Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
07/11/2020
Le misure del governo e i costi della seconda ondata
Le azioni poste in essere dall’esecutivo hanno preso due direzioni distinte. Da un lato, l’emanazione di disposizioni cogenti per il contenimento dei contagi che però non hanno tenuto conto dei fattori realmente scatenanti dell’espandersi del virus; dall’altro, disposizioni che hanno scaricato sui singoli la responsabilità della diffusione della malattia: non si è voluto ammettere che i trasporti pubblici continuavano e continuano a essere uno dei principali veicoli di trasmissione del virus, ad esempio. Il Governo non ha preso nessuna misura per favorire il potenziamento del servizio di trasporto pubblico dove si sono concentrati studenti e lavoratori, accusati invece di ammassarsi nei bar di quartiere, durante il tempo libero. In questo contesto gli studenti sono stati costretti a usufruire di una didattica a distanza che fa acqua da tutte le parti e i lavoratori a continuare a recarsi al lavoro, sfruttati in spregio delle più normali misure di sicurezza. L’esecutivo non spende letteralmente una lira né una parola, se non rimandando al protocollo siglato con le parti sociali del 20 marzo 2020 in merito alla gestione dei trasporti stessi, mentre la ministra dei trasporti De Micheli sostiene la necessità dell’invarianza della capienza dei mezzi di trasporto fino all’80%. Affermazioni che fanno a pugni con le semplici regole del buon senso(2)(3).
Si dirà che è comprensibile che in tempi di emergenza sanitaria si concentri in un’unica cabina di regia la gestione delle urgenze. Assistiamo però in queste ore a un continuo rimpallo di responsabilità tra governo ed enti territoriali, a cui è demandata la competenza nella emanazione delle ordinanze di contrasto alla pandemia da COVID-19.
Nel frattempo, dapprima si è parlato di scaglionare gli ingressi nelle scuole e nelle università, poi di applicare la didattica a distanza con l’estensione a gruppi di studenti via via più numerosi, evitando accuratamente misure a favore dell’edilizia scolastica, mentre è demandata alle singole regioni la fattibilità della chiusura forzata delle scuole. Così la narrazione a cui siamo sottoposti è incentrata sulle discussioni fra il governo e le polemiche o manie di protagonismo di governatori regionali e sindaci, asserviti di volta in volta agli interessi delle associazioni imprenditoriali locali, o soggiogati dalla brama di visibilità mediatica, che la pandemia favorisce come la più ghiotta delle occasioni. Un dibattito mediatico polarizzato sugli aspetti appena citati ha permesso di mettere in secondo piano l’elemento contraddittorio delle misure prese a tutti i livelli istituzionali: la dicotomia tra diritto allo studio e diritto alla salute per gli studenti e tra diritto alla salute dei lavoratori e volontà di massimizzare i profitti da parte dei padroni.
Sotto la lente di questa dicotomia si possono leggere le misure emanate dal Governo nel tentativo di tenere il più possibile latenti le contraddizioni e con l’obiettivo del sostegno alla pace sociale, misure che, a ben guardare, garantiscono gli interessi della classe imprenditoriale. Il Consiglio dei Ministri ha dato il via libera ad una manovra di 40 miliardi di euro varata con specifico DL che rimanda al 2021 la riscossione delle cartelle esattoriali, con la sospensione degli accertamenti esecutivi, dei pignoramenti degli stipendi e delle pensioni e prevede lo slittamento dell’invio di nuove cartelle esattoriali al nuovo anno, manovra che invece gli enti di riscossione territoriali erano pronti a mettere in atto fino a ieri(4). Per il 2021 sono previste assunzioni di medici e infermieri, fino alla concorrenza di 30.000 persone, ma solo a tempo determinato – ci mancherebbe –. Viene poi introdotto un fondo di 400 milioni l’anno per l’acquisto di vaccini per gli anni 2021 e 2022.
