Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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12/01/2025
USA - L’American way of life brucia
Ai “Rambini” di casa nostra non passa neanche per la testa di riflettere sul significato sistemico dell’incendio che ha distrutto la parte più ricca di Los Angeles, ma non solo quella.
Eppure è tutto sotto i nostri occhi. Anzi, a voler essere precisi, più sotto i loro che i nostri, visto che non frequentiamo certi posti...
Tra Malibù e Santa Monica, da Altadena a Calabasas e la San Fernando Valley sono partiti cinque incendi che si sono velocemente propagati a Palisades – dove sono andati in fumo 8 mila ettari del quartiere esclusivo delle celebrità hollywoodiane – e poi Eaton, Hurst, Sylmar, Kenneth, Hidden Hill, buona parte del Sunset Boulevard (quando si dice nomen omen...).
Persino il balbettante e po’ miope Joe Biden ha colto la somiglianza estrema tra il panorama attuale e ben altri disastri: «Uno scenario di guerra, dopo intensi bombardamenti». Altri più svegli, sui social, avevano già fissato l’analogia – “Los Angeles come Gaza” – peraltro con la facilitazione che nessuno continua a spararti addosso mentre cerchi di salvare i superstiti...
Prima cosa da considerare: le cause.
Le autorità locali hanno verificato che “le scintille” iniziali sono partite dai cavi della rete elettrica cittadina, notoriamente appesi a sostegni improbabili, allo scoperto, esposti alle intemperie e agli incidenti più banali. Come i rami o gli alberi che cadono per l’azione del vento.
Più o meno come a Mumbay, Calcutta o Mexico City. Ma qui c’era “il quartiere con la più alta concentrazione di ricchi e famosi del pianeta, Sunset Boulevard”.
Facciamo quindi nostra, per una volta, una domanda di Massimo Gramellini, banalmente rivolta a Elon Musk: “non trova assurdo che nello Stato più benestante d’America nessuna autorità si sia mai presa la briga di investire qualche milione di dollari per interrare la foresta di cavi elettrici che penzolano da ogni palo e angolo di strada?”
È ovviamente assurdo. La spesa pubblica necessaria rappresenta probabilmente un centesimo delle tasse pagate annualmente dalle migliaia di milionari che vivono da quelle parti.
Ma l’America funziona così – ci spiegano ogni giorno i “Rambini” e i “Furbini” –: i ricchi devono pagare meno tasse possibili, vanno a vivere in posti assolutamente esclusivi per via dei costi proibitivi, costruiscono “rifugi” di lusso sfacciato, a volte con il buongusto di un casamonica qualsiasi.
E le infrastrutture pubbliche, a carico della collettività (delle tasse, insomma), vengono perciò gestite al massimo risparmio. Sul Sunset Boulevard come a Skid Row, il quartiere di L.A. (un po’) meno famoso per le migliaia di persone che dormono in strada sullo sfondo dei grattacieli della città opulenta.
Il “modello americano”, il neoliberismo trionfante dai tempi di Ronald Reagan (ex attore “di serie B” che della California era stato governatore, prima di ascendere alla Casa Bianca), è quella roba lì. Inutile lamentarsene, resta lo stesso da imitare.
Seconda causa. La scarsità d’acqua a disposizione per gli idranti dei vigili del fuoco, in una zona da sempre segnata dalla siccità, anche in pieno inverno. E vien da pensare che l’alta concentrazione di piscine private e fontane da giardino qualcosina c’entrino.
Ma il business dell’acqua, in quella zona, ha una storia secolare, tanto che sullo sfondo di “Chinatown” – il capolavoro di Roman Polanski – si muovono le guerre per l’acqua che segnarono gli anni Trenta, i bisogni idrici gonfiati dall’immigrazione (quella “regolare”, endo-statunitense...) e dall’agrobusiness (il ‘Chiantishire’ allora nascente ma ora florido, gli aranceti, ecc).
Ma, ci dicono ancora, il “modello americano” è quella roba lì. Inutile lamentarsene, resta lo stesso da imitare.
Terza causa palese. Il cambiamento climatico, paradossalmente riconosciuto dalle autorità e dalla popolazione californiana, molto meno dalla “nuova” presidenza “Maga”.
Maggiore siccità, temperature più alte, venti più forti, tempeste di polvere che abbattono alberi in città, incendi nelle foreste che lambiscono l’abitato. Insomma, roghi più frequenti, più vasti, a decine, da anni.
Ma il “modello americano” è quella roba lì, ecc...
E qui arriva il nodo scorsoio finale. Tutti questi disastri provocano danni sempre maggiori, per ogni tipo di cittadini residenti da quelle parti. Chi li paga?
La risposta del “modello americano” è semplice: fatevi un’assicurazione, gli altri si arrangino. Come per l’auto e la sanità, no?
Problema: le prime ad accorgersi che il rischio incendi, in quella zona, sta aumentando di anno in anno sono state proprio le assicurazioni. Molto prima dei normali cittadini, ancorché famosi, ricchi, informati e ambientalisti.
Di conseguenza, le compagnie hanno smesso di emettere polizze, a qualsiasi prezzo, per le case di quel “triangolo d’oro”. È come se dicessero: “la tua casa andrà a fuoco di sicuro, prima o poi, non pretenderai mica che te la ripaghiamo noi?”.
E in effetti vanno a fuoco spesso. Il bravissimo e povero (si fa per dire..) Anthony Hopkins si trova per strada già per la seconda volta.
Per la precisione: “tra il 2020 e il 2022 le compagnie assicurative si sono rifiutate di rinnovare 2,8 milioni di polizze sulle case in California. Tra queste, intorno alle 531mila polizze riguardano la contea di Los Angeles, dove è scoppiato il grosso incendio di questi giorni. Alcune di queste polizze non sono state rinnovate dai proprietari, ma per la maggior parte la scelta è stata unilaterale delle compagnie assicurative, spaventate proprio dai rischi di incendi e per le conseguenze della crisi generale”.
In definitiva il “modello assicurativo” funziona finché gli incendi sono rari, così che le compagnie incassino molto più di quanto devono pagare in caso di disastro. Per l’auto o la salute funziona allo stesso modo, anche qui da noi. O paghi un’enormità se sei un guidatore “disattento”, oppure non vieni proprio assicurato (se sei di salute cagionevole o hai malattie croniche).
Ma il “modello americano” (e occidentale, ormai) è quella roba lì, ecc...
Nel caso di Hollywood, crediamo, sarà poco probabile che un “ispettore Callaghan” o un Rambo, ovviamente ringiovaniti, comincino ad andare in giro cercando amministratori delegati delle società di assicurazione, sulle orme insomma di Luigi Mangione (il giovane che ha sparato al ceo di UnitedHealthcare a Manhattan, un paio di mesi fa, diventando l’idolo di tutti i malati d’America).
I milionari, e a maggior ragione i miliardari, possono tranquillamente permettersi di costruirsi un’altra casa, bestemmiando parecchio e cambiando magari regione.
Ma negli incendi di questi giorni ha perso tutto anche gente normalissima, con un salario decente o anche “buono”. E non ha perso solo la casa con tutto quel che c’era dentro, ma spesso anche il lavoro (sono andati a fuoco pure uffici, ristoranti, laboratori, negozi in genere, attività di ogni tipo) e dunque anche i requisiti per accendere un altro mutuo.
Passare da una confortevole casetta con vista sull’oceano al dormire in tenda sul marciapiede di Skid Row... c’è qualche differenza. Tra questi, magari, qualche “giustiziere” potrebbe anche nascere.
Il modello americano – tutto al privato e sempre meno al pubblico, tutto al profitto e sempre meno spesa sociale, tutto lusso per pochi e infrastrutture da terzo mondo per tutti gli altri – non è soltanto ingiusto, infame, razzista, suprematista, genocida fin dalle origini e nel dna.
Semplicemente funziona finché non ci sono problemi seri, poi non più. E ora dimostra che sta andando a fuoco.
E non è una metafora.
Fonte
05/05/2023
USA - Un banca fallita al giorno toglie il sistema di torno?
Il presidente della banca centrale Usa – Jerome Powell, alla guida della Federal Reserve – aveva pensato bene di iniziare la conferenza stampa con cui spiegava le ragioni di un nuovo aumento dei tassi di interesse con una rassicurazione ai “mercati”: «Il sistema bancario è solido e resiliente».
Doveva farlo, visto che poche ore prima aveva diretto dietro le quinte l’operazione di salvataggio di First Republic Bank, “consegnandola” a JpMorgan tramite la FDIC (ente pubblico di garanzia dei depositi).
Neanche il tempo di pronunciare quella rassicurazione ed ecco un’altra banca sprofondare, per il momento in borsa.
Pacific West Bank, con sede a Beverly Hills, sta prendendo in considerazione uno spezzatino o un aumento di capitale, scrive Bloomberg. Ma non esclude neanche di poter finire in mano a qualche compratore.
Tanto è bastato per farle perdere – mercoledì – il 50% del valore azionario, dopo aver già perso il 28% il giorno prima.
È un’altra banca “regionale” che entra in crisi, ma il termine non deve ingannare: la California è di fatto la settima potenza economica del pianeta, quindi si tratta di una “regione” piuttosto notevole… Se poi teniamo conto che erano californiane anche Silvergate, Signature e Silicon Valley Bank si ha la sensazione che il sistema bancario di quella parte di mondo sia tutt’altro che “solido e resiliente”.
Come sempre, all’esplodere di una crisi finanziaria, i difensori del sistema partono alla caccia dei “colpevoli”, visto che nella teoria liberale “il mercato è in equilibrio” fin quando “qualcuno” non commette errori fatali.
E come sempre arrivano gli ideologi che parlano di “azzardo morale” – un presunto “eccesso” di bramosia di profitto – per salvare capra a cavoli.
In questo caso, però, sembra decisamente fuori luogo anche questa “spiegazione”.
È abbastanza evidente, anche nei fallimenti che hanno preceduto la crisi di Pacific West Bank, che uno dei meccanismi scatenanti va rintracciato nel veloce e pesante aumento dei tassi di interesse deciso dalla stessa Fed. Ossia nel funzionamento tipico del capitalismo neoliberista per cui, ad un aumento dell’inflazione, qualsiasi sia la ragione dell’aumento dei prezzi, si risponde con l’incremento dei tassi di interesse per “raffreddare” la domanda (e indurre così un calo dei prezzi).
Solo che questa politica monetaria “da manuale” ha sempre effetti collaterali imprevisti. Uno dei quali deriva proprio dalla politica monetaria precedente (ed opposta: quantitative easing e tassi di interesse a zero) seguita dalla Fed (e dalla Bce) per impedire il crollo dei mercati finanziari a seguito della crisi del 2008 (subprime e Lehman Brothers).
Quella politica monetaria aveva, tra le altre cose, favorito l’acquisto preferenziale di titoli di stato e obbligazioni in genere, portando su le quotazioni di questi titoli. Le banche Usa ne avevano e ne hanno grandi quantitativi in portafoglio, proprio perché considerati sicuri e poco rischiosi (chi mai scommetterebbe sul fallimento finanziario degli Stati Uniti?).
Ma dopo un anno di drastici aumenti dei tassi quei titoli si sono fortemente svalutati, il che comporta perdite teoriche. Questo non è un problema, in genere, perché se si tiene il titolo fino alla scadenza contrattuale ci si vede restituito il prezzo intero (100 dollari o euro, a seconda dell’emittente).
Ma se per qualche motivo si è costretti a vendere velocemente forti quantitativi di queste obbligazioni – per ripagare debiti o restituire i depositi ai clienti – allora le perdite teoriche di valore dei titoli diventano perdite effettive, da contabilizzare come tali. Ed è quello che sta succedendo a tutte le banche Usa.
La stima di queste perdite, per l’intero sistema bancario, è arrivata secondo Bloomberg all’astronomica cifra di 1840 miliardi di dollari.
E naturalmente una forte crisi bancaria porta con sé, immediatamente, problemi giganteschi nel mercato immobiliare, che vive di prestiti per investimenti e mutui per l’acquisto.
Altrettanto ovviamente sono le banche piccole e medie a soffrire di più, perché hanno meno margine per superare i momenti di difficoltà. Mentre i giganti, come JpMorgan o Goldman Sachs possono procedere ad acquisire “i piccoli” a prezzi scontati. Almeno fino a quando non solo a loro volta costretti in un angolo (come avvenne per Lehman Brothers, che pure era la quarta banca d’affari del mondo).
E giustamente gli specialisti del settore, come Tim Waterer, chief market analist di KCM Trade, dicono: «Nonostante i migliori sforzi di Jerome Powell per calmare il mercato, non c’è nulla che suggerisca che la crisi che attraversa il settore bancario sia finita».
E se lo dicono loro...
Fonte
Doveva farlo, visto che poche ore prima aveva diretto dietro le quinte l’operazione di salvataggio di First Republic Bank, “consegnandola” a JpMorgan tramite la FDIC (ente pubblico di garanzia dei depositi).
Neanche il tempo di pronunciare quella rassicurazione ed ecco un’altra banca sprofondare, per il momento in borsa.
Pacific West Bank, con sede a Beverly Hills, sta prendendo in considerazione uno spezzatino o un aumento di capitale, scrive Bloomberg. Ma non esclude neanche di poter finire in mano a qualche compratore.
Tanto è bastato per farle perdere – mercoledì – il 50% del valore azionario, dopo aver già perso il 28% il giorno prima.
È un’altra banca “regionale” che entra in crisi, ma il termine non deve ingannare: la California è di fatto la settima potenza economica del pianeta, quindi si tratta di una “regione” piuttosto notevole… Se poi teniamo conto che erano californiane anche Silvergate, Signature e Silicon Valley Bank si ha la sensazione che il sistema bancario di quella parte di mondo sia tutt’altro che “solido e resiliente”.
Come sempre, all’esplodere di una crisi finanziaria, i difensori del sistema partono alla caccia dei “colpevoli”, visto che nella teoria liberale “il mercato è in equilibrio” fin quando “qualcuno” non commette errori fatali.
E come sempre arrivano gli ideologi che parlano di “azzardo morale” – un presunto “eccesso” di bramosia di profitto – per salvare capra a cavoli.
In questo caso, però, sembra decisamente fuori luogo anche questa “spiegazione”.
È abbastanza evidente, anche nei fallimenti che hanno preceduto la crisi di Pacific West Bank, che uno dei meccanismi scatenanti va rintracciato nel veloce e pesante aumento dei tassi di interesse deciso dalla stessa Fed. Ossia nel funzionamento tipico del capitalismo neoliberista per cui, ad un aumento dell’inflazione, qualsiasi sia la ragione dell’aumento dei prezzi, si risponde con l’incremento dei tassi di interesse per “raffreddare” la domanda (e indurre così un calo dei prezzi).
Solo che questa politica monetaria “da manuale” ha sempre effetti collaterali imprevisti. Uno dei quali deriva proprio dalla politica monetaria precedente (ed opposta: quantitative easing e tassi di interesse a zero) seguita dalla Fed (e dalla Bce) per impedire il crollo dei mercati finanziari a seguito della crisi del 2008 (subprime e Lehman Brothers).
Quella politica monetaria aveva, tra le altre cose, favorito l’acquisto preferenziale di titoli di stato e obbligazioni in genere, portando su le quotazioni di questi titoli. Le banche Usa ne avevano e ne hanno grandi quantitativi in portafoglio, proprio perché considerati sicuri e poco rischiosi (chi mai scommetterebbe sul fallimento finanziario degli Stati Uniti?).
