L’America brucia, ma non sono gli anni ‘60 e ‘70. La prima cosa che salta agli occhi vedendo gli scontri a Los Angeles – che ora promettono di allargarsi ad altri stati dove sono presenti consistenti comunità di immigrati, in primo luogo messicani e centroamericani – è che questa volta non si tratta di una sommossa sociale motivata da richieste di maggiore salario, diritti, integrazione. Non sono insomma l’emersione “dal basso” di bisogni incompatibili con l’assetto economico dominante.
Al contrario, le proteste sono state intenzionalmente provocate dal governo federale, ovvero “dall’alto”, da Washington, che ha inviato la Guardia Nazionale addirittura in alcune fabbriche e centri per l’immigrazione, arrestando gente senza permesso di soggiorno o con quel documento ormai scaduto, al solo scopo di radunare una quantità sufficiente di “irregolari” da espellere e dar così un po’ di lustro elettoralistico ad un primo semestre di presidenza decisamente farraginoso.
Tutto il mondo, ed anche gli elettori di Trump, vedono infatti che le promesse elettorali sono parecchio ardue da realizzare.
La “pace” in Ucraina è di là da venire, anche “grazie” ad alleati europei ormai preda di un bellicismo da operetta macabra.
I dazi sulle importazioni da tutto il Mondo si sono rivelati un mezzo boomerang ancor prima di entrare in funzione, spezzettando il quadro – e il commercio internazionale, cosa più grave – in una miriade di contrattazioni con singoli paesi ed aree economiche, con l’unico risultato certo di incentivare ovunque la ricerca di alternative di mercato rispetto agli Usa “impazziti”.
Anche sul genocidio dei palestinesi – che ovviamente Trump non chiama così – le sue mosse non hanno prodotto alcun effetto positivo. L’unico risultato è aver aperto una guerra suicida con le maggiori università statunitensi, “colpevoli” di non aver represso a sufficienza le proteste pro-Gaza, tacciate in modo infame come “antisemitismo”.
L’offensiva anti-migranti sembrava perciò la mossa giusta per cogliere più obiettivi in un colpo solo: farsi bello davanti all’elettorato ultra-reazionario che l’ha riportato alla Casa Bianca, “dare una lezione” all’establishment liberal della California (e un monito a tutti gli altri), bruciare l’ascesa del governatore del Golden State – Gavin Newsom – come candidato democratico vincente alle presidenziali del 2028.
Come sempre accade, quel che sembra più facile può diventare un problema complicato.
L’offensiva in California straccia via lo stesso ordine legale-costituzionale su cui gli Usa hanno costruito la rutilante immagine di “grande democrazia”, almeno sul piano interno. La “federalizzazione” della Guardia Nazionale (un corpo costituito da personale civile, agli ordini dei governatori locali), senza neanche invocare l’unica legge che lo consentirebbe (l’“Insurrection Act” del 1807), nonché le minacce di arresto per Gavin Newsom, sono in effetti una novità assoluta che certifica una pratica del potere tendenzialmente “assolutistica” da parte di Trump e della sua banda.
Ma soprattutto ha aperto il vaso di Pandora della potenziale guerra civile interna.
Acchiappare “stranieri” a casaccio ha portato nelle prigioni statunitensi, con destinazione Guantanamo, anche cittadini di paesi “amici” (o servi) come Gran Bretagna, Italia, Francia, Germania, Irlanda, Belgio, Paesi Bassi, Lituania, Polonia, Turchia e Ucraina. I loro governi non protesteranno, tanto meno prenderanno misure “simmetriche” (tipo arrestare cittadini statunitensi e internarli all’Asinara o a Stammheim), ma certo viaggiare negli States anche solo per turismo diventa improbabile.
Questi raid all’ingrosso indeboliscono molto la pretesa che questa sia un’operazione dotata di senso concreto, ma che soprattutto apre la strada – nella parte più retrograda dell’“America profonda” – all’idea che “tutti gli stranieri siano un problema da risolvere con la forza”.
Si tratta di un messaggio quasi mortale per un paese costruito sull’immigrazione, prima dall’Europa, poi dall’America Latina, con in mezzo il periodo dello schiavismo che ha portato negli Usa milioni di africani. Come buttare un cerino in un pagliaio secco. Le conseguenze si vedranno nei prossimi anni, molto probabilmente. Ma qualcosa si sta già vedendo, con il profluvio di bandiere messicane – e persino di qualche falce e martello – lungo la Central Alameda.
In un colpo solo, insomma, gli Stati Uniti stracciano il velo della pretesa “democrazia”, l’alone immaginario della “civiltà superiore”, il castello dei “valori”, quel che restava della coesione sociale “patriottica”, l’attrattività “morale” insieme a quella economica.
Esercitare l’“egemonia” sul mondo, o quantomeno la leadership, in queste condizioni, diventa mission impossible.
Che un’amministrazione della prima superpotenza mondiale sia arrivata a fare tutte queste stronzate insieme, dice molto su quanto grave sia la decadenza complessiva dell’imperialismo Usa. E se per le ragioni economiche sottostanti il discorso può sembrare molto complesso, e inevitabilmente di difficile lettura per i non addetti ai lavori, gli atti politici sono decisamente più chiari.
Se i marines ti servono per difenderti – od offendere, più realisticamente – la tua stessa popolazione, beh, le carte che ti sono rimaste in mano sono solo delle scartine...
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12/06/2025
09/06/2025
USA - Los Angeles ancora in rivolta contro i raid. Trump manda la Guardia Nazionale
Il governatore della California Gavin Newsom ha definito “illegale” il dispiegamento della Guardia Nazionale nell’area di Los Angeles da parte dell’amministrazione Trump ed ha esortato ieri il segretario alla Difesa Pete Hegseth a fare marcia indietro mentre nelle strade i manifestanti continuano a scontrarsi con la polizia.
“Al momento non c’è bisogno che la Guardia Nazionale sia schierata a Los Angeles, e farlo in questo modo illegale e per un periodo così lungo è una grave violazione della sovranità statale che sembra intenzionalmente progettata per infiammare la situazione”, ha scritto il segretario agli affari legali di Newsom David Sapp, il quale ha sostenuto che le agenzie di polizia statali e locali avevano la situazione sotto controllo e che l’intervento federale avrebbe solo intensificato il conflitto.
La mossa di Trump di far intervenire la Guardia Nazionale di uno stato senza l’approvazione del governatore, è la prima del suo genere da sessanta anni a questa parte, ossia da quando Lyndon B. Johnson inviò le truppe in Alabama per garantire l’accesso alle scuole agli studenti neri.
Circa 300 soldati della Guardia Nazionale sono già arrivati a Los Angeles domenica mentre le proteste contro i raid anti immigrazione sono arrivate al loro terzo giorno.
Le proteste sono scoppiate nel centro di Los Angeles da venerdì e sono continuate nella regione per tutto il fine settimana, con i manifestanti che si sono scontrati con la polizia in risposta a un raid dell’immigrazione in un Home Depot suburbano.
Nella mattinata di ieri centinaia di persone si erano radunate fuori dal Metropolitan Detention Center nel centro di Los Angeles, dove sono state portate le persone arrestate nei precedenti raid sull’immigrazione. I manifestanti hanno rivolto cori di “vergogna” e “andate a casa” contro i militari della Guardia Nazionale.
Dopo che alcuni manifestanti si sono avvicinati ai membri della guardia, un altro gruppo di agenti in uniforme è avanzato contro i manifestanti, sparando bombe lacrimogene. La polizia ha sparato un proiettile di gomma anche contro la corrispondente della televisione australiana Lauren Tomasi.