Si attendevano altre disposizioni governative che avrebbero dovuto correggere le precedenti manovre in quei punti che apparivano più critici e sui quali si sono scatenati in questi giorni gli organi di informazione nazionale, che solitamente fanno da cassa di risonanza ai provvedimenti governativi, fingendo di rilevarne gli aspetti di novità e rinfocolando invece in maniera acritica le polemiche sull’opportunità e la bontà.
Volendo svolgere una disamina più approfondita delle azioni di governo messe in atto negli ultimi mesi, si devono prendere in esame manovre di più ampio respiro e si deve considerare il Documento Programmatico di Bilancio, che da Regolamento UE n. 473/2013 viene trasmesso entro ogni 15 ottobre di ogni anno alla Commissione Europea e all’Eurogruppo.
Il documento recante il bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2021 e il bilancio pluriennale per il 2021-2023 è stato inviato il 18 ottobre scorso alla Commissione Europea e reca disposizioni a sostegno del personale medico e infermieristico, ma che si limitano comunque a una gestione dell’emergenza, prevedendo l’assunzione di 30.000 persone tra medici e infermieri ma solo a tempo determinato. Vengono inoltre finanziate ulteriori settimane di CIG per le imprese che avessero registrato delle perdite.
Per comprendere il taglio di queste misure, basti pensare che i costi della CIG ricadono sulla fiscalità la cui grandissima parte è derivante dalla tassazione sui lavoratori. Così le iniziative attuate e da attuare sono in sostanza disposizioni atte a favorire la classe imprenditoriale. Anche quelle risorse che non vengono direttamente destinate alle imprese tramite, ad esempio, finanziamenti o garanzie per accesso al credito fungono da lubrificante negli ingranaggi della ricerca del profitto in quanto finiscono per essere un sostegno alla domanda e al potere d’acquisto di ampi strati popolari, finanziato con risorse che vengono proprio dai lavoratori e non dalle imprese(5).
Nel documento citato le misure sull’incremento dei fondi per il trasporto pubblico non vengono espresse in maniera dettagliata. Mentre per l’edilizia scolastica, diritto allo studio e università vengono stanziate briciole, se paragonate alle spese militari a cui si farà cenno di seguito. Il documento programmatico pluriennale per la difesa anni 2020-2022 è stato recentemente approvato e, oltre a specificare disposizioni sull’acquisto di materiale bellico, definisce tra gli altri la proroga delle missioni italiane all’estero. Nell’allegato “C” al documento viene riportato l’indice delle missioni internazionali rifinanziate, comprensivo di 49 schede più 5 schede di nuovo avvio. Rimandiamo alla lettura del documento per comprenderne meglio il dettaglio. Impiegare in questo modo quei finanziamenti invece che destinarli ad altri settori come, ad esempio, l’edilizia scolastica è una precisa scelta politica che restituisce il carattere antipopolare delle scelte governative (6)(7).
Inoltre, in questi ultimi mesi abbiamo potuto constatare come l’evoluzione della pandemia non soggiace a statistiche attendibili, elemento che avrebbe dovuto determinare un programma di prevenzione nel contempo verticalizzato sui singoli settori pubblici e privati e ad ampio raggio di azione (settori del lavoro, sociali, del trasporto, sanitari). Invece, anche gettando uno sguardo ad altri paesi d’Europa, gli attuali governi in carica hanno dimostrato di non aver saputo né voluto effettuare una pianificazione degli interventi, che tenesse nel debito conto la salute e la sicurezza della popolazione. Ne è dimostrazione la recrudescenza dei contagi, che sta riempiendo le terapie intensive di tutti gli ospedali d’Europa.
Tornando rapidamente all’Italia, è interessante notare che la legislazione nazionale è ormai materia di quasi esclusivo dominio del potere esecutivo. Nonostante sia ben nota la separazione dei poteri prevista dalla Costituzione, pure essa di emanazione borghese, il Parlamento è stato di fatto esautorato delle sue funzioni, quella legislativa in specie. La litania che abbiamo spesso sentito in questi anni sul rafforzamento degli esecutivi e sulla governabilità appare ora nel suo carattere di classe: governabilità è stabilità e sicurezza per i governi di fare ciò che serve a tutelare il capitale tanto più nei momenti di crisi anche a scapito, ad esempio, del contraddittorio fra forze, come quelle che siedono in Parlamento, del tutto conseguenti agli interessi dei borghesi.
