deputata democratica del Minnesota e di aver cercato di ucciderne un altro, è stato arrestato nella tarda serata di ieri in una zona rurale dello stato. Nel materiale trovato nell’auto del killer sono stati trovati 70 nomi di politici, inclusi tutti i democratici al Congresso del Minnesota, oltre che dei gestori di alcune cliniche per l’aborto. Boelter è un cristiano evangelico contrario all’aborto e, insieme alla moglie, gestisce una società di sicurezza privata, la Praetorian Guard Security Services.
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12/06/2025
I fantasmi di Los Angeles
Al contrario, le proteste sono state intenzionalmente provocate dal governo federale, ovvero “dall’alto”, da Washington, che ha inviato la Guardia Nazionale addirittura in alcune fabbriche e centri per l’immigrazione, arrestando gente senza permesso di soggiorno o con quel documento ormai scaduto, al solo scopo di radunare una quantità sufficiente di “irregolari” da espellere e dar così un po’ di lustro elettoralistico ad un primo semestre di presidenza decisamente farraginoso.
Tutto il mondo, ed anche gli elettori di Trump, vedono infatti che le promesse elettorali sono parecchio ardue da realizzare.
La “pace” in Ucraina è di là da venire, anche “grazie” ad alleati europei ormai preda di un bellicismo da operetta macabra.
I dazi sulle importazioni da tutto il Mondo si sono rivelati un mezzo boomerang ancor prima di entrare in funzione, spezzettando il quadro – e il commercio internazionale, cosa più grave – in una miriade di contrattazioni con singoli paesi ed aree economiche, con l’unico risultato certo di incentivare ovunque la ricerca di alternative di mercato rispetto agli Usa “impazziti”.
Anche sul genocidio dei palestinesi – che ovviamente Trump non chiama così – le sue mosse non hanno prodotto alcun effetto positivo. L’unico risultato è aver aperto una guerra suicida con le maggiori università statunitensi, “colpevoli” di non aver represso a sufficienza le proteste pro-Gaza, tacciate in modo infame come “antisemitismo”.
L’offensiva anti-migranti sembrava perciò la mossa giusta per cogliere più obiettivi in un colpo solo: farsi bello davanti all’elettorato ultra-reazionario che l’ha riportato alla Casa Bianca, “dare una lezione” all’establishment liberal della California (e un monito a tutti gli altri), bruciare l’ascesa del governatore del Golden State – Gavin Newsom – come candidato democratico vincente alle presidenziali del 2028.
Come sempre accade, quel che sembra più facile può diventare un problema complicato.
L’offensiva in California straccia via lo stesso ordine legale-costituzionale su cui gli Usa hanno costruito la rutilante immagine di “grande democrazia”, almeno sul piano interno. La “federalizzazione” della Guardia Nazionale (un corpo costituito da personale civile, agli ordini dei governatori locali), senza neanche invocare l’unica legge che lo consentirebbe (l’“Insurrection Act” del 1807), nonché le minacce di arresto per Gavin Newsom, sono in effetti una novità assoluta che certifica una pratica del potere tendenzialmente “assolutistica” da parte di Trump e della sua banda.
Ma soprattutto ha aperto il vaso di Pandora della potenziale guerra civile interna.
Acchiappare “stranieri” a casaccio ha portato nelle prigioni statunitensi, con destinazione Guantanamo, anche cittadini di paesi “amici” (o servi) come Gran Bretagna, Italia, Francia, Germania, Irlanda, Belgio, Paesi Bassi, Lituania, Polonia, Turchia e Ucraina. I loro governi non protesteranno, tanto meno prenderanno misure “simmetriche” (tipo arrestare cittadini statunitensi e internarli all’Asinara o a Stammheim), ma certo viaggiare negli States anche solo per turismo diventa improbabile.
Questi raid all’ingrosso indeboliscono molto la pretesa che questa sia un’operazione dotata di senso concreto, ma che soprattutto apre la strada – nella parte più retrograda dell’“America profonda” – all’idea che “tutti gli stranieri siano un problema da risolvere con la forza”.
Si tratta di un messaggio quasi mortale per un paese costruito sull’immigrazione, prima dall’Europa, poi dall’America Latina, con in mezzo il periodo dello schiavismo che ha portato negli Usa milioni di africani. Come buttare un cerino in un pagliaio secco. Le conseguenze si vedranno nei prossimi anni, molto probabilmente. Ma qualcosa si sta già vedendo, con il profluvio di bandiere messicane – e persino di qualche falce e martello – lungo la Central Alameda.
