La chiusura del corridoio medico tra Gaza e la Cisgiordania continua a trasformarsi, giorno dopo giorno, in una condanna per migliaia di malati che avrebbero la possibilità di essere curati a pochi chilometri di distanza.
Domenica la Corte suprema israeliana ha respinto la petizione presentata da cinque organizzazioni israeliane, Gisha, HaMoked, Medici per i Diritti Umani, Associazione per i Diritti Civili in Israele (ACRI) e Adalah, che chiedevano la riapertura del corridoio medico tra Gaza, la Cisgiordania e Gerusalemme Est.
Dal 7 ottobre 2023 Israele ha infatti bloccato i trasferimenti dei pazienti palestinesi verso gli ospedali della Cisgiordania occupata, interrompendo un sistema che per anni aveva consentito migliaia di cure specialistiche impossibili da effettuare nella Striscia.
La decisione dei giudici conferma la chiusura del corridoio e lascia senza prospettive di cure mediche migliaia di persone. La Corte ha inoltre “suggerito” che i pazienti vengano trasferiti in altri Paesi, una soluzione che le ong definiscono irresponsabile nonché irrealistica rispetto all’entità dell’emergenza.
Secondo i dati diffusi dalle organizzazioni umanitarie e dall’Organizzazione mondiale della sanità, sono almeno 18.500 i palestinesi di Gaza che necessitano di cure mediche urgenti fuori dalla Striscia, tra i quali 4.000 bambini.
Molti soffrono di tumori, gravi patologie cardiache, malattie rare o hanno riportato ferite gravissime durante la guerra che richiedono interventi specialistici impossibili da effettuare negli ospedali ormai al collasso di Gaza.
Si stima inoltre che almeno 1.500 pazienti siano già morti mentre attendevano l’autorizzazione al trasferimento. Oggi il numero delle evacuazioni mediche rappresenta appena il dieci per cento di quello registrato prima dell’ottobre 2023.
«La Corte suprema ha risposto in modo politico a una questione di carattere giuridico», ha dichiarato Milena Ansari, direttrice per i Territori occupati di Medici per i Diritti Umani. «Abbiamo esposto gli obblighi legali di Israele, l’urgente realtà umanitaria sul campo e le vite già perse in attesa di cure mediche. Nessuno di questi argomenti è stato confutato. Invece di affrontarli, la Corte ha scelto di scaricare la responsabilità su Stati terzi. In ogni caso, ciò non esonera Israele dai suoi obblighi».
Le organizzazioni ricorrenti ricordano che, in base al diritto internazionale umanitario e alla Quarta Convenzione di Ginevra, una potenza occupante ha il dovere di garantire alla popolazione civile sotto il proprio controllo l’accesso alle cure mediche.
Israele respinge questa interpretazione sostenendo di non esercitare più un’occupazione diretta della Striscia dopo il ritiro del 2005, una posizione contestata dalla gran parte degli organismi internazionali, comprese le Nazioni Unite, che continuano invece a considerare Gaza un territorio occupato per il controllo esercitato sui confini, sullo spazio aereo e sulle acque territoriali.
Prima della guerra, centinaia di malati oncologici, cardiopatici e pazienti pediatrici attraversavano non senza difficoltà il valico di Erez per essere ricoverati negli ospedali di Gerusalemme Est, della Cisgiordania e in qualche caso anche in Israele.
Quel sistema è stato completamente interrotto dopo il 7 ottobre 2023. I trasferimenti verso Egitto, Giordania o altri Paesi, organizzati con il sostegno dell’Organizzazione mondiale della sanità e di altri organismi internazionali, riguardano soltanto un numero limitato di casi e restano largamente insufficienti rispetto ai bisogni della popolazione.
La decisione dei giudici della Corte Suprema è stata accompagnata da forti proteste anche da parte di alcuni medici israeliani. Michal Feldon, pediatra del Centro medico Yitzhak Shamir, ha definito l’udienza «una farsa di un regime fascista».
In un intervento pubblicato sui social ha denunciato la presenza nell’aula del ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir accanto agli avvocati dello Stato e il rifiuto della Corte di ascoltare le testimonianze di cinque specialisti degli ospedali Shaare Zedek, Ichilov, Hadassah, Kaplan e Sheba.
I giudici hanno inoltre disposto la rimozione della relazione presentata dalla ginecologa statunitense Ambreen Sleemi, che ha lavorato per sei settimane nell’ospedale Nasser di Khan Younis. La dottoressa aveva documentato casi diffusi di malnutrizione tra le donne incinte, la cronica carenza di medicinali, antibiotici e sangue, neonati affetti da gravi malformazioni non curabili a Gaza, pazienti oncologici in attesa da mesi di un trasferimento e ferite infette che conducevano alla morte.
Secondo le organizzazioni ricorrenti, invece di valutare il contenuto della perizia, la Corte si è concentrata sulle critiche espresse dalla medica sui social nei confronti di Israele e delle sue forze armate.
Il sistema sanitario di Gaza continua intanto a collassare. La maggior parte degli ospedali è stata distrutta o gravemente danneggiata e quelli ancora funzionanti operano solo parzialmente, tra carenze croniche di elettricità, carburante, anestetici, farmaci essenziali e materiale chirurgico.
Le équipe mediche denunciano da mesi l’impossibilità di garantire non solo le cure specialistiche, ma spesso anche gli interventi d’urgenza. Per migliaia di pazienti, la possibilità di lasciare Gaza per essere curati rappresenta ormai l’unica speranza di sopravvivenza.
Per le organizzazioni umanitarie la priorità resta salvare i malati. «Le conseguenze della decisione del tribunale si misurano nella vita dei pazienti di Gaza in attesa di cure mediche urgenti», avverte Milena Ansari.
«Ogni giorno che il corridoio rimane chiuso, altri pazienti perdono la speranza di sopravvivere. Una potenza occupante è obbligata a garantire alla popolazione sotto il suo controllo l’accesso all’assistenza medica».
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
26/07/2026
Israele tiene chiuso il corridoio medico con Gaza. I malati gravi non saranno trasferiti
05/03/2026
L’emigrazione sanitaria vale oltre 5 miliardi, in mezza Italia non ci si può curare
I numeri presentati in occasione del trentennale della Fondazione parlano di dinamiche molto differenti tra il Nord e il Sud del paese. Nelle regioni settentrionali si assiste spesso a una “mobilità di prossimità”, ovvero a uno scambio che può essere considerato “fisiologico” di pazienti tra territori confinanti, che offrono comunque standard elevati. Al Mezzogiorno, invece, il fenomeno assume i tratti di una vera e propria fuga.
I cittadini abbandonano la propria terra perché non trovano risposte adeguate, alimentando un flusso unidirezionale verso il Settentrione senza che le regioni d’origine riescano ad attrarre pazienti da altrove. “La migrazione sanitaria tra Regioni è tra gli indicatori più sensibili delle diseguaglianze del servizio sanitario regionale: rileva dove i cittadini trovano risposte adeguate e dove, invece, sono costretti a spostarsi per curarsi”, spiega Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione Gimbe.
Cartabellotta ha poi aggiunto: “la mobilità sanitaria è sempre meno una scelta e sempre più una necessità”. Di questa necessità se ne avvantaggiano soprattutto alcune regioni (o meglio, i sistemi sanitari di alcune regioni, compresi ovviamente i privati collegati): circa la metà degli incassi nazionali derivanti dalle cure a pazienti non residenti finisce nelle casse di Lombardia (23,2%), Emilia-Romagna (17,6%), e Veneto (11,1%).
Sul versante opposto, a pagare il conto più salato per i propri cittadini che si curano fuori sono il Lazio (12,1% della spesa totale), la Campania (9,4%) e, paradossalmente, la stessa Lombardia (9,2%). Ma il paradosso è sciolto nel momento in cui si vanno a vedere i saldi finali: la Lombardia chiude con un attivo di ben 645,8 milioni di euro, mentre la Calabria segna un -326,9 milioni, la Campania -306,3, la Puglia -253,2, la Sicilia -246,7 milioni.
Per la Fondazione questa è la prova “che il diritto alla tutela della salute non è garantito in maniera equa su tutto il territorio nazionale”, disattendendo le disposizioni fondanti della Repubblica. Senza considerare che, per lo più, a potersi permettere di viaggiare per le cure sono coloro che non si trovano in condizione di indigenza: l’emigrazione sanitaria è perciò espressione innanzitutto di una faglia di classe.
Se già oggi dei “livelli minimi” di prestazioni non sono garantiti, quando il “Servizio” è ancora “Nazionale”, almeno sulla carta, immaginate cosa succederà quando entreranno in vigore tutti i meccanismi dell’Autonomia Differenziata. Un vero e proprio spezzettamento del paese per favorire i bilanci di ricchi approfittatori sulla vita delle persone.
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21/01/2026
Corte dei Conti: spesa sanitaria mangiata dall’inflazione e profondi divari Nord-Sud
Nonostante l’aumento nominale delle risorse, la magistratura contabile riferisce che ci troviamo di fronte a “una dinamica di spesa più difensiva che espansiva”, che tradotto in termini più spiccioli significa diretta a salvare il salvabile, senza adeguarsi davvero alle esigenze sanitarie della popolazione.
Nei tre anni presi in considerazione la spesa sanitaria pubblica è passata da 131,3 a 138,3 miliardi di euro, con un’incidenza sul PIL che rimane stabilmente intorno al 6,3-6,4%. Un dato che, comunque, è già molto più basso della media europea, pari al 6,9%. Anche la spesa pro capite è minore che nel resto del Vecchio Continente.