Ma dopo un anno di drastici aumenti dei tassi quei titoli si sono fortemente svalutati, il che comporta perdite teoriche. Questo non è un problema, in genere, perché se si tiene il titolo fino alla scadenza contrattuale ci si vede restituito il prezzo intero (100 dollari o euro, a seconda dell’emittente).
Ma se per qualche motivo si è costretti a vendere velocemente forti quantitativi di queste obbligazioni – per ripagare debiti o restituire i depositi ai clienti – allora le perdite teoriche di valore dei titoli diventano perdite effettive, da contabilizzare come tali. Ed è quello che sta succedendo a tutte le banche Usa.
La stima di queste perdite, per l’intero sistema bancario, è arrivata secondo Bloomberg all’astronomica cifra di 1840 miliardi di dollari.
E naturalmente una forte crisi bancaria porta con sé, immediatamente, problemi giganteschi nel mercato immobiliare, che vive di prestiti per investimenti e mutui per l’acquisto.
Altrettanto ovviamente sono le banche piccole e medie a soffrire di più, perché hanno meno margine per superare i momenti di difficoltà. Mentre i giganti, come JpMorgan o Goldman Sachs possono procedere ad acquisire “i piccoli” a prezzi scontati. Almeno fino a quando non solo a loro volta costretti in un angolo (come avvenne per Lehman Brothers, che pure era la quarta banca d’affari del mondo).
E giustamente gli specialisti del settore, come Tim Waterer, chief market analist di KCM Trade, dicono: «Nonostante i migliori sforzi di Jerome Powell per calmare il mercato, non c’è nulla che suggerisca che la crisi che attraversa il settore bancario sia finita».
E se lo dicono loro...
Fonte
13/03/2023
Paura e confusione nella Silicon Valley e nel mondo
Il fallimento della Silicon Valley Bank, che ha prodotto una perdita significativa dei più grandi titoli bancari quotati in borsa, ha creato panico nel mondo tecnologico e bancario californiano ponendo seri interrogativi sul futuro stesso del sistema finanziario americano. Si teme, insomma, una replica del crack del 2008, con le medesime dure conseguenze sul mondo, magari in versione apocalisse se intrecciate agli effetti della guerra russo-ucraina.
È bene capire che oggi ci sono fenomeni che possono scatenare una crisi come quella del 2008 come delle significative differenze. Entrambi si spiegano con quanto accaduto alla Silicon Valley Bank una banca le cui azioni, poco più di un anno fa, venivano trattate a 320 dollari l’una per precipitare a zero nei giorni scorsi poco prima della chiusura. La questione qui riguarda poi il settore di riferimento di questo genere di attività finanziarie, le start-up tecnologiche californiane, spina dorsale dell’economia e del potere americano.
Detto questo tocchiamo cosa ha veramente cambiato lo scenario: la politica monetaria, guidata dalla Federal Reserve, che ha imposto un brusco rialzo dei tassi di interesse per combattere l’inflazione. Naturalmente, invece di una mossa tecnica si tratta di una decisione politica di una banca centrale che, per salvaguardare la riproduzione del capitale che è chiamato a governare, ha intrapreso una politica di rialzo dei tassi i cui effetti collaterali non si sono fatti attendere.
Se guardiamo al precedente scenario di politica monetaria, quello fatto di bassi tassi di interesse, la Silicon Valley Bank, potendo raccogliere denaro a tasso praticamente zero, ha davvero prosperato nella raccolta fondi addirittura, fonte Financial Times, nel 2020-21 non riuscendo neanche a prestare tutto il denaro raccolto.
Ed è qui che, nel momento della prosperità, nel capitalismo finanziario si pongono le condizioni per le crisi immediatamente successive. SVB infatti comincia a investire il capitale eccedente raccolto in bond federali a lungo termine in uno schema di business che prevede prestiti a start-up tecnologiche, a bassi tassi di interesse e profitti derivati dall’investimento in bond federali.
L’aumento dei tassi di interesse, operato dalla Federal Reserve per impedire la distruzione dei capitali causa alta inflazione, ha sinistrato lo schema di business della SVB, come per l’intero settore del venture capitalism legato alla crescita delle aziende tecnologiche. Improvvisamente, infatti, non c’è stato più denaro a basso costo da acquisire, e da prestare, e gli stessi bond federali a lungo termine, altro pilastro strategico di SVB, sono diventati quasi carta straccia. Infatti, proprio per effetto della politica di tassi alti, i bond federali a breve termine, quelli che garantiscono interessi immediati e favoriscono operazioni speculative, sono diventati più redditizi dei bond federali a lungo termine che favoriscono investimenti meno legati alla contingenza. Tecnicamente si chiama “inversione della curva dei tassi” ma, come sempre in questi casi, l’effetto è di quelli seri.
L’inversione del valore dei tassi di interesse è, per molti analisti, un fenomeno che preannuncia crisi economiche mentre per SVB ha rappresentato un imperativo a disinvestire nei bond a lungo termine per reinvestire in quelli a breve.
È accaduto però, assieme alla crisi del prestito di SVB a startup tecnologiche, che questo schema di reinvestimento dei bond a breve è stato giudicato, dagli azionisti e dai correntisti della banca, come sintomo del fallimento del modello di business. In poco tempo così avvengono il crollo delle azioni da 320 dollari a zero e il ritiro dei fondi da parte dei correntisti determinano la fine di Silicon Valley Bank.
Come si vede, l’intervento della banca centrale americana per salvaguardare il capitale dalla disgregazione imposta dall’inflazione, ha come effetto collaterale la crisi del settore finanziario sul piano della trasmissione di liquidità all’innovazione tecnologica. Non è la prima volta, nel 2001 fu il complessivo settore dei tecnologici a saltare creando non pochi problemi sistemici agli Usa e nel 2008-9, con la grande crisi, i problemi di liquidità della Silicon Valley furono strutturali come ci ricorda una biografia dell’epoca.
Riemerge così la caratteristica complessiva del finanziamento privato americano all’innovazione tecnologica fatto di cicli di prosperità e di crisi violente e improvvise. La storia della SVB ha fatto parte di entrambe le fasi e sarà interessante capire come cambierà la struttura dell’accesso al credito del settore tecnologico che, a ogni modo, è composto da livelli complessi di finanziamento compresa l’integrazione tra ciò che arriva dal capitale privato e dai bandi pubblici.
Ma se da un simile accesso al credito, e dalle sue crisi, dipende l’innovazione tecnologica del capitale americano, generando non pochi interrogativi, la domanda che ricorre è se siamo di fronte ad un nuovo 2008.
Vanno quindi messe in chiaro alcune cose: la prima è che la politica di alti tassi di interesse ha già fatto vittime, si pensi al settore delle criptovalute. La seconda è che l’intero settore bancario, con la crisi SVB, è entrato in sofferenza. La terza è che la previsione è che saranno soprattutto le banche medio-piccole a dover cadere in questo scenario mentre quelle più grandi sembrano in grado di resistere e, magari, di conquistare il terreno perso dalle banche territoriali a maggior ragione per la Silicon Valley.
Insomma, e qualcosa di simile lo sostiene anche il Financial Times, siamo di fronte più ad una crisi di un modello di business bancario-finanziario, scatenato dal rialzo dei tassi di interesse, piuttosto che ad una serie di fallimenti a catena come nel 2008. Il fatto che il cuore tecnologico degli Usa, la Silicon Valley, sia toccato da questa che è una grossa criticità fa capire le tortuose tipicità, tra crescita e crisi, dell’evoluzione tecnologica americana.
Il punto è che un nuovo 2008 può arrivare non tanto dalla fine di un modello di business, per quanto strategico, ma soprattutto entro grandi crisi di insolvenza – come nel settore casa, auto, carte di credito – che fanno svanire la liquidità che sorregge le grandi masse di derivati finanziari che affollano gli Usa e di conseguenza il pianeta. Di lì, come avvenuto all’epoca, ogni settore economico-finanziario ne risente seriamente ed è crisi sistemica.
Gli indicatori di questa possibilità – tra aumento tassi di insolvenza mutui e ribasso del prezzo delle case ad esempio – ci sono. Ma siamo ancora sul piano della possibilità e, come abbiamo visto per la crisi del rifinanziamento a breve delle banche nel 2019 potenzialmente devastante, la Federal Reserve non rimane insensibile, per quanto non sia affatto onnipotente, di fronte agli avvisi di crisi sistemica.
Le tappe successive dell’evoluzione del sistema finanziario americano ci faranno capire se SVB è “solo” indice della crisi e della mutazione del finanziamento alle start-up o segno dell’approssimarsi di una nuova grande crisi sistemica che si sovrappone magari ai piani di guerra, materiali e immateriali, generati dalla crisi ucraina.
Fonte
È bene capire che oggi ci sono fenomeni che possono scatenare una crisi come quella del 2008 come delle significative differenze. Entrambi si spiegano con quanto accaduto alla Silicon Valley Bank una banca le cui azioni, poco più di un anno fa, venivano trattate a 320 dollari l’una per precipitare a zero nei giorni scorsi poco prima della chiusura. La questione qui riguarda poi il settore di riferimento di questo genere di attività finanziarie, le start-up tecnologiche californiane, spina dorsale dell’economia e del potere americano.
Detto questo tocchiamo cosa ha veramente cambiato lo scenario: la politica monetaria, guidata dalla Federal Reserve, che ha imposto un brusco rialzo dei tassi di interesse per combattere l’inflazione. Naturalmente, invece di una mossa tecnica si tratta di una decisione politica di una banca centrale che, per salvaguardare la riproduzione del capitale che è chiamato a governare, ha intrapreso una politica di rialzo dei tassi i cui effetti collaterali non si sono fatti attendere.
Se guardiamo al precedente scenario di politica monetaria, quello fatto di bassi tassi di interesse, la Silicon Valley Bank, potendo raccogliere denaro a tasso praticamente zero, ha davvero prosperato nella raccolta fondi addirittura, fonte Financial Times, nel 2020-21 non riuscendo neanche a prestare tutto il denaro raccolto.
Ed è qui che, nel momento della prosperità, nel capitalismo finanziario si pongono le condizioni per le crisi immediatamente successive. SVB infatti comincia a investire il capitale eccedente raccolto in bond federali a lungo termine in uno schema di business che prevede prestiti a start-up tecnologiche, a bassi tassi di interesse e profitti derivati dall’investimento in bond federali.
L’aumento dei tassi di interesse, operato dalla Federal Reserve per impedire la distruzione dei capitali causa alta inflazione, ha sinistrato lo schema di business della SVB, come per l’intero settore del venture capitalism legato alla crescita delle aziende tecnologiche. Improvvisamente, infatti, non c’è stato più denaro a basso costo da acquisire, e da prestare, e gli stessi bond federali a lungo termine, altro pilastro strategico di SVB, sono diventati quasi carta straccia. Infatti, proprio per effetto della politica di tassi alti, i bond federali a breve termine, quelli che garantiscono interessi immediati e favoriscono operazioni speculative, sono diventati più redditizi dei bond federali a lungo termine che favoriscono investimenti meno legati alla contingenza. Tecnicamente si chiama “inversione della curva dei tassi” ma, come sempre in questi casi, l’effetto è di quelli seri.
L’inversione del valore dei tassi di interesse è, per molti analisti, un fenomeno che preannuncia crisi economiche mentre per SVB ha rappresentato un imperativo a disinvestire nei bond a lungo termine per reinvestire in quelli a breve.
È accaduto però, assieme alla crisi del prestito di SVB a startup tecnologiche, che questo schema di reinvestimento dei bond a breve è stato giudicato, dagli azionisti e dai correntisti della banca, come sintomo del fallimento del modello di business. In poco tempo così avvengono il crollo delle azioni da 320 dollari a zero e il ritiro dei fondi da parte dei correntisti determinano la fine di Silicon Valley Bank.
Come si vede, l’intervento della banca centrale americana per salvaguardare il capitale dalla disgregazione imposta dall’inflazione, ha come effetto collaterale la crisi del settore finanziario sul piano della trasmissione di liquidità all’innovazione tecnologica. Non è la prima volta, nel 2001 fu il complessivo settore dei tecnologici a saltare creando non pochi problemi sistemici agli Usa e nel 2008-9, con la grande crisi, i problemi di liquidità della Silicon Valley furono strutturali come ci ricorda una biografia dell’epoca.
Riemerge così la caratteristica complessiva del finanziamento privato americano all’innovazione tecnologica fatto di cicli di prosperità e di crisi violente e improvvise. La storia della SVB ha fatto parte di entrambe le fasi e sarà interessante capire come cambierà la struttura dell’accesso al credito del settore tecnologico che, a ogni modo, è composto da livelli complessi di finanziamento compresa l’integrazione tra ciò che arriva dal capitale privato e dai bandi pubblici.
Ma se da un simile accesso al credito, e dalle sue crisi, dipende l’innovazione tecnologica del capitale americano, generando non pochi interrogativi, la domanda che ricorre è se siamo di fronte ad un nuovo 2008.
Vanno quindi messe in chiaro alcune cose: la prima è che la politica di alti tassi di interesse ha già fatto vittime, si pensi al settore delle criptovalute. La seconda è che l’intero settore bancario, con la crisi SVB, è entrato in sofferenza. La terza è che la previsione è che saranno soprattutto le banche medio-piccole a dover cadere in questo scenario mentre quelle più grandi sembrano in grado di resistere e, magari, di conquistare il terreno perso dalle banche territoriali a maggior ragione per la Silicon Valley.
Insomma, e qualcosa di simile lo sostiene anche il Financial Times, siamo di fronte più ad una crisi di un modello di business bancario-finanziario, scatenato dal rialzo dei tassi di interesse, piuttosto che ad una serie di fallimenti a catena come nel 2008. Il fatto che il cuore tecnologico degli Usa, la Silicon Valley, sia toccato da questa che è una grossa criticità fa capire le tortuose tipicità, tra crescita e crisi, dell’evoluzione tecnologica americana.
Il punto è che un nuovo 2008 può arrivare non tanto dalla fine di un modello di business, per quanto strategico, ma soprattutto entro grandi crisi di insolvenza – come nel settore casa, auto, carte di credito – che fanno svanire la liquidità che sorregge le grandi masse di derivati finanziari che affollano gli Usa e di conseguenza il pianeta. Di lì, come avvenuto all’epoca, ogni settore economico-finanziario ne risente seriamente ed è crisi sistemica.
Gli indicatori di questa possibilità – tra aumento tassi di insolvenza mutui e ribasso del prezzo delle case ad esempio – ci sono. Ma siamo ancora sul piano della possibilità e, come abbiamo visto per la crisi del rifinanziamento a breve delle banche nel 2019 potenzialmente devastante, la Federal Reserve non rimane insensibile, per quanto non sia affatto onnipotente, di fronte agli avvisi di crisi sistemica.
Le tappe successive dell’evoluzione del sistema finanziario americano ci faranno capire se SVB è “solo” indice della crisi e della mutazione del finanziamento alle start-up o segno dell’approssimarsi di una nuova grande crisi sistemica che si sovrappone magari ai piani di guerra, materiali e immateriali, generati dalla crisi ucraina.
Fonte
12/03/2023
Silicon Valley Bank. Quando fallisce una banca “seria”, il problema è grosso
Dopo 15 anni una banca statunitense di discrete dimensioni – la Silicon Valley Bank, la ventesima degli Usa – fallisce in una notte o giù di lì.