In un colpo solo, insomma, gli Stati Uniti stracciano il velo della pretesa “democrazia”, l’alone immaginario della “civiltà superiore”, il castello dei “valori”, quel che restava della coesione sociale “patriottica”, l’attrattività “morale” insieme a quella economica.
Esercitare l’“egemonia” sul mondo, o quantomeno la leadership, in queste condizioni, diventa mission impossible.
Che un’amministrazione della prima superpotenza mondiale sia arrivata a fare tutte queste stronzate insieme, dice molto su quanto grave sia la decadenza complessiva dell’imperialismo Usa. E se per le ragioni economiche sottostanti il discorso può sembrare molto complesso, e inevitabilmente di difficile lettura per i non addetti ai lavori, gli atti politici sono decisamente più chiari.
Se i marines ti servono per difenderti – od offendere, più realisticamente – la tua stessa popolazione, beh, le carte che ti sono rimaste in mano sono solo delle scartine...
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10/06/2025
USA - Trump contro le bandiere messicane. Si estendono le proteste
A Pasadena, i manifestanti sono scesi in piazza tenendo cartelli con la scritta “ICE fuori da (Pasa)DENA”, di fronte all’AC Hotel, dove vengono alloggiati gli agenti federali.
Ma l’amministrazione Trump appare piuttosto irritata dallo sventolìo di bandiere messicane durante le manifestazioni. Il Vicepresidente Vance ha dichiarato su X: “Gli insorti che sventolano bandiere straniere stanno attaccando gli agenti addetti al controllo dell’immigrazione, mentre metà dei leader politici americani ha deciso che il controllo delle frontiere è un male. È ora di approvare la splendida legge del presidente Trump e di rafforzare ulteriormente la sicurezza del confine”.
Anche il consigliere presidenziale Stephen Miller è intervenuto sulla questione: “Qual è il termine corretto per descrivere i cittadini stranieri che sventolano bandiere straniere, si ribellano e ostacolano le forze dell’ordine federali nel tentativo di allontanare gli invasori immigrati illegali?”
Nel delineare la posizione ufficiale del Messico sulle proteste di Los Angeles, la presidente messicana Claudia Sheinbaum ha rivolto un “rispettoso ma fermo appello al governo degli Stati Uniti affinché agisca nel rispetto del giusto processo, della dignità umana e dello stato di diritto nei confronti di coloro che sono stati arrestati in questo contesto”.
Durante la sua conferenza stampa, ha letto la dichiarazione ufficiale del suo governo, in cui ha anche affermato che “non siamo d’accordo con gli atti di violenza – qualsiasi tipo di violenza. Condanniamo la violenza, motivo per cui abbiamo invitato la comunità messicana di Los Angeles a manifestare pacificamente, senza ricorrere a provocazioni”.
Sheinbaum ha affermato che vengono utilizzati tutti i canali diplomatici disponibili per sostenere i messicani, indipendentemente dal loro status di immigrati, condannando al contempo le pratiche che criminalizzano l’immigrazione e mettono a rischio il benessere dei messicani.
La presidentessa messicana ha riferito che l’intera rete consolare messicana negli Stati Uniti ha intensificato gli sforzi per supportare i messicani in caso di minacce ed ha osservato che il Messico rimane disponibile a collaborare con gli Stati Uniti per affrontare il problema migratorio nella regione da una prospettiva globale e umana e con una visione di corresponsabilità regionale.
Il Messico è disposto a collaborare con gli Stati Uniti nel quadro della “legalità e dello sviluppo condiviso nel rispetto dei diritti umani”.
Sheinbaum ha affermato che la maggior parte dei messicani residenti negli Stati Uniti possiede documenti di lavoro o sono cittadini statunitensi. La percentuale di immigrati clandestini risiede negli Stati Uniti da molti anni. La stragrande maggioranza, da più di cinque anni, contribuisce all’economia statunitense e messicana.
Il governo messicano, ha affermato, ribadisce il suo incrollabile impegno nel difendere i diritti dei messicani residenti all’estero.
La presidente ha dichiarato: “Non possiamo intervenire nella politica interna degli Stati Uniti. Comprendiamo le proteste pacifiche, ma non siamo d’accordo con quelle violente. Ha sottolineato che la responsabilità della sua amministrazione è quella di sostenere sempre i residenti messicani nel Paese settentrionale, che contribuiscono in modo significativo a entrambe le economie, attraverso i canali diplomatici”.
Da parte sua, il ministro degli Esteri Juan Ramón de la Fuente ha affermato che dopo i due raid di venerdì scorso, uno nel parcheggio di un Home Depot e l’altro in una fabbrica tessile, il consolato messicano a Los Angeles ha iniziato a cercare di contattare nove dei 42 messicani detenuti in un centro per l’immigrazione.