Inoltre, l’aumento dei fondi è in realtà un’illusione ottica. Infatti, l’inflazione ha già eroso quasi tutto l’incremento, mentre sulle prospettive di finanziamento pesano i vincoli di bilancio europei. Un elemento su cui si è trovata facilmente una soluzione quando si è deciso, invece, di lanciare il riarmo, ad esempio con l’ultima finanziaria di guerra.
Ma la Corte non si è fermata qui. Un altro dei dati forniti e tra i più critici riguarda la spesa privata. Nel 2024, su una spesa sanitaria complessiva di 185 miliardi, ben il 22% è stato a carico diretto delle famiglie. Si tratta di una quota tra le più elevate in Europa, che mina un concreto diritto alla salute.
L’accesso a questo diritto registra poi situazioni diverse a seconda della regione in cui si vive. Il divario tra Nord e Sud rimane una ferita sistemica, con la Corte che segnala un marcato disallineamento nell’erogazione dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA). Il risultato è una mobilità sanitaria interregionale molto elevata: i cittadini del Mezzogiorno sono spesso costretti a migrare verso il Nord per ricevere cure adeguate. Un assaggio di quello che sarà la piena attuazione dell’Autonomia Differenziata.
In questo settore, inoltre, l’attuazione del PNRR è stata un fallimento. Nella missione 6 del piano c’erano 15,6 miliardi di euro, da usare per digitalizzazione e cure di prossimità. Tuttavia, a fine 2024, solo il 41% degli obiettivi è stato raggiunto. Il restante 59% va completato entro quest’anno, e le previsioni non sono positive.
“Il monitoraggio svolto – si legge sul sito della Corte – ha evidenziato ritardi nell’avvio dei lavori e difficoltà nella copertura delle vacanze di personale, con carenze di profili sanitari e tecnici capaci di limitare la piena operatività delle nuove strutture”. E pensare che ancora oggi continuiamo ad assistere ai dibattiti più sclerotici sul numero chiuso, ad esempio, quando il problema rimane la mancanza di strutture e personale, sia sul lato prettamente sanitario sia su quello della formazione.
Poco più di una settimana fa il Consiglio dei Ministri ha approvato un disegno di legge delega per riorganizzare l’assistenza territoriale e ospedaliera. Al di là dei contenuti in senso stretto, il terzo articolo ricorda che i decreti attuativi dovranno essere stesi tenendo conto della neutralità finanziaria.
La finta opposizione, che ha criticato l’agire del governo, per essere credibile dovrebbe mettere sotto accusa anche questo indirizzo, che discende direttamente dall’austerità di Bruxelles. Prima si rompe con la gabbia europeista (ormai apertamente dedicata unicamente alla guerra), e a quel punto si può immaginare una sanità a misura di cittadino.
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29/12/2025
L’emergenza italiana è l’accesso alle cure
I dati, frutto dell’analisi di oltre 16.800 segnalazioni raccolte nel 2024, certificano la crisi del Servizio Sanitario Nazionale (SSN): quasi la metà delle denunce (47,8%) riguarda difficoltà di accesso alle prestazioni. Tra liste d’attesa fuori controllo, carenza di personale e profonde disuguaglianze territoriali, il diritto alla salute rimane solo sulla carta.
Il nodo più critico resta quello dei tempi. Nonostante la nuova legge per il contenimento delle liste (fatta più per propaganda elettorale che per altro, come più volte denunciato su questo giornale), le attese per esami e visite vengono sistematicamente sforate, raggiungendo picchi allarmanti. Si parla di due anni per una colonscopia, un anno e mezzo per una risonanza magnetica al cervello, un anno per una tac. Tempi in cui, ci dispiace dirlo così crudamente, se ci fosse qualcosa da scoprire avrebbe già fatto in tempo ad ammazzare il paziente.
E infatti, i ritardi non riguardano solo gli accertamenti o le visite precauzionali, ma colpiscono anche le urgenze. Secondo un’elaborazione su dati Agenas 2025, per un paziente su quattro la colonscopia in fascia di priorità urgente supera i 105 giorni. Il limite previsto dalle norme è di 72 ore, per dare un’idea della ferita profonda al diritto alla salute. Anche nelle fasce differibili (entro 60 giorni), i tempi si dilatano fino a 147 giorni per una mammografia e 177 per una visita dermatologica.
Le conseguenze di questi ritardi sono drammatiche, soprattutto per i pazienti cronici e con patologie rare. L’83,6% di loro denuncia tempi eccessivi e il 55% dichiara di aver rinunciato a visite o esami nell’ultimo anno per indisponibilità del servizio pubblico. La salute diventa così un lusso: l’85,9% dei cittadini ha dovuto sostenere spese di tasca propria per farmaci, integratori e visite private. Particolarmente grave la situazione per chi soffre di malattie rare: il 43% è costretto a migrare in un’altra Regione per curarsi, mentre il 78% deve farsi carico di costi diretti per la gestione della patologia.
Il Rapporto evidenzia un netto divario Nord-Sud e una preoccupante opacità dei dati. Alla richiesta di Cittadinanzattiva sull’applicazione della legge taglia-liste, solo 8 Regioni hanno risposto in modo completo. Anche l’Assistenza Domiciliare Integrata (ADI), pilastro del PNRR, mostra gravi lacune. Su un campione di 1.136 cittadini, solo il 35,4% di chi ne ha avuto bisogno ha ottenuto il servizio. Il 15,6% ha ricevuto un rifiuto (spesso per carenza di fondi o personale) e quasi la metà (49%) non ha nemmeno presentato domanda, scoraggiata dalla burocrazia o dalla mancanza di informazioni.
Qualcuno si ricorda cosa si sentiva dire durante la pandemia, anche dagli scranni europei che peroravano la causa del PNRR? Non torneremo a com’eravamo prima. A quanto pare, questa classe dirigente sta infatti riuscendo persino a peggiorare la situazione.
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08/11/2025
L’Istat smonta la propaganda del governo sulla manovra
E questa volta, è l’Istat a certificarlo. Francesco Maria Chelli, il presidente dell’istituto in audizione sulla prossima legge di bilancio, ha fatto emergere varie questioni. Qui ne verranno presentate due. La prima riguarda la cacciata dall’accesso al diritto alla salute di una parte consistente degli abitanti del Belpaese, la seconda il fatto che la distribuzione delle risorse che vuol mettere in atto Palazzo Chigi risulta, in sostanza, regressiva.
“Nel 2024 il 9,9% delle persone ha dichiarato di aver rinunciato a curarsi per problemi legati alle liste di attesa, alle difficoltà economiche o alla scomodità delle strutture sanitarie: si tratta di 5,8 milioni di individui, a fronte di 4,5 milioni nell’anno precedente (7,6%)”, ha dichiarato Chelli. Basta vedere anche le ultime analisi della Fondazione Gimbe per comprendere lo stato disastroso della sanità italiana.
“La rinuncia a causa delle lunghe liste di attesa – ha aggiunto – costituisce la motivazione principale, indicata dal 6,8% della popolazione, e risulta anche la componente che ha fatto registrare l’aumento maggiore negli ultimi anni: era il 4,5% nel 2023 e il 2,8% nel 2019”. Ricordiamo che proprio le liste di attesa, ad esempio, erano state oggetto di misure acchiappa-voti, a ridosso delle europee svoltesi proprio nel 2024.
I dati che inchiodano il governo non sono solo quelli sulla sanità, ma anche quelli riguardanti uno dei pilastri della manovra: il taglio dell’Irpef. Esso andrebbe a toccare i redditi di circa 11 milioni di famiglie, il 44% di quelle residenti, e il beneficio annuo medio si attesterebbe intorno ai 276 euro. Ma l’impatto, oltre che risicato, sarebbe davvero squilibrato verso le fasce più ricche della popolazione.
“Ordinando le famiglie in base al reddito disponibile equivalente e dividendole in cinque gruppi di uguale numerosità – ha detto il presidente dell’Istat – emerge come oltre l’85% delle risorse siano destinate alle famiglie dei quinti più ricchi della distribuzione del reddito: sono infatti interessate dalla misura oltre il 90% delle famiglie del quinto più ricco e oltre due terzi di quelle del penultimo quinto”.
Le famiglie del primo quinto devono aspettarsi un guadagno medio di 102 euro, mentre quelle dell’ultimo 411. Insomma, i più ricchi riceveranno più soldi dei più poveri. Anche l’Ufficio Parlamentare di Bilancio conferma che “il beneficio medio è pari a 408 euro per i dirigenti, 123 per gli impiegati e 23 euro per gli operai. Per i lavoratori autonomi è di 124 euro e per i pensionati di 55 euro”.
Se a ciò si aggiunge che, come conferma sempre l’Istat, si tratta di una manovra dall’entità modesta e finanziata in pareggio di bilancio, appare chiaro che il risultato è uno solo: maggiori tagli, per risparmiare dei fondi che il governo ha pensato bene di elargire ai più ricchi, togliendoli a chi è più in difficoltà. Le ragioni per scioperare il 28 novembre, e per manifestare a Roma il 29, ce ne sono a bizzeffe.
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04/01/2025
Spesa sanitaria privata in aumento, ormai è pari a un terzo di quella pubblica
Quest’ultima, nel 2023, è cresciuta rispetto all’anno precedente del 2%, raggiungendo quasi la soglia dei 133 miliardi di euro. Anche se può sembrare una cifra esorbitante, in realtà l’Italia si posiziona solo al 16esimo posto tra i paesi UE per spesa pubblica pro-capite in ambito sanitario, ed è ultima nel G7.