Ricordiamo tutti quando Bonometti, il presidente di Confindustria Lombardia, a marzo di quest’anno elogiava l’idea di Conte di mantenere aperte le imprese. Ricordiamo tutti anche le camionette dell’esercito che sfilavano per le strade di Bergamo, polo industriale d’eccellenza della Lombardia, cariche di bare contenenti i morti per Coronavirus(9). Nel frattempo il ministro per lo Sviluppo Economico Patuanelli aveva messo le mani avanti, escludendo la proroga allo stop dei licenziamenti al 31 dicembre 2020, tirando in ballo addirittura la Costituzione. Si sono agevolate le aziende che non hanno fatto ricorso alla CIG con esoneri contributivi. Altri aiuti alle imprese. A completare il quadro ci sono le imprese che finora hanno potuto aggirare l’ostacolo del divieto di licenziamento, adducendo ad esempio i motivi disciplinari, soprattutto nei confronti dei lavoratori più combattivi.
Passando, infine, all’applicazione del lavoro agile negli uffici pubblici e privati, salta subito agli occhi come conseguenza dello svuotamento degli uffici la situazione dei lavoratori impiegati nei servizi “no core” – pulizie, manutenzione degli stabili, degli impianti etc – servizi che oramai da decenni sono stati esternalizzati delle aziende pubbliche e private. La situazione, già complicata dagli appalti al ribasso, assegnati spesso attraverso bandi di gara opachi, che hanno consentito alle aziende appaltatrici nei casi migliori di applicare i minimi contrattuali ai lavoratori impiegati, si complica uòteriormente in quanto si prevede che le aziende appaltanti richiederanno la rimodulazione dei contratti di servizio attraverso l’abbattimento del monte ore erogato con conseguenze facilmente immaginabili per i lavoratori.
In quest’emergenza, insomma, c’è sempre qualcuno che guadagna quando si consumano tragedie. E invece nessuna garanzia per i lavoratori, per gli studenti, per la continuità della didattica, né garanzie per lo sviluppo evolutivo dei più piccoli, per cui si rimanda la responsabilità dell’educazione e modulazione dei tempi e degli spazi alle sole famiglie già in difficoltà, nessuna garanzia di continuità nell’erogazione dei servizi sanitari. Ricordiamocene quando faranno appello al nostro senso di responsabilità, scaricando su di noi le colpe di una tragedia, di cui si paventa l’avvio di una seconda ondata.
di Daniela Giannini
Note:
1) https://www.camera.it/temiap/documentazione/temi/pdf/1203754.pdf?_1588279335853
2) https://lombardia.cisl.it/wp-content/uploads/2020/03/protocollo-integrativo-trasporti-.pdf
3) https://www.dire.it/15-10-2020/515997-trasporto-pubblico-locale-de-micheli-nelle-ore-di-punta-raramente-si-arriva-a-80-la-capienza-resta-invariata/
4) https://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/legge-bilancio-cartelle-esattoriali-a04deeff-5669-4580-ae9f-c88eac459460.html
5) http://www.rgs.mef.gov.it/_Documenti/VERSIONE-I/Attivit–i/Contabilit_e_finanza_pubblica/DPB/2020/IT-DPB-2021.pdf
6) https://www.difesa.it/Content/Documents/DPP/DPP%202020-2022.pdf
7) https://www.difesa.it/Primo_Piano/Pagine/Documento_Programmatico_Pluriennale_2020.aspx
8) http://regione.campania.it/regione/it/news/primo-piano/covid-19-misure-rigorose-contro-assembramenti-e-mobilit-incontrollata
9) https://www.industriaitaliana.it/covid-19- https://www.industriaitaliana.it/covid-19-bonometti-confindustria-lombardia-gratitudine-per-la-decisione-di-conte/
10) https://www.repubblica.it/economia/2020/10/15/news/patuanelli_cassa_integrazione_blocco_licenziamenti-270628386/
Fonte
06/11/2020
I presidenti e le Regioni sono parte del problema, non della soluzione
Quello che sicuramente non ha diritto di parola è Fontana. Le sue responsabilità sullo smantellamento della sanità pubblica ancora prima della pandemia, sono evidenti e totali. C’è da augurarsi che la Procura di Milano prima o poi prenda in esame il dettagliato esposto presentato ad aprile da Giorgio Cremaschi e Viola Carofalo, i due portavoce di Potere al Popolo.
