Fermiamo l’autonomia differenziata ma anche basta con lo strapotere delle regioni.
Con questo assunto l’assemblea nazionale di ieri al cinema Aquila intende cominciare una battaglia politica contro l’Autonomia differenziata come parte della più grande stagione di lotta contro un governo reazionario ma in totale sintonia col centro-sinistra che tale processo ha avviato con la riforma del titolo V e l’ha proseguito con la propaganda della “buona” autonomia di Bonaccini.
La legge Calderoli è stata infatti il colpo di grazia al culmine di un’intera stagione di tagli e smantellamento del pubblico e dei diritti sociali ma, come è stato sottolineato nelle due relazioni introduttive (Olivo e Arricale) la situazione aggravata dal progetto di Autonomia Differenziata è stata voluta anche dall’Unione Europea quando – già nel trattato di Maastricht – ha imposto il criterio della sussidiarietà alla rovescia dando mano libera ai privati su tutta la sfera pubblica.
Dopo i passaggi alla Corte Costituzionale e alla Corte di Cassazione, a gennaio sapremo se potranno svolgersi o meno i referendum per l’abrogazione totale o parziale della legge sull’autonomia differenziata. In caso positivo le forze che hanno convocato l’assemblea nazionale di ieri e la manifestazione nazionale contro il governo dello scorso 1 giugno, parteciperanno attivamente alla campagna referendaria.
Resta aperto il problema delle ambiguità e delle divaricazioni introdotte dagli amministratori regionali del centro-sinistra che hanno lavorato apertamente per sabotare il quesito abrogativo e introdurne uno parzialmente abrogativo che non mette in discussione l’autonomia differenziata in quanto tale.
Il progetto dell’autonomia differenziata mette in condizione le Regioni – negli ultimi anni coinvolte in scandali di ogni tipo per abusi e uso improprio di fondi statali ed europei – di continuare nella malagestione dei settori pubblici, comprese sanità, istruzione e alta formazione, con ancora più potere in mano.
Nell’assemblea è stato indicato con forza come siano i poteri già consegnati alle regioni ad aver introdotto un meccanismo distorsivo su cui l’autonomia differenziata è penetrata come una lama nel burro.
Con questa legge ci saranno ad esempio venti diversi sistemi sanitari e scolastici in competizione tra loro e al ribasso, contratti di lavoro e gestione delle politiche abitative differenziati, atenei già danneggiati dall’autonomia universitaria e ora ancor più soggetti a tagli dei fondi e ingresso dei privati, gestione del diritto allo studio disastrosa.
Con l’autonomia differenziata sarà ancor più pesante non solo l’abbandono del Meridione, ma da Nord a Sud, la coesione sociale e i diritti previsti dall’assetto costituzionali saranno sottoposti ad una frammentazione che aumenterà le già pesanti disuguaglianze sociali e territoriali. Come ha sottolineato giustamente Marta Collot la battaglia dovrà essere ben spiegata, comunicata e combattuta non solo nel Sud ma anche nelle regioni del Nord.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Regioni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Regioni. Mostra tutti i post
21/10/2024
14/10/2024
Il caos dell'“autonomia differenziata”. Il caso del commercio estero
Può risultare difficile spiegare in termini semplici perché la legge sulla cosiddetta “autonomia differenziata” è contemporaneamente la base legale per distruggere la sempre più precaria “unità del Paese” come sistema (economico, quindi anche sociale e politico) e una autentica idiozia sul piano macroeconomico.
Lasciamo intenzionalmente da parte gli aspetti più pubblicizzati da chiunque si opponga a quella legge (per la banale constatazione che ne abbiamo parlato cento volte anche noi, aderendo al movimento di opposizione sul tema: sanità, istruzione, servizi sociali, ecc.), e vediamo un aspetto meno popolare ma forse ancora più illuminante: il commercio estero.
Anche Milano Finanza, forse il miglior giornale economico del panorama italiano (pur se completamente interno al panorama del “pensiero unico” neoliberale), nei giorni scorsi ha pubblicato un’analisi impietosa di un provvedimento legislativo che sembra pensato per il suicidio delle stesse imprese che lo hanno preteso.
Il punto essenziale è che, nell’immediato, le “competenze sul commercio estero” – pretese intanto dalle regioni del Nord a guida leghista o comunque di centrodestra (Piemonte, Lombardia, Veneto, e persino la Liguria – sciolta con l’arresto e il patteggiamento del “governatore” Toti, e ora in piena campagna elettorale per il rinnovo, quindi tecnicamente obbligata all'“ordinaria amministrazione”) – comportano la gestione di grosse cifre, perché anche quella italiana, agganciata a quella tedesca ormai da decenni, è un’economia export oriented.
Comprensibile dunque che le menti particolarmente ristrette di amministratori regionali “miracolati” da una selezione elettorale ormai ridotta a televendita, o di “imprenditori” ansiosi di massimizzare il profitto individuale con qualche “mandrakata” (copyright di Gigi Proietti, of course) che non comporti investimenti o innovazione, abbiano sollecitato il passaggio di gestione dal ministero apposito alla palude regionale.
Non che la gestione ministeriale sia da considerare in sé “migliore”. Il personale politico che si è alternato alla sua guida va dal patetico al raccapricciante..... Ma sul piano astrattamente razionale appare molto più logico ed efficiente che il commercio estero di un piccolo Paese come l’Italia, caratterizzato da una produzione locale spesso di alta qualità ma dalle dimensioni ridotta (basti pensare all’alimentare, all’enologico, ecc.) sia tutelato nel suo insieme da un ente statale in grado di centralizzare le politiche commerciali. Garantendo così a tutte le imprese – indipendentemente dal territorio – l’accesso ai mercati esteri con l’accompagnamento di un “soggetto” (lo Stato italiano) dotato di una massa critica sufficiente, anche se non grandissima. Un soggetto, cioè, in grado di “pesare” almeno un po’ nella contrattazione politica internazionale sulle regole commerciali (ricordiamo le battaglie sui tanti prodotti “italian sound”, come il “parmesan”, ecc.).
Su questo piano la frammentazione regionale in 21 “soggettini” ininfluenti garantisce solo la certezza di restare fuori da qualsiasi contrattazione rilevante.
Peggio ancora. In che modo le Regioni potrebbero promuovere la “competitività” dei prodotti locali sul mercato internazionale? Essendo prive di qualsiasi strumento e peso politico, dovrebbero limitarsi a “campagne promozionali”, introiettando la “concorrenza” anche a livello regionale.
Ci è arrivato anche Antonio Tajani – non a caso ministro del commercio estero, quindi con buoni consulenti in materia e ovviamente geloso delle proprie “competenze” – che si è spinto fino ad ironizzare pesantemente sulle aspettative dei suoi colleghi “regionali”: «Poi cosa facciamo, la guerra tra i vini piemontesi e quelli pugliesi?».
Per la natura delle medie imprese italiane questa “concorrenza” non potrebbe avvenire che sul prezzo, garantendo o promettendo sconti in cambio di determinati spazi sui mercati esteri. Uno sconto ovviamente più forte rispetto a quello spesso necessario nella concorrenza tra interi Paesi e Stati. Oppure a una richiesta di “sgravi” e “incentivi” fatta con soldi pubblici (regionali!), che o non ci sono o andranno trovati tagliando altre consistenti voci di spesa (la sanità, l’istruzione, ecc.).
Detto altrimenti: l'“autonomia differenziata”, in materia di commercio estero, porterà per forza di cose – la pressione dei “mercati” – a una caduta dei profitti, invece che allo sperato aumento. Ma anche a qualche sognato guadagno politico in più per gli amministratori regionali, che non pensano ancora alle conseguenze...
Non ci vuole un premio Nobel per capire che il rimpicciolimento delle prospettive e delle possibilità di azione, in un mercato mondiale sempre più dominato dai giganti e sottoposto da anni ad una frammentazione che non si vedeva dalla “Guerra fredda”, è una garanzia di rapido declino, una discesa agli inferi.
Invece di pretendere politiche industriali e commerciali all’altezza delle sfide, ci si accontenta di ritagliarsi degli “spazietti” dall’esistenza progressivamente più precaria. O, come scrive Guido Salerno Aletta su MF, “a meno che non si vogliano creare distorsivi meccanismi di competizione interna, erogando contributi e sovvenzioni differenziati a seconda della localizzazione regionale delle imprese che esportano, l’indubbia necessità di riorientarsi verso mercati nuovi per l’export non può sostituire quella di delineare processi di innovazione produttiva e di internalizzazione di segmenti di attività”.
Davanti a una spinta gigantesca verso la centralizzazione e la concentrazione dei capitali, e conseguentemente delle politiche (sintetizzata in qualche misura dal “rapporto Draghi”, in chiave neoliberale), le piccole menti della piccola borghesia italiota non vedono altra soluzione che un “ognun per sé” localistico. Uno “io speriamo che me la cavo” il cui esito è scritto nelle stesse premesse.
Lasciamo intenzionalmente da parte gli aspetti più pubblicizzati da chiunque si opponga a quella legge (per la banale constatazione che ne abbiamo parlato cento volte anche noi, aderendo al movimento di opposizione sul tema: sanità, istruzione, servizi sociali, ecc.), e vediamo un aspetto meno popolare ma forse ancora più illuminante: il commercio estero.
Anche Milano Finanza, forse il miglior giornale economico del panorama italiano (pur se completamente interno al panorama del “pensiero unico” neoliberale), nei giorni scorsi ha pubblicato un’analisi impietosa di un provvedimento legislativo che sembra pensato per il suicidio delle stesse imprese che lo hanno preteso.
Il punto essenziale è che, nell’immediato, le “competenze sul commercio estero” – pretese intanto dalle regioni del Nord a guida leghista o comunque di centrodestra (Piemonte, Lombardia, Veneto, e persino la Liguria – sciolta con l’arresto e il patteggiamento del “governatore” Toti, e ora in piena campagna elettorale per il rinnovo, quindi tecnicamente obbligata all'“ordinaria amministrazione”) – comportano la gestione di grosse cifre, perché anche quella italiana, agganciata a quella tedesca ormai da decenni, è un’economia export oriented.
Comprensibile dunque che le menti particolarmente ristrette di amministratori regionali “miracolati” da una selezione elettorale ormai ridotta a televendita, o di “imprenditori” ansiosi di massimizzare il profitto individuale con qualche “mandrakata” (copyright di Gigi Proietti, of course) che non comporti investimenti o innovazione, abbiano sollecitato il passaggio di gestione dal ministero apposito alla palude regionale.
Non che la gestione ministeriale sia da considerare in sé “migliore”. Il personale politico che si è alternato alla sua guida va dal patetico al raccapricciante..... Ma sul piano astrattamente razionale appare molto più logico ed efficiente che il commercio estero di un piccolo Paese come l’Italia, caratterizzato da una produzione locale spesso di alta qualità ma dalle dimensioni ridotta (basti pensare all’alimentare, all’enologico, ecc.) sia tutelato nel suo insieme da un ente statale in grado di centralizzare le politiche commerciali. Garantendo così a tutte le imprese – indipendentemente dal territorio – l’accesso ai mercati esteri con l’accompagnamento di un “soggetto” (lo Stato italiano) dotato di una massa critica sufficiente, anche se non grandissima. Un soggetto, cioè, in grado di “pesare” almeno un po’ nella contrattazione politica internazionale sulle regole commerciali (ricordiamo le battaglie sui tanti prodotti “italian sound”, come il “parmesan”, ecc.).
Su questo piano la frammentazione regionale in 21 “soggettini” ininfluenti garantisce solo la certezza di restare fuori da qualsiasi contrattazione rilevante.
Peggio ancora. In che modo le Regioni potrebbero promuovere la “competitività” dei prodotti locali sul mercato internazionale? Essendo prive di qualsiasi strumento e peso politico, dovrebbero limitarsi a “campagne promozionali”, introiettando la “concorrenza” anche a livello regionale.
Ci è arrivato anche Antonio Tajani – non a caso ministro del commercio estero, quindi con buoni consulenti in materia e ovviamente geloso delle proprie “competenze” – che si è spinto fino ad ironizzare pesantemente sulle aspettative dei suoi colleghi “regionali”: «Poi cosa facciamo, la guerra tra i vini piemontesi e quelli pugliesi?».
Per la natura delle medie imprese italiane questa “concorrenza” non potrebbe avvenire che sul prezzo, garantendo o promettendo sconti in cambio di determinati spazi sui mercati esteri. Uno sconto ovviamente più forte rispetto a quello spesso necessario nella concorrenza tra interi Paesi e Stati. Oppure a una richiesta di “sgravi” e “incentivi” fatta con soldi pubblici (regionali!), che o non ci sono o andranno trovati tagliando altre consistenti voci di spesa (la sanità, l’istruzione, ecc.).
Detto altrimenti: l'“autonomia differenziata”, in materia di commercio estero, porterà per forza di cose – la pressione dei “mercati” – a una caduta dei profitti, invece che allo sperato aumento. Ma anche a qualche sognato guadagno politico in più per gli amministratori regionali, che non pensano ancora alle conseguenze...
Non ci vuole un premio Nobel per capire che il rimpicciolimento delle prospettive e delle possibilità di azione, in un mercato mondiale sempre più dominato dai giganti e sottoposto da anni ad una frammentazione che non si vedeva dalla “Guerra fredda”, è una garanzia di rapido declino, una discesa agli inferi.
Invece di pretendere politiche industriali e commerciali all’altezza delle sfide, ci si accontenta di ritagliarsi degli “spazietti” dall’esistenza progressivamente più precaria. O, come scrive Guido Salerno Aletta su MF, “a meno che non si vogliano creare distorsivi meccanismi di competizione interna, erogando contributi e sovvenzioni differenziati a seconda della localizzazione regionale delle imprese che esportano, l’indubbia necessità di riorientarsi verso mercati nuovi per l’export non può sostituire quella di delineare processi di innovazione produttiva e di internalizzazione di segmenti di attività”.
Davanti a una spinta gigantesca verso la centralizzazione e la concentrazione dei capitali, e conseguentemente delle politiche (sintetizzata in qualche misura dal “rapporto Draghi”, in chiave neoliberale), le piccole menti della piccola borghesia italiota non vedono altra soluzione che un “ognun per sé” localistico. Uno “io speriamo che me la cavo” il cui esito è scritto nelle stesse premesse.
*****
Ecco perché l’export italiano scatena l’appetito delle Regioni
Ecco perché l’export italiano scatena l’appetito delle Regioni
Guido Salerno Aletta – Milano Finanza
Piatto ricco, mi ci ficco: visto che l’export dell’Italia continua a macinare record positivi nonostante le difficoltà della congiuntura globale, essendosi recentemente appaiato in termini di valore a quello del Giappone come quarto nella graduatoria mondiale, continua il tira-e-molla sulle competenze politiche e amministrative in materia di commercio con l’estero. Dopo la disputa interminabile per attribuirsele a livello ministeriale, ora è cominciata quella tra Stato e Regioni.
A luglio Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto hanno chiesto al governo di vedersi attribuiti maggiori poteri anche in materia di commercio con l’estero, attivando il procedimento necessario per ottenere le «forme e condizioni particolari di autonomia» previste dall’articolo 116 comma 3 della Costituzione, che prevede la firma di un’intesa tra Regione e Stato che va poi approvata per legge con il voto a maggioranza assoluta del Parlamento.
Questione di Costituzione
Tutto si inquadra quindi nel tormentatissimo processo di attuazione del comma 3 dell’articolo 116 della Costituzione, che fu modificato nel 2001 nell’ambito di una complessiva rivisitazione del Titolo V: dopo ben 23 anni lo scorso 26 giugno è stata finalmente approvata la legge n. 86 recante «Disposizioni per l’attuazione dell’autonomia differenziata delle Regioni a statuto ordinario», ma è stata immediatamente attivata la richiesta di sottoporla a referendum abrogativo con la raccolta delle firme conclusa positivamente il 15 settembre scorso.
A questo punto, se la Cassazione convaliderà il raggiungimento del quorum delle 500 mila firme e la Corte Costituzionale dichiarerà ammissibile la richiesta referendaria, si andrà votare tra aprile e giugno 2025.
La richiesta delle Regioni ha già trovato un primo intoppo a livello governativo: il ministro Antonio Tajani ha infatti rappresentato perplessità per la sottrazione di competenze al suo dicastero, affermando: «Io sono responsabile dell’export e credo sia sbagliato affidare l’export a ogni Regione. Poi cosa facciamo, la guerra tra i vini piemontesi e quelli pugliesi?».
La classifica delle Regioni
La questione del commercio con l’estero va vista nella sua complessità, tenendo conto del peso assai rilevante che ha sull’economia di talune Regioni, come il Veneto e la Lombardia, che da anni invocano maggiore autonomia dallo Stato centrale, celebrando pure entrambe nel 2017 un referendum consultivo a tal fine: il Veneto, per esempio, nel 2022 ha esportato il 45% del suo prodotto, con un andamento che è rimasto sostanzialmente stazionario nel 2023 (-0,3%) per un valore di 82 miliardi (il 13,1% del totale dell’Italia); sempre nel 2023 l’export della Lombardia è stato invece di 164 miliardi (+0,8%), mentre il secondo trimestre di quest’anno ha segnato un impercettibile +0,1% rispetto a 12 mesi prima. Il Veneto ha avuto un andamento negativo: -1,8%.
Sorprendentemente, prendendo ancora come riferimento quest’ultimo indicatore, è stata la Sardegna ad aver messo a segno nel secondo trimestre l’andamento migliore dell’export: +31,3%. Nel Nord l’export della Liguria è andato malissimo col -33,6% e male è andato quello del Piemonte col -6,8%. Nel Mezzogiorno, le dicotomie sono evidenti, con la Calabria che ha segnato un ottimo +10,7% e la Campania un +8,1%, mentre per la Sicilia un brusco -5,3% e la Basilicata un drammatico -46,1%.
Al Nord come al Sud, l’andamento dell’export dipende dal grado di concentrazione nell’insediamento di specifiche produzioni: Unioncamere Lombardia ha rilevato che c’è una contrapposizione tra sei provincie con un andamento positivo e altrettante con un segno negativo: Lodi +17,6%, Monza e Brianza +9,9%, Sondrio +2,5%, Pavia +2,3%, Como +0,6%, Mantova +0,5%, Cremona -0,3%, Lecco -0,5%, Brescia -1,2%, Bergamo -1,6%, Milano -2,1% e Varese -4,8%.
Attenzione alla debolezza tedesca
Se dal punto di vista delle tipologie di prodotti esportati e dei mercati di destinazione c’è un allineamento tra i dati statistici nazionali e quelli regionali, soffrono maggiormente le Regioni in cui le imprese si erano più specializzate in determinati settori e nei Paesi che ora sono maggiormente in difficoltà: chi esporta semilavorati in Germania va male a prescindere dal fatto che produca in una Regione piuttosto che in un’altra.
Mentre la transumanza delle competenze da un ministero all’altro si è dimostrata sostanzialmente ininfluente rispetto alla dinamica delle esportazioni, le recenti rivendicazioni di maggiori poteri regionali in materia di commercio con l’estero costituiscono un pericoloso diversivo rispetto alla natura della sfida che oggi si presenta: a meno che non si vogliano creare distorsivi meccanismi di competizione interna, erogando contributi e sovvenzioni differenziati a seconda della localizzazione regionale delle imprese che esportano, l’indubbia necessità di riorientarsi verso mercati nuovi per l’export non può sostituire quella di delineare processi di innovazione produttiva e di internalizzazione di segmenti di attività.
Ad agosto l’Italia ha registrato per il 19° mese consecutivo un calo della produzione industriale (-3,2%). Il calo maggiore ha riguardato la produzione di mezzi di trasporto (-14,2%) e di macchinari e attrezzature (-11,6%). Anche le industrie tessile e siderurgica hanno accusato un colpo pesante (-10,8% e -10,1%). La Germania, di cui siamo subfornitori nella meccanica, prevede un altro anno di contrazione economica.
Bisogna dunque guardare molto avanti, in un contesto così complesso, con scelte estremamente difficili e sforzi enormi di politica industriale che devono riguardare l’intero apparato economico, quale che sia la Regione in cui le imprese sono insediate.
Fonte
14/07/2024
Autonomia differenziata. Oltre i Lep
Nell’organizzare l’opposizione (anche tramite richiesta di referendum) verso la legge sull’autonomia differenziata si sta evidenziando con grande forza il tema dei LEP (Livelli Essenziali di Prestazioni) che dovranno essere stabiliti per costituire una base uniforme alle residue erogazioni di stato sociale: sanità, scuola.