“La mossa del presidente Trump di schierare la Guardia Nazionale della California è un allarmante abuso di potere”, hanno scritto i governatori degli stati amministrati dai democratici in una dichiarazione congiunta. “I governatori sono i comandanti in capo della loro Guardia Nazionale e il governo federale li attiva nei propri confini senza consultare o lavorare con il governatore di uno stato è inefficace e pericoloso”.
La posizione dei governatori democratici è arrivata mentre l’amministrazione Trump sta considerando anche il dispiegamento di marines nella contea di Los Angeles. Un funzionario della Difesa ha detto al giornale statunitense “Politico” che a 500 militari è stato dato l’ordine di “prepararsi al dispiegamento” e che potrebbero essere inviati in California.
Tom Homan, il responsabile della campagna anti-immigrati dell’amministrazione Trump, in una intervista alla NBC ha dichiarato che i raid continueranno ogni giorno nella regione e ha lasciato intendere che il governatore Newsom o il sindaco di Los Angeles Karen Bass potrebbero essere arrestati se “attraversassero quella linea” e ostacolassero l’applicazione della legge anti-immigrazione.
Fonte
“Al momento non c’è bisogno che la Guardia Nazionale sia schierata a Los Angeles, e farlo in questo modo illegale e per un periodo così lungo è una grave violazione della sovranità statale che sembra intenzionalmente progettata per infiammare la situazione”, ha scritto il segretario agli affari legali di Newsom David Sapp, il quale ha sostenuto che le agenzie di polizia statali e locali avevano la situazione sotto controllo e che l’intervento federale avrebbe solo intensificato il conflitto.
La mossa di Trump di far intervenire la Guardia Nazionale di uno stato senza l’approvazione del governatore, è la prima del suo genere da sessanta anni a questa parte, ossia da quando Lyndon B. Johnson inviò le truppe in Alabama per garantire l’accesso alle scuole agli studenti neri.
Circa 300 soldati della Guardia Nazionale sono già arrivati a Los Angeles domenica mentre le proteste contro i raid anti immigrazione sono arrivate al loro terzo giorno.
Le proteste sono scoppiate nel centro di Los Angeles da venerdì e sono continuate nella regione per tutto il fine settimana, con i manifestanti che si sono scontrati con la polizia in risposta a un raid dell’immigrazione in un Home Depot suburbano.
Nella mattinata di ieri centinaia di persone si erano radunate fuori dal Metropolitan Detention Center nel centro di Los Angeles, dove sono state portate le persone arrestate nei precedenti raid sull’immigrazione. I manifestanti hanno rivolto cori di “vergogna” e “andate a casa” contro i militari della Guardia Nazionale.
Dopo che alcuni manifestanti si sono avvicinati ai membri della guardia, un altro gruppo di agenti in uniforme è avanzato contro i manifestanti, sparando bombe lacrimogene. La polizia ha sparato un proiettile di gomma anche contro la corrispondente della televisione australiana Lauren Tomasi.
“La mossa del presidente Trump di schierare la Guardia Nazionale della California è un allarmante abuso di potere”, hanno scritto i governatori degli stati amministrati dai democratici in una dichiarazione congiunta. “I governatori sono i comandanti in capo della loro Guardia Nazionale e il governo federale li attiva nei propri confini senza consultare o lavorare con il governatore di uno stato è inefficace e pericoloso”.
La posizione dei governatori democratici è arrivata mentre l’amministrazione Trump sta considerando anche il dispiegamento di marines nella contea di Los Angeles. Un funzionario della Difesa ha detto al giornale statunitense “Politico” che a 500 militari è stato dato l’ordine di “prepararsi al dispiegamento” e che potrebbero essere inviati in California.
Tom Homan, il responsabile della campagna anti-immigrati dell’amministrazione Trump, in una intervista alla NBC ha dichiarato che i raid continueranno ogni giorno nella regione e ha lasciato intendere che il governatore Newsom o il sindaco di Los Angeles Karen Bass potrebbero essere arrestati se “attraversassero quella linea” e ostacolassero l’applicazione della legge anti-immigrazione.
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08/06/2025
USA - Rivolte a Los Angeles, la città riscoppia dopo i raid anti-migranti
Da due giorni Los Angeles è diventato un campo di battaglia, dopo i raid anti-migranti messi in atto dall’agenzia federale che si occupa di confini e immigrazione, l’Immigration and Customs Enforcement (ICE). Washington ha deciso di dispiegare in città 2 mila uomini della Guardia Nazionale, facendo tornare alla mente il livello di scontro raggiunto nel 1992 nella metropoli californiana.
Anche allora, la goccia che aveva fatto traboccare il vaso in un’area caratterizzata da una forte presenza latina, era stata la violenza della polizia. Infatti, venerdì scorso l’ICE avrebbe deciso di portare avanti almeno tre operazioni di perquisizione in varie attività lavorative (in particolare negozi di abbigliamento) alla ricerca di lavoratori irregolari e senza i dovuti permessi.
Sul New York Times un testimone oculare della violenza poliziesca ha detto che gli agenti, all’interno di un esercizio commerciale, hanno fatto disporre lungo il muro tra i 20 e i 30 lavoratori, per poi interrogarli uno a uno. Quasi come fossero tutti criminali, per un’ora o più sono stati trattenuti, mentre al di fuori dei negozi si raggruppavano manifestanti.
Stando alle informazioni diffuse dalle autorità, almeno 44 persone sarebbero state arrestate durante questi raid, una pratica incoraggiata da Trump anche durante il suo primo mandato. Ma in un quadro in cui il tycoon sta usando la mano pesante sui migranti – Stephen Miller, il vicecapo di gabinetto della Casa Bianca vorrebbe 3 mila arresti al giorno – l’esasperazione è scoppiata in sommosse.
Centinaia di manifestanti hanno continuate a protesta anche al di fuori dei centri di detenzione, mentre sin da subito la polizia ha usato lacrimogeni e spray al peperoncino in un’escalation durissima della repressione, finendo infine per autorizzare anche l’utilizzo di proiettili di gomma. Ciò ha portato solo all’aumento della rabbia popolare in città.
Gli eventi sono diventati occasione di competizione tra l’inquilino della Casa Bianca e il Partito Democratico. La sindaca democratica di Los Angeles, Karen Bass, ha criticato l’operazione dell’ICE poiché avrebbe seminato il terrore nella comunità ispanica, mentre Gavin Newsom, governatore della California anch’egli democratico, ha affermato che l’utilizzo della Guardia Nazionale “non farà che aumentare le tensioni”.
A sua volta, Trump ha scritto sul social Truth: “il governatore della California, Gavin Newscum (gioco di parole col cognome reale, ‘scum’ significa ‘feccia’, ndr), e il sindaco di Los Angeles, Karen Bass, non riescono a fare il loro lavoro, cosa che tutti sanno, allora il governo federale interverrà e risolverà il problema delle rivolte e dei saccheggiatori nel modo giusto!!!”.
Il modo giusto potrebbe arrivare a contemplare persino l’intervento militare. Il segretario alla Difesa Peter Hegseth ha affermato che quella dei migranti è “una pericolosa invasione criminale facilitata dai cartelli criminali (ovvero organizzazioni terroristiche straniere) e un enorme rischio per la sicurezza nazionale”.
La solita retorica del nemico esterno che mette a repentaglio il paese è stata rafforzata dalla dichiarazione per cui, se sarà necessario, Hegseth si è detto disposto a dispiegare persino i Marines per fermare le proteste. Una scelta che significherebbe dire al mondo interno che Los Angeles è davvero un campo di battaglia, ma tutto interno alla divisa società statunitense.
