Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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02/12/2025

Pillole di bancarotta. Proviamo a fare due conti

di Alessandro Volpi

Il valore complessivo delle società partecipate pubbliche quotate era a luglio di quest’anno pari a quasi 264 miliardi di euro di cui lo Stato e Cdp [Cassa Depositi e Prestiti, ndr] possedevano quasi 90 miliardi.

Una prima considerazione su questo dato: in un anno il valore della partecipazione dello Stato solo per effetto dell’aumento del valore dei titoli di tali società è salito di quasi 10 miliardi. Tutto bene, allora?

Direi proprio di no. Il governo Meloni infatti ha deciso un piano di privatizzazioni di oltre 20 miliardi di euro, di cui ha già messo in atto una parte con dismissioni tra Eni, Mps e altri 5-6 miliardi, ceduti a grandi fondi Usa o al salottino buono della finanza nostrana (Delfin e Caltagirone in primis).

Tale piano sta proseguendo: è in rampa di lancio la cessione di un ulteriore 14% di Poste, a cui potrebbe seguire quella di Ferrovie, magari attraverso lo strumento di uno spin off dedicato. Intanto si parla di imminente cessione della Banca del Mezzogiorno, naturalmente dopo averla risanata a spese dei contribuenti e dopo che è tornata a distribuire dividendi, di una quota parte di Enav, l’ente che gestisce il traffico aereo civile, e persino della Zecca di Stato dopo averla portata in Borsa.

In estrema sintesi, Meloni e Giorgetti scelgono con cura le società che garantirebbero maggiori introiti allo Stato in termini di utili e ne vendono pezzi crescenti a privati – grandi fondi Usa e “grandi famiglie” – in modo da trasferire loro gli utili pubblici.

Non male: poi magari con questi introiti si finanziano la quinta rottamazione e la riduzione del carico fiscale per i super ricchi.

Poveri e promossi

Il governo Meloni esulta per la “promozione”, da parte della agenzia Moody’s, del debito italiano a Baa2. Si tratta di un piccolo balzo in alto che non avveniva da 23 anni e che comunque lascia l’Italia al quarantacinquesimo posto della “classifica” mondiale.

Ma il punto non è questo. Per capire cosa significa la “promozione” bisogna tener conto di due fattori. Il primo. Moody’s è una società privata i cui principali azionisti sono Berkshire di Warren Buffet, BlackRock, Vanguard e State Street, i più grandi gestori del risparmio mondiale.

Il secondo fattore è costituito dai criteri di attribuzione del rating che prevedono un innalzamento quanto più debito e deficit sono bassi. Ora il governo Meloni ha presentato una Legge di bilancio che elimina di fatto la spesa sociale per ridurre il deficit e portarlo sotto il 3%. In sintesi, se non c’è spesa pubblica, il deficit si riduce e Moody’s migliora la pagella. Ma chi beneficia di tale aumento?

Non ci sono dubbi, non certamente la popolazione italiana che avrà meno servizi pubblici, a cominciare dalla sanità mentre ne traggono un evidente vantaggi propri i grandi gestori del risparmio perché i cittadini privati dei servizi pubblici dovranno indirizzare i loro risparmi ai fondi privati e quindi a BlackRock, Vanguard e State Street che, guarda caso, sono i proprietari di Moody’s: è come avere un “arbitro” che è dipendente di una delle squadre in campo, quella della finanza.

Bisognerebbe aggiungere che ormai il rating di Moody’s non riesce neppure a contenere il costo degli interessi sul debito, destinati comunque a crescere per la concorrenza dei debiti, in lievitazione, degli altri paese.

L’assalto

La Commissione europea guidata dall’ineffabile Von der Leyen propone un pacchetto di misure volte a smontare il sistema pensionistico pubblico a favore della previdenza privata. Le indicazioni sono molto chiare:
1) iscrizione automatica di lavoratori e lavoratrici a fondi pensione privati, a cui l’interessato può opporsi solo con una rinuncia formale; 
2) revisione profonda delle norme sui prodotti pensionistici personali paneuropei la cui vendita sarà decisamente semplificata, con costi ridotti e con forme evidenti di agevolazione fiscale a danno dei contribuenti che rifiutino il regime automatico; 
3) revisione delle forme di controllo e di vigilanza sui fondi pensionistici privati eliminando i vincoli “indebiti sugli investimenti”.

Certamente i grandi gestori del risparmio – BlackRock in primis – festeggiano: la Commissione europea offre al capitalismo finanziario, attraverso la destinazione obbligatoria del risparmio verso i titoli finanziari, l’unica vera linfa vitale.

Una nota di chiusura: la commissaria europea alle finanze, Maria Luís Albuquerque, è stata amministratrice non esecutiva presso Arrow Global, società di investimento con sede fiscale a Londra e una chiara predilezione per i fondi immobiliari.

I capitalisti

Stellantis ha ridotto drasticamente il numero dei dipendenti che non arrivano ormai a 38 mila di cui quasi 15 mila sono sottoposti a varie forme di ammortizzatori sociali.

Nel frattempo, nel 2023 Exor [la holding finanziaria olandese controllata dalla famiglia italiana Agnelli, ndr] ha creato una società di gestione patrimoniale che ha in maniera davvero paradossale denominato Lingotto Investment Management, con sede fiscale a Londra. Tale società Agnelli/Elkann ha destinato quasi 7 miliardi di euro nell’acquisto di titoli di una quarantina di società, in larga parte americane, tra cui Google e Amazon, e in fondi che speculano su materie prime e oro.

In sintesi, mentre abbandonava la produzione di auto, nonostante i sostanziosi incentivi, e mentre utilizzava a piene mani gli ammortizzatori sociali, Exor – la famiglia Elkann Agnelli – faceva una montagna di soldi in operazioni meramente finanziarie, evitando accuratamente le imposte e chiedendo l’affidamento ai servizi sociali per il povero John.

Un bel giochetto

Gli utili delle banche italiane sono arrivati nei primi nove mesi del 2025 a quasi 22 miliardi di euro. Da cosa dipendono? In gran parte dalle commissioni, quindi dalla vendita di prodotti finanziari che, spesso, hanno acquistato dai grandi fondi americani, BlackRock in primis, con i risparmi degli italiani. Le banche fanno sempre meno credito e sempre più finanza, americana... 

Ma immaginare un’imposta che si riferisca, in maniera strutturale, a questo tipo di profitti è considerato dal governo Meloni, e non solo, un sacrilegio. Anzi, le banche vanno pubblicamente ringraziate come ha fatto l’abbinata Giorgetti-Meloni.

Meloni e BlackRock...

La discussione sulla Legge di bilancio sta assumendo toni davvero incredibili.
Mi soffermo su due misure.

La prima. Sembra che il governo voglia cancellare l’aumento di imposta sui dividendi da partecipazioni di minoranza. In pratica, oggi, le società italiane che comprano partecipazioni azionarie di minoranza di altre società pagano, se si tratta di società Usa, il 16,2% sui dividendi, formato dal 15% di tassazione Usa e l’1,2% di tassazione italiana.

L’idea originaria era di portare l’aliquota italiana al 24%, ma questa soluzione pare già accantonata: altrimenti come farebbero le società italiane a comprare azioni di Big Tech Usa, sostenute da BlackRock, piuttosto che investire nel proprio ciclo produttivo?

La seconda misura dovrebbe compensare la perdita di gettito di questo ripristino dell’aliquota sui dividendi. Si tratta di tassare le vendite di oro (il cui prezzo ha oggi raggiunto i 4200 dollari l’oncia!), che ora pagano il 26% sulla plusvalenza se c’è una fattura che provi il prezzo, altrimenti pagano il 26% sul valore della cessione.

La proposta in campo prevede di pagare per chi non ha prove di acquisto una sola tassa una tantum sul valore complessivo del posseduto, magari milioni di euro, con un’aliquota del 12,5%.

Fantastico, l’Italia è il mondo dei ricchi e di BlackRock che è uno dei principali protagonisti dell’impennata del prezzo dell’oro in termini finanziari. Ma intanto il Corriere dedica un paginone a Prodi che dichiara che “Mamdani non è il modello” e serve “un riformismo concreto”.

I ricchi, molto concretamente, festeggiano.

Fonte

12/01/2025

USA - L’American way of life brucia


Ai “Rambini” di casa nostra non passa neanche per la testa di riflettere sul significato sistemico dell’incendio che ha distrutto la parte più ricca di Los Angeles, ma non solo quella.

Eppure è tutto sotto i nostri occhi. Anzi, a voler essere precisi, più sotto i loro che i nostri, visto che non frequentiamo certi posti...

Tra Malibù e Santa Monica, da Altadena a Calabasas e la San Fernando Valley sono partiti cinque incendi che si sono velocemente propagati a Palisades – dove sono andati in fumo 8 mila ettari del quartiere esclusivo delle celebrità hollywoodiane – e poi Eaton, Hurst, Sylmar, Kenneth, Hidden Hill, buona parte del Sunset Boulevard (quando si dice nomen omen...).

Persino il balbettante e po’ miope Joe Biden ha colto la somiglianza estrema tra il panorama attuale e ben altri disastri: «Uno scenario di guerra, dopo intensi bombardamenti». Altri più svegli, sui social, avevano già fissato l’analogia – “Los Angeles come Gaza” – peraltro con la facilitazione che nessuno continua a spararti addosso mentre cerchi di salvare i superstiti...

Prima cosa da considerare: le cause.

Le autorità locali hanno verificato che “le scintille” iniziali sono partite dai cavi della rete elettrica cittadina, notoriamente appesi a sostegni improbabili, allo scoperto, esposti alle intemperie e agli incidenti più banali. Come i rami o gli alberi che cadono per l’azione del vento.

Più o meno come a Mumbay, Calcutta o Mexico City. Ma qui c’era “il quartiere con la più alta concentrazione di ricchi e famosi del pianeta, Sunset Boulevard”.

Facciamo quindi nostra, per una volta, una domanda di Massimo Gramellini, banalmente rivolta a Elon Musk: “non trova assurdo che nello Stato più benestante d’America nessuna autorità si sia mai presa la briga di investire qualche milione di dollari per interrare la foresta di cavi elettrici che penzolano da ogni palo e angolo di strada?”

È ovviamente assurdo. La spesa pubblica necessaria rappresenta probabilmente un centesimo delle tasse pagate annualmente dalle migliaia di milionari che vivono da quelle parti.

Ma l’America funziona così – ci spiegano ogni giorno i “Rambini” e i “Furbini” –: i ricchi devono pagare meno tasse possibili, vanno a vivere in posti assolutamente esclusivi per via dei costi proibitivi, costruiscono “rifugi” di lusso sfacciato, a volte con il buongusto di un casamonica qualsiasi.

E le infrastrutture pubbliche, a carico della collettività (delle tasse, insomma), vengono perciò gestite al massimo risparmio. Sul Sunset Boulevard come a Skid Row, il quartiere di L.A. (un po’) meno famoso per le migliaia di persone che dormono in strada sullo sfondo dei grattacieli della città opulenta.

Il “modello americano”, il neoliberismo trionfante dai tempi di Ronald Reagan (ex attore “di serie B” che della California era stato governatore, prima di ascendere alla Casa Bianca), è quella roba lì. Inutile lamentarsene, resta lo stesso da imitare.

Seconda causa. La scarsità d’acqua a disposizione per gli idranti dei vigili del fuoco, in una zona da sempre segnata dalla siccità, anche in pieno inverno. E vien da pensare che l’alta concentrazione di piscine private e fontane da giardino qualcosina c’entrino.