Al riguardo della legge approvata in questi giorni si rileva però un tema che non appare al centro del dibattito ma che rappresenta probabilmente il “cuore” della vicenda: il riferimento è alle materie di cui le Regioni possono richiedere l’acquisizione di competenze nelle materie “No Lep”.
La regione Veneto ha così immediatamente avanzato richieste di maggiore autonomia nelle 9 materie “non Lep”, cioè quelle per le quali non è necessario che lo Stato stabilisca prima i Livelli essenziali di prestazione.
Fra queste oltre alla previdenza complementare, il coordinamento della finanza pubblica, le banche (Casse di Risparmio, Banche di credito rurale, ecc.) spicca la richiesta della piena competenza sul commercio estero e i rapporti con l’UE.
Il tema dei rapporti con l’estero è particolarmente delicato e specificatamente lo è ancora di più al riguardo del Veneto.
Il tessuto industriale veneto (come in parte quello lombardo) è composto da aziende di media/piccola dimensione nella generalità avanzate tecnologicamente e quasi completamente complementari e sussidiarie all’industria tedesca.
Per fare un esempio i 20,9 miliardi di merci che vengono esportate dal Veneto verso la Germania sono superiori ai 16 miliardi dell’export canadese.
Questo dato indica alcune questioni:
1) l’orientamento produttivo delle industrie venete è strettamente legato a quello delle industrie tedesche e in particolare alla Baviera e al Baden Wurttenberg. Se come pare la Germania deciderà di innalzare la propria quota di PIL riservata all’armamento è evidente che avremo aspetti di riconversione industriale che toccheranno l’insieme delle filiera di là e al di qua delle Alpi. Il Veneto (e la Lombardia) potrebbe così legarsi ad una economia di guerra indipendentemente dalle scelte generali del Paese;
2) il primo punto pone oggettivamente in discussione l’idea della programmazione economica a livello nazionale (e il rapporto con l’Europa) e di intervento pubblico in economia (mentre il governo procede a tentoni nel pieno della confusione come nel caso della cessione di ITA, delle acquisizioni in siderurgia e a cessioni improprie come nel caso della Rete Tim passata al fondo KKR in uno scenario inedito in Europa).
Questo tipo di analisi rafforza ulteriormente la necessità di combattere a fondo questo pericoloso stato di cose in atto cercando anche di far comprendere come si tratti di un tassello del cambiamento che la destra ha in programma sul tema del rapporto tra governo e democrazia.
Privatizzazione e autoritarismo nell’esercizio di un potere fondato sulla frammentazione dello Stato anche sul piano delle relazioni internazionali (negli aspetti che di più contano) così la destra intende saldare il quadro di modificazioni costituzionali: una direzione di marcia di variazione profonda del concetto di governabilità che dovrà essere fermato anche se a sinistra, nel passato più recente, ci si è mossi aprendo la strada con riforme portate avanti con il solo scopo di inseguire l’agenda dell’avversario (come fu nel caso della riforma del titolo V).
Il recupero dell’autonomia progettuale della sinistra in particolare rispetto al quadro europeo proprio sul punto governabilità/democrazia appare il primo passaggio decisivo per affrontare una situazione che si presenta molto difficile.
Fonte
Al riguardo della legge approvata in questi giorni si rileva però un tema che non appare al centro del dibattito ma che rappresenta probabilmente il “cuore” della vicenda: il riferimento è alle materie di cui le Regioni possono richiedere l’acquisizione di competenze nelle materie “No Lep”.
La regione Veneto ha così immediatamente avanzato richieste di maggiore autonomia nelle 9 materie “non Lep”, cioè quelle per le quali non è necessario che lo Stato stabilisca prima i Livelli essenziali di prestazione.
Fra queste oltre alla previdenza complementare, il coordinamento della finanza pubblica, le banche (Casse di Risparmio, Banche di credito rurale, ecc.) spicca la richiesta della piena competenza sul commercio estero e i rapporti con l’UE.
Il tema dei rapporti con l’estero è particolarmente delicato e specificatamente lo è ancora di più al riguardo del Veneto.
Il tessuto industriale veneto (come in parte quello lombardo) è composto da aziende di media/piccola dimensione nella generalità avanzate tecnologicamente e quasi completamente complementari e sussidiarie all’industria tedesca.
Per fare un esempio i 20,9 miliardi di merci che vengono esportate dal Veneto verso la Germania sono superiori ai 16 miliardi dell’export canadese.
Questo dato indica alcune questioni:
1) l’orientamento produttivo delle industrie venete è strettamente legato a quello delle industrie tedesche e in particolare alla Baviera e al Baden Wurttenberg. Se come pare la Germania deciderà di innalzare la propria quota di PIL riservata all’armamento è evidente che avremo aspetti di riconversione industriale che toccheranno l’insieme delle filiera di là e al di qua delle Alpi. Il Veneto (e la Lombardia) potrebbe così legarsi ad una economia di guerra indipendentemente dalle scelte generali del Paese;
2) il primo punto pone oggettivamente in discussione l’idea della programmazione economica a livello nazionale (e il rapporto con l’Europa) e di intervento pubblico in economia (mentre il governo procede a tentoni nel pieno della confusione come nel caso della cessione di ITA, delle acquisizioni in siderurgia e a cessioni improprie come nel caso della Rete Tim passata al fondo KKR in uno scenario inedito in Europa).
Questo tipo di analisi rafforza ulteriormente la necessità di combattere a fondo questo pericoloso stato di cose in atto cercando anche di far comprendere come si tratti di un tassello del cambiamento che la destra ha in programma sul tema del rapporto tra governo e democrazia.
Privatizzazione e autoritarismo nell’esercizio di un potere fondato sulla frammentazione dello Stato anche sul piano delle relazioni internazionali (negli aspetti che di più contano) così la destra intende saldare il quadro di modificazioni costituzionali: una direzione di marcia di variazione profonda del concetto di governabilità che dovrà essere fermato anche se a sinistra, nel passato più recente, ci si è mossi aprendo la strada con riforme portate avanti con il solo scopo di inseguire l’agenda dell’avversario (come fu nel caso della riforma del titolo V).
Il recupero dell’autonomia progettuale della sinistra in particolare rispetto al quadro europeo proprio sul punto governabilità/democrazia appare il primo passaggio decisivo per affrontare una situazione che si presenta molto difficile.
Fonte
19/01/2023
Autonomia differenziata. Un mostro da fermare che spacca anche il governo
La destra ha vinto le elezioni, ma governa solo fin dove le competenze vere – politica economica ed estera, vincoli internazionali, ecc. – sono fuori dalla portata di un governo “nazionale” con sbandierate velleità “nazionaliste”. O addirittura “regionaliste”.
La diversità di interessi tra i settori di borghesia che ognuno dei tre partiti dell’esecutivo rappresenta moltiplica le occasioni di conflitto interno per quanto riguarda i pochi temi su cui si può esercitare la normale “sovrana scelta politica”.
A parte le questioni solo “ideologico-culturali” (una certa visione muscolare dell’”ordine pubblico”, manifestata con il decreto anti-rave, oppure sull’alzabandiera a scuola, l’abolizione de facto del reato di tortura, e cose simili), dove ogni pirla può sbizzarrirsi in proposte di “soluzioni ad capocchiam”, lo scontro vero si concentra inevitabilmente là dove c’è un po’ di “ciccia”.
Ovvero un po’ di soldi da gestire. Immediatamente o negli anni futuri.
E quindi la cosiddetta “autonomia differenziata” – cavallo di battaglia della Lega e a suo tempo anche del PD (sponda Bonaccini) – sta diventando, giorno dopo giorno, uno degli ostacoli più alti tra le zampe del governo.
Al punto che il solitamente cauto Fabio Rampelli, vicepresidente della Camera, tra i più vicini a Giorgia Meloni, si è esibito in un’intervista – per di più al “grillino” Fatto Quotidiano – per avvertire che l’accelerazione sulla presentazione della “bozza Calderoli” è un rischio troppo grosso: «L’architettura dello Stato va si migliorata ma non si può sbagliare, pena il collasso».
Salvini e i suoi premono perché il governo approvi subito il testo, da presentare poi alle Camere, per avere uno straccio di “vittoria” da sbandierare alle elezioni regionali tra poco più di venti giorni. Per la precisione: alle elezioni in Lombardia...
Ma qui gli interessi politici già divergono, perché i “meloniani” hanno le roccaforti più consistenti nel centrosud, e dunque lo stesso testo potrebbe creare grossi mal di pancia nel Lazio (l’altra regione che va alle urne).
Interessi miserabili a parte, ci sono però quelli “di classe” e di lungo periodo che premono pro o contro una definizione “eccessiva” (per le tolleranza interne al governo) dell’autonomia differenziata.
Gli stessi giornali di area esplicitano con grande attenzione i “punti critici” del disegno elaborato da Calderoli. Per esempio la questione dei “livelli essenziali di prestazione” (Lep) che le diverse sanità regionali dovranno fornire ai cittadini. Il testo leghista, furbescamente, afferma che dovranno essere solo “definiti” e non anche “garantiti”.
Non ci vuole uno scienziato per capire che si tratta di due cose piuttosto differenti: da un lato un “diritto teorico” ad essere curati bene, almeno fino ad un certo punto, dall’altro un diritto esigibile. Ossia qualcosa che è dovere dello Stato e delle singole Regioni assicurare a chiunque.
In generale sono in discussione – con formule egualmente vaghe – le competenze regionali in materia di scuola, oltre che di sanità.
C’è chi sottolinea come, oltretutto, questa bozza (nell’articolo 11) non solo non disconosce le vecchie e devastanti pretese fissate da Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna (che pure la nuova legge dice di voler superare), ma li riporta in vita.
«Le disposizioni della presente legge», dice infatti l’articolo 11, «si applicano, in relazione ai rispettivi livelli di avanzamento formalizzato, anche agli atti di iniziativa delle Regioni presentati al governo e concordati con il medesimo prima della data di entrata in vigore della presente legge».
Di fatto, se i presidenti di quelle Regioni volessero “fare come avevano già deciso”... potrebbero farlo, ignorando il nuovo assetto.
Peggio ancora quando si parla di budget. Negli articoli 4 e 6, si parla di trasferimento di persone e risorse dallo Stato alle Regioni. Ed era questo il vero cuore delle richieste del Nord leghista (e piddino).
In pratica,il conteggio delle risorse da trasferire dovrebbe essere fatto sulla base dei “costi storici”, da quanto speso cioè dallo Stato nella Regione. E nel Nord storicamente lo Stato ha speso di più. Fine delle chiacchiere...
Qualsiasi norma sulle risorse, insomma, non sarà valida se nelle intese ci sarà scritta una cosa diversa. Le “intese” delle Regioni, in questo modo, vengono messe “al di sopra” delle legge, rendendola del tutto inutile.
Basta così? Ancora no. Le stesse risorse per finanziare le misure previste dalle “intese” dovrebbero essere finanziate con “cessioni di tributi erariali maturati nel territorio”. In pratica: le regioni più ricche si tengono le entrate delle tasse (ovviamente più alte, visto che producono più ricchezza) e al diavolo quelle povere.
Come voleva già a suo tempo Bossi, insomma.
Ce n’è abbastanza per mettere in piedi un bel po’ di contrasto popolare. E quindi ancora per mettere altri ostacoli sul percorso di questa banda di scriteriati che si definisce “governo”...
Fonte
La diversità di interessi tra i settori di borghesia che ognuno dei tre partiti dell’esecutivo rappresenta moltiplica le occasioni di conflitto interno per quanto riguarda i pochi temi su cui si può esercitare la normale “sovrana scelta politica”.
A parte le questioni solo “ideologico-culturali” (una certa visione muscolare dell’”ordine pubblico”, manifestata con il decreto anti-rave, oppure sull’alzabandiera a scuola, l’abolizione de facto del reato di tortura, e cose simili), dove ogni pirla può sbizzarrirsi in proposte di “soluzioni ad capocchiam”, lo scontro vero si concentra inevitabilmente là dove c’è un po’ di “ciccia”.
Ovvero un po’ di soldi da gestire. Immediatamente o negli anni futuri.
E quindi la cosiddetta “autonomia differenziata” – cavallo di battaglia della Lega e a suo tempo anche del PD (sponda Bonaccini) – sta diventando, giorno dopo giorno, uno degli ostacoli più alti tra le zampe del governo.
Al punto che il solitamente cauto Fabio Rampelli, vicepresidente della Camera, tra i più vicini a Giorgia Meloni, si è esibito in un’intervista – per di più al “grillino” Fatto Quotidiano – per avvertire che l’accelerazione sulla presentazione della “bozza Calderoli” è un rischio troppo grosso: «L’architettura dello Stato va si migliorata ma non si può sbagliare, pena il collasso».
Salvini e i suoi premono perché il governo approvi subito il testo, da presentare poi alle Camere, per avere uno straccio di “vittoria” da sbandierare alle elezioni regionali tra poco più di venti giorni. Per la precisione: alle elezioni in Lombardia...
Ma qui gli interessi politici già divergono, perché i “meloniani” hanno le roccaforti più consistenti nel centrosud, e dunque lo stesso testo potrebbe creare grossi mal di pancia nel Lazio (l’altra regione che va alle urne).
Interessi miserabili a parte, ci sono però quelli “di classe” e di lungo periodo che premono pro o contro una definizione “eccessiva” (per le tolleranza interne al governo) dell’autonomia differenziata.
Gli stessi giornali di area esplicitano con grande attenzione i “punti critici” del disegno elaborato da Calderoli. Per esempio la questione dei “livelli essenziali di prestazione” (Lep) che le diverse sanità regionali dovranno fornire ai cittadini. Il testo leghista, furbescamente, afferma che dovranno essere solo “definiti” e non anche “garantiti”.
Non ci vuole uno scienziato per capire che si tratta di due cose piuttosto differenti: da un lato un “diritto teorico” ad essere curati bene, almeno fino ad un certo punto, dall’altro un diritto esigibile. Ossia qualcosa che è dovere dello Stato e delle singole Regioni assicurare a chiunque.
In generale sono in discussione – con formule egualmente vaghe – le competenze regionali in materia di scuola, oltre che di sanità.
C’è chi sottolinea come, oltretutto, questa bozza (nell’articolo 11) non solo non disconosce le vecchie e devastanti pretese fissate da Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna (che pure la nuova legge dice di voler superare), ma li riporta in vita.
«Le disposizioni della presente legge», dice infatti l’articolo 11, «si applicano, in relazione ai rispettivi livelli di avanzamento formalizzato, anche agli atti di iniziativa delle Regioni presentati al governo e concordati con il medesimo prima della data di entrata in vigore della presente legge».
Di fatto, se i presidenti di quelle Regioni volessero “fare come avevano già deciso”... potrebbero farlo, ignorando il nuovo assetto.
Peggio ancora quando si parla di budget. Negli articoli 4 e 6, si parla di trasferimento di persone e risorse dallo Stato alle Regioni. Ed era questo il vero cuore delle richieste del Nord leghista (e piddino).
In pratica,il conteggio delle risorse da trasferire dovrebbe essere fatto sulla base dei “costi storici”, da quanto speso cioè dallo Stato nella Regione. E nel Nord storicamente lo Stato ha speso di più. Fine delle chiacchiere...
Qualsiasi norma sulle risorse, insomma, non sarà valida se nelle intese ci sarà scritta una cosa diversa. Le “intese” delle Regioni, in questo modo, vengono messe “al di sopra” delle legge, rendendola del tutto inutile.
Basta così? Ancora no. Le stesse risorse per finanziare le misure previste dalle “intese” dovrebbero essere finanziate con “cessioni di tributi erariali maturati nel territorio”. In pratica: le regioni più ricche si tengono le entrate delle tasse (ovviamente più alte, visto che producono più ricchezza) e al diavolo quelle povere.
Come voleva già a suo tempo Bossi, insomma.
Ce n’è abbastanza per mettere in piedi un bel po’ di contrasto popolare. E quindi ancora per mettere altri ostacoli sul percorso di questa banda di scriteriati che si definisce “governo”...
Fonte
03/08/2022
Covid. Esposti alle Procure contro le “bolle” negli ospedali
Istituire le “bolle”, cioè mantenere i pazienti positivi al Covid all’interno del reparto di degenza insieme ai pazienti negativi, sembra sia diventata l’unica ricetta adottata praticamente in tutta Italia per cercare di contenere il diffondersi del virus all’interno degli ospedali e cercare di supplire alla cronica carenza di personale.
Le soluzioni adottate però, sono rabberciate ed inefficaci e non hanno lo scopo di tutelare in maniera efficace la salute dei degenti e di tutelare dal rischio gli operatori sanitari, bensì di continuare a non assumere se è vero, come è vero, che da aprile 2021 il reclutamento di personale a tempo indeterminato si è praticamente arrestato in tutte le regioni, che i sanitari assunti in emergenza Covid con il contratto di collaborazione coordinata e continuativa stanno per essere mandati a casa dopo essere stati sfruttati a dovere e che le stabilizzazioni del personale precario che ne ha maturati i requisiti stanno avvenendo con il contagocce.
Dalla Toscana alla Puglia, dalla Sardegna alle Marche, solo per citarne alcune, tutte le regioni stanno adottando questo metodo che si sta rivelando fallimentare, inefficace e pericoloso, come testimonia l’aumento esponenziale dei contagi sia fra i ricoverati che fra il personale.
Gli espedienti impiegati per dare una parvenza di serietà e di base scientifica alla procedura sono molteplici e tutti risibili: dall’indicazione di tenere le finestre delle camere aperte, che in una situazione di caldo estremo come quella che stiamo vivendo ed a fronte delle indicazioni di Inps e Inail che prevedono la possibilità di ricorrere alla cassa integrazione con temperature sopra i 35 gradi, sembra più una provocazione che una soluzione, alle “separazioni funzionali, – un semplice paravento per essere chiari – posti nei corridoi a separare la zona pulita da quella infetta, per finire con il personale sanitario che, costretto a fare la spola fra i pazienti negativi e quelli positivi ed a ripetere più volte per turno in totale mancanza di sicurezza le operazioni di vestizione e svestizione dei dispositivi individuali di protezione, viene sempre più spesso accusato di essere l’“untore” perché non rispetterebbe le procedure e le norme igienico sanitarie.
È invece chiaro che le responsabilità sono della dirigenza delle ASL e non è che adottando una procedura più o meno fantasiosa si possa pensare di evitarle. Perché è palese che si sta sottoponendo in maniera consapevole al rischio del contagio i pazienti, anche quelli fragili e con multimorbilità, facendo conto, con un incredibile gioco d’azzardo e con una bella dose di cinismo, sulla minor pericolosità del virus e sulla ridotta entità dei sintomi, e che si sta alimentando un circolo vizioso nel quale la già grave mancanza di operatori sanitari viene accentuata dal diffondersi del contagio dovuto alla totale mancanza di sicurezza nella quale sono costretti ad operare.
Proprio per cercare di fare chiarezza sulle responsabilità e squarciare il velo sulle omissioni e le distorsioni delle norme sulla sicurezza, a partire dalla Toscana, come USB presenteremo esposti alle Procure della Repubblica nei territori dove le “bolle Covid” stanno producendo gli effetti più negativi ma, al contempo, continueremo a mobilitarci per richiedere in tutte le sedi l’unica cosa che può evitare tutto questo: assunzioni, stabilizzazioni, investimenti.
Fonte
Le soluzioni adottate però, sono rabberciate ed inefficaci e non hanno lo scopo di tutelare in maniera efficace la salute dei degenti e di tutelare dal rischio gli operatori sanitari, bensì di continuare a non assumere se è vero, come è vero, che da aprile 2021 il reclutamento di personale a tempo indeterminato si è praticamente arrestato in tutte le regioni, che i sanitari assunti in emergenza Covid con il contratto di collaborazione coordinata e continuativa stanno per essere mandati a casa dopo essere stati sfruttati a dovere e che le stabilizzazioni del personale precario che ne ha maturati i requisiti stanno avvenendo con il contagocce.
Dalla Toscana alla Puglia, dalla Sardegna alle Marche, solo per citarne alcune, tutte le regioni stanno adottando questo metodo che si sta rivelando fallimentare, inefficace e pericoloso, come testimonia l’aumento esponenziale dei contagi sia fra i ricoverati che fra il personale.
Gli espedienti impiegati per dare una parvenza di serietà e di base scientifica alla procedura sono molteplici e tutti risibili: dall’indicazione di tenere le finestre delle camere aperte, che in una situazione di caldo estremo come quella che stiamo vivendo ed a fronte delle indicazioni di Inps e Inail che prevedono la possibilità di ricorrere alla cassa integrazione con temperature sopra i 35 gradi, sembra più una provocazione che una soluzione, alle “separazioni funzionali, – un semplice paravento per essere chiari – posti nei corridoi a separare la zona pulita da quella infetta, per finire con il personale sanitario che, costretto a fare la spola fra i pazienti negativi e quelli positivi ed a ripetere più volte per turno in totale mancanza di sicurezza le operazioni di vestizione e svestizione dei dispositivi individuali di protezione, viene sempre più spesso accusato di essere l’“untore” perché non rispetterebbe le procedure e le norme igienico sanitarie.