Altre manifestazioni sono state segnalate in città vicine, mentre va sottolineato anche il fatto che, come ricorda la CNN, è la prima volta dal 1992 che si prende la decisione di schierare la Guardia Nazionale. Ma questo non è il frutto di organizzazioni terroristiche, bensì delle contraddizioni della società stelle-e-strisce che tra crisi e odi razziali sta raggiungendo sempre più il proprio culmine.
Il clima nelle strade della California è da guerra civile, e del resto la rabbia di chi è in piazza non può essere raccolta dai democratici, che si sono comunque affrettati a condannare e a giurare di punire le forme più dure della protesta. I riferimenti al 1992 sono significativi di un punto di non ritorno per gli USA.
La testimonianza di Luca Celada, corrispondente de il manifesto.
Anche allora, la goccia che aveva fatto traboccare il vaso in un’area caratterizzata da una forte presenza latina, era stata la violenza della polizia. Infatti, venerdì scorso l’ICE avrebbe deciso di portare avanti almeno tre operazioni di perquisizione in varie attività lavorative (in particolare negozi di abbigliamento) alla ricerca di lavoratori irregolari e senza i dovuti permessi.
Sul New York Times un testimone oculare della violenza poliziesca ha detto che gli agenti, all’interno di un esercizio commerciale, hanno fatto disporre lungo il muro tra i 20 e i 30 lavoratori, per poi interrogarli uno a uno. Quasi come fossero tutti criminali, per un’ora o più sono stati trattenuti, mentre al di fuori dei negozi si raggruppavano manifestanti.
Stando alle informazioni diffuse dalle autorità, almeno 44 persone sarebbero state arrestate durante questi raid, una pratica incoraggiata da Trump anche durante il suo primo mandato. Ma in un quadro in cui il tycoon sta usando la mano pesante sui migranti – Stephen Miller, il vicecapo di gabinetto della Casa Bianca vorrebbe 3 mila arresti al giorno – l’esasperazione è scoppiata in sommosse.
Centinaia di manifestanti hanno continuate a protesta anche al di fuori dei centri di detenzione, mentre sin da subito la polizia ha usato lacrimogeni e spray al peperoncino in un’escalation durissima della repressione, finendo infine per autorizzare anche l’utilizzo di proiettili di gomma. Ciò ha portato solo all’aumento della rabbia popolare in città.
Gli eventi sono diventati occasione di competizione tra l’inquilino della Casa Bianca e il Partito Democratico. La sindaca democratica di Los Angeles, Karen Bass, ha criticato l’operazione dell’ICE poiché avrebbe seminato il terrore nella comunità ispanica, mentre Gavin Newsom, governatore della California anch’egli democratico, ha affermato che l’utilizzo della Guardia Nazionale “non farà che aumentare le tensioni”.
A sua volta, Trump ha scritto sul social Truth: “il governatore della California, Gavin Newscum (gioco di parole col cognome reale, ‘scum’ significa ‘feccia’, ndr), e il sindaco di Los Angeles, Karen Bass, non riescono a fare il loro lavoro, cosa che tutti sanno, allora il governo federale interverrà e risolverà il problema delle rivolte e dei saccheggiatori nel modo giusto!!!”.
Il modo giusto potrebbe arrivare a contemplare persino l’intervento militare. Il segretario alla Difesa Peter Hegseth ha affermato che quella dei migranti è “una pericolosa invasione criminale facilitata dai cartelli criminali (ovvero organizzazioni terroristiche straniere) e un enorme rischio per la sicurezza nazionale”.
La solita retorica del nemico esterno che mette a repentaglio il paese è stata rafforzata dalla dichiarazione per cui, se sarà necessario, Hegseth si è detto disposto a dispiegare persino i Marines per fermare le proteste. Una scelta che significherebbe dire al mondo interno che Los Angeles è davvero un campo di battaglia, ma tutto interno alla divisa società statunitense.
Altre manifestazioni sono state segnalate in città vicine, mentre va sottolineato anche il fatto che, come ricorda la CNN, è la prima volta dal 1992 che si prende la decisione di schierare la Guardia Nazionale. Ma questo non è il frutto di organizzazioni terroristiche, bensì delle contraddizioni della società stelle-e-strisce che tra crisi e odi razziali sta raggiungendo sempre più il proprio culmine.
Il clima nelle strade della California è da guerra civile, e del resto la rabbia di chi è in piazza non può essere raccolta dai democratici, che si sono comunque affrettati a condannare e a giurare di punire le forme più dure della protesta. I riferimenti al 1992 sono significativi di un punto di non ritorno per gli USA.
La testimonianza di Luca Celada, corrispondente de il manifesto.
*****
Battle of LosAngeles
Battle of LosAngeles
Qualche ora fa, nella notte italiana, Donald Trump ha annunciato di aver mobilitato la guardia nazionale californiana ordinando a 2000 soldati di muovere su Los Angeles.
Si tratta in realtà di un commissariamento dato che i riservisti di ogni stato dipendono dai rispettivi governatori. Solo in casi eccezionali quell’autorità può essere impugnata dal presidente, come aveva fatto Eisenhower ad esempio quando aveva mandato la national guard dell’Arkansas ad integrare le scuole pubbliche di Little Rock.
L’azione di Trump è invece una drastica escalation che sbanda il paese verso l’anticamera del conflitto civile.
Il governatore Newsom ha infatti affermato che l’azione non solo non è necessaria, ma atta piuttosto ad infiammare ulteriormente la situazione.
La “situazione” è la tensione provocata dai raid militari inscenati a partire da venerdì quando dai soliti commando mascherati sono apparsi in numerosi quartieri della città in convogli di veicoli corazzati in stile Falluja, armi da guerra in mano e dita sui grilletti degli AR15.
Così combinati hanno inscenato rastrellamenti davanti a Home Depot (la catena di grandi magazzini del fai da te nei cui parcheggi stanziano lavoratori in attesa di piccoli lavori edili e ingaggi giornalieri). Altri blindati hanno preso la strada di Westlake, il quartiere più densamente popolato della città, dove i marciapiedi sono ingolfati di colorati mercatini e robivecchi, innescando panico e fuggi fuggi fra la popolazione centroamericana.
Altri federales ancora sono apparsi nel “garment district,” il distretto dell’abbigliamento e fatto irruzione nella AmbianceApparel, sigillando i cancelli e arrestando una quarantina di lavoratori della fabbrica.
Come accaduto una settimana prima a San Diego (ma anche Minneapolis a Chicago e in Massachussetts), i raid hanno suscitato la reazione indignata ed infuriata di famigliari e colleghi dei desaparecidos spintonati dentro furgoni senza insegne.
La gente ha tentato di bloccare i veicoli apostrofando i paramilitari come “fascisti!”. Circondati, gli “agenti” (ma la loro identità rimane un mistero, spesso indossano uniformi che sembrano improvvisate e di diverso tipo, non portano nominativi ed hanno il volto sempre coperto) hanno reagito con lacrimogeni e granate stordenti.
Nelle colluttazioni vi sono stati numerosi contusi. David Huerta, segretario della SEIU (il maggiore sindacato del settore pubblico – 700.000 membri nella contea), che tentava di informarsi sugli operai sequestrati, è stato malmenato, portato in ospedale e poi arrestato per resistenza.
La gente ha organizzato cortei spontanei sotto il centro di detenzione ed il tribunale federale da cui si sentivano grida di “ayudenos!” provenienti dagli scantinati dove i detenuti sono stati richiusi senza accesso ad avvocati. Le proteste ed i tafferugli sono durati fino a tarda notte.