Fontana, con senso del ridicolo, si appella al fatto che “L’ultima valutazione della Cabina di Monitoraggio del Cts con l’analisi dei 21 parametri risale a circa 10 giorni fa”. Dati non aggiornati quindi, secondo Fontana che parla di “schiaffo in faccia alla Lombardia e a tutti i lombardi”. E poi rincara la dose: “A rendere ancor più incomprensibile questa decisione del Governo sono i dati attraverso i quali viene adottata: informazioni vecchie di dieci giorni che non tengono conto dell’attuale situazione epidemiologica”. Gli fa eco il presidente del Piemonte Cirio (Lega) finito anch’esso in zona rossa.
Eppure tutti sanno che sul piano sanitario le cose con il passare dei giorni sono peggiorate e non migliorate.
Il più scandaloso di tutto, ma sul piano politico, è il presidente della Regione Sicilia Musumeci che ha parlato di “decisione immotivata” ricordando la possibilità di ricorrere alla giustizia amministrativa. “Eravamo assolutamente convinti che saremmo stati inseriti nella fascia gialla – ha detto – altre regioni potevano stare al posto nostro e questo alimenta sospetti. Tutte le zone penalizzate sono regioni che appartengono al centrodestra: non ho la certezza, ma il sospetto sì”.
Il ricorso contro il Dpcm accennato come ipotesi da Musumeci, viene invece annunciato ufficialmente dalla Calabria. “Impugneremo la nuova ordinanza del ministro della Salute che istituisce la zona rossa in Calabria. Questa regione non merita un isolamento che rischia di esserle fatale”, ha affermato il presidente facente funzioni Nino Spirlì che parla di volontà preconcetta di chiudere una regione i cui dati epidemiologici, di fatto, non giustificano alcun lockdown. Ovviamente Spirli tace completamente sulla situazione disastrosa della sanità pubblica in Calabria smantellata e commissariata da anni e non assolutamente in grado di fare fronte ad una emergenza pandemica anche largamente inferiore di quella in altre regioni.
Al momento fanno i pesci in barile Michele Emiliano, presidente dell’altra regione ‘arancione’, la Puglia, e quello del Veneto Luca Zaia che dispensa anche pillole di saggezza. “L’area gialla non è ‘area verde’ – ha sottolineato – il virus c’è e il giallo al semaforo dura poco e poi c’è il rosso. Non è un gioco a premi né c’è da vantarsi di essere i primi della classe perché può accadere di tutto da qui ad una settimana. Non ci deve essere entusiasmo oltre misura e bisogna ricordare che c’è una componente che ci fa passare da giallo ad arancione o a rosso che dipende solo dai cittadini”.
Preso in contropiede e contraddittorio come sempre è il presidente della Campania Vincenzo De Luca che si è detto “convinto della necessità di misure nazionali unitarie, anche più rigorose, per una azione più efficace di contrasto al Covid, a fronte di una diffusione sostanzialmente omogenea del contagio”. Secondo De Luca “si rischia ora un paradosso, che chi è in zona rossa o arancione fra un mese riapre tutte le attività, avendo frenato il contagio; e chi oggi chiude gli occhi, dovrà bloccare tutto nel periodo natalizio”.