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09/06/2025
USA - Los Angeles ancora in rivolta contro i raid. Trump manda la Guardia Nazionale
“Al momento non c’è bisogno che la Guardia Nazionale sia schierata a Los Angeles, e farlo in questo modo illegale e per un periodo così lungo è una grave violazione della sovranità statale che sembra intenzionalmente progettata per infiammare la situazione”, ha scritto il segretario agli affari legali di Newsom David Sapp, il quale ha sostenuto che le agenzie di polizia statali e locali avevano la situazione sotto controllo e che l’intervento federale avrebbe solo intensificato il conflitto.
La mossa di Trump di far intervenire la Guardia Nazionale di uno stato senza l’approvazione del governatore, è la prima del suo genere da sessanta anni a questa parte, ossia da quando Lyndon B. Johnson inviò le truppe in Alabama per garantire l’accesso alle scuole agli studenti neri.
Circa 300 soldati della Guardia Nazionale sono già arrivati a Los Angeles domenica mentre le proteste contro i raid anti immigrazione sono arrivate al loro terzo giorno.
Le proteste sono scoppiate nel centro di Los Angeles da venerdì e sono continuate nella regione per tutto il fine settimana, con i manifestanti che si sono scontrati con la polizia in risposta a un raid dell’immigrazione in un Home Depot suburbano.
Nella mattinata di ieri centinaia di persone si erano radunate fuori dal Metropolitan Detention Center nel centro di Los Angeles, dove sono state portate le persone arrestate nei precedenti raid sull’immigrazione. I manifestanti hanno rivolto cori di “vergogna” e “andate a casa” contro i militari della Guardia Nazionale.
Dopo che alcuni manifestanti si sono avvicinati ai membri della guardia, un altro gruppo di agenti in uniforme è avanzato contro i manifestanti, sparando bombe lacrimogene. La polizia ha sparato un proiettile di gomma anche contro la corrispondente della televisione australiana Lauren Tomasi.
“La mossa del presidente Trump di schierare la Guardia Nazionale della California è un allarmante abuso di potere”, hanno scritto i governatori degli stati amministrati dai democratici in una dichiarazione congiunta. “I governatori sono i comandanti in capo della loro Guardia Nazionale e il governo federale li attiva nei propri confini senza consultare o lavorare con il governatore di uno stato è inefficace e pericoloso”.
La posizione dei governatori democratici è arrivata mentre l’amministrazione Trump sta considerando anche il dispiegamento di marines nella contea di Los Angeles. Un funzionario della Difesa ha detto al giornale statunitense “Politico” che a 500 militari è stato dato l’ordine di “prepararsi al dispiegamento” e che potrebbero essere inviati in California.
Tom Homan, il responsabile della campagna anti-immigrati dell’amministrazione Trump, in una intervista alla NBC ha dichiarato che i raid continueranno ogni giorno nella regione e ha lasciato intendere che il governatore Newsom o il sindaco di Los Angeles Karen Bass potrebbero essere arrestati se “attraversassero quella linea” e ostacolassero l’applicazione della legge anti-immigrazione.
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08/06/2025
USA - Rivolte a Los Angeles, la città riscoppia dopo i raid anti-migranti
Anche allora, la goccia che aveva fatto traboccare il vaso in un’area caratterizzata da una forte presenza latina, era stata la violenza della polizia. Infatti, venerdì scorso l’ICE avrebbe deciso di portare avanti almeno tre operazioni di perquisizione in varie attività lavorative (in particolare negozi di abbigliamento) alla ricerca di lavoratori irregolari e senza i dovuti permessi.
Sul New York Times un testimone oculare della violenza poliziesca ha detto che gli agenti, all’interno di un esercizio commerciale, hanno fatto disporre lungo il muro tra i 20 e i 30 lavoratori, per poi interrogarli uno a uno. Quasi come fossero tutti criminali, per un’ora o più sono stati trattenuti, mentre al di fuori dei negozi si raggruppavano manifestanti.
Stando alle informazioni diffuse dalle autorità, almeno 44 persone sarebbero state arrestate durante questi raid, una pratica incoraggiata da Trump anche durante il suo primo mandato. Ma in un quadro in cui il tycoon sta usando la mano pesante sui migranti – Stephen Miller, il vicecapo di gabinetto della Casa Bianca vorrebbe 3 mila arresti al giorno – l’esasperazione è scoppiata in sommosse.