Ieri mattina altre retate. L’esercito ombra è riapparso al Home Depot di Paramount, quartiere working class a sud di downtown dove si sono ripetute le stesse scene. Quando ci sono passato io, c’erano forse 500 persone in strada che urlavano la propria rabbia agli agenti che si erano portati via una dozzina di uomini.
Occasionalmente i paramilitari sparavano raffiche di proiettili di gomma e lacrimogeni per disperdere la folla che tornava regolarmente ad avvicinarsi tenendo in mano scritte “Fuck ICE” e “Fascists go home!”
Nel pomeriggio ci sono state una serie dichiarazioni dei ministri di Trump. Kristi Noem ha diffidato i “riottosi” affermando che “i manifestanti verranno arrestati e condannati”. Stephen Miller, consigliere per la remigrazione, ha riposto alla sindaca Karen Bass che aveva condannato l’operato delle truppe: “Non ha voce in capitolo, il potere federale è supremo. Sederemo l’insurrezione”.
La qualifica è risibile. I disordini non solo ammontano ad un centesimo di ciò che è avvenuto il 6 gennaio 2021, ma non si avvicinano nemmeno a quello che puntualmente si verifica quando vincono un campionato i Lakers.
Questo non ha impedito che Tom Homan (titolo ufficiale “zar delle deportazioni” e un phsyique du rôle alla Hermann Goering) di dichiarare “inammissibili” gli “attacchi terroristici” (al massimo sono volate delle uova) contro gli agenti impegnati ad arrestare “pericolosi criminali e trafficanti di bambini”. La consueta narrazione del “american carnage” qui sonoramente smentita dai fatti.
Ma questo naturalmente non ha impedito che si giungesse alla fase già da prima preventivata, annunciata per mezzo del solito tweet ieri sera: la mobilitazione della guardia nazionale “per proteggere la cittadinanza” (che prima di venerdì e dei raid militari, a dire il vero, stava benone).
Saranno ora i soldati a presidiare la città – contro la volontà della sindaca, del governatore e dei cittadini per i quali le truppe equivalgono ad una forza di occupazione ostile.
Ad aprile un decreto esecutivo titolato “sguinzagliare le forze dell’ordine”, ordinava specificamente “il trasferimento di materiale militare quali veicoli blindati ed equipaggiamento tattico” ai dipartimenti di polizia nonché l’addestramento degli agenti da parte del ministero della difesa, disposizioni in palese contravvenzione dei divieti costituzionali all’impiego civile della forza militare.
Ecco ora l’operazione organizzata ad arte per creare l’emergenza fittizia che ne giustifichi l’impiego per controllare una popolazione inadempiente che Trump ha nel mirino da tempo. Parliamo di un’area urbana allargata di 13 milioni di abitanti – la metà ispanici, fino al 10% potrebbero essere sprovvisti di permesso di lavoro.
La comunità – come tutto il Southwest – è economicamente, culturalmente e storicamente integrata a tutti gli effetti. La rimozione di un milione e mezza di persone – se fosse pure possibile – dilanierebbe la città producendo un trauma sociale irrimediabile.
L’etnostato americano esiste solo nei deliri dei suprematisti e nella narrazione Maga utile ad aggregarne il consenso. Si tratta piuttosto di un atto dimostrativo – colpire Los Angeles e la California per educare tutti gli altri stati.
È un delirio anche quello dei fanatici accelerazionisti Maga che a Los Angels sembrano avere ogni intenzione di imboccare una pericolosissima strada a senso unico senza rampe di uscita.
Fonte
12/01/2025
USA - L’American way of life brucia
Ai “Rambini” di casa nostra non passa neanche per la testa di riflettere sul significato sistemico dell’incendio che ha distrutto la parte più ricca di Los Angeles, ma non solo quella.
Eppure è tutto sotto i nostri occhi. Anzi, a voler essere precisi, più sotto i loro che i nostri, visto che non frequentiamo certi posti...
Tra Malibù e Santa Monica, da Altadena a Calabasas e la San Fernando Valley sono partiti cinque incendi che si sono velocemente propagati a Palisades – dove sono andati in fumo 8 mila ettari del quartiere esclusivo delle celebrità hollywoodiane – e poi Eaton, Hurst, Sylmar, Kenneth, Hidden Hill, buona parte del Sunset Boulevard (quando si dice nomen omen...).
Persino il balbettante e po’ miope Joe Biden ha colto la somiglianza estrema tra il panorama attuale e ben altri disastri: «Uno scenario di guerra, dopo intensi bombardamenti». Altri più svegli, sui social, avevano già fissato l’analogia – “Los Angeles come Gaza” – peraltro con la facilitazione che nessuno continua a spararti addosso mentre cerchi di salvare i superstiti...
Prima cosa da considerare: le cause.
Le autorità locali hanno verificato che “le scintille” iniziali sono partite dai cavi della rete elettrica cittadina, notoriamente appesi a sostegni improbabili, allo scoperto, esposti alle intemperie e agli incidenti più banali. Come i rami o gli alberi che cadono per l’azione del vento.
Più o meno come a Mumbay, Calcutta o Mexico City. Ma qui c’era “il quartiere con la più alta concentrazione di ricchi e famosi del pianeta, Sunset Boulevard”.
Facciamo quindi nostra, per una volta, una domanda di Massimo Gramellini, banalmente rivolta a Elon Musk: “non trova assurdo che nello Stato più benestante d’America nessuna autorità si sia mai presa la briga di investire qualche milione di dollari per interrare la foresta di cavi elettrici che penzolano da ogni palo e angolo di strada?”
È ovviamente assurdo. La spesa pubblica necessaria rappresenta probabilmente un centesimo delle tasse pagate annualmente dalle migliaia di milionari che vivono da quelle parti.
Ma l’America funziona così – ci spiegano ogni giorno i “Rambini” e i “Furbini” –: i ricchi devono pagare meno tasse possibili, vanno a vivere in posti assolutamente esclusivi per via dei costi proibitivi, costruiscono “rifugi” di lusso sfacciato, a volte con il buongusto di un casamonica qualsiasi.
E le infrastrutture pubbliche, a carico della collettività (delle tasse, insomma), vengono perciò gestite al massimo risparmio. Sul Sunset Boulevard come a Skid Row, il quartiere di L.A. (un po’) meno famoso per le migliaia di persone che dormono in strada sullo sfondo dei grattacieli della città opulenta.
Il “modello americano”, il neoliberismo trionfante dai tempi di Ronald Reagan (ex attore “di serie B” che della California era stato governatore, prima di ascendere alla Casa Bianca), è quella roba lì. Inutile lamentarsene, resta lo stesso da imitare.
Seconda causa. La scarsità d’acqua a disposizione per gli idranti dei vigili del fuoco, in una zona da sempre segnata dalla siccità, anche in pieno inverno. E vien da pensare che l’alta concentrazione di piscine private e fontane da giardino qualcosina c’entrino.
Ma il business dell’acqua, in quella zona, ha una storia secolare, tanto che sullo sfondo di “Chinatown” – il capolavoro di Roman Polanski – si muovono le guerre per l’acqua che segnarono gli anni Trenta, i bisogni idrici gonfiati dall’immigrazione (quella “regolare”, endo-statunitense...) e dall’agrobusiness (il ‘Chiantishire’ allora nascente ma ora florido, gli aranceti, ecc).
Ma, ci dicono ancora, il “modello americano” è quella roba lì. Inutile lamentarsene, resta lo stesso da imitare.
Terza causa palese. Il cambiamento climatico, paradossalmente riconosciuto dalle autorità e dalla popolazione californiana, molto meno dalla “nuova” presidenza “Maga”.