Allineati al governo invece Nicola Zingaretti per la Regione Lazio e il presidente toscano Eugenio Giani, entrambi in zona gialla. Allineato anche Stefano Bonaccini. “Non esistono zone verdi – ricorda il presidente dell’Emilia Romagna – la priorità ovunque nel Paese è una sola: invertire la curva pandemica, frenare il contagio, perché la situazione è peggiorata nelle ultime settimane. Dobbiamo evitare che nelle prossime settimane le strutture sanitarie e ospedaliere subiscano una pressione tale da mettere in discussione servizi e prestazioni ordinarie, per tutelare la salute di ogni persona”.
Insomma, ancora una volta, i presidenti delle Regioni hanno dato dimostrazione della loro inaffidabilità, anzi della loro dannosità nella gestione di una emergenza nazionale come la pandemia. Non solo. Le loro responsabilità sullo stato disastroso con cui la sanità pubblica (di loro competenza) si è trovata a far fronte all’emergenza, sono apparse evidenti indipendentemente dalla collocazione politica dei presidenti e delle giunte.
La filosofia delle Regioni in questi decenni è stata quella di tagliare la sanità pubblica, smantellare la sanità territoriale e dare spazio alla profittabilità della sanità privata. Ormai si impone un cambio di passo sull’esistenza delle Regioni come istituzioni di governo. Cinquanta anni dopo la loro istituzione il bilancio che se ne trae è pesantemente negativo e l’idea di scioglierle non deve più essere un tabù. Il primo segnale da inviare è quello di seppellire immediatamente ogni discorso sull’autonomia differenziata che queste contraddizioni vorrebbe aumentarle per scelta.
Fonte
04/11/2020
Un DPCM ridicolo, per prendere tempo
Se per combattere una pandemia servono velocità, decisioni prese su basi scientifiche, serietà assoluta, poche eccezioni alle regole... beh, questa classe politica decisamente non ha come priorità quella di sconfiggere il virus.
Ci sono voluti giorni di furibonde riunioni per arrivare alla firma del nuovo Dpcm (decreto della presidenza del consiglio dei ministri). Intorno ai tavoli si affannavano i più vari “portatori di interesse” – industriali, commercianti, albergatori, ristoratori, ecc – ognuno con i suoi parlamentari o ministri di riferimento.
A un secondo livello c’è stato poi il contenzioso con i presidenti di regione, i quali – indipendentemente dal partito di teorica appartenenza – sono portatori degli stessi interessi, sintetizzati in maniera diversa a seconda della struttura produttiva e sociale dei rispettivi territori.
Sul piatto un solo assillo: chi si assume la responsabilità di apparire come autore di decisioni comunque impopolari?
Una lunga discussione, insomma, tra vigliacchi in perenne campagna elettorale, preoccupati solo di poter restare in sella (persino quelli appena eletti o rieletti!) e chissenefrega della salute della popolazione e ancor meno del “futuro del Paese”.
Da quest’orgia è venuto fuori un testo che sarà bene riassumere nei dettagli fondamentali, prima di esprimere un giudizio.
I provvedimenti
Il governo più “indecisionista” degli ultimi decenni ha tirato infine fuori, se non altro per necessità, il criterio minimo che dovrebbe animare un esecutivo nazionale: qui comando io.
Ha quindi sancito una “cornice nazionale” uguale per tutto il territorio, dividendo poi il Paese tra regioni “rosse”, “arancioni” e “verdi” a seconda delle curve epidemiologiche locali.
Di fatto, ha assegnato a ogni regione un codice comportamentale minimo, che i sedicenti “governatori” (la legge li chiama “presidenti”, e c’è un perché) possono solo implementare in senso restrittivo.
Questo per rimuovere il principale ostacolo istituzionale – la “legislazione concorrente” tra Stato e Regioni, esaltata specialmente sulle questioni sanitarie, affidate appunto alle Regioni – che rischiava di rendere inutile ogni decreto. Se, infatti, ogni regione potesse davvero decidere per sé, diventerebbe impossibile raggiungere persino l’obbiettivo minimo di questo e altri Dpcm: tenere la curva dei contagi e dei ricoveri entro i limiti della “governabilità”.