Ma il business dell’acqua, in quella zona, ha una storia secolare, tanto che sullo sfondo di “Chinatown” – il capolavoro di Roman Polanski – si muovono le guerre per l’acqua che segnarono gli anni Trenta, i bisogni idrici gonfiati dall’immigrazione (quella “regolare”, endo-statunitense...) e dall’agrobusiness (il ‘Chiantishire’ allora nascente ma ora florido, gli aranceti, ecc).

Ma, ci dicono ancora, il “modello americano” è quella roba lì. Inutile lamentarsene, resta lo stesso da imitare.

Terza causa palese. Il cambiamento climatico, paradossalmente riconosciuto dalle autorità e dalla popolazione californiana, molto meno dalla “nuova” presidenza “Maga”.

Maggiore siccità, temperature più alte, venti più forti, tempeste di polvere che abbattono alberi in città, incendi nelle foreste che lambiscono l’abitato. Insomma, roghi più frequenti, più vasti, a decine, da anni.

Ma il “modello americano” è quella roba lì, ecc...

E qui arriva il nodo scorsoio finale. Tutti questi disastri provocano danni sempre maggiori, per ogni tipo di cittadini residenti da quelle parti. Chi li paga?

La risposta del “modello americano” è semplice: fatevi un’assicurazione, gli altri si arrangino. Come per l’auto e la sanità, no?

Problema: le prime ad accorgersi che il rischio incendi, in quella zona, sta aumentando di anno in anno sono state proprio le assicurazioni. Molto prima dei normali cittadini, ancorché famosi, ricchi, informati e ambientalisti.

Di conseguenza, le compagnie hanno smesso di emettere polizze, a qualsiasi prezzo, per le case di quel “triangolo d’oro”. È come se dicessero: “la tua casa andrà a fuoco di sicuro, prima o poi, non pretenderai mica che te la ripaghiamo noi?”.

E in effetti vanno a fuoco spesso. Il bravissimo e povero (si fa per dire..) Anthony Hopkins si trova per strada già per la seconda volta.

Per la precisione: “tra il 2020 e il 2022 le compagnie assicurative si sono rifiutate di rinnovare 2,8 milioni di polizze sulle case in California. Tra queste, intorno alle 531mila polizze riguardano la contea di Los Angeles, dove è scoppiato il grosso incendio di questi giorni. Alcune di queste polizze non sono state rinnovate dai proprietari, ma per la maggior parte la scelta è stata unilaterale delle compagnie assicurative, spaventate proprio dai rischi di incendi e per le conseguenze della crisi generale”.

In definitiva il “modello assicurativo” funziona finché gli incendi sono rari, così che le compagnie incassino molto più di quanto devono pagare in caso di disastro. Per l’auto o la salute funziona allo stesso modo, anche qui da noi. O paghi un’enormità se sei un guidatore “disattento”, oppure non vieni proprio assicurato (se sei di salute cagionevole o hai malattie croniche).

Ma il “modello americano” (e occidentale, ormai) è quella roba lì, ecc...

Nel caso di Hollywood, crediamo, sarà poco probabile che un “ispettore Callaghan” o un Rambo, ovviamente ringiovaniti, comincino ad andare in giro cercando amministratori delegati delle società di assicurazione, sulle orme insomma di Luigi Mangione (il giovane che ha sparato al ceo di UnitedHealthcare a Manhattan, un paio di mesi fa, diventando l’idolo di tutti i malati d’America).

I milionari, e a maggior ragione i miliardari, possono tranquillamente permettersi di costruirsi un’altra casa, bestemmiando parecchio e cambiando magari regione.

Ma negli incendi di questi giorni ha perso tutto anche gente normalissima, con un salario decente o anche “buono”. E non ha perso solo la casa con tutto quel che c’era dentro, ma spesso anche il lavoro (sono andati a fuoco pure uffici, ristoranti, laboratori, negozi in genere, attività di ogni tipo) e dunque anche i requisiti per accendere un altro mutuo.

Passare da una confortevole casetta con vista sull’oceano al dormire in tenda sul marciapiede di Skid Row... c’è qualche differenza. Tra questi, magari, qualche “giustiziere” potrebbe anche nascere.

Il modello americano – tutto al privato e sempre meno al pubblico, tutto al profitto e sempre meno spesa sociale, tutto lusso per pochi e infrastrutture da terzo mondo per tutti gli altri – non è soltanto ingiusto, infame, razzista, suprematista, genocida fin dalle origini e nel dna.

Semplicemente funziona finché non ci sono problemi seri, poi non più. E ora dimostra che sta andando a fuoco.

E non è una metafora.

Fonte

11/12/2024

Dolore, speranza… e assicurazioni

L’omicidio di Brian Thompson, amministratore delegato di UnitedHealthcare, la più grande compagnia di assicurazione sanitaria degli Stati Uniti, freddato a Mahnattan il 4 dicembre ha suscitato reazioni inattese.

Settantacinquemila faccine allegre 😄 sono apparse su Facebook sotto il comunicato di UnitedHealthcare che informava della perdita del suo dirigente. La giacchetta con cappuccio indossata da Luigi Mangione è andata a ruba nei grandi magazzini.

Una dozzina di giovani, infine, si sono incontrati sabato scorso a Times Square, tutti ingiacchettati e incappucciati: avevano messo su una competizione per premiare il più somigliante allo sparatore di mercoledì.

Alex Goldenberg, consulente presso il “Network Contagion Research Institute”, un organismo che si occupa di minacce in rete, segnala come questa volta il sostegno all’omicidio di Manhattan è diventato opinione comune. “L’uccisione di Thompson – aggiunge Goldenberg – viene spiegata come una specie di segnale d’inizio di una più ampia guerra di classe” (New York Times, 7/12/2024).

Che Luigi Mangione il 4 dicembre intendesse intervenire nel dibattito pubblico sull’assistenza sanitaria appare chiaro dalle parole incise sui bossoli trovati sulla scena del delitto: “delay, deny, depose” (ritardare, negare, deporre). Le prime due alludono a pratiche di uso comune fra le compagnie di assicurazione, prima rinviare e poi rifiutare del tutto il pagamento delle cure mediche. L’ultima – deporre – appare come metafora dell’omicidio stesso, la deposizione violenta, per via di eliminazione fisica, di un sovrano, in questo caso l’amministratore delegato di un’azienda.

La triplice allitterazione stabilisce anche un legame con Delay, Deny, Defend, un libro pubblicato nel 2020 da Jay M. Feinman, professore emerito di diritto a Rutgers. Per capire di cosa parli il suo libro basta leggere il sottotitolo: “Perché le compagnie di assicurazione non pagano e cosa si può fare al proposito”.

“Un torrente di odio verso le assicurazioni sanitarie dopo l’omicidio dell’amministratore delegato” è il titolo di un articolo uscito sul New York Times del 5 dicembre, dove si legge di come sarcasmo, giubilo e odio abbiano dominato i commenti apparsi in rete subito dopo la morte di Thompson. È un ottimo pezzo, ma più interessanti risultano i 1.460 commenti inviati in poche ore dai lettori.

Lì si può leggere dell’impatto devastante esercitato da UnitedHealthcare e da altre aziende del settore sulla vita delle persone:

– Mia figlia è nata con una deformità congenita a entrambi i piedi. A quattordici mesi è stata operata. L’assicurazione ha pagato solo per un piede, sostenendo che non copriva due operazioni praticate in contemporanea.

– UnitedHealthcare è la mia assicurazione. Negli ultimi due anni mi è costata 3.000 dollari. Loro ne hanno tirati fuori 100.

– Quest’anno mio zio è morto che era ancora giovane perché l’assicurazione ritardava, ritardava, ritardava (delayed, delayed, delayed).

– Un anno fa ho perso mio marito, suicida. Una delle ragioni per cui si è tolto la vita sono stati i debiti causati dalle cure mediche.

– Abbiamo un figlio che soffre di autismo. United Healthcare continua a negargli la copertura assicurativa per la terapia di cui ha bisogno.

– United Healthcare ha usato l’intelligenza artificiale per stabilire che la terapia per la mia recente e devastante infertilità non era necessaria dal punto di vista medico.

– Una mia parente ha avuto un aneurisma cerebrale, senza lacerazioni. Nessuna assicurazione avrebbe mai coperto un’operazione chirurgica “prima che l’aneurisma avesse raggiunto il livello 7”. La demenza vascolare era già iniziata. Adesso non siamo ancora al livello 7, ma mentalmente lei è andata. I suoi due figli (giovani) lavorano a tempo pieno per pagarle una badante a tempo pieno.

– Proprio mentre sto scrivendo aspetto che l’Assicurazione risponda al mio appello contro le loro decisioni a proposito delle radiazioni a cui sono stata sottoposta dopo un’operazione chirurgica per un cancro alla gola. Il trattamento mi ha causato una seria necrosi ossea a entrambe le mascelle. Non ho più denti e da un anno e mezzo non riesco a nutrirmi correttamente. Tutto questo sta compromettendo in maniera seria la mia salute, che è in declino. L’ospedale dove sono in cura, il mio medico di famiglia e altri due suoi colleghi hanno sottoposto quattro richieste di pagamento all’Assicurazione. Sono state tutte negate (denied).

Non odio, ma dolore. Senza fine. Ed estrazione. I risparmi personali con cui pagare i costi delle cure non sono altro che residui accumulati del salario. Provengono da quella parte di valore rimasta in mano alle salariate o ai salariati, dopo che il capitalista si era attribuito una parte di quello totale da loro prodotto e aveva destinato l’altra, appunto, ai salari.

L’estrazione via assicurazione sanitaria prolunga il furto del valore al di là dello sfruttamento in opera durante la giornata lavorativa. È una pratica distruttiva: ogni anno, negli Stati Uniti, sono in 600.000 ad andare in bancarotta perché non riescono a pagare le prestazioni sanitarie di cui hanno bisogno.

Ma soprattutto speranza. Non scriverebbero se non sperassero.

Fonte

29/09/2024

Piove, governo ladro!

Sono stati giorni tristi, in cui abbiamo rivisto le immagini dei disastri provocati dalle piogge in Emilia-Romagna, a solo un anno e mezzo di distanza dall’ultima alluvione, e mentre il dibattito politico si concentrava sul balletto di responsabilità sulle ragioni per cui i cittadini di quella regione ancora aspettano i ristori dell’emergenza precedente, si è manifestato in maniera plastica come il Governo pensa di affrontare tali emergenze senza rischiare di sfidare il paradigma dell’austerità: sostanzialmente, senza fare niente, e addirittura raccomandando (o, come vedremo, obbligando) cittadini e imprese a vedersela da soli e a loro spese.

Andiamo con ordine: sappiamo bene che l’Italia è un paese fragile dal punto di vista idrogeologico, tanto più in quanto vittima di un modello di sviluppo che ha favorito una crescita disordinata del territorio a tutto vantaggio del profitto, con un continuo consumo di suolo che l’ha resa sempre più esposta agli eventi estremi (e a volte neanche gli eventi tanto estremi hanno causato disastri). Emblematica poi la situazione specifica dell’Emilia-Romagna dove un modello di sviluppo territoriale scellerato fondato su un uso intensivo e irresponsabile del territorio – promosso e sostenuto dalle amministrazioni del centro-sinistra neo-liberale – è, con ogni evidenza, alla base del disastro consumatosi nel maggio 2023 e ancora, in proporzioni meno drammatiche, pochi giorni fa.

È dunque evidente che una politica di prevenzione del rischio idrogeologico deve partire prima di tutto da uno sviluppo ordinato del territorio, a servizio delle comunità che vi abitano e non del profitto.