Maggiore siccità, temperature più alte, venti più forti, tempeste di polvere che abbattono alberi in città, incendi nelle foreste che lambiscono l’abitato. Insomma, roghi più frequenti, più vasti, a decine, da anni.
Ma il “modello americano” è quella roba lì, ecc...
E qui arriva il nodo scorsoio finale. Tutti questi disastri provocano danni sempre maggiori, per ogni tipo di cittadini residenti da quelle parti. Chi li paga?
La risposta del “modello americano” è semplice: fatevi un’assicurazione, gli altri si arrangino. Come per l’auto e la sanità, no?
Problema: le prime ad accorgersi che il rischio incendi, in quella zona, sta aumentando di anno in anno sono state proprio le assicurazioni. Molto prima dei normali cittadini, ancorché famosi, ricchi, informati e ambientalisti.
Di conseguenza, le compagnie hanno smesso di emettere polizze, a qualsiasi prezzo, per le case di quel “triangolo d’oro”. È come se dicessero: “la tua casa andrà a fuoco di sicuro, prima o poi, non pretenderai mica che te la ripaghiamo noi?”.
E in effetti vanno a fuoco spesso. Il bravissimo e povero (si fa per dire..) Anthony Hopkins si trova per strada già per la seconda volta.
Per la precisione: “tra il 2020 e il 2022 le compagnie assicurative si sono rifiutate di rinnovare 2,8 milioni di polizze sulle case in California. Tra queste, intorno alle 531mila polizze riguardano la contea di Los Angeles, dove è scoppiato il grosso incendio di questi giorni. Alcune di queste polizze non sono state rinnovate dai proprietari, ma per la maggior parte la scelta è stata unilaterale delle compagnie assicurative, spaventate proprio dai rischi di incendi e per le conseguenze della crisi generale”.
In definitiva il “modello assicurativo” funziona finché gli incendi sono rari, così che le compagnie incassino molto più di quanto devono pagare in caso di disastro. Per l’auto o la salute funziona allo stesso modo, anche qui da noi. O paghi un’enormità se sei un guidatore “disattento”, oppure non vieni proprio assicurato (se sei di salute cagionevole o hai malattie croniche).
Ma il “modello americano” (e occidentale, ormai) è quella roba lì, ecc...
Nel caso di Hollywood, crediamo, sarà poco probabile che un “ispettore Callaghan” o un Rambo, ovviamente ringiovaniti, comincino ad andare in giro cercando amministratori delegati delle società di assicurazione, sulle orme insomma di Luigi Mangione (il giovane che ha sparato al ceo di UnitedHealthcare a Manhattan, un paio di mesi fa, diventando l’idolo di tutti i malati d’America).
I milionari, e a maggior ragione i miliardari, possono tranquillamente permettersi di costruirsi un’altra casa, bestemmiando parecchio e cambiando magari regione.
Ma negli incendi di questi giorni ha perso tutto anche gente normalissima, con un salario decente o anche “buono”. E non ha perso solo la casa con tutto quel che c’era dentro, ma spesso anche il lavoro (sono andati a fuoco pure uffici, ristoranti, laboratori, negozi in genere, attività di ogni tipo) e dunque anche i requisiti per accendere un altro mutuo.
Passare da una confortevole casetta con vista sull’oceano al dormire in tenda sul marciapiede di Skid Row... c’è qualche differenza. Tra questi, magari, qualche “giustiziere” potrebbe anche nascere.
Il modello americano – tutto al privato e sempre meno al pubblico, tutto al profitto e sempre meno spesa sociale, tutto lusso per pochi e infrastrutture da terzo mondo per tutti gli altri – non è soltanto ingiusto, infame, razzista, suprematista, genocida fin dalle origini e nel dna.
Semplicemente funziona finché non ci sono problemi seri, poi non più. E ora dimostra che sta andando a fuoco.
E non è una metafora.
Fonte
02/05/2024
USA - Gli squadristi di Ben Gvir attaccano accampamento degli studenti a Los Angeles
Come prevedibile, gli squadristi annunciati e organizzati all’estero dal ministro israeliano Ben Gvir – come abbiamo denunciato nei giorni scorsi sul nostro giornale – hanno cominciato a colpire a cominciare dagli Stati Uniti.
Squadristi sionisti e sostenitori di Israele, come emerge dal video, hanno infatti attaccato ieri un accampamento di protesta pro-palestinese all’Università della California, a Los Angeles
Filmati di testimoni dell’UCLA, verificati da Reuters, hanno mostrato persone che lanciavano petardi e brandivano bastoni per aggredire i manifestanti pro-palestinesi, mentre la polizia rimaneva a guardare.
Il ministro israeliano Ben Gvir aveva fatto sapere nei giorni scorsi di aver incaricato l’ispettore generale della polizia, Yaakov Shabtai, di esaminare la possibilità di esportare il modello di milizia civile delle “squadre di allerta” nelle comunità ebraiche all’estero, allo scopo dichiarato di contrastare il movimento di lotta contro l’occupazione israeliana, sia negli Stati Uniti d’America che in Europa, fornendo “supporto professionale, compresa la formazione e il rafforzamento della risposta tecnologica di sicurezza“.
Tutto, ovviamente, ”in piena collaborazione con la polizia locale e le autorità competenti”.
E questa collaborazione la si è vista chiaramente all’università di Los Angeles.
Martedì l’università di Los Angeles aveva dichiarato illegale l’accampamento in Dickson Plaza, ma aveva rifiutato di coinvolgere la polizia per interrompere quella che ha definito una manifestazione “ampiamente pacifica“.
Nelle ultime 48 ore, però, la situazione della sicurezza nell’area è precipitata a causa delle tensioni tra l’accampamento dei solidali con la Palestina e manifestanti pro-israeliani, separati da una stretta zona cuscinetto fatta di transenne.
I filmati online mostrano un folto gruppo di miliziani filo-israeliani, con indosso abiti neri e maschere bianche (“in divisa” e in modo da rendere difficile l’identificazione), che arrivano al campus poco prima della mezzanotte di martedì e tentano di smantellare le barriere bastonando gli studenti filopalestinesi.
Gli scontri sono così scoppiati all’ombra della famosa Royce Hall per almeno due ore.
A quel punto la situazione della sicurezza è precipitata creando le condizioni per l’intervento della polizia, lasciando intravedere una perfetta sincronia tra filo-israeliani e apparati repressivi.
Gli agenti arrivati sul posto in tenuta antisommossa non sono infatti sembrati in grado di dividere immediatamente i due gruppi di manifestanti, ma sono stati molto decisi nello sgomberare l’area occupata dagli studenti, al sorgere dell’alba.
L’offensiva israeliana su Gaza ha scatenato la più grande ondata di attivismo studentesco statunitense dalle proteste antirazziste del 2020.
A News York la polizia ha arrestato i manifestanti pro-palestinesi che avevano occupato un edificio della Columbia University e ha rimosso un accampamento di protesta martedì sera.
Il sindaco di New York, Eric Adams, ha detto che circa 300 persone sono state arrestate e ha incolpato delle proteste “agitatori esterni“, ma senza offrire prove concrete.
Fonte
Squadristi sionisti e sostenitori di Israele, come emerge dal video, hanno infatti attaccato ieri un accampamento di protesta pro-palestinese all’Università della California, a Los Angeles
Filmati di testimoni dell’UCLA, verificati da Reuters, hanno mostrato persone che lanciavano petardi e brandivano bastoni per aggredire i manifestanti pro-palestinesi, mentre la polizia rimaneva a guardare.