È invece chiaro che le responsabilità sono della dirigenza delle ASL e non è che adottando una procedura più o meno fantasiosa si possa pensare di evitarle. Perché è palese che si sta sottoponendo in maniera consapevole al rischio del contagio i pazienti, anche quelli fragili e con multimorbilità, facendo conto, con un incredibile gioco d’azzardo e con una bella dose di cinismo, sulla minor pericolosità del virus e sulla ridotta entità dei sintomi, e che si sta alimentando un circolo vizioso nel quale la già grave mancanza di operatori sanitari viene accentuata dal diffondersi del contagio dovuto alla totale mancanza di sicurezza nella quale sono costretti ad operare.
Proprio per cercare di fare chiarezza sulle responsabilità e squarciare il velo sulle omissioni e le distorsioni delle norme sulla sicurezza, a partire dalla Toscana, come USB presenteremo esposti alle Procure della Repubblica nei territori dove le “bolle Covid” stanno producendo gli effetti più negativi ma, al contempo, continueremo a mobilitarci per richiedere in tutte le sedi l’unica cosa che può evitare tutto questo: assunzioni, stabilizzazioni, investimenti.
Fonte
26/01/2022
Covid. Gli apprendisti stregoni delle Regioni, mentre aumentano morti e terapie intensive
Ieri i morti per Covid sono saliti a 468 mentre l’occupazione delle terapie intensive è salita al 18%.
Nel tentativo di sminuire questi i dati, il governo e i mass media asserviti riferiscono che si tratta di un effetto trascinamento dei dati dei giorni precedenti. Eppure avevano utilizzato proprio il numero inferiore di decessi per dichiarare che la “curva era discendente”.
Delle due l’una: o i decessi nei giorni scorsi erano più alti di quanto dichiarato – e quindi era sbagliato poter affermare che la curva era discendente – oppure il Covid continua a far morire le persone nonostante l’operazione “normalizzazione” che si vuole imporre a tutti i costi e nonostante una campagna vaccinale che, almeno nei numeri, è ampiamente riuscita e non richiederebbe l’ulteriore accanimento contro i non vaccinati.
Ma se da un lato il governo conferma di procedere a tentoni sul piano del contrasto alla pandemia, dall’altra si è ormai imposto il “comando degli apprendisti stregoni” che invocano il ritorno alla normalità anche se i dati dicono il contrario.
Tra questi spiccano i presidenti delle Regioni, secondo i quali ormai è tempo di semplificare e normalizzare ponendo fine alle fasce a colori, al conteggio dei malati per altre patologie tra i ricoverati Covid, agli asintomatici sottoposti a sorveglianza sanitaria, agli studenti vaccinati in Dad.
Mentre aumentano i morti e l’occupazione delle terapie intensiva, questa è la posizione unanime dei presidenti delle Regioni, che sarà messa nero su bianco in un documento da sottoporre all’attenzione del Governo con il quale mercoledì 2 febbraio ci sarà un confronto in sede di Stato-Regioni. Il presidente della Conferenza delle Regioni, Massimiliano Fedriga, ha sottolineato in particolare due punti: “superare definitivamente il sistema a colori delle zone di rischio assieme all’esigenza che la sorveglianza sanitaria sia riservata ai soggetti sintomatici”.
Secondo i dati diffusi dall’Agenas mentre è salita al 18%, in tutta Italia, la percentuale di terapie intensiva occupate da pazienti Covid, questo è il quadro nelle varie regioni.
Il tasso risulta cresciuto in 6 regioni: Abruzzo (21%), Calabria (17%), Campania (13%), FVG (24%), Lazio (22%), Marche (23%), mentre è calato in 4: Piemonte (23%), PA Trento (26%), Umbria (8%),Val d’Aosta (19%). Rimane invece stabile in Basilicata (8%), Emilia Romagna (17%), Liguria (18%), Lombardia (15%), Molise (5%), PA Bolzano (17%), Puglia (13%), Sardegna (15%), Sicilia (19%), Toscana (22%), Veneto (17%).
Se è vero che è crescente la voglia di tornare ad una vita normale, è anche vero che l’avventurismo al quale abbiamo assistito e continuiamo ad assistere non sembra affatto la strada per mettere in sicurezza il paese dalla diffusione della pandemia e delle sue varianti.
Il ministro dell’Istruzione Bianchi può anche fare l’arrogante dicendo solo lui ha i dati e che nelle scuole va tutto bene, ma il bollettino quotidiano di quarantene nelle classi dice tutt’altro.
I ritardi nella raccolta dei dati e le ingegnerie per offrirne una diffusione rassicurante vengono smentiti quotidianamente da chi – studenti, insegnanti, genitori – fa i conti con aumento dei contagiati, quarantene, le Asl che hanno gettato la spugna, corse a ostacoli tra tamponi di vario tipo, rocambolesche soluzioni tra Dad, Did, alunni in classe, in quarantena etc.
Convivere con il virus sarà in qualche modo inevitabile, ma almeno ci si arrivi con un minimo di pianificazione e non con le inquietanti improvvisazioni degli apprendisti stregoni, al governo e nelle Regioni.
Fonte
26/03/2021
La “moral suasion” di Draghi e l’eugenetica delle regioni
Nella #Lombardia di Confindustria, si vaccinano prima i produttivi e si lasciano morire gli “improduttivi” anziani.
Nella #Toscana della Massoneria, si vaccinano avvocati e magistrati, e solo dopo, gli anziani.
In altre regioni si vaccinano prima i politici, gli amministratori e gli amici degli amici.
Gli anziani sempre dopo.
21 piani vaccinali diversi: un giungla in cui sta accadendo di tutto.
D’altronde l’autonomia delle regioni nella gestione delle competenze in materia sanitaria consente una discrezionalità molto ampia. Oltre i limiti dell’arbitrio. C’è un limite a tutto questo? Si, c’è e si chiama “potere sostitutivo dello Stato“.
Gli artt. 117, quinto comma, e 120, secondo comma, Cost. – come novellati dalla l. cost. 18 ottobre 2001, n. 3 («Modifiche al titolo V della parte seconda della Costituzione») stabiliscono rispettivamente che:
– “Le Regioni e le Province autonome di Trento e di Bolzano, nelle materie di loro competenza, partecipano alle decisioni dirette alla formazione degli atti normativi comunitari e provvedono all’attuazione e all’esecuzione degli accordi internazionali e degli atti dell’Unione europea, nel rispetto delle norme di procedura stabilite da legge dello Stato, che disciplina le modalità di esercizio del potere sostitutivo in caso di inadempienza“;
– “Il Governo può sostituirsi a organi delle Regioni, delle Città metropolitane, delle Province e dei Comuni nel caso di mancato rispetto di norme e trattati internazionali o della normativa comunitaria oppure di pericolo grave per l’incolumità e la sicurezza pubblica, ovvero quando lo richiedono la tutela dell’unità giuridica o dell’unità economica e in particolare la tutela dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali, prescindendo dai confini territoriali dei governi locali. La legge definisce le procedure atte a garantire che i poteri sostitutivi siano esercitati nel rispetto del principio di sussidiarietà e del principio di leale collaborazione“.
Ecco, nemmeno Re Mario Draghi sembra voler usare quel fondamentale potere sostitutivo davanti alla pandemia più grave degli ultimi 100 anni e a 106.000 morti. Ad oggi.
La gestione fallimentare della seconda ondata della pandemia, che ha polverizzato il già pessimo risultato della prima fase – anche all’interno della folle scelta strategica dell’Occidente neoliberista: “convivere con il virus” – è ascrivibile quasi interamente al corto circuito causato dal riparto di competenze tra Stato e Regioni.
Sono state queste ultime a rendere vano qualsiasi piano di tracciamento dei contagi (che con le nuove varianti del virus sarebbe ancora più necessario); a cedere alle pressioni dei potentati locali; a non adeguare strutture e personale medico e paramedico all’emergenza pandemica; a non implementare un piano dei trasporti adeguato; a fare da patetico ed inutile palcoscenico all’istrionico protagonismo dei governatori regionali. Se le regioni sono in mano ai gruppi di interesse ed alle caste, andrebbero – in permanenza di emergenza pandemica – commissariate. Dopo, a pandemia conclusa, andranno finalmente abolite ed i responsabili della strage andrebbero processati per crimini contro l’umanità.
La rappresentazione plastica di questo caos è quell'”Italia a colori” in cui il virus ha continuato a contagiare in lungo ed in largo, preferita ai lockdown intensi ma brevi che, altrove, hanno prodotto ben altri risultati.
ll j’accuse di Draghi di ieri, rivolto a Lombardia e Toscana, è più orientato a una tanto roboante quanto sterile “morale suasion”.
Di più, ne può né vuole.
Primo, per non aprire un conflitto con i partiti che sostengono il suo governo e che, da “mani pulite” in poi, traggono linfa vitale dai sistemi di potere regionale, formatisi proprio attorno alla gestione clientelare dei miliardi del fondo sanitario, assegnati e gestiti dalle regioni.
Secondo: le regioni sono servite proprio a smembrare la medicina territoriale, in esecuzione dei sanguinosi piani di rientro avviati dal governo Monti (e precedenti), in adesione ai dettami improntati alla più fanatica austerità, imposti al nostro paese dalla UE e da quella BCE che, all’epoca, era presieduta proprio da Mario Draghi.
E mentre si tagliavano ospedali, posti letto e strutture territoriali, ampie quote dei fondi del Servizio Sanitario Nazionale venivano dirottate in favore delle strutture sanitarie private “in convenzione”, che puntano alla più profittevole ospedalizzazione e mai alla prevenzione.
Ma se si subordina sistematicamente la salute pubblica agli interessi dei privati, la conseguenza è la fine del diritto universale in favore dei servizi a pagamento. Il sistema non funziona più, se non nelle “isole” dove si paga, e tanto.
Se le regioni sono in mano ai gruppi di interesse ed alle caste, andrebbero – in permanenza di emergenza pandemica – commissariate. Dopo, a pandemia conclusa, andranno finalmente abolite ed i responsabili della strage andrebbero processati per crimini contro l’umanità.
In primis, quelli della regione Lombardia.
Tra l’11 giugno 1940 e il 1 maggio del 1945, a Milano, sotto i bombardamenti della seconda guerra mondiale, perirono 2 mila civili, in 5 anni. In un anno, in Lombardia, per il coronavirus e per l’arrogante criminale ignavia associata ad evidente inettitudine dei loschi figuri che occupano la Regione, sono morte 30.000 persone.
Se fossimo un paese serio, avremmo già una nuova Norimberga ed alla sbarra un’intera classe politica responsabile di questa strage di massa.
Fonte
Nella #Toscana della Massoneria, si vaccinano avvocati e magistrati, e solo dopo, gli anziani.
In altre regioni si vaccinano prima i politici, gli amministratori e gli amici degli amici.
Gli anziani sempre dopo.
21 piani vaccinali diversi: un giungla in cui sta accadendo di tutto.
D’altronde l’autonomia delle regioni nella gestione delle competenze in materia sanitaria consente una discrezionalità molto ampia. Oltre i limiti dell’arbitrio. C’è un limite a tutto questo? Si, c’è e si chiama “potere sostitutivo dello Stato“.
Gli artt. 117, quinto comma, e 120, secondo comma, Cost. – come novellati dalla l. cost. 18 ottobre 2001, n. 3 («Modifiche al titolo V della parte seconda della Costituzione») stabiliscono rispettivamente che:
– “Le Regioni e le Province autonome di Trento e di Bolzano, nelle materie di loro competenza, partecipano alle decisioni dirette alla formazione degli atti normativi comunitari e provvedono all’attuazione e all’esecuzione degli accordi internazionali e degli atti dell’Unione europea, nel rispetto delle norme di procedura stabilite da legge dello Stato, che disciplina le modalità di esercizio del potere sostitutivo in caso di inadempienza“;
– “Il Governo può sostituirsi a organi delle Regioni, delle Città metropolitane, delle Province e dei Comuni nel caso di mancato rispetto di norme e trattati internazionali o della normativa comunitaria oppure di pericolo grave per l’incolumità e la sicurezza pubblica, ovvero quando lo richiedono la tutela dell’unità giuridica o dell’unità economica e in particolare la tutela dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali, prescindendo dai confini territoriali dei governi locali. La legge definisce le procedure atte a garantire che i poteri sostitutivi siano esercitati nel rispetto del principio di sussidiarietà e del principio di leale collaborazione“.
Ecco, nemmeno Re Mario Draghi sembra voler usare quel fondamentale potere sostitutivo davanti alla pandemia più grave degli ultimi 100 anni e a 106.000 morti. Ad oggi.
La gestione fallimentare della seconda ondata della pandemia, che ha polverizzato il già pessimo risultato della prima fase – anche all’interno della folle scelta strategica dell’Occidente neoliberista: “convivere con il virus” – è ascrivibile quasi interamente al corto circuito causato dal riparto di competenze tra Stato e Regioni.
Sono state queste ultime a rendere vano qualsiasi piano di tracciamento dei contagi (che con le nuove varianti del virus sarebbe ancora più necessario); a cedere alle pressioni dei potentati locali; a non adeguare strutture e personale medico e paramedico all’emergenza pandemica; a non implementare un piano dei trasporti adeguato; a fare da patetico ed inutile palcoscenico all’istrionico protagonismo dei governatori regionali. Se le regioni sono in mano ai gruppi di interesse ed alle caste, andrebbero – in permanenza di emergenza pandemica – commissariate. Dopo, a pandemia conclusa, andranno finalmente abolite ed i responsabili della strage andrebbero processati per crimini contro l’umanità.
La rappresentazione plastica di questo caos è quell'”Italia a colori” in cui il virus ha continuato a contagiare in lungo ed in largo, preferita ai lockdown intensi ma brevi che, altrove, hanno prodotto ben altri risultati.
ll j’accuse di Draghi di ieri, rivolto a Lombardia e Toscana, è più orientato a una tanto roboante quanto sterile “morale suasion”.
Di più, ne può né vuole.
Primo, per non aprire un conflitto con i partiti che sostengono il suo governo e che, da “mani pulite” in poi, traggono linfa vitale dai sistemi di potere regionale, formatisi proprio attorno alla gestione clientelare dei miliardi del fondo sanitario, assegnati e gestiti dalle regioni.
Secondo: le regioni sono servite proprio a smembrare la medicina territoriale, in esecuzione dei sanguinosi piani di rientro avviati dal governo Monti (e precedenti), in adesione ai dettami improntati alla più fanatica austerità, imposti al nostro paese dalla UE e da quella BCE che, all’epoca, era presieduta proprio da Mario Draghi.
E mentre si tagliavano ospedali, posti letto e strutture territoriali, ampie quote dei fondi del Servizio Sanitario Nazionale venivano dirottate in favore delle strutture sanitarie private “in convenzione”, che puntano alla più profittevole ospedalizzazione e mai alla prevenzione.
Ma se si subordina sistematicamente la salute pubblica agli interessi dei privati, la conseguenza è la fine del diritto universale in favore dei servizi a pagamento. Il sistema non funziona più, se non nelle “isole” dove si paga, e tanto.
Se le regioni sono in mano ai gruppi di interesse ed alle caste, andrebbero – in permanenza di emergenza pandemica – commissariate. Dopo, a pandemia conclusa, andranno finalmente abolite ed i responsabili della strage andrebbero processati per crimini contro l’umanità.
In primis, quelli della regione Lombardia.
Tra l’11 giugno 1940 e il 1 maggio del 1945, a Milano, sotto i bombardamenti della seconda guerra mondiale, perirono 2 mila civili, in 5 anni. In un anno, in Lombardia, per il coronavirus e per l’arrogante criminale ignavia associata ad evidente inettitudine dei loschi figuri che occupano la Regione, sono morte 30.000 persone.
Se fossimo un paese serio, avremmo già una nuova Norimberga ed alla sbarra un’intera classe politica responsabile di questa strage di massa.
Fonte
04/01/2021
Oltre le Regioni: riappriopriamoci del nostro Servizio Sanitario Nazionale
I ritardi sull’organizzazione delle vaccinazioni stanno dimostrando, una volta per tutte, l’inadeguatezza delle Regioni nel gestire l’emergenza sanitaria. Ritardi in grado di causare conseguenze gravissime in ordine al pur timido e scomposto tentativo governativo di provare a contenere ed invertire la tendenza attuale dei contagi da Covid-19 e, dunque, di fermare la pandemia.
Non che lo stesso governo sia esente da responsabilità; ma se c’è una cosa che la pandemia ha messo nero su bianco è il fallimento della gestione sanitaria da parte delle Regioni: enti inutili, autoreferenziali e mangiasoldi che servono soltanto ad alimentare i sistemi di potere dei partiti, in combutta con le lobbie paramafiose e mafiose della sanità privata “in convenzione”.
Il guaio è che tutti i partiti, sia di governo che d’opposizione, sono invischiati fino al midollo in questa situazione perché è sulla gestione clientelare delle competenze sanitarie attribuite alle Regioni dal rinnovato titolo V della Costituzione, che hanno trovato nuova linfa dopo che la stagione di mani pulite e l’onda lunga dell’antipolitica rischiavano di farli chiudere per fallimento.
Il Movimento Cinque Stelle si era costruito una identità anti-sistema proprio cavalcando quell’onda lunga. Ma poi, una volta arrivati al potere, si sono fatti anch’essi sistema, sebbene, proprio nelle regioni, non abbiano avuto gioco facile contro i granitici blocchi di potere clientelari consolidatisi nel corso di decenni. Dunque, nemmeno loro hanno smosso una virgola nel pantano delle Regioni, ammesso che abbiano mai avuto davvero intenzione di farlo.
In ogni caso, la situazione sanitaria del paese continua ad essere drammatica perchè, alla lunga stagione dei tagli al SSN – in linea con l‘austerity imposta dall’Unione Europea al nostro paese, che hanno sottratto ospedali, servizi, posti letto e migliaia di dipendenti – si è aggiunto il disastro di una burocrazia regionale parassitaria, inefficiente e corrotta.
Non è un caso se, ad oggi contiamo 75.000 morti di Covid19 e se l’Italia è il primo paese, in tutto il mondo, per numero di decessi da coronavirus ogni 100mila abitanti.
Questa tragedia ha tante cause, è vero, e non staremo qui a rielencarle per l’ennesima volta. Ma certamente una di quelle che ha inciso maggiormente sulla altissima mortalità da coronavirus è stata proprio la completa inadeguatezza delle Regioni nel fronteggiare l’emergenza sanitaria determinata dalla situazione pandemica.
Prendiamo ad esempio il fallimento del contact tracing. L’applicazione, forse, avrebbe anche potuto funzionare se solo non fosse passata per il collo di bottiglia delle Regioni e di burocrazie totalmente incapaci di gestire alcunché le quali hanno lasciato a combattere a mani nude e, nella totale improvvisazione, le martoriate prime linee delle ASL già messe alle corde dalla dura battaglia condotta sul territorio contro il coronavirus.
In Calabria, come in Lombardia, una lunga serie di gaffe e svarioni hanno dato la misura perfetta di quanto siano grottescamente inadeguate quelle burocrazie messe lì ai vertici di ASL, commissariate e non. Gente assolutamente incompetente, spesso senza alcun titolo, mai entrata davvero in partita nemmeno quando i dati della pandemia si facevano davvero gravi ed allarmanti.
Briefing su briefing solo per far vedere che c’erano, erano lì, certo, poi non si sa a far cosa.
La sciagurata modifica intervenuta con la legge n. 3/2001, che nel ridefinire all’articolo 117 le competenze di Stato e Regioni, ridisegnò anche le competenze in materia sanitaria, affidò la tutela della salute alla legislazione concorrente tra Stato e Regioni, delineando un sistema caratterizzato da un pluralismo di centri di potere in cui lo Stato mantiene la competenza legislativa esclusiva su una serie di materie specificamente elencate, mentre furono delegate alle Regioni l’organizzazione e la gestione dei servizi sanitari.
Ciò ha prodotto, da allora, una disastrosa deriva “regionalista”, con 21 differenti sistemi sanitari in cui l’accesso a servizi e prestazioni sanitarie è profondamente diversificato e iniquo. Un esito questo, in totale contrasto con quell’articolo 32 della Costituzione, che continua a sancire la tutela della salute come diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività e prevede la responsabilità dello Stato di garantire la salute del cittadino e della collettività in condizioni di eguaglianza.