Se il Bel Paese impegna il 6,2% del proprio PIL nella tutela della salute, che viene spesso additata come un ingestibile ‘pozzo senza fondo’, bisogna ricordare che la media europea e la media OCSE sono rispettivamente al 6,8% e al 6,9%.
Quando vengono additati “sprechi” o eccessi di personale e strutture spesso lo si fa soprattutto per nascondere la speculazione di consorterie private, che hanno un costo infinitamente superiore per i fondi pubblici.
Nei fatti, l’Italia presenta una netta mancanza di infermieri: nel 2022, solo 6,5 ogni mille abitanti rispetto agli 8,4 della media UE, come evidenziato dal Rapporto Health at a Glance Europe 2024 dell’OCSE. Anche se si calcola la spesa nel settore privato, il totale pro-capite della spesa sanitaria italiana si attesta quasi 600 euro al di sotto della media europea.
Tornando all’analisi della Ragioneria dello Stato, questo avviene nonostante gli esborsi “out of pocket”, come vengono chiamati quelli fatti direttamente dalle tasche dei cittadini, che hanno comunque superato i 43 miliardi con un incremento del 7% nel 2023.
La spesa privata si è diretta soprattutto verso visite specialistiche ambulatoriali ed interventi (47%), in linea con gli anni precedenti.
Parliamo, dunque, di quelle prestazioni che sono al centro del dibattito sulle infinite liste d’attesa, che sono diventate ormai un ostacolo concreto a un reale accesso al diritto alla salute. Con il governo che ci si è giocato una partita elettorale, al tempo delle europee, senza però mettere in atto nessun intervento concreto e, tanto meno, risolutivo.
Oggi invece si punta a dare il colpo definitivo alla sanità pubblica attraverso l'“autonomia differenziata”, che sancirà il definitivo spacchettamento del modello nazionale e universalistico in 20 sistemi regionali differenti, sottoposti alle leggi dell'“austerità” e della distribuzione premiale delle risorse.
La Ragioneria dello Stato ha calcolato che il disavanzo regionale totale in materia sanitaria si è attestato, nel 2023, a 1,850 miliardi di euro: come scrive l’istituzione sul suo sito, “emerge come siano ben 14 le Regioni con i conti in rosso e che hanno dovuto mettere mano a risorse proprie (e quindi a tagliare su altre voci di spesa extra sanitarie) per chiudere i bilanci”.
In pratica, non solo la sanità pubblica è peggiorata, ma le sue regole sono diventate un ariete per abbattere in generale l’intera rete di protezioni garantite dallo stato sociale e dai servizi pubblici.
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07/11/2024
Fondazione Gimbe: risorse insufficienti per la sanità e disinvestimento continuo dal 2012
A denunciare il pericolo del collasso del Sistema Sanitario Nazionale (SSN) è la Fondazione Gimbe, ascoltata lunedì 4 novembre in audizione dalle Commissioni Bilancio di Camera e Senato riunite. Per l’organizzazione le risorse sono insufficienti persino per le misure già varate.
“L’incremento di 2,5 miliardi di euro per il 2025 aumenta il Fondo sanitario nazionale a 136,5 miliardi di euro, di fatto solo dell’1% rispetto a quanto già fissato nel 2024”, ha detto il presidente della Fondazione, Nino Cartabellotta.
Allo stesso tempo, però, l’aumento di spesa per i vari provvedimenti previsti da qui al 2030 è pari a oltre 29 miliardi, mentre quelli stanziati sono solo 10,2. E si parla di interventi che a malapena potranno mantenere una tutela accettabile.
Guardando la percentuale di PIL destinata al Fondo Sanitario Nazionale, pilastro centrale del finanziamento del SSN, si nota la diminuzione dal 6,12% del 2024 fino al 5,7% del 2029.
Il presidente della Gimbe sottolinea che “l’aumento progressivo del Fondo Sanitario Nazionale in valore assoluto, sempre più sbandierato come un grande traguardo, è in realtà una mera illusione”.
“Questo trend”, ha detto senza mezzi termini Cartabellotta, “riflette il continuo disinvestimento dalla sanità pubblica, avviato nel 2012 e perpetrato da tutti i governi”.
Parole che rivelano il carattere strumentale e ipocrita anche delle dichiarazioni di Marina Sereni, responsabile Salute e sanità del Partito Democratico. Oggi lancia l’allarme basandosi sui dati della Fondazione Gimbe, ma fino a ieri il suo partito è stato corresponsabile dei tagli.
Su una cosa, invece, la Sereni dice le cose come stanno: in questa situazione, le regioni dovranno “scegliere tra tagliare i servizi o aumentare le tasse ai loro cittadini”. Questa è l’esposizione, chiara e semplice (ma non detta esplicitamente), di come funziona la “gabbia” dei trattati europei.
In ottemperanza ad essa, altri elementi fondamentali scompaiono dalla legge di bilancio. Non c’è, infatti, alcun piano straordinario di assunzione di medici e infermieri per coprire gli ormai colossali vuori di organico, né l’abolizione del tetto di spesa per il personale che permetterebbe almeno di porre qualche rimedio.
La Fondazione Gimbe, pur senza mettere in dubbio questo quadro istituzionale, fa comunque delle proposte per affrontare la situazione, tra cui tasse di scopo, anche “tassando i redditi milionari e/o gli extra-profitti di multinazionali”.
All’opposto, il privato ha guadagnato da questa finanziaria. Il presidente dell’Associazione italiana di ospedalità privata, Gabriele Pelissero, registra “un incremento di risorse destinate ai volumi di prestazioni che i nostri erogatori producono per il SSN”.
Sempre Cartabellotta ha messo in guardia dal continuare sulla strada che la classe dirigente del paese sta percorrendo, che porterà a dire “addio all’universalismo, all’uguaglianza e all’equità, princìpi fondanti del servizio sanitario nazionale”.
A proposito di personale, anche Pierino Di Silverio, segretario nazionale di Anaao Assomed, il sindacato dei medici del SSN più rappresentativo, è stato ascoltato dalle Commissioni parlamentari. E anche lui non ha risparmiato critiche alle misure governative.
A suo avviso, ci troviamo in un “contesto sociale drammatico, in cui il 7,6% dei cittadini rinuncia alle cure per ragioni economiche e l’1,6% si indebita e raggiunge la povertà a causa delle esigenza di curarsi e dell’impossibilità di farlo presso le strutture pubbliche”.
Non c’è bisogno di aggiungere altro.
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09/10/2024
Il Servizio Sanitario Nazionale è “al punto di non ritorno”
Due i dati fondamentali: l’impennata della spesa privata per curarsi nel 2023 (+10,3%) e il fatto che ben 4,5 milioni di persone rinunciano alle cure per vari motivi. Non servono altre informazioni per sapere che la retorica che abbiamo dovuto sorbire durante la pandemia Covid intorno al cambiamento delle politiche sanitarie è morta e sepolta.
È vero che lo scorso anno, rispetto al 2022, la spesa sanitaria totale è aumentata di oltre 4 miliardi di euro, ma tale incremento deriva unicamente dagli esborsi diretti delle famiglie (3.806 milioni) e da fondi sanitari e assicurazioni, comunque sottoscritti da privati (553 milioni). I fondi pubblici sono rimasti più o meno gli stessi.
L’Ufficio Parlamentare di Bilancio (UPB) ha così valutato le previsioni del Piano Strutturale di Bilancio: “il complesso della spesa sanitaria corrente, dopo un lieve aumento in percentuale del PIL al 6,3% nel biennio 2024-25, dal 2026 si posizionerebbe di nuovo al 6,2% registrato nel 2023. E, per riportare il livello di spesa sanitaria sul PIL a livello del 2019 (6,4%), sarebbe necessario assicurare un aumento della spesa di circa 2,8 miliardi nel 2025, 4,3 nel 2026 e 5,6 nel 2027 rispetto a quanto indicato nel tendenziale”.
“La tenuta del Servizio Sanitario Nazionale è prossima al punto di non ritorno”, fanno sapere dalla Fondazione Gimbe. Il suo presidente, Nino Cartabellotta, ha osservato che “le persone sono costrette a pagare di tasca propria un numero crescente di prestazioni sanitarie. Una situazione in continuo peggioramento”.
Oltre la metà delle 4 milioni e mezzo di persone che hanno rinunciato alle cure lo scorso anno lo hanno fatto per problemi economici, e sono circa 600 mila in più del 2022. Ma c’è anche il dato sulla spesa in prevenzione che preoccupa profondamente: nel 2023 si è ridotta di quasi due miliardi (-18,6%), con effetti che si vedranno sul medio-lungo periodo.
Cartabellotta ha dunque dichiarato che i “princìpi fondanti di universalismo, equità e uguaglianza sono stati ormai traditi e che si sta lentamente sgretolando il diritto costituzionale alla tutela della salute, in particolare per le fasce socio-economiche più deboli”. L’austerità e la privatizzazione del servizio sanitario colpiscono soprattutto i più poveri.
Per questo sembrano piuttosto astratte le parole del Presidente della Repubblica, che di quel diritto costituzionale dovrebbe essere il garante. Mentre non solo lui, ma anche i suoi predecessori non hanno mai ostacolato i piani di compressione della spesa o altre riforme che ci hanno portato dove siamo oggi.
Mattarella ha affermato che il “Servizio Sanitario Nazionale costituisce una risorsa preziosa ed è pilastro essenziale per la tutela del diritto alla salute, nella sua duplice accezione di fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività. La sua efficienza è frutto delle risorse dedicate e dei modelli organizzativi applicati, responsabilità, quest’ultima, affidata alle Regioni”.