Il ministro israeliano Ben Gvir aveva fatto sapere nei giorni scorsi di aver incaricato l’ispettore generale della polizia, Yaakov Shabtai, di esaminare la possibilità di esportare il modello di milizia civile delle “squadre di allerta” nelle comunità ebraiche all’estero, allo scopo dichiarato di contrastare il movimento di lotta contro l’occupazione israeliana, sia negli Stati Uniti d’America che in Europa, fornendo “supporto professionale, compresa la formazione e il rafforzamento della risposta tecnologica di sicurezza“.
Tutto, ovviamente, ”in piena collaborazione con la polizia locale e le autorità competenti”.
E questa collaborazione la si è vista chiaramente all’università di Los Angeles.
Martedì l’università di Los Angeles aveva dichiarato illegale l’accampamento in Dickson Plaza, ma aveva rifiutato di coinvolgere la polizia per interrompere quella che ha definito una manifestazione “ampiamente pacifica“.
Nelle ultime 48 ore, però, la situazione della sicurezza nell’area è precipitata a causa delle tensioni tra l’accampamento dei solidali con la Palestina e manifestanti pro-israeliani, separati da una stretta zona cuscinetto fatta di transenne.
I filmati online mostrano un folto gruppo di miliziani filo-israeliani, con indosso abiti neri e maschere bianche (“in divisa” e in modo da rendere difficile l’identificazione), che arrivano al campus poco prima della mezzanotte di martedì e tentano di smantellare le barriere bastonando gli studenti filopalestinesi.
Gli scontri sono così scoppiati all’ombra della famosa Royce Hall per almeno due ore.
A quel punto la situazione della sicurezza è precipitata creando le condizioni per l’intervento della polizia, lasciando intravedere una perfetta sincronia tra filo-israeliani e apparati repressivi.
Gli agenti arrivati sul posto in tenuta antisommossa non sono infatti sembrati in grado di dividere immediatamente i due gruppi di manifestanti, ma sono stati molto decisi nello sgomberare l’area occupata dagli studenti, al sorgere dell’alba.
L’offensiva israeliana su Gaza ha scatenato la più grande ondata di attivismo studentesco statunitense dalle proteste antirazziste del 2020.
A News York la polizia ha arrestato i manifestanti pro-palestinesi che avevano occupato un edificio della Columbia University e ha rimosso un accampamento di protesta martedì sera.
Il sindaco di New York, Eric Adams, ha detto che circa 300 persone sono state arrestate e ha incolpato delle proteste “agitatori esterni“, ma senza offrire prove concrete.
Fonte
14/01/2023
USA - Assassini in divisa - Terzo afroamericano ucciso a Los Angeles
Un filmato scioccante mostra Keenan Anderson, un insegnante di liceo il cui cugino è co-fondatore di Black Lives Matter Patrisse Cullors, implorare per la sua vita mentre i poliziotti lo immobilizzano e si accaniscono con un taser.
I filmati della polizia mostrano i poliziotti che mettono Anderson in manette. Un comunicato stampa della polizia di Los Angeles afferma che è stato poi preso in custodia e trasferito in ambulanza in un ospedale di Santa Monica, dove è stato dichiarato morto per arresto cardiaco circa quattro ore dopo l’uso della forza.
Anderson era un insegnante di inglese in una scuola pubblica a maggioranza nera a Washington, ed era a Los Angeles in visita a parenti e amici, ha riferito il Washington Post, citando Cullors.
Anderson è il terzo afroamericano a morire dopo un violento intervento della polizia di Los Angeles nell’arco di una settimana. Lo stesso capo del dipartimento di polizia, insolitamente, ha affermato che almeno una delle vittime avrebbe potuto essere evitata.
Le riprese della telecamera del corpo mostrano Anderson, 31 anni, che urla ripetutamente: “Stanno cercando di farmi George Floyd!” mentre i poliziotti lo immobilizzano in mezzo alla strada il 3 gennaio scorso. Un agente ha tenuto il gomito sul collo di Anderson mentre era inchiodato a terra. Allo stesso tempo, dopo che la polizia ha emesso una serie di avvertimenti, un altro agente ha applicato un taser ad Anderson per quasi 30 secondi di fila.
Guarda il video.
I filmati della polizia mostrano i poliziotti che mettono Anderson in manette. Un comunicato stampa della polizia di Los Angeles afferma che è stato poi preso in custodia e trasferito in ambulanza in un ospedale di Santa Monica, dove è stato dichiarato morto per arresto cardiaco circa quattro ore dopo l’uso della forza.
Anderson era un insegnante di inglese in una scuola pubblica a maggioranza nera a Washington, ed era a Los Angeles in visita a parenti e amici, ha riferito il Washington Post, citando Cullors.
Anderson è il terzo afroamericano a morire dopo un violento intervento della polizia di Los Angeles nell’arco di una settimana. Lo stesso capo del dipartimento di polizia, insolitamente, ha affermato che almeno una delle vittime avrebbe potuto essere evitata.
Le riprese della telecamera del corpo mostrano Anderson, 31 anni, che urla ripetutamente: “Stanno cercando di farmi George Floyd!” mentre i poliziotti lo immobilizzano in mezzo alla strada il 3 gennaio scorso. Un agente ha tenuto il gomito sul collo di Anderson mentre era inchiodato a terra. Allo stesso tempo, dopo che la polizia ha emesso una serie di avvertimenti, un altro agente ha applicato un taser ad Anderson per quasi 30 secondi di fila.
Guarda il video.
Qui di seguito un commento di Giorgio Cremaschi su quanto accaduto a Los Angeles.Fonte
La polizia di Los Angeles ha assassinato con taser e soffocamento Keenan Anderson, 31 anni, insegnante, afroamericano.
La vittima aveva appena subìto un incidente stradale, ma invece che aiutato è stato aggredito da criminali in divisa, a cui invano ha gridato di non fargli fare la fine Geoge Floyd.
Anderson è cugino di una delle fondatrici di Black Lives Matter, il movimento sorto contro le violenze e gli omicidi razzisti della polizia, che continuano impuniti.
Questo sono gli USA che fanno guerra nel mondo per la democrazia e la “libertà”.
02/09/2020
USA - Un altro afroamericano ucciso dalla polizia, a Los Angeles
Ancora un afroamericano ucciso dalla polizia in circostanze assai poco chiare. Persino nella versione della polizia, che ha fornito fin qui due ricostruzioni molto diverse.
Gli agenti della contea di Los Angeles – la tristemente famosa Lapd – hanno sparato e ucciso un uomo di colore lunedì.
Sia la linea temporale della polizia che un video postato sui social media che cattura parte dell’incidente non sono chiari.
Il video – postato su Instagram stories e ripostato su Twitter – ritrae un uomo, poi identificato nei notiziari come Dijon Kizzee, in fuga da agenti di polizia con in mano quello che sembrava essere un pacco di vestiti.
Il video poi salta per mostrare due agenti di polizia sul marciapiede con le pistole puntate, e un uomo a terra dopo essere stato colpito.
Il Los Angeles Times ha riferito che l’uomo era in bicicletta, ma è stato fermato per violazione del codice della strada. Questo accadeva intorno alle 15:16 circa, vicino a West 109th Place e South Budlong Avenue.
L’ufficio dello sceriffo ha affermato su Twitter che “è scoppiata una rissa tra il sospetto e i vice. Il sospetto ha tirato fuori una pistola” e poi i vice gli hanno sparato. “La pistola del sospetto è stata recuperata”, hanno aggiunto gli sceriffi. “Il sospetto è stato dichiarato deceduto sulla scena del crimine”.