Ciò detto, il danno è ormai fatto, e per passare dalla logica dell’emergenza a quella della prevenzione occorre quindi pensare a come mettere mano al portafogli per realizzare interventi di messa in sicurezza e prevenzione del rischio. È ovvio che tutto ciò ha un costo, che un documento del Consiglio Nazionale degli Ingegneri quantifica in circa 26 miliardi (e questo, lo ribadiamo, nell’ipotesi tutt’altro che scontata che nel frattempo non si creino ulteriori interventi dannosi per il territorio).

Si noti che la questione “prevenzione del dissesto idrogeologico” dovrebbe essere – tanto più in un paese come l’Italia – l’ABC di un’attività ordinaria di cura del territorio, finanziata con strumenti ordinari di spesa pubblica. E in effetti il Governo lo scorso marzo ha istituito il regolamento di un “Fondo progettazione per la mitigazione del rischio idrogeologico”, solo che si è “dimenticato” di metterci i soldi, finanziandolo (per di più per il triennio 2022-24, dunque retroattivamente) per soli 5 milioni l’anno! Ribadiamo: 15 milioni (in tre anni) a fronte di un investimento dovuto pari ad almeno 26 miliardi.

Si dirà: vabbè, ma c’è il PNRR, vuoi che lì non ci sia qualcosa per mettere in sicurezza il territorio? In effetti il PNRR prevedeva due misure legate al contrasto del dissesto idrogeologico, per circa 2 miliardi e mezzo (quindi comunque pari al 10% dei 26 miliardi citati in precedenza), per di più da dividere in opere di prevenzione e interventi a favore di aree già colpite da calamità. Molto poco, dunque, e per di più – coerentemente con le tempistiche del PNRR – per interventi da realizzarsi da qui al 2026, come se poi tutto si risolvesse da sé. Eppure anche questa miseria deve essere sembrata troppo al Governo, che lo scorso marzo nel Decreto di revisione del PNRR ha fatto sparire con una sorta di gioco di prestigio buona parte di tali risorse, che si sono stanzialmente dimezzate. La scelta, quindi, è stata proprio di eliminare investimenti per la cura del territorio e questo avveniva a marzo 2024, neanche un anno dopo il tragico evento alluvionale in Emilia-Romagna del maggio 2023.

E arriviamo infine alle assurdità di questi giorni: a fronte dei nuovi disastri provocati dalle piogge in Emilia-Romagna, il Governo ribadisce di non avere proprio idea e voglia di intervenire con una politica (necessariamente costosa) di prevenzione del territorio, e non trova di meglio che immaginare un obbligo per le imprese di sottoscrivere a proprie spese una polizza assicurativa privata per assicurarsi dai danni da calamità naturali.

Un enorme regalo alle assicurazioni, dunque, e un arretramento di fronte a una delle funzioni base (la tutela del territorio) che qualsiasi Stato dovrebbe assicurare. E non finisce qui: come qualsiasi mercato assicurativo, anche quello di queste tipo di polizze avrebbe bisogno per funzionare di un livello dimensionale minimo, in grado di garantire adeguati profitti alle società assicuratrici a fronte degli impegni assunti, dimensioni che l’obbligo assicurativo per le sole imprese probabilmente non sarebbe in grado di raggiungere. Per questo motivo il Governo starebbe valutando addirittura di estendere l’obbligo assicurativo anche ai privati cittadini, sulla base di una logica perversa: lo Stato, che avrebbe il primario dovere di proteggere il territorio di fronte alle avversità climatiche, abdica alla sua funzione preventiva in quanto giudicata troppo costosa; allo stesso tempo, senza vergogna, con l’obiettivo di non spendere soldi neanche a posteriori per la riparazione dei disastri che puntualmente si consumano di volta in volta, delega ai cittadini questa funzione tramite l’aberrazione di un obbligo di assicurazione privata e strizza così l’occhio alle società assicuratrici garantendo loro un nuovo fecondo mercato. Capolavoro del neo-liberismo!

E il mercato assicurativo effettivamente sembra aver fiutato l’offerta, tanto che i costi per sottoscrivere questo tipo di polizze sono raddoppiati nel corso degli ultimi 3 anni. L’Italia in effetti sembra essere uno dei mercati più promettenti, almeno secondo i dati dell’European Environment Agency, che indicano come nel nostro paese solo il 5% delle perdite degli ultimi due decenni è stato coperto da assicurazione. La dichiarazione di resa del ministro Musumeci assolve quindi a un doppio compito: da un lato ribadire che la cultura dell’austerità di bilancio non verrà scalfita neanche dai (passati, presenti e soprattutto futuri) disastri naturali, dall’altra fornire la necessaria spinta al decollo di un mercato privato delle assicurazioni.

Arriviamo così al rovesciamento completo del rapporto Stato-cittadini, con questi ultimi chiamati a farsi carico direttamente e privatamente dell’arretramento dello Stato dalle proprie funzioni.

Quando diciamo che il paradigma dell’austerità e il definanziamento della spesa pubblica implica un trasferimento di costi dallo Stato ai cittadini, e contemporaneamente occasione di profitto per le imprese, dobbiamo tenere a mente proprio situazioni come questa. E questo sarà ancora più vero con la ripartenza delle regole di bilancio europee, che prendono come variabile “di controllo” proprio la spesa primaria, nella quale rientra anche la spesa per il dissesto idrogeologico (tanto più quando è una spesa per opere di prevenzione e non per ristoro di danni).

L’austerità si traduce sempre e necessariamente in una compressione dei nostri diritti e delle nostre libertà (e, in questo caso, anche delle nostre sicurezze più elementari), per quanto discorsi arzigogolati e teorie economiche strampalate possano tentare di provare il contrario. Poi però piove: e insieme al fango vengono giù le bugie di questo Governo che si presentava in Europa al grido “la pacchia è finita”, dove la pacchia evidentemente era la vita dei propri cittadini.

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22/09/2024

L'Italia è funestata dalle alluvioni? Fatevi un’assicurazione...

L’Italia frana o resta alluvionata, trema per i terremoti e si ferma ad ogni botta decisa dal cambiamento climatico... e che pensa di fare il governo? “Fatevi l’assicurazione, magari obbligatoria”...

È vero, il “consiglio” è arrivato da uno solo dei ministri, l’improbabilissino Nello Musumeci, ex presidente della Regione Sicilia e ora ministro di FdI della Protezione civile. Quindi il “capo” degli addetti ai lavori in caso di disastri naturali...

Già venerdì aveva annunciato l’obbligatorietà delle assicurazioni... davanti ad un’assemblea di assicuratori in estasi, ma poi – davanti alle rimostranze di altri ministri di peso, come Tajani e Salvini, ha cercato di correggere il tiro: «Per le famiglie e le case civili bisogna decidere se deve essere, come io sostengo almeno nella prima fase, facoltativo».

Ma non e una marcia indietro: «Stiamo lavorando per un partenariato pubblico-privato anche con i ministri Urso e Giorgetti. La polizza assicurativa, visto il cambiamento climatico, oggi è una necessità».

Più che un escamotage momentaneo, insomma, è una linea di pensiero. C’è il cambiamento climatico, si verificano più disastri, fatevi un’assicurazione...

Le polizze assicurative – specie se obbligatorie, come per le automobili – sono una pacchia per le società del settore, perché i danni annuali sul territorio nazionale sono certamente inferiori all’incasso realizzato. E, come avviene per l’auto, maggiore è la “rischiosità” (per le alluvioni ci sono territori più predisposti, altri molto meno) più alta è la polizza da pagare...

E lo Stato che ci sta a fare? Una persona normale, non necessariamente un comunista, è abituato a pensare che sulle grandi questioni che travalicano di gran lunga le possibilità delle singole persone e anche delle grandi imprese private, lo Stato abbia il compito di creare le condizioni migliori. Succede per un’epidemia, la viabilità stradale e ferroviaria (i privati non ne costruiscono, al massimo pretendono di incassare i biglietti...), e a maggior ragione per la messa in sicurezza del territorio.

Ovvero pensa a fare quelle opere pubbliche, piccole o grandi, che – sulla base di un’indicazione scientifica seria – diminuiscono al massimo la possibilità che certi fenomeni si ripetano sempre uguali, con danni che si aggiungono ai danni non ancora sanati, come avviene in questi giorni in Emilia Romagna e nelle Marche.

Ma evidentemente Musumeci e questo governo pensano che lo Stato serva solo per gestire la polizia e l’esercito, per regalare soldi alle imprese e a pagare i sontuosi stipendi di parlamentari e ministri. Per il resto, chissenefrega...

Fonte

06/04/2023

Il Nord Stream vale ancora un polizza assicurativa

Tra dichiarazioni pubbliche e pratiche concrete, nella politica internazionale, lo scarto è sempre abissale. Ma questa volta appare così immenso da rasentare l’incredibile.

Nel pieno di una “guerra calda” che oppone l’Occidente neoliberista e la Russia, nel mentre si incrementano sanzioni per recidere il più possibile i legami economici tra i due “fronti”, alcune società di assicurazione rinnovano la copertura sull’infrastruttura che più di ogni altra rappresenta fisicamente cosa significa questa guerra: il North Stream.

Sì, proprio il gasdotto interrotto da un’esplosione provocata – secondo l’autorevole ricostruzione di Seymour Hersh, uno dei pochi giornalisti di inchiesta rimasti attivi – da commandos statunitensi con l’aiuto norvegese.

A che serve rinnovare una polizza assicurativa su una struttura che gli Stati Uniti, prima ancora della guerra, volevano fosse chiusa? Perché mai delle società orientate esclusivamente al profitto dovrebbero accettare un rischio di esposizione (e rimetterci soldi) su qualcosa che è già stato parzialmente distrutto?

L’inchiesta condotta da Reuters sembra però confermare proprio questa fantascientifica ipotesi, che sta in piedi solo se il governo tedesco – o alcuni suoi esponenti di altissimo livello – ha dato l’ok. Lasciando così una porta aperta all’eventuale ripresa di “rapporti normali” con Mosca dopo un accordo di pace sufficientemente credibile.

In queste faccende, come sempre, “le fonti” che fanno circolare l’indiscrezione pretendono e ottengono l’assoluto anonimato.

Ma è praticamente certo che Allianz e Munich Re – le due principali compagnie tedesche – abbiano rinnovato la copertura per il North Stream, considerando possibile il ripristino del suo funzionamento in tempi ragionevoli, e dunque meritevoli di questo “rischio di investimento”.

Già solo questa decisione – formalmente presa da “privati” – è in contraddizione totale con l’atteggiamento pubblico del governo tedesco. Il gasdotto è infatti stato costruito dalla russa Gazprom, tra i principali bersagli delle sanzioni. E la stessa Russia detiene il 51% delle azioni relative.

Evidente – e altre “fonti” anonime citate da Reuters lo confermano – che dal premier Sholz deve essere arrivato un via libera. Anche perché “alcuni degli azionisti tedeschi di Nord Stream sono favorevoli almeno a preservare il gasdotto danneggiato nel caso in cui le relazioni con Mosca migliorino”.

Tra le tante cose incredibili di questa vicenda c’è anche la presenza dei Lloyd’s di Londra tra i vecchi assicuratori dell’infrastruttura, ma anche tra quelli disponili a riaprire la posizione.

Sia chiaro: che si mantenga una polizza attiva sul North Stream, ovviamente a prezzi stracciati vista la situazione mondiale e la chiusura del gasdotto, non vuol dire che sicuramente tutto tornerà come prima.

Vuol dire solo – ed è già molto – che questa ipotesi sia tra quelle da prendere in considerazione, e quindi che sia meritevole di un certo investimento finanziario.

Le variabili in gioco sono effettivamente moltissime. La contrarietà degli Stati Uniti alle forniture di gas russo all’Europa è abbastanza granitica e bispartisan (accomuna Trump e i democratici), ma l’evoluzione politica interna agli States potrebbe almeno stemperarla.