Proprio su questo punto bisogna ricordare che procede senza troppi intoppi il percorso dell’autonomia differenziata, da più parti indicata come la pietra tombale della sanità pubblica. Che è già annunciata dalla crescente migrazione sanitaria e dalle forti disuguaglianze nelle prestazioni tra Nord e Sud del paese (non nelle liste di attese, ovunque lunghissime).
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29/06/2024
La salute non è più un diritto, con l’autonomia differenziata sarà persino peggio
A inizio 2024 la Fondazione Gimbe aveva evidenziato come, nel 2021, il valore della mobilità sanitaria regionale, ovvero della dinamica che porta i cittadini a spostarsi per ottenere delle cure, aveva visto un saldo nettamente positivo per il Nord Italia. 4,25 miliardi, con Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna che raccoglievano il 93,3% di questa somma.
Con la fine dell’intervento pubblico e le forme di autonomia già garantite, il divario è tornato a riaumentare tra Meridione e Settentrione. E il Nord Italia ha continuato a drenare risorse dal Mezzogiorno, attraverso canali differenti come quello sanitario.
Il Presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta, aveva parlato di “un gap diventato ormai una frattura strutturale destinata ad essere aggravata dall’autonomia differenziata, che in sanità legittimerà normativamente il divario Nord-Sud, amplificando le inaccettabili diseguaglianze nell’esigibilità del diritto costituzionale alla tutela della salute“.
Il fatto che anche questo principio della carta fondante la nostra Repubblica non sia già più rispettato è confermato dal CREA Sanità (Centro per la Ricerca Economica Applicata in Sanità). Nato nel 2013 per iniziativa dell’Università di Tor Vergata Federazione Italiana Medici di Medicina Generale (F.I.M.M.G.), le sue analisi parlano di un’Italia spaccata a metà.
104 ricercatori hanno elaborato vari dati e quel che è emerso è che solo il 55% degli italiani vive in regioni con risultati soddisfacenti per la tutela della salute. 26 milioni di persone non ricevono cure adeguate, e ben 7,5 milioni di esse (tutte tra Sicilia, Molise, Basilicata e Calabria) possono usufruire solo di prestazioni fortemente insufficienti.
La valutazione non si limita agli aspetti strettamente sanitari, ma riguarda anche quelli sociali, economici e di equità dell’assistenza. L’indice che ne è stato costruito va da 0 a 100, e in questo caso basterebbe arrivare a 45 per ottenere la sufficienza: fino alla Toscana e alle Marche quella soglia è raggiunta, dall’Umbria in giù no.
L’autonomia differenziata arriva dunque unicamente a sancire la divisione già esistente tra due Italie. Bisogna però ricordare che qualsiasi riflessione intorno all’autonomia differenziata che parli di uno scontro tra il Nord e il Mezzogiorno nasconde il fatto che il conflitto non è mai orizzontale (tra le regioni), ma verticale (tra classi privilegiate e classi subalterne).
Il Rapporto Ospedali & Salute dell’AIOP (Associazione Italiana Ospedalità Privata), stilato in collaborazione con il CENSIS, ha calcolato che la percentuale dei pazienti che hanno rimandato o rinunciato alle cure sanitarie arriva al 42% per chi dichiara fino a 15 mila euro. Percentuale che diminuisce con l’aumentare dei redditi.
Lo stesso vale se si osserva in quanti hanno rinunciato a curarsi per sostenere altre spese: uno su due tra i redditi bassi, meno di uno su quattro per quelli alti. E anche al Nord si affrontano tempi biblici per poter accedere a determinate prestazioni.
Se a uno sguardo generale, sopra Roma sembrano passarsela meglio, la linea di faglia è sempre di classe. Sempre nel rapporto AIOP viene esplicitato che si determina “una divaricazione tra coloro che possono rivolgersi al mercato delle prestazioni sanitarie al di fuori del SSN e coloro che, per ragioni economico-sociali, non possono ricorrere alla sanità a pagamento“.
Infatti, la percentuale di coloro che si rivolgono a quest’ultima aumenta con l’aumentare dei redditi. Insomma, i ricchi hanno risolto il problema della fine della sanità pubblica pagando, gli altri che decidano se mangiare o curarsi.
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07/06/2024
Liste d’attesa e sanità privata, quello che non dice (e non fa) il governo Meloni
Ma ovviamente, per una maggioranza ‘sovranista’ ma di certo non ‘sovrana’, ligia ai dettami di Bruxelles, non ci sono soldi da spendere su queste voci di bilancio. E infatti, il decreto non prevede nessun ulteriore stanziamento.
Viene ora stabilito che le ASL che non sono in grado di garantire la prestazione nel pubblico entro i termini di legge indirizzeranno il fruitore verso l’intramoenia o il privato accreditato. Non si capisce però dove le regioni possano trovare i fondi per corrispondere i rimborsi per questa misura, se non tagliando in altri settori.
Il ministro della Salute, Orazio Schillaci, ha fatto presente che ci sono ancora 500 milioni non spesi dalle regioni e stanziati nel 2022 e nel 2023. Ma oltre al fatto che sono fondi già stanziati nel Fondo Sanitario Nazionale, non riuscirebbero nemmeno a coprire l’ammontare delle previsioni di spesa, calcolato in circa 1,2 miliardi.
Proseguendo sul testo del decreto, si legge la possibilità di effetturare controlli e analisi anche la sera e nei giorni festivi, e ovviamente chi lavora in quei giorni e fasce orarie dovrà essere pagato di conseguenza. Ma l’attuazione della norma dovrà avvenire “senza maggiori oneri per la finanza pubblica”, dice di nuovo il governo.
Come se non bastasse, persino lo stanziamento previsto per la riduzione della tassazione degli straordinari è minore di quella che sembrava dovesse essere all’inizio: 250 milioni. Meloni e compagnia non hanno di certo intenzione di assumere e coprire il fabbisogno del sistema sanitario, ma non sanno nemmeno detassare per invogliare agli straordinari.
Queste non sono le uniche misure prese da Palazzo Chigi, ma sono sicuramente quelle più significativa e quelle più dibattute, per ridurre le lunghissime liste di attesa che sono diventate un vero e proprio ostacolo alla fruizione del diritto costituzionale alla tutela della salute: per fare un esempio, Federconsumatori ha rilevato un’attesa di 735 giorni per una ecodoppler cardiaca in Lombardia.
In pratica, l’unica certezza sul lato finanziario è in entrata, poiché il ticket dovrà essere pagato anche nel caso in cui non ci si presenti alla visita.
Ad avvantaggiarsi di tutta questa situazione è stato il privato, che sostanzialmente rimane garantito nei suoi profitti anche con questi interventi governativi. Il privato che invece si prevede andrà ad aumentare ulteriormente il proprio peso relativo.
L’ultimo rapporto dell’Area Studi di Mediobanca sugli operatori del settore che superano un fatturato di 100 milioni di euro (31 in Italia), già commentato dall’Unione Sindacale di Base, ha mostrato l’incremento dei loro ricavi, e ha segnalato il valore delle attività private vicino ai 70 miliardi. Si tratta del 40% di tutto il comparto.
Le strutture sanitarie pubbliche sono ormai in numero inferiore di quelle private: solo il 43% delle 29.354 registrate a fine 2022. Nel 2023 4,5 milioni di italiani (il 7,6% della popolazione) ha rinunciato a esami e visite mediche, proprio a causa delle liste di attesa.
Nel 2023 ci si attende si sia verificata una sostanziosa crescita aggregata del giro d’affari privato, intorno al 5,5%. Mediobanca calcola che l’ulteriore aumento della spesa sanitaria privata sia dovuto soprattutto al ricorso alle strutture per anziani (+14%).
Nonostante i lauti esborsi fatti di tasca propria, tra i Paesi Ocse l’Italia si trova al di sotto della media di spesa sanitaria complessiva sia a livello pro-capite (circa 600 dollari sotto i 4.986 del 2022) sia in rapporto al PIL (9% contro il 9,2%).
Insomma, nel Belpaese è pericoloso ammalarsi, perché spesso bisogna decidere se curarsi o se arrivare a fine mese. Non una parola da parte del governo che fa finta di voler tagliare le liste di attesa.
Fonte
19/08/2023
Sai quanto dovresti pagare per curarti se non ci fosse più il Servizio Sanitario Nazionale?
L’Istat ha stimato in circa 2,5 milioni le persone che hanno rinunciato a cure necessarie per colpa delle liste d’attesa o per ragioni economiche, mentre la spesa sanitaria privata per prestazioni a carico dei cittadini sfiora ormai i 40 miliardi di euro l’anno.
Siamo addirittura all’“ambulatorio ad accesso diretto”, che altro non è che un “pronto soccorso a pagamento“, un ulteriore passo avanti della sanità privata, che ancora una volta vede pioniera la Regione Lombardia. È forse questa la fase più rischiosa per la tutela del diritto alla salute e per il Servizio Sanitario Nazionale.
È dunque arrivato il momento di porsi delle domande, che l’Anaao Assomed, l’Associazione dei Medici Dirigenti rimanda al Governo, alle Regioni e alle Istituzioni, ma anche a tutte le cittadine e a tutti i cittadini.
Vogliamo ancora un sistema sanitario pubblico e universalistico finanziato dalla fiscalità generale?
Che ruolo deve avere la sanità pubblica nella scala di priorità delle politiche nazionali?