Il 2008 viene ricordato per il tracollo di Lehmann Brothers, la quarta banca d’affari del mondo, ma erano stati moltissimi gli istituti di grandi, medie e piccole dimensioni che avevano dovuto fare altrettanto.
Allora si era creata una “bolla” finanziaria anche a causa della pratica bancaria di inventare prodotti finanziari “derivati”, costruiti con la partecipazione ad altri prodotti finanziari che dovevano funzionare da “sottostante”. Una pratica così estesa da raggiungere – fu calcolato – un valore pari a 11-12 volte il prodotto interno lordo di tutto il pianeta.
Ricchezza fittizia, denaro “costruito” su formule matematiche, ma che pretende comunque una “valorizzazione”. Dunque un utilizzo, ovviamente speculativo.
Allora lo spillo che bucò la “bolla” furono i mutui Usa chiamati subprime (non di prima categoria, diciamo), che venivano concessi anche a chi non possedeva un lavoro, un reddito, un patrimonio che potesse fare da garanzia al debito contratto. Passarono perciò alla storia economica come mutui ninja (not income, not job, not asset).
Stavolta la situazione è simile, anche se le ragioni sono diverse. Per anni le banche centrali hanno “iniettato liquidità” nel sistema finanziario, partendo proprio dalla necessità di fermare – dopo il 2008 – i fallimenti a catena provocati dall’esistenza di migliaia e migliaia di “prodotti” che non potevano più essere venduti perché nessuno li voleva.
Tutta questa liquidità è stata regolarmente assorbita dalle banche private, che l'hanno usata per le proprie operazioni (speculative e non), senza lasciar “sgocciolare” (secondo la teoria neoliberista chiamata trickle-down) quasi nulla verso l’economia reale.
Uno degli utilizzi classici è l’acquisto di titoli di stato “sicuri”, ed ovviamente quelli statunitensi (i Treasury bond) sono considerati dai mercati al top. Dunque le banche Usa sono quasi tutte piene di questi bond. Tutti contenti...
I problemi sono sorti quando l’inflazione ha ripreso improvvisamente a mordere. Prima della guerra in Ucraina, ma ovviamente e soprattutto dopo, quando sono esplosi i prezzi delle materie prime energetiche (gas e petrolio) e poi, a catena, tutte le altre.
La risposta della Federal Reserve – la banca centrale Usa – è stata quella classica prevista dai manuali del monetarismo: alzare drasticamente i tassi di interesse, in modo da “raffreddare” le spinte all’aumento dei prezzi, anche a costo di ridurre in questo modo la richiesta di prestiti e dunque l’attività economica in generale (sia finanziaria che reale).
Mossa teoricamente corretta, ma con il “piccolo” difetto di far aumentare anche i rendimenti dei titoli di stato (e delle obbligazioni in genere), ossia di farne scendere il prezzo di mercato.
È quello che possono verificare anche i piccoli risparmiatori italiani che hanno investito magari la propria liquidazione in bot o btp (titoli di stato italiani), e oggi – ma solo se fossero obbligati a vendere velocemente quei titoli – si ritrovano con un patrimonio di valore ridotto rispetto a un anno fa.
Le banche, specie se molto grandi, possono sopportare benissimo questa teorica riduzione di valore dei titoli di stato, che è comunque temporanea (mesi o anni, fa comunque differenza) perché mal che vada possono tenere quei titoli fino alla data di scadenza. Quando, cioè, “l’emittente” (lo Stato) dovrà rimborsare la cifra piena (generalmente 100 dollari, o euro, per ogni titolo) qualsiasi sia il “”prezzo di mercato” in quel momento.
Ma anche le banche possono trovarsi di fronte a esigenze di liquidità immediata, ed essere quindi costrette a vendere titoli di stato a un prezzo inferiore rispetto a quello pagato inizialmente. A quel punto devono “capitalizzare le perdite”, ossia trasformare in concreta perdita quello che era semplicemente un segno meno su una riga di bilancio.
È, in parte, quello che è accaduto alla Silicon Valley Bank. Che era, come dice il nome, l’istituto specializzato nella clientela hi-tech, che fino al 2021 l’aveva riempita di liquidità e depositi (impiegati poi dalla Svb per acquistare Treasury).
La pandemia e la progressiva frammentazione del mercato mondiale, l’inizio della guerra e delle “sanzioni” anti-russe (e anti-cinesi, specie nei settori tecnologici) hanno ridotto i profitti delle big della Silicon Valley, costrette a quel punto a licenziare dipendenti a migliaia.
Dipendenti che spesso, a loro volta, erano clienti della Svb... E quando uno viene licenziato – specie negli Usa, e specie se abituato ad un certo livello di benessere – deve dar fondo ai propri risparmi. Svuotando progressivamente il conto corrente...
Società tecnologiche ed ex dipendenti hanno fatto contemporaneamente le stesse mosse, mettendo Svb nella condizione di dover vendere parte dei proprio “portafoglio obbligazionario” e realizzare perciò sostanziose perdite: 1,8 miliardi di dollari.
Qui la catena della disgrazie che si mette in moto è nota e potenzialmente infinita. Se se si vende sottocosto qualcosa, va registrato a bilancio come perdita. Se il bilancio mostra perdite, più che profitti, il valore azionario della banca comincia a scendere.
Ci si aggiungono – come sempre – le “furbate” di qualche manager che sceglie di non affondare insieme alla sua nave, e quindi vende il suo pacchetto di azioni prima che svaluti troppo. Ma proprio questo fa scattare l’allarme degli “investitori professionali”, che cominciano a vendere a valanga le azioni Svb: -60% in un giorno.
A quel punto il Dipartimento per la protezione e l’innovazione finanziaria della California ha chiuso la banca e l’ha posta sotto il controllo della Federal Deposit Insurance Corporation, la Fdic.
La situazione è comune a quasi tutte le banche Usa, dicevamo. E quindi il “rischio contagio” esiste, eccome... Oggi come nel 2008 la voragine che si apre sotto i piedi dipende dalla abnorme “finanziarizzazione” del sistema, ovvero da un rapporto quasi inesistente – nell’Occidente neoliberista – tra produzione reale di ricchezza e “creazione di denaro”.
Janet Yellen, ex presidente della Federal Reserve e attuale ministro dell’economia, davanti alla commissione del Congresso, ha precisato di star «monitorando molto attentamente» la situazione, perché «quando le banche subiscono perdite finanziarie è motivo di preoccupazione».
Di certo le grandi società della Silicon Valley non avranno problemi a trovare “conforto” in banche altrettanto grandi (Godlman Sachs, JPMorgan, ecc.). Ma le società più piccole, e soprattutto le start up, faticheranno a raccogliere prestiti e finanziamenti per andare avanti o svilupparsi.
Anche perché le banche più piccole sono spesso state obbligate a promettere tassi di interesse più alti, o commissioni più vantaggiose, pur di accaparrarsi clienti. Ogni singola mossa, a questo punto, verrà scrutata da tutti i protagonisti del risiko bancario, un po’ come ne Il buono, il brutto e il cattivo.
Ma se qualcuno apre il fuoco, non si salva quasi nessuno...
Fonte
Il 2008 viene ricordato per il tracollo di Lehmann Brothers, la quarta banca d’affari del mondo, ma erano stati moltissimi gli istituti di grandi, medie e piccole dimensioni che avevano dovuto fare altrettanto.
Allora si era creata una “bolla” finanziaria anche a causa della pratica bancaria di inventare prodotti finanziari “derivati”, costruiti con la partecipazione ad altri prodotti finanziari che dovevano funzionare da “sottostante”. Una pratica così estesa da raggiungere – fu calcolato – un valore pari a 11-12 volte il prodotto interno lordo di tutto il pianeta.
Ricchezza fittizia, denaro “costruito” su formule matematiche, ma che pretende comunque una “valorizzazione”. Dunque un utilizzo, ovviamente speculativo.
Allora lo spillo che bucò la “bolla” furono i mutui Usa chiamati subprime (non di prima categoria, diciamo), che venivano concessi anche a chi non possedeva un lavoro, un reddito, un patrimonio che potesse fare da garanzia al debito contratto. Passarono perciò alla storia economica come mutui ninja (not income, not job, not asset).
Stavolta la situazione è simile, anche se le ragioni sono diverse. Per anni le banche centrali hanno “iniettato liquidità” nel sistema finanziario, partendo proprio dalla necessità di fermare – dopo il 2008 – i fallimenti a catena provocati dall’esistenza di migliaia e migliaia di “prodotti” che non potevano più essere venduti perché nessuno li voleva.
Tutta questa liquidità è stata regolarmente assorbita dalle banche private, che l'hanno usata per le proprie operazioni (speculative e non), senza lasciar “sgocciolare” (secondo la teoria neoliberista chiamata trickle-down) quasi nulla verso l’economia reale.
Uno degli utilizzi classici è l’acquisto di titoli di stato “sicuri”, ed ovviamente quelli statunitensi (i Treasury bond) sono considerati dai mercati al top. Dunque le banche Usa sono quasi tutte piene di questi bond. Tutti contenti...
I problemi sono sorti quando l’inflazione ha ripreso improvvisamente a mordere. Prima della guerra in Ucraina, ma ovviamente e soprattutto dopo, quando sono esplosi i prezzi delle materie prime energetiche (gas e petrolio) e poi, a catena, tutte le altre.
La risposta della Federal Reserve – la banca centrale Usa – è stata quella classica prevista dai manuali del monetarismo: alzare drasticamente i tassi di interesse, in modo da “raffreddare” le spinte all’aumento dei prezzi, anche a costo di ridurre in questo modo la richiesta di prestiti e dunque l’attività economica in generale (sia finanziaria che reale).
Mossa teoricamente corretta, ma con il “piccolo” difetto di far aumentare anche i rendimenti dei titoli di stato (e delle obbligazioni in genere), ossia di farne scendere il prezzo di mercato.
È quello che possono verificare anche i piccoli risparmiatori italiani che hanno investito magari la propria liquidazione in bot o btp (titoli di stato italiani), e oggi – ma solo se fossero obbligati a vendere velocemente quei titoli – si ritrovano con un patrimonio di valore ridotto rispetto a un anno fa.
Le banche, specie se molto grandi, possono sopportare benissimo questa teorica riduzione di valore dei titoli di stato, che è comunque temporanea (mesi o anni, fa comunque differenza) perché mal che vada possono tenere quei titoli fino alla data di scadenza. Quando, cioè, “l’emittente” (lo Stato) dovrà rimborsare la cifra piena (generalmente 100 dollari, o euro, per ogni titolo) qualsiasi sia il “”prezzo di mercato” in quel momento.
Ma anche le banche possono trovarsi di fronte a esigenze di liquidità immediata, ed essere quindi costrette a vendere titoli di stato a un prezzo inferiore rispetto a quello pagato inizialmente. A quel punto devono “capitalizzare le perdite”, ossia trasformare in concreta perdita quello che era semplicemente un segno meno su una riga di bilancio.
È, in parte, quello che è accaduto alla Silicon Valley Bank. Che era, come dice il nome, l’istituto specializzato nella clientela hi-tech, che fino al 2021 l’aveva riempita di liquidità e depositi (impiegati poi dalla Svb per acquistare Treasury).
La pandemia e la progressiva frammentazione del mercato mondiale, l’inizio della guerra e delle “sanzioni” anti-russe (e anti-cinesi, specie nei settori tecnologici) hanno ridotto i profitti delle big della Silicon Valley, costrette a quel punto a licenziare dipendenti a migliaia.
Dipendenti che spesso, a loro volta, erano clienti della Svb... E quando uno viene licenziato – specie negli Usa, e specie se abituato ad un certo livello di benessere – deve dar fondo ai propri risparmi. Svuotando progressivamente il conto corrente...
Società tecnologiche ed ex dipendenti hanno fatto contemporaneamente le stesse mosse, mettendo Svb nella condizione di dover vendere parte dei proprio “portafoglio obbligazionario” e realizzare perciò sostanziose perdite: 1,8 miliardi di dollari.
Qui la catena della disgrazie che si mette in moto è nota e potenzialmente infinita. Se se si vende sottocosto qualcosa, va registrato a bilancio come perdita. Se il bilancio mostra perdite, più che profitti, il valore azionario della banca comincia a scendere.
Ci si aggiungono – come sempre – le “furbate” di qualche manager che sceglie di non affondare insieme alla sua nave, e quindi vende il suo pacchetto di azioni prima che svaluti troppo. Ma proprio questo fa scattare l’allarme degli “investitori professionali”, che cominciano a vendere a valanga le azioni Svb: -60% in un giorno.
A quel punto il Dipartimento per la protezione e l’innovazione finanziaria della California ha chiuso la banca e l’ha posta sotto il controllo della Federal Deposit Insurance Corporation, la Fdic.
La situazione è comune a quasi tutte le banche Usa, dicevamo. E quindi il “rischio contagio” esiste, eccome... Oggi come nel 2008 la voragine che si apre sotto i piedi dipende dalla abnorme “finanziarizzazione” del sistema, ovvero da un rapporto quasi inesistente – nell’Occidente neoliberista – tra produzione reale di ricchezza e “creazione di denaro”.
Janet Yellen, ex presidente della Federal Reserve e attuale ministro dell’economia, davanti alla commissione del Congresso, ha precisato di star «monitorando molto attentamente» la situazione, perché «quando le banche subiscono perdite finanziarie è motivo di preoccupazione».
Di certo le grandi società della Silicon Valley non avranno problemi a trovare “conforto” in banche altrettanto grandi (Godlman Sachs, JPMorgan, ecc.). Ma le società più piccole, e soprattutto le start up, faticheranno a raccogliere prestiti e finanziamenti per andare avanti o svilupparsi.
Anche perché le banche più piccole sono spesso state obbligate a promettere tassi di interesse più alti, o commissioni più vantaggiose, pur di accaparrarsi clienti. Ogni singola mossa, a questo punto, verrà scrutata da tutti i protagonisti del risiko bancario, un po’ come ne Il buono, il brutto e il cattivo.
Ma se qualcuno apre il fuoco, non si salva quasi nessuno...
Fonte
23/10/2020
“Il Petroliere” e il mito reazionario del self-made man
È difficile pensare che la California, così come la immaginiamo oggi, con i suoi templi dei colossi tecnologici, possa essere lo stesso Stato dipinto da Paul Thomas Anderson nel suo film del 2007 “Il petroliere”.
Ambientata nei primi anni del Novecento, la pellicola ritrae una terra desolata e pallida, con arbusti secchi a cui si alternano persone ormai mangiate dalla fatica di una vita spesa ad allevare bestiame per propria sussistenza. Questi però siedono su una miniera d’oro (nero).
Le loro vite e il loro modello di produzione monofamiliare (il ranch) sono destinate ad essere soppiantate da imponenti torri di legno e carrucole improvvisate, strumenti di un passato ormai preistorico di quello che è l’attuale processo estrattivista.
La smania di distruzione di mondi vecchi per far spazio a quello nuovo del capitale è esemplificata dal protagonista del film, Daniel Plainview, magistralmente interpretato da Daniel Day-Lewis, che partendo febbrilmente da solo alla scoperta di giacimenti di petrolio nel 1898, riesce – mettendo a repentaglio più volte la sua vita e fatalmente anche quella altrui – a costruire un proprio impero nel giro di una decina di anni.
Questa smania si va però a scontrare con una California economicamente arretrata e legata ad una visione ideologica quasi feudale. Da questo punto di vista, possiamo leggere la forte presenza di Eli Sunday (Paul Dano), giovane predicatore di una chiesa evangelica di Little Boston, nel sud dello Stato, che evoca costantemente spiriti e la presenza divina con un forte impatto visivo nei propri sermoni, segno di una religiosità ancora primitiva e superstiziosa nei confronti della natura.