Fu proprio per assolvere a questo compito che, con la Legge 833 del 23/12/1978, venne istituito il Servizio Sanitario Nazionale (SSN), una delle più grandi conquiste sociali del nostro tempo, che ha introdotto valori e princìpi fondamentali quali la generalità dei destinatari: tutti i cittadini indistintamente; la globalità delle prestazioni: prevenzione, cura e riabilitazione; uguaglianza di trattamento: equità d’accesso.
È chiaro, i conti si faranno alla fine; ma, dopo questa drammatica esperienza, una cosa deve essere chiara: il diritto alla salute deve tornare ad essere uno ed indivisibile su tutto il territorio nazionale. Ciò vuol dire che deve essere lo Stato a garantire ed a gestire la sanità.
Questo è l’unico modo per garantire quei livelli essenziali delle prestazioni sanitarie (LEA) disattesi esattamente – ed ampiamente – proprio da quando entrò in vigore il famigerato Titolo Quinto “riformato” con l’entrata in vigore della legge costituzionale n. 3/2001, che pure li contemplava.
Solo un largo movimento di tipo extraparlamentare, di massa e dal basso, può spingere una classe politica indecente, inerte quando non collusa, a rimettere mano a quel famigerato titolo quinto “riformato” della Costituzione che ha prodotto così tanti danni e tragedie e che ha messo in ginocchio il nostro Servizio Sanitario Nazionale.
Un sistema che, fino ad una decina di anni fa, era considerato tra i migliori al mondo e che è stato ridotto ad un colabrodo da tagli sanguinosi e da un processo di di selvaggia privatizzazione ad opera di politicanti inetti e senza scrupoli, eternamente a caccia di voti e tangenti.
Dopo una tragedia del genere è il meno che si possa pretendere anche se sappiamo bene che non sarà facile smontare l’intreccio perverso tra politica, affari e criminalità che sta strozzando, un pò alla volta, quel che resta del nostro sistema sanitario.
Fonte
Non che lo stesso governo sia esente da responsabilità; ma se c’è una cosa che la pandemia ha messo nero su bianco è il fallimento della gestione sanitaria da parte delle Regioni: enti inutili, autoreferenziali e mangiasoldi che servono soltanto ad alimentare i sistemi di potere dei partiti, in combutta con le lobbie paramafiose e mafiose della sanità privata “in convenzione”.
Il guaio è che tutti i partiti, sia di governo che d’opposizione, sono invischiati fino al midollo in questa situazione perché è sulla gestione clientelare delle competenze sanitarie attribuite alle Regioni dal rinnovato titolo V della Costituzione, che hanno trovato nuova linfa dopo che la stagione di mani pulite e l’onda lunga dell’antipolitica rischiavano di farli chiudere per fallimento.
Il Movimento Cinque Stelle si era costruito una identità anti-sistema proprio cavalcando quell’onda lunga. Ma poi, una volta arrivati al potere, si sono fatti anch’essi sistema, sebbene, proprio nelle regioni, non abbiano avuto gioco facile contro i granitici blocchi di potere clientelari consolidatisi nel corso di decenni. Dunque, nemmeno loro hanno smosso una virgola nel pantano delle Regioni, ammesso che abbiano mai avuto davvero intenzione di farlo.
In ogni caso, la situazione sanitaria del paese continua ad essere drammatica perchè, alla lunga stagione dei tagli al SSN – in linea con l‘austerity imposta dall’Unione Europea al nostro paese, che hanno sottratto ospedali, servizi, posti letto e migliaia di dipendenti – si è aggiunto il disastro di una burocrazia regionale parassitaria, inefficiente e corrotta.
Non è un caso se, ad oggi contiamo 75.000 morti di Covid19 e se l’Italia è il primo paese, in tutto il mondo, per numero di decessi da coronavirus ogni 100mila abitanti.
Questa tragedia ha tante cause, è vero, e non staremo qui a rielencarle per l’ennesima volta. Ma certamente una di quelle che ha inciso maggiormente sulla altissima mortalità da coronavirus è stata proprio la completa inadeguatezza delle Regioni nel fronteggiare l’emergenza sanitaria determinata dalla situazione pandemica.
Prendiamo ad esempio il fallimento del contact tracing. L’applicazione, forse, avrebbe anche potuto funzionare se solo non fosse passata per il collo di bottiglia delle Regioni e di burocrazie totalmente incapaci di gestire alcunché le quali hanno lasciato a combattere a mani nude e, nella totale improvvisazione, le martoriate prime linee delle ASL già messe alle corde dalla dura battaglia condotta sul territorio contro il coronavirus.
In Calabria, come in Lombardia, una lunga serie di gaffe e svarioni hanno dato la misura perfetta di quanto siano grottescamente inadeguate quelle burocrazie messe lì ai vertici di ASL, commissariate e non. Gente assolutamente incompetente, spesso senza alcun titolo, mai entrata davvero in partita nemmeno quando i dati della pandemia si facevano davvero gravi ed allarmanti.
Briefing su briefing solo per far vedere che c’erano, erano lì, certo, poi non si sa a far cosa.
La sciagurata modifica intervenuta con la legge n. 3/2001, che nel ridefinire all’articolo 117 le competenze di Stato e Regioni, ridisegnò anche le competenze in materia sanitaria, affidò la tutela della salute alla legislazione concorrente tra Stato e Regioni, delineando un sistema caratterizzato da un pluralismo di centri di potere in cui lo Stato mantiene la competenza legislativa esclusiva su una serie di materie specificamente elencate, mentre furono delegate alle Regioni l’organizzazione e la gestione dei servizi sanitari.
Ciò ha prodotto, da allora, una disastrosa deriva “regionalista”, con 21 differenti sistemi sanitari in cui l’accesso a servizi e prestazioni sanitarie è profondamente diversificato e iniquo. Un esito questo, in totale contrasto con quell’articolo 32 della Costituzione, che continua a sancire la tutela della salute come diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività e prevede la responsabilità dello Stato di garantire la salute del cittadino e della collettività in condizioni di eguaglianza.
Fu proprio per assolvere a questo compito che, con la Legge 833 del 23/12/1978, venne istituito il Servizio Sanitario Nazionale (SSN), una delle più grandi conquiste sociali del nostro tempo, che ha introdotto valori e princìpi fondamentali quali la generalità dei destinatari: tutti i cittadini indistintamente; la globalità delle prestazioni: prevenzione, cura e riabilitazione; uguaglianza di trattamento: equità d’accesso.
È chiaro, i conti si faranno alla fine; ma, dopo questa drammatica esperienza, una cosa deve essere chiara: il diritto alla salute deve tornare ad essere uno ed indivisibile su tutto il territorio nazionale. Ciò vuol dire che deve essere lo Stato a garantire ed a gestire la sanità.
Questo è l’unico modo per garantire quei livelli essenziali delle prestazioni sanitarie (LEA) disattesi esattamente – ed ampiamente – proprio da quando entrò in vigore il famigerato Titolo Quinto “riformato” con l’entrata in vigore della legge costituzionale n. 3/2001, che pure li contemplava.
Solo un largo movimento di tipo extraparlamentare, di massa e dal basso, può spingere una classe politica indecente, inerte quando non collusa, a rimettere mano a quel famigerato titolo quinto “riformato” della Costituzione che ha prodotto così tanti danni e tragedie e che ha messo in ginocchio il nostro Servizio Sanitario Nazionale.
Un sistema che, fino ad una decina di anni fa, era considerato tra i migliori al mondo e che è stato ridotto ad un colabrodo da tagli sanguinosi e da un processo di di selvaggia privatizzazione ad opera di politicanti inetti e senza scrupoli, eternamente a caccia di voti e tangenti.
Dopo una tragedia del genere è il meno che si possa pretendere anche se sappiamo bene che non sarà facile smontare l’intreccio perverso tra politica, affari e criminalità che sta strozzando, un pò alla volta, quel che resta del nostro sistema sanitario.
Fonte
14/11/2020
Mettere fine al regionalismo. Una ragionevole follia
Grande è la confusione sotto il cielo d’Italia. Gli organi istituzionali pubblici in forte polemica tra di loro, come e assai più che in primavera, nella prima ondata del virus.
Il contagio si diffonde quasi incontrollabile, gli esperti parlano a ruota libera, i tamponi latitano (e si possono fare a pagamento se non vuoi attendere le calende greche), il sistema ospedaliero in crisi, i medici e il personale paramedico chiede soccorso, i ministri a cominciare dal loro coordinatore (il presidente del Consiglio) balbettano, e i sedicenti “governatori” urlano, sgomitano, prima chiedono autonomia decisionale, poi la rigettano sulle spalle del governo – sempre più debole ed esangue, e Conte che ripete “l’obiettivo è arrivare a fine legislatura”.
Il quadro è stato tracciato efficacemente da Francesco Pallante (il manifesto, 8 novembre). Ma davvero si resta basiti davanti allo spettacolo a dir poco inverecondo cui stiamo assistendo, se possibile aggravato dalla sovraesposizione mediatica dei personaggi sulla scena: scienziati, tecnici, amministratori, politici e, immancabile, il corredo dei commentatori professionali da talk show.
Lasciamo stare i casi surreali come quello calabrese, con la doppia nomina di un commissario per la sanità (due personaggi ineffabili, bell’esempio di mancanza di professionalità loro e di totale assenza di serietà del governo); oppure la infame campagna pubblicitaria della Regione Lombardia battezzata con atroce arguzia “The covid dilemma”, che ha lo scopo di scaricare sulla cittadinanza le colossali inefficienze del ceto amministrativo locale e i turpi traffici del presidente Fontana (il manifesto mostra una scritta sovrapposta al volto di una ragazza con la finta domanda: “Indossare la mascherina o indossare il respiratore?”, e la risposta colpevolizzante: “La scelta è tua”); o infine il caso, di cui si sta occupando giustamente la magistratura, della Regione Sardegna, con la riapertura delle discoteche per Ferragosto, e la immediata chiusura finiti i festeggiamenti, ma con lo strascico di contagi procurato.
Al netto di tutto questo, rimane il problema principale che è l’ente Regione. Alla stregua dei fatti, oggi dobbiamo chiederci, seriamente, se l’introduzione della Regione nell’ordinamento della Repubblica non sia stato un errore dei Costituenti. Errore, se tale fu (come ritengo) compiuto in perfetta buona fede, nell’idea che un po’ di decentramento amministrativo sarebbe stata cosa buona e giusta.
E le Regioni, creazioni astratte, prive di un sostrato culturale e di un fondamento storico, si sono rivelate semplicemente centri di distribuzione e distruzione di risorse, senza produrre alcun valore aggiunto alla macchina statale.
Ma come ricordava Pallante, i guai sono poi arrivati a valanga, negli ultimi vent’anni, soprattutto gli effetti della manomissione del Titolo V della Carta Costituzionale, e la concessione di poteri enormi all’Ente Regione sulla sanità, innanzi tutto, con gli strateghi del cosiddetto Centrosinistra, pronti a gettarsi all’inseguimento della Lega (che allora sbraitava sul “federalismo”) e a sacrificare poteri dello Stato.
Gli effetti eccoli qua. Impotenza dell’ente centrale, contenzioso incessante tra Stato e Regione, inefficienza totale della pubblica amministrazione, crollo del sistema sanitario e crisi di quello scolastico – l’uno e l’altro finora in piedi, benché a mal partito, solo per l’abnegazione del personale – e via seguitando.
Allora, perché non prendere il toro per le corna? Lanciamo una campagna per una riforma della Costituzione: stavolta facciamola noi, dal basso, non aspettiamo che arrivino i guastatori, i Renzi, e i Salvini e compagnia cantante: perseguiamo due obiettivi.
Obiettivo minimo cancellazione delle modifiche al Titolo V del 2001, con recupero allo Stato di funzioni delegate alle Regioni; e se vogliamo esagerare diamoci come obiettivo massimo l’eliminazione dell’Ente Regione, e invece, piuttosto, rivitializziamo le Province, che d’altronde, nella storia d’Italia hanno un’antica e nobile tradizione, a differenza delle Regioni. E hanno una dimensione che effettivamente può avvicinare l’istituzione alla cittadinanza.
Restituiamo loro competenze e prerogative, con juicio, naturalmente. Per porre fine al cosiddetto “regionalismo”, alla destrutturazione della Repubblica, alla distruzione della stessa unità nazionale.
Vogliamo tentare questa ragionevole follia?
Fonte
Il contagio si diffonde quasi incontrollabile, gli esperti parlano a ruota libera, i tamponi latitano (e si possono fare a pagamento se non vuoi attendere le calende greche), il sistema ospedaliero in crisi, i medici e il personale paramedico chiede soccorso, i ministri a cominciare dal loro coordinatore (il presidente del Consiglio) balbettano, e i sedicenti “governatori” urlano, sgomitano, prima chiedono autonomia decisionale, poi la rigettano sulle spalle del governo – sempre più debole ed esangue, e Conte che ripete “l’obiettivo è arrivare a fine legislatura”.
Il quadro è stato tracciato efficacemente da Francesco Pallante (il manifesto, 8 novembre). Ma davvero si resta basiti davanti allo spettacolo a dir poco inverecondo cui stiamo assistendo, se possibile aggravato dalla sovraesposizione mediatica dei personaggi sulla scena: scienziati, tecnici, amministratori, politici e, immancabile, il corredo dei commentatori professionali da talk show.
Lasciamo stare i casi surreali come quello calabrese, con la doppia nomina di un commissario per la sanità (due personaggi ineffabili, bell’esempio di mancanza di professionalità loro e di totale assenza di serietà del governo); oppure la infame campagna pubblicitaria della Regione Lombardia battezzata con atroce arguzia “The covid dilemma”, che ha lo scopo di scaricare sulla cittadinanza le colossali inefficienze del ceto amministrativo locale e i turpi traffici del presidente Fontana (il manifesto mostra una scritta sovrapposta al volto di una ragazza con la finta domanda: “Indossare la mascherina o indossare il respiratore?”, e la risposta colpevolizzante: “La scelta è tua”); o infine il caso, di cui si sta occupando giustamente la magistratura, della Regione Sardegna, con la riapertura delle discoteche per Ferragosto, e la immediata chiusura finiti i festeggiamenti, ma con lo strascico di contagi procurato.
Al netto di tutto questo, rimane il problema principale che è l’ente Regione. Alla stregua dei fatti, oggi dobbiamo chiederci, seriamente, se l’introduzione della Regione nell’ordinamento della Repubblica non sia stato un errore dei Costituenti. Errore, se tale fu (come ritengo) compiuto in perfetta buona fede, nell’idea che un po’ di decentramento amministrativo sarebbe stata cosa buona e giusta.
E le Regioni, creazioni astratte, prive di un sostrato culturale e di un fondamento storico, si sono rivelate semplicemente centri di distribuzione e distruzione di risorse, senza produrre alcun valore aggiunto alla macchina statale.
Ma come ricordava Pallante, i guai sono poi arrivati a valanga, negli ultimi vent’anni, soprattutto gli effetti della manomissione del Titolo V della Carta Costituzionale, e la concessione di poteri enormi all’Ente Regione sulla sanità, innanzi tutto, con gli strateghi del cosiddetto Centrosinistra, pronti a gettarsi all’inseguimento della Lega (che allora sbraitava sul “federalismo”) e a sacrificare poteri dello Stato.
Gli effetti eccoli qua. Impotenza dell’ente centrale, contenzioso incessante tra Stato e Regione, inefficienza totale della pubblica amministrazione, crollo del sistema sanitario e crisi di quello scolastico – l’uno e l’altro finora in piedi, benché a mal partito, solo per l’abnegazione del personale – e via seguitando.
Allora, perché non prendere il toro per le corna? Lanciamo una campagna per una riforma della Costituzione: stavolta facciamola noi, dal basso, non aspettiamo che arrivino i guastatori, i Renzi, e i Salvini e compagnia cantante: perseguiamo due obiettivi.
Obiettivo minimo cancellazione delle modifiche al Titolo V del 2001, con recupero allo Stato di funzioni delegate alle Regioni; e se vogliamo esagerare diamoci come obiettivo massimo l’eliminazione dell’Ente Regione, e invece, piuttosto, rivitializziamo le Province, che d’altronde, nella storia d’Italia hanno un’antica e nobile tradizione, a differenza delle Regioni. E hanno una dimensione che effettivamente può avvicinare l’istituzione alla cittadinanza.
Restituiamo loro competenze e prerogative, con juicio, naturalmente. Per porre fine al cosiddetto “regionalismo”, alla destrutturazione della Repubblica, alla distruzione della stessa unità nazionale.
Vogliamo tentare questa ragionevole follia?
Fonte
06/11/2020
I presidenti e le Regioni sono parte del problema, non della soluzione
Abbaiano come cani alla Luna nel tentativo, contraddittorio, di allontanare da sé le proprie responsabilità. Sono i presidenti delle Regioni, soprattutto di quelle finite in zona rossa, ma anche di quelle colorate in modo diverso da quanto atteso (o temuto) e quindi sottoposte a maggiori o minori restrizioni.
Quello che sicuramente non ha diritto di parola è Fontana. Le sue responsabilità sullo smantellamento della sanità pubblica ancora prima della pandemia, sono evidenti e totali. C’è da augurarsi che la Procura di Milano prima o poi prenda in esame il dettagliato esposto presentato ad aprile da Giorgio Cremaschi e Viola Carofalo, i due portavoce di Potere al Popolo.
Fontana, con senso del ridicolo, si appella al fatto che “L’ultima valutazione della Cabina di Monitoraggio del Cts con l’analisi dei 21 parametri risale a circa 10 giorni fa”. Dati non aggiornati quindi, secondo Fontana che parla di “schiaffo in faccia alla Lombardia e a tutti i lombardi”. E poi rincara la dose: “A rendere ancor più incomprensibile questa decisione del Governo sono i dati attraverso i quali viene adottata: informazioni vecchie di dieci giorni che non tengono conto dell’attuale situazione epidemiologica”. Gli fa eco il presidente del Piemonte Cirio (Lega) finito anch’esso in zona rossa.
Eppure tutti sanno che sul piano sanitario le cose con il passare dei giorni sono peggiorate e non migliorate.
Il più scandaloso di tutto, ma sul piano politico, è il presidente della Regione Sicilia Musumeci che ha parlato di “decisione immotivata” ricordando la possibilità di ricorrere alla giustizia amministrativa. “Eravamo assolutamente convinti che saremmo stati inseriti nella fascia gialla – ha detto – altre regioni potevano stare al posto nostro e questo alimenta sospetti. Tutte le zone penalizzate sono regioni che appartengono al centrodestra: non ho la certezza, ma il sospetto sì”.
Il ricorso contro il Dpcm accennato come ipotesi da Musumeci, viene invece annunciato ufficialmente dalla Calabria. “Impugneremo la nuova ordinanza del ministro della Salute che istituisce la zona rossa in Calabria. Questa regione non merita un isolamento che rischia di esserle fatale”, ha affermato il presidente facente funzioni Nino Spirlì che parla di volontà preconcetta di chiudere una regione i cui dati epidemiologici, di fatto, non giustificano alcun lockdown. Ovviamente Spirli tace completamente sulla situazione disastrosa della sanità pubblica in Calabria smantellata e commissariata da anni e non assolutamente in grado di fare fronte ad una emergenza pandemica anche largamente inferiore di quella in altre regioni.
Al momento fanno i pesci in barile Michele Emiliano, presidente dell’altra regione ‘arancione’, la Puglia, e quello del Veneto Luca Zaia che dispensa anche pillole di saggezza. “L’area gialla non è ‘area verde’ – ha sottolineato – il virus c’è e il giallo al semaforo dura poco e poi c’è il rosso. Non è un gioco a premi né c’è da vantarsi di essere i primi della classe perché può accadere di tutto da qui ad una settimana. Non ci deve essere entusiasmo oltre misura e bisogna ricordare che c’è una componente che ci fa passare da giallo ad arancione o a rosso che dipende solo dai cittadini”.
Preso in contropiede e contraddittorio come sempre è il presidente della Campania Vincenzo De Luca che si è detto “convinto della necessità di misure nazionali unitarie, anche più rigorose, per una azione più efficace di contrasto al Covid, a fronte di una diffusione sostanzialmente omogenea del contagio”. Secondo De Luca “si rischia ora un paradosso, che chi è in zona rossa o arancione fra un mese riapre tutte le attività, avendo frenato il contagio; e chi oggi chiude gli occhi, dovrà bloccare tutto nel periodo natalizio”.