Riteniamo che il Servizio Sanitario Nazionale sia un bene comune da difendere?
O vogliamo optare per un sistema sanitario selettivo?
Quanta parte della ricchezza nazionale prodotta ogni anno (PIL) siamo disposti a destinare alla salute delle persone?
“È solo una questione di scelte politiche, sottolinea l’Anaao Assomed, e i cittadini devono sapere che le decisioni in tema di sanità di chi ci governa avranno inevitabili e pesanti ripercussioni sulle loro tasche.
Si, perché se non ci fosse più il Servizio Sanitario Nazionale, che oggi grava sui cittadini solo per la fiscalità generale, il conto delle cure sarebbe assai salato”.
E per rendere evidenti i costi che senza un Servizio Sanitario Nazionale (o con un SSN ridimensionato fortemente) andremmo a sostenere, Anaao Assomed ha voluto fare alcuni esempi, quelli più frequenti, in base ad una ricerca condotta nel mese di giugno 2023. Vediamoli.
1) Quanto costa al paziente un ricovero privato?
Costa da 422 a 1.278 euro al giorno. Per un ricovero che richiede da una bassa a un’alta complessità assistenziale.
2) Quali altri costi sono a carico del paziente in caso di ricovero nel privato?
€ 1.200/ora per la sala operatoria; € 600/giorno per la degenza in un reparto chirurgico; € 400/giorno per la degenza in un reparto di medicina; € 165/giorno per ricovero ordinario post acuzie.
3) Quanto costa al paziente un intervento di colecistectomia nel privato?
3.300 euro per Colecistectomia laparoscopica semplice; 4.000 euro per Colecistectomia laparoscopica complessa; la parcella del chirurgo invece varia da 3.000 euro a 10.000 euro.
4) Quanto costa effettuare un Check up cardiologico presso una struttura privata?
€ 775 (con mammografia) Donna sopra 40anni; € 694 (con mammografia) Donna sotto 40 anni, € 345 Uomo sotto 40anni; €395 Uomo sopra 40anni (le tariffe sono variabili a seconda di età, sesso ed esami previsti, di solito es. Ematici+Ecg di base e da sforzo con visita specialistica finale).
E allora, se le cose stanno così, domanda provocatoriamente l’Associazione: “Vogliamo conservare il nostro Servizio Sanitario Pubblico, o siamo disposti a pagare queste cifre per curarci?”.
La risposta è chiara e dovrebbe spingere tutti i cittadini a mobilitarsi per difenderlo.
Ma anche quando le prestazioni restano in ambito pubblico, il cittadino è sempre più costretto a mettere le mani in tasca per potersi curare.
Nei giorni scorsi l’indagine “Urgenza sanità” realizzata dall’associazione CittadinanzAttiva ha fatto il punto sui tempi di attesa e la disponibilità di visite specialistiche nel settore pubblico e in regime di “intra-moenia”, cioè a pagamento a favore di medici del Servizio Sanitario Nazionale che agiscono da liberi professionisti (meccanismo introdotto dalla riforma Bindi nel 1999).
Un solo esempio di ciò che sta accadendo: nel 2022 al Cardarelli di Napoli sono state svolte 112 visite ortopediche nel pubblico, contro 1.255 (undici volte di più) a pagamento.
“Terminata l’emergenza pandemica – scrive CittadinanzAttiva – i cittadini si trovano a fare i conti più di prima con le conseguenze di scelte improvvide che durano da decenni: lunghissime liste di attesa, pronto soccorso allo stremo, medici di medicina generale assenti in molte aree non per nulla definite “deserti sanitari”.
Il ricorso alla spesa privata aumenta ed è incompatibile con un sistema universalistico, oltre a essere possibile solo se le condizioni economiche dei singoli lo permettono. Per molte cittadine e molti cittadini l’attesa si è trasformata in rinuncia”.
Fonte
13/06/2023
08/03/2021
Per un servizio sanitario nazionale e per non speculare sulla pandemia
Ad un anno dall’ingresso del Coronavirus nelle nostre vite, ci troviamo sempre nel mezzo della pandemia: contagi ancora in crescita, decessi giornalieri nell’ordine delle centinaia, e ricoveri che ancora non mostrano una significativa inversione di tendenza. Cicli e ondate a cui assistiamo da mesi, fatti di aumento dei morti, chiusure, riaperture, euforia, esaltazione ed incoscienza: scene degne degli Ultimi giorni di Pompei. Le necessarie misure di contenimento, che in molti casi hanno previsto la chiusura di interi comparti, hanno fisiologicamente portato ad un calo del reddito e dell’occupazione, con conseguenze nefaste sulle condizioni di vita di milioni di persone, ed in particolare per le componenti più precarie della classe lavoratrice.
In questo quadro drammatico, una speranza di tornare ad avere una vita normale, che in molti casi significa tornare a percepire un reddito, si è accesa da qualche mese: la vaccinazione. Un processo che, per portare ai risultati desiderati, deve essere messo in campo in maniera rapida ed efficace e che pertanto abbisogna di ingenti risorse: l’esatto contrario di quanto invece fatto negli anni passati al sistema sanitario pubblico, falcidiato dai tagli.
Superare il regionalismo in campo sanitario
La campagna di vaccinazione in Italia, ad oggi, è ostacolata da forniture drammaticamente inferiori rispetto sia alle esigenze di mettere in sicurezza la popolazione nel minor tempo possibile, sia anche a quanto previsto dai contratti di fornitura stipulati dalle istituzioni europee con le grandi multinazionali del settore farmaceutico. In questo contesto ad oggi, 8 marzo 2021, in Italia è stato somministrato l’82,8% delle dosi consegnate. Esistono, tuttavia, delle evidenti disparità tra regioni: Sardegna e Calabria, ad esempio, si attestano ben al di sotto della media nazionale (65 e 69%), in compagnia di regioni settentrionali come Liguria, Veneto e Lombardia. Differenziali che ricalcano, oltre alle diverse capacità di gestione dei servizi sanitari tra Regioni, anche altri elementi, come per esempio il grado di privatizzazione della sanità (emblematico il caso della Lombardia, dove il banchetto sul sistema sanitario pubblico è stato ancor più succulento), oppure la disomogeneità nei criteri per rientrare nelle categorie di vaccinazione (si pensi al caso dei precari della scuola e dell’università nel Lazio o alle polemiche sul personale universitario non strutturato). In tempi emergenziali, le ordinarie criticità di un sistema socioeconomico si esasperano e aggravano: le eclatanti sproporzioni, causate dal decentramento sanitario avviato negli anni Novanta e completato nella sua forma attuale già nel 2001, hanno causato negli ultimi due decenni un crescendo di disparità di trattamento tra i cittadini, in termini di qualità delle prestazioni, costo (ticket differenziati) e tempi di attesa. Queste asimmetrie si sono tragicamente riproposte durante la pandemia e si ripresentano in questi giorni per la somministrazione dei vaccini.
Un altro dato allarmante nei differenziali regionali di ‘gestione’ della pandemia riguarda il fatto che tra le varie terapie intensive italiane ci sono significative differenze di mortalità: non sarebbero quindi solo i macchinari a salvare le vite, ma la disponibilità di medici e infermieri qualificati. Detto in altri termini, dove il personale medico è scarso rispetto al numero di pazienti, la mortalità è più alta. Per fronteggiare la pandemia, l’Italia nell’ultimo anno ha incrementato la sua dotazione di attrezzature per i posti di terapia intensiva, ma non ha aumentato a sufficienza il personale necessario a garantirne l’effettiva operatività. Una scelta esemplificata dalle esigue risorse che sono state destinate, nel pieno dell’emergenza, alle scuole di specializzazione mediche, con il risultato che nel 2020 circa 9000 medici non hanno potuto avere accesso ad una specializzazione per via dell’assenza di fondi.
L’austerità uccide la sanità pubblica, insomma, aiutata in questo dalla sua ‘regionalizzazione’. La sanità va gestita e organizzata, invece, su base nazionale: ciò permetterebbe di assicurare parametri e liste d’attesa realmente uguali per tutti, al contrario dell’enorme differenziale esistente nei livelli delle prestazioni fotografato dal Nuovo Sistema di Garanzia (NSG) dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA). Non si tratta solamente di un sacrosanto principio di equità territoriale: l’autonomia regionale in tema sanitario è un altro tassello della lotta di classe. Nel contesto dei vincoli di spesa imposti dai trattati europei, regionalizzare vuol dire inasprire quei vincoli di spesa, limitando le capacità di offerta sanitaria delle regioni con un reddito più basso. Imporre un tetto alla spesa significa, inevitabilmente, ridurre le prestazioni. A sua volta, una sanità pubblica che non funziona a causa dei tagli fornisce a privatizzatori e sciacalli il pretesto per denunciare presunte inefficienze del settore pubblico e chiedere ulteriori tagli, che aprono la strada alle privatizzazioni e ai profitti sulle spalle dei pazienti e dei loro familiari. Un meccanismo a cui si aggiunge, seguendo il divide et impera, un progetto di frammentazione dei lavoratori e dei cittadini del nord e del sud attraverso la costruzione di una sanità a più velocità, nell’ambito di un processo di privatizzazione che è stato preceduto e accompagnato da una politica di tagli massicci che ha peggiorato il servizio ovunque. Una vera alternativa in campo sanitario, specialmente in tempi di pandemia, dovrebbe dunque basarsi sul ripristino della centralità del servizio pubblico gratuito e universale.