È chiara la determinazione di Plainview di abbattere questa antica idea di comunità, che potrebbe ostacolare la propria visione individualista di “uomo di famiglia […] a cui piace parlare chiaro”, come ripete spesso cercando di abbindolare le masse che abitano quei territori dove lui vorrebbe estrarre.
A seguito, però, della morte di un operaio nel pozzo di Little Boston, Plainview deve necessariamente allearsi con Eli per accertarsi che la situazione resti calma tra le masse sfruttate del posto, vista la notevole influenza ideologica che la Chiesa ancora riveste tra esse.
Questo legame cercherà di essere sempre un rapporto di sottomissione tra i due, con Eli che riuscirà ad arricchirsi parassitariamente sulle spalle dello sfruttamento della propria terra da parte della compagnia petrolifera di Daniel (nell’analisi marxiana del capitale, è il classico rapporto tra rendita fondiaria e profitto).
Impossibile quindi non fare un paragone con l’attuale situazione politica americana, dove un pugno di milionari che siedono al Congresso o alla Casa Bianca devono comunque fare i conti con le grandi congregazioni battiste e l’AIPAC sionista, per continuare a giustificare il dominio della proprietà privata armata sul diritto di vita dei popoli oppressi all’interno e all’esterno del confine statunitense, nonché dominare su tutto quello strato di classe lavoratrice arretrata bianca.
Ma oltre alla religione organizzata, quel che il capitale – nel film – finisce per corrompere sono chiaramente i rapporti familiari. Innanzitutto, lo si evince dalla relazione tra Eli e suo padre, Abe, considerato dal primo incapace di gestire la situazione del ranch e di aver concesso a Plainview di distruggere il loro mondo, tanto da arrivare ad aggredirlo.
Ma il rapporto padre-figlio chiaramente più importante del film è quello fra Daniel ed H.W. Plainview.
Nel 1902, all’inizio del film, Daniel trova un bambino vicino al pozzo dove è morto il padre di quest’ultimo, e decide di crescerlo come suo figlio. Si passa alla scena successiva, dove Daniel, già arricchito, presenta H.W., che ha appena nove anni, addirittura come suo partner in affari.
Questa perversione del rapporto col figlio arriva al culmine nella scena dell’esplosione del pozzo di Little Boston, dove H.W. perde l’udito. A questo punto, Daniel, capendo di non poter più riuscire a comunicare col figlio, lo abbandona, per continuare a dedicare la propria vita esclusivamente alla frenesia di profitto.
Tornato poi sui suoi passi, H.W. viene riammesso nella comunità di Little Boston. Da qui, nonostante il suo apparente isolamento, causato dalla sua sordità, riesce a crearsi tramite la lingua dei segni legami talmente ampi e forti da potersi sposare e fondare la propria compagnia un decennio più tardi.
Daniel, al contrario, munito della parola, che usa sempre per manipolare le persone, arriva ad un’emarginazione pressoché totale dal prossimo. Capiamo le sue motivazioni in quella che forse è la scena più terribile e angosciante dell’intero film, ovvero quella in cui rivela da ubriaco di “vedere il peggio nelle persone”, di “avere una competizione in [se stesso]”, di “diventare abbastanza ricco da andare via [dalle persone]”.
Plainview è l’approdo ultimo delle robinsonate settecentesche, un uomo talmente accecato dalla propria avidità da finire per vivere sulla propria isola, come Robinson Crusoe, eroe letterario del primo pensiero liberale, rinnegando persino i suoi legami più intimi.
Lo si vede dalla totale mancanza di figure femminili nel film, a partire da una fantomatica moglie morta di parto per dare alla luce il figlio. La vergogna per l’abbandono di H. W. viene repressa per dare spazio ad una facciata di durezza quasi grottesca davanti ai suoi competitor, che tra l’altro gli suggeriscono di vendere per avere più tempo libero da passare col figlio.
Quest’alienazione viene accentuata ancora di più dall’attaccamento che Daniel prova nei confronti di particolari oggetti, a cominciare dall’alcool, con cui sfoga le sue frustrazioni per la mancanza di vere e propri relazioni affettive.
Notiamo poi alla fine del film la sua maestosa villa, oggetto tramite il quale concretamente si chiude al resto del mondo. Il tono solenne con cui essa viene presentata potrebbe richiamare il concetto reazionario di aristocrazia, così come presentato in Nietzsche, segno quindi di un ulteriore distacco, stavolta fisico, dalle masse che Daniel era riuscito a manovrare per tutta la durata della storia, nonché un definitivo simbolo di gerarchizzazione forzata nei loro confronti.
Infine, Anderson fa mostrare astutamente i sentimenti di disillusione del fratello di Plainview nei suoi confronti tramite un oggetto, un diario, rispetto alla persona in carne e ossa.
In conclusione, pur nella sua solitudine, Plainview non è il solo ad avere una visione del mondo come la sua. D’altronde, trattare le persone come oggetti non è una ridicola pratica di un individuo meschino, ma è la regola base da seguire in un paese i cui Padri Fondatori erano schiavisti e che mai interpretarono in senso progressista gli ideali della Rivoluzione Francese.
Tanti personaggi come Plainview, provenienti dai colossi multinazionali americani, si sono seduti tra le fila di governi americani negli ultimi quarant’anni, dettando la linea sulla politica economica e culturale del paese, quindi di fatto sulla vita di miliardi di persone.
Ora che l’America si appresta ad andare a nuove elezioni in un contesto di pandemia assolutamente eccezionale in tempi recenti, deve essere chiaro a tutti che l’attuale classe dominante del paese non ha alcuna intenzione di pacificare la situazione di conflitto sociale e, di fatto, di strage di massa portata avanti da un sistema sanitario funzionale alle logiche di profitto.
C’è bisogno di persone che si sporchino le mani per questo “ingrato compito” e che non abbiano nessun rimorso al riguardo.
Questa “cultura”, portata avanti in nome di una libertà anti-storica, quella della ricerca razionale del profitto, è ciò che ha permesso di raccontare storie incredibilmente realistiche come quella de “Il petroliere”. Sta a chi ora finalmente rifiuta il compromesso e si organizza metterla a tacere per sempre.
Fonte
16/09/2020
USA - Tra Covid e incendi, la California dell’hi-tech è in ginocchio
Come riportato da The Intercept, nella contea di Sonoma, nel Nord della California, nonostante gli incendi boschivi, ci sono numerose persone che continuano a lavorare nelle zone considerate da evacuare. Il contesto è quello della Wine Country, regione che occupa un ruolo strategico nella produzione globale di vino, di cui gli Stati Uniti sono ormai il quarto produttore al mondo con quasi tre milioni e mezzo di tonnellate l’anno.
Al tempo stesso, il caldo torrido e la devastazione ambientale hanno creato un problema endemico nello Stato. Gli incendi, infatti, sono stati talmente devastanti ultimamente da provocare nubi che hanno offuscato il Sole tanto da far diventare il cielo di San Francisco arancione, dando alla città un’impressione quasi spettrale, da film horror.
A quanto pare, nonostante la gravità della situazione, che fa entrare in contraddizione l’immagine di una California hi-tech all’avanguardia con quella di uno Stato che trascura completamente le proprie risorse naturali, è ancora possibile accedere alle aree in cui si stanno verificando questi tipi di disastri. CalFire, ovvero il Dipartimento della California per la protezione delle foreste, permette, ad esempio, di poter verificare le condizioni di un sistema irrigatorio o anche di raccogliere l’uva.
Quest’ultima concessione fu fatta grazie alle pressioni di gruppi di viticoltori quali il Farm Bureau and Sonoma Winegrowers, in contatto costante con polizia e assessori locali e senza entrare in contraddizione con la prima legge federale della storia degli Stati Uniti a tutela dei lavoratori in condizioni di caldo estremo, emessa dalla California già due anni fa.
Secondo questa, infatti, ben prima che si scatenasse il coronavirus, il lavoro da vendemmiatore prevedeva che si indossasse la mascherina N95 una volta che fosse stata registrata una quantità di aria tossica tale da superare l’indice AQI di 151, stabilito dai parametri dell’EPA (Agenzia per la Protezione Ambientale), in zone da evacuare.
Nonostante le pressioni di attivisti e organizzazioni sindacali ad abbassare il livello minimo per costringere le imprese a consegnare le mascherine ai propri dipendenti, il governo federale ha usato le parole d’ordine del capitale per giustificare la propria opposizione, parlando di “costi troppo elevati per le imprese”. Tuttora, i vendemmiatori hanno più probabilità di ricevere mascherine da organizzazioni no-profit che dai viticoltori.
A seguito poi del crollo dell’economia californiana a causa della pandemia da coronavirus, che ha fatto balzare la disoccupazione a 16,3% a fine giugno, molti disoccupati si sono riversati nei campi, sia perché la vendemmia è considerata un servizio essenziale, ma anche a causa della maggiore produttività avuta quest’anno rispetto al 2019.
Tutto ciò ha aumentato enormemente i casi di Covid nella contea, abitata da mezzo milione di persone, di cui il 25% sono immigrati, ma che rappresentano da soli la metà dei contagi. Tanti di questi operai si rifiutano di indossare mascherine di tipo N95 per via del caldo troppo soffocante, preferendo quelle di stoffa o addirittura non mettendole in generale, acutizzando così i problemi respiratori indotti dai fumi degli incendi.
Tutte queste contraddizioni finiscono per pesare brutalmente sulle spalle dei lavoratori addetti alla vendemmia. Questi, infatti, sono tutti immigrati irregolari, di origine indigena della parte meridionale del Messico, senza nessuna possibilità di accedere a sussidi economici e abitativi. “Lavoriamo quando piove, lavoriamo quando c’è il fuoco, lavoriamo in ogni condizione. Non ci sono risorse su cui possiamo contare quindi non ci resta che lavorare”, afferma Gervacio Peña Lopez, operaio mixteco del gruppo di lavoratori Movimiento Cultural de la Union Indigena.
La politica finisce per essere totalmente incapace di portare dalla propria questi lavoratori semi-schiavizzati. Essi sono abituati a rifiutare anche i sostegni necessari minimi, come i sussidi scolastici per i propri figli, per paura di essere rintracciati e deportati. Al contrario, il Movimento Cultural de la Union Indigena ha cominciato a mettere su accampamenti per mettere al sicuro la propria comunità in caso di incendi, mostrando la propria sfiducia nei confronti dei propri datori di lavoro, i quali, dopo aver promesso un rifugio sicuro durante l’ultimo disastro dell’anno scorso, li rimandarono a lavorare una settimana dopo che l’incendio era scoppiato e non era ancora stato completamente domato.
Ha creato inoltre una rete di traduttori da diverse lingue indigene messicane, non essendo lo spagnolo la lingua madre degli operai, e un fondo per permettere agli immigrati indigeni di mantenere viva la propria cultura, sostenendo, ad esempio, la medicina tradizionale. “Vi abbiamo dato frutta e verdura a buon prezzo”, afferma Peña Lopez, “ma nel momento in cui abbiamo bisogno di risorse per sopravvivere a questo momento di crisi, nessuno ci supporta. Siamo semplicemente stati esclusi per troppo tempo. Per questo, come comunità Indigena stiamo lottando per il nostro popolo”.
Come qui in Italia ci dimostrano le lotte dei braccianti e degli operai dell’ILVA, il ricatto salute-lavoro va ad intersecarsi con la questione razziale/coloniale, ponendo così le basi per un nuovo movimento operaio e popolare.
Da questo punto di vista, è quindi fondamentale analizzare ciò che avviene negli Stati Uniti, del cui contesto di probabile guerra civile, con un susseguirsi di violenze nei confronti degli afro-americani, dei popoli nativi americani e latino-americani, bisogna studiare le forme di organizzazione che si danno i ceti subalterni, sia per affrontare la neo-schiavizzazione imposta dal tardo capitalismo in fase di crisi, sia per combattere lo sradicamento delle proprie culture e della propria terra, vessate già da secoli di colonialismo ed ora sottoposte a dura prova dalla devastazione ambientale imposta dal grande capitale.
Fonte
Al tempo stesso, il caldo torrido e la devastazione ambientale hanno creato un problema endemico nello Stato. Gli incendi, infatti, sono stati talmente devastanti ultimamente da provocare nubi che hanno offuscato il Sole tanto da far diventare il cielo di San Francisco arancione, dando alla città un’impressione quasi spettrale, da film horror.
A quanto pare, nonostante la gravità della situazione, che fa entrare in contraddizione l’immagine di una California hi-tech all’avanguardia con quella di uno Stato che trascura completamente le proprie risorse naturali, è ancora possibile accedere alle aree in cui si stanno verificando questi tipi di disastri. CalFire, ovvero il Dipartimento della California per la protezione delle foreste, permette, ad esempio, di poter verificare le condizioni di un sistema irrigatorio o anche di raccogliere l’uva.
Quest’ultima concessione fu fatta grazie alle pressioni di gruppi di viticoltori quali il Farm Bureau and Sonoma Winegrowers, in contatto costante con polizia e assessori locali e senza entrare in contraddizione con la prima legge federale della storia degli Stati Uniti a tutela dei lavoratori in condizioni di caldo estremo, emessa dalla California già due anni fa.
Secondo questa, infatti, ben prima che si scatenasse il coronavirus, il lavoro da vendemmiatore prevedeva che si indossasse la mascherina N95 una volta che fosse stata registrata una quantità di aria tossica tale da superare l’indice AQI di 151, stabilito dai parametri dell’EPA (Agenzia per la Protezione Ambientale), in zone da evacuare.
Nonostante le pressioni di attivisti e organizzazioni sindacali ad abbassare il livello minimo per costringere le imprese a consegnare le mascherine ai propri dipendenti, il governo federale ha usato le parole d’ordine del capitale per giustificare la propria opposizione, parlando di “costi troppo elevati per le imprese”. Tuttora, i vendemmiatori hanno più probabilità di ricevere mascherine da organizzazioni no-profit che dai viticoltori.
A seguito poi del crollo dell’economia californiana a causa della pandemia da coronavirus, che ha fatto balzare la disoccupazione a 16,3% a fine giugno, molti disoccupati si sono riversati nei campi, sia perché la vendemmia è considerata un servizio essenziale, ma anche a causa della maggiore produttività avuta quest’anno rispetto al 2019.
Tutto ciò ha aumentato enormemente i casi di Covid nella contea, abitata da mezzo milione di persone, di cui il 25% sono immigrati, ma che rappresentano da soli la metà dei contagi. Tanti di questi operai si rifiutano di indossare mascherine di tipo N95 per via del caldo troppo soffocante, preferendo quelle di stoffa o addirittura non mettendole in generale, acutizzando così i problemi respiratori indotti dai fumi degli incendi.
Tutte queste contraddizioni finiscono per pesare brutalmente sulle spalle dei lavoratori addetti alla vendemmia. Questi, infatti, sono tutti immigrati irregolari, di origine indigena della parte meridionale del Messico, senza nessuna possibilità di accedere a sussidi economici e abitativi. “Lavoriamo quando piove, lavoriamo quando c’è il fuoco, lavoriamo in ogni condizione. Non ci sono risorse su cui possiamo contare quindi non ci resta che lavorare”, afferma Gervacio Peña Lopez, operaio mixteco del gruppo di lavoratori Movimiento Cultural de la Union Indigena.