Allineati al governo invece Nicola Zingaretti per la Regione Lazio e il presidente toscano Eugenio Giani, entrambi in zona gialla. Allineato anche Stefano Bonaccini. “Non esistono zone verdi – ricorda il presidente dell’Emilia Romagna – la priorità ovunque nel Paese è una sola: invertire la curva pandemica, frenare il contagio, perché la situazione è peggiorata nelle ultime settimane. Dobbiamo evitare che nelle prossime settimane le strutture sanitarie e ospedaliere subiscano una pressione tale da mettere in discussione servizi e prestazioni ordinarie, per tutelare la salute di ogni persona”.
Insomma, ancora una volta, i presidenti delle Regioni hanno dato dimostrazione della loro inaffidabilità, anzi della loro dannosità nella gestione di una emergenza nazionale come la pandemia. Non solo. Le loro responsabilità sullo stato disastroso con cui la sanità pubblica (di loro competenza) si è trovata a far fronte all’emergenza, sono apparse evidenti indipendentemente dalla collocazione politica dei presidenti e delle giunte.
La filosofia delle Regioni in questi decenni è stata quella di tagliare la sanità pubblica, smantellare la sanità territoriale e dare spazio alla profittabilità della sanità privata. Ormai si impone un cambio di passo sull’esistenza delle Regioni come istituzioni di governo. Cinquanta anni dopo la loro istituzione il bilancio che se ne trae è pesantemente negativo e l’idea di scioglierle non deve più essere un tabù. Il primo segnale da inviare è quello di seppellire immediatamente ogni discorso sull’autonomia differenziata che queste contraddizioni vorrebbe aumentarle per scelta.
Fonte
Quello che sicuramente non ha diritto di parola è Fontana. Le sue responsabilità sullo smantellamento della sanità pubblica ancora prima della pandemia, sono evidenti e totali. C’è da augurarsi che la Procura di Milano prima o poi prenda in esame il dettagliato esposto presentato ad aprile da Giorgio Cremaschi e Viola Carofalo, i due portavoce di Potere al Popolo.
Fontana, con senso del ridicolo, si appella al fatto che “L’ultima valutazione della Cabina di Monitoraggio del Cts con l’analisi dei 21 parametri risale a circa 10 giorni fa”. Dati non aggiornati quindi, secondo Fontana che parla di “schiaffo in faccia alla Lombardia e a tutti i lombardi”. E poi rincara la dose: “A rendere ancor più incomprensibile questa decisione del Governo sono i dati attraverso i quali viene adottata: informazioni vecchie di dieci giorni che non tengono conto dell’attuale situazione epidemiologica”. Gli fa eco il presidente del Piemonte Cirio (Lega) finito anch’esso in zona rossa.
Eppure tutti sanno che sul piano sanitario le cose con il passare dei giorni sono peggiorate e non migliorate.
Il più scandaloso di tutto, ma sul piano politico, è il presidente della Regione Sicilia Musumeci che ha parlato di “decisione immotivata” ricordando la possibilità di ricorrere alla giustizia amministrativa. “Eravamo assolutamente convinti che saremmo stati inseriti nella fascia gialla – ha detto – altre regioni potevano stare al posto nostro e questo alimenta sospetti. Tutte le zone penalizzate sono regioni che appartengono al centrodestra: non ho la certezza, ma il sospetto sì”.
Il ricorso contro il Dpcm accennato come ipotesi da Musumeci, viene invece annunciato ufficialmente dalla Calabria. “Impugneremo la nuova ordinanza del ministro della Salute che istituisce la zona rossa in Calabria. Questa regione non merita un isolamento che rischia di esserle fatale”, ha affermato il presidente facente funzioni Nino Spirlì che parla di volontà preconcetta di chiudere una regione i cui dati epidemiologici, di fatto, non giustificano alcun lockdown. Ovviamente Spirli tace completamente sulla situazione disastrosa della sanità pubblica in Calabria smantellata e commissariata da anni e non assolutamente in grado di fare fronte ad una emergenza pandemica anche largamente inferiore di quella in altre regioni.
Al momento fanno i pesci in barile Michele Emiliano, presidente dell’altra regione ‘arancione’, la Puglia, e quello del Veneto Luca Zaia che dispensa anche pillole di saggezza. “L’area gialla non è ‘area verde’ – ha sottolineato – il virus c’è e il giallo al semaforo dura poco e poi c’è il rosso. Non è un gioco a premi né c’è da vantarsi di essere i primi della classe perché può accadere di tutto da qui ad una settimana. Non ci deve essere entusiasmo oltre misura e bisogna ricordare che c’è una componente che ci fa passare da giallo ad arancione o a rosso che dipende solo dai cittadini”.
Preso in contropiede e contraddittorio come sempre è il presidente della Campania Vincenzo De Luca che si è detto “convinto della necessità di misure nazionali unitarie, anche più rigorose, per una azione più efficace di contrasto al Covid, a fronte di una diffusione sostanzialmente omogenea del contagio”. Secondo De Luca “si rischia ora un paradosso, che chi è in zona rossa o arancione fra un mese riapre tutte le attività, avendo frenato il contagio; e chi oggi chiude gli occhi, dovrà bloccare tutto nel periodo natalizio”.
Allineati al governo invece Nicola Zingaretti per la Regione Lazio e il presidente toscano Eugenio Giani, entrambi in zona gialla. Allineato anche Stefano Bonaccini. “Non esistono zone verdi – ricorda il presidente dell’Emilia Romagna – la priorità ovunque nel Paese è una sola: invertire la curva pandemica, frenare il contagio, perché la situazione è peggiorata nelle ultime settimane. Dobbiamo evitare che nelle prossime settimane le strutture sanitarie e ospedaliere subiscano una pressione tale da mettere in discussione servizi e prestazioni ordinarie, per tutelare la salute di ogni persona”.
Insomma, ancora una volta, i presidenti delle Regioni hanno dato dimostrazione della loro inaffidabilità, anzi della loro dannosità nella gestione di una emergenza nazionale come la pandemia. Non solo. Le loro responsabilità sullo stato disastroso con cui la sanità pubblica (di loro competenza) si è trovata a far fronte all’emergenza, sono apparse evidenti indipendentemente dalla collocazione politica dei presidenti e delle giunte.
La filosofia delle Regioni in questi decenni è stata quella di tagliare la sanità pubblica, smantellare la sanità territoriale e dare spazio alla profittabilità della sanità privata. Ormai si impone un cambio di passo sull’esistenza delle Regioni come istituzioni di governo. Cinquanta anni dopo la loro istituzione il bilancio che se ne trae è pesantemente negativo e l’idea di scioglierle non deve più essere un tabù. Il primo segnale da inviare è quello di seppellire immediatamente ogni discorso sull’autonomia differenziata che queste contraddizioni vorrebbe aumentarle per scelta.
Fonte
22/09/2020
Colpo alla Costituzione e all’unità politica del Paese
Due riflessioni a caldo su questa tornata elettorale, mentre ancora non sono stati scrutinati i voti per i Comuni, che comunque sono interessanti per chiarire alcune dinamiche locali.
Il referendum è andato secondo i sondaggi (70 a 30 per il “sì”), e non a caso è l’unica votazione per cui le previsioni sono state rispettate al millimetro. Segno che sui temi generali i cittadini chiamati a far parte del “campione” hanno meno pudore e mentono meno. Pur abboccando in modo assurdo a motivazioni false...
Sul piano istituzione e costituzionale è infatti una pessima notizia, che prepara sciagure ancora peggiori. Le parole con cui Di Maio ha salutato il risultato sono un annuncio di lacrime e sangue, a breve termine.
Per un verso, infatti, ha messo sul tavolo la necessità di una “legge elettorale che garantisca la stabilità dei governi”. Che, fuori dai denti, significa una soglia di sbarramento molto alta, per impedire o rendere quasi impossibile l’emergere di nuovi soggetti politici in grado alla lunga di scalzare il “tripartito” attualmente presente in Parlamento.
Unita alla riduzione dei parlamentari, un simile dispositivo “strozza” la rappresentanza politica a poca cosa, a meno di terremoti sociali imprevedibili. Se andrà bene, a puro “diritto di tribuna”. Ma anche quello è “troppo”, per un potere economico continentale alle prese con una situazione mai vista e ingovernabile con i vecchi strumenti della “democrazia parlamentare”.
Il secondo punto sollevato è stato quello della “riduzione degli stipendi dei parlamentari”, che sarebbe stato semplicissimo fare anche prima (basta modificare il Regolamento parlamentare, non c’è bisogno neppure di una legge). Ma è la motivazione a dover preoccupare cittadini e lavoratori: “per dare l’esempio in un momento di crisi”.
Di Maio, come tutti gli addetti ai lavori, sa bene che Recovery Fund e Mes sono una trappola senza via d’uscita, che imporrà tagli mostruosi agli assegni pensionistici, alla spesa sociale e sanitaria (favorendo il salto definitivo verso la privatizzazione), incrementando privatizzazioni e liberalizzazioni. Oltre alla riduzione dei salari, che Confindustria pretende senza se e senza ma (e senza alcuna opposizione nella “politica”).
Dunque, è consapevole che questi tagli – sicuramente impopolari – sarebbero ingestibili in presenza di una classetta politica infame che “affama il popolo” e mantiene, però, gli stipendi più alti d’Europa.
Quindi mette le mani avanti, offrendo la pillola dolcificante retorica (il taglio degli stipendi parlamentari) per far mandar giù la sbobba indigeribile dell’impoverimento drastico di lavoratori con ogni tipo di contratto (quello dei rider è indicativo), pensionati, disoccupati, giovani.
Del resto è il ruolo che hanno assunto i Cinque Stelle con la bandierina del “taglio dei parlamentari”, unico vero “successo” della loro presenza maggioritaria in Parlamento: hanno spianato la strada alla concentrazione del potere, alla distruzione della Costituzione, all’eliminazione del mondo del lavoro come “soggetto sociale determinante”. Quello che da decenni cercavano di fare, senza mai riuscirci completamente, Pd, Berlusconi e Lega.
Le Regioni
L’ente più problematico e dannoso dell’architettura istituzionale – dopo la modifica del Titolo V, ad opera del Pd – è diventato il pivot di fatto della politica. Ponendo oggi le basi per la balcanizzazione futura del Paese, a seconda di come andranno maturando gli scenari di crisi.
I media mainstream vanno celebrando la “vittoria” del Pd e delle forze “responsabili” a scapito dei “populisti”, ossia dei Cinque Stelle e soprattutto della Lega di Salvini.
Ma il successo plebiscitario di Zaia in Veneto e De Luca in Campania (ma Liguria e Puglia stanno evolvendo lungo lo stesso asse, mentre vedere differenze tra Bonaccini e i suoi “colleghi” di destra è veramente improbo) sancisce l’affermazione di un “potere territoriale indipendente”, che erode quelli dello Stato nazionale.
Qualcosa si è cominciato a vedere con la gestione della pandemia, e persino con la diffusione dei risultati elettorali (Veneto, Toscana e Valle d’Aosta li pubblicano indipendentemente, sostituendo il Ministero dell’Interno). Ogni presidente regionale ha preteso “visibilità”, diramando direttive sempre differenti da quelle nazionali, e contribuendo così a creare la babele che ha favorito negazionisti, imprese agganciate al sottobosco politico-amministrativo, disorientamento sociale e quindi anche la “seconda ondata” del Covid-19.
La pretesa di avere l’”autonomia differenziata” – primo e quasi unico punto posto da Zaia nel suo discorso post elettorale – illumina un prossimo futuro che non si può non definire “balcanizzazione”.
Non c’entra nulla l’ideologia, naturalmente. Contano gli interessi. Il Veneto, come la Lombardia e l’Emilia Romagna, sono strettamente collegate alle filiere produttive tedesche. Sono contoterzisti ormai specializzati, senza alcuna prospettiva autonoma di produzione al di fuori di quei legami. Ogni “pressione” economica proveniente da lì, anche tramite l’Unione Europea, spingerà insomma per privilegiare gli interessi industriali locali rispetto alla dimensione nazionale.
Questo spiega in gran parte la doppia sconfitta della Lega di Salvini: più che doppiato, in Veneto, dalla lista personale di Zaia e duramente respinto al centrosud.
In pratica, il progetto di “Lega nazionale”, parafascista in mancanza di altro cemento identitario al di là del razzismo e del “legge e ordine”, chiude i battenti. E così, da qui a qualche tempo, anche la sua leadership.
Su quel terreno, infatti, la Meloni può vantare altrettanta credibilità (anzi, di più, essendo fascista “della prima ora”), ma soprattutto un legame storico solido con le clientele che al Sud ricoprono – sul piano dell’orientamento sociale ed elettorale – lo stesso ruolo dell’imprenditoria piccola e media del Nord.
Se, insomma, i trionfi di Zaia, De Luca, Toti, Emiliano e perfino del renziano Giani – così com’era avvenuto con Fontana e Bonaccini – avvengono nel segno del “regionalismo” che supera “destra e sinistra”, allora non serve una struttura partitica nazionale. Se non nei limiti della “legittimazione a prescindere” delle scelte che avvengono alla periferia, oltre che nell’affidamento delle “risorse che arriveranno dall’Europa”.
Sta insomma avvenendo una torsione della “politica” che accompagna i sommovimenti economico-sociali e prova a governarli assecondandoli. Tende a sparire qualsiasi disegno d’insieme, qualsiasi visione almeno nazionale, proprio quando questa sarebbe necessaria per contrastare o almeno limitare la pretesa “europea” di ridisegnare il modello di sviluppo secondo gli interessi del capitale multinazionale e finanziario.
I partiti politici
Al di là delle solite dichiarazioni (come sempre, tutti dicono di aver vinto), queste elezioni certificano la fine dei partiti, da tempo ridotti ad agglomerati di consorterie, clientele e pacchetti di voti.
Lo stesso fallimento della “Lega nazionale” – quella che veniva descritta come “l’ultimo partito leninista” (ossia con una forte leadership e una struttura territoriale diffusa) – rientra in questo processo e lo conferma.
Di fatto, le classi popolari non hanno più alcuna rappresentanza riconoscibile, identificabile e con cui identificarsi. Gli ultimi colpi di coda delle solite “ammucchiate elettorali a sinistra” hanno confermato che questo schema ha prodotto un solo risultato: far scomparire l’alternativa sono un castello di sigle sempre diverse, sempre fantasiose, sempre “nuove”... e sotto la sigla, niente.
Restano da analizzare i risultati di Potere al popolo, là dove si è presentato, ma certamente da Napoli e in genere dalla Campania arrivano dati interessanti. Che confermano come soltanto il radicamento sociale e una prassi quotidiana riconoscibile permettano di affrontare anche le scadenze elettorali con un minimo di appeal.
A conferma del vecchio detto contadino “se vuoi un raccolto, devi prima arare e seminare”.
Scorciatoie furbette e “gestione dell’antico bacino elettorale comunista” hanno fatto il loro tempo. Definitivamente.
Fonte
Il referendum è andato secondo i sondaggi (70 a 30 per il “sì”), e non a caso è l’unica votazione per cui le previsioni sono state rispettate al millimetro. Segno che sui temi generali i cittadini chiamati a far parte del “campione” hanno meno pudore e mentono meno. Pur abboccando in modo assurdo a motivazioni false...
Sul piano istituzione e costituzionale è infatti una pessima notizia, che prepara sciagure ancora peggiori. Le parole con cui Di Maio ha salutato il risultato sono un annuncio di lacrime e sangue, a breve termine.
Per un verso, infatti, ha messo sul tavolo la necessità di una “legge elettorale che garantisca la stabilità dei governi”. Che, fuori dai denti, significa una soglia di sbarramento molto alta, per impedire o rendere quasi impossibile l’emergere di nuovi soggetti politici in grado alla lunga di scalzare il “tripartito” attualmente presente in Parlamento.
Unita alla riduzione dei parlamentari, un simile dispositivo “strozza” la rappresentanza politica a poca cosa, a meno di terremoti sociali imprevedibili. Se andrà bene, a puro “diritto di tribuna”. Ma anche quello è “troppo”, per un potere economico continentale alle prese con una situazione mai vista e ingovernabile con i vecchi strumenti della “democrazia parlamentare”.
Il secondo punto sollevato è stato quello della “riduzione degli stipendi dei parlamentari”, che sarebbe stato semplicissimo fare anche prima (basta modificare il Regolamento parlamentare, non c’è bisogno neppure di una legge). Ma è la motivazione a dover preoccupare cittadini e lavoratori: “per dare l’esempio in un momento di crisi”.
Di Maio, come tutti gli addetti ai lavori, sa bene che Recovery Fund e Mes sono una trappola senza via d’uscita, che imporrà tagli mostruosi agli assegni pensionistici, alla spesa sociale e sanitaria (favorendo il salto definitivo verso la privatizzazione), incrementando privatizzazioni e liberalizzazioni. Oltre alla riduzione dei salari, che Confindustria pretende senza se e senza ma (e senza alcuna opposizione nella “politica”).
Dunque, è consapevole che questi tagli – sicuramente impopolari – sarebbero ingestibili in presenza di una classetta politica infame che “affama il popolo” e mantiene, però, gli stipendi più alti d’Europa.
Quindi mette le mani avanti, offrendo la pillola dolcificante retorica (il taglio degli stipendi parlamentari) per far mandar giù la sbobba indigeribile dell’impoverimento drastico di lavoratori con ogni tipo di contratto (quello dei rider è indicativo), pensionati, disoccupati, giovani.
Del resto è il ruolo che hanno assunto i Cinque Stelle con la bandierina del “taglio dei parlamentari”, unico vero “successo” della loro presenza maggioritaria in Parlamento: hanno spianato la strada alla concentrazione del potere, alla distruzione della Costituzione, all’eliminazione del mondo del lavoro come “soggetto sociale determinante”. Quello che da decenni cercavano di fare, senza mai riuscirci completamente, Pd, Berlusconi e Lega.
Le Regioni
L’ente più problematico e dannoso dell’architettura istituzionale – dopo la modifica del Titolo V, ad opera del Pd – è diventato il pivot di fatto della politica. Ponendo oggi le basi per la balcanizzazione futura del Paese, a seconda di come andranno maturando gli scenari di crisi.
I media mainstream vanno celebrando la “vittoria” del Pd e delle forze “responsabili” a scapito dei “populisti”, ossia dei Cinque Stelle e soprattutto della Lega di Salvini.
Ma il successo plebiscitario di Zaia in Veneto e De Luca in Campania (ma Liguria e Puglia stanno evolvendo lungo lo stesso asse, mentre vedere differenze tra Bonaccini e i suoi “colleghi” di destra è veramente improbo) sancisce l’affermazione di un “potere territoriale indipendente”, che erode quelli dello Stato nazionale.
Qualcosa si è cominciato a vedere con la gestione della pandemia, e persino con la diffusione dei risultati elettorali (Veneto, Toscana e Valle d’Aosta li pubblicano indipendentemente, sostituendo il Ministero dell’Interno). Ogni presidente regionale ha preteso “visibilità”, diramando direttive sempre differenti da quelle nazionali, e contribuendo così a creare la babele che ha favorito negazionisti, imprese agganciate al sottobosco politico-amministrativo, disorientamento sociale e quindi anche la “seconda ondata” del Covid-19.
La pretesa di avere l’”autonomia differenziata” – primo e quasi unico punto posto da Zaia nel suo discorso post elettorale – illumina un prossimo futuro che non si può non definire “balcanizzazione”.
Non c’entra nulla l’ideologia, naturalmente. Contano gli interessi. Il Veneto, come la Lombardia e l’Emilia Romagna, sono strettamente collegate alle filiere produttive tedesche. Sono contoterzisti ormai specializzati, senza alcuna prospettiva autonoma di produzione al di fuori di quei legami. Ogni “pressione” economica proveniente da lì, anche tramite l’Unione Europea, spingerà insomma per privilegiare gli interessi industriali locali rispetto alla dimensione nazionale.
Questo spiega in gran parte la doppia sconfitta della Lega di Salvini: più che doppiato, in Veneto, dalla lista personale di Zaia e duramente respinto al centrosud.
In pratica, il progetto di “Lega nazionale”, parafascista in mancanza di altro cemento identitario al di là del razzismo e del “legge e ordine”, chiude i battenti. E così, da qui a qualche tempo, anche la sua leadership.
Su quel terreno, infatti, la Meloni può vantare altrettanta credibilità (anzi, di più, essendo fascista “della prima ora”), ma soprattutto un legame storico solido con le clientele che al Sud ricoprono – sul piano dell’orientamento sociale ed elettorale – lo stesso ruolo dell’imprenditoria piccola e media del Nord.