Centinaia di manifestanti hanno continuate a protesta anche al di fuori dei centri di detenzione, mentre sin da subito la polizia ha usato lacrimogeni e spray al peperoncino in un’escalation durissima della repressione, finendo infine per autorizzare anche l’utilizzo di proiettili di gomma. Ciò ha portato solo all’aumento della rabbia popolare in città.
Gli eventi sono diventati occasione di competizione tra l’inquilino della Casa Bianca e il Partito Democratico. La sindaca democratica di Los Angeles, Karen Bass, ha criticato l’operazione dell’ICE poiché avrebbe seminato il terrore nella comunità ispanica, mentre Gavin Newsom, governatore della California anch’egli democratico, ha affermato che l’utilizzo della Guardia Nazionale “non farà che aumentare le tensioni”.
A sua volta, Trump ha scritto sul social Truth: “il governatore della California, Gavin Newscum (gioco di parole col cognome reale, ‘scum’ significa ‘feccia’, ndr), e il sindaco di Los Angeles, Karen Bass, non riescono a fare il loro lavoro, cosa che tutti sanno, allora il governo federale interverrà e risolverà il problema delle rivolte e dei saccheggiatori nel modo giusto!!!”.
Il modo giusto potrebbe arrivare a contemplare persino l’intervento militare. Il segretario alla Difesa Peter Hegseth ha affermato che quella dei migranti è “una pericolosa invasione criminale facilitata dai cartelli criminali (ovvero organizzazioni terroristiche straniere) e un enorme rischio per la sicurezza nazionale”.
La solita retorica del nemico esterno che mette a repentaglio il paese è stata rafforzata dalla dichiarazione per cui, se sarà necessario, Hegseth si è detto disposto a dispiegare persino i Marines per fermare le proteste. Una scelta che significherebbe dire al mondo interno che Los Angeles è davvero un campo di battaglia, ma tutto interno alla divisa società statunitense.
Altre manifestazioni sono state segnalate in città vicine, mentre va sottolineato anche il fatto che, come ricorda la CNN, è la prima volta dal 1992 che si prende la decisione di schierare la Guardia Nazionale. Ma questo non è il frutto di organizzazioni terroristiche, bensì delle contraddizioni della società stelle-e-strisce che tra crisi e odi razziali sta raggiungendo sempre più il proprio culmine.
Il clima nelle strade della California è da guerra civile, e del resto la rabbia di chi è in piazza non può essere raccolta dai democratici, che si sono comunque affrettati a condannare e a giurare di punire le forme più dure della protesta. I riferimenti al 1992 sono significativi di un punto di non ritorno per gli USA.
La testimonianza di Luca Celada, corrispondente de il manifesto.
Battle of LosAngeles
Qualche ora fa, nella notte italiana, Donald Trump ha annunciato di aver mobilitato la guardia nazionale californiana ordinando a 2000 soldati di muovere su Los Angeles.
Si tratta in realtà di un commissariamento dato che i riservisti di ogni stato dipendono dai rispettivi governatori. Solo in casi eccezionali quell’autorità può essere impugnata dal presidente, come aveva fatto Eisenhower ad esempio quando aveva mandato la national guard dell’Arkansas ad integrare le scuole pubbliche di Little Rock.
L’azione di Trump è invece una drastica escalation che sbanda il paese verso l’anticamera del conflitto civile.
Il governatore Newsom ha infatti affermato che l’azione non solo non è necessaria, ma atta piuttosto ad infiammare ulteriormente la situazione.
La “situazione” è la tensione provocata dai raid militari inscenati a partire da venerdì quando dai soliti commando mascherati sono apparsi in numerosi quartieri della città in convogli di veicoli corazzati in stile Falluja, armi da guerra in mano e dita sui grilletti degli AR15.
Così combinati hanno inscenato rastrellamenti davanti a Home Depot (la catena di grandi magazzini del fai da te nei cui parcheggi stanziano lavoratori in attesa di piccoli lavori edili e ingaggi giornalieri). Altri blindati hanno preso la strada di Westlake, il quartiere più densamente popolato della città, dove i marciapiedi sono ingolfati di colorati mercatini e robivecchi, innescando panico e fuggi fuggi fra la popolazione centroamericana.
Altri federales ancora sono apparsi nel “garment district,” il distretto dell’abbigliamento e fatto irruzione nella AmbianceApparel, sigillando i cancelli e arrestando una quarantina di lavoratori della fabbrica.
Come accaduto una settimana prima a San Diego (ma anche Minneapolis a Chicago e in Massachussetts), i raid hanno suscitato la reazione indignata ed infuriata di famigliari e colleghi dei desaparecidos spintonati dentro furgoni senza insegne.