La politica finisce per essere totalmente incapace di portare dalla propria questi lavoratori semi-schiavizzati. Essi sono abituati a rifiutare anche i sostegni necessari minimi, come i sussidi scolastici per i propri figli, per paura di essere rintracciati e deportati. Al contrario, il Movimento Cultural de la Union Indigena ha cominciato a mettere su accampamenti per mettere al sicuro la propria comunità in caso di incendi, mostrando la propria sfiducia nei confronti dei propri datori di lavoro, i quali, dopo aver promesso un rifugio sicuro durante l’ultimo disastro dell’anno scorso, li rimandarono a lavorare una settimana dopo che l’incendio era scoppiato e non era ancora stato completamente domato.
Ha creato inoltre una rete di traduttori da diverse lingue indigene messicane, non essendo lo spagnolo la lingua madre degli operai, e un fondo per permettere agli immigrati indigeni di mantenere viva la propria cultura, sostenendo, ad esempio, la medicina tradizionale. “Vi abbiamo dato frutta e verdura a buon prezzo”, afferma Peña Lopez, “ma nel momento in cui abbiamo bisogno di risorse per sopravvivere a questo momento di crisi, nessuno ci supporta. Siamo semplicemente stati esclusi per troppo tempo. Per questo, come comunità Indigena stiamo lottando per il nostro popolo”.
Come qui in Italia ci dimostrano le lotte dei braccianti e degli operai dell’ILVA, il ricatto salute-lavoro va ad intersecarsi con la questione razziale/coloniale, ponendo così le basi per un nuovo movimento operaio e popolare.
Da questo punto di vista, è quindi fondamentale analizzare ciò che avviene negli Stati Uniti, del cui contesto di probabile guerra civile, con un susseguirsi di violenze nei confronti degli afro-americani, dei popoli nativi americani e latino-americani, bisogna studiare le forme di organizzazione che si danno i ceti subalterni, sia per affrontare la neo-schiavizzazione imposta dal tardo capitalismo in fase di crisi, sia per combattere lo sradicamento delle proprie culture e della propria terra, vessate già da secoli di colonialismo ed ora sottoposte a dura prova dalla devastazione ambientale imposta dal grande capitale.
Fonte
22/03/2020
USA - California e New York chiedono aiuti sanitari. Alla Cina...
Nonostante l’escalation di insulti e ostilità xenofobe nei confronti di Pechino da parte degli USA, in particolare dal presidente Trump che in maniera ostinata definisce ripetutamente il nuovo coronavirus “virus cinese”, Stati come la California e New York, che hanno avuto una cooperazione internazionale subnazionale a lungo termine con la Cina, stanno cercando di ottenere sostegno dal paese asiatico.
Ci sono medici locali ansiosi di saperne di più sulle esperienze cliniche della Cina nel trattamento di pazienti critici e nell’implementazione di efficaci misure di quarantena.
Secondo il quotidiano Global Times è tempo che la Cina prenda in considerazione le richieste di aiuto da parte di questi Stati subnazionali, come la California e New York, nella lotta contro il micidiale coronavirus. Una decisione che sarebbe basata sullo spirito umanitario che contraddistingue l’azione di Pechino.
New York e la California ospitano la maggior parte delle comunità asiatico-americane negli Stati Uniti, che hanno anche mantenuto solidi legami subnazionali con province e città cinesi anche durante la lunga guerra commerciale. Alcune società californiane hanno partecipato attivamente all’esposizione annuale delle importazioni in Cina, nonostante i venti contrari nei legami bilaterali tra i due paesi.
C’è bisogno anche di importare apparecchiature mediche dalla Cina, poiché a seguito della pandemia la Cina è emersa come uno dei principali donatori di forniture a paesi e regioni colpiti dal virus in tutto il mondo.
Un esperto medico con sede in California, che ha preferito restare anonimo, ha detto venerdì al Global Times che alcuni medici locali sono ansiosi di sapere se la Cina ha in programma di donare forniture mediche agli ospedali locali, come ha fatto in Italia. Negli States il personale medico è esposto alla malattia mortale, oltre a forniture inadeguate di maschere protettive, ventilatori e letti di terapia intensiva.
Un numero crescente di persone negli Stati Uniti chiede inoltre ai governi locali di cercare la cooperazione con la Cina per combattere efficacemente il virus, poiché il governo federale degli Stati Uniti non ha prestato aiuto.
“Se il governo federale e il loro pagliaccio di presidente non aiuteranno Stati come la California, dovremmo rivolgerci alla Cina per chiedere aiuto“, ha twittato un utente.
New York, una delle aree più colpite dal virus negli Stati Uniti, dove il numero di infezioni è salito a oltre 7.800, e in cui è stato dichiarato lo stato di calamità. II New York Post ha affermato venerdì in un articolo, che il coronavirus uccide i cittadini “al ritmo di più di uno all’ora“.
Di fronte a questa crisi senza precedenti, anche il sistema medico della città si sta avvicinando a un punto di crisi a causa della grave carenza di macchine per la ventilazione salvavita e un numero sempre maggiore di operatori sanitari che restano infetti perché non vi sono forniture adeguate per i medici.
Quando il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha continuato a minimizzare l’impatto del coronavirus, spostando la colpa sulla Cina, secondo alcuni osservatori mirava a nascondere l'inadeguata preparazione a questa crisi. Così alcuni medici a New York, in California e Maryland hanno iniziato a chiedere aiuto alla Cina, in particolare ai medici cinesi che hanno avuto esperienze di lotta in prima linea in questa battaglia.
La carenza di forniture e attrezzature mediche, i crescenti rischi per l’infezione del personale medico e il travolgimento degli ospedali facevano parte degli scenari nelle prime fasi dell’epidemia a Wuhan, nella provincia di Hubei nella Cina centrale, dove la polmonite da coronavirus (COVID-19) fu segnalata a gennaio nel paese asiatico.
Il Governatore di New York Andrew Cuomo ha recentemente affermato che “abbiamo letteralmente persone in Cina che acquistano ventilatori visto che si tratta di uno dei maggiori produttori”, mentre Trump ha detto ai governatori che avrebbero dovuto acquistare forniture mediche per i loro Stati e che il governo federale non è uno “spedizioniere”.
Contrariamente alla risposta passiva alla pandemia della Casa Bianca, stati come New York, California e Illinois hanno aumentato le restrizioni, riflettendo un modo più aggressivo di frenare la diffusione del virus.
“Il virus è un comune nemico per l’umanità, è ragionevole sottoporsi a una cooperazione internazionale“, ha detto sabato al Global Times Diao Daming, professore associato presso la Renmin University of China a Pechino.
Alcuni ospedali cinesi hanno iniziato a offrire esperienze cliniche e terapeutiche ad alcuni dottori ed esperti medici statunitensi. Ad esempio, il primo ospedale della provincia di Zhejiang ha tenuto una chiamata in videoconferenza con alcuni esperti dell’Università di Yale.
Esperti cinesi hanno risposto a domande tra cui “quali sono le esperienze principali nel trattare il virus?” “quali sono le esperienze nel trattamento di pazienti che sono gravemente malati?” “quali sono gli standard per il trattamento in terapia intensiva?” “come proteggere i medici dalle infezioni?” e così via, secondo i media.
Tuttavia, il governo federale degli Stati Uniti continua ad attaccare la Cina ignorando i fondamenti della scienza definendo COVID-19 come “virus cinese”, scatenando indignazione non solo tra cinesi, ma anche statunitensi asiatici negli Stati Uniti. Tale tattica offensiva ha ridotto le possibilità per Pechino e Washington di lavorare insieme a livello nazionale, in particolare alcuni “attacchi razzisti e guidati dalla xenofobia” sulla Cina sono diventati inaccettabili, secondo tutti i principali osservatori.
Dopo che Trump ha costantemente chiamato COVID-19 “virus cinese”, anche il segretario di Stato Mike Pompeo lo ha definito in questo modo venerdì, criticando il fatto che il governo cinese ha cercato di nascondere informazioni invece di agire effettivamente per sopprimere il virus. Le assurde parole di Pompeo sono state smentite venerdì dal portavoce del ministero degli Esteri cinese Geng Shuang.
“La parte nordamericana dovrebbe abbandonare il ‘virus politico’ originato dal suo pregiudizio ideologico“, ha affermato Geng.
Il portavoce del ministero degli Esteri cinese Zhao Lijian ha recentemente twittato “La Cina ha combattuto duramente e ha guadagnato 2 mesi per il mondo. Purtroppo il governo degli Stati Uniti ha sperperato un tempo così prezioso, quindi non ha risparmiato sforzi per stigmatizzare la Cina”.
Fonte
Ci sono medici locali ansiosi di saperne di più sulle esperienze cliniche della Cina nel trattamento di pazienti critici e nell’implementazione di efficaci misure di quarantena.
Secondo il quotidiano Global Times è tempo che la Cina prenda in considerazione le richieste di aiuto da parte di questi Stati subnazionali, come la California e New York, nella lotta contro il micidiale coronavirus. Una decisione che sarebbe basata sullo spirito umanitario che contraddistingue l’azione di Pechino.
New York e la California ospitano la maggior parte delle comunità asiatico-americane negli Stati Uniti, che hanno anche mantenuto solidi legami subnazionali con province e città cinesi anche durante la lunga guerra commerciale. Alcune società californiane hanno partecipato attivamente all’esposizione annuale delle importazioni in Cina, nonostante i venti contrari nei legami bilaterali tra i due paesi.
C’è bisogno anche di importare apparecchiature mediche dalla Cina, poiché a seguito della pandemia la Cina è emersa come uno dei principali donatori di forniture a paesi e regioni colpiti dal virus in tutto il mondo.
Un esperto medico con sede in California, che ha preferito restare anonimo, ha detto venerdì al Global Times che alcuni medici locali sono ansiosi di sapere se la Cina ha in programma di donare forniture mediche agli ospedali locali, come ha fatto in Italia. Negli States il personale medico è esposto alla malattia mortale, oltre a forniture inadeguate di maschere protettive, ventilatori e letti di terapia intensiva.
Un numero crescente di persone negli Stati Uniti chiede inoltre ai governi locali di cercare la cooperazione con la Cina per combattere efficacemente il virus, poiché il governo federale degli Stati Uniti non ha prestato aiuto.
“Se il governo federale e il loro pagliaccio di presidente non aiuteranno Stati come la California, dovremmo rivolgerci alla Cina per chiedere aiuto“, ha twittato un utente.
New York, una delle aree più colpite dal virus negli Stati Uniti, dove il numero di infezioni è salito a oltre 7.800, e in cui è stato dichiarato lo stato di calamità. II New York Post ha affermato venerdì in un articolo, che il coronavirus uccide i cittadini “al ritmo di più di uno all’ora“.
Di fronte a questa crisi senza precedenti, anche il sistema medico della città si sta avvicinando a un punto di crisi a causa della grave carenza di macchine per la ventilazione salvavita e un numero sempre maggiore di operatori sanitari che restano infetti perché non vi sono forniture adeguate per i medici.
Quando il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha continuato a minimizzare l’impatto del coronavirus, spostando la colpa sulla Cina, secondo alcuni osservatori mirava a nascondere l'inadeguata preparazione a questa crisi. Così alcuni medici a New York, in California e Maryland hanno iniziato a chiedere aiuto alla Cina, in particolare ai medici cinesi che hanno avuto esperienze di lotta in prima linea in questa battaglia.
La carenza di forniture e attrezzature mediche, i crescenti rischi per l’infezione del personale medico e il travolgimento degli ospedali facevano parte degli scenari nelle prime fasi dell’epidemia a Wuhan, nella provincia di Hubei nella Cina centrale, dove la polmonite da coronavirus (COVID-19) fu segnalata a gennaio nel paese asiatico.
Il Governatore di New York Andrew Cuomo ha recentemente affermato che “abbiamo letteralmente persone in Cina che acquistano ventilatori visto che si tratta di uno dei maggiori produttori”, mentre Trump ha detto ai governatori che avrebbero dovuto acquistare forniture mediche per i loro Stati e che il governo federale non è uno “spedizioniere”.
Contrariamente alla risposta passiva alla pandemia della Casa Bianca, stati come New York, California e Illinois hanno aumentato le restrizioni, riflettendo un modo più aggressivo di frenare la diffusione del virus.
“Il virus è un comune nemico per l’umanità, è ragionevole sottoporsi a una cooperazione internazionale“, ha detto sabato al Global Times Diao Daming, professore associato presso la Renmin University of China a Pechino.
Alcuni ospedali cinesi hanno iniziato a offrire esperienze cliniche e terapeutiche ad alcuni dottori ed esperti medici statunitensi. Ad esempio, il primo ospedale della provincia di Zhejiang ha tenuto una chiamata in videoconferenza con alcuni esperti dell’Università di Yale.
Esperti cinesi hanno risposto a domande tra cui “quali sono le esperienze principali nel trattare il virus?” “quali sono le esperienze nel trattamento di pazienti che sono gravemente malati?” “quali sono gli standard per il trattamento in terapia intensiva?” “come proteggere i medici dalle infezioni?” e così via, secondo i media.
Tuttavia, il governo federale degli Stati Uniti continua ad attaccare la Cina ignorando i fondamenti della scienza definendo COVID-19 come “virus cinese”, scatenando indignazione non solo tra cinesi, ma anche statunitensi asiatici negli Stati Uniti. Tale tattica offensiva ha ridotto le possibilità per Pechino e Washington di lavorare insieme a livello nazionale, in particolare alcuni “attacchi razzisti e guidati dalla xenofobia” sulla Cina sono diventati inaccettabili, secondo tutti i principali osservatori.
Dopo che Trump ha costantemente chiamato COVID-19 “virus cinese”, anche il segretario di Stato Mike Pompeo lo ha definito in questo modo venerdì, criticando il fatto che il governo cinese ha cercato di nascondere informazioni invece di agire effettivamente per sopprimere il virus. Le assurde parole di Pompeo sono state smentite venerdì dal portavoce del ministero degli Esteri cinese Geng Shuang.
“La parte nordamericana dovrebbe abbandonare il ‘virus politico’ originato dal suo pregiudizio ideologico“, ha affermato Geng.
Il portavoce del ministero degli Esteri cinese Zhao Lijian ha recentemente twittato “La Cina ha combattuto duramente e ha guadagnato 2 mesi per il mondo. Purtroppo il governo degli Stati Uniti ha sperperato un tempo così prezioso, quindi non ha risparmiato sforzi per stigmatizzare la Cina”.
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30/01/2020
Terra desolata
di Sandro Moiso
Alessia Turri, Wasteland. Viaggio nella California dimenticata tra città fantasma e deserti addormentati, con 62 fotografie dell’autrice, 10 di Elia Sequani e 9 di John Hwang, CIERRE edizioni, Verona 2017, pp. 149, euro 12,50
Immagini forti e coinvolgenti, sia che si tratti di fotografie o di storie raccolte sul campo oppure ancora rivissute con la forza dell’immaginazione, ispirate più alle cronache di Joan Didion o al realismo visionario di Cormac McCarthy e alle catastrofi, sia della ragione che naturali, di James Ballard che all’epica di John Ford o ai sogni “on the road” di Jack Kerouac. Storie e immagini che per forza di cose finiscono col rendere un ritratto dell’anima profonda di un’America del Nord troppo spesso idealizzata, tanto per essere ammirata quanto per essere odiata, come uniformemente ricca e agiata, ma che invece spesso nasconde contraddizioni sociali violente e forme di povertà ed emarginazione estrema.