Se, insomma, i trionfi di Zaia, De Luca, Toti, Emiliano e perfino del renziano Giani – così com’era avvenuto con Fontana e Bonaccini – avvengono nel segno del “regionalismo” che supera “destra e sinistra”, allora non serve una struttura partitica nazionale. Se non nei limiti della “legittimazione a prescindere” delle scelte che avvengono alla periferia, oltre che nell’affidamento delle “risorse che arriveranno dall’Europa”.
Sta insomma avvenendo una torsione della “politica” che accompagna i sommovimenti economico-sociali e prova a governarli assecondandoli. Tende a sparire qualsiasi disegno d’insieme, qualsiasi visione almeno nazionale, proprio quando questa sarebbe necessaria per contrastare o almeno limitare la pretesa “europea” di ridisegnare il modello di sviluppo secondo gli interessi del capitale multinazionale e finanziario.
I partiti politici
Al di là delle solite dichiarazioni (come sempre, tutti dicono di aver vinto), queste elezioni certificano la fine dei partiti, da tempo ridotti ad agglomerati di consorterie, clientele e pacchetti di voti.
Lo stesso fallimento della “Lega nazionale” – quella che veniva descritta come “l’ultimo partito leninista” (ossia con una forte leadership e una struttura territoriale diffusa) – rientra in questo processo e lo conferma.
Di fatto, le classi popolari non hanno più alcuna rappresentanza riconoscibile, identificabile e con cui identificarsi. Gli ultimi colpi di coda delle solite “ammucchiate elettorali a sinistra” hanno confermato che questo schema ha prodotto un solo risultato: far scomparire l’alternativa sono un castello di sigle sempre diverse, sempre fantasiose, sempre “nuove”... e sotto la sigla, niente.
Restano da analizzare i risultati di Potere al popolo, là dove si è presentato, ma certamente da Napoli e in genere dalla Campania arrivano dati interessanti. Che confermano come soltanto il radicamento sociale e una prassi quotidiana riconoscibile permettano di affrontare anche le scadenze elettorali con un minimo di appeal.
A conferma del vecchio detto contadino “se vuoi un raccolto, devi prima arare e seminare”.
Scorciatoie furbette e “gestione dell’antico bacino elettorale comunista” hanno fatto il loro tempo. Definitivamente.
Fonte
18/05/2020
Regioni cinquant’anni fa
Essendo previste nella Costituzione della Repubblica Italiana, il 31 gennaio 1947 la seconda sottocommissione della Commissione per la Costituzione, aveva stabilito che le nuove Regioni sarebbero dovute essere 22: Piemonte, Lombardia, Trentino-Alto Adige, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Liguria, Emilia, Romagna, Toscana, Umbria, Marche, Lazio, Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Salento, Lucania, Calabria, Sicilia, Sardegna, Valle d’Aosta.
Tuttavia, il testo coordinato dal comitato di redazione prima della votazione finale in Assemblea e distribuito ai deputati il 20 dicembre 1947 all’articolo 31 recitava:
«Sono costituite le seguenti Regioni: Piemonte; Valle d’Aosta; Lombardia; Trentino-Alto Adige; Veneto; Friuli-Venezia Giulia; Liguria; Emilia-Romagna; Toscana; Umbria; Marche; Lazio; Abruzzi e Molise; Campania; Puglia; Basilicata; Calabria; Sicilia; Sardegna»
Rispetto alla bozza il numero delle regioni era sceso a 19: era stato mutato in Basilicata il nome della Lucania, il Salento era stato inglobato nel resto della Puglia, si accorpavano l’Emilia con la Romagna e l’Abruzzo con il Molise.
La costituzione delle stesse ebbe però luogo solo successivamente con la le legge 16 maggio 1970, n. 281 e dal relativo regolamento di attuazione, il DPR 15 gennaio 1972, n. 8, i quali decretarono l’istituzione vera e propria delle regioni italiane come enti territoriali. In particolare, il DPR 8/1972 regolò le modalità operative del trasferimento delle funzioni amministrative statali alle regioni a statuto ordinario. Le regioni quali enti pubblici parzialmente autonomi con la Costituzione della Repubblica Italiana, entrata in vigore il 1º gennaio 1948, che, agli articoli 114 e 115, prevedeva infatti:
«La Repubblica si riparte in Regioni, Provincie e Comuni.»
(Costituzione italiana, art. 114)
«Le Regioni sono costituite in enti autonomi con propri poteri e funzioni secondo i principî fissati nella Costituzione.»
(Costituzione italiana, art. 115)
Il Friuli e la Venezia Giulia furono accorpati nella regione Friuli-Venezia Giulia, mentre gli Abruzzi e il Molise furono accorpati nella regione Abruzzi e Molise. Nel 1963 con l’approvazione di un’apposita legge di modifica costituzionale in deroga all’art. 132 grazie a una disposizione transitoria che aggirava il limite del milione di abitanti e il referendum tra i cittadini interessati, sarebbe stata concessa l’autonomia al Molise. La regione Abruzzi e Molise venne di nuovo scorporata nelle due regioni Abruzzo e Molise portando così a venti il numero attuale delle regioni.
A cinquant’anni di distanza il sistema politico italiano sta attraversando una fase di vera e propria “crisi verticale”, caratterizzata dall’assenza di rappresentatività , dalla necessità di una rilegittimazione complessiva dei soggetti che lo compongono e dalla presenza di fortissime tensioni sia al centro, sia nel rapporto centro/periferia, come ben dimostrato nel corso di questa drammatica fase di lockdown
Nel frattempo è stato soltanto accantonato il caso della cosiddetta “autonomia differenziata” richiesta da alcune regioni italiane, governate sia dalla Lega sia dal PD.
Un altro segnale di contraddizione stridente e di crisi.
Adesso è il caso di affrontare più direttamente il punto politico, partendo proprio da una valutazione della già richiamata gravissima crisi istituzionale che sta presentandosi all’interno del sistema politico italiano, sia sul fronte – appunto – dell’assetto interno, sia della politica estera.
All’interno di questo quadro di grandissima difficoltà si distingue un vero e proprio “buco nero” rappresentato dal fallimento dell’ipotesi di decentramento dello Stato imperniato sull’Ente Regione.
Un’ipotesi di decentramento dello Stato che sotto la denominazione già ricordata di “autonomia differenziata” oggi è affrontato proprio dalle Regioni economicamente e socialmente più forti, esattamente alla rovescia rispetto a ciò che servirebbe.
È già stato ricordato come la nascita delle Regioni, prevista nella Costituzione e poi fortemente richiesta dalle sinistre, in particolare nella fase del primo centrosinistra negli anni ’60, e fortemente ritardata dalla DC per timore che il Partito Comunista dimostrasse, in quel modo, la propria capacità di governo fu realizzata soltanto all’inizio degli anni ’70 (diversa ovviamente la storia delle Regioni a Statuto Speciale): le prime elezioni per i Consigli Regionali si svolsero, infatti, il 7 Giugno del 1970.
Gli elementi portanti della crisi attuale sono sorti, principalmente, nel corso della legislatura 1996-2001 con il centrosinistra al governo del Paese, attraverso l’adozione di due provvedimenti rivelatisi del tutto esiziali: l’elezione diretta del Presidente (da allora denominato da una stampa di basso profilo come Governatore) e il cedimento alle istanze “storiche” della Lega Nord attraverso la modifica (tecnicamente sbagliata e approvata dalla sola maggioranza) del titolo V della Costituzione realizzando così una sorta di né carne, né pesce tra decentramento e devolution.
La forte spinta che la Lega Nord aveva portato fin dalla fine degli anni ’80 prima sul terreno della “secessione” e dell’indipendenza e poi della “devolution” aveva così portato la sinistra, in particolare quella ex-PCI, a tradire la propria solida tradizione autonomistica che pure, negli anni’70 del XX secolo, alla guida delle più grandi città aveva dato prova di “buon governo”.
Una fase di vero e proprio cedimento e subalternità culturale chiusasi con l’affrettato cambiamento del titolo V della Costituzione (2001), preceduto appunto dalla modifica del sistema elettorale.
L’elezione diretta del Presidente della Regione e la modifica del titolo V della Costituzione hanno rappresentato gli elementi portanti di un fenomeno di tipo degenerativo che oggi si presenta in tutta la sua gravità: quello della trasformazione dell’Ente Regione dalla funzione legislativa e di coordinamento amministrativo a soggetto esclusivamente adibito a compiti di nomina e di spesa oltre che di propaganda politica spicciola e di deteriore incremento del meccanismo di personalizzazione della politica.
Personalizzazione della politica riservata, in questo caso,a personaggi degni al massimo di una valutazione di “aurea mediocritas” se non di tendenza verso la “questione morale” com’è capitato nel corso degli anni anche nelle due regioni più importanti dopo essere esplosa in Liguria fin dagli anni’80.
L’elezione diretta del Presidente di Regione ha, infatti, finalizzato per intero l’attività dell’Ente al progetto di rielezione dell’uscente oppure di un suo delfino favorendo l’elargizione a pioggia delle risorse, distribuendo le nomine per vie neppure partitiche ma di corrente o di “cerchio magico”, esaltando la logica di scambio all’interno stesso dell’Ente.
Hanno poi fatto registrare un fallimento clamoroso quei comparti affidati per intero alla gestione regionale: in particolare la sanità e i trasporti.
L’andamento della vicenda dell’emergenza sanitaria esplosa nel 2020 ha, se possibile, rafforzato questo giudizio negativo.
Nella sanità, attraverso il cedimento generalizzato verso un modello di privatizzazione naturalmente fortemente speculativa, si è elevato alla massima potenza il deficit, i servizi sono paurosamente calati di qualità, il clientelismo è stato elevato vieppiù a sistema.
Degli effetti della privatizzazione nella sanità se ne sono bene accorti sulla loro pelle gli operatori di prima linea nel corso di questi drammatici due mesi appena trascorsi.
Fattori non esclusivamente legati alla conduzione delle Regioni hanno inoltre determinato un ulteriore allargamento delle disuguaglianze sociali in diverse parti del Paese ed è questo un punto d’intervento politico completamente trascurato e che si sta pensando di risolvere con un rilancio in grande stile dell’assistenzialismo.
L’assistenzialismo si è confermato nella storia d’Italia il motore più forte di aggregazione del consenso, come dimostra la parabola del movimento che nel 2018 ha addirittura ottenuto la maggioranza relativa dei voti utilizzando un fenomeno di gigantesco “scambio politico”.
In conclusione: le Regioni sono assolutamente da ripensare in quanto Enti. Un ripensamento che non può certo verificarsi sul piano semplicisticamente propagandistico della cosiddetta “autonomia differenziata”.
L’Ente Regione rappresenta un vero e proprio “buco nero” nella crisi del sistema politico italiano ricordando anche che è rimasto in piedi il valore costituzionale delle Province confermato da un largo voto popolare che ne ha bocciata la riforma nell’ambito del (fallito) progetto di revisione costituzionale del PD (R).
Da rammentare ancora che sicuramente non sembra decollato il progetto delle “Città Metropolitane” (che, in Italia, per la gran parte non possono sicuramente essere valutate come “metropolitane”).
È necessario allora lavorare a una proposta di cambiamento aperta alla riflessione politica e alla partecipazione pubblica tentando di fornire una strumentazione in grado di sostenere i processi di innovazione territoriale, anche e soprattutto sul piano europeo, così come questi si sono configurati nel tempo recuperando la sostanza della qualità della contraddizione centro/periferia rivelatasi comunque essenziale da assumere nella particolare condizione della struttura politico – amministrativa del nostro Paese.
Fonte
Tuttavia, il testo coordinato dal comitato di redazione prima della votazione finale in Assemblea e distribuito ai deputati il 20 dicembre 1947 all’articolo 31 recitava:
«Sono costituite le seguenti Regioni: Piemonte; Valle d’Aosta; Lombardia; Trentino-Alto Adige; Veneto; Friuli-Venezia Giulia; Liguria; Emilia-Romagna; Toscana; Umbria; Marche; Lazio; Abruzzi e Molise; Campania; Puglia; Basilicata; Calabria; Sicilia; Sardegna»
Rispetto alla bozza il numero delle regioni era sceso a 19: era stato mutato in Basilicata il nome della Lucania, il Salento era stato inglobato nel resto della Puglia, si accorpavano l’Emilia con la Romagna e l’Abruzzo con il Molise.
La costituzione delle stesse ebbe però luogo solo successivamente con la le legge 16 maggio 1970, n. 281 e dal relativo regolamento di attuazione, il DPR 15 gennaio 1972, n. 8, i quali decretarono l’istituzione vera e propria delle regioni italiane come enti territoriali. In particolare, il DPR 8/1972 regolò le modalità operative del trasferimento delle funzioni amministrative statali alle regioni a statuto ordinario. Le regioni quali enti pubblici parzialmente autonomi con la Costituzione della Repubblica Italiana, entrata in vigore il 1º gennaio 1948, che, agli articoli 114 e 115, prevedeva infatti:
«La Repubblica si riparte in Regioni, Provincie e Comuni.»
(Costituzione italiana, art. 114)
«Le Regioni sono costituite in enti autonomi con propri poteri e funzioni secondo i principî fissati nella Costituzione.»
(Costituzione italiana, art. 115)
Il Friuli e la Venezia Giulia furono accorpati nella regione Friuli-Venezia Giulia, mentre gli Abruzzi e il Molise furono accorpati nella regione Abruzzi e Molise. Nel 1963 con l’approvazione di un’apposita legge di modifica costituzionale in deroga all’art. 132 grazie a una disposizione transitoria che aggirava il limite del milione di abitanti e il referendum tra i cittadini interessati, sarebbe stata concessa l’autonomia al Molise. La regione Abruzzi e Molise venne di nuovo scorporata nelle due regioni Abruzzo e Molise portando così a venti il numero attuale delle regioni.
A cinquant’anni di distanza il sistema politico italiano sta attraversando una fase di vera e propria “crisi verticale”, caratterizzata dall’assenza di rappresentatività , dalla necessità di una rilegittimazione complessiva dei soggetti che lo compongono e dalla presenza di fortissime tensioni sia al centro, sia nel rapporto centro/periferia, come ben dimostrato nel corso di questa drammatica fase di lockdown
Nel frattempo è stato soltanto accantonato il caso della cosiddetta “autonomia differenziata” richiesta da alcune regioni italiane, governate sia dalla Lega sia dal PD.
Un altro segnale di contraddizione stridente e di crisi.
Adesso è il caso di affrontare più direttamente il punto politico, partendo proprio da una valutazione della già richiamata gravissima crisi istituzionale che sta presentandosi all’interno del sistema politico italiano, sia sul fronte – appunto – dell’assetto interno, sia della politica estera.
All’interno di questo quadro di grandissima difficoltà si distingue un vero e proprio “buco nero” rappresentato dal fallimento dell’ipotesi di decentramento dello Stato imperniato sull’Ente Regione.
Un’ipotesi di decentramento dello Stato che sotto la denominazione già ricordata di “autonomia differenziata” oggi è affrontato proprio dalle Regioni economicamente e socialmente più forti, esattamente alla rovescia rispetto a ciò che servirebbe.
È già stato ricordato come la nascita delle Regioni, prevista nella Costituzione e poi fortemente richiesta dalle sinistre, in particolare nella fase del primo centrosinistra negli anni ’60, e fortemente ritardata dalla DC per timore che il Partito Comunista dimostrasse, in quel modo, la propria capacità di governo fu realizzata soltanto all’inizio degli anni ’70 (diversa ovviamente la storia delle Regioni a Statuto Speciale): le prime elezioni per i Consigli Regionali si svolsero, infatti, il 7 Giugno del 1970.
Gli elementi portanti della crisi attuale sono sorti, principalmente, nel corso della legislatura 1996-2001 con il centrosinistra al governo del Paese, attraverso l’adozione di due provvedimenti rivelatisi del tutto esiziali: l’elezione diretta del Presidente (da allora denominato da una stampa di basso profilo come Governatore) e il cedimento alle istanze “storiche” della Lega Nord attraverso la modifica (tecnicamente sbagliata e approvata dalla sola maggioranza) del titolo V della Costituzione realizzando così una sorta di né carne, né pesce tra decentramento e devolution.
La forte spinta che la Lega Nord aveva portato fin dalla fine degli anni ’80 prima sul terreno della “secessione” e dell’indipendenza e poi della “devolution” aveva così portato la sinistra, in particolare quella ex-PCI, a tradire la propria solida tradizione autonomistica che pure, negli anni’70 del XX secolo, alla guida delle più grandi città aveva dato prova di “buon governo”.
Una fase di vero e proprio cedimento e subalternità culturale chiusasi con l’affrettato cambiamento del titolo V della Costituzione (2001), preceduto appunto dalla modifica del sistema elettorale.
L’elezione diretta del Presidente della Regione e la modifica del titolo V della Costituzione hanno rappresentato gli elementi portanti di un fenomeno di tipo degenerativo che oggi si presenta in tutta la sua gravità: quello della trasformazione dell’Ente Regione dalla funzione legislativa e di coordinamento amministrativo a soggetto esclusivamente adibito a compiti di nomina e di spesa oltre che di propaganda politica spicciola e di deteriore incremento del meccanismo di personalizzazione della politica.
Personalizzazione della politica riservata, in questo caso,a personaggi degni al massimo di una valutazione di “aurea mediocritas” se non di tendenza verso la “questione morale” com’è capitato nel corso degli anni anche nelle due regioni più importanti dopo essere esplosa in Liguria fin dagli anni’80.
L’elezione diretta del Presidente di Regione ha, infatti, finalizzato per intero l’attività dell’Ente al progetto di rielezione dell’uscente oppure di un suo delfino favorendo l’elargizione a pioggia delle risorse, distribuendo le nomine per vie neppure partitiche ma di corrente o di “cerchio magico”, esaltando la logica di scambio all’interno stesso dell’Ente.
Hanno poi fatto registrare un fallimento clamoroso quei comparti affidati per intero alla gestione regionale: in particolare la sanità e i trasporti.
L’andamento della vicenda dell’emergenza sanitaria esplosa nel 2020 ha, se possibile, rafforzato questo giudizio negativo.
Nella sanità, attraverso il cedimento generalizzato verso un modello di privatizzazione naturalmente fortemente speculativa, si è elevato alla massima potenza il deficit, i servizi sono paurosamente calati di qualità, il clientelismo è stato elevato vieppiù a sistema.
Degli effetti della privatizzazione nella sanità se ne sono bene accorti sulla loro pelle gli operatori di prima linea nel corso di questi drammatici due mesi appena trascorsi.
Fattori non esclusivamente legati alla conduzione delle Regioni hanno inoltre determinato un ulteriore allargamento delle disuguaglianze sociali in diverse parti del Paese ed è questo un punto d’intervento politico completamente trascurato e che si sta pensando di risolvere con un rilancio in grande stile dell’assistenzialismo.
L’assistenzialismo si è confermato nella storia d’Italia il motore più forte di aggregazione del consenso, come dimostra la parabola del movimento che nel 2018 ha addirittura ottenuto la maggioranza relativa dei voti utilizzando un fenomeno di gigantesco “scambio politico”.
In conclusione: le Regioni sono assolutamente da ripensare in quanto Enti. Un ripensamento che non può certo verificarsi sul piano semplicisticamente propagandistico della cosiddetta “autonomia differenziata”.
L’Ente Regione rappresenta un vero e proprio “buco nero” nella crisi del sistema politico italiano ricordando anche che è rimasto in piedi il valore costituzionale delle Province confermato da un largo voto popolare che ne ha bocciata la riforma nell’ambito del (fallito) progetto di revisione costituzionale del PD (R).
Da rammentare ancora che sicuramente non sembra decollato il progetto delle “Città Metropolitane” (che, in Italia, per la gran parte non possono sicuramente essere valutate come “metropolitane”).
È necessario allora lavorare a una proposta di cambiamento aperta alla riflessione politica e alla partecipazione pubblica tentando di fornire una strumentazione in grado di sostenere i processi di innovazione territoriale, anche e soprattutto sul piano europeo, così come questi si sono configurati nel tempo recuperando la sostanza della qualità della contraddizione centro/periferia rivelatasi comunque essenziale da assumere nella particolare condizione della struttura politico – amministrativa del nostro Paese.
Fonte
13/05/2020
Debàcle delle Regioni anche sulla cassa integrazione. L’Inps pagherà direttamente
Per molte lavoratrici e lavoratori la cassa integrazione per le chiusure di queste settimane ancora non è arrivata. I politici della Lega e della destra hanno cercato di scaricarne le responsabilità sull’INPS, ma la realtà ha invece inchiodato proprio le regioni, soprattutto quelle del Nord, che non hanno tenuto il passo con le richieste e con il varo dei decreti regionali che sono un passaggio obbligatorio nella concessione della cassa integrazione.