Nessun profitto sui vaccini
Esiste, tuttavia, una seconda questione da affrontare, che riguarda la produzione e l’approvvigionamento dei vaccini. Assistiamo infatti a continue diminuzioni di dosi consegnate rispetto agli accordi presi con le case farmaceutiche: Pfizer e Moderna hanno tagliato le dosi di vaccino previste nel primo trimestre del 2021 della metà, mentre AstraZeneca pare stia consegnando meno del 10% delle dosi pattuite (parola della Presidentessa della Commissione Europea von der Leyen).
Si tratta di una faccenda che ha ricadute pesantissime sull’andamento della pandemia, sia sul fronte dell’emergenza sanitaria che sul fronte della crisi economica e sociale: senza una vaccinazione diffusa non si potranno riaprire in sicurezza i settori economici attualmente sottoposti a restrizioni, né si potranno riprendere le attività ordinarie della nostra collettività, come ad esempio la didattica in presenza. L’unica soluzione reale e auspicabile è portare avanti una vaccinazione di massa. Come noto, la Cina, il Paese dal quale è partita l’emergenza, è riuscita a bloccare la pandemia con una severissima chiusura e un attento controllo delle successive aperture, unito a una capacità di tracciamento capillare. Mentre in molti Paesi extra-europei, quali Israele, Stati Uniti, Regno Unito (alla faccia delle retoriche dichiarazioni anti-Brexit, stando alle quali senza Europa ci si ritroverebbe senza vaccini...) e Serbia la campagna di immunizzazione prosegue in maniera rapida, in Europa la situazione è disastrosa.
La vendita, da parte delle case farmaceutiche europee, di circa un terzo dei vaccini prodotti in Europa a Paesi fuori dall’Unione è solamente l’aspetto più visibile, e in fondo trascurabile, di un processo molto più profondo. In Europa, in ossequio ad anni di politiche di austerità, tagli all’impresa pubblica e privatizzazioni, si è deliberatamente scelto di distruggere ogni capacità pubblica di produrre vaccini, legandosi mani e piedi ai pochi colossi multinazionali del settore. Questa precisa scelta ha portato i Paesi europei, nel bel mezzo della pandemia, a ritrovarsi alla mercé delle case farmaceutiche, impelagandosi in lunghissime trattative e procedure burocratiche per tentare di accaparrarsi i vaccini prima degli altri Paesi. E ovviamente i contratti stipulati con le multinazionali farmaceutiche sono segreti, tanto quanto lo sono i brevetti che permettono a queste grandi imprese di fare profitti sulla pandemia. Lo svuotamento delle prerogative dello Stato ha portato a una situazione di totale subordinazione dell’interesse pubblico rispetto a quello privato: in tal modo, le grandi aziende prosperano, e gli Stati restano a guardare mentre le persone muoiono a migliaia (l’intervento dell’Eurodeputata Manon Aubry di France Insoumise, che chiede di istituire una commissione d’inchiesta sulle responsabilità della Commissione Europea e lancia accuse gravissime alla Presidente von der Leyen, merita di essere ascoltato).
Di fronte a tutto ciò, che fare? La lista è lunga, e comincia dal ricostituire la possibilità, per gli Stati, di produrre vaccini pubblici, per contrastare eventuali nuove varianti del virus e ogni altra possibile epidemia che si dovesse presentare in futuro. Occorre eliminare qualsiasi forma di brevetto sui vaccini, in modo tale da poterli produrre in ogni Paese del mondo ad un prezzo esiguo, aumentando in tal modo le dosi disponibili. Il modo più rapido per farlo è nazionalizzare le industrie farmaceutiche attualmente operanti sul territorio e affidare loro il compito di produrre vaccini anti-Covid. Si tratta di misure impensabili nel contesto dell’Unione Europea, in cui la tutela del profitto, i brevetti e i vincoli di spesa sono più importanti del benessere e della salute delle classi meno agiate. Si tratta, qualora fosse ancora necessario ribadirlo, di abbandonare la strada tracciata dall’Unione Europa, fatta di austerità e deregolamentazione: occorre, in ultima istanza, vaccinarsi anche contro il capitalismo.
Per queste ragioni aderiamo alla mobilitazione NESSUN PROFITTO SULLA PANDEMIA indetta per la giornata di giovedì 11 marzo.
07/03/2021
Il vaccino cubano Soberana 02 in “fase 3”
Pubblicato nel registro primario OMS Cuba il clinical trial di fase-3 con Soberana02 (44.000 volontari), iniziato!
– Soberana02, candidato vaccinale a subunità, unico disegno di vaccino antivirale nella storia come vaccino-coniugato. Qui la pubblicazione in pre-print (inviata già alle riviste internazionali per revisione).
– SoberanaPlus appare come quinto candidato vaccinale a Cuba. Simile a Soberana01, molto interessante come mono-dose in convalescenti e come dose di richiamo “potenziatrice” nel caso di varianti etc. Dati pubblici sui convalescenti depositati su medRxiv.
– Il grafico mostra dati preliminari in corso (mostrati alla popolazione Cubana in TV ieri sera) con SoberanaPlus come dose di “rinforzo”.
– Questi candidati vaccinali, come altri a subunità, faranno la storia in questa pandemia. Altissima sicurezza, prezzo basso, produzione altamente scalabile, semplicità di trasferimento della licenza e di know-how. Poi se il brevetto è Pubblico come a Cuba, si agevolano le cose.
– Ancora grande impatto mediatico, soprattutto sulla CNN.
– Tra qualche settimana dovrebbero iniziare il clinical trial in fascia pediatrica. Altro vantaggio dei vaccini a subunità, soprattutto se, come ha fatto Cuba per disegnare vaccini contro SARS-CoV-2, esplori una tecnologia che usi da anni in bambini e lattanti.
– Come scritto su Lancet (2019) ricordando Rosa Luxemburg (ieri 150esimo anniversario della sua nascita): La salute ha un potere sociale particolare. La salute è un obiettivo che è “una rivendicazione condivisa, una bandiera comune che ci unisce nella lotta”. “La salute è un potente appello alla mobilitazione”.
Cuba, povera e sotto embargo (bloqueo!), dimostra che è possibile disegnare, sviluppare e produrre vaccini pubblici.
La battaglia, a mio avviso, non va fatta contro BigPharma o contro i brevetti (certo sono battaglie fondamentali, ma forse con risultati utili solo a breve termine).
La battaglia va fatta a grande scala: questo modello economico, soprattutto nel mondo biofarmaceutico con prodotti di emergenza come i vaccini, va messo in discussione.
Vaccini e brevetti Pubblici (di Stato) sono una valida alternativa: Cuba l’aveva dimostrato in passato, Cuba lo sta dimostrando, Cuba lo dimostrerà ancora...
Seguimos...
Fonte
04/01/2021
Oltre le Regioni: riappriopriamoci del nostro Servizio Sanitario Nazionale
Non che lo stesso governo sia esente da responsabilità; ma se c’è una cosa che la pandemia ha messo nero su bianco è il fallimento della gestione sanitaria da parte delle Regioni: enti inutili, autoreferenziali e mangiasoldi che servono soltanto ad alimentare i sistemi di potere dei partiti, in combutta con le lobbie paramafiose e mafiose della sanità privata “in convenzione”.
Il guaio è che tutti i partiti, sia di governo che d’opposizione, sono invischiati fino al midollo in questa situazione perché è sulla gestione clientelare delle competenze sanitarie attribuite alle Regioni dal rinnovato titolo V della Costituzione, che hanno trovato nuova linfa dopo che la stagione di mani pulite e l’onda lunga dell’antipolitica rischiavano di farli chiudere per fallimento.
Il Movimento Cinque Stelle si era costruito una identità anti-sistema proprio cavalcando quell’onda lunga. Ma poi, una volta arrivati al potere, si sono fatti anch’essi sistema, sebbene, proprio nelle regioni, non abbiano avuto gioco facile contro i granitici blocchi di potere clientelari consolidatisi nel corso di decenni. Dunque, nemmeno loro hanno smosso una virgola nel pantano delle Regioni, ammesso che abbiano mai avuto davvero intenzione di farlo.
In ogni caso, la situazione sanitaria del paese continua ad essere drammatica perchè, alla lunga stagione dei tagli al SSN – in linea con l‘austerity imposta dall’Unione Europea al nostro paese, che hanno sottratto ospedali, servizi, posti letto e migliaia di dipendenti – si è aggiunto il disastro di una burocrazia regionale parassitaria, inefficiente e corrotta.
Non è un caso se, ad oggi contiamo 75.000 morti di Covid19 e se l’Italia è il primo paese, in tutto il mondo, per numero di decessi da coronavirus ogni 100mila abitanti.
Questa tragedia ha tante cause, è vero, e non staremo qui a rielencarle per l’ennesima volta. Ma certamente una di quelle che ha inciso maggiormente sulla altissima mortalità da coronavirus è stata proprio la completa inadeguatezza delle Regioni nel fronteggiare l’emergenza sanitaria determinata dalla situazione pandemica.
Prendiamo ad esempio il fallimento del contact tracing. L’applicazione, forse, avrebbe anche potuto funzionare se solo non fosse passata per il collo di bottiglia delle Regioni e di burocrazie totalmente incapaci di gestire alcunché le quali hanno lasciato a combattere a mani nude e, nella totale improvvisazione, le martoriate prime linee delle ASL già messe alle corde dalla dura battaglia condotta sul territorio contro il coronavirus.
In Calabria, come in Lombardia, una lunga serie di gaffe e svarioni hanno dato la misura perfetta di quanto siano grottescamente inadeguate quelle burocrazie messe lì ai vertici di ASL, commissariate e non. Gente assolutamente incompetente, spesso senza alcun titolo, mai entrata davvero in partita nemmeno quando i dati della pandemia si facevano davvero gravi ed allarmanti.