In dettaglio. Su tutto il territorio nazionale e quindi nelle “regioni verdi”:
– coprifuoco dalle 22 alle 5. Dopo le 22 si potrà uscire solo per lavoro, necessità e salute, e sarà necessario provarlo (tornano le autocertificazioni e la “liberatoria” del datore di lavoro o equivalenti);
– nelle scuole diventa obbligatoria la didattica a distanza al 100% per gli istituti superiori; le scuole elementari e medie, nonché i servizi all’infanzia, andranno avanti con l’attività in presenza, ma diventa obbligatorio l’uso delle mascherine (salvo che per i bimbi al di sotto dei 6 anni);
– i centri commerciali e anche le “medie strutture di vendita” resteranno chiuse nei weekend e nei festivi, ad eccezione di farmacie, generi alimentari, tabaccherie ed edicole;
– i trasporti pubblici potranno essere riempiti massimo al 50% (ma chi controlla?);
– bar e ristoranti dovranno chiudere alle 18 ma avranno la possibilità di restare aperti per il pranzo della domenica, come già stabilito dal precedente Dpcm;
– sospesi i concorsi pubblici e privati, “a esclusione dei casi in cui la valutazione dei candidati sia effettuata esclusivamente su basi curriculari ovvero in modalità telematica”;
– chiudono i “corner scommesse e giochi” nei bar e nelle tabaccherie;
– barbieri e parrucchieri restano aperti, ma devono ricevere i clienti su appuntamento;
– sospese mostre e servizi museali.
Differenze regionali a seconda del grado di contagiosità
Nelle “zone rosse” (Lombardia, Piemonte, Calabria, Valle d’Aosta, provincia di Bolzano) per almeno 15 giorni è imposto lo stop a ogni spostamento in entrata e in uscita dalla Regione e anche all’interno del territorio stesso (salvo “necessità e urgenza”, ossia lavoro, spesa, cure mediche). Vengono chiusi anche i negozi al dettaglio, tranne alimentari, farmacie, edicole; chiusi i mercati di generi non alimentari (elettronica, auto, ecc).
Vengono chiusi bar, pub, ristoranti, gelaterie, pasticcerie. È consentita però la consegna a domicilio, nonché la ristorazione con asporto fino alle ore 22.
Vietate anche le attività sportive, anche nei centri sportivi all’aperto. Resta invece possibile fare jogging o passeggiare, ma nei pressi della propria abitazione, individualmente.
Resta l’attività scolastica in presenza per scuola dell’infanzia, elementare e prima media.
Nelle “regioni arancioni” (Campania, Puglia, Liguria, forse Veneto; ma continua su questo lo “scontro” tra “governatori” e governo), ristoranti, bar, gelaterie e pasticcerie resteranno chiusi sempre e non più solo dopo le 18, ma saranno consentite le consegne dei prodotti a domicilio o le vendite dirette per asporto.
Sono vietati gli spostamenti in un comune diverso da quello di residenza o domicilio, salvo le comprovate ragioni di lavoro, studio, salute.
Previste inoltre tutte le altre regole istituite per le zone verdi: 50% di capienza sui mezzi pubblici, didattica a distanza integrale alle superiori, stop ai musei e coprifuoco dalle 22.
L’opposizione parlamentare
Nulla da registrare, se non una lunga serie di dichiarazioni inutili, contraddittorie, smentite pochi minuti dopo da altre dichiarazioni parimenti inutili.
Si capisce perfettamente che anche i vari Salvini, Meloni, Tajani, non hanno la minima idea di come andrebbe gestita una situazione del genere. Ma cercano solo di ricavarsi uno spazio mediatico dicendo qualcosa che sembri diversa da quelle che spara il governo.
Il senso dei provvedimenti
Il giudizio sull’efficacia antivirus di queste misure deve essere oggettivo, dunque impietoso: non servono a molto. Un altro lockdown finto, insomma, che penalizza alcuni settori e non altri, senza cambiaremodificare in nulla il dispositivo sanitario per renderlo adeguato al problema.