Ma il tenente Brandon Dean, del dipartimento, ha detto alla CBS-LA che l’uomo ha lasciato cadere una pistola, e che i vice gli hanno sparato.
“Il nostro sospetto teneva in mano alcuni capi d’abbigliamento, ha dato un pugno in faccia a uno degli agenti e poi ha lascito cadere gli oggetti nelle sue mani”, ha detto Dean alla centrale. “I vice hanno notato che all’interno dei vestiti che gli erano caduti c’era una pistola nera semiautomatica, e in quel momento si è verificato uno sparo da parte di un vice”.
Dean ha aggiunto: “Dateci il tempo di condurre le nostre indagini, tireremo fuori tutti i fatti del caso e alla fine li presenteremo”.
Chiaro che se c’era una pistola, ma era stata buttata via, non c’era alcun “pericolo” che potesse venir usata dal “sospetto”.
Il “nodo” di Los Angeles del movimento Black Lives Matter ha chiesto di protestare sul luogo dell’incidente, e decine di persone hanno risposto.
La co-fondatrice Malina Abdullah si è rivolta alla folla esortando tutti i presenti a cantare il nome di Kizzee. Ha detto: “Gli hanno rubato la vita, assassineranno il suo personaggio e cercheranno di criminalizzare questa comunità”.
Nel frattempo, in altre città dove le manifestazioni hanno assunto ormai un “tono” molto militante, i gruppi antifascisti raccomandano di indossare giubbotti anti proiettile e armarsi almeno di taser o bastoni.
I “simpatizzanti di Trump”, infatti, girano ormai sugli Humvee (suv Hammer “corazzati”, come quelli in uso in Iraq e immortalati nei film di Hollywood), da cui scendono armati per attaccare le manifestazioni. E, dopo la “difesa d’ufficio” offerta da The Donald al killer diciassettenne di Kenosha, si sentono decisamente “arruolati” come milizia paramilitare autorizzata da Washington...
Fonte
Gli agenti della contea di Los Angeles – la tristemente famosa Lapd – hanno sparato e ucciso un uomo di colore lunedì.
Sia la linea temporale della polizia che un video postato sui social media che cattura parte dell’incidente non sono chiari.
Il video – postato su Instagram stories e ripostato su Twitter – ritrae un uomo, poi identificato nei notiziari come Dijon Kizzee, in fuga da agenti di polizia con in mano quello che sembrava essere un pacco di vestiti.
Shooting by police on 109th/Normandie in Los Angeles. Killed with 27 shots. And then they handcuffed him dead. pic.twitter.com/YG20VaqKTI
— lovinglynn (@lovelylynn44) September 1, 2020
Il video poi salta per mostrare due agenti di polizia sul marciapiede con le pistole puntate, e un uomo a terra dopo essere stato colpito.
Il Los Angeles Times ha riferito che l’uomo era in bicicletta, ma è stato fermato per violazione del codice della strada. Questo accadeva intorno alle 15:16 circa, vicino a West 109th Place e South Budlong Avenue.
L’ufficio dello sceriffo ha affermato su Twitter che “è scoppiata una rissa tra il sospetto e i vice. Il sospetto ha tirato fuori una pistola” e poi i vice gli hanno sparato. “La pistola del sospetto è stata recuperata”, hanno aggiunto gli sceriffi. “Il sospetto è stato dichiarato deceduto sulla scena del crimine”.
Ma il tenente Brandon Dean, del dipartimento, ha detto alla CBS-LA che l’uomo ha lasciato cadere una pistola, e che i vice gli hanno sparato.
“Il nostro sospetto teneva in mano alcuni capi d’abbigliamento, ha dato un pugno in faccia a uno degli agenti e poi ha lascito cadere gli oggetti nelle sue mani”, ha detto Dean alla centrale. “I vice hanno notato che all’interno dei vestiti che gli erano caduti c’era una pistola nera semiautomatica, e in quel momento si è verificato uno sparo da parte di un vice”.
Dean ha aggiunto: “Dateci il tempo di condurre le nostre indagini, tireremo fuori tutti i fatti del caso e alla fine li presenteremo”.
Chiaro che se c’era una pistola, ma era stata buttata via, non c’era alcun “pericolo” che potesse venir usata dal “sospetto”.
Il “nodo” di Los Angeles del movimento Black Lives Matter ha chiesto di protestare sul luogo dell’incidente, e decine di persone hanno risposto.
La co-fondatrice Malina Abdullah si è rivolta alla folla esortando tutti i presenti a cantare il nome di Kizzee. Ha detto: “Gli hanno rubato la vita, assassineranno il suo personaggio e cercheranno di criminalizzare questa comunità”.
Nel frattempo, in altre città dove le manifestazioni hanno assunto ormai un “tono” molto militante, i gruppi antifascisti raccomandano di indossare giubbotti anti proiettile e armarsi almeno di taser o bastoni.
I “simpatizzanti di Trump”, infatti, girano ormai sugli Humvee (suv Hammer “corazzati”, come quelli in uso in Iraq e immortalati nei film di Hollywood), da cui scendono armati per attaccare le manifestazioni. E, dopo la “difesa d’ufficio” offerta da The Donald al killer diciassettenne di Kenosha, si sentono decisamente “arruolati” come milizia paramilitare autorizzata da Washington...
Fonte
01/01/2018
Los Angeles, 25 dicembre 2017
PLEASE SHARE SO PEOPLE REALIZE. : Christmas Day. Skid Row Los Angeles. Fucking heartbreaking and a national disgrace. The USA MUST tackle this as a priority. (And not by arresting or moving on )#dtla #homeless #losangelesFonte
Agghiacciante.
03/10/2016
USA - La mattanza dei neri. Stavolta è accaduto a Los Angeles
Il giovane nero, è stato identificato come Carnell Snell Jr., secondo la polizia era armato, ma i residenti non confermano, scrive il Los Angeles Times. I poliziotti hanno riferito di aver cercato di fermare un'auto perché poteva essere rubata, ma quando il guidatore non si è fermato hanno iniziato l'inseguimento. Il veicolo si è poi fermato qualche isolato più in là e sono usciti due passeggeri che si sono diretti in due diverse direzioni. Gli agenti hanno fermato uno dei due, Snell, che è poi morto per i colpi d'arma da fuoco esplosi contro di lui. La sorella di Carnell, la diciassettenne Trenell Snell, ha raccontato che si trovava fuori con amici quando ha visto il fratello maggiore scappare dalla polizia e poi di aver sentito tre spari. Dopo essersi buttata a terra e rialzata ha visto il fratello a terra senza vita. I parenti del ragazzo hanno spiegato che è stato ucciso proprio vicino la sua casa.
La polizia non ha ancora spiegato esattamente cosa sia successo al momento degli spari e un portavoce della polizia di Los Angeles ha parlato di una pistola trovata sulla scena. Il secondo uomo uscito dall'auto non è stato trovato. Quando la notizia della sparatoria si è diffusa decine di attivisti e abitanti della zona si sono riuniti in strada per protestare contro la polizia. La madre di Snell, Monique Morgan, e altri famigliari si sono riuniti vicino alla zona delimitata dalla polizia e hanno chiesto di poter vedere il corpo del 18enne.
Un nero ucciso dalla polizia a Los Angeles, quattordici anni dopo la rivolta per la mancata condanna dei poliziotti che massacrarono l'afroamericano Rodney King, può essere l'episodio scatenante di una nuova fase di escalation nelle città degli Stati Uniti.