Briefing su briefing solo per far vedere che c’erano, erano lì, certo, poi non si sa a far cosa.
La sciagurata modifica intervenuta con la legge n. 3/2001, che nel ridefinire all’articolo 117 le competenze di Stato e Regioni, ridisegnò anche le competenze in materia sanitaria, affidò la tutela della salute alla legislazione concorrente tra Stato e Regioni, delineando un sistema caratterizzato da un pluralismo di centri di potere in cui lo Stato mantiene la competenza legislativa esclusiva su una serie di materie specificamente elencate, mentre furono delegate alle Regioni l’organizzazione e la gestione dei servizi sanitari.
Ciò ha prodotto, da allora, una disastrosa deriva “regionalista”, con 21 differenti sistemi sanitari in cui l’accesso a servizi e prestazioni sanitarie è profondamente diversificato e iniquo. Un esito questo, in totale contrasto con quell’articolo 32 della Costituzione, che continua a sancire la tutela della salute come diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività e prevede la responsabilità dello Stato di garantire la salute del cittadino e della collettività in condizioni di eguaglianza.
Fu proprio per assolvere a questo compito che, con la Legge 833 del 23/12/1978, venne istituito il Servizio Sanitario Nazionale (SSN), una delle più grandi conquiste sociali del nostro tempo, che ha introdotto valori e princìpi fondamentali quali la generalità dei destinatari: tutti i cittadini indistintamente; la globalità delle prestazioni: prevenzione, cura e riabilitazione; uguaglianza di trattamento: equità d’accesso.
È chiaro, i conti si faranno alla fine; ma, dopo questa drammatica esperienza, una cosa deve essere chiara: il diritto alla salute deve tornare ad essere uno ed indivisibile su tutto il territorio nazionale. Ciò vuol dire che deve essere lo Stato a garantire ed a gestire la sanità.
Questo è l’unico modo per garantire quei livelli essenziali delle prestazioni sanitarie (LEA) disattesi esattamente – ed ampiamente – proprio da quando entrò in vigore il famigerato Titolo Quinto “riformato” con l’entrata in vigore della legge costituzionale n. 3/2001, che pure li contemplava.
Solo un largo movimento di tipo extraparlamentare, di massa e dal basso, può spingere una classe politica indecente, inerte quando non collusa, a rimettere mano a quel famigerato titolo quinto “riformato” della Costituzione che ha prodotto così tanti danni e tragedie e che ha messo in ginocchio il nostro Servizio Sanitario Nazionale.
Un sistema che, fino ad una decina di anni fa, era considerato tra i migliori al mondo e che è stato ridotto ad un colabrodo da tagli sanguinosi e da un processo di di selvaggia privatizzazione ad opera di politicanti inetti e senza scrupoli, eternamente a caccia di voti e tangenti.
Dopo una tragedia del genere è il meno che si possa pretendere anche se sappiamo bene che non sarà facile smontare l’intreccio perverso tra politica, affari e criminalità che sta strozzando, un pò alla volta, quel che resta del nostro sistema sanitario.
Fonte
27/12/2020
Banche e sciacalli pronti ad approfittare della salute
Per acquisire legittimità, la divisione salute (e assicurazioni, ndr) di Intesa San Paolo ha preso spunto dal rapporto RBM-Censis dello scorso anno, per decantare il ruolo di “secondo pilastro” della sanità integrativa rispetto al Servizio sanitario nazionale, nell’ottica di “raddoppiare il diritto alla salute”.
“Appare quindi sempre più necessario implementare un Sistema Sanitario Integrativo, basato sui Fondi Sanitari e le Assicurazioni, che possa ‘intermediare’ la spesa sanitaria pagata direttamente dai cittadini per le cure erogate al di fuori del Servizio Sanitario Nazionale ampliando la capacita’ assistenziale del Sistema Sanitario del nostro Paese”, ha affermato in un recente evento online Marco Vecchietti, amministratore delegato di Intesa Sanpaolo RBM Salute.
Le sue parole sono utili per capire l’insidia – e la speculazione sul crescente allarme sociale in merito alla sanità – che questi soggetti stanno mettendo in campo.
Il manager della maggiore banca italiana, è partito dal tema delle prestazioni specialistiche e non ordinarie. “Si tratta di fatto – ha spiegato in una intervista ad Askanews – di andare a supportare le singole persone nell’accesso a queste prestazioni, evitando che ci sia la necessità di sostenere queste spese direttamente con il proprio reddito e prevedendo un servizio, quello della sanità integrativa, che è ancillare al Servizio sanitario nazionale e che si occupi di gestire collettivamente queste prestazioni per tutti i cittadini”.
Ma come? E qui, anche dal linguaggio, si capisce quale sia il sistema che Vecchietti e quelli come lui hanno in testa, ossia il fallimentare, discriminatorio e disuguagliante sistema sanitario statunitense. “Investire maggiori risorse sui protocolli di diagnosi precoce attraverso la mappatura dei rischi con metodiche di analisi genomica ridurrà l’incidenza prospettica dei cosiddetti big killer, le patologie più diffuse tra la popolazione” afferma Vecchietti.
Quando si passa alle soluzioni, emerge chiaramente come il suo mondo consideri la salute pubblica né più né meno che un terreno di mercato e di profitto per le società assicuratrici (e, come noto, anche per Cgil Cisl Uil che hanno introdotto il welfare aziendale nei contratti di lavoro, ndr).
Non a caso proprio la divisione salute di Intesa San Paolo annuncia trionfalmente che: “La Divisione Insurance di Intesa Sanpaolo, attraverso Intesa Sanpaolo RBM Salute, si è aggiudicata la gestione dei fondi sanitari integrativi contrattuali dei Gruppi Fiat Chrysler Automobiles (FCA) e CNH Industrial. In totale i fondi FASIF e FISDAF assistono circa 170 mila persone”.
Non solo gli sciacalli delle “Divisioni Insurance”, grazie a Cgil Cisl Uil incombono sulla sicurezza sociale di lavoratrici e lavoratori, ma vogliono avere il semaforo verde per mettere le mani anche sulla società nel suo complesso.
“Gli strumenti di predictive underwriting e adaptive pricing – sottolinea infatti Vecchietti – consentiranno alle compagnie la definizione di polizze assicurative personalizzate che operino a protezione della mappatura dei rischi dell’assicurato”. In sostanza vi faranno la polizza assicurativa solo se non state messi troppo male in salute, esattamente come negli Usa.
Secondo Intesa San Paolo, la sanità integrativa può consentire a tutti, attraverso il pagamento di “una piccola quota” generalizzata, di coprire anche le spese che oggi invece ricadono, in maniera pesante solo su chi in un determinato momento abbisogna di cure specifiche.
“Della spesa sanitaria privata, oggi in media i cittadini finanziano l’85% direttamente e solo il 15% è finanziato attraverso assicurazioni sanitarie e fondi sanitari” – ha aggiunto l’amministratore delegato di Intesa San Paolo RBM – “Si tratta di un livello di copertura decisamente inferiore a quello degli altri cittadini europei”.
“L’obiettivo di fondo – insiste Vecchietti – è non andare a duplicare quelle che sono le tutele del pilastro pubblico, ma rendere possibile per il nostro cliente una soluzione alternativa, aggiuntiva, che gli consenta sempre di avere accesso alle cure di cui ha bisogno”.
Ma su questo, proprio nel servizio di alcuni giorni fa denunciavamo come le strutture sanitarie private abbiano ormai superato quantitativamente quelle pubbliche, e in larga parte proprio grazie alla spesa sociale diventata generosa con i privati e ferocemente ridotta per la sanità pubblica.
Il sempre più asimmetrico dualismo tra pubblico e privato nella sanità, viene poi a innestarsi anche sull’emergenza pandemica che stiamo vivendo – e che, unica perla – anche Vecchietti definisce non più di pandemia, bensì di “sindemia”, ossia più emergenze sanitarie che si intrecciano con una condizione di crisi economica/sociale, mettendo ulteriormente in crisi la capacità di gestire o affrontare, non solo l’emergenza, ma anche le attività sanitarie ordinarie.
“Per noi operatori della sanità integrativa – ha concluso il manager di Intesa San Paolo – la sfida è quella di riuscire a garantire proprio in queste situazioni emergenziali un supporto organico al sistema sanitario, consentendo agli assicurati di avere la tranquillità e la certezza, pur a fronte di una situazione di emergenza, di poter continuare a gestire le proprie cure per quanto riguarda la loro situazione di salute ordinaria”.
Sono proprio questi concetti, queste parole, questa visione e le azioni concrete che ne sono derivate ad aver smantellato la sanità pubblica e ad aver reso la salute un mercato come gli altri. Se la pandemia/sindemia ci ha insegnato una cosa e che questa logica va completamente rovesciata e sconfitta. Senza sconti per nessuno.
Fonte
09/11/2020
La “Generazione tradita” urla a gran voce: chiudere, pagare, garantire!
Siamo più che mai consapevoli della gravità della situazione fuori controllo a cui il Governo ci ha condannati.
Infatti, forti dell’esperienza del primo “finto lockdown” in cui in nome del mercato erano aperte anche le attività non essenziali, sappiamo bene che l’unica soluzione per bloccare la catena del contagio e per garantire la salute collettiva è chiudere, ma questa volta per davvero.
La crisi non la pagheremo noi, ed è arrivata l’ora di rimettere finalmente al centro il benessere della collettività.