Un’evoluzione della guerra negativa per l’asse euro-atlantico ridurrebbe di molto il peso politico di Washington sulle decisioni che l’Europa dovrebbe prendere per far fronte alle sue necessità energetiche. E una fornitura certa, a prezzo contenuti, risolverebbe molte equazioni al momento incertissime.

E così via.

Quando i media insistono tanto sui “valori di civiltà” che giustificherebbero il sostegno a Kiev “fino alla vittoria” (la “pace giusta” di cui si riempiono la bocca Ursula von der Leyen & co.) forse è bene ricordare di quali “valori” si tratta.

Follow the money, e pure le assicurazioni. Qualcosa di più si capisce...

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27/12/2020

Banche e sciacalli pronti ad approfittare della salute

Mentre alcuni giorni fa documentavamo sul nostro giornale come la sanità pubblica sia stata saccheggiata e indebolita a favore della sanità privata, proprio quest’ultima sta già tornando alla carica per far largo ai suoi progetti sulla sanità integrativa privata.

Per acquisire legittimità, la divisione salute (e assicurazioni, ndr) di Intesa San Paolo ha preso spunto dal rapporto RBM-Censis dello scorso anno, per decantare il ruolo di “secondo pilastro” della sanità integrativa rispetto al Servizio sanitario nazionale, nell’ottica di “raddoppiare il diritto alla salute”.

“Appare quindi sempre più necessario implementare un Sistema Sanitario Integrativo, basato sui Fondi Sanitari e le Assicurazioni, che possa ‘intermediare’ la spesa sanitaria pagata direttamente dai cittadini per le cure erogate al di fuori del Servizio Sanitario Nazionale ampliando la capacita’ assistenziale del Sistema Sanitario del nostro Paese”, ha affermato in un recente evento online Marco Vecchietti, amministratore delegato di Intesa Sanpaolo RBM Salute.

Le sue parole sono utili per capire l’insidia – e la speculazione sul crescente allarme sociale in merito alla sanità – che questi soggetti stanno mettendo in campo.

Il manager della maggiore banca italiana, è partito dal tema delle prestazioni specialistiche e non ordinarie. “Si tratta di fatto – ha spiegato in una intervista ad Askanews – di andare a supportare le singole persone nell’accesso a queste prestazioni, evitando che ci sia la necessità di sostenere queste spese direttamente con il proprio reddito e prevedendo un servizio, quello della sanità integrativa, che è ancillare al Servizio sanitario nazionale e che si occupi di gestire collettivamente queste prestazioni per tutti i cittadini”.

Ma come? E qui, anche dal linguaggio, si capisce quale sia il sistema che Vecchietti e quelli come lui hanno in testa, ossia il fallimentare, discriminatorio e disuguagliante sistema sanitario statunitense. “Investire maggiori risorse sui protocolli di diagnosi precoce attraverso la mappatura dei rischi con metodiche di analisi genomica ridurrà l’incidenza prospettica dei cosiddetti big killer, le patologie più diffuse tra la popolazione” afferma Vecchietti.

Quando si passa alle soluzioni, emerge chiaramente come il suo mondo consideri la salute pubblica né più né meno che un terreno di mercato e di profitto per le società assicuratrici (e, come noto, anche per Cgil Cisl Uil che hanno introdotto il welfare aziendale nei contratti di lavoro, ndr).

Non a caso proprio la divisione salute di Intesa San Paolo annuncia trionfalmente che: “La Divisione Insurance di Intesa Sanpaolo, attraverso Intesa Sanpaolo RBM Salute, si è aggiudicata la gestione dei fondi sanitari integrativi contrattuali dei Gruppi Fiat Chrysler Automobiles (FCA) e CNH Industrial. In totale i fondi FASIF e FISDAF assistono circa 170 mila persone”.

Non solo gli sciacalli delle “Divisioni Insurance”, grazie a Cgil Cisl Uil incombono sulla sicurezza sociale di lavoratrici e lavoratori, ma vogliono avere il semaforo verde per mettere le mani anche sulla società nel suo complesso.

“Gli strumenti di predictive underwriting e adaptive pricing – sottolinea infatti Vecchietti – consentiranno alle compagnie la definizione di polizze assicurative personalizzate che operino a protezione della mappatura dei rischi dell’assicurato”. In sostanza vi faranno la polizza assicurativa solo se non state messi troppo male in salute, esattamente come negli Usa.

Secondo Intesa San Paolo, la sanità integrativa può consentire a tutti, attraverso il pagamento di “una piccola quota” generalizzata, di coprire anche le spese che oggi invece ricadono, in maniera pesante solo su chi in un determinato momento abbisogna di cure specifiche.

“Della spesa sanitaria privata, oggi in media i cittadini finanziano l’85% direttamente e solo il 15% è finanziato attraverso assicurazioni sanitarie e fondi sanitari” – ha aggiunto l’amministratore delegato di Intesa San Paolo RBM – “Si tratta di un livello di copertura decisamente inferiore a quello degli altri cittadini europei”.

“L’obiettivo di fondo – insiste Vecchietti – è non andare a duplicare quelle che sono le tutele del pilastro pubblico, ma rendere possibile per il nostro cliente una soluzione alternativa, aggiuntiva, che gli consenta sempre di avere accesso alle cure di cui ha bisogno”.

Ma su questo, proprio nel servizio di alcuni giorni fa denunciavamo come le strutture sanitarie private abbiano ormai superato quantitativamente quelle pubbliche, e in larga parte proprio grazie alla spesa sociale diventata generosa con i privati e ferocemente ridotta per la sanità pubblica.

Il sempre più asimmetrico dualismo tra pubblico e privato nella sanità, viene poi a innestarsi anche sull’emergenza pandemica che stiamo vivendo – e che, unica perla – anche Vecchietti definisce non più di pandemia, bensì di “sindemia”, ossia più emergenze sanitarie che si intrecciano con una condizione di crisi economica/sociale, mettendo ulteriormente in crisi la capacità di gestire o affrontare, non solo l’emergenza, ma anche le attività sanitarie ordinarie.

“Per noi operatori della sanità integrativa – ha concluso il manager di Intesa San Paolo – la sfida è quella di riuscire a garantire proprio in queste situazioni emergenziali un supporto organico al sistema sanitario, consentendo agli assicurati di avere la tranquillità e la certezza, pur a fronte di una situazione di emergenza, di poter continuare a gestire le proprie cure per quanto riguarda la loro situazione di salute ordinaria”.

Sono proprio questi concetti, queste parole, questa visione e le azioni concrete che ne sono derivate ad aver smantellato la sanità pubblica e ad aver reso la salute un mercato come gli altri. Se la pandemia/sindemia ci ha insegnato una cosa e che questa logica va completamente rovesciata e sconfitta. Senza sconti per nessuno.

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02/11/2019

Lo sfruttamento non ha età: l’incubo dell’assicurazione previdenziale obbligatoria

Dalle colonne del Corriere della Sera del 30 ottobre appare un titolo suggestivo, che colpisce immediatamente: “Gli anziani non sono un peso”, a firma di Ferruccio De Bortoli.

Uno dei maggiori esponenti del pensiero economico e politico dominante, megafono della propaganda liberista, sembra finalmente andare contro corrente. Anni e anni di ideologia del conflitto intergenerazionale tra giovani e vecchi, di ripetuti anatemi contro gli anziani che peserebbero come un fardello sulle spalle dei giovani precari, di asserita insostenibilità del sistema pensionistico, sembrano finalmente espiati dal ragionevole pentimento di De Bortoli che ci spiega che i vecchi non sono un peso. Titolo ed incipit sembrano proprio una garanzia: “Gli anziani in Italia non sono un peso. Si può (e si deve) dare più spazio ai giovani senza creare disagi e inutili sensi di colpa a genitori e nonni. Una questione di civiltà.” Limpido e chiaro. Ben detto Ferruccio, finalmente!

Purtroppo però, il vero senso dell’articolo si annida nel seguito, che fa piazza pulita delle nobili intenzioni iniziali. Una sequela impressionante di luoghi comuni e inquietanti ricette. Continua infatti l’ex direttore del Corriere:
“Investiamo poco, ci assicuriamo di meno, nascondiamo sotto il tappeto le dinamiche inesorabili della nostra società. Se teniamo al futuro delle prossime generazioni dovremmo parlarne di più. E aiutarle per tempo ad affrontare le emergenze dell’invecchiamento della popolazione. Un peso, forse insopportabile, che cadrà sulle loro spalle. Una mina nascosta nel Servizio sanitario nazionale (che deve curare più che assistere) e nei conti dell’Inps. Oggi abbiamo quasi 14 milioni di italiani con più di 65 anni. Secondo l’Istat, nel 2037, in un contesto di popolazione calante, ne avremo 4,5 milioni in più. La percentuale di loro che non sarà autosufficiente è destinata a crescere esponenzialmente. Oggi a 75 anni è del 26 per cento; a 85 anni del 46 per cento”.
Ecco che torna in grande stile la tesi della “bomba demografica”, che metterebbe a repentaglio la sostenibilità del nostro stato sociale, delle pensioni e della sanità nel futuro prossimo. È in particolare il tema della non autosufficienza di una popolazione anziana crescente che sembra preoccupare De Bortoli:
“l’assistenza agli anziani non autosufficienti assorbe (quattro miliardi) ormai la metà della spesa sociale dei Comuni. E in futuro, di questo passo, finirà per drenarla tutta. A danno di altri servizi assistenziali di primaria importanza, come il sostegno all’infanzia, l’aiuto ai poveri”.
Nel mondo delle risorse scarse che ci racconta De Bortoli, il mondo dell’austerità e della disoccupazione come male necessario, più assistenza agli anziani non autosufficienti significa meno sostegno all’infanzia e ai poveri. I soldi non ci sono, occorre scegliere, stabilire priorità, perché un bisogno esclude l’altro, non se ne esce. E allora che fare? Due sono le soluzioni prospettate da De Bortoli. La prima è legata al ruolo dei lavoratori stranieri:
“In Italia lavora più di un milione di badanti (quasi tutte o tutti stranieri, oltre la metà irregolare, spesso non preparati). Un numero superiore a quello di tutti i dipendenti del Servizio Sanitario Nazionale (poco più di 600 mila). Se, per ipotesi, scioperassero tutte o tutti insieme sarebbe la paralisi. Vera. Ecco uno sguardo poco consueto sulla fragilità della nostra società. La ricerca di badanti conviventi è stata poi resa problematica dal diminuito afflusso di immigrati. Ed ecco un altro angolo di lettura, poco diffuso, del tema dell’immigrazione. Chiudersi significa anche questo”.
Dunque, dobbiamo accogliere gli immigrati, ma non per solidarietà verso chi fugge da miseria e morte, bensì perché ci servono schiavi, ci serve quell’esercito industriale di riserva di cui parlava Marx. Se il badante di tuo nonno sciopera, sta dicendo De Bortoli, con le frontiere chiuse sei fritto, mentre con le frontiere aperte ci sarà sicuramente un altro disperato disposto ad accollarsi il lavoro umile ad un prezzo stracciato. È il razzismo dei buoni: gli immigrati vengono presentati nella loro funzione di riequilibrio demografico di società decadenti e insostenibili, con una naturale vocazione per quei lavori umili che “gli italiani non vogliono più fare”. E soprattutto, perfetti sostituti tramite spesa privata di uno stato sociale che non riusciremo più a finanziare in futuro.