Fonte
02/03/2015
Los Angeles, senzatetto ucciso in strada dalla polizia. Il video dell'esecuzione
Un senzatetto è stato ucciso dalla polizia americana dopo una colluttazione con quattro agenti che dapprima lo hanno circondato, picchiato, e poi gli hanno sparato quando era ancora a terra. L'omicidio è accaduto a Los Angeles nel quartiere centrale di Skid Row.
Le fasi dell'esecuzione sono state riprese in un video. Nelle immagini si vede un uomo agitare qualcosa contro gli agenti mentre questi cercano di sopraffarlo e lo gettano a terra dove iniziano a picchiarlo. In primo piano gli agenti si gettano su un altro uomo che aveva raccolto uno dei loro manganelli con cui stavano colpendo il primo senza tetto, che si intravede sullo sfondo. Ad un certo punto mentre gli agenti continuano a colpire il senzatetto si sente una voce urlare "getta la pistola" e subito dopo in rapida sequenza vengono esplosi 5 colpi di pistola da un agente leggermente distaccato dal gruppo che stava aggredendo il senzatetto. Nel video la gente intorno, che sta riprendendo la scena con un telefonino impreca e urla: "L'avete ammazzato... abbiamo registrato tutto". Il senzatetto è stato dichiarato morto all'ospedale dove è stato portato.
Fonte
15/08/2014
USA: la polizia uccide ancora. Anonymous svela il nome dell’assassino di Brown
Mentre a Ferguson, nel Missouri, non si placa la rabbia degli abitanti contro la polizia dopo l’omicidio di sabato scorso – un diciottenne nero è stato freddato da un ufficiale – e sono già una cinquantina i manifestanti arrestati, un episodio simile viene registrato a Los Angeles.
Qui ad essere assassinato dalle forze dell’ordine è stato un venticinquenne disarmato, Ezell Ford, oltretutto affetto da problemi di ordine psichiatrico. Il ragazzo è morto mercoledì dopo due giorni di agonia, in conseguenza dei numerosi colpi di arma da fuoco sparati contro di lui da un agente di polizia. Incredibilmente, la versione dei fatti offerta dall’uomo in divisa sembra una fotocopia di quella riportata dall’ufficiale che ha ucciso Michael Brown a Saint Louis nel fine settimana: l’agente avrebbe fermato Ford per un controllo, il ragazzo avrebbe opposto resistenza e avrebbe ingaggiato una lotta con il poliziotto durante la quale sarebbero ‘partiti’ alcuni colpi. Tutti andati a segno…
In una intervista rilasciata alla catena televisiva KTLA News, la madre della vittima ha raccontato che il ragazzo si era steso a terra obbedendo così agli ordini dell’agente che però ad un certo punto ha aperto il fuoco contro Ford colpendolo alle spalle. Ora la famiglia del venticinquenne, così come quella di Michael Brown, chiede a gran voce verità e giustizia.
A contribuire a fornire qualche elemento di verità sui fatti, vista che il dipartimento di polizia di Ferguson si è rifiutato di fornire le generalità del poliziotto omicida, ci ha pensato Anonymous che, mercoledì notte, ha forzato gli archivi informatici delle forze dell’ordine ed poi giovedì ha avvisato che avrebbe divulgato prima la foto e poi l’indirizzo dell’ufficiale omicida. In un video della durata di due minuti e mezzo il collettivo di hacker-attivisti ha anche denunciato l’indiscriminata repressione contro gli abitanti del sobborgo di Saint Louis ed ha esortato i suoi simpatizzanti a realizzare mobilitazioni pacifiche. Anonymous ha pubblicato l'identità del poliziotto killer sul suo account di Twitter ma poco dopo le forze dell'ordine hanno prima smentito la veridicità dell'informazione e poi ordinato la sospensione del profilo degli hacker attivisti sul social network.
L'allargarsi della protesta e dell'indignazione generate dal comportamento omicida e razzista della polizia hanno forzato il presidente Obama, che in un primo tempo si era limitato ad un cordoglio di circostanza, ad annunciare un'inchiesta indipendente sui fatti. "Sono estremamente scosso e preoccupato per quello che sta accadendo in Missouri, l'Fbi e il ministero della Giustizia stanno indagando per capire cosa sia veramente successo a Ferguson. A questo proposito è necessaria un'inchiesta indipendente e trasparente" ha affermato l'inquilino della Casa Bianca.
Particolare scalpore sta destando l'uso da parte delle forze di polizia di Ferguson di mezzi ed equipaggiamenti militari nella repressione delle manifestazioni dei residenti contro la brutalità delle forze dell'ordine mentre in un delirante comunicato il Ku Klux Klan ha elogiato il comportamento dell'agente bianco che ha freddato il diciottenne disarmato Michael Brown.
Fonte
Qui ad essere assassinato dalle forze dell’ordine è stato un venticinquenne disarmato, Ezell Ford, oltretutto affetto da problemi di ordine psichiatrico. Il ragazzo è morto mercoledì dopo due giorni di agonia, in conseguenza dei numerosi colpi di arma da fuoco sparati contro di lui da un agente di polizia. Incredibilmente, la versione dei fatti offerta dall’uomo in divisa sembra una fotocopia di quella riportata dall’ufficiale che ha ucciso Michael Brown a Saint Louis nel fine settimana: l’agente avrebbe fermato Ford per un controllo, il ragazzo avrebbe opposto resistenza e avrebbe ingaggiato una lotta con il poliziotto durante la quale sarebbero ‘partiti’ alcuni colpi. Tutti andati a segno…
In una intervista rilasciata alla catena televisiva KTLA News, la madre della vittima ha raccontato che il ragazzo si era steso a terra obbedendo così agli ordini dell’agente che però ad un certo punto ha aperto il fuoco contro Ford colpendolo alle spalle. Ora la famiglia del venticinquenne, così come quella di Michael Brown, chiede a gran voce verità e giustizia.
A contribuire a fornire qualche elemento di verità sui fatti, vista che il dipartimento di polizia di Ferguson si è rifiutato di fornire le generalità del poliziotto omicida, ci ha pensato Anonymous che, mercoledì notte, ha forzato gli archivi informatici delle forze dell’ordine ed poi giovedì ha avvisato che avrebbe divulgato prima la foto e poi l’indirizzo dell’ufficiale omicida. In un video della durata di due minuti e mezzo il collettivo di hacker-attivisti ha anche denunciato l’indiscriminata repressione contro gli abitanti del sobborgo di Saint Louis ed ha esortato i suoi simpatizzanti a realizzare mobilitazioni pacifiche. Anonymous ha pubblicato l'identità del poliziotto killer sul suo account di Twitter ma poco dopo le forze dell'ordine hanno prima smentito la veridicità dell'informazione e poi ordinato la sospensione del profilo degli hacker attivisti sul social network.
L'allargarsi della protesta e dell'indignazione generate dal comportamento omicida e razzista della polizia hanno forzato il presidente Obama, che in un primo tempo si era limitato ad un cordoglio di circostanza, ad annunciare un'inchiesta indipendente sui fatti. "Sono estremamente scosso e preoccupato per quello che sta accadendo in Missouri, l'Fbi e il ministero della Giustizia stanno indagando per capire cosa sia veramente successo a Ferguson. A questo proposito è necessaria un'inchiesta indipendente e trasparente" ha affermato l'inquilino della Casa Bianca.
Particolare scalpore sta destando l'uso da parte delle forze di polizia di Ferguson di mezzi ed equipaggiamenti militari nella repressione delle manifestazioni dei residenti contro la brutalità delle forze dell'ordine mentre in un delirante comunicato il Ku Klux Klan ha elogiato il comportamento dell'agente bianco che ha freddato il diciottenne disarmato Michael Brown.
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