Forme di disagio che si trasmettono anche attraverso le sue strade, i suoi luoghi di villeggiatura passati di moda e abbandonati, i laghi inquinati e una Natura che ha subito ripetutamente gli assalti dell’Uomo così come le popolazioni originarie, che con essa vivevano a stretto contatto, hanno subito prima l’invasione e i soprusi degli Spagnoli e poi degli Anglosassoni e di tutti gli altri giunti al loro seguito.
Lo fa a partire proprio dalla California, il Golden State con un PIL pari a 2.602.672 milioni di dollari nel 2016 (pari a un decimo del Pil complessivo degli Stati Uniti e superiore a quello italiano e quasi pari a quelli di Francia e Regno Unito), che vede i villaggi di tende degli homeless occupare le strade di Los Angeles e il Sunset Boulevard perché non è tutto oro quel che luccica.
Alessia ci racconta, così come ha fatto anche nel successivo Everland (qui), la storia e la realtà profonda di un paese destinato a segnare ancora per lungo tempo l’immaginario del mondo occidentale, non solo per scelta politica e culturale delle élite dirigenti ma, ancor di più, perché ne indica, da più di un secolo, in anticipo il destino.
Tutto questo e altro ancora ci racconta l’autrice, con le parole e le fotografie e, in entrambi i casi, lo fa molto bene.
1) A. Turri, Wasteland, pp. 32-33
Fonte
Alessia Turri, Wasteland. Viaggio nella California dimenticata tra città fantasma e deserti addormentati, con 62 fotografie dell’autrice, 10 di Elia Sequani e 9 di John Hwang, CIERRE edizioni, Verona 2017, pp. 149, euro 12,50
Che radici premono, quali rami cresconoSicuramente Alessia Turri deve amare profondamente gli Stati Uniti e le infinite storie che si possono trarre dal loro paesaggio e dalle loro piccole e disperse comunità delle quali da anni è instancabile ricercatrice e fotografa. Ma è proprio questo amore, poiché è bene ripeterlo non si tratta di un invaghimento giovanile o superficiale, a spingerla a scavare nella Storia e nelle storie di quell’immenso paese per trarne non le abituali visioni monumentali (dai grattacieli ai canyon fino alle forme bizzarre delle rocce rosse e altissime della Monument Valley), cui ci hanno abituati il cinema di Hollywood nel passato e i depliant pubblicitari ancora oggi, ma altre immagini ugualmente folgoranti.
Da questi resti in pietra? Figlio dell’uomo,
Tu, non puoi dire o pensare, perché tu sai solo
Di un mucchio d’immagini rotte, dove batte il sole,
Dove l’albero morto non ripara, il grillo non
conforta,
E la pietra riarsa non dà suono d’acqua. Solo
Con questi resti ho alzato argini
Alle mie rovine. (La terra desolata – Thomas Stearns Eliot)
Immagini forti e coinvolgenti, sia che si tratti di fotografie o di storie raccolte sul campo oppure ancora rivissute con la forza dell’immaginazione, ispirate più alle cronache di Joan Didion o al realismo visionario di Cormac McCarthy e alle catastrofi, sia della ragione che naturali, di James Ballard che all’epica di John Ford o ai sogni “on the road” di Jack Kerouac. Storie e immagini che per forza di cose finiscono col rendere un ritratto dell’anima profonda di un’America del Nord troppo spesso idealizzata, tanto per essere ammirata quanto per essere odiata, come uniformemente ricca e agiata, ma che invece spesso nasconde contraddizioni sociali violente e forme di povertà ed emarginazione estrema.
Forme di disagio che si trasmettono anche attraverso le sue strade, i suoi luoghi di villeggiatura passati di moda e abbandonati, i laghi inquinati e una Natura che ha subito ripetutamente gli assalti dell’Uomo così come le popolazioni originarie, che con essa vivevano a stretto contatto, hanno subito prima l’invasione e i soprusi degli Spagnoli e poi degli Anglosassoni e di tutti gli altri giunti al loro seguito.
Lo fa a partire proprio dalla California, il Golden State con un PIL pari a 2.602.672 milioni di dollari nel 2016 (pari a un decimo del Pil complessivo degli Stati Uniti e superiore a quello italiano e quasi pari a quelli di Francia e Regno Unito), che vede i villaggi di tende degli homeless occupare le strade di Los Angeles e il Sunset Boulevard perché non è tutto oro quel che luccica.
Alessia ci racconta, così come ha fatto anche nel successivo Everland (qui), la storia e la realtà profonda di un paese destinato a segnare ancora per lungo tempo l’immaginario del mondo occidentale, non solo per scelta politica e culturale delle élite dirigenti ma, ancor di più, perché ne indica, da più di un secolo, in anticipo il destino.
Tutto questo e altro ancora ci racconta l’autrice, con le parole e le fotografie e, in entrambi i casi, lo fa molto bene.
È da vent’anni che le tilapie muoiono a migliaia sulle spiagge del lago Salton. Il 4 agosto del 1999 si registrò un lugubre record di 7,6 milioni di pesci morti. La temperatura altalenante dell’acqua si è rivelata fatale per i pesci tropicali, inseriti nel lago per la loro incredibile capacità di adattamento all’acqua salata. Anche le infiltrazioni di veleni agricoli nelle falde acquifere potrebbero aver causato qualche problema. Il Salton, infatti, è come un enorme livido sul viso di un deserto agricolo. Arida chiazza di morte, avvolta da una cornice di frutteti e foreste di palme. Piantagioni d’arance, limoni e pompelmi si alternano a campi di tenera lattuga, granturco profumato e alberi d’ulivo. Dalle fronde appuntite dei palmeti, grappoli di datteri maturi attraggono le api e le foglie dei pomodori verdi rinfrescano l’aria. Spruzzi d’acqua dissetano le piante, prendendosi cura di quell’oasi agricola in pieno deserto. Un progetto riuscito. Una bonifica straordinaria. Florido angolo d’orgoglio californiano.Note:
Alle sue spalle, però, fluttuano le ceneri del fratello fallito. Quell’enorme lago salato, progettato per diventare paradiso, destinato a diventare inferno. Discarica di sogni a cielo aperto, zombie invidioso, osserva di traverso il rigoglio agricolo che gli fiorisce accanto accogliendo a bocca aperta i suoi rifiuti. Pesticidi, inquinamento, veleni. Come una spugna, il lago beve tutto per poi risputarlo sotto forma di pesci, alghe e uccelli morti.
Le sue rive sono coperte di carcasse, scheletri e rifiuti di modernariato. I suoi villaggi sono comunità devastate, corrose, dimenticate. I suoi abitanti sono pochi, accaniti sognatori che non si arrendono allo scorrere del tempo. Non temono la solitudine e nemmeno le bufere di polveri tossiche. Affrontano il caldo, le zanzare e la morte. Protestano alzando la voce, avvolti da nubi di sabbia salata.[…] Oasi di dinosauri, indiani, invasori, minatori, turisti e tilapie. Il lago più grande della California, il più inquinato, il più enigmatico. Enorme livido sul viso di un deserto agricolo.1
1) A. Turri, Wasteland, pp. 32-33
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29/08/2019
Radiofrequenze oltre il limite. Negli Usa intentata causa contro Apple e Samsung
Negli Stati Uniti un gruppo di persone ha intentato un’azione legale contro Apple e Samsung in California, sostenendo che i telefoni cellulari di queste società violano i massimi standard di radiofrequenze e mettono a rischio la salute.
Secondo la denuncia, i telefoni cellulari di queste società espongono gli utenti alle emissioni in radiofrequenza “in alcuni casi del 500 percento” al di sopra dei limiti imposti dalla Federal Communications Commission (FCC).
Citando “numerose pubblicazioni scientifiche recenti”, i richiedenti sottolineano come queste emissioni causino “un aumentato rischio di cancro” e altri effetti avversi, tra cui danni genetici, alterazioni del sistema riproduttivo e disturbi neurologici.
Nessuno dei querelanti afferma di aver sofferto di alcuna malattia o conseguenza medica derivante dall’uso di questi telefoni, ma cerca invece un risarcimento da quelle società per crimini presumibilmente incorsi come negligenza, violazione della garanzia, frode del consumatore e arricchimento ingiusto.
La violazione citata nella causa giudiziaria deriva da una recente indagine di laboratorio commissionata dal Chicago Tribune, in cui è stato misurato un indicatore di radiazione chiamato “tasso di assorbimento specifico” e misurato in watt per chilogrammo (w / kg) su dispositivi appena acquistati di modelli come iPhone 8, iPhone X e Galaxy S8.
La Federal Communications Commission nota che nessun telefono venduto negli Stati Uniti può superare 1,6 w/kg, ma la sua regolazione consente di misurare questa velocità fino a 25 millimetri dal dispositivo. La nuova indagine ha incluso misurazioni a 10 millimetri, 5 millimetri e 2 millimetri, distanza che potrebbe essere tra la gamba di un utente e il telefono in tasca.
Tutti i modelli Samsung e Apple esaminati a 2 millimetri presentavano misurazioni superiori al limite consentito, tra cui diversi iPhone 7 testati che non erano conformi a 5 millimetri, la distanza alla quale quest’ultima azienda verifica le radiazioni dei suoi prodotti.
Commentando questi risultati, Apple ha affermato di utilizzare un metodo di misurazione diverso da quello utilizzato nell’inchiesta, e sia Apple che altre società sottolineano che finora nessuna organizzazione della sanità pubblica è stata in grado di collegare l’uso del telefono cellulare con il cancro o altri disturbi gravi. La FCC, tuttavia, ha dichiarato che effettuerà la propria verifica di questi telefoni nei prossimi due mesi.
Alcuni definiscono inadeguate le linee guida di 1,6 w/kg, stabilite nel 1997 quando i telefoni cellulari erano molto meno potenti di quelli attuali. Studi recenti suggeriscono che una radiazione 2.000 volte più bassa può indebolire il DNA dei ratti di laboratorio e ridurre il loro numero di spermatozoi, mentre dosi fino a quattro volte inferiori sono state collegate a una maggiore probabilità di tumori maligni nei ratti.
I ricercatori sottolineano inoltre che i bambini possono assorbire fino al 150% in più di radiazioni rispetto agli adulti, una preoccupazione che si aggiunge ai potenziali problemi che potrebbero presentare nuove e più potenti tecnologie di telecomunicazione, come il 5G.
Fonte
Secondo la denuncia, i telefoni cellulari di queste società espongono gli utenti alle emissioni in radiofrequenza “in alcuni casi del 500 percento” al di sopra dei limiti imposti dalla Federal Communications Commission (FCC).
Citando “numerose pubblicazioni scientifiche recenti”, i richiedenti sottolineano come queste emissioni causino “un aumentato rischio di cancro” e altri effetti avversi, tra cui danni genetici, alterazioni del sistema riproduttivo e disturbi neurologici.
Nessuno dei querelanti afferma di aver sofferto di alcuna malattia o conseguenza medica derivante dall’uso di questi telefoni, ma cerca invece un risarcimento da quelle società per crimini presumibilmente incorsi come negligenza, violazione della garanzia, frode del consumatore e arricchimento ingiusto.
La violazione citata nella causa giudiziaria deriva da una recente indagine di laboratorio commissionata dal Chicago Tribune, in cui è stato misurato un indicatore di radiazione chiamato “tasso di assorbimento specifico” e misurato in watt per chilogrammo (w / kg) su dispositivi appena acquistati di modelli come iPhone 8, iPhone X e Galaxy S8.
La Federal Communications Commission nota che nessun telefono venduto negli Stati Uniti può superare 1,6 w/kg, ma la sua regolazione consente di misurare questa velocità fino a 25 millimetri dal dispositivo. La nuova indagine ha incluso misurazioni a 10 millimetri, 5 millimetri e 2 millimetri, distanza che potrebbe essere tra la gamba di un utente e il telefono in tasca.
Tutti i modelli Samsung e Apple esaminati a 2 millimetri presentavano misurazioni superiori al limite consentito, tra cui diversi iPhone 7 testati che non erano conformi a 5 millimetri, la distanza alla quale quest’ultima azienda verifica le radiazioni dei suoi prodotti.
Commentando questi risultati, Apple ha affermato di utilizzare un metodo di misurazione diverso da quello utilizzato nell’inchiesta, e sia Apple che altre società sottolineano che finora nessuna organizzazione della sanità pubblica è stata in grado di collegare l’uso del telefono cellulare con il cancro o altri disturbi gravi. La FCC, tuttavia, ha dichiarato che effettuerà la propria verifica di questi telefoni nei prossimi due mesi.
Alcuni definiscono inadeguate le linee guida di 1,6 w/kg, stabilite nel 1997 quando i telefoni cellulari erano molto meno potenti di quelli attuali. Studi recenti suggeriscono che una radiazione 2.000 volte più bassa può indebolire il DNA dei ratti di laboratorio e ridurre il loro numero di spermatozoi, mentre dosi fino a quattro volte inferiori sono state collegate a una maggiore probabilità di tumori maligni nei ratti.
I ricercatori sottolineano inoltre che i bambini possono assorbire fino al 150% in più di radiazioni rispetto agli adulti, una preoccupazione che si aggiunge ai potenziali problemi che potrebbero presentare nuove e più potenti tecnologie di telecomunicazione, come il 5G.
Fonte
28/06/2016
California - Battaglia antifascista a Sacramento, nove feriti
“Io li odio i nazisti dell’Illinois” dice uno dei mitici Blues Brother cercando di investirli. Ma a Sacramento, in California, i nazisti erano quelli locali supportati da bande provenienti da altri stati. Gli antifascisti si sono mobilitati insieme alle comunità di latinos per bloccare la marcia nazista. Il risultato sono stati sette accoltellati, nove ricoverati in ospedale, molti altri feriti che hanno evitato di recarsi al pronto soccorso. Questo il bilancio degli scontri di ieri pomeriggio davanti al Campidoglio di Sacramento, sede del Parlamento della California.
Protagonisti del confronto nazionalisti bianchi e militanti antifascisti. A rafforzare i due schieramenti gli Skinhead del Golden State da una parte e le associazioni di immigrati messicani dall’altra. Il rally, promosso dal Partito tradizionalista dei lavoratori, sostenitore del suprematismo bianco, è stato autorizzato per protestare contro gli incidenti avvenuti durante il comizio in California di Donald Trump. I nazisti hanno dovuto però fare i conti con centinaia di controdimostranti, convocati da Sacramento antifa. Questi hanno accolto i partecipanti al raduno, che arrivavano alla spicciolata, con lancio di bottigliette e insulti. Gli scontri sono cominciati immediatamente con una carica dei nazionalisti bianchi e si sono prolungati per una ventina di minuti.
Il Campidoglio di Sacramento è un luogo simbolo per i movimenti di liberazione delle minoranze negli Stati Uniti. Nel 1967 fu infatti teatro della prima clamorosa uscita pubblica delle Pantere nere, che invasero armati la sede del Parlamento, per contestare una legge statale volta a impedire le attività di ronda del movimento contro le brutalità poliziesche nei ghetti.
Fonte
Protagonisti del confronto nazionalisti bianchi e militanti antifascisti. A rafforzare i due schieramenti gli Skinhead del Golden State da una parte e le associazioni di immigrati messicani dall’altra. Il rally, promosso dal Partito tradizionalista dei lavoratori, sostenitore del suprematismo bianco, è stato autorizzato per protestare contro gli incidenti avvenuti durante il comizio in California di Donald Trump. I nazisti hanno dovuto però fare i conti con centinaia di controdimostranti, convocati da Sacramento antifa. Questi hanno accolto i partecipanti al raduno, che arrivavano alla spicciolata, con lancio di bottigliette e insulti. Gli scontri sono cominciati immediatamente con una carica dei nazionalisti bianchi e si sono prolungati per una ventina di minuti.