La gente ha tentato di bloccare i veicoli apostrofando i paramilitari come “fascisti!”. Circondati, gli “agenti” (ma la loro identità rimane un mistero, spesso indossano uniformi che sembrano improvvisate e di diverso tipo, non portano nominativi ed hanno il volto sempre coperto) hanno reagito con lacrimogeni e granate stordenti.
Nelle colluttazioni vi sono stati numerosi contusi. David Huerta, segretario della SEIU (il maggiore sindacato del settore pubblico – 700.000 membri nella contea), che tentava di informarsi sugli operai sequestrati, è stato malmenato, portato in ospedale e poi arrestato per resistenza.
La gente ha organizzato cortei spontanei sotto il centro di detenzione ed il tribunale federale da cui si sentivano grida di “ayudenos!” provenienti dagli scantinati dove i detenuti sono stati richiusi senza accesso ad avvocati. Le proteste ed i tafferugli sono durati fino a tarda notte.
Ieri mattina altre retate. L’esercito ombra è riapparso al Home Depot di Paramount, quartiere working class a sud di downtown dove si sono ripetute le stesse scene. Quando ci sono passato io, c’erano forse 500 persone in strada che urlavano la propria rabbia agli agenti che si erano portati via una dozzina di uomini.
Occasionalmente i paramilitari sparavano raffiche di proiettili di gomma e lacrimogeni per disperdere la folla che tornava regolarmente ad avvicinarsi tenendo in mano scritte “Fuck ICE” e “Fascists go home!”
Nel pomeriggio ci sono state una serie dichiarazioni dei ministri di Trump. Kristi Noem ha diffidato i “riottosi” affermando che “i manifestanti verranno arrestati e condannati”. Stephen Miller, consigliere per la remigrazione, ha riposto alla sindaca Karen Bass che aveva condannato l’operato delle truppe: “Non ha voce in capitolo, il potere federale è supremo. Sederemo l’insurrezione”.
La qualifica è risibile. I disordini non solo ammontano ad un centesimo di ciò che è avvenuto il 6 gennaio 2021, ma non si avvicinano nemmeno a quello che puntualmente si verifica quando vincono un campionato i Lakers.
Questo non ha impedito che Tom Homan (titolo ufficiale “zar delle deportazioni” e un phsyique du rôle alla Hermann Goering) di dichiarare “inammissibili” gli “attacchi terroristici” (al massimo sono volate delle uova) contro gli agenti impegnati ad arrestare “pericolosi criminali e trafficanti di bambini”. La consueta narrazione del “american carnage” qui sonoramente smentita dai fatti.
Ma questo naturalmente non ha impedito che si giungesse alla fase già da prima preventivata, annunciata per mezzo del solito tweet ieri sera: la mobilitazione della guardia nazionale “per proteggere la cittadinanza” (che prima di venerdì e dei raid militari, a dire il vero, stava benone).
Saranno ora i soldati a presidiare la città – contro la volontà della sindaca, del governatore e dei cittadini per i quali le truppe equivalgono ad una forza di occupazione ostile.
Ad aprile un decreto esecutivo titolato “sguinzagliare le forze dell’ordine”, ordinava specificamente “il trasferimento di materiale militare quali veicoli blindati ed equipaggiamento tattico” ai dipartimenti di polizia nonché l’addestramento degli agenti da parte del ministero della difesa, disposizioni in palese contravvenzione dei divieti costituzionali all’impiego civile della forza militare.
Ecco ora l’operazione organizzata ad arte per creare l’emergenza fittizia che ne giustifichi l’impiego per controllare una popolazione inadempiente che Trump ha nel mirino da tempo. Parliamo di un’area urbana allargata di 13 milioni di abitanti – la metà ispanici, fino al 10% potrebbero essere sprovvisti di permesso di lavoro.
La comunità – come tutto il Southwest – è economicamente, culturalmente e storicamente integrata a tutti gli effetti. La rimozione di un milione e mezza di persone – se fosse pure possibile – dilanierebbe la città producendo un trauma sociale irrimediabile.
L’etnostato americano esiste solo nei deliri dei suprematisti e nella narrazione Maga utile ad aggregarne il consenso. Si tratta piuttosto di un atto dimostrativo – colpire Los Angeles e la California per educare tutti gli altri stati.
È un delirio anche quello dei fanatici accelerazionisti Maga che a Los Angels sembrano avere ogni intenzione di imboccare una pericolosissima strada a senso unico senza rampe di uscita.
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