Per superare questi ritardi nella cassa integrazione in deroga, riservata alle imprese con meno di 5 dipendenti e a tutte le aziende che non accedono a quella ordinaria, l’idea adesso è proprio quella di saltare il passaggio delle Regioni. La cassa integrazione verrà pagata direttamente dall’Inps. Di questo si è discusso ieri nell’incontro tra i ministri Boccia e Catalfo con le Regioni teso ad accelerare e semplificare un meccanismo concepito per tempi “normali” e non per quelli eccezionali come quello in cui stiamo vivendo.
L’Inps ha caricato dal 7 aprile tutte le procedure che le Regioni devono utilizzare per l’invio delle concessioni della Cassa Integrazione in Deroga. Ma proprio nei giorni successivi abbiamo assistito alla debàcle delle Regioni che avrebbero dovuto adeguarsi rapidamente. Nelle due tabelle qui sotto osservate con attenzione le date e i decreti regionali varati in rapporto alle domande pervenute.
Solo una regione ha superato il 50% delle domande pagate, e si tratta delle Marche con il 69,45%, mentre ci sono ancora tre regioni al di sotto del 10%. Si tratta della Toscana con il 7% delle domande pagate, seguita dall’Abruzzo e dalla Lombardia, rispettivamente con il 5,43% e il 2,53%.
Di fronte alla proposta che l’INPS paghi direttamente la cassa integrazione bypassando le Regioni, i governatori non hanno fatto alcuna resistenza, anzi si sono detti d’accordo con il progetto di semplificazione. Anche perché è emerso con evidenza come il punto di rallentamento, di fronte all’alto numero di richieste di cassa integrazione, non fosse l’INPS ma proprio le regioni e soprattutto Lombardia e Piemonte.
Si apprende intanto che la cassa integrazione ordinaria, prevista nel nuovo Decreto da 55 miliardi, giunto alle battute finali, sarà modulata in due step: verrà probabilmente prorogata, con 14 settimane fruibili tra il 23 febbraio e il 31 agosto 2020, e quattro settimane dal 1 settembre al 31 ottobre.
Dopo il conclamato collasso del sistema sanitario nazionale prima, durante ed ora in questa fase 2 della pandemia, anche questa debàcle delle Regioni sui provvedimenti d’urgenza sul piano degli ammortizzatori sociali, rilancia con la forza di una fiondata la legittima domanda se le Regioni, il regionalismo, il “regionalismo spinto” del 2001 e l’autonomia differenziata invocata oggi dai governatori di Lega e Pd, non siano piuttosto degli apparati e una ideologia da riporre definitivamente in soffitta.
Parlano di sburocratizzzare? Cominciamo a levare di mezzo proprio le Regioni.
Fonte
Per superare questi ritardi nella cassa integrazione in deroga, riservata alle imprese con meno di 5 dipendenti e a tutte le aziende che non accedono a quella ordinaria, l’idea adesso è proprio quella di saltare il passaggio delle Regioni. La cassa integrazione verrà pagata direttamente dall’Inps. Di questo si è discusso ieri nell’incontro tra i ministri Boccia e Catalfo con le Regioni teso ad accelerare e semplificare un meccanismo concepito per tempi “normali” e non per quelli eccezionali come quello in cui stiamo vivendo.
L’Inps ha caricato dal 7 aprile tutte le procedure che le Regioni devono utilizzare per l’invio delle concessioni della Cassa Integrazione in Deroga. Ma proprio nei giorni successivi abbiamo assistito alla debàcle delle Regioni che avrebbero dovuto adeguarsi rapidamente. Nelle due tabelle qui sotto osservate con attenzione le date e i decreti regionali varati in rapporto alle domande pervenute.
Solo una regione ha superato il 50% delle domande pagate, e si tratta delle Marche con il 69,45%, mentre ci sono ancora tre regioni al di sotto del 10%. Si tratta della Toscana con il 7% delle domande pagate, seguita dall’Abruzzo e dalla Lombardia, rispettivamente con il 5,43% e il 2,53%.
Di fronte alla proposta che l’INPS paghi direttamente la cassa integrazione bypassando le Regioni, i governatori non hanno fatto alcuna resistenza, anzi si sono detti d’accordo con il progetto di semplificazione. Anche perché è emerso con evidenza come il punto di rallentamento, di fronte all’alto numero di richieste di cassa integrazione, non fosse l’INPS ma proprio le regioni e soprattutto Lombardia e Piemonte.
Si apprende intanto che la cassa integrazione ordinaria, prevista nel nuovo Decreto da 55 miliardi, giunto alle battute finali, sarà modulata in due step: verrà probabilmente prorogata, con 14 settimane fruibili tra il 23 febbraio e il 31 agosto 2020, e quattro settimane dal 1 settembre al 31 ottobre.
Dopo il conclamato collasso del sistema sanitario nazionale prima, durante ed ora in questa fase 2 della pandemia, anche questa debàcle delle Regioni sui provvedimenti d’urgenza sul piano degli ammortizzatori sociali, rilancia con la forza di una fiondata la legittima domanda se le Regioni, il regionalismo, il “regionalismo spinto” del 2001 e l’autonomia differenziata invocata oggi dai governatori di Lega e Pd, non siano piuttosto degli apparati e una ideologia da riporre definitivamente in soffitta.
Parlano di sburocratizzzare? Cominciamo a levare di mezzo proprio le Regioni.
Fonte
19/02/2019
Regioni, il “buco nero” del sistema istituzionale italiano
Il sistema politico italiano attraversa una fase di vera e propria “crisi verticale”, caratterizzata dall’assenza di rappresentatività complessiva dei soggetti che lo compongono e dalla presenza di fortissime tensioni autoritarie collocate ben oltre il concetto di “democrazia esecutiva e/o illiberale” oggi in auge in diverse parti d’Europa.
La testimonianza migliore di questa difficoltà è rappresentata dalla presenza italiana, con la Lega, all'interno di un’alleanza di estrema destra in vista delle elezioni di maggio per il Parlamento di Strasburgo.
Nel frattempo è scoppiato il caso della cosiddetta “autonomia differenziata” richiesta da alcune regioni italiane, governate sia dalla stessa Lega sia dal PD.
Un altro segnale di contraddizione stridente e di crisi.
La settimana appena trascorsa è stata caratterizzata da un forte dibattito su questo tema: al momento i tre disegni di legge che avrebbero dovuto recepire la bozza d’intesa nel merito sono stati bloccati, a causa di forti divisioni all’interno della compagine di governo.
Nel corso della discussione si è posto però il problema della natura costituzionale del provvedimento. Chi scrive ha cercato nei giorni scorsi di affrontare questo punto delicatissimo attraverso un minimo di ricostruzione storica partendo dall’esplicitazione del concetto di “decentramento amministrativo“ così come elaborato nel corso dei lavori dell’Assemblea Costituente.
Adesso però è il caso di affrontare più direttamente il punto politico, partendo proprio da una valutazione della già richiamata gravissima crisi istituzionale che sta presentandosi all’interno del sistema politico italiano, sia sul fronte – appunto – dell’assetto interno, sia della politica estera.
In questo secondo caso, quello relativo alla politica estera, ci troviamo addirittura in una situazione di “supplenza” esercitata dallo stesso Presidente della Repubblica (tema da affrontare anche perché ci troviamo di fronte all’ennesimo tornante di una trasformazione deò ruolo del Presidente della Repubblica rispetto a quello previsto dai dettami della Carta Costituzionale).
All’interno di questo quadro di grandissima difficoltà si distingue un vero e proprio “buco nero” rappresentato dal fallimento dell’ipotesi di decentramento dello Stato imperniato sull’Ente Regione che oggi è affrontato esattamente alla rovescia rispetto a ciò che servirebbe proprio dalle Regioni economicamente e socialmente più forti.
E’ già stato ricordato come la nascita delle Regioni, prevista nella Costituzione e poi fortemente richiesta dalle sinistre, in particolare nella fase del primo centrosinistra negli anni ’60, e fortemente ritardata dalla DC per timore che il Partito Comunista dimostrasse, in quel modo, la propria capacità di governo fu realizzata soltanto all’inizio degli anni ’70 (diversa ovviamente la storia delle Regioni a Statuto Speciale): le prime elezioni per i Consigli Regionali si svolsero, infatti, il 7 Giugno del 1970.
Gli elementi portanti della crisi attuale sono sorti, principalmente, nel corso della legislatura 1996-2001 con il centrosinistra al governo del Paese, attraverso l’adozione di due provvedimenti rivelatisi del tutto esiziali: l’elezione diretta del Presidente (da allora denominato da una stampa di basso profilo come Governatore) e il cedimento alle istanze “storiche” della Lega Nord attraverso la modifica (tecnicamente sbagliata e approvata dalla sola maggioranza) del titolo V della Costituzione realizzando così una sorta di né carne, né pesce tra decentramento e devolution.
La forte spinta che la Lega Nord aveva portato fin dalla fine degli anni ’80 prima sul terreno della “secessione” e dell’indipendenza e poi della “devolution” aveva così portato la sinistra, in particolare quella ex-PCI, a tradire la propria solida tradizione autonomistica che pure, negli anni ’70 del XX secolo, alla guida delle più grandi città aveva dato prova di “buon governo”.
Una fase di vero e proprio cedimento e subalternità culturale chiusasi con l’affrettato cambiamento del titolo V della Costituzione (2001), preceduto appunto dalla modifica del sistema elettorale.
L’elezione diretta del Presidente della Regione e la modifica del titolo V della Costituzione hanno rappresentato gli elementi portanti di un fenomeno di tipo degenerativo che oggi si presenta in tutta la sua gravità: quello della trasformazione dell’Ente Regione dalla funzione legislativa e di coordinamento amministrativo a soggetto esclusivamente adibito a compiti di nomina e di spesa.
L’elezione diretta del Presidente di Regione ha, infatti, finalizzato per intero l’attività dell’Ente al progetto di rielezione dell’uscente oppure di un suo delfino favorendo l’elargizione a pioggia delle risorse, distribuendo le nomine per vie neppure partitiche ma di corrente o di “cerchio magico”, esaltando la logica di scambio all’interno stesso dell’Ente.
Hanno poi fatto registrare un fallimento clamoroso quei comparti affidati per intero alla gestione regionale: in particolare la sanità e i trasporti e adesso si starebbe cercando di far passare la competenza esclusiva su di un altro pezzo fondamentale come quello dell’istruzione pubblica.
Si è elevato alla massima potenza il deficit, i servizi sono paurosamente calati di qualità, il clientelismo (in particolare nella sanità) è stato elevato vieppiù a sistema.
Fattori non esclusivamente legati alla conduzione delle Regioni hanno inoltre determinato un ulteriore allargamento delle disuguaglianze sociali in diverse parti del Paese ed è questo un punto d’intervento politico completamente trascurato e che si sta pensando di risolvere, per quanto riguarda la situazione del Sud, con un rilancio in grande stile dell’assistenzialismo.
Le Regioni sono assolutamente da ripensare in quanto Enti. Un ripensamento che non può certo verificarsi sul piano semplicisticamente propagandistico della cosiddetta “autonomia differenziata”.
L’Ente Regione rappresenta un vero e proprio “buco nero” nella crisi del sistema politico italiano ricordando anche che è rimasto in piedi il valore costituzionale delle Province confermato da un largo voto popolare che ne ha bocciata la riforma nell’ambito del (fallito) progetto di revisione costituzionale del PD (R).
Fonte
La testimonianza migliore di questa difficoltà è rappresentata dalla presenza italiana, con la Lega, all'interno di un’alleanza di estrema destra in vista delle elezioni di maggio per il Parlamento di Strasburgo.
Nel frattempo è scoppiato il caso della cosiddetta “autonomia differenziata” richiesta da alcune regioni italiane, governate sia dalla stessa Lega sia dal PD.
Un altro segnale di contraddizione stridente e di crisi.
La settimana appena trascorsa è stata caratterizzata da un forte dibattito su questo tema: al momento i tre disegni di legge che avrebbero dovuto recepire la bozza d’intesa nel merito sono stati bloccati, a causa di forti divisioni all’interno della compagine di governo.
Nel corso della discussione si è posto però il problema della natura costituzionale del provvedimento. Chi scrive ha cercato nei giorni scorsi di affrontare questo punto delicatissimo attraverso un minimo di ricostruzione storica partendo dall’esplicitazione del concetto di “decentramento amministrativo“ così come elaborato nel corso dei lavori dell’Assemblea Costituente.
Adesso però è il caso di affrontare più direttamente il punto politico, partendo proprio da una valutazione della già richiamata gravissima crisi istituzionale che sta presentandosi all’interno del sistema politico italiano, sia sul fronte – appunto – dell’assetto interno, sia della politica estera.
In questo secondo caso, quello relativo alla politica estera, ci troviamo addirittura in una situazione di “supplenza” esercitata dallo stesso Presidente della Repubblica (tema da affrontare anche perché ci troviamo di fronte all’ennesimo tornante di una trasformazione deò ruolo del Presidente della Repubblica rispetto a quello previsto dai dettami della Carta Costituzionale).
All’interno di questo quadro di grandissima difficoltà si distingue un vero e proprio “buco nero” rappresentato dal fallimento dell’ipotesi di decentramento dello Stato imperniato sull’Ente Regione che oggi è affrontato esattamente alla rovescia rispetto a ciò che servirebbe proprio dalle Regioni economicamente e socialmente più forti.
E’ già stato ricordato come la nascita delle Regioni, prevista nella Costituzione e poi fortemente richiesta dalle sinistre, in particolare nella fase del primo centrosinistra negli anni ’60, e fortemente ritardata dalla DC per timore che il Partito Comunista dimostrasse, in quel modo, la propria capacità di governo fu realizzata soltanto all’inizio degli anni ’70 (diversa ovviamente la storia delle Regioni a Statuto Speciale): le prime elezioni per i Consigli Regionali si svolsero, infatti, il 7 Giugno del 1970.
Gli elementi portanti della crisi attuale sono sorti, principalmente, nel corso della legislatura 1996-2001 con il centrosinistra al governo del Paese, attraverso l’adozione di due provvedimenti rivelatisi del tutto esiziali: l’elezione diretta del Presidente (da allora denominato da una stampa di basso profilo come Governatore) e il cedimento alle istanze “storiche” della Lega Nord attraverso la modifica (tecnicamente sbagliata e approvata dalla sola maggioranza) del titolo V della Costituzione realizzando così una sorta di né carne, né pesce tra decentramento e devolution.
La forte spinta che la Lega Nord aveva portato fin dalla fine degli anni ’80 prima sul terreno della “secessione” e dell’indipendenza e poi della “devolution” aveva così portato la sinistra, in particolare quella ex-PCI, a tradire la propria solida tradizione autonomistica che pure, negli anni ’70 del XX secolo, alla guida delle più grandi città aveva dato prova di “buon governo”.
Una fase di vero e proprio cedimento e subalternità culturale chiusasi con l’affrettato cambiamento del titolo V della Costituzione (2001), preceduto appunto dalla modifica del sistema elettorale.
L’elezione diretta del Presidente della Regione e la modifica del titolo V della Costituzione hanno rappresentato gli elementi portanti di un fenomeno di tipo degenerativo che oggi si presenta in tutta la sua gravità: quello della trasformazione dell’Ente Regione dalla funzione legislativa e di coordinamento amministrativo a soggetto esclusivamente adibito a compiti di nomina e di spesa.
L’elezione diretta del Presidente di Regione ha, infatti, finalizzato per intero l’attività dell’Ente al progetto di rielezione dell’uscente oppure di un suo delfino favorendo l’elargizione a pioggia delle risorse, distribuendo le nomine per vie neppure partitiche ma di corrente o di “cerchio magico”, esaltando la logica di scambio all’interno stesso dell’Ente.
Hanno poi fatto registrare un fallimento clamoroso quei comparti affidati per intero alla gestione regionale: in particolare la sanità e i trasporti e adesso si starebbe cercando di far passare la competenza esclusiva su di un altro pezzo fondamentale come quello dell’istruzione pubblica.
Si è elevato alla massima potenza il deficit, i servizi sono paurosamente calati di qualità, il clientelismo (in particolare nella sanità) è stato elevato vieppiù a sistema.
Fattori non esclusivamente legati alla conduzione delle Regioni hanno inoltre determinato un ulteriore allargamento delle disuguaglianze sociali in diverse parti del Paese ed è questo un punto d’intervento politico completamente trascurato e che si sta pensando di risolvere, per quanto riguarda la situazione del Sud, con un rilancio in grande stile dell’assistenzialismo.
Le Regioni sono assolutamente da ripensare in quanto Enti. Un ripensamento che non può certo verificarsi sul piano semplicisticamente propagandistico della cosiddetta “autonomia differenziata”.
L’Ente Regione rappresenta un vero e proprio “buco nero” nella crisi del sistema politico italiano ricordando anche che è rimasto in piedi il valore costituzionale delle Province confermato da un largo voto popolare che ne ha bocciata la riforma nell’ambito del (fallito) progetto di revisione costituzionale del PD (R).
Fonte
01/10/2017
I referendum in Lombardia e Veneto. Le regioni andrebbero abolite
Il 22 ottobre in Lombardia e Veneto si terranno due referendum promossi dai presidenti (pardon, governatori) leghisti Maroni e Zaia al fine di avere l’avallo per chiedere al Governo e al Parlamento una maggiore autonomia. E già qui si vede che si tratta di referendum farlocchi: una tale richiesta Maroni e Zaia potrebbero tranquillamente farla già da oggi, quindi quello che si vuole è un plebiscito, pura propaganda.
A questi referendum si affiancano le mozioni presentate nelle regioni del sud dall’ormai ineffabile M5S per l’istituzione della giornata della memoria delle vittime dell’Unità d’Italia. Così. Di colpo. Senza nessun preliminare ragionamento sulla complessità del processo unitario e dei suoi effetti, sulla natura di classe dell’unificazione. Aria di elezioni, insomma.
Si tratta sì delle ennesime armi di distrazioni di massa. Ma, in realtà, creano confusione e, per questo, sono cose importanti e pericolose. Sono importanti per la prospettiva del paese e delle classi popolari che lo abitano. Sono pericolose perché coincidono con gli interessi dell’imperialismo statunitense e di quello tedesco (per ora – e ancora per poco? – subordinato al primo, ma per noi non meno letale).
L’Italia vive da tempo una situazione di stallo. Più o meno dall’entrata nell’Unione Europea e dalla firma del trattato di Maastricht: 7 gennaio ’92. Come si vede il periodo coincide con il sorgere della cosiddetta seconda repubblica e degli equivoci ideologici che l’hanno generata ed accompagnata.
Ma tale confusione è entrata in una nuova fase. Da una parte avremo l’implementazione dell’Unione a “due velocità”, che accentuerà il baricentro nordico e la germanizzazione dell’Europa (e il recente risultato elettorale tedesco non interromperà il processo, ma lo renderà per noi più pesante). E tutto ciò con l’aiuto contraddittorio della Francia. È dall’avvio dell’Unione che abbiamo sempre dovuto subire gli intrighi, le volontà e l’estorsione del gatto e della volpe, ed ogni idea nostrana di giocare l’uno contro l’altra si è mostrata finora campata per aria: e non soltanto perché non c’è un Cavour. Sempre più il popolo italiano ha tutto da perdere dall’Unione. I paesi mediterranei diventeranno via via più periferici, e così quelli dell’est, che inoltre accentueranno la loro subalternità agli Usa.
Per l’altro verso, l’elezione di Trump e lo scontro in atto negli Usa, hanno reso più blanda la presa statunitense e accentuato i mutamenti e le tendenze multipolari: la Germania sa benissimo che prima o poi dovrà scegliere di percorrere di nuovo la via della politica di potenza, anche se farà di tutto per realizzarla attraverso l’Unione. Infine, terzo e quarto attore, la Russia si presenta come argine militare alle pericolosissime iniziative occidentali e la Cina come alternativa economica (“via della seta”) al deflazionismo (classista) dell’Unione europea: ed entrambi come vasti mercati per le imprese italiane e come soggetti di un ordine finanziario alternativo.
Questa situazione in sé sarebbe positiva, se soltanto si fosse in grado di sfruttarla. Essa infatti amplia gli spazi per costruire una posizione non subalterna agli uni ed agli altri (un ruolo centrale dei paesi mediterranei, o meglio ancora di una confederazione europea radicalmente modificata). Ma a tal fine dovremmo saper riconquistare un po’ di dignità e di indipendenza. In questo contesto, infatti, potremmo meglio sviluppare gli interessi nazionali (cosa a cui abbiamo fatto cenno in un recente articolo: viva la Catalogna abbasso l’Italia) e dall’altra potremmo lavorare meglio per un mondo multipolare, che è l’assetto migliore per tutti i paesi medio-piccoli e per ostacolare l’assoluta mobilità del capitale, causa prima del pluridecennale arretramento dei lavoratori.
Al contrario, se continua questo confusionismo, col nord leghista che vuole diventare il sud della Baviera, col sud che si accontenta di diventare definitivamente la piattaforma USA nel Mediterraneo, il paese rischia la disgregazione, ed ogni sua parte va incontro ed altri secoli di sudditanza.
Ovviamente queste grandi questioni si mischiano alle miserie interne ai partiti. Maroni e Zaia si muovono contro l’ipotesi nazionale di Salvini. Il PD vota Sì ai referendum al nord ed aderisce alle mozioni dei M5S al sud, da un lato mostrando di essere diventato un partito colabrodo, e dall’altro intestardendosi coerentemente con il federalismo: quello fiscale fu un frutto loro. A questo proposito, non tutti sanno che le richieste per le modifiche della “Bassanini” inserite nel recente referendum sulle modifiche Costituzionali erano state avanzate dalle Regioni stesse perché fonti di caos.
Nemmeno il M5S scherza. Al nord stanno col Sì perché si vota con i computer: uno sballo on-line! Al sud propongono una mozione che apre una questione sull’unificazione dell’Italia (cosa, come abbiamo detto, certamente controversa) scegliendo come data della giornata della memoria quella della fine del regno borbonico: un atto reazionario o di estrema stupidità. Perché non scegliere il giorno del massacro di Bronte, sanguinosa espressione del carattere classista dell’unificazione? In questo caso il messaggio storico-politico sarebbe stato chiaro. Forse troppo chiaro. Perché non celebrare il giorno in cui fu ucciso Pisacane, che al cambiamento sociale credeva davvero, e che fu massacrato da contadini istigati dai Borboni e dagli agrari (gli altri decisivi agenti – questi ultimi – di una unificazione che non fu voluta solo dai “piemontesi”)? È su queste questioni che l’Unità d’Italia al sud ha preso la piega gattopardesca che ha dato i risultati che ha dato.
Come si vede, non c’è nessun contenuto classista,progrsessita, democratico in nessuna delle due posizioni.
In ogni caso, mettere di fatto in discussione l’Unità d’Italia, frammentarla, esporla alle incursioni di interessi stranieri è da criminali. Così come lo è stata l’entrata nell’Unione e nell’euro. Ciò non può che accentuare l’autorazzismo degli italiani sempre pronti a denigrarsi: un popolo che dimentica la propria storia (e la sua complessità) non va data nessuna parte.
Ma a questo quadro generale si deve aggiungere un altro tema.
I referendum chiedono più autonomia regionale. Il fatto è che, (a parte l’uso politico che PCI e PSI ne fecero all’epoca, usando con qualche successo le Regioni da loro governate come contraltare al governo centrale democristiano) queste istituzioni sono un fallimento. Costano davvero una barca di soldi. L’unico loro ruolo è distribuire i denari della sanità, dell’assistenza e dei trasporti (80/90% del bilancio) e, nel farlo, contribuiscono non poco ad acuire le già pesanti differenze trai servizi sociali nelle diverse zone del paese. Rendono volutamente complicato il processo decisionale. Legano strettamente i partiti ed i loro uomini ai diversi gruppi di interesse. Sono composte da territori storicamente eterogenei. Non sono sentite come istituzioni veramente interessanti a livello elettorale: le votazioni importanti sono quelle nazionali e quelle locali.
Se da una parte, dunque, va fatto fallire il referendum-plebiscito chiesto da Maroni e Zaia, dall’altra bisognerebbe proporre un modello istituzionale alternativo adeguato ai tempi. Questo non può che essere uno Stato centrale autorevole ed efficace all’interno, con una politica adeguata, forte e cooperativa all’esterno. Uno Stato che sappia trasferire parte dei poteri e delle risorse delle Regioni a livello locale: Comuni e Province. E abolire le Regioni. Allo Stato quello che è dello Stato. Agli enti locali quello che è meglio che gestiscano loro.
Serve un nuovo Stato per un nuovo e diverso interesse nazionale. In fondo è qualcosa di simile a ciò che ha proposto Melénchon con France insoumise.
Fonte
A questi referendum si affiancano le mozioni presentate nelle regioni del sud dall’ormai ineffabile M5S per l’istituzione della giornata della memoria delle vittime dell’Unità d’Italia. Così. Di colpo. Senza nessun preliminare ragionamento sulla complessità del processo unitario e dei suoi effetti, sulla natura di classe dell’unificazione. Aria di elezioni, insomma.
Si tratta sì delle ennesime armi di distrazioni di massa. Ma, in realtà, creano confusione e, per questo, sono cose importanti e pericolose. Sono importanti per la prospettiva del paese e delle classi popolari che lo abitano. Sono pericolose perché coincidono con gli interessi dell’imperialismo statunitense e di quello tedesco (per ora – e ancora per poco? – subordinato al primo, ma per noi non meno letale).
L’Italia vive da tempo una situazione di stallo. Più o meno dall’entrata nell’Unione Europea e dalla firma del trattato di Maastricht: 7 gennaio ’92. Come si vede il periodo coincide con il sorgere della cosiddetta seconda repubblica e degli equivoci ideologici che l’hanno generata ed accompagnata.
Ma tale confusione è entrata in una nuova fase. Da una parte avremo l’implementazione dell’Unione a “due velocità”, che accentuerà il baricentro nordico e la germanizzazione dell’Europa (e il recente risultato elettorale tedesco non interromperà il processo, ma lo renderà per noi più pesante). E tutto ciò con l’aiuto contraddittorio della Francia. È dall’avvio dell’Unione che abbiamo sempre dovuto subire gli intrighi, le volontà e l’estorsione del gatto e della volpe, ed ogni idea nostrana di giocare l’uno contro l’altra si è mostrata finora campata per aria: e non soltanto perché non c’è un Cavour. Sempre più il popolo italiano ha tutto da perdere dall’Unione. I paesi mediterranei diventeranno via via più periferici, e così quelli dell’est, che inoltre accentueranno la loro subalternità agli Usa.
Per l’altro verso, l’elezione di Trump e lo scontro in atto negli Usa, hanno reso più blanda la presa statunitense e accentuato i mutamenti e le tendenze multipolari: la Germania sa benissimo che prima o poi dovrà scegliere di percorrere di nuovo la via della politica di potenza, anche se farà di tutto per realizzarla attraverso l’Unione. Infine, terzo e quarto attore, la Russia si presenta come argine militare alle pericolosissime iniziative occidentali e la Cina come alternativa economica (“via della seta”) al deflazionismo (classista) dell’Unione europea: ed entrambi come vasti mercati per le imprese italiane e come soggetti di un ordine finanziario alternativo.
Questa situazione in sé sarebbe positiva, se soltanto si fosse in grado di sfruttarla. Essa infatti amplia gli spazi per costruire una posizione non subalterna agli uni ed agli altri (un ruolo centrale dei paesi mediterranei, o meglio ancora di una confederazione europea radicalmente modificata). Ma a tal fine dovremmo saper riconquistare un po’ di dignità e di indipendenza. In questo contesto, infatti, potremmo meglio sviluppare gli interessi nazionali (cosa a cui abbiamo fatto cenno in un recente articolo: viva la Catalogna abbasso l’Italia) e dall’altra potremmo lavorare meglio per un mondo multipolare, che è l’assetto migliore per tutti i paesi medio-piccoli e per ostacolare l’assoluta mobilità del capitale, causa prima del pluridecennale arretramento dei lavoratori.
Al contrario, se continua questo confusionismo, col nord leghista che vuole diventare il sud della Baviera, col sud che si accontenta di diventare definitivamente la piattaforma USA nel Mediterraneo, il paese rischia la disgregazione, ed ogni sua parte va incontro ed altri secoli di sudditanza.
Ovviamente queste grandi questioni si mischiano alle miserie interne ai partiti. Maroni e Zaia si muovono contro l’ipotesi nazionale di Salvini. Il PD vota Sì ai referendum al nord ed aderisce alle mozioni dei M5S al sud, da un lato mostrando di essere diventato un partito colabrodo, e dall’altro intestardendosi coerentemente con il federalismo: quello fiscale fu un frutto loro. A questo proposito, non tutti sanno che le richieste per le modifiche della “Bassanini” inserite nel recente referendum sulle modifiche Costituzionali erano state avanzate dalle Regioni stesse perché fonti di caos.
Nemmeno il M5S scherza. Al nord stanno col Sì perché si vota con i computer: uno sballo on-line! Al sud propongono una mozione che apre una questione sull’unificazione dell’Italia (cosa, come abbiamo detto, certamente controversa) scegliendo come data della giornata della memoria quella della fine del regno borbonico: un atto reazionario o di estrema stupidità. Perché non scegliere il giorno del massacro di Bronte, sanguinosa espressione del carattere classista dell’unificazione? In questo caso il messaggio storico-politico sarebbe stato chiaro. Forse troppo chiaro. Perché non celebrare il giorno in cui fu ucciso Pisacane, che al cambiamento sociale credeva davvero, e che fu massacrato da contadini istigati dai Borboni e dagli agrari (gli altri decisivi agenti – questi ultimi – di una unificazione che non fu voluta solo dai “piemontesi”)? È su queste questioni che l’Unità d’Italia al sud ha preso la piega gattopardesca che ha dato i risultati che ha dato.
Come si vede, non c’è nessun contenuto classista,progrsessita, democratico in nessuna delle due posizioni.
In ogni caso, mettere di fatto in discussione l’Unità d’Italia, frammentarla, esporla alle incursioni di interessi stranieri è da criminali. Così come lo è stata l’entrata nell’Unione e nell’euro. Ciò non può che accentuare l’autorazzismo degli italiani sempre pronti a denigrarsi: un popolo che dimentica la propria storia (e la sua complessità) non va data nessuna parte.
Ma a questo quadro generale si deve aggiungere un altro tema.
I referendum chiedono più autonomia regionale. Il fatto è che, (a parte l’uso politico che PCI e PSI ne fecero all’epoca, usando con qualche successo le Regioni da loro governate come contraltare al governo centrale democristiano) queste istituzioni sono un fallimento. Costano davvero una barca di soldi. L’unico loro ruolo è distribuire i denari della sanità, dell’assistenza e dei trasporti (80/90% del bilancio) e, nel farlo, contribuiscono non poco ad acuire le già pesanti differenze trai servizi sociali nelle diverse zone del paese. Rendono volutamente complicato il processo decisionale. Legano strettamente i partiti ed i loro uomini ai diversi gruppi di interesse. Sono composte da territori storicamente eterogenei. Non sono sentite come istituzioni veramente interessanti a livello elettorale: le votazioni importanti sono quelle nazionali e quelle locali.
Se da una parte, dunque, va fatto fallire il referendum-plebiscito chiesto da Maroni e Zaia, dall’altra bisognerebbe proporre un modello istituzionale alternativo adeguato ai tempi. Questo non può che essere uno Stato centrale autorevole ed efficace all’interno, con una politica adeguata, forte e cooperativa all’esterno. Uno Stato che sappia trasferire parte dei poteri e delle risorse delle Regioni a livello locale: Comuni e Province. E abolire le Regioni. Allo Stato quello che è dello Stato. Agli enti locali quello che è meglio che gestiscano loro.
Serve un nuovo Stato per un nuovo e diverso interesse nazionale. In fondo è qualcosa di simile a ciò che ha proposto Melénchon con France insoumise.
Fonte
23/10/2015
Più tasse per tutti, ma non per i ricchi
Premessa: è difficile discutere una una "legge di stabilità"
che ben pochi hanno visto. I ministri l'hanno approvata prima che fosse
scritta, le due Camere non l'hanno ancora ricevuta, il Presidente della
Repubblica, ieri sera alle 22, non l'aveva ancora tra le mani.
Figuratevi noi, poveri cronisti sprovvisti di "entrature a palazzo"...
Ma qualcuno ne ha sicuramente dovuto assaggiare le conseguenze. Per esempio i presidenti di Regione - quelli pomposamente chiamati "governatori" - almeno per la parte riguardante la sanità, per Costituzione (quella emendata in solitudine dal Pd quasi venti anni fa, introducendo il principio suicida della "legislazione concorrente" tra Regioni e Stato, solo per "recuperare i voti alla Lega") affidata alle Regioni.
Chi l'ha capita meglio sembra Sergio Chiamparino, presidente piemontese e "renziano della prima ora", che si è dimesso dall'identica carica a capo della conferenza Stato-Regioni. Non è proprio una dichiarazione di guerra, anzi, ribadisce di "vedere il bicchiere della legge di stabilità mezzo pieno", ma sul punto della sanità – dove si prevede che le Regioni in deficit dovranno aumentare Irpef e Irap locali, anche facendo ricorso all'aumento del costo dei ticket – ha deciso che non poteva far altro che dimettersi. In modo "irrevocabile", ossia non a là Marino.
«Una regione in queste condizioni non può stare in testa alle altre e per questo ho presentato le mie dimissioni, ma il problema – chiarisce Chiamparino a La Stampa – rischia di diventare esplosivo anche per le altre amministrazioni. Non chiediamo più soldi o di sanare il debito ma un decreto che costituisca un fondo patrimoniale ad hoc dove far affluire le anticipazioni assegnate dall’Economia».
Tecnicamente la questione è complicatissima (voci che appaiono o scompaiono, che assumono una dimensione o un'altra, a seconda che ci siano certe condizioni a contorno oppure altre, ma tutte dipendenti da quanto il governo nazionale ha deciso di tagliare sulla spesa sanitaria), ma nella pratica si traduce in un solo gesto: l'aumento del gettito e delle tasse locali. Proprio mentre il governo giura di star tagliando quelle nazionali.
Un falso, anche qui, abbastanza tipico del governo Renzi. Via l'Imu e la Tasi sulla prima casa, che per i meno abbienti si traduce in pochissime centinaia di euro (a fronte di molti servizi pubblici in meno, però, visti i tagli all'amministrazione sia centrale che locale), più spese per i ticket e meno salario netto in busta paga per effetto dell'aumento dell'Irpef regionale (e in attesa di decisioni su quella comunale). Uguale: più tasse per tutti, l'esatto opposto del discorsetto berlusconiano fatto e rivendicato da Renzi in questi giorni.
Anzi, non esattamente per tutti. Visto che Renzi si era rassegnato a lasciare Imu e Tasi su "ville, castelli e abitazioni signorili", dopo una mezza insurrezione (mediatica per carità...), una "manina" ignota si è affrettata a inserire nella legge uno sconto di almeno 1.000 euro sulla tassa che questi "poveretti" dovranno pagare.
Al contrario, tutti i meno abbienti – ovvero tutti coloro che ricorrono alla sanità pubblica per curarsi (i ricchi vanno altrove, magari con "l'impegnativa" per avere uno sconto) – potranno usufruire di meno servizi pubblici. A cominciare dalle 208 prestazioni diagnostiche che il ministero della salute (la Lorenzin non ha nemmeno una laurea...) ha deciso essere "inappropriate". Per esempio le analisi del sangue per testare trigliceridi e colesterolo, risonanze magnetiche, Tac e altro... Te le devi pagare da te, oppure, anche se riesci miracolosamente ad avere "l'impegnativa" dal medico di famiglia, comunque dovrai pagare un ticket più alto. Così impari ad ammalarti.
Un altro dettaglio chiaramente venuto fuori riguarda l'irrigidimento del blocco del turnover per i dipendenti pubblici. Ogni nuova assunzione deve costare solo il 25% di quanto pagato per i vecchi dipendenti che vanno in pensione. Tenuto conto che gli stipendi erogati ai pensionandi sono in genere più "pesanti" di quelli per i neoassunti (scatti di anzianità, indennità, ecc), si può calcolare che le nuove assunzioni possibili ammonteranno a meno della metà dei pensionati in uscita. Se poi l'ufficio pubblico cui vi dovete rivolgere non funziona più, sapete con chi ve la dovete prendere (con Renzi e Padoan, non con l'impiegato presente! Quelli che timbrano il cartellino e vanno a casa, mica li trovate lì...).
Varie ed eventuali nuove usciranno a breve, pensiamo. Ma il taglio – in attesa dei peggioramenti che verranno imposti dall'esame della Commissione Europea – è già abbastanza chiaro così.
Fonte
Ma qualcuno ne ha sicuramente dovuto assaggiare le conseguenze. Per esempio i presidenti di Regione - quelli pomposamente chiamati "governatori" - almeno per la parte riguardante la sanità, per Costituzione (quella emendata in solitudine dal Pd quasi venti anni fa, introducendo il principio suicida della "legislazione concorrente" tra Regioni e Stato, solo per "recuperare i voti alla Lega") affidata alle Regioni.
Chi l'ha capita meglio sembra Sergio Chiamparino, presidente piemontese e "renziano della prima ora", che si è dimesso dall'identica carica a capo della conferenza Stato-Regioni. Non è proprio una dichiarazione di guerra, anzi, ribadisce di "vedere il bicchiere della legge di stabilità mezzo pieno", ma sul punto della sanità – dove si prevede che le Regioni in deficit dovranno aumentare Irpef e Irap locali, anche facendo ricorso all'aumento del costo dei ticket – ha deciso che non poteva far altro che dimettersi. In modo "irrevocabile", ossia non a là Marino.
«Una regione in queste condizioni non può stare in testa alle altre e per questo ho presentato le mie dimissioni, ma il problema – chiarisce Chiamparino a La Stampa – rischia di diventare esplosivo anche per le altre amministrazioni. Non chiediamo più soldi o di sanare il debito ma un decreto che costituisca un fondo patrimoniale ad hoc dove far affluire le anticipazioni assegnate dall’Economia».
Tecnicamente la questione è complicatissima (voci che appaiono o scompaiono, che assumono una dimensione o un'altra, a seconda che ci siano certe condizioni a contorno oppure altre, ma tutte dipendenti da quanto il governo nazionale ha deciso di tagliare sulla spesa sanitaria), ma nella pratica si traduce in un solo gesto: l'aumento del gettito e delle tasse locali. Proprio mentre il governo giura di star tagliando quelle nazionali.
Un falso, anche qui, abbastanza tipico del governo Renzi. Via l'Imu e la Tasi sulla prima casa, che per i meno abbienti si traduce in pochissime centinaia di euro (a fronte di molti servizi pubblici in meno, però, visti i tagli all'amministrazione sia centrale che locale), più spese per i ticket e meno salario netto in busta paga per effetto dell'aumento dell'Irpef regionale (e in attesa di decisioni su quella comunale). Uguale: più tasse per tutti, l'esatto opposto del discorsetto berlusconiano fatto e rivendicato da Renzi in questi giorni.
Anzi, non esattamente per tutti. Visto che Renzi si era rassegnato a lasciare Imu e Tasi su "ville, castelli e abitazioni signorili", dopo una mezza insurrezione (mediatica per carità...), una "manina" ignota si è affrettata a inserire nella legge uno sconto di almeno 1.000 euro sulla tassa che questi "poveretti" dovranno pagare.
Al contrario, tutti i meno abbienti – ovvero tutti coloro che ricorrono alla sanità pubblica per curarsi (i ricchi vanno altrove, magari con "l'impegnativa" per avere uno sconto) – potranno usufruire di meno servizi pubblici. A cominciare dalle 208 prestazioni diagnostiche che il ministero della salute (la Lorenzin non ha nemmeno una laurea...) ha deciso essere "inappropriate". Per esempio le analisi del sangue per testare trigliceridi e colesterolo, risonanze magnetiche, Tac e altro... Te le devi pagare da te, oppure, anche se riesci miracolosamente ad avere "l'impegnativa" dal medico di famiglia, comunque dovrai pagare un ticket più alto. Così impari ad ammalarti.
Un altro dettaglio chiaramente venuto fuori riguarda l'irrigidimento del blocco del turnover per i dipendenti pubblici. Ogni nuova assunzione deve costare solo il 25% di quanto pagato per i vecchi dipendenti che vanno in pensione. Tenuto conto che gli stipendi erogati ai pensionandi sono in genere più "pesanti" di quelli per i neoassunti (scatti di anzianità, indennità, ecc), si può calcolare che le nuove assunzioni possibili ammonteranno a meno della metà dei pensionati in uscita. Se poi l'ufficio pubblico cui vi dovete rivolgere non funziona più, sapete con chi ve la dovete prendere (con Renzi e Padoan, non con l'impiegato presente! Quelli che timbrano il cartellino e vanno a casa, mica li trovate lì...).
Varie ed eventuali nuove usciranno a breve, pensiamo. Ma il taglio – in attesa dei peggioramenti che verranno imposti dall'esame della Commissione Europea – è già abbastanza chiaro così.
Fonte
Iscriviti a:
Post (Atom)