Il Campidoglio di Sacramento è un luogo simbolo per i movimenti di liberazione delle minoranze negli Stati Uniti. Nel 1967 fu infatti teatro della prima clamorosa uscita pubblica delle Pantere nere, che invasero armati la sede del Parlamento, per contestare una legge statale volta a impedire le attività di ronda del movimento contro le brutalità poliziesche nei ghetti.
Fonte
06/03/2015
Stati Uniti: la California ha sete. Crisi idrica senza precedenti
Chris McGreal, The Observer Magazine, Regno Unito
Pozzi prosciugati, acqua
contaminata, agricoltori sempre più in difficoltà. In uno degli stati
più ricchi del paese è in corso una crisi idrica senza precedenti
Esidronio Arreola non si era mai
preoccupato troppo del pozzo che riforniva di acqua la sua casa di legno
ai piedi della Sierra Nevada. Ma un giorno, a marzo del 2014, ha
aperto il rubinetto ed è uscita solo aria. Per settimane è andato con
il suo pickup a prelevare l’acqua da una cisterna di emergenza allestita
dalle autorità di East Porterville, una cittadina della contea di
Tulare, nella zona centrale della California. Arreola e i suoi familiari
si lavavano usando i secchi e facevano di tutto per tenere in vita il
frutteto: prima o poi sul montagne sarebbe tornata la neve e sarebbe
ricominciato il ciclo che riempie la falda acquifera da cui dipendono
quasi tutte le coltivazioni della regione.
Poi anche i pozzi di altri abitanti di
East Porterville hanno cominciato a prosciugarsi. E poco dopo le
autorità dello stato hanno comunicato alla popolazione che la più
grave siccità mai registrata nella zona sarebbe durata almeno fino al
2015. A quel punto Arreola, un messicano immigrato nella Central valley
che si guadagna da vivere vendendo vecchi frigoriferi e lavatrici nel
suo garage, si è reso conto che rischiava di rimanere senz’acqua per
anni.
Così ha stretto la cinghia e ha chiesto
in prestito alla banca buona parte degli undicimila dollari necessari
per scavare un pozzo quattro volte più profondo di quello precedente. A
metà novembre, sette mesi dopo che le tubature erano rimaste
all’asciutto, l’acqua ha ripreso a scorrere dai rubinetti di casa. Ma
Arreola non ha idea di quanto durerà. Nonostante tutte le difficoltà,
si considera fortunato. “Siamo fra quelli a cui è andata bene. Può
sembrare assurdo, ma il nostro vecchio pozzo era poco profondo e si è
prosciugato presto, quindi abbiamo dovuto aspettare solo un mese prima
di cominciare a scavarne un altro. Ora la lista d’attesa è di un anno e
ho sentito dire che il prezzo è salito a 17mila dollari”, racconta
Arreola. “Ci sono tante famiglie che non possono permettersi un nuovo
pozzo. E anche se ne scavi uno, non sai quanto durerà”.
Al capo opposto dei 7.725 chilometri
quadrati della contea di Tulare, Chris Kemper dirige la Stone corral
school, la scuola elementare più povera della California. L’istituto si
trova a Seville, un paese di circa cinquecento abitanti che nell’aprile
del 2014 è rimasto senz’acqua. “Per lavarci facevamo le spugnature,
come nell’esercito. Per una settimana o due può anche andare, ma oltre
diventa dura. Era terribile. Avevamo sempre più difficoltà a mandare
avanti la scuola. Quando i bambini andavano in bagno e tiravano lo
scarico non succedeva niente”, racconta Kemper. “Non avevamo acqua
potabile. È stata un’esperienza umiliante. Credi di essere in
California, uno stato ricco di un paese avanzato, poi apri il rubinetto e
vedi che l’acqua scende a gocce”. Per tutta l’estate l’unico
rifornimento di Kemper e dei suoi otto bambini sono state le bottiglie
d’acqua consegnate dall’ufficio per le emergenze della contea di Tulare.
“Le usavamo per fare il bagno e per lavare i vestiti”, ha detto. “Il
nostro modo di pensare all’acqua è cambiato. Adesso siamo consapevoli
di quanto sia preziosa”.
Ottant’anni fa, durante il cosiddetto
dust bowl, la peggiore siccità della storia moderna degli Stati Uniti
che provocò l’esodo di centinaia di migliaia di persone che scappavano
dalle tempeste di sabbia dell’Oklahoma per raggiungere la California
centrale in cerca di un lavoro e di un futuro nei frutteti. È una parte
dell’epica americana immortalata da romanzi come Furore, di John
Steinbeck.
Con il passare degli anni molti okies,
gli immigrati dall’Oklahoma, sono stati sostituiti dai migranti
messicani e le fattorie della Central valley sono arrivate a produrre la
metà della verdura e della frutta fresca e secca degli Stati Uniti. Ma
oggi i quattro milioni di abitanti di questo bacino agricolo lungo 650
chilometri stanno affrontando una siccità gravissima che, come durante
il dust bowl degli anni trenta, colpisce soprattutto le famiglie più
povere.
A gennaio del 2014 Jerry Brown, il
governatore della California, ha detto che il 2013 è stato l’anno più
secco mai registrato fino a oggi e ha dichiarato lo stato d’emergenza.
Nel 2014 la situazione è migliorata solo leggermente. Secondo le
autorità federali, più della metà del territorio della California si
trova in una situazione di “siccità straordinaria”, il livello di
massima gravità. I principali bacini idrici dello stato sono in media
al quaranta per cento della capacità.
All’inizio del 2014 John Laird, ministro
per le risorse naturali della California, si è rivolto al congresso
degli Stati Uniti con una lettera: “Lo stato sta soffrendo la peggiore
crisi idrica della storia moderna”, ha avvertito. “Siamo al terzo anno
consecutivo di precipitazioni inferiori al normale e l’altezza del manto
nevoso – che per 25 milioni di californiani è l’unica fonte di
rifornimento idrico – attualmente è solo il 10 per cento del normale.
La situazione, in termini sia di quantità sia di qualità, non è mai
stata così grave”.
In processione per l’acqua
Di recente la National science
foundation (Nsf ), un’agenzia del governo statunitense che si occupa di
ricerca scientifica, ha affermato in un rapporto che questa siccità
“molto probabilmente” è legata al cambiamento climatico. La causa
immediata è un’area di alta pressione atmosferica sul Pacifico che
allontana i temporali dalla California. I meteorologi la chiamano “la
dorsale incredibilmente resistente” e pensano sia responsabile
dell’aumento dei gas serra. Il rapporto dell’Nsf l’ha definita “senza
precedenti” per persistenza e intensità. Altri studi scientifici
sostengono che alcune regioni occidentali degli Stati Uniti, tra cui la
California, sono l’epicentro di una “megasiccità” che potrebbe
prolungarsi per decenni. Il netto abbassamento del livello di acqua nei
fiumi, nei canali e nei bacini artificiali è responsabile di quella che
un rapporto dell’università della California ha definito “la più
grave mancanza d’acqua che ha colpito l’agricoltura californiana”. Gli
agricoltori hanno cominciato a cercare fonti di irrigazione alternative
per le nuove colture, che hanno bisogno di molta più acqua. Le
coltivazioni di cotone, resistenti alla siccità, hanno lasciato il
posto a quelle di mandorle, noci e pistacchi, che assicurano profitti
più alti ma devono essere irrigate più spesso. Oggi l’80 per
cento delle mandorle consumate nel mondo viene dalla California. Gli
agricoltori continuano a trivellare i loro campi per attingere allo
strato acquifero, ma così facendo aumentano la pressione su una falda
già impoverita dalla mancanza di neve sulle montagne.
Nella contea di Tulare, dove si trovano
alcune delle zone agricole più ricche degli Stati Uniti ma anche
persone con redditi particolarmente bassi, le conseguenze sono sotto gli
occhi di tutti. Davanti alle
cisterne comunali si formano lunghe file e i campi irrigati dove
crescono raccolti rigogliosi lasciano bruscamente il posto a terreni
riarsi destinati a rimanere improduttivi. Nella contea, dove un
terzo della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà, la
città colpita più duramente è East Porterville, una comunità di
circa settemila persone. Più della metà delle famiglie è rimasta
senz’acqua corrente e molte si chiedono quanto potranno ancora durare i
loro pozzi. “A gennaio del 2014 gli uffici della contea hanno ricevuto
le prime telefonate di persone che erano rimaste senz’acqua”, racconta
Andrew Lockman, direttore dell’ufficio per la gestione dei servizi
d’emergenza della contea di Tulare e responsabile delle iniziative di
soccorso. “A giugno le case con pozzi asciutti erano già più di
ottocento. A East Porterville abbiamo portato tre camion pieni di
bottiglie d’acqua, sessantamila litri: sono finiti in otto ore”.
Lockman ha fatto installare davanti alla
caserma dei vigili del fuoco un serbatoio da quasi ventimila litri con
una pompa a motore. Tutti i giorni una processione continua di abitanti
lo usa per riempire taniche e secchi. Le case senza acqua potabile – per
lo più costruzioni basse su appezzamenti circondati da reti metalliche
– si riconoscono dai grandi bidoni azzurri. Molte sono di legno con i
tetti di lamiera: gli abitanti sono pronti a sfidare il caldo torrido di
mezzogiorno pur di uscire all’aperto. Il sole ha scolorito la tinta
delle pareti esterne, ma per le famiglie che faticano a pagare le
bollette la vernice è un lusso. I pochi giardini rimasti stanno morendo
di sete. Nessuno vuole sprecare acqua per curare l’erba. Ma si cerca di
salvare almeno gli orti. La famiglia di Arreola usa le acque di scarico
per tenere in vita un piccolo frutteto di kiwi, limoni, meli e ciliegi.
L’anno scorso gli alberi non hanno dato frutta, ma le viti sono
sopravvissute.
Ma alcuni residenti delle comunità a basso reddito si sentono emarginati dalle zone urbane più ricche che si trovano poco lontano. Il municipio di Porterville rifiuta da anni di fondersi con quello di East Porterville e di collegarlo al suo sistema idrico, per timore che il valore delle proprietà immobiliari scenda. E anche se dimostrano gratitudine per gli aiuti che ricevono, molte famiglie povere hanno paura di perdere la casa per via delle normative che obbligano le abitazioni ad avere acqua corrente. Steve Worthley, consigliere della contea di Tulare, conosce bene le loro preoccupazioni ma non allontana completamente questi timori: “Non li stiamo cacciando via e non vogliamo farlo, ma a lungo termine non si può vivere in una casa senza acqua”. All’inizio dell’inverno scorso Lockman ha deciso che chiedere alle persone di lavarsi con l’acqua dei secchi era troppo. Così ha fatto portare due camion pieni di cabine docce. Alcuni residenti si sono già abituati a usarle in un campeggio vicino a un lago artificiale.
I livelli d’acqua sono scesi così tanto
che buona parte della diga del lago Success, alta più di 150 metri, è
ormai visibile. Una strada che serviva come scivolo per le imbarcazioni
oggi finisce bruscamente dieci metri sopra l’acqua. “Hai visto il
lago?”, mi chiede Katherine Hampton, seduta sulla soglia della sua
casetta di legno alla periferia di East Porterville. Una grande finestra
rotta è stata coperta con un pezzo di cartone. “Fino a poco tempo fa
era pieno. Ora è così basso che puoi attraversarlo a piedi.”
Hampton, 32 anni, ha cinque figli ed è
incinta del sesto. La siccità è costata il lavoro a suo marito
Johnathan. “Sono disoccupato da otto mesi”, dice. “So fare qualunque
tipo di lavoro nei campi: trapianto alberi, sgobbo nelle piantagioni,
aro i campi. Mi sono rivolto a quattro o cinque aziende della zona di
Tulare e la risposta è stata sempre la stessa: no. Poi ho visto un
grande cartello: ‘A causa della mancanza d’acqua non sono richiesti
braccianti’. E così sono tornato a casa”. Hampton non ha un sussidio di
disoccupazione perché non ha mai avuto un lavoro fisso. Accetta le
difficoltà senza buttarsi giù. “Faccio tutto quello che capita.
Pulisco le case quando i proprietari si trasferiscono. Non c’è molto
lavoro. Tiriamo avanti perché spendiamo poco”, dice. È molto religioso
e sostiene che la siccità rientra nei piani di dio. “La gente ha poca
fede e si è meritata tutto questo”, dice. “Spero che ricomincino a
pregare per far tornare l’acqua”.
Programmi di risparmio
Secondo
l’università della California, finora la siccità è costata un
miliardo e mezzo di dollari all’industria agricola e ha causato la
perdita di 17mila posti di lavoro. Ma il fatto che tante persone
della contea di Tulare dipendano dalle coltivazioni ha messo a tacere le
critiche nei confronti degli agricoltori che scavano sempre più in
profondità e pompano sempre più acqua. “La gente di qui pensa che le
aziende agricole abbiano il diritto di procurarsi l’acqua”, dice Kemper.
“Sono molto più arrabbiati per l’acqua che va alle città”.
La siccità ha aggravato un problema
meno visibile ma molto diffuso: i prodotti inquinanti che contaminano le
falde sotterranee. I nitrati dei fertilizzanti e delle fosse settiche
penetrano nelle acque sotterranee da decenni. Uno studio
dell’università della California ha dimostrato che nella Central valley
una persona su dieci è esposta al rischio di bere acqua contaminata.
Ma con l’abbassamento dei livelli dell’acqua la concentrazione dei
nitrati – particolarmente pericolosi per i bambini, le madri che
allattano e gli anziani – è ulteriormente aumentata, e l’acqua
potabile è ancora meno sicura.
Susana de Anda, direttrice del Community
water centre della contea di Tulare, un’organizzazione che si batte per
l’accesso all’acqua pulita, sostiene che in California più di un
milione di persone riceve acqua contaminata. “Le autorità invitano
sempre più famiglie a non bere l’acqua corrente perché gli inquinanti
sono oltre il limite di legge”, spiega De Anda.
Nel 2011 a Seville la situazione era
così grave da spingere le Nazioni Unite a intervenire. I funzionari
delle Nazioni Unite hanno svolto un’indagine sulla mancanza di accesso
all’acqua pulita e hanno concluso che in alcune zone degli Stati
Uniti esistono discriminazioni nelle forniture di acqua e nei servizi
di depurazione. Una situazione che “potrebbe intensificarsi nei prossimi
anni a causa del cambiamento climatico e dell’aumento della concorrenza
per accaparrarsi risorse idriche sempre più scarse”.
All’inizio del 2014 il consiglio scolastico di Seville era così
preoccupato dai dati sui livelli di inquinanti nell’acqua che ha deciso
di comprare bottiglie d’acqua per gli studenti spendendo circa
settencento dollari al mese. “Con tutti questi soldi che stiamo
spendendo potremmo comprare un computer portatile al mese”, commenta
Kemper, il direttore della scuola.
In un certo senso la siccità è stata
una fortuna per Seville, perché ha permesso di risolvere un’altra
crisi, quella dell’inquinamento delle risorse idriche. Le autorità
statali e federali avevano fatto poco per trovare una soluzione, ma
quando l’acqua si è esaurita hanno immediatamente stanziato i fondi per
scavare un nuovo pozzo. La struttura, costruita nel giro di una
settimana nell’agosto del 2014, è costata 250mila dollari. “Lo
consideriamo il risvolto positivo della storia”, commenta Lockman, direttore dell’ufficio per la gestione dell’emergenza della contea di
Tulare. “Se non avessimo avuto tutti gli altri problemi legati alla
siccità, non so se ci saremmo riusciti”.