Ma non è tutto, e qui De Bortoli getta la maschera, facendosi riconoscere per quel che è, una penna al soldo della classe dominante, disposto a piegare il lavoro del giornalismo alla marchetta verso gli interessi dei grandi gruppi finanziari:
“In Italia non esiste, come invece c’è in Germania, un’assicurazione obbligatoria sulla non autosufficienza. Un rischio certo, non una eventualità. Toccherà tutti, direttamente o indirettamente, in famiglia e nei nostri rapporti personali. Manca una consapevolezza generale. Sei grandi casse previdenziali si sono messe insieme per trattare le migliori condizioni con un costo annuo di soli 13 euro a iscritto. Il più grande fondo previdenziale negoziale (Cometa, metalmeccanici) offre tra le opportunità agli assicurati, una volta arrivati alla pensione, una copertura long term care che raddoppia la rendita in caso di non autosufficienza. I dirigenti del settore del commercio, altro esempio, hanno una polizza Ltc con un premio annuale di 206,60 euro che assicura, con una rendita di 2.582,28 euro, rivalutabile al 3 per cento annuo, il rischio di non autosufficienza fino a 70 anni, ed è una copertura prorogabile a vita intera a condizioni prefissate. Esistono ovviamente (e si vedranno sempre di più le pubblicità) proposte individuali delle compagnie assicurative.”
Uno spot, un misero spot alle assicurazioni private, sulla pelle della popolazione più anziana, questo è ciò che il Corriere della Sera è in grado di produrre. Eccolo il vero mondo di De Bortoli: se lo stato sociale inevitabilmente collassa, venendo a mancare le risorse per sostenerlo, devono pensarci i privati cittadini a costruire – con acuta capacità di guardare al futuro – il pilastro salvifico della previdenza complementare, arricchito di coperture assicurative gestite da fondi negoziali o assicurazioni private a carico del singolo. Con la proposta di rendere addirittura obbligatoria l’assicurazione previdenziale e sanitaria il cerchio finalmente si è chiuso: con buona pace del libero mercato tanto caro ai liberisti, la legge che obbliga ad acquistare protezione da un sistema privato, che macina profitti sui problemi di salute degli anziani.

C’è un aspetto tra i molti, nel modo di ragionare di De Bortoli, che colpisce in maniera particolare. Volendo anche per ipotesi immergerci nell’ottica delle risorse scarse, perfetto riflesso del pensiero economico dominante, perché mai la spesa privata dovrebbe essere migliore di quella pubblica in assistenza e sanità? Se esistono, nella società, le risorse potenziali per sostenere un sistema di assicurazione privata per il rischio di malattia e non autosufficienza, perché mai non dovrebbero esistere le corrispondenti risorse pubbliche per ottemperare ai medesimi bisogni, garantendo al contempo maggiore equità di trattamento? A questa domanda il pensiero economico mainstream in genere non risponde e si nasconde dietro la presunta naturalità delle scelte private, al cospetto della coercitività di quelle pubbliche, considerate sempre inefficienti per definizione, mentre il boato del ponte Morandi – infrastruttura concessa in gestione ai privati e crollata nell’estate del 2018 – ancora risuona.

Quello delle risorse scarse emerge con chiarezza come un puro mito, funzionale alla mera opera di privatizzazione e mercificazione del sistema di soddisfacimento dei bisogni umani. Un mito che agisce come un martello pneumatico nell’opera mastodontica di rimozione di quelle istituzioni a carattere sociale e collettivo costruite nei decenni passati a fondamento dello Stato sociale solidaristico e universalistico che ha costituito l’ossatura di una civiltà che si vuole demolire, perché ostacolo all’accumulazione di profitti. Per De Bortoli, insomma, gli anziani non dovrebbero più essere considerati come un peso, bensì dovrebbero essere costretti a comprare una bella (e salata) assicurazione privata, in un mondo in cui i grandi gruppi finanziari gestiscono il business previdenziale sfruttando il lavoro di masse di immigrati pagati con salari da fame. Per combattere questo incubo, dobbiamo difendere con le unghie e con i denti quel che resta dello stato sociale, la civiltà contro la barbarie dei cantori del liberismo e dell’austerità.

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26/06/2019

«Caro Landini, il welfare ‘aziendale’ cancella la sanità pubblica»

Caro compagno Maurizio Landini,

Ti scrivo a nome e per conto di Medicina Democratica e delle Reti per la salute in cui Md è presente (Rete Sostenibilità e Salute, Campagnadico32, Rete europea contro la commercializzazione e la privatizzazione della salute) per esprimere una preoccupazione e fare una proposta in merito al cd welfare aziendale.

Sicuramente sei informato e a conoscenza del 13esimo Rapporto sullo stato sociale (2019), curato dal prof. Felice Roberto Pizzuti, docente di economia dell’Università La Sapienza di Roma, che esamina complessivamente i problemi dello stato sociale. In esso si approfondiscono anche i temi della sanità e dell’assistenza. Il rapporto sostiene che il welfare contrattuale è uno sconto fiscale per le imprese che oltretutto «fidelizzano» così il proprio dipendente. Aumenti contrattuali pagati tramite fondi defiscalizzati, destinati soprattutto alla sanità privata, tolgono risorse alla sanità pubblica per una stima di oltre due miliardi annui. Ciò si somma a quanto sta attuando il governo in modo chiaro od occulto. Il vantaggio per lavoratrici e lavoratori dalla sanità integrativa è solo apparente: evitano di fare code per visite ed esami ma questo comporta un aumento delle disuguaglianze (anche fra i lavoratori tutelati e coloro che non lo sono), un aumento di prestazioni sanitarie non giustificate e soprattutto ulteriore destrutturazione del Servizio Sanitario Nazionale. Chiediamo ai sindacati, in particolare alla Cgil, di ripensare il sostegno ‘pragmatico’ al welfare aziendale e – considerando che in una lettera si può dire anche meno dell’essenziale – di poterci confrontare direttamente.

Perché siamo in grado di dimostrare, sul piano sociale e scientifico, come la sanità integrativa (di fatto, privata) sia uno svantaggio per i lavoratori e per l’intera popolazione e che sarebbe meglio se la classe operaia, per sé e per tutti, difendesse quel Servizio Sanitario Nazionale, universale pubblico e partecipato, che anche i sindacati hanno voluto (Cgil-Cisl-Uil in un convegno promosso poco dopo la promulgazione della legge 23.12.1978 n. 833, ad Ariccia il 5/6/7 febbraio 1979).

Per fare ciò – lo ricordo come ex sindacalista ed ex metalmeccanico, presente a quel convegno – si rende necessaria, come fu allora detto e scritto, «una grande mobilitazione e una grande iniziativa popolare e di massa». Certo è passato del tempo e la riforma non è stata pienamente attuata, ma è meglio fondarsi sulle ragioni e sulle esperienze delle lotte contro la monetizzazione della salute, per la prevenzione e la partecipazione alla vita e al funzionamento del servizio sanitario nazionale, piuttosto che riproporre forme mutualistiche di sanità (come i fondi integrativi) che ci rimandano a un passato ancora più antico: alla legge 15 aprile 1886 n. 3818!

Nella speranza di essere ascoltato e convocato per una discussione, un seminario o altro, insieme alle associazioni nominate e agli esperti che le compongono, Ti invio i miei migliori saluti.

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25/06/2019

Ospedali senza medici, sanità al collasso. Una soluzione in tre mosse

La notizia sull’assenza di medici negli ospedali del Molise è solo l’ultima vergognosa conferma.

Vedere interviste sull’emergenza sanitaria ospedaliera fatte al Ministro della Difesa piuttosto che a quello della Sanità, ci dà il segno dei tempi.

La soluzione indicata infatti è quella di precettare i medici militari per assicurare la presenza di medici in ospedali dove non ce ne sono praticamente più. I feroci tagli agli organici, i medici che vanno in pensione, quelli che muoiono (capita anche a chi cura gli altri), il numero chiuso nelle facoltà di Medicina che ha ridotto al minimo la formazione di nuovi medici, ed ecco il risultato. Con un allarme che, oltre al Molise sembra riguardare anche Lazio, Toscana, Lombardia ed altre regioni.

Una emergenza annunciata. Perché?

Lo spiega la Fondazione Gimbe che ha presentato un rapporto al Senato secondo cui il sistematico definanziamento ha sottratto alla sanità pubblica circa 28 miliardi dal 2010 al 2019, con cure essenziali non garantite a tutti, sprechi e la progressiva crescita di fondi integrativi per ammortizzare la spesa privata per la salute.

Questo mix di 4 fattori sta “facendo cadere a pezzi il Servizio Sanitario Nazionale” afferma il quarto Rapporto della Fondazione Gimbe sulla Sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale, presentato oggi in Senato. “Nel periodo 2010-2019 sono stati sottratti al Ssn 37 miliardi – precisa il presidente Gimbe, Nino Cartabellotta – e, parallelamente, l’incremento del fabbisogno sanitario nazionale è cresciuto di quasi 9 miliardi”, con una differenza di 28 miliardi e “con una media annua di crescita dello 0,9%, insufficiente anche solo a pareggiare l’inflazione (+1,07%)”.

“Nessuna luce in fondo al tunnel”, visto che il DEF 2019 riduce il rapporto spesa sanitaria/PIL dal 6,6% nel 2019-2020 al 6,5% nel 2021 e 6,4% nel 2022, mentre per il 2019 è subordinato alle “ardite previsioni di crescita”.

In compenso su questo saccheggio della sanità pubblica è prosperato il comparto delle assicurazioni sanitarie private. Qui è tutta un’altra musica. Infatti secondo l’ultimo rapporto dell’Ania il giro d’affari nel settore delle assicurazioni private sulla sanità nel 2018 è arrivato ben 2,9 miliardi di euro, cioè il 45% in più rispetto ai 2 miliardi di premi raccolti nel 2013. L’incremento delle polizze per la sanità, ha compensato i gruppi assicurativi privati del progressivo calo dei ricavi dalle polizze per la Rc Auto.

Ma le assicurazioni private, le uniche che si stanno arricchendo sul disastro della sanità pubblica, oltre a contare i soldi pretendono anche di raccontare come devono andare le cose secondo i loro desideri. Infatti l’annuale rapporto del Censis sulla spesa delle famiglie per la salute e le cure (aumentata notevolmente), viene fatto in collaborazione con la Rbm, cioè una delle volpi messe a guardia del pollaio.

Secondo una inchiesta del Il Fatto Quotidiano, la Rbm, è nata nel 2011 (guarda un po’ che casualità questa coincidenza con l’anno orribilis del welfare nel nostro paese) dopo l’acquisizione da parte del gruppo trevigiano Rb Hold di Dkv Salute dalla tedesca Munich Re, in pochi anni è passata da outsider a leader del settore con oltre 514 milioni di premi, superando le big Generali, Unisalute e Allianz. Intorno a Rb Hold, controllato e guidato dall’ex dirigente di Generali Roberto Favaretto, ruota una galassia di società attive nella gestione di fondi sanitari e strutture sanitarie convenzionate, da Previnet a Previmedical, che – stando all’ultima Relazione sulla gestione del gruppo – “gestisce quasi un miliardo di euro di spesa sanitaria ogni anno il che ne fa anche il più importante “gruppo di acquisto” di prestazioni sanitarie private in Italia”.

Per capire che ruolo si sia ritagliata Rbm nel panorama italiano basta scorrere la lista dei fondi sanitari clienti: non solo ci sono quelli dei dipendenti Alitalia, Eni, Enel, Unicredit, Poste, Rai e Confindustria, ma si cura negli ambulatori e nelle cliniche convenzionate con Rbm anche il personale di Anac, Bankitalia, Agenzia delle Entrate, Equitalia, Consob e ministero della Difesa. In più ci sono i fondi sanitari dei rappresentanti di commercio, delle imprese artigiane venete, dell’università La Sapienza e di Roma Tre. Più ovviamente le polizze individuali, promosse con insistenti campagne pubblicitarie che promettevano coperture “a un euro al giorno“.