Oggi più che mai la nostra generazione non vuole più farsi ingannare. Pretendiamo il diritto alla salute, all’istruzione e a un futuro dignitoso, e per questo urliamo a gran voce:
– CHIUDETE le scuole di ogni ordine e grado e le attività non essenziali per un periodo ragionevole: è prioritario bloccare la diffusione del virus, fare tamponi di massa, azzerare la catena dei contagi. In questa situazione tenere aperte le scuole significa condannare gli studenti e le famiglie al contagio con l’unico fine di fare gli interessi della Confindustria e di renderle, specie per materne elementari e medie, un parcheggio per i bambini che non possono restare a casa da soli, in modo da consentire ai genitori di andare a lavorare e produrre per il profitto di pochi.
– PAGATE il reddito e i sussidi ai lavoratori, alle nostre famiglie e a tutti coloro che stanno subendo sulla propria pelle gli effetti di questa crisi: pretendiamo dignità e non accetteremo nessun ricatto tra salute e reddito!
– GARANTITECI il diritto al futuro, e quindi il diritto alla salute, allo studio e alla possibilità di tornare in presenza e in sicurezza nelle nostre scuole, intese non più come parcheggio sociale bensì come ambito di formazione che metta al centro la sua funzione emancipatrice e di crescita collettiva. Nel periodo di chiusura vanno potenziati sanità e trasporto pubblico, e attuati dei cambiamenti strutturali nelle nostre scuole rendendole realmente sicure, per poter ripartire mettendo al centro l’istruzione e il futuro.
Saremo noi studenti, stanchi di dover pagare il peso della loro crisi, ad alzare la testa, a rimettere al centro la salute, l’istruzione e il futuro e a riprenderci con la lotta tutto ciò che ci viene sottratto!
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08/11/2020
Imparare da Cosenza
C’era sicuramente rabbia e rivendicazione, ma non disperazione, come invece abbiamo visto a Napoli e a Torino. Propongo questo distinguo non per fare bassa sociologia, ma perché se da un lato ci sono state forme di esasperazione – comprensibili al netto delle infiltrazioni, tra l’altro ben identificate e identificabili – nel caso di Cosenza la novità, se così possiamo chiamarla, è stata la chiarezza degli obiettivi.
Il disastro della sanità pubblica è un disastro cronicizzato dal punto di vista organizzativo e storicizzato da quello politico, indotto da decenni di politiche liberiste, interpretate di volta in volta dal centrosinistra e dal centrodestra, coalizioni che si sono avvicendate al governo della Calabria, ma che hanno avuto in comune l’idea di spolpare la Sanità; vuoi per farne un bancomat utile al risanamento dei buchi di bilancio, vuoi per appetiti illeciti, col risultato di ridurla a carcassa.
Il risanamento non c’è stato, e l’impatto dell’emergenza Covid non poteva non essere violento, vista la debolezza strutturale delle istituzioni sanitarie regionali.
Per questo, l’istituzione della “zona rossa” è risultato essere di nuovo un modo per fare pagare due volte l’epidemia ai cittadini calabresi: una volta come soggetti depredati del diritto alla salute, una seconda come unico argine al contagio. Argine costruito soltanto sulle limitazioni individuali, sulla perdita di fatturato e di salario di cui si dovrebbero far carico i cittadini, vittime designate della distruzione sistematica della Sanità pubblica calabrese.
Non c’è dubbio che questo approccio dovrebbe essere il modo più corretto e nitido di mettere la questione, perché il disastro non è solo calabrese. Basti pensare alla Lombardia, che vanta il terrificante primato italiano di vittime, in una regione in cui almeno il 30% delle risorse pubbliche sono state date ai privati.
Il licenziamento folkloristico del commissario straordinario in Calabria non risolve nulla. Neppure la richiesta delle dimissioni di uno sprovveduto assessore alla sanità, o di un arrogante presidente di Regione, basterebbero a risolvere il vero problema.
La Sanità pubblica deve essere immediatamente ripristinata non solo in Calabria; il vero “ristoro” non è solo quello degli aiuti, ma del ripristino immediato del diritto alla Salute.
Ecco quello che ci ha insegnato la protesta di Cosenza: il vero ristoro è quello dei diritti, della democrazia. Che non sopporta più il liberismo.
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10/09/2020
Vogliono brevettare il Sole
Può la corsa mondiale al vaccino essere guidata dagli interessi economici delle multinazionali del farmaco e da quelli di potere dei governanti? Non è questa una vergogna ed un danno per tutta l’umanità?
Negli anni '50 del secolo scorso Jonas Salk, figlio di ebrei immigrati negli USA, inventò il primo vaccino contro la poliomielite.
Poi sarebbe seguito quello di Albert Sabin, anch’egli immigrato dai ghetti dell’Europa orientale.
Lo scienziato a cui si deve la prima sconfitta e poi la sostanziale scomparsa di una malattia che faceva strage innanzitutto di bambini, come ricordano quelli della mia generazione che avevano sempre in classe almeno un compagno paralitico, Jonas Salk, rifiutò di brevettare il suo vaccino. A chi gli chiedeva perché avesse rinunciato ad un ricchezza di sette miliardi di dollari, di allora, egli rispose: “Non si può brevettare il Sole”.
Anche Albert Sabin, che scoprì l’altro vaccino contro la polio, poi il più usato, rifiutò di brevettarlo. Anzi siccome all’inizio il governo degli Stati Uniti gli preferì quello di Salk, Sabin fece dono del suo vaccino all’Unione Sovietica, attirandosi le accuse di essere un nemico della patria.
A chi gli chiedeva per quale ragione avesse anch’egli rinunciato agli enormi proventi del brevetto, Sabin rispose: “Ho voluto donarlo ai bambini del mondo.”
Salk e Sabin non si amavano, ma avevano la stessa concezione solidale del mondo e della umanità. Oggi questa concezione viene disprezzata e offesa dalla corsa mondiale al vaccino, che come spesso affermano con cinica compiacenza i mass media, è corsa all’oro e scontro di potenze.
Oggi chi comanda vuole guadagnare soldi e potere sulla salute, anche su quella dei bambini, perché da decenni la nostra vita è soggiogata dal mercato, dagli affari, dal capitalismo liberista. Nel mondo tanto più ricco e tecnologico quanto meno civile di oggi, gesti come quelli di Salk e Sabin non sarebbero permessi.
Ma noi non possiamo e dobbiamo rassegnarci alla barbarie, dobbiamo pretendere che il vaccino per il Covid-19 sia una conquista dell’umanità alla quale ogni essere umano possa accedere gratuitamente, senza altro guadagno che per la salute pubblica.
Dobbiamo fermare quelli che vogliono brevettare il Sole.
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09/09/2020
Neoliberismo trionfante, il Covid-19 sentitamente ringrazia
Abituati ai numeri quotidiani, nessuno riesce più a districarsi tra le tendenze di lungo periodo. Specie nell’emergenza pandemica, che pure dovrebbe “facilitare” la presa di contatto con la statistica. Allora vi diamo noi, oggi, un piccolo quadro sinottico, grazie alla segnalazione di Giancarlo Staffo.
Dati Oms 5sett. 2020:
Covid n. Decessi su 100mila Abitanti.
Si vede chiaramente la differenza tra una società dove comanda il mercato e una società ad “economia pianificata” dove comanda l’interesse per la salute delle persone.
Vietnam 0,04 su 100mila abitanti
Cina 0,34
Cuba 0,86
Venezuela 1,38
USA 56,77 su 100mila abitanti
Italia 58,37
GB 62,55
Senza dimenticare:
Peru 92.80
Belgio 86,74
Spagna 62,96
Cile 61,89
Brasile 60,46
L’Università Johns Hopkins di Baltimore negli Stati Uniti, in particolare il Center for Systems Science and Engineering del dipartimento di Ingegneria Civile, rivela con una mappa aggiornata in tempo reale, i numeri della diffusione della pandemia da Corona-virus nel mondo.
Tra le varie statistiche riportate, nella sezione “morti per covid ogni 100 mila abitanti“ tra i primi posti, quindi con un numero più alto, figurano Paesi come Regno Unito, Italia, Stati Uniti mentre, a fare da fanalino di coda, vi è il Vietnam, la Cina, Cuba e il Venezuela.
Alla luce di ciò trarre delle conclusioni è abbastanza semplice.
Nei Paesi in cui il PROFITTO è stato anteposto alla SALUTE, i cittadini hanno pagato un prezzo più alto in termini di vite umane; non da meno in Italia, dove i tagli alla spesa pubblica, e quindi alla sanità, perpetrati negli anni con le peggiori politiche liberiste imposte dall’Unione Europea hanno mostrato il loro vero volto.
«Rappresentate la vittoria della vita sulla morte, della solidarietà sull’egoismo, dell’ideale del socialismo sul mito del mercato». Così il Presidente Miguel Díaz-Canel ai medici cubani della brigata Henry Reeve al rientro dalla loro missione in Lombardia.
I Paesi di stampo Socialista, invece, hanno saputo gestire l’emergenza in modo diverso, più efficiente, dove, seppur con enormi sacrifici economici, la sovranità e l’autodeterminazione dei popoli, con una buona dose di cooperazione tra gli stessi Stati, hanno giocato un ruolo chiave impedendo alle becere logiche del mercato di prevalere sulla salute.
Il virus mette a nudo la natura del capitalismo, infliggendo ancora una volta un’ulteriore sconfitta e mostrando a tutti che un altro sistema è allorché necessario e possibile.
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