Da quello che ci spiegano da mesi epidemiologi, infettivologi e virologi seri – quelli che non cambiano opinione da un talk show all’altro – il contagio avviene soprattutto negli assembramenti e nei luoghi chiusi.
Il Dpcm elimina una certa parte di queste occasioni di contagio (genericamente e come sempre quelle relative al “tempo libero” o alla cura di sé), ma ne lascia attive decine di altre: prime fra tutte le attività produttive e fra queste, in primo luogo, le attività manuali, che non si possono fare in smart working. Gli operai, i facchini della logistica, ecc. insomma, potranno continuare allegramente a contagiarsi sul lavoro e portare a casa il virus.
Così come i bambini delle elementari, medie inferiori – le scuole primarie, nelle motivazioni del governo, restano aperte come “parcheggio” indispensabile per i genitori che devono andare a lavorare – e tutti coloro che debbono spostarsi con i trasporti pubblici.
Su quest’ultimo punto, neanche questa volta si è minimamente pensato ad aumentare temporaneamente il numero dei mezzi in circolazione. Eppure si potrebbero facilmente “precettare” i pullman turistici fermi nelle rimesse – il turismo era fermo anche prima del Dpcm – con relativi autisti in cassa integrazione. La spesa per “l’affitto” dei mezzi sarebbe in totale irrisoria, e anche l’integrazione dello stipendio (già lo Stato versa la cassa integrazione...) non costituirebbe un problema insormontabile.
Dunque il senso profondo di questo Dpcm è “prendere tempo”, abbassare un po’ la curva epidemiologica in modo tale da non intasare totalmente gli ospedali e soprattutto i posti di terapia intensiva.
Nelle pieghe dei ragionamenti a contorno, infine, si capisce che “il progetto” prevede di alleggerire queste misure in prossimità delle vacanze di Natale, per un fine esclusivamente di consenso sociale-elettorale. Per poi riprendere, inevitabilmente, con un mezzo lockdown simile di fronte alla “terza ondata” di pandemia che dovrebbe manifestarsi in febbraio.
Prendere tempo in attesa di un vaccino efficace, “convivere con il virus” tenendo d’occhio i posti in ospedale, sperare che le cose non evolvano (troppo) in tragedia. Nulla di più.
Cosa bisognerebbe fare
Il “piano Crisanti” non è più stato applicato, dopo il successo di Vò Euganeo. Ma è grosso modo quello che hanno fatto i cinesi e che ha permesso a quel paese di eliminare sostanzialmente l’epidemia – resta alto il livello d’allarme di pronto intervento, anche per un singolo caso di contagio “di importazione” – consentendo anche una rapida ripresa dell'attività economica.
In barba alle stronzate di Confindustria, ripetute in “leghese stretto” da un oscuro parlamentare per miracolo, tale Borghi, che si è messo a pontificare sul “diritto costituzionale al lavoro” che verrebbe prima di quello alla “salute”. Come se da morti o intubati si producesse egualmente...
Non vorremmo annoiare i lettori ripetendoci, ma se toccasse a noi governare faremmo così:
Bisogna testare tutta la popolazione, nel periodo di lockdown, altrimenti il blocco temporaneo di alcune attività produttive o commerciali non servirà a niente. Giusto una pausa, per poi ripiombare nell’incubo.Fonte
Cosa serve?
– un numero altissimo di tamponi, che vanno prodotti senza attendere che “il mercato” ce li metta a disposizione a un prezzo altissimo (più forte è la domanda, più sale, come da manuale); per questo, come in guerra, si riconvertono d’autorità alcune linee produttive nelle aziende del settore;
– un numero corrispondente di medici e infermieri, precettando anche quelli della sanità privata, per il periodo necessario; giorni, non mesi...
– reagenti e laboratori per processare quei tamponi (non sono stati potenziati, in otto mesi di pandemia, “aspettando il mercato”);
– risorse e reddito per tutti quelli che dovranno stare fermi (per giorni, non mesi).