Ma Lockman non crede che Seville possa
essere un esempio per altre città della regione. Tanto per cominciare,
aveva già un acquedotto municipale. “Ci sono molte altre comunità dove
non esiste niente del genere”, spiega. “East Porterville è
probabilmente la sfida più impegnativa. Abbiamo esaminato la
possibilità di realizzare un nuovo sistema idrico, ma non è
assolutamente fattibile, soprattutto perché tutta la zona è inquinata
dai nitrati”.
La crisi ha costretto la California a
riflettere sulla gestione a lungo termine di una domanda idrica in
continua crescita. Nel 2013 una campagna di risparmio dell’acqua a
livello statale ha permesso di ridurre il consumo nelle aree urbane di
circa il 10 per cento. Alcune città hanno adottato altri provvedimenti,
come il sistema di riciclaggio della acque reflue realizzato dal comune
di San Diego.
Nell’ottobre del 2014 il governatore
Jerry Brown ha introdotto, per la prima volta nella storia dello stato,
nuove misure per regolamentare lo sfruttamento delle falde sotterranee.
Secondo Steve Worthley, consigliere della contea di Tulare, le autorità
dovrebbero anche imporre dei limiti all’uso dei terreni per
l’agricoltura. “Bisognerà adottare un sistema di controllo dei pozzi
per verificare i livelli di sfruttamento e stabilire dei limiti alla
quantità d’acqua che i contadini possono estrarre. Prima o poi dovranno
decidere: quanta della mia terra devo smettere di coltivare? È meglio
cambiare le colture?”.
Difficilmente i coltivatori accetteranno
ulteriori limitazioni senza opporre resistenza. I programmi di aiuto
sono in parte finanziati da Washington e il congresso sta valutando
l’opportunità di affrontare la crisi con nuove leggi. Ma in California
alcuni temono che le leggi federali possano essere strumentalizzate a
fini politici, in particolare per indebolire le norme a tutela
dell’ambiente. È quello che vorrebbero le grandi aziende del settore
agroindustriale e alcune amministrazioni comunali.
Nessun posto dove andare
Anche se per certi aspetti l’attuale siccità è grave come quella che portò al dust bowl, le conseguenze
finora sono state molto diverse. Per prima cosa, questa situazione non
ha provocato una nuova migrazione di massa. Kemper si è trasferito a
Seville perché era stanco di avere a che fare con i problemi e con la
violenza nella sua scuola in una zona degradata di Los Angeles.
All’inizio si chiedeva perché i braccianti della California non
andassero a cercare lavoro da qualche altra parte, come avevano fatto
gli okies negli anni trenta. “Quando vivevo a Los Angeles e sentivo
parlare della siccità pensavo: ‘Perché questa gente non si
trasferisce?’. Ma poi sono venuto a vivere qui e ho capito. Dove possono
andare? Per una famiglia povera trasferirsi è molto costoso. Bisogna
avere un lavoro, e la maggior parte delle famiglie qui vive di
agricoltura. È difficile trovare questo tipo di lavoro altrove”. E poi
è quasi impossibile riuscire a vendere una casa senza acqua.
Nonostante il nuovo pozzo, a Seville
tutti sanno che le cose andranno bene solo fino a quando ci sarà acqua
sotto la città. “È il futuro che ci preoccupa”, dice Kemper. “Cosa succederà se ci saranno nuove ondate di siccità? La nostra vita
potrebbe cambiare completamente. Cosa puoi fare quando non hai più
acqua? Senza agricoltura qui non rimane niente. Diventerà un’altra
terra desolata”.
Questo è il primo mondo...
05/07/2014
La polizia Usa batte quella italica. Pesta anche le donne...
Il video parla da solo, senza bisogno di ulteriori commenti. Le riprese sono state effettuate con un cellulare martedì scorso da David Tiaz, un produttore musicale che vive a Los Angeles e che si trovava alla guida della sua auto lungo la 10 Freeway, vicino a La Brea Avenu, a Los Angeles.
Tiaz, che ha raccontato alla Cbs Los Angeles di aver visto la donna camminare a piedi nudi e un poliziotto che la inseguiva, si è detto “inorridito” dal pestaggio gratuito della polizia. Come si vede nel filmato, dopo i pugni in volto e alla testa assestati quando stava a terra dall’ufficiale arriva un altro agente e la “donna che metteva in pericolo se stessa e gli altri automobilisti camminando a piedi nudi su una strada trafficata nella zona ovest di Los Angeles” viene ammanettata.
Il video è su you tube, e ovviamente questo ennesimo episodio di brutalità della polizia ha suscitato indignazione e le denunce da parte delle associazioni per i diritti umani. E’ stata aperta un’indagine, mentre la California Highway Patrol (Chp) sta esaminando il video. Intanto fa sapere che “dato che c'è un'indagine in corso, sarebbe prematuro commentare un segmento specifico del video senza rivedere l'intero incidente”.
Fonte
23/08/2012
Passera, l'ovetto kinder senza sorprese
Il banchiere Passera, l'ovetto kinder della terza repubblica, si sta
candidando alla successione di Rigor Montis. È l'uomo adatto! Do you
remember la privatizzazione di Alitalia con Berlusconi (tessera 1816
della P2) e la fine della Olivetti, dove era il braccio destro di De
Benedetti (lo svizzero tessera numero uno del Pdmenoelle)? Beppe Grillo
Lettera della dott.ssa Maria Rita D'Orsogna, dalla California
"Caro signor Passera,
stavo per andare a dormire quando ho letto dei suoi folli deliri per l'Italia petrolizzata. Ci sarebbe veramente da ridere al suo modo malato di pensare, ai suoi progetti stile anni '60 per aggiustare l'Italia, alla sua visione piccola piccola per il futuro. Invece qui sono pianti amari, perché non si tratta di un gioco o di un esperimento o di una scommessa. Qui si tratta della vita delle persone, e del futuro di una nazione, o dovrei dire del suo regresso.
Lei non è stato eletto da nessuno e non può pensare di "risanare" l'Italia trivellando il Bel Paese in lungo ed in largo. Lei parla di questo paese come se qui non ci vivesse nessuno:
metanodotti dall'Algeria, corridoio Sud dell'Adriatico, 4 rigassificatori, raddoppio delle estrazioni di idrocarburi.
E la gente dove deve andare a vivere di grazia? Ci dica. Dove e cosa vuole bucare? Ci dica.
I campi di riso di Carpignano Sesia? I sassi di Matera? I vigneti del Montepulciano d'Abruzzo? Le riserve marine di Pantelleria? I frutteti di Arborea? La laguna di Venezia? Il parco del delta del Po? Gli ospedali? I parchi? La Majella? Le zone terremotate dell'Emilia?
Il lago di Bomba? La riviera del Salento? Otranto? Le Tremiti? Ci dica.
Oppure dobbiamo aspettare un terremoto come in Emilia, o l'esplosione di tumori come all'Ilva per non farle fare certe cose, tentando la sorte e dopo che decine e decine di persone sono morte?
Vorrei tanto sapere dove vive lei. Vorrei tanto che fosse lei ad avere mercurio in corpo, vorrei tanto che fosse lei a respirare idrogeno solforato dalla mattina alla sera, vorrei tanto che fosse lei ad avere perso la casa nel terremoto, vorrei tanto che fosse lei a dover emigrare perché la sua regione - quella che ci darà questo 20% della produzione nazionale - è la più povera d'Italia.
Ma io lo so che dove vive lei tutto questo non c'è. Dove vive lei ci sono giardini fioriti, piscine, ville eleganti soldi e chissà, amici banchieri, petrolieri e lobbisti di ogni genere.
Lo so che è facile far cassa sull'ambiente. I delfini e i fenicotteri non votano. Il cancro verrà domani, non oggi. I petrolieri sbavano per bucare, hanno soldi e l'Italia è corrotta.
È facile, lo so.
Ma qui non parliamo di soldi, tasse e dei tartassamenti iniqui di questo governo, parliamo della vita della gente. Non è etico, non è morale pensare di sistemare le cose avvelenando acqua, aria e pace mentale della gente, dopo averli lasciati in mutande perché non si aveva il coraggio di attaccare il vero marciume dell'Italia.
E no, non è possibile trivellare in rispetto dell'ambiente. Non è successo mai. Da nessuna parte del mondo. Mai.
Ma non vede cosa succede a Taranto? Che dopo 50 anni di industrializzazione selvaggia - all'italiana, senza protezione ambientale, senza controlli, senza multe, senza amore, senza l'idea di lasciare qualcosa di buono alla comunità - la gente muore, i tumori sono alle stelle, la gente tira fuori piombo nelle urine? E adesso noialtri dobbiamo pure pagare il ripristino ambientale? E lei pensa che questo è il futuro?
Dalla mia adorata California vorrei ridere, invece mi si aggrovigliano le budella.
Qui il limite trivelle è di 160 km da riva, come ripetuto ad infinitum caro "giornalista" Luca Iezzi. Ed è dal 1969 che non ce le mettiamo più le trivelle in mare perché non è questo il futuro. Qui il futuro si chiama high tech, biotech, nanotech, si chiamano Google, Facebook, Intel, Tesla, e una miriade di startup che tappezzano tutta la California.
Il futuro si chiama uno stato di 37 milioni di persone che produce il 20% della sua energia da fonti rinnovabili adesso, ogni giorno, e che gli incentivi non li taglia a beneficio delle lobby dei petrolieri.
Il futuro si chiama programmi universitari per formare chi lavorerà nell'industria verde, si chiama 220,000 posti di lavoro verde, si chiama programmi per rendere facile l'uso degli incentivi.
Ma non hanno figli questi? E Clini, che razza di ministro dell'ambiente è?
E gli italiani cosa faranno? Non lo so.
So solo che occorre protestare, senza fine, ed esigere, esigere, ma esigere veramente e non su facebook che chiunque seguirà questo scandaloso personaggio e tutta la cricca che pensa che l'Italia sia una landa desolata si renda conto che queste sono le nostre vite e che le nostre vite sono sacre."
Maria Rita D'Orsogna
Fonte
Nemmeno Scajola avrebbe proposto delle puttanate più colossali di quelle spinte da Passera per "sviluppare" il Paese.
Con questi "tecnici" e le loro "professionalità" bisognerebbe soltanto pulircisi il culo.
Lettera della dott.ssa Maria Rita D'Orsogna, dalla California
"Caro signor Passera,
stavo per andare a dormire quando ho letto dei suoi folli deliri per l'Italia petrolizzata. Ci sarebbe veramente da ridere al suo modo malato di pensare, ai suoi progetti stile anni '60 per aggiustare l'Italia, alla sua visione piccola piccola per il futuro. Invece qui sono pianti amari, perché non si tratta di un gioco o di un esperimento o di una scommessa. Qui si tratta della vita delle persone, e del futuro di una nazione, o dovrei dire del suo regresso.
Lei non è stato eletto da nessuno e non può pensare di "risanare" l'Italia trivellando il Bel Paese in lungo ed in largo. Lei parla di questo paese come se qui non ci vivesse nessuno:
metanodotti dall'Algeria, corridoio Sud dell'Adriatico, 4 rigassificatori, raddoppio delle estrazioni di idrocarburi.
E la gente dove deve andare a vivere di grazia? Ci dica. Dove e cosa vuole bucare? Ci dica.
I campi di riso di Carpignano Sesia? I sassi di Matera? I vigneti del Montepulciano d'Abruzzo? Le riserve marine di Pantelleria? I frutteti di Arborea? La laguna di Venezia? Il parco del delta del Po? Gli ospedali? I parchi? La Majella? Le zone terremotate dell'Emilia?
Il lago di Bomba? La riviera del Salento? Otranto? Le Tremiti? Ci dica.
Oppure dobbiamo aspettare un terremoto come in Emilia, o l'esplosione di tumori come all'Ilva per non farle fare certe cose, tentando la sorte e dopo che decine e decine di persone sono morte?
Vorrei tanto sapere dove vive lei. Vorrei tanto che fosse lei ad avere mercurio in corpo, vorrei tanto che fosse lei a respirare idrogeno solforato dalla mattina alla sera, vorrei tanto che fosse lei ad avere perso la casa nel terremoto, vorrei tanto che fosse lei a dover emigrare perché la sua regione - quella che ci darà questo 20% della produzione nazionale - è la più povera d'Italia.
Ma io lo so che dove vive lei tutto questo non c'è. Dove vive lei ci sono giardini fioriti, piscine, ville eleganti soldi e chissà, amici banchieri, petrolieri e lobbisti di ogni genere.
Lo so che è facile far cassa sull'ambiente. I delfini e i fenicotteri non votano. Il cancro verrà domani, non oggi. I petrolieri sbavano per bucare, hanno soldi e l'Italia è corrotta.
È facile, lo so.
Ma qui non parliamo di soldi, tasse e dei tartassamenti iniqui di questo governo, parliamo della vita della gente. Non è etico, non è morale pensare di sistemare le cose avvelenando acqua, aria e pace mentale della gente, dopo averli lasciati in mutande perché non si aveva il coraggio di attaccare il vero marciume dell'Italia.
E no, non è possibile trivellare in rispetto dell'ambiente. Non è successo mai. Da nessuna parte del mondo. Mai.
Ma non vede cosa succede a Taranto? Che dopo 50 anni di industrializzazione selvaggia - all'italiana, senza protezione ambientale, senza controlli, senza multe, senza amore, senza l'idea di lasciare qualcosa di buono alla comunità - la gente muore, i tumori sono alle stelle, la gente tira fuori piombo nelle urine? E adesso noialtri dobbiamo pure pagare il ripristino ambientale? E lei pensa che questo è il futuro?
Dalla mia adorata California vorrei ridere, invece mi si aggrovigliano le budella.
Qui il limite trivelle è di 160 km da riva, come ripetuto ad infinitum caro "giornalista" Luca Iezzi. Ed è dal 1969 che non ce le mettiamo più le trivelle in mare perché non è questo il futuro. Qui il futuro si chiama high tech, biotech, nanotech, si chiamano Google, Facebook, Intel, Tesla, e una miriade di startup che tappezzano tutta la California.
Il futuro si chiama uno stato di 37 milioni di persone che produce il 20% della sua energia da fonti rinnovabili adesso, ogni giorno, e che gli incentivi non li taglia a beneficio delle lobby dei petrolieri.
Il futuro si chiama programmi universitari per formare chi lavorerà nell'industria verde, si chiama 220,000 posti di lavoro verde, si chiama programmi per rendere facile l'uso degli incentivi.
Ma non hanno figli questi? E Clini, che razza di ministro dell'ambiente è?
E gli italiani cosa faranno? Non lo so.
So solo che occorre protestare, senza fine, ed esigere, esigere, ma esigere veramente e non su facebook che chiunque seguirà questo scandaloso personaggio e tutta la cricca che pensa che l'Italia sia una landa desolata si renda conto che queste sono le nostre vite e che le nostre vite sono sacre."
Maria Rita D'Orsogna
Fonte
Nemmeno Scajola avrebbe proposto delle puttanate più colossali di quelle spinte da Passera per "sviluppare" il Paese.
Con questi "tecnici" e le loro "professionalità" bisognerebbe soltanto pulircisi il culo.
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