Ciliegina sulla torta, nel 2017 Rbm si è aggiudicata per il triennio 2018-2020 anche Metasalute, il fondo sanitario dei metalmeccanici: si tratta del più grande fondo sanitario integrativo in Europa con oltre 1.700.000 assistiti dipendenti di 30mila aziende. Dopo il passaggio di Metasalute sotto l’ombrello di Rbm, i metalmeccanici hanno segnalato disservizi nei tempi di risposta del call center e di autorizzazione delle pratiche, oltre che sulle nuove procedure per ottenere il rimborso delle cure dentarie.

Nel 2018 il segretario generale Fim Cisl Maurizio Bentivogli ha scritto al cda del Fondo per verificare le condizioni per una rescissione del contratto. Oggi, secondo il sindacato, “alcuni problemi iniziali sono stati in gran parte risolti. Permangono alcuni disagi e restano alcune inefficienze da ottimizzare”. Sul fronte delle prestazioni sanitarie, “da migliorare la polizza sanitaria del Fondo che per la struttura delle prestazioni ampie è molto flessibile. Questo, se da un lato ha rappresentato un’opportunità per gli assistiti, dall’altro in molti casi ha alimentato attese non sempre legittime o applicazioni restrittive da parte del gestore“.

Una soluzione in tre mosse

Per ridare dignità e risorse al Servizio Sanitario Nazionale si possono fare delle cose, anche semplici ma in qualche modo impegnative:

- rifinanziare adeguatamente il SSN ripristinando le risorse necessarie, al di là di quello che ne pensano i tecnocrati della Commissione europea o il Patto di Stabilità europeo, nazionale, regionale,

- indicare con una certa energia alle assicurazioni private che dovranno arricchirsi su altro e non sulla salute pubblica;

- abolire il numero chiuso per l’accesso alla facoltà di medicina e formare i medici necessari al paese;

- infine la soluzione più impegnativa: un maxi processo con dentro le gabbie i seguenti imputati: i ministri della salute, dell’economia e dell’università degli ultimi venti anni; i governatori delle regioni degli ultimi venti anni; i dirigenti sindacali che hanno varato negli ultimi contratti il welfare aziendale.

Qualcuno dirà che il rapporto della Fondazione Gimbe parte solo dal 2011 e quindi perché allargare l’accusa agli ultimi venti anni? Perché in realtà questa operazione criminogena è iniziata negli anni '90 sotto la spinta dei tagli e delle privatizzazioni nella sanità per rientrare nei parametri del trattato di Maastricht e dal Patto di Stabilità.

Durante il processo, nei banchi del pubblico e in quelli dell’accusa, dovrebbero sedere tutte le vittime del crollo dei livelli di assistenza sanitaria dovuti ai tagli e alle scellerate scelte fatte; ed anche tutti coloro che hanno dovuto sborsare due volti i loro soldi (prima con le trattenute in busta paga e poi pagandosi direttamente prestazioni sanitarie che avrebbero dovute essergli garantite).

Fuori dall’aula dovremmo esserci tutti noi. Pronti ad intervenire nel caso di una condanna troppo lieve o l’assoluzione degli imputati. Un intervento popolare teso ad assicurare che la condanna venga scontata effettivamente “intramoenia”.

Nell’eventualità di un processo che facesse seriamente giustizia si partirà in corteo per recarsi all’ospedale San Giovanni di Roma onde abbattere una scritta vergognosa: “Azienda Ospedaliera San Giovanni”, e ripristinare l’insegna con su scritto solo “Ospedale”. Proprio perché hanno ridotto gli ospedali ad aziende oggi siamo di fronte agli orrori che stiamo vedendo.

Fonte

08/06/2019

La scure gialloverde sul servizio sanitario nazionale

Mentre i governanti giallo-verdi fanno le finte scaramucce sulla lettera di Bruxelles e contro l’Unione Europea, in realtà, stanno preparando il massacro sociale in linea con quanto richiesto dalla Commissione stessa, che pretende nuovi tagli alla spesa pubblica. E dove vuole cominciare a farli i tagli il “governo del popolo”? Ma certo, sempre lì: al Servizio Sanitario Nazionale!

Nella bozza di testo del nuovo Patto della Salute inviata dal Ministero della Salute non vi è certezza del livello di finanziamento. Anzi, contrariamente a quanto richiesto dalle Regioni, si subordina il finanziamento del prossimo anno alla variazione del quadro macroeconomico, ovvero, si sta preparando l’ennesimo sanguinoso taglio di ben 2 miliardi al Fondo Sanitario Nazionale.

Il Servizio Sanitario Nazionale, sempre più aggredito da tagli e privatizzazioni, è, ormai, al collasso. Gli ospedali non riescono a garantire più l’accesso alle cure; le liste d’attesa si allungano vertiginosamente; ci sono sempre meno medici mentre quelli che ci sono vengono sottopagati e gli infermieri sono costretti a turni di 16 ore. Cui prodest?

Appare sempre più evidente come, anche questo governo, come tutti gli altri, intenda continuare nell’opera di destrutturazione del sistema sanitario pubblico in favore di quello integrativo privato seguendo il modello americano, con al centro le assicurazioni e le strutture private.

Il Sistema Sanitario Nazionale viene, dunque, progressivamente svuotato ed impoverito in modo tale da indurre sempre più cittadini bisognosi di cure ed esami a rivolgersi alla sanità privata, anche a costo di investire i risparmi di una vita. Ed infatti sempre più gente rinuncia a curarsi.

Inoltre, il governo sa di potere contare sulla sponda benevola di CGIL, CISL, UIL che stanno tirando, da diversi anni, la volata alle grandi compagnie assicurative (Unipol in testa) con l’inserimento nei contratti collettivi nazionali dell’adesione obbligatoria, da parte dei lavoratori, ai fondi di sanità integrativa. D’altronde, c’è una relazione diretta tra questa forsennata spinta al “welfare aziendale” da parte di Confindustria e grandi sindacati, da un lato, ed il procedere inesorabile dei tagli che sono stati fatti e che si vogliono continuare a fare nei confronti del Servizio Sanitario Nazionale, dall’altro.

È quanto, del resto, afferma, con estrema chiarezza, il “Rapporto annuale sullo Stato Sociale” presentato a fine maggio scorso, presso l’Università “La Sapienza” di Roma da Felice Roberto Pizzuti, professore ordinario e direttore del master in Economia pubblica, quest’anno incentrato sul tema «Welfare pubblico e Welfare occupazionale».

È proprio illustrando i numeri – e le conseguenze – del sempre più esteso “welfare contrattuale” che Pizzuti dimostra la relazione diretta tra spinta al welfare aziendale e sottrazione di fondi al Servizio Sanitario Nazionale: “Lo scambio delle prestazioni del welfare occupazionale col salario monetario, mentre alle imprese (oltre a fidelizzare i dipendenti) frutta sgravi fiscali e contributivi che circa dimezzano il costo delle prestazioni, per i lavoratori implica una corrispondente riduzione della pensione pubblica e del trattamento di fine rapporto”.

Sempre secondo il rapporto del Prof. Pizzuti “L’utilizzo di aumenti contrattuali pagati tramite fondi defiscalizzati che i dipendenti utilizzano soprattutto per la sanità privata tolgono poi risorse alla sanità pubblica, stimati in oltre 2 miliardi(!)”.

Analogamente a quanto avvenuto per le pensioni, al di là delle divergenze di facciata, anche stavolta appaiono tutti uniti nel fare da sponda all’assalto finale della speculazione finanziaria ad un altro diritto che dovrebbe essere inalienabile ed universale e che secondo la nostra Costituzione è un diritto fondamentale dell’individuo (art. 32): il diritto alla salute.

Fonte

19/10/2018

Sanità. “Siamo al si curi chi può”. Quaranta anni dopo la riforma sanitaria

Intervista a Elisabetta Canitano.

Sono passati quaranta anni dalla Riforma sanitaria, una riforma che introduceva finalmente un sistema sanitario nazionale e che per anni ci è stata invidiata da mezzo mondo. Ma gli assalti selvaggi al welfare in nome dei tagli di spesa, della aziendalizzazione e delle privatizzazioni, hanno duramente depotenziato questa realtà.

In un paese dove si celebrano anniversari di tutto, tutti si sono dimenticati dell'anniversario della Riforma Sanitaria, delle conquiste che aveva rappresentato e del passo in avanti che ha consentito al paese sul piano del diritto salute come diritto universale.

Ne abbiamo parlato con Elisabetta Canitano, donna, medico, femminista e che a marzo del 2018 aveva accettato di candidarsi come presidente alla Regione Lazio per Potere al Popolo, portandosi dietro e dentro tutta la sua esperienza, conoscenza e coerenza.

Una coerenza che l’aveva vista uscire sbattendo la porta da una comoda posizione dentro la Commissione sanità della Regione Lazio. Quello che vedeva e che sentiva a Elisabetta Canitano non piaceva affatto e non ha mai esita a denunciarlo in ogni assemblea o iniziativa in cui ci siamo incontrati.

Siamo nel quarantesimo anniversario della “Riforma Sanitaria del 1978”. Un evento passato  completamente sotto silenzio o inosservato. E’ ancora così ingombrante quella riforma che ha segnato un epoca?

E’ ingombrante perchè ci ricorda che a un certo punto della storia di questo paese si era deciso di garantire cure gratuite, efficaci ed efficienti a tutti i cittadini, per il fatto di essere persone e non in base a censo, posizione lavorativa o altro. La fiscalità generale avrebbe garantito un gettito che, redistribuito sulle necessità sanitarie avrebbe fatto sì che i più abbienti, versando maggiori contributi, avrebbero garantito cure adeguate anche a chi di contributi non ne versava affatto, perché senza lavoro, o ne versava pochi a causa di lavori stagionali o occasionali. E’ un periodo in cui l’Italia fa dei passi avanti nel riconoscimento alle persone di titolarità di diritti, il periodo dell’istituzione del divorzio, la libertà di separarsi se non si va più d’accordo (prima c’era solo l’annullamento della Sacra Rota, regolarmente perseguito da molti politicidemocristiani e costosissimo), la riforma del diritto di famiglia, con l’uguaglianza dei coniugi, mentre prima la patria potestà prevaleva, l’istituzione dell’aborto libero e gratuito con la simultanea abolizione del Codice Rocco d’epoca fascista che vietava anche la contraccezione come delitto contro la stirpe italica. L’Italia esce dalla sudditanza alla Chiesa cattolica a cui l’aveva riportata il fascismo, dopo la parentesi risorgimentale e del periodo Umbertino, e cerca di avviarsi a essere un paese moderno. La sua resistenza è fortissima, ma inutile. Il conservatorismo rispetto alla condizione della donna, la sua partecipazione alla gestione della sanità e della scuola con alti profitti la rendono naturale ostacolo al progresso di questo paese come in tutta la nostra storia.

La riforma sanitaria del 1978 abolì le casse mutue di categoria e unificò il sistema sanitario nazionale dandogli un carattere universale. Quaranta anni dopo come stiamo messi?

La medicina è probabilmente il business mondiale più importante, ed è destinato a crescere. Appetiti economici incalcolabili premono alle porte dei servizi sanitari nazionali, e tentano di incanalare flussi di denaro sempre maggiori verso il profitto, con la scusa delle cure.
Quando vedi sotto il manifesto di un’assicurazione privata il simbolo dei tre sindacati confederali vuol dire solo che nessuno rinuncia a una fetta di questa torta.

Le varie leggi successive, tranne i tentativi falliti di Rosy Bindi, aggredita da tutti i soggetti interessati, e invece è stato il miglior ministro della salute che abbiamo mai avuto, danno il colpo di grazia al Servizio sanitario nazionale.

La defiscalizzazione degli oneri sanitari per le aziende, (se garantisci cure private ai tuoi lavoratori è come se pagassi le tasse) sottrae alla gestione pubblica della salute proprio quel contributo dalla fiscalità generale che doveva tenere in piedi il sistema. Il Servizio sanitario nazionale diventa sistema quando si stabilisce che tutti concorrono alle cure, purché corrano abbastanza in fretta.

Il valore scientifico di quello che viene fatto, la cosiddetta appropriatezza, cure giuste, validate nei lavori internazionali, il criterio introdotto da Rosy Bindi nel 1999, viene totalmente disatteso.

Quindi, poichè siamo in Italia, ovviamente ne approfitta il Vaticano, che apre nuovi ospedali in Italia con un marketing così aggressivo da mettere in difficoltà anche servizi pubblici efficaci ed efficienti, vedi Brescia e la Poliambulanza, spacciata come Polieccellenza, che mette in difficoltà l’Ospedale Civile.

Spacciata... certo, senza nulla togliere a Medici e a Professionisti che lavorano in quegli ospedali spesso con competenza, la sanità religiosa è autoreferenziale, si racconta quello che le fa comodo, è ipermedicalizzante, e si ritiene al di sopra delle Leggi dello Stato italiano, pur consumandone le risorse. Sul piano medico per esempio le gravidanze vengono seguite con pletore di esami dichiarati inutili dalla comunità scientifica internazionale ma che essi stessi prescrivono gratuitamente a carico del Servizio sanitario pubblico senza che nessuno controllo. Con buona pace delle Ostetriche che dovrebbero seguire con tanto di ricettario le gravidanze fisiologiche ma che vengono tacitate per esempio nel Lazio, con alcuni contentini sul parto a domicilio nella libera professione. Fanno parte del Sistema anche loro. Dovrebbero assumere Ostetriche nei consultori familiari per seguire le gravidanze, ma il blocco del turn over che impedisce di assumere dipendenti e invece consente di acquistare beni e servizi, con dentro i lavoratori trasformati in merce, di fatto fa morire di stenti il servizio sanitario nazionale e le sue attività. Per questo Zingaretti chiude Acqualuce, la Casa pubblica del parto in acqua... via via l’eccellenza del pubblico.

Ma anche sul piano dei diritti civili non va meglio. Ad esempio la dichiarazione del Policlinico Gemelli che non applicheranno disposizioni per il fine vita che siano in contrasto con la religione cattolica, quella del Bambino Gesù che si rifiuta di dire come spende i nostri soldi, con la motivazione che sono extraterritoriali, la pressione del Campus biomedico perché i proprio dipendenti non divorzino, ma chiedano l’annullamento rotale mettono in crisi proprio il rispetto di quei diritti civili su cui il centro-sinistra ha cercato di costruire il consenso.

Per quello che riguarda le prestazioni sanitarie, quindi, ognuno dei privati accreditati, convenzionati, classificati fa un po’ come gli pare, tanto la Regione rimborsa senza battere ciglio, mentre tratta con pugno di ferro i propri dipendenti, sui quali ha costruito il pareggio di bilancio, (che neanche ha portato a termine, invece, così come non è vero che garantisce i livelli essenziali di assistenza, ma trucca le carte per affermarlo), togliendogli qualunque possibilità di ricevere il gradimento dei cittadini.

Il Vaticano, dicevamo ma anche ovviamente l’Opus dei, che apre una faraonica Università nel Lazio, puntualmente foraggiata e incoraggiata da governi regionali di centro-sinistra, da Augusto Battaglia a Nicola Zingaretti. Comunione e Liberazione, con la Compagnia delle opere.

La Caritas, che riceve finanziamenti sempre crescenti e utilizza anch’essa i ricettari regionali con scarsi o nessun controllo.

Le multinazionali, come la Synlab, con sede in Austria, un miliardo e mezzo di fatturato nel 2015, che sta acquistando i laboratori convenzionati italiani, e che propone la mappatura genetica dei rischi di malattie in modo da ridurre la popolazione in schiavitù con la paura di ammalarsi.

Il gruppo Villa Maria con sede a Ravenna che acquista ospedali classificati. La Fondazione Roma che gestisce Università ormai semipubbliche con una discreta opacità sulle proprie attività. Altre ed eventuali che sorgono in continuazione.

La trasformazione della sanità in fonte di profitto per privati e privati religiosi con il suo ridurre i costi all’osso senza controllo di qualità nè etica che non sia quella del guadagno mette a rischio la vita delle persone.

In Irlanda a causa dell’affidamento della lettura dei pap test a una multinazionale americana (le immagini volano per il mondo, è questa la medicina globalizzata che trasforma le diagnosi in merci) muoiono delle donne. L’algoritmo della macchina che leggeva i vetrini non riconosceva bene le cellule cancerose anomale. Con il piccolo particolare che sono vent’anni che la sappiamo questa cosa. Davvero. Ma far rileggere i vetrini uno per uno da citologi esperti abbassa i ricavi e quindi pazienza se le donne irlandesi sono morte di una malattia che sappiamo prevenire.

La regionalizzazione della sanità per un verso fu una conquista, ma i colpi di clava successivi – penso al federalismo – hanno riprodotto asimmetrie e disuguaglianze profonde nei servizi alla salute tra le varie regioni. Cosa è successo?

Beh in questo clima del si curi chi può, e si arricchisca chi è capace, ovviamente la funzione centralizzata del Ministero della salute è venuta progressivamente a mancare, e la sanità pubblica, intendendo come pubblico chiunque riesca a prendere soldi dallo Stato, ha preso la forma della Regione in cui veniva praticata. Nel Lazio è affidata allo Stato della Chiesa con punte anche per l’Ospedale Israelitico. Nella Lombardia a Comunione e Liberazione. In Calabria alla disorganizzazione generalizzata.

In Emilia Romagna al sistema delle Coop, e a Unisalute, con la presenza del Gruppo Villa Maria, che acquista ospedali in tutta Italia. In Sardegna apre un grandissimo Ospedale del Vaticano con la collaborazione del Qatar e dello Stato italiano. Ognuno, come in condominio litigioso, ha le sue regole personali a seconda di chi deve fare profitto sui cittadini. L’Emilia Romagna ha abolito anche quella regola che diceva che si appalta solo a chi ha lavoratori regolarmente dipendenti. D’altra parte in Emilia Romagna nessuno va più a votare. Chiediamoci perché.

Hai letto che in Liguria la Regione sta vendendo due ospedali pubblici ai privati? Ma come può accadere una cosa del genere?

Tutto si può vendere, appaltare, affidare. Non è stato salvato niente nemmeno del ruolo regolatore del servizio pubblico dopo che il centro sinistra ha definito la sanità privata pubblica come gatto nero e quella privata come gatto bianco. L’importante è che mangino il topo. Purtroppo il topo siamo noi.

La Riforma Sanitaria del 1978 fu seguita dalla Legge 194 sull’interruzione di gravidanza e dall’apertura di consultori sui territori. Cosa ha significato per le donne? E che sta accadendo invece oggi?

Quelle leggi dovevano fornire un’assistenza alle donne uniforme sul territorio, partecipata, equa. Le donne avevano diritti a riunirsi nei Consultori, cosa che nella Regione Lazio, a guida centrosinistra, è notizia recente, è stata proibita dai dirigenti della Asl Roma B, e discutere la programmazione delle iniziative e delle cure con gli operatori. La Legge 194 è sotto attacco da parte della sanità religiosa, che, persa la battaglia frontale, ha scelto quella della conquista militare delle strutture sanitarie, in modo che restringendosi l’attività della sanità laica, i diritti delle donne vengano naturalmente a mancare per mancanza di luoghi in cui farli valere. Nel Lazio non esiste un’ecocardiografia a carico del servizio pubblico laico, tutta la diagnostica prenatale sulle malformazioni passa attraverso il Bambino Gesù, che ha fra le sue mission quella di cercare di impedire gli aborti terapeutici anche dei feti incompatibili con la vita. Non a caso sta attrezzando un hospice per bambini, dove mandare a morire questi bambini destinati a una vita così breve da rendere drammatico e impossibile anche portarli a casa. E per reclamare i Charlie di tutto il mondo, dove mani pietose sospendono cure inutili a poveri corpi martoriati.

Il centro sinistra avrebbe dovuto sostenere la sanità laica pubblica per consentire alle donne, e anche alle coppie, in questo caso, di fare libere scelte. Invece molti Consultori non hanno le spirali, per esempio, si è lasciato che Lorenzin per soddisfare i farmacisti cattolici togliesse la contraccezione d’emergenza dalla lista dei farmaci che è obbligatorio tenere, abolisse le ultime due pillole contraccettive che il servizio sanitario rimborsava. Non solo non si vuole che le donne abortiscano, ma non si vuole nemmeno che possano difendersi da una gravidanza indesiderata. E’ un attacco misogino quasi paragonabile ai roghi delle streghe. Valentina Milluzzo è morta di setticemia a Catania e il ginecologo di guardia ha ritenuto plausibile dire, mentre moriva “Non la assisto perché sono obiettore e ci sono i battiti dei feti”. Io penso sempre che non ci rendiamo contro fino in fondo di quello che sta succedendo.

Infine ma non per importanza. Con alcuni contratti collettivi di categoria, viene introdotto il welfare aziendale. Molte prestazioni sanitarie saranno legate alla condizione di lavorativa. E’ un ritorno alle casse mutue o qualcosa di ancora più grave?

E’ l’attacco più grave al servizio sanitario nazionale. Le mutue integrative sottraggono soldi alla fiscalità generale, praticamente un colossale regalo alle assicurazioni e ai privati.

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08/06/2018

La sanità privata si fa strada aizzando la guerra tra poveri

La salute è una preoccupazione, e ogni problema relativo ti fa aprire il portafoglio con molta più velocità che qualsiasi altra cosa. E’ una constatazione banale, ma la distorsione culturale imposta da anni di pensiero unico neoliberale riesce a pervertire anche la percezione collettiva di un bisogno vitale (se non ti curi muori, o muori prima). Ossia di qualcosa che dovrebbe essere chiara a chiunque, ma non lo è più.

Il Rapporto Censis-Rbm sulla spesa sanitaria pubblica e privata conferma appieno alcune impressioni che tutti noi potevamo aver avuto, ma presenta anche una curiosa – ma utilissima – lettura politica di massa del perché le cose vadano così male.

Partiamo dai dati, com’è giusto. “La spesa sanitaria privata degli italiani arriverà a fine anno al valore record di 40 miliardi di euro (era di 37,3 miliardi lo scorso anno). Nel periodo 2013-2017 è aumentata del 9,6% in termini reali, molto più dei consumi complessivi (+5,3%). Nell’ultimo anno sono stati 44 milioni gli italiani che hanno speso soldi di tasca propria per pagare prestazioni sanitarie per intero o in parte con il ticket.” La prima conclusione è ovvia: se si spende per le cure ad un ritmo di crescita superiore (quasi il doppio) rispetto ai consumi normali (sia essenziali che voluttuari) probabilmente è perché la sanità pubblica fornisce sempre meno prestazioni, con tempistiche sempre più dilatate (liste d’attesa, ecc.), a una popolazione che nel frattempo invecchia, e quindi si presenta con più frequenza dal medico e in farmacia.

Vero è che quei 40 miliardi di spesa sanitaria privata contengono un po’ di tutto (dalle operazioni fatte in proprio ai ticket per farmaci e analisi), ma comunque sono un segnale difficile da minimizzare. Tanto più se “La spesa sanitaria privata pesa di più sui budget delle famiglie più deboli. Nel periodo 2014-2016 i consumi delle famiglie operaie sono rimasti fermi (+0,1%), ma le spese sanitarie private sono aumentate del 6,4% (in media 86 euro in più nell’ultimo anno per famiglia). Per gli imprenditori c’è stato invece un forte incremento dei consumi (+6%) e una crescita inferiore della spesa sanitaria privata (+4,5%: in media 80 euro in più nell’ultimo anno). Per gli operai l’intera tredicesima se ne va per pagare cure sanitarie familiari: quasi 1.100 euro all’anno. Per 7 famiglie a basso reddito su 10 la spesa privata per la salute incide pesantemente sulle risorse familiari.”

Qui la “questione di classe” salta agli occhi. I consumi operai – in senso lato – sono rimasti al chiodo in termini assoluti, anche perché il loro salario non è affatto aumentato (dunque è diminuito tenendo conto dell’inflazione, fortunatamente bassa); ma ciò nonostante la spesa sanitaria è cresciuta molto più dell’inflazione.

Andando a guardare più in dettaglio, il quadro si fa drammatico quando le cure di cui si necessita sono urgenti, al punto di non poter attendere i tempi delle liste d’attesa.

Nell’ultimo anno, per pagare le spese per la salute 7 milioni di italiani si sono indebitati e 2,8 milioni hanno dovuto usare il ricavato della vendita di una casa o svincolare risparmi. Solo il 41% degli italiani copre le spese sanitarie esclusivamente con il proprio reddito: il 23,3% deve integrarlo attingendo ai risparmi, mentre il 35,6% deve usare i risparmi o fare debiti (in questo caso la percentuale sale al 41% tra le famiglie a basso reddito). Il 47% degli italiani taglia le altre spese per pagarsi la sanità (e la quota sale al 51% tra le famiglie meno abbienti). In sintesi: meno guadagni, più devi trovare soldi aggiuntivi al reddito per pagare la sanità di cui hai bisogno.

Un crescendo di impegni finanziari obbligati – l’alternativa è attendere che la malattia faccia il suo corso, spesso mortale – che può essere ancora più dettagliato:

«Sono 150 milioni le prestazioni sanitarie pagate di tasca propria dagli italiani. Nella top five delle cure, 7 cittadini su 10 hanno acquistato farmaci (per una spesa complessiva di 17 miliardi di euro), 6 cittadini su 10 visite specialistiche (per 7,5 miliardi), 4 su 10 prestazioni odontoiatriche (per 8 miliardi), 5 su 10 prestazioni diagnostiche e analisi di laboratorio (per 3,8 miliardi) e 1 su 10 protesi e presidi (per quasi 1 miliardo), con un esborso medio di 655 euro per cittadino».

Sia chiaro: il Rapporto Censis-Rbm non punta a “realizzare il socialismo”, ma più sobriamente a promuovere una “seconda gamba” per il sistema sanitario, sul modello delle “pensioni integrative”: Questa situazione può essere contrastata solo restituendo una dimensione sociale alla spesa sanitaria privata attraverso una intermediazione strutturata da parte del settore assicurativo e dei fondi sanitari integrativi. Bisogna superare posizioni di retroguardia e attivare subito, come già avvenuto in tutti gli altri grandi Paesi europei, un secondo pilastro anche in sanità che renda disponibile su base universale – quindi a tutti i cittadini – le soluzioni che attualmente molte aziende riservano ai propri dipendenti.

Progetti Rbm a parte (è una società di assicurazione, in fondo), si comprende facilmente come una gestione così “profittevole” del sistema sanitario abbia fin qui creato rabbia, scoramento o, come da qualche tempo scrive il Censis, “rancore”. Ed è qui che l’intreccio tra disagio sociale e culture politiche superficiali crea cortocircuiti in altri tempi impensabili:

Il 37,8% degli italiani prova rabbia verso il Servizio sanitario a causa delle liste d’attesa troppo lunghe o i casi di malasanità. Il 26,8% è critico perché, oltre alle tasse, bisogna pagare di tasca propria troppe prestazioni e perché le strutture non sempre funzionano come dovrebbero. Il 17,3% prova invece un senso di protezione e di fronte al rischio di ammalarsi pensa: «meno male che il Servizio sanitario esiste». L’11,3% prova un sentimento di orgoglio, perché la sanità italiana è tra le migliori al mondo. I più arrabbiati verso il Servizio sanitario sono le persone con redditi bassi (43,3%) e i residenti al Sud (45,5%). Ma per un miglioramento della sanità il 63% degli italiani non si attende nulla dalla politica. Per il 47% i politici hanno fatto troppe promesse e lanciato poche idee valide, per il 24,5% non hanno più le competenze e le capacità di un tempo.

Ci sono insomma tutti gli elementi per cui la “rabbia” potrebbe prendere la forma dell’”odio di classe” – per dirla con Edoardo Sanguineti – ma ciò non avviene. Il “rancore” resta incosciente, incapace di individuare i responsabili veri di questa situazione (l’avanzare del capitale privato nel business della salute, grazie a tagli della spesa pubblica decisi di concerto tra Unione Europea e governi nazionali). E dunque accetta per buoni gli slogan più idioti prodotti dalla politica peggiore:

«Ognuno si curi a casa propria». È questa una delle reazioni alla sanità percepita come ingiusta, il sintomo del rancore di chi vuole escludere e punire gli altri per non vedersi sottrarre risorse pubbliche per sé e i propri familiari. Sono 13 milioni gli italiani che dicono stop alla mobilità sanitaria fuori regione. E in 21 milioni ritengono giusto penalizzare con tasse aggiuntive o limitazioni nell’accesso alle cure del Servizio sanitario le persone che compromettono la propria salute a causa di stili di vita nocivi, come i fumatori, gli alcolisti, i tossicodipendenti e gli obesi.

L’inversione della responsabilità balza agli occhi. La “colpa” è del vicino (il meridionale, il vizioso, gli immigrati, ecc.), non di chi comanda. Invece dell’odio di classe – i poveri contro i ricchi – si accetta di essere spinti nella “guerra tra poveri”, da cui comunque non potrà venire alcun giovamento, neppure nel caso – altamente improbabile – di “vittoria”. Quando pure venissero escluse dalla cure pubbliche una serie di categorie “colpevoli” (attendiamo con pazienza che la lista comprenda anche “i vecchi”), in ogni caso i tagli alla spesa sanitaria ristabilirebbero in poco tempo la situazione attuale.

Sul piano politico questa ottusità indotta è addirittura solare:

Più rancorosi verso il Servizio sanitario sono gli elettori del Movimento 5 Stelle (41,1%) e della Lega (39,2%), meno quelli di Forza Italia (32,9%) e Pd (30%). Ma gli elettori di 5 Stelle (47,1%) e Lega (44,7%) sono anche i più fiduciosi nella politica del cambiamento, rispetto a quelli di Forza Italia (31,4%) e del Pd (31%). La sanità ha giocato molto nel risultato elettorale (per l’81% dei cittadini è una questione decisiva nella scelta del partito per cui votare) e sarà il cantiere in cui gli italiani metteranno alla prova il passaggio dall’alleanza del rancore al governo del cambiamento.

In questo mondo rovesciato fin nei fondamentali, quelli che più hanno da perdere si identificano politicamente in quelli che toglieranno loro anche quel poco che è rimasto, nella convinzione che verranno colpiti “gli altri”.

Non ci vuole molto per vedere come queste “ideologie colpevolizzanti” siano prodotte in appositi think tank e poi fatte assorbire in anni di continue, pressanti, sgangherate, campagne mediatiche. Lega e Cinque Stelle passano all’incasso; imprevedibilmente, almeno per chi aveva promosso quelle campagne, ma come conseguenza piuttosto logica. A forza di indicare “il pubblico” come il luogo dello spreco e del malaffare, il capitale multinazionale neoliberista – grazie ai governi di Grosse Koalition che cancellavano praticamente la distinzione tra destra e sinistra parlamentare – ha aperto la strada al piccolo capitale in crisi, nazionalistico per limitatezza degli orizzonti e della capacità di competere globalmente, gretto e reazionario come un rettile in pericolo, ma più vicino – nella vita quotidiana – al “senso comune della gente”.

Non è la prima volta che accade. Sta a noi far sì che non accada di nuovo. Ragionando e lottando, senza farsi ingannare dai lamenti della “vecchia sinistra liberista” che in queste ore rispolvera il vocabolario antifascista.

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22/01/2018

Le idrovore insaziabili del sindacalismo complice. Il caso Bonanni

A Bonanni, evidentemente, non basta la superpensione d’oro di 336.000 euro all’anno, quasi il doppio del presidente USA e svariate volte più di quanto percepisca un qualsiasi capo di stato europeo o internazionale.

Un straordinario trattamento previdenziale concesso ai sindacalisti apicali, calcolato sull’ultima retribuzione gonfiata ad arte e reso possibile da un’incredibile legge del 1996.

Una legge che, guarda caso, venne approvata un anno dopo la Legge 335/1995 (Riforma Dini) che affossò le pensioni di anzianità, introdusse il famigerato calcolo contributivo e consegnò, di fatto, il sistema previdenziale nelle mani dei grandi gruppi assicurativi legati a doppio filo a Cgil, Cisl e Uil (Ras, Generali, Unipol, ecc).

Non è un caso se oggi l’ex segretario della Cisl svolga proprio l’attività di broker assicurativo. Un’attività che, di recente, si sta peraltro diffondendo a macchia d’olio, anche tra funzionari e delegati di quei sindacati, e che ora ha preso di mira anche il settore sanitario, con l’offerta di polizze convenzionate e l’inserimento nei contratti dell’adesione obbligatoria degli inconsapevoli lavoratori ai “fondi chiusi”, cogestiti da assicurazioni ed organizzazioni sindacali di comodo.

No, evidentemente, a Bonanni, non bastava la superpensione d’oro.

Ora si candida con Forza Italia, in un collegio sicuro, per diventare Senatore della Repubblica e percepire anche i lauti emolumenti previsti per la prestigiosa carica.

In un paese che ha la metà dei giovani disoccupati; milioni di lavoratori precari e sottopagati; i salari e gli stipendi più bassi d’Europa; quasi quattro morti al giorno sul posto di lavoro ed i pensionati che rovistano nei cassetti dell’immondizia, resta per me un fenomeno inspiegabile non tanto che si candidi alle elezioni un simile personaggio (in fondo abbiamo visto anche di peggio), quanto che ci siano ancora dei lavoratori iscritti a dei sindacati le cui sedi – in un qualsiasi paese europeo – sarebbero state chiuse a furor di popolo.

Ma attenzione, ciò che è ancora più grave è che non ci si renda conto abbastanza che la vicenda Bonanni come altre simili non sono altro che l’epifenomeno della trasformazione dei grandi apparati sindacali parastatali in strutture di supporto al grande capitale finanziario e speculativo. Queste vicende ci parlano di un sistema di porte girevoli tra politica, sindacato ed assicurazioni che, per consolidarsi, sta cercando in tutti modi di affossare la democrazia sindacale con il fine di impedire che la rabbia dei lavoratori trovi uno sbocco nelle iniziative del sindacalismo conflittuale.

La fase contrattuale che si è aperta da poco nel pubblico impiego purtroppo spinge proprio in questa direzione. È anche e soprattutto per queste ragioni e per questa grave emergenza democratica che non riguarda solo i lavoratori interessati dai nuovi contratti ma l’intera vita civile di questo paese, che la USB ha deciso di non firmare quei contratti e di avviare una grande battaglia in difesa della democrazia sindacale.

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