Costa troppo? NO. Costa infinitamente meno di quanto si è già speso fin qui, infinitamente meno di quanto si è perso finora in termini di produzione, commercio, turismo, ecc.
25/10/2020
Il nuovo DPCM, una toppa peggiore del buco
Il governo, si apprende ancora, sta accelerando su misure di sostegno (che adesso viene declinato come “ristoro”, ossia quanto di più simile ad un palliativo, ndr) da 1,5-2 miliardi per le categorie messe più in difficoltà dalle misure di restrizione che a questo punto diventano una mazzata. Un Consiglio dei ministri potrebbe essere convocato nelle prossime ore. Il Dpcm sarà in vigore da domani al 24 novembre.
Alle 13:30, Conte terrà una conferenza stampa a Palazzo Chigi per illustrare le nuove misure del Dpcm.
Queste alcune delle misure principali del nuovo Dpcm restrittivo firmato da Conte nella notte dopo l’ultima riunione con i capi delegazione.
Il nuovo decreto conferma la chiusura di bar e ristoranti alle ore 18, nei giorni feriali ma non la domenica. Stop a cinema, teatri, sale scommesse, palestre, piscine, centri benessere e centri termali. Sospese anche le feste dopo i matrimoni.
Per le scuole, la didattica a distanza alle superiori potrà arrivare anche al 100%. Ieri i governatori avevano chiesto esplicitamente al governo di prevedere la facoltà di portare le lezioni totalmente a distanza. Ora la palla viene scaricata alle autonomie delle singole scuole, dove saranno i presidi a decidere la quota di Dad: da questa cifra vanno salvaguardati gli alunni con disabilità e i Bes, ovvero i bisogni educativi speciali.
La versione definitiva del Dpcm “raccomanda fortemente” di “non spostarsi, con mezzi di trasporto pubblici o privati, salvo che per esigenze lavorative, di studio, per motivi di salute, per situazioni di necessità, per svolgere attività o usufruire di servizi non sospesi”.
Rispetto all’ultima bozza, tuttavia, salta la specifica secondo cui era raccomandato di non spostarsi “dal Comune di residenza, domicilio o abitazione”. Il punto, nel corso delle riunioni di ieri, era stato tra i più discussi anche perché nel governo circolava l’ipotesi del divieto di spostamenti tra le Regioni. Divieto che, nel testo firmato da Conte, non viene introdotto.
Si potranno ancora svolgere i concorsi pubblici e privati. Nel testo del Dpcm firmato dal premier Giuseppe Conte è infatti saltato il divieto di svolgimento previsto nella bozza.
Come già abbiamo denunciato in queste settimane della seconda ondata pandemica, le misure del governo si stanno rivelando delle toppe peggiori del buco che vorrebbero coprire.
Di fatto si introduce un lockdown/coprifuoco dalle 18.00 del pomeriggio su tutto il territorio nazionale – anche nei territori dove i dati non rilevano situazioni critiche nella diffusione del virus – invece di procedere e gestire – anche sul piano delle risorse economiche di sostegno – a veri lockdown mirati solo nelle aree a più alto rischio diffusione. È il disastro già fatto a marzo, dove per non chiudere la sola Lombardia e le zone focolaio nel Nord, assecondando i diktat della Confindustria si è chiuso tutto il paese.
L’ipocrisia di queste mezze misure ormai balza agli occhi di quote crescenti della popolazione, con la conseguenza che la stessa percezione sulla gravità dell’emergenza pandemica perde peso rispetto a quella dell’emergenza economica. E rivolte sociali come Napoli stanno lì a dimostrarlo.
A marzo potevamo parlare di errori e di obiettiva difficoltà delle autorità rispetto ad una emergenza imprevista, ma adesso la responsabilità sul tempo perso in questi mesi e sulla criminale approssimazione delle misure che vengono adottate dal governo centrale e dai governatori delle Regioni.
Questa classe politica andrà portata davanti ad un tribunale della storia nella sua interezza.